Errore
  • JUser::_load: Unable to load user with id: 1262
flag_rotate-03flag_rotate-02flag_rotate-13flag_rotate-12flag_rotate-09
Antonio Russo

VIDEO 1

VIDEO 2



«Anna come Antonio, chi parla di Cecenia muore». Così l'Information Safety and Freedom, organizzazione di giornalisti a difesa della libertà di stampa, ha collegato in un comunicato stampa l'assassinio della giornalista russa Anna Politkovskaya alla morte di Antonio Russo in Georgia, il paese dove l'inviato di Radio Radicale si trovava per seguire il conflitto ceceno.

E’ morto Antonio Russo

L’autopsia rivela che l’inviato di Radio Radicale è stato ucciso da colpi inferti alla cassa toracica che hanno provocato lesioni interne letali. Radio Radicale ha raccolto la testimonianza dell’ambasciatore italiano in Georgia, Michelangelo Pipan.

Il collegamento con l’ambasciatore

Intervista a Beatrice Russo: «Antonio amava la verità e la giustizia»

Ad Antonio Russo verrà dedicato un premio giornalisto per il reportage di guerra e un film.

A differenza di quanto inizialmente ipotizzato il corpo di Antonio Russo non fu trovato nella strada che portava da Tbilisi verso la gola di Pankisi, bensì sulla strada che dalla capitale cecena porta al confine con l’Armenia. L’elemento - emerso dal referto medico georgiano - è particolarmente significativo poichè su questa strada c’è la base russa di Vasiani.

La matrice russa, del resto, era emersa chiaramente anche da fatti e date politiche: nel suo ultimo intervento pubblico, Antonio Russo aveva parlato del possibile uso dei proiettili all’uranio impoverito in Cecenia, in una conferenza sull’impatto ambientale della guerra in Cecenia che la Federazione Russa aveva fortemente contrastato, arrivando ad accusare il presidente Georgiano Shevarnadze di collaborare con il terrorismo. Soprattutto, però, in quella sede Antonio aveva esplicitamente fatto riferimento alla sua ulteriormente motivazione che l’aveva spinto in Georgia: raccogliere documenti e prove a difesa della incredibile ed infamante accusa che la Federazione Russa, aveva rivolto contro il Partito Radicale Transnazionale chiedendone l’espulsione dall’Onu: narcotraffico, pedofilia e terrorismo. Qualche giorno, qualche ora prima della sua morte, Antonio aveva poi comunicato ad Olivier Dupuis di essere in procinto di tornare in Italia per portare la documentazione raccolta a difesa del Pr e contro la Federazione Russa. Quei documenti trafugati dalla casa georgiana di Antonio, proprio nella notte del suo omicidio.

L’ultimo intervento pubblico (finora inedito) di Antonio Russo: Impatti della guerra sull’ambiente

4 ottobre 2006 - Giulio Savina, che ha partecipato alla missione Osce per l’addestramento dei soldati georgiani, parla del servizio mandato in onda dalla tv georgiana Rustavi 2 in cui si denuncia il coinvolgimento dei servizi segreti militari russi nell’uccisione di Antonio Russo

12 novembre 2000 - L’articolo del quotidiano britannico The Observer

Antonio Russo in Kosovo

Antonio Russo - che per Radio Radicale era stato inviato anche in Algeria, Rwanda, Zaire, Bosnia e Kossovo - aveva affrontato altre volte in prima linea i rischi legati all’essere una voce di informazione libera in situazioni di conflitto. Nella primavera del 1999 si trovava a Pristina nei giorni più cupi della pulizia etnica attuata da Belgrado in Kossovo, avendo rifiutato di abbandonare la città sotto assedio come era stato ordinato alla stampa dall’esercito serbo.

Il 30 marzo da Radio Radicale si perdono le sue tracce. Sono giorni terribili, nel corso dei quali si teme il peggio.

Ma tre giorni dopo ricompare a Skopije, in Macedonia, dove arriva mimetizzandosi nelle colonne di profughi che scappano ai retaggi effettuati dalle milizie serbe. Nel corso della conferenza stampa convocata negli studi di Radio Radicale da Marco Pannella e Massimo Bordin, Antonio Russo interviene telefonicamente raccontando le sue ore da “profugo kossovaro”.

