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Sabato 27 Aprile 2013 08:59

La cultura dei Diritti Umani fra presente e futuro

Scritto da  Roberto Fantini

 Uno sguardo a quanto ci lasciamo alle spalle


Per poter sviluppare riflessioni ragionevoli sul tempo futuro che ci attende, in merito cioè al “dove stiamo andando” o, meglio, al “dove dovremmo andare”, credo che sia indispensabile prendere le mosse dall’esame empiricamente fondato del “dove siamo ora”, esame che presuppone una chiara percezione del “cosa ci siamo lasciati dietro le spalle”.

Ma la storia ha davvero qualcosa da insegnare? Qualcosa da dimostrare? Difficile dare una risposta che non sia ideologicamente viziata. Sarebbe sufficiente, però, capire se NOI siamo in grado di trarre, dall’esame della nostra storia, una qualche forma di insegnamento che possa consentirci di provare a comprendere non dico chi siamo, ma almeno il cosa sia possibile attenderci da noi.

Per poter fare con efficacia questo breve tentativo di analisi, è a mio avviso indispensabile mettere da parte gli atteggiamenti mentali assai efficacemente raffigurati dai due filosofi del Candide di Voltaire: Pangloss e Martino. Il primo che sostiene che, “essendo tutto quanto creato in vista di un fine”, tutto andrebbe “necessariamente inteso al fine migliore”; l’altro che afferma che “tutto va alla rovescia” e che, pertanto, il mondo non sarebbe altro che “una pazza e abominevole cosa”.

Tale precauzione non potrà certo impedirci di leggere la realtà in rapporto al nostro particolare punto di osservazione, ma ci metterà in condizione, almeno, di prendere le distanze da criteri interpretativi di carattere aprioristico che nulla possono realmente farci apprendere dalla cosa osservata.

Il nostro sguardo sul recente passato e sul mondo contemporaneo sarà inevitabilmente selettivo: si soffermerà soltanto su determinati eventi e su determinate problematiche, ritenuti particolarmente gravidi di significati e di insegnamenti.

Uno dei lavori storiografici più sconcertanti sul XX secolo è un libro dal titolo più che sinistro, scritto da Joel Kotek e Pierre Rigoulot: Il secolo dei campi. Detenzione, concentramento e sterminio: 1900-2000 (Mondadori, Milano 2001). In esso, si delinea un vastissimo quadro di avvenimenti storici, dal genocidio armeno alle “pulizie” etniche nell’ex Jugoslavia, dalla Prima alla Seconda guerra mondiale, dai gulag sovietici ai lager nazisti e ai laogai cinesi, avvenimenti e fenomeni certamente assai diversi fra loro, ma accomunati dalla presenza di “universi concentrazionari “ in cui hanno trovato sofferenze inenarrabili, spesso concluse da una morte atroce, milioni di persone.

Uno dei capitoli più interessanti ed emblematici è quello dedicato al primo genocidio del XX secolo: quello del popolo Herero (1904, Africa del Sud-Ovest). Dice il generale tedesco von Trotha, illustrando la sua strategia politico- militare verso la popolazione indigena del territorio che si intendeva colonizzare:

(…) ritengo che la nazione herero in quanto tale debba essere distrutta o, se ciò non è tatticamente possibile, espulsa in qualsiasi modo dal territorio … La mia politica consiste nell’esercitare la violenza con ogni mezzo, compresi quelli terroristici. Distruggo le tribù africane con un flusso di sangue e denaro.” (p.56)

Le sue parole, di rara quanto brutale franchezza, esprimono in maniera eccezionalmente chiara quello che è stato e, almeno in parte, quello che continua ad essere l’atteggiamento di una ristretta parte dell’umanità nei confronti di interi popoli e dell’intero pianeta (animali inclusi), sottomessi, sfruttati e macellati, con fiumi di “sangue e denaro”.

