flag_rotate-03flag_rotate-02flag_rotate-13flag_rotate-12flag_rotate-09
Lunedì 11 Agosto 2014 09:14

Scritto da  Roberto Fantini

                                   

 “… il termine «tortura» designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti ad una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito.” Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (Conclusa a Nuova York il 10 dicembre 1984. Approvata dall’Assemblea federale il 6 ottobre 1986)

  “ L’impunità permette al torturatore di lanciare               uno sguardo di sfida alla persona che sta torturando e di lanciarlo anche mesi o anni dopo, quando casualmente s’incontreranno. Chi tortura ha un sistema che lo protegge, chi è torturato rischia di rimanere solo.”

                        Riccardo Noury (portavoce di Amnesty International Italia)

 

Nella Presentazione del volume Tortura anni ‘80, curato da Amnesty International*, Leonardo Sciascia scriveva che, pur non essendoci più paese al mondo che ammettesse la tortura nelle proprie leggi, di fatto erano ben pochi quelli in cui “polizie, sottopolizie e cripto polizie” non la praticassero (p.VII).

Nell’Introduzione, poi, della stessa opera, l’Associazione si preoccupava assai opportunamente di puntualizzare che, al contrario della convinzione ancora persistente in larga parte dell’opinione pubblica, la tortura non era da considerarsi come una abietta perversione di singoli individui isolati preda di impulsi sadici, bensì come “parte dell’apparato controllato dallo stato”, come qualcosa che ha in sé “un fondamento logico: l’isolamento, l’umiliazione, la pressione psicologica ed il dolore fisico”, qualcosa, cioè, che è spesso “parte integrante della strategia di un governo per la propria sicurezza” e in funzione prevalentemente della repressione/soppressione del dissenso.

A conclusione del ponderoso Rapporto, dopo aver ribadito che la tortura è una violazione fondamentale dei diritti umani, condannata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite come grave forma di offesa alla dignità umana, si esprimeva la ferma convinzione che qualsiasi governo autenticamente interessato a porre fine all’uso della tortura fosse in pieno possesso di tutti i mezzi necessari per farlo e che l’unica vera precondizione fosse rappresentata dalla “volontà politica”. Si proponeva pertanto, a tal fine, un ben ragionato Programma in 12 punti volto alla prevenzione del fenomeno, nella convinzione che la proibizione legislativa, per quanto indispensabile, non potesse essere sufficiente e che, di conseguenza, occorressero “passi immediati per far fronte alla tortura e ad altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti” (p.406), passi quali il divieto di “detenzione segreta”, adeguate garanzie durante la custodia e l’interrogatorio, indagini indipendenti sulle notizie di tortura, il perseguimento dei torturatori dichiarati, ecc …

All’inizio del nuovo millennio, Amnesty International, dando vita ad una nuova Campagna dal titolo Non sopportiamo la tortura, sottolineava la proibizione assoluta espressa dal diritto internazionale (vedi, in particolar modo, la fondamentale Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti delle Nazioni Unite del dicembre 1984, ispirata proprio dall’impegno di AI) e si rivolgeva nuovamente a tutti i governi per attuare un Programma in 12 punti per la prevenzione della tortura praticata da chi opera per conto dello Stato, molto simile, nella sostanza, a quello varato quindici anni prima, con la specifica preoccupazione di mettere in luce, fra le altre cose, come l’uso della violenza e del terrore da parte dei torturatori avesse l’obiettivo di costringere a rilasciare confessioni, di punire, di umiliare, di spezzare un individuo fisicamente e/o mentalmente, di terrorizzare un gruppo di persone o una comunità intera. E si precisava, inoltre, che, mentre le prime campagne di AI contro la tortura erano scaturite dall’indignazione del mondo per il trattamento subìto prevalentemente dai cosiddetti “prigionieri di coscienza” (le “vittime dimenticate”, imprigionate e maltrattate per i loro ideali politici o religiosi), attualmente, pur continuando ad esistere il fenomeno delle persecuzioni nei confronti degli oppositori politici, le vittime più comuni erano costituite dai detenuti e dai sospetti criminali.

In quest’ultimo anno, Amnesty International ha dato vita ad una nuova campagna contro la tortura, molto appropriatamente (e amaramente) denominata La tortura oggi: 30 anni di impegni non mantenuti.