Antonio Russo è salvo: «Io, nell’esodo di profughi dal Kosovo»

L’uccisione di Antonio Russo si lega in parte alla richiesta di espulsione dall’Onu, avanzata dalla Russia proprio durante la permanenza di Russo in Cecenia, nei confronti del Partito radicale transnazionale, reo di aver concesso diritto di tribuna, alla Commissione diritti umani delle Nazioni Unite, a rappresentanti del popolo ceceno definiti “terroristi” da Mosca.

Il comitato dell’Onu chiamato a decidere sulla richiesta Russa, nella sorpresa generale, bocciò per la prima volta dalla sua esistennza una raccomandazione presentata da uno dei membri permanenti delle Nazioni Unite con un voto contrapposto (23 voti contro la proposta russa, 20 a favore e 9 astenuti).

Storica vittoria del PR all’ONU “in memoria di Antonio Russo”: Radiocronaca e commenti a caldo

Antonio Russo era un free-lance, abituato a vivere in prima persona gli eventi più scottanti. Non aveva voluto iscriversi all’Ordine dei Giornalisti. Ha lavorato a Radio Radicale dal 1995 alla sua morte.

(Materiale gentilmente concesso da Radio radicale)

 

Antonio Russo

Lunedì 01 Agosto 2011 01:57

Antonio Russo

Scritto da

Inviato da Radio Radicale nelle zone calde del Pianeta, meglio di altri seppe "condividere" con i meno fortunati il dramma del conflitto e spiegarlo all'opinione pubblica mediante le sue memorabili cronache: Algeria durante gli anni dei massacri integralisti, Burundi e Ruanda per documentare la guerra tra hutu e tutsi e il dramma per i profughi, Colombia, Ucraina, Kossovo e, ultima, la Cecenia.

Famose le dirette: da Pristina del Kossovo, alla fine del marzo '99, lo si sentì per telefono "in diretta" raccontare l'esodo dei profughi che tentavano di sfuggire all'assedio dopo settimane di fame e di isolamento.

Copiosa la documentazione che riuscì a mettere a disposizione del Tribunale dell'Aja.

Giornalista più giornalista dei colleghi iscritti all'albo di cui ne contestava l'esistenza, Antonio Russo, ex Vice-presidente della Free lance International Press, oltre che condividere i principi che animavano e animano il partito Radicale fece propria la causa del Movimento Federalista Europeo, arrivando a pubblicare, egli stesso editore, una collana di libri ispirati alle tematiche del movimento.

Pluripremiato dalle più alte cariche nazionali, e non solo, amava la verità e la giustizia.

E' stato barbaramente trucidato in Georgia.

Il suo nome appare ad Arlington, presso il Museo della Stampa di Washington, inciso nella lapide dei Martiri, insieme a quello di altri 25 giornalisti scomparsi nel 2000.

Breve profilo biografico di Antonio Russo

E’ un bambino silenzioso che quasi non parla, invaghito di miti classici della grecità, la futura voce che racconterà a tutto il mondo la deportazione dei kosovari albanesi nel marzo 1999. Nato nel 1961 a Chieti, è prelevato da un orfanotrofio abruzzese a circa 6 anni. Cercherà con disperazione, per tutta la vita, la sua vera origine. Ad un amico, dirà che, forse, i suoi veri genitori sono dei kosovari. Già orientato alla prassi, lascia negli anni ’80 la Facoltà di Veterinaria di Pisa per iscriversi, nell’86, alla Facoltà di Filosofia de “ La Sapienza” di Roma. Sempre nell’86 fonda con un gruppo di studenti la rivista “Philosophema”, cui dedicherà gran parte del suo impegno intellettuale. Spregiudicato, acuminato come gli illuministi che amava, all’Università approfondisce i problemi di filosofia del linguaggio e di filosofia della scienza. Da editore autogestito e autoprodotto, pubblica “ Lineamenti di una teoria dell’etnocidio” del filosofo di teorica Rodolfo Calpini e “La storia infinita”, raccolta di profili storiografici sul tema del nazionalismo tragicamente risorto nel mondo post-bipolare. Il giornalismo si staglia come una scelta più lenta: lo attraggono la militanza politica nella Gioventù Federalista e gli assemblearismi degli ambienti radicali. Nel ’94, attraversa in chiave pedagogica la piccola rivista “Specchio”, poi è ancora nei seminari internazionali di Ventotene della Gioventù Federalista. E’ qui che la vocazione cosmopolita sboccia conducendolo al giornalismo. Intellettuale che “ dice la verità” sempre e comunque, antiaccademico, che rifiuta, da outsider, di specializzarsi in funzione del potere, prima dell’arrivo a Radio Radicale matura una  lunga serie di umiliazioni: le redazioni italiane gli chiudono decisamente le porte. Note le sue missioni per Radio Radicale: Cipro, Algeria, Kossovo, Ruanda, Cecenia. Il giornalismo di Antonio Russo intreccia nella scrittura motivi da classico hemingwayano, il freddo ragionamento sulle logiche della realpolitik, fino a notazioni da etnografo pratico. Ha scritto una pagina gloriosa della stampa mondiale semplicemente vivendo la guerra con gli occhi di chi, secondo lui, la subiva più degli altri. Muore fragorosamente in Cecenia, urlando, con il suo corpo torturato tutto il carico di angoscia di lucido intellettuale del suo tempo. Partigiano per poter dire il dolore della Storia, per ironia della stessa, sulla sua fine grava un silenzio di piombo: quel silenzio su cui si è appuntata attraverso una fervida passione  filosofica, la sua stessa riflessione sulla guerra.

