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Mercoledì, 12 Giugno 2019 20:04

Pour trouver la femme, cherchez…l’homme!

Written by Domenico Ienna
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Preambolo



Per comprendere appieno in “Domani mi vesto uguale” - come nei romanzi investigativi ottocenteschi d’Alexandre Dumas - “la femme” che vi è fulcro narrativo, occorre “chercher” però “l’homme”: cogliendolo virtuale nei difficili personaggi ”amanti/amati” Ernesto, Marco, Pierre e Karl

“La vita di Ernesto appariva un fortino francese nascosto tra le dune del Sahara”,

oppure reale nel padre dell’Autrice - per dolorosa “absentia” posto in dedica

“A mio padre, nel ricordo vivo di lui…Ai i suoi angoli acuti e all’innata fierezza. Alla sua cupa allegria” -

che sembra far capolino in qualche modo però anche nel testo, come punto fermo di vita a Sara protagonista

“…ho smarrito tutti gli uomini che ho incontrato. Mio padre è l’unico uomo che non ho smarrito mai”.

Se – come trova a dire comunque proprio la stessa a io narrante

“Lascio un pezzo di me da qualche parte…mi piacerebbe che qualcuno raccogliesse quel pezzo, facendolo parte integrante di sé. Magari capita proprio così, ma in tanti anni nessuno è mai venuto a…chiedermi: ‘Scusi ho con me il suo pezzo. Se le manca sono pronto a restituirglielo” -

gli amanti/amati hanno ognuno evidentemente un pezzetto importante di lei; Sara non può fare a meno di “chercher” dunque queste parti smarrite, anche se tutte le tessere del domino erano in custodia certo solo del padre, “unico uomo” appunto “smarrito mai”.

Il titolo e la chiusa

Due i motivi - di forma e di contenuto - che possono mettere il lettore a proprio agio di fronte al titolotratto da una battuta in intimo della protagonista che fa da sigillo, in pratica, allo scritto

“Penso di botto: ‘Domani mi vesto uguale’. E sparisco nella luce del giorno, mischiandomi ai particolari invisibili”:

“in primis” l’utilizzo d’una espressione colloquiale, con aggettivo al posto del corrispondente avverbio di modo; poi soprattutto la considerazione che il narrato sembra promettere ricerca - se non addirittura rivelazione – di certezze esistenziali creabili/rintracciabili in qualsiasi contesto quotidiano.

Il “racconto” - come definisce la sua fatica Elvira Morena, caso non raro di medico scrittore - risulta a nostro avviso per nulla “leggero”, come potrebbe apparire saggiando solo in superficie termini e espressioni, o qualche scena di narrazione relativa.

Paradossalmente nulla di meglio - per la definizione dell’opera - che saltare dal titolo al “post scriptum” in ultima pagina, dove l’Autrice viene a confessare ciò che non ha inteso pretendere dall’opera sua: essenzialmente “navigare contro corrente”, indagare “sull’edonismo e sulla società dei consumi”, celebrare “la solitudine e il femminismo”, far la morale a “persone di sesso maschile” e disprezzare infine “il marketing e … non per questione di marketing”; invitando così a gustare piuttosto il racconto “nudo e crudo”, proprio come in contenuti e forma creati e presentati.

Ma se Morena fa bene a giocare su tali non-intenzioni per liberare il suo veliero narrativo da bonacce programmatiche o burrasche, fa bene pure il critico a queste navigato a non lasciarsi ammaliare da tale vezzo di Sirena. Legatosi allora per resistere come Odisseo – nella fattispecie non all’albero della nave ma a tante notazioni fatte a bordo pagine in corso di lettura, egli non può non cogliere che tra intriganti relais, ricchi calembours e paragoni-shock tra cose, eventi, persone e sensazioni, il narrato costituisce sguardo attento e malinconico, permeato d’ironia, d’una società “liquida” di rapporti: legami, certezze e radici da reinventare; globalizzazioni e glocalizzazioni per “non luoghi” dell’anima…

“Lo incontro quando posso e quando vogliamo entrambi. La nostra relazione non conosce convenzioni, contratti e obblighi formali…Ha come unico collante il desiderio”.