E, a proposito di crimini in terra africana di matrice razzistico-colonialistica, siamo ancora in molti ad ignorare quanto perpetrato dalle truppe italiane occupanti, già a partire dagli ultimi anni del XIX secolo. Dalle impagabili ricerche di Angelo Del Boca, apprendiamo che, ad esempio, dal 1887 al 1941, nell’isola di Nocra (una delle 209 isole madreporiche dell’arcipelago delle Dahalak, a 55 km al largo di Massaua), fu insediato un campo di punizione “che, per le condizioni disumane in cui vivevano i carcerati, è diventato il simbolo dell’oppressione coloniale italiana.”

(A.Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza, Vicenza 2005, p.80)

In questa isola-penitenziario, furono reclusi soprattutto politici, capi e gregari di tribù che non accettavano la dominazione italiana, nonché spie o presunte tali, collaboratori infedeli, maghi e indovini. Queste le parole di un capitano della marina militare che la visitò nel 1902:

I detenuti, coperti di piaghe, muoiono lentamente di fame, scorbuto, di altre malattie. Non un medico per curarli, 30 centesimi pel loro sostentamento, ischeletriti, luridi, in gran parte han perduto l’uso delle gambe ridotti come sono a vivere costantemente incatenati sul tavolato alto un metro dal suolo” (ib.p.81) L’alimentazione dei detenuti (senza neppure la certezza che fosse distribuita tutti i giorni) consisteva in 300 grammi di farina, 10 grammi di thè e 20 di zucchero. Durante la guerra di Libia (1911), la nostra Marina deportava, fra il 25 e il 30 ottobre, fra i 400 e i 4.000 individui, sparpagliandoli fra le isole Tremiti, Ustica, Ponza, Caserta, Gaeta e Favignana.

Sono uomini di tutte le età - scrive un giornalista, testimone oculare – vecchi canuti e giovinetti imberbi; negri di faccia orrenda e arabi di puro profilo. Non portano via nulla che lo straccio che li ricopre”.

E ancora più raccapriccianti sono i crimini commessi in epoca fascista, basti pensare alle deportazioni e alle stragi perpetrati nella Libia degli anni Trenta dai vari De Vecchi, Badoglio e Graziani.

Ma il Novecento non è stato soltanto il “secolo dei campi”, è stato anche il secolo delle grandi guerre e il secolo degli stermini di massa, il secolo dei genocidi. Potremmo occupare ore intere semplicemente i crimini commessi nei confronti dell’umanità, passando da una deportazione all’altra, da un bombardamento all’altro (crimini abbattutisi sempre più sistematicamente e diffusamente sulle popolazioni civili) …

Mi limiterò a pochi eloquentissimi dati, relativi al problema più grave in cui l’umanità intera si è trovata (del tutto impreparata) a fare i conti: quello della corsa, da parte di alcune nazioni, a riempire gli arsenali di ordigni nucleari.

Nel periodo 1940-1996, gli USA hanno speso per gli armamenti nucleari 5.821 miliardi di dollari.

Se tale cifra fosse costituita materialmente “da banconote da un dollaro, contandole al ritmo di una al secondo si impiegherebbero 184.579 anni. Se le banconote fossero legate in mazzette e queste fossero usate come mattoni, ci si potrebbe costruire un muro di dollari alto 2,7 metri che circonda la terra all’altezza dell’equatore per 105 volte. O, mettendole l’una sull’altra, si arriverebbe a un’altezza di 739.117 chilometri, la distanza di un viaggio di andata e ritorno dalla terra alla luna. Aggiungendo la spesa per gli armamenti nucleari dell’Unione Sovietica/Federazione Russa e degli altri paesi, si potrebbe come minimo raddoppiare l’altezza del muro di dollari attorno alla terra o coprire la distanza di due viaggi di andata e ritorno dalla terra alla luna.”

(Manlio Dinucci, Il potere nucleare, Fazi Editore, Roma 2003)

E qual è, al momento presente, la situazione degli arsenali nucleari del pianeta?