L’Associazione, nella documentazione recentemente pubblicata, puntualizza che il diritto a essere liberi dalla tortura rappresenta probabilmente il diritto umano più formalmente protetto dal diritto internazionale e che gli obblighi imposti agli stati, di conseguenza, sembrerebbero non lasciare alcuno spazio di manovra. La tortura, infatti, è proibita, sempre, ovunque e contro chiunque, anche nelle maggiori emergenze, come le guerre, i disordini interni, le catastrofi naturali o quelle causate dall’uomo, e anche nei confronti delle persone più temute od odiate, come i soldati nemici, le spie, i peggiori criminali e i (presunti o reali) terroristi.

Ma il bilancio effettuato dall’organizzazione umanitaria a trent’anni dalla Convenzione ONU è decisamente negativo, anche se risulta impossibile fare una valutazione globale e statistica assoluta della dimensione del fenomeno. I governi, infatti, s’impegnano più a negare o a celare l'esistenza della tortura che a indagare in modo efficace e trasparente sulle denunce e a perseguire i responsabili.

Pur non essendo disponibili statistiche affidabili per ogni stato, però, le ricerche e le prove raccolte da Amnesty International ci obbligano a ritenere che la tortura sia ancora molto diffusa.

.

Negli ultimi cinque anni, infatti, Amnesty International ha segnalato torture e altri maltrattamenti in almeno tre quarti dei paesi del mondo (in 100 paesi nel 2013, in 79 - al momento - nel corso del 2014): episodi isolati in alcuni casi, strategie sistematiche (e sistemiche) in molti altri.

A subire la tortura, in questi ultimi anni, sono, in particolar modo, le seguenti categorie di individui: coloro che (nonostante divieti e minacce) non hanno rinunciato ad esercitare il proprio diritto alla libertà di espressione; gruppi di una particolare religione o altre minoranze; individui presi di mira per la loro identità (anche sessuale); sospetti criminali; appartenenti a gruppi armati; gruppi sospettati di atti terroristici o altrimenti ritenuti un pericolo per la sicurezza nazionale

 

I bambini in custodia della polizia, poi, costituiscono una categoria particolarmente vulnerabile allo stupro e ad altre forme di violenza sessuale, sia da parte di agenti di polizia che di altri detenuti.

Situazione analoga si registra in molti paesi per quanto concerne le donne, per responsabilità di funzionari statali.

Detenute/i lesbiche e gay, inoltre, possono essere vittime di violenze sessuali o altri tipi di violenze più frequentemente rispetto a detenuti eterosessuali, sia da parte di altri prigionieri che del personale penitenziario.

 

E, ancora una volta, Amnesty International si ritrova ad interrogarsi in merito alle cause di un fenomeno tanto orribile quanto diffuso.

Due risultano essere le ragioni principali: da un lato, i vantaggi/benefici che i governi traggono o credono di trarre dal farvi ricorso; dall’altro, l’esistenza di una cultura dell’impunità, che produce l’assenza di un obbligo di rendere conto della tortura e l’incapacità di portare davanti alla giustizia i responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario.

In molti paesi, - leggiamo nel briefing della Campagna - la tortura è spesso usata non solo per infliggere dolore a una determinata persona, ma anche per terrorizzare altri (siano essi sospetti criminali, dissidenti politici o individui percepiti come nemici) o per scoraggiarli a intraprendere qualsiasi azione che il governo giudica lesiva dei propri interessi. La tortura è spesso una scorciatoia violenta per estorcere “confessioni” e una vittima sotto tortura è spesso disposta a firmare qualsiasi cosa. Questo, insieme alla collaborazione dei tribunali che chiudono un occhio, consente di ottenere condanne in modo rapido e senza intoppi, anche se i veri criminali possono essere ancora a piede libero. La volontà di umiliare, il comportamento abitudinario della polizia e l'estorsione di denaro alle vittime, costituiscono ulteriori motivazioni della tortura.”

Queste, infine, le richieste/proposte del Movimento, nella convinzione che solo garanzie efficaci potranno offrirci la soluzione-chiave per risolvere il problema, sconfiggendo la tortura (cosa questa ben confermata sul piano storico):

-       Le garanzie essenziali sono:

Al momento dell'arresto:

• garantire che l'arresto sia eseguito solo da pubblici ufficiali autorizzati e su basi appropriate;

• informare le persone sui motivi dell'arresto e sui loro diritti;

• assicurare alle persone arrestate il diritto di comunicare con le famiglie e con altre persone;

• prevenire la tortura e gli altri maltrattamenti durante i trasferimenti dei detenuti, compresi quelli dal luogo di detenzione al tribunale e viceversa;

• conservare la documentazione ufficiale degli arresti.