Venerdì 22 Luglio 2011 01:50

Scritto da

Solzenicyn “ La Cecenia è una nazione sulla quale la psicologia di sottomissione non ha avuto effetto. I ribelli non sono individui isolati, ma la nazione intera”

La Cecenia è il “ peggio del peggio” dicono i pochi giornalisti e operatori umanitari che vi hanno avuto accesso nel corso delle due ultime guerre. Grozny è una cattedrale di spettri: carri pieni di vecchi e bambini. Dispersi, morti, torturati. Muta, silente, assente, la capitale cecena è schiacciata dal peso di una astuta campagna militare e mediatica, cui fa da contrappeso il distratto silenzio della comunità internazionale. Genocidio? Sì, a dire la verità.  No, per non pronunciare una parola fatale rispetto ai casi di genocidio già riconosciuti cui il volto sfregiato della nazione cecena tanto somiglia.

Quando scoppia il primo conflitto russo-ceceno, l’Europa assiste sonnecchiando ai truci accadimenti del Ruanda. 1996: arriva la pace e, con essa, l’emergere della figura di Maskhadov, capo di una guerra partigiana e simbolo dell’orgoglio di una nazione che vuole ricostruire se stessa.

Poi, di nuovo, la guerra. Putin serra il campo all’informazione e conduce una “pace del terrore”: profitti di guerra, mafia, arresti di civili ceceni. L’ascesa del capo del Cremino è ben calibrata sul caso Cecenia: la chiama guerra contro il terrorismo ma è contro i civili che si usano armi chimiche e ripetuti attacchi aerei. I toni della guerra si inaspriscono con l’assegnazione  della sua direzione all’ Fsb e l’istituzionalizzazione di una forma di terrore sempre più sorda e strisciante. L’11 Settembre sarà la fortuna di Putin: gli consentirà di sigillare nel ferro il teorema del terrore.  I ceceni sono i colpevoli, quelli da punire. Eppure combattono. Per “amore della libertà” dicono loro. Il diritto alla resistenza nazionale che è una sfumatura di questa libertà, disegna i tratti di una vera e propria guerra  civile di resistenza.

Il conflitto riapre con la Russia un trauma antico. L’intera identità nazionale si è annodata attorno ad una mitica età dell’oro ante-Russia, dilacerata dalla ferita della deportazione staliniana del 1944.  Nei fatti, ciò che i ceceni vogliono è la liberazione dagli usi e costumi russi. Nessun indipendentismo troppo smaccato: nel 1994, nel pieno della lotta di potere tra Gorbaciev e Eltsin, la Cecenia firmerà un trattato che reintegra i territori alla Russia. Nessuno Stato da restaurare: Moussa Akmadov chiede la difesa della lingua e della cultura cecena e la piena integrazione nel mercato russo. La proclamazione dell’indipendenza nel 1991 è solo la miniatura di tante derive della transizione post-sovietica.

Ancora nuove fratture nella società cecena: i giovani hanno dimenticato e Dudaev ha contribuito a produrre le fede nei presunti benefici dell’indipendenza. La guerra è ormai ripresa, il fallimento dei trattati del 1996-97 palese. Solo le mediazioni di Maskhadov tra indipendentisti e radicali arriverà a porre il nodo politico della questione cecena nella richiesta di riconoscimento del diritto internazionale tra i due popoli e nell’appello alla rinuncia alla forza tra le parti. Nel marzo 2003, si lancia l’appello per un piano di pace simile al “ Kosovo”: la consapevolezza politica della necessità di garanzia di una sicurezza internazionale sigla il tratto nuovo della dirigenza cecena.