Alcuni decenni anni fa c’era un arsenale nucleare mondiale di circa 80.000 testate nucleari e fino ad oggi c’è stata una riduzione di circa 60.000 testate, tra quelle schierate e quelle conservate nei depositi. Però, le testate smantellate sono quelle più vecchie, quelle meno potenti e meno utilizzabili. Sono state conservate le più letali. Numericamente nonostante si sia ridotto il numero, rimangono 19.000 testate nucleari, tra operative e non, e considerando che l’arma nucleare è un’arma di distruzione di massa indirizzata verso i centri abitati, ipoteticamente si potrebbero distruggere fino a 20.000 città in tutto il mondo: vorrebbe dire distruggere la vita del mondo dieci, venti volte

(Emanuele Greco, Gli arsenali nucleari mondiali nel 2013. Profili di Diritto Internazionale, Archivio Disarmo, Nuclear News 1/2013 – gennaio 2013, p.14)

E, nella disattenzione (non certo casuale) dell’opinione pubblica, le ricerche e gli investimenti procedono alacremente. Basti pensare, ad esempio, alle nuove bombe nucleari tattiche B61-12 (ordigni che non sono oggetto di alcun accordo sul disarmo nucleare USA-Russia), per le quali il governo statunitense prevede la spesa di ben 11 miliardi di dollari.

La situazione relativa alle spese militari in generale, inoltre, non appare per nulla più rassicurante. Infatti, anche se nell’ultimo anno si è potuto registrare, a livello internazionale, un leggero calo, il Sipri (Stockholm International Peace Research Intitute) ci ha recentemente comunicato che la spesa mondiale per gli armamenti relativa al 2012 si è attestata al 2,5% del prodotto interno lordo globale: circa 1.753 miliardi di dollari in valori reali, in pratica una cifra ancora superiore a quella del drammatico periodo della Guerra Fredda.

E, accanto all’abnorme peso delle spese militari, ci troviamo costretti a constatare con estrema amarezza che almeno 963 milioni di persone ogni sera vanno ancora a dormire affamate, che un miliardo di persone vive in insediamenti abitativi precari, che ogni minuto una donna muore per complicazioni legate alla gravidanza, che 1,3 miliardi di persone non hanno accesso all’assistenza sanitaria di base, che 2,5 miliardi di persone non hanno servizi igienici adeguati e che 20.000 bambini al giorno muoiono per questo.

E si potrebbe continuare a lungo, attingendo a piene mani dai rapporti di associazioni come Amnesty International informazioni dolorosissime a proposito di una gamma sterminata di gravi violazioni dei diritti umani nel mondo, fra cui discriminazioni, tortura, esecuzioni capitali, ecc…

 

Ma il XX secolo è stato anche il secolo in cui ha potuto configurarsi in maniera teoreticamente coerente la cosiddetta “cultura dei diritti umani”.

 

                                   La “rivoluzione” dei Diritti Umani

 

Albert Einstein, parlando di diritti umani, ebbe ad utilizzare un’espressione che trovo efficacissima, affermando che la loro esistenza e il loro valore non sonoscritti nelle stelle”. Il che vuole dire che essi non rappresentano una realtà ontologicamente autonoma rispetto a quella umana, ma, al contrario, rappresentano qualcosa che esiste e che ha senso solo in relazione al soggetto umano, di cui sono manifestazione. Vuol dire che non si tratta di qualcosa di “oggettivo”, ma di qualcosa che dobbiamo considerare solo in quanto “nostra rappresentazione” e “nostra oggettivazione”. In altre parole, non qualcosa di immanente al mondo stesso, di inscritto nelle leggi del grande libro della natura da una qualche volontà trascendente. I diritti umani, infatti, esistono solo grazie a noi che scegliamo di farli esistere e hanno gli aspetti quantitativi e qualitativi che noi siamo disposti ad attribuire loro. Sono una nostra creatura, terribilmente vulnerabile e immensamente bisognosa di attenzioni, una creatura che abbiamo fatto venire alla luce, dopo millenni di follia, per strapparci alla condizione hobbesiana del “bellum omnium contra omnes”, ricavando, dalla nostra storia intrisa di violenza e di dolore, la capacità e la volontà di utilizzare la ragione per fondare i presupposti concettuali di un ripensamento radicale, teorico-pratico, del nostro vivere.