Tutto bene ma, in “liquidità”, occorre saper calcare ad ampio spettro anche modi e forme di Solitudine: non evitata, voluta, scelta, tollerata, oppure - a un certo stadio della filiera che la produce – necessariamente pure subita…

Così al riguardo, se in periodo festivo “lo psicoanalista non riceve, anche lui è fuori a fare shopping”, “Esiste sempre un buon motivo per sentire qualcuno di notte”; e proprio alle brutte, “In ogni caso, il display si illumina d’immenso” a fare comunque orizzonte, e progetto d’esistenza.

Il sottotitolo che non c’è

In sottotitolo non avremmo visto male il termine “Amores”, nell’accezione però non solo d’incontri realizzati, ma dell’ampia tipologia di rapporti e percorsi in tale ambito possibili, da solitudini a sogni, da inseguimenti a innamoramenti, da passioni a tradimenti…

Delle dinamiche sentimentali di Sara descritte, quante e quali da Elvira vissute, oppure solo sognate? Il corpo in passione comunque è per nulla virtuale ma proprio vissuto, tanto d’essere quasi in grado di lasciare la carta, come in questa scelta crescente d’espressioni narrative:

“Sento il seno di pietra. Sui capezzoli dritti come chiodi ci puoi appendere gli abiti”,

“Mi sento biologicamente umida…a 50 anni e passa è una benedizione celeste”,

“Iniziò a sfiorarmi in ogni parallelo e dopo aver toccato l’equatore, avanzò una proposta…”,

“Feci l’amore con Marco e non ero sola. Partecipò all’amplesso una folla di oggetti di design”!

Certo “la vita o si vive o si scrive” diceva - per evidenziare tempi opportuni a ogni cosa - chi ha saputo concepire “Uno, nessuno e centomila”, “Il fu Mattia Pascal”, “Sei personaggi in cerca d’autore” e quant’altro… Elvi Morena mostra di averla vissuta/viverla proprio scrivendola, sottoponendosi a quel lavoro onirico indispensabile a chi vuol mettersi a “fare storie”: operando cioè in una “second life” fuori della sua Salerno - da Napoli al mondo – la mutazione alchemica della sua medicina in arte musica, eseguita dall’ironico e riflessivo suo avatar di fiducia Sara Ferrara.

La vita di questa – snodandosi tra malinconie e realismi

“La vita è oggi, il domani non arriva mai”

“il destino gode di una sua ineluttabilità che, a conti fatti, è una gran comodità”

è vissuta comunque da protagonista - non solo ovviamente letteraria del racconto - ma pure esistenziale nella “seconda vita” in questo rappresentata. Una vita che ha bisogno a volte d’essere “presa di petto”

“Allora, afferrai uno scialle e scesi in strada…”

“Indossai l’impermeabile e agguantai l’ombrello come si agguanta la spada”

per provare a sentirsi compiutamente violino, e non solo archetto di strumento e d’esistenza.

La struttura e le forme

La trama “esterna” (interna al testo, ma fuori-mente della protagonista) in fondo è secondaria, come piace a noi…L’azione d’interesse principale si svolge infatti negli ampi spazi di riflessione di Sara. Provare per credere: il racconto può essere piacevolmente letto partendo da qualsiasi pagina, a patto di ricordare qualche nome o spostamento essenziale…

E perfino a noi - fan dell’”oratio obliqua”, del discorso indiretto - sono piaciuti i dialoghi, in cui le parole della violinista soprattutto sembrano conservare, invisibile, un filo di seta che le fa emanazioni in sospiro d’anima narrante.

