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Giovedì 12 Luglio 2012 08:34

SENTENZA DIAZ: LACUNE DA COLMARE

Scritto da  Roberto Fantini
Dal film "Diaz", di Daniele Vicari Dal film "Diaz", di Daniele Vicari

  Conversazione con Patrizio Gonnella

 

La recente sentenza della Cassazione in merito alla vicenda della scuola Diaz di Genova non merita certo di essere rapidamente archiviata. Si tratta, infatti, di un evento che richiede tutta la nostra attenzione e su cui occorrerà riflettere a lungo. A tal fine, dopo aver intervistato Antonio Marchesi, ci siamo rivolti a Patrizio Gonnella, Presidente di Antigone, per ulteriori commenti.

-La faticosa e tormentata vicenda giudiziaria relativa a quanto verificatosi a Genova 2001, nei locali della Diaz, è giunta finalmente al termine. Credo che la sentenza della Cassazione meriti di essere considerata una bella pagina della nostra Repubblica. Sei d’accordo?

La sentenza della Cassazione è importante, pur non producendo alcuna conseguenza penitenziaria per i condannati. E’ una sentenza che si ferma proprio alle pendici dell’allora capo della Polizia e oggi sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni De Gennaro. E’ una sentenza che dimostra che in quella circostanza, come in molte altre, la violenza non era una questione di mele marce, ma era l’epifenomeno di un sistema della repressione marcio e illegale. Le conseguenze che vorremmo dopo questa sentenza sono: una rapida approvazione della proposta di legge che pende da troppo tempo in Senato sulla proibizione legale della tortura; le dimissioni di De Gennaro dal suo attuale incarico di sottosegretario del governo Monti; le scuse pubbliche di chi, come Gianfranco Fini, allora troneggiava in tv difendendo i torturatori. Forse non accadrà nulla di tutto questo, ma almeno ora sappiamo chi sono i veri criminali. 

-Le parole di scusa pronunciate in questi giorni ti sono sembrate sincere, convincenti e adeguate alle circostanze? 

Parole dette con colpevole ritardo che hanno fatto il seguito a undici anni in cui la Polizia non ha collaborato con la magistratura. Si è creato un conflitto istituzionale non sanato da scuse di circostanza. In questi anni, nessun funzionario è stato rimosso dal suo incarico. Anche questo rende le frasi proferite poco convincenti. Inoltre l’allora capo della Polizia De Gennaro ha anche solidarizzato con le persone condannate.

-Molti commentatori hanno sottolineato la gravità del ritardo italiano nell’introduzione del reato di tortura nel codice penale. Cosa cambierebbe qualora si riuscisse a colmare questa lacuna nel nostro paese e cosa sarebbe cambiato nel caso specifico della Diaz? 

L’introduzione del reato di tortura è condizione sufficiente ma non necessaria per punire i torturatori. La presenza del crimine di tortura nel codice penale, comunque, da altra luce ai fatti, impone pene più severe, impedisce la prescrizione breve. Cosa che è accaduta per gli agenti che hanno usato violenza brutale nella scuola Diaz. 

-Come fare, a tuo giudizio, a far comprendere al nostro mondo politico la gravità di tale inadempienza?
 

Nei giorni scorsi il Ministro della Giustizia Paola Severino ha proposto alcune modifiche al testo di legge in discussione presso il Senato, risultato di una campagna faticosissima da noi condotta insieme ad Amnesty, che rischiano di rendere evanescente il contenuto del reato e non perseguibile chi lo ha commesso. Modifiche che hanno sollevato forti obiezioni da parte di Amnesty International, oltre che da Antigone. Non è facile spiegare a un giovane studioso di diritto perché le istituzioni italiane facciano resistenza e pongano problemi ogniqualvolta si tenti di criminalizzare la tortura. Non è facile spiegare in termini giuridici perché non si copi fedelmente una definizione presente in un Trattato dell’Onu firmato e ratificato da mezzo mondo, ma si tenti di cambiarne parole, contenuti e senso. L’unica spiegazione che ci si può dare è anche la più triste, ossia che l’intero apparato statale si trasforma, in tali circostanze, in un grande corpo unitario che punta alla propria invulnerabilità e immunità. Lo spirito di corpo ha impedito e impedisce tuttora che in Italia si persegua un delitto considerato crimine contro l’umanità per il diritto internazionale. Va spiegato alle forze politiche più conservatrici che il crimine di tortura non è pensato contro gli esponenti delle forze dell’ordine, ma a loro tutela, a garanzia di quella gran parte di poliziotti che lavora nel solco della legalità e dei diritti umani.
 

NB. Per sottoscrivere l’

APPELLO - Chiamiamola tortura: per l’introduzione del reato nel codice penale italiano

http://www.osservatorioantigone.it/

Ultima modifica Giovedì 12 Luglio 2012 12:43

 

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