 

Quando parliamo di diritti umani, parliamo non soltanto di una rosa di diritti inviolabili da intendersi come patrimonio dell’umanità intera. Parliamo, innanzitutto, di un nuovo modo di concepire l’uomo stesso, di un nuovo modo di rappresentarci il significato, il valore della sua persona. Alla base della “cultura dei diritti umani”, infatti, va collocato il concetto di “dignità della persona”, concetto che ha certamente radici lontane, che potremmo rintracciare già nel pensiero buddhista, in quello socratico e in quello evangelico, ma che possiamo identificare soprattutto nelle più chiare manifestazioni della cultura umanistica, basti pensare, almeno, al De dignitate et excellentia hominis di Giannozzo Manetti e alla imprescindibile Oratio de hominis dignitate di Pico della Mirandola.

In entrambi i testi (che sembrerebbero ricalcare lo schema narrativo del mito platonico presente nel Protagora), il valore dell’essere umano è inteso come qualcosa di unico e di incomparabilmente superiore a quello di ogni altro essere. Prezioso, in particolar modo, quanto si evince dal testo pichiano: la grandezza, l’eccezionalità umane non sono un “fatto di natura” o un dono divino, bensì risiedono e scaturiscono dalla peculiare condizione dell’essere umano, chiamato (potremmo dire sartrianamente “condannato”) a decidere di sé e della sua vita, a scegliere la sua collocazione presente e futura all’interno di un cosmo in cui tutto, al contrario, appare predeterminato. La dignità umana risiederebbe, pertanto, nel diritto-dovere di farsi consapevole e responsabile creatore di se stesso e del proprio avvenire.

 

Ma la formulazione più compiuta del rivoluzionario concetto di “dignità della persona” la rintracciamo nell’ambito del pensiero moderno occidentale nella concezione etica kantiana dell’imperativo categorico.

Le tre formule dell’imperativo categorico, infatti (universalità, dignità della persona umana, autonomia), contengono, a mio avviso, un chiaro progetto di vera e propria rifondazione dei rapporti umani, liberati da ogni sorta di condizionamento ideologico-confessionale, edonistico ed utilitaristico, e basati sul riconoscimento di quella che potremmo definire la pari dignità di tutti gli uomini in quanto esseri pensanti e in quanto esseri dotati di coscienza morale chiamati a vivere nel rispetto:

 

L’umanità – scrive Kant nella Fondazione della metafisica dei costumi - è essa stessa una dignità: l’uomo non può essere trattato dall’uomo (da un altro uomo o da se stesso) come un semplice mezzo, ma deve essere trattato sempre anche come un fine.”

 

Il principio della dignità della persona umana, intesa come ente in sé e per sé ricco di significato e di intrinseco valore, derivante dalla sua dimensione ontologica e non da elargizioni-concessioni di natura politico-religiosa, fondata, cioè, su qualcosa di assoluto (ed essa stessa pertanto   assoluta) e non su fenomeni storici contingenti (e quindi transitori), può certamente rappresentare, agli occhi di chi ha imparato a leggere la storia umana secondo categorie interpretative di ampio respiro olistico, una chiara riproposizione, in moderni termini filosofici, di una concezione antichissima, quella mistico-teosofica dell’essere umano inteso come emanazione del divino o, meglio, come parte inscindibile del Sacro, monade indistruttibile di un’unica forza cosmica. Ma la cosa rivoluzionaria di questo evento storico risiede essenzialmente nel fatto che una simile concezione ora sia stata posta come pietra angolare di quello che, l’Assemblea delle Nazioni Unite, nata dopo le macerie del secondo conflitto mondiale, ha definito, grazie alla proclamazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il comune destino della “famiglia umana”.