Che brulichio poi di paragoni arditi, comunque mai banali

“Questa donna sarà andata parecchie volte in bianco! Tanto da rimanerne segnata nel colore”

“…smunto e foderato di nero come il sacchetto dell’umido”

“…in America, dove ‘okay’ è la cera lacca che sigilla ogni discorso”,

contro cui non mostreremmo mai pollice verso, neanche quando l’Autrice sembra piacevolmente esagerare in massaggi “turchi”

“pari nelle movenze allo shafak esperto di sabunlu”.

Anche con trama al minimo, il tessuto narrativo dunque regge, non occhieggiando né lettore né critico; così che il consenso l’Autrice lo guadagna col solo piacere, palese, di fare scrittura; strapazzando con “nonchalance” pure regole severe, di tempo, di luogo e d’azione…

Che tempi…

 
Le riflessioni di Sara - fermando o dilatando appunto i tempi d’azione – scandiscono come canzoni il tenue racconto d’un musical, avvolgendo di “flash back” e “medias res” lo stupito lettore aggrappato a lancette da ”consecutio temporum”.

Ma se c’è tempo di trama, c’è pure trama di tempo (vissuto), con momenti suggestivi di racconto dietro quinte di teatro

“Nella corsa di tutti i giorni uguali, i pasti sono fast, le emozioni pur sempre fast, i minuti last. Il tempo, invece, è short”

“A quell’ora tarda in molti erano svegli a programmare il futuro”.

Locations

Ma quali quinte, quali scene, quali teatri per “Domani mi vesto uguale”? Lungo aerovie pure d’anima

“gli aerei sono la mia casa sospesa”

ancor più che d’azione, è di riflessione esistenzial-amorosa l’affaccio su tanti fondali mobili: ambienti urbani o superurbani di Gerusalemme, New York, Parigi, Napoli, Istanbul, o siti romantico-esotici più limitati per fughe d’anime quali Procida, Playa del Carmen, Capri, Sinai…Tra tanti luoghi visitati o di “memento” – pieni d’ansie di vita e d’“amores” - facile immedesimarsi allora in spaesamenti notturni di Sara protagonista: che s’interroga a volte nel buio “liquido” di certezze ambientali – in quale tappa di concerti o vita sta tentando appunto, inquieta sola, di prendere riposo…

Gli altri, neanche tanti…

Sugli attori d’“amores” e qualche amica della protagonista, s’esercita l’antica vocazione antropologica che non può mancare sotto camice di qualsiasi medico, sotto quello neppure d’Autrice; in com-passione e sim-patia, sempre in professione tra vite dolori dei propri simili…

Oltre a questi, rari gli sfioramenti d’altri alla sfera prossemica di Sara; al di là, generici sfondi umani che s’integrano più o meno bene con ambienti, architetture ed eventi proposti all’occasione in narrazione

“Il buffet è un formicaio di cibi decorati e uomini decorati uguale che vanno, ritornano e rivanno”.

All’orizzonte, più lontano eppure prossimo d’effetti, la società si propone come “marketing” impersonale: sistema che - regolando in combinazioni sentimenti, interessi e poteri contrattuali - occhieggia costantemente sulle vicende come realistica/moderna/cosmica fatalità.

 

Presentazione del racconto lungo di

Elvira Morena

“Domani mi vesto uguale” (Nocera Inferiore-SA, Oèdipus editore, 2016)

Conclusioni

Infine – e in fine di racconto - rimane dolce malinconia, nostalgia… in accezione proprio di languore da ritorno: essenzialmente dell’anima protagonista a se stessa, dopo tanto peregrinare narrativo.

Per la dott.ssa Morena buona la prima, s’attende riscontro in altra opera che sia “seconda” però solo nel tempo; dove saprà mostrarsi certo più smaliziata, e depistare meglio i critici che s’“incatenano”, divertiti a smentire il suo gioco letterario di presa distanza da possibili fini, e reali contenuti.

Read 462 times Last modified on Martedì, 11 Giugno 2019 20:59

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