 

Durante la detenzione:

• proibire la detenzione segreta e in incommunicado assicurando l'accesso, per esempio, a cure mediche, alla consulenza legale, ai tribunali e ai familiari;

• assicurare che tutti i detenuti siano trattati umanamente, in condizioni di detenzione dignitose e che favoriscano il benessere mentale e fisico dei detenuti;

• rendere facilmente disponibile l'accesso a un meccanismo indipendente, imparziale ed efficiente cui presentare le denunce senza subire conseguenze negative.

 

Durante il procedimento giudiziario:

• assicurare che i detenuti siamo portati prontamente davanti a un’autorità giudiziaria indipendente;

• rispettare il diritto di accedere a un avvocato sin dall'inizio della detenzione;

• assicurare che i detenuti possano contestare la legalità della loro detenzione;

• proibire che in tribunale siano usate dichiarazioni ottenute con la tortura o altri maltrattamenti, eccetto il caso in cui possano costituire prova dell’avvenuta tortura o altro maltrattamento.

 

Durante l'interrogatorio:

• proibire tutte le tecniche di interrogatorio e le misure coercitive che equivalgono a tortura o maltrattamenti;

• registrare in video o almeno in audio tutte le sessioni di interrogatorio;

• garantire la presenza degli avvocati durante gli interrogatori;

• garantire il diritto a un interprete;

• stabilire la possibilità di accedere a esami e trattamenti medici durante tutta la fase degli interrogatori;

• conservare resoconti dettagliati di ogni sessione di interrogatorio;

• separare le autorità responsabili della detenzione da quelle preposte all'interrogatorio.

 

Detenuti speciali

Le norme e gli standard del diritto internazionale indicano i bisogni specifici di gruppi particolari di persone che sono stati privati della libertà, inclusi bambini, donne e persone disabili.

Dopo il rilascio

Il rilascio dalla custodia è un momento di ulteriore rischio. Le persone rilasciate dovrebbero sempre poter esercitare i loro diritti nel caso in cui abbiano subito tortura o altri maltrattamenti durante la custodia.

Questo significa che occorre:

• mantenere un’adeguata documentazione del rilascio;

• prevedere un meccanismo di denuncia indipendente ed efficace per i detenuti rilasciati, con garanzie contro ritorsioni e vessazioni nei confronti di coloro che denunciano e delle loro famiglie;

• rendere disponibile documentazione medica (esiti di esami e certificati) rilasciata da esperti qualificati e indipendenti di medicina legale;

• impedire i trasferimenti, diretti o tramite paese terzo, verso destinazioni dove una persona potrebbe essere a rischio di tortura o maltrattamenti.

 

Meccanismi di monitoraggio/controllo

• È fondamentale assicurare che tutti i luoghi dove le persone sono private della libertà siano monitorati in modo efficace e indipendente. Allo stesso modo, meccanismi efficaci di sorveglianza dovrebbero monitorare il comportamento delle forze di sicurezza.

• Il monitoraggio delle strutture di detenzione potrebbe essere condotto da organizzazione e organismi quali: ? istituzioni nazionali per i diritti umani;

? meccanismi nazionali preventivi stabiliti dal Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura, o modellati su di esso;

? Organizzazioni non governative nazionali, regionali o internazionali;

? organismi regionali come il Relatore speciale dell'Unione africana sulle prigioni e le condizioni di detenzione oppure il Comitato del Consiglio d'Europa per la prevenzione della tortura;

? organismi internazionali come il Sottocomitato sulla prevenzione della tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, disumani e degradanti del Comitato contro la tortura, il Comitato contro la tortura e il Relatore speciale delle Nazioni Unite contro la tortura.”* *

 

 

I 30 anni trascorsi sono molti, ma non moltissimi. Potrebbe sembrare che nulla sia cambiato, ma non è così. La coscienza umana, nonostante le perduranti ipocrisie e contraddizioni, ha intrapreso un viaggio difficile, ma che ci sta portando, passo dopo passo, a ritenere cose come la tortura relitti ignobili di una storia di cui ci vergognamo e che facciamo sempre più fatica a comprendere. Di una storia che, sempre più fermamente, non intendiamo replicare.

 

 

 

 

*Amnesty International, Tortura anni ’80, Edizioni Studio Tesi, febbraio 1985

 

** LA TORTURA OGGI: 30 ANNI DI IMPEGNI NON MANTENUTI

http://www.amnesty.it/flex/FixedPages/pdf/stop-tortura/media-briefing.pdf

 

violo1

antonio

mironov1

notizie nazionali def

logo .net 2

matteobarale logo212

da