E ciò appare evidentissimo già dalla prima asserzione che incontriamo nello stesso Preambolo:

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo

Nulla di meglio, per comprendere l’eccezionale portata storica della Dichiarazione Universale, delle parole del grande giurista René Cassin, vero padre spirituale del documento e premio Nobel per la Pace 1968:

“(La Dichiarazione) è il vessillo di tutti coloro che sono vittime di persecuzione e abusi di ogni genere. È la sintesi dei principi etici e delle civiltà del nostro tempo e, in quanto tale, si eleva come un monumento perenne che domina le Costituzioni nazionali… Ora possediamo una leva capace di sollevare e alleviare il peso dell’oppressione e dell’iniquità:impariamo a servircene! La Dichiarazione impegna la responsabilità delle nazioni e degli individui, uno per uno”.

 

Scrive N.Bobbio a proposito della straordinarietà di questo documento:

Non so se ci si rende conto sino a che punto la Dichiarazione universale rappresenti un fatto nuovo nella storia, in quanto per la prima volta nella storia un sistema di princìpi fondamentali della condotta umana è stato liberamente ed espressamente accettato, attraverso i loro rispettivi governi, dalla maggior parte degli uomini viventi sulla terra. Con questa dichiarazione un sistema

di valori è (per la prima volta nella storia) universale, non in principio ma di fatto, in quanto il consenso sulla sua validità e sulla sua idoneità a reggere le sorti della comunità futura di tutti gli uomini è stato esplicitamente dichiarato (…) Solo dopo la Dichiarazione possiamo avere la certezza storica che l’umanità, tutta l’umanità, condivide alcuni valori comuni e possiamo finalmente credere all’universalità dei valori nel solo senso in cui universale significa non dato oggettivamente ma soggettivamente accolto dall’universo degli uomini.”

 

(N.Bobbio, “Presente e avvenire dei diritti dell’uomo”, in “L’età dei diritti”, Einaudi, Torino, 1990, pp. 20-21).

 

Dal momento in cui questo documento ha fatto il suo ingresso nella storia “in tutto il mondo disponiamo di un codice internazionale che non solo contiene una serie di precetti, e così serve a farci decidere come comportarci, ma ci consente anche di valutare i comportamenti delle autorità governative. Disponiamo ora di parametri che valgono sia per gli Stati che per gli individui: i princìpi internazionali sui diritti umani impongono linee di comportamento, esigono dai governi azioni di un certo tipo e nello stesso tempo, legittimano gli individui a levare alta la loro voce se quei diritti non vengono rispettati.

( A.Cassese, Voci contro la barbarie, Feltrinelli, Milano 2008, p.10).

 

                                             Struttura della Dichiarazione Universale

René Cassin, nell’illustrare il contenuto della Dichiarazione, mise in luce come essa riposi su “quattro pilastri” fondamentali:

a) diritti della persona (diritto di eguaglianza; diritto alla vita; diritto alla libertà e alla sicurezza, ecc.);

b) diritti che spettano all’individuo nei suoi rapporti con i gruppi sociali ai quali partecipa (diritto alla riservatezza della vita familiare e diritto di sposarsi; libertà di movimento all’interno dello Stato nazionale o all’esterno; diritto ad avere una nazionalità; diritto di proprietà; libertà religiosa);

c) diritti politici che si esercitano per contribuire a formare gli organi statali o per partecipare alla loro attività (libertà di pensiero e di riunione; diritto di elettorato attivo e passivo; diritto di accesso al governo e all’amministrazione pubblica);

d) diritti che si esercitano nel campo economico e sociale, ossia nella sfera dei rapporti di lavoro e di produzione e in quella dell’educazione (diritto al lavoro e a un’equa retribuzione, diritto al riposo, diritto all’assistenza sanitaria, ecc.).

A tali pilastri, poi, è da aggiungere il cosiddetto “frontone del tempio”, rappresentato

dagli ultimi tre articoli:

- gli articoli 28 e 29, enuncianti il diritto a un ordine sociale e internazionale in cui i diritti umani possano esser realizzati e affermanti la presenza di doveri del singolo verso la comunità;

- l’articolo 30 mirante a proteggere la Dichiarazione da interpretazioni che ne contraddicano

i contenuti e le finalità.

La Dichiarazione universale dei diritti umani, definita da E. Roosevelt “la Magna Charta di tutta l’umanità”, ha ispirato trattati internazionali, costituzioni e leggi interne ai singoli Stati, fornendo

all’evoluzione del diritto internazionale un contributo di immensa portata. In particolare, nel 1966, furono approvati il Patto dei diritti civili e politici (con il relativo protocollo facoltativo) e il Patto sui diritti economici, sociali e culturali.

Tali trattati non si limitano ad avere, come la Dichiarazione Universale, un semplice valore etico-politico, bensì comportano, per i paesi aderenti, il vincolo dell’obbligatorietà giuridica.

 

                                           Guardando al domani

Con l’irruzione nel mondo della cultura dei diritti umani sono state rivoluzionate le categorie interpretative della realtà, il modo di concepire il valore dell’individuo, il suo rapporto con i suoi simili, il rapporto fra individuo e potere delle istituzioni, il modo di concepire il rapporto fra nazione e nazione, nonché il rapporto fra umanità e pianeta.

Si tratta, probabilmente, della più maestosa e dirompente rivoluzione culturale dell’intera storia umana. Ma, come sempre, ogni evento rivoluzionario deve fare i conti con le resistenze degli interessi e dei privilegi, con le roccaforti della conservazione, con i tentativi (spesso sottili e abilissimi) di eludere, annacquare, stravolgere, soffocare la portata innovativa del nuovo modo di intendere e costruire la realtà che si va affermando.

E il mondo attuale è un mondo, perciò, in cui a dominare sono le ipocrisie e le contraddizioni più feroci. Tutti (o quasi) parliamo di libertà, di eguaglianza, di diritti e di pace, ma in troppi si continua a produrre, nella realtà concreta, l’assenza, la negazione di tutto quanto affermiamo con la parola.

Difficile, anzi impossibile dire come andrà a finire. A poco serviranno aruspici e pitonesse. Siamo tutti chiamati a comprendere che la bandiera dei diritti umani è la bandiera non di questo o quel partito, di questa o quella religione, ma è la bandiera dell’umanità, l’unica che potrà condurci, giorno dopo giorno, a svuotare gli arsenali, riempiendo con il giusto nutrimento (materiale-emozionale-intellettuale) lo stomaco, il cuore e la mente di tutti i cittadini del mondo, conferendo a tutti pari dignità, ed espellendo dai confini del reale la violenza che umilia, che schiavizza e che distrugge.

Si tratta certamente di un cammino arduo, ma che molti, prima di noi e accanto a noi, hanno intrapreso, istruendoci e illuminandoci, col loro pensiero e col loro agire.

Non saremo in pochi, perciò, non saremo soli e, se sapremo ben ravvivare il fuoco che ci respira dentro, non saremo neppure deboli e indifesi.

Come afferma Antonio Cassese a conclusione del suo bellissimo Voci contro la barbarie , se, per il nostro avvenire, non possiamo contare sui governi, “possiamo e dobbiamo contare sulla società civile” (p.355), facendo riferimento, in particolar modo, alle associazioni, alle ONG e ai movimenti culturali che si battono “per tentare di spezzare la tendenza a negare, ogni giorno, i diritti della persona,” agli oppositori e ai dissidenti, a coloro, cioè, che, rifiutando ogni autoritarismo, e animati da “un formidabile spirito critico”, sanno guardare più alto e più lontano. “La loro azione - puntualizza Cassese – secondo taluni velleitaria, utopistica o sterile, è invece un acido potente che intacca la realtà – se non subito, alla lunga. (…) Cosa ci dicono gli esponenti della società civile? Dei tanti loro messaggi, vorrei registrarne qui di seguito alcuni, che costituiscono anche un appello: a non arrendersi, a non rimanere indifferenti, a congiungere sempre la lotta ideale a quella politica e istituzionale; a propugnare senza tregua la tolleranza, contro ogni dommatismo e fanatismo; a manifestare la nostra “compassione” (che significa “patire con l’altro”) nei confronti di tutti coloro che soffrono – al di là delle frontiere e delle barriere nazionali.” (ib. pp.355-6)

 

 

            

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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