Quali i motivi di questa guerra? Se lo spettro del petrolio si aggira evidente nella prima fase di essa, il secondo conflitto rimane incastonato in dinamiche geopolitiche che ne ridimensionano il peso. E’ evidente che la Russia nel ’94, muove guerra alla Cecenia per consolidare le sue posizioni nel Caucaso. La disfatta militare russa ha aperto un vuoto nella regione in cui si sono inseriti gli Occidentali, acuendo tensioni nel Caucaso del Nord e determinando un arretramento delle posizione russe nel Caucaso meridionale. La sconfitta russa avvia un vitalismo pancaucasico: nascono assemblee parlamentari intercaucasiche e  mercati comuni, con tanto di trattative per un condotto che colleghi quello ceceno  a quello di Baku-Soupsa.  Gli americani si aprono a questa zona: per Brezinski, consigliere di Carter, essa rappresenta il chiavistello dell’intera Eurasia. Nel settembre 1998, si svolge a Baku una conferenza che da vita al Tra ceca, una sorta di ripristino di via della seta. Si intensificano le collaborazioni con i paesi della Nato. Il cambiamento più radicale si ha nel Caucaso del Sud, specie in Georgia. Esso avvia un netto riavvicinamento con l’Occidente, di collaborazione con la Nato e di concessione dello Statuto di rifugiati  ceceni nella valle di Pankisi. Si accentuano le pressioni russe sul Caucaso del Sud. Forse è ancora presto per definire la nuova condizione del Caucaso. E’ certo che i nove anni di guerra hanno accentuato le fratture tra Caucaso del Sud e Caucaso del Nord, contribuendo a isolare il primo dalla Russia. Nessuno mette in discussione l’appartenenza della Cecenia alla Russia. In giocosono piuttosto l’Azerbaigian, la Georgia e l’Armenia. Forse, la Cecenia potrà essere una carta importante del “Grande Gioco” delle potenze nell’area. Ma resterà tale? Il rischio è che il rapido mutamento degli equilibri geopolitici dell’area e l’intreccio delle varie agende politiche possa rendere la guerra in Cecenia  al centro della ricomposizione degli stessi.

L’ascesa di Putin coincide comunque con un richiamo all’ordine dei media: il sequestro della commedia Nord-Ost appare rivelatore della alchimie in atto nella Repubblica secessionista. Il Cremino prende una serie di provvedimenti di controllo dell’informazione. Chiude la piccola rete regionale Moskovia; Mosca minaccia la chiusura della Radio Eco di Mosca per aver diffuso interviste  di sequestratori ceceni. A Schuster, presentatore della NTV si obietta di aver trasmesso l’assalto delle forze dell’ordine; di aver dato parola ai familiari delle vittime; di aver decifrato da una cassetta trasmessa da alcuni funzionari, i piani di Putin, decifrando il movimento delle sue labbra. E’ il 2002 e il Parlamento vota all’unanimità una legge che evita l’esposizione di operazioni antiterrorismo. Edanovitch, portavoce delle operazioni russe in Cecenia è nominato ai vertici della Rtr. Ntv è rimessa in onda nelle mani di un consorzio di uomini vicini al Cremino. I giornali indipendenti sono strangolati dai processi. Ormai, si può entrare in Cecenia solo con i viaggi Iastjembski e somigliano sempre di più ai viaggi Potemkin di Caterina la Grande, appositamente creati  per dare una parvenza di ricchezza ai villaggi contadini della Russia.

Intanto, la Cecenia è sempre più svuotata, fratturata come uno specchio rotto e rischia di trovarsi senza l’immagine di se stessa, quando, forse quando avverrà il momento della ricostruzione.

Mercoledì 22 Giugno 2011 01:43

La congiura del silenzio

Scritto da Antonio Russo


Il secco, inconfondibile e sussurrato tac dell’orologio avverte. Alzo gli occhi anche se non ce ne sarebbe bisogno. Lancio una veloce occhiata, le 18,30. Ho capito,  comincia il balletto.

E’ il marzo del ’99 a Pristina.

L’operazione Nato è in atto da giorni e la televisione tra poco ululerà il suo clac mortale e il silenzio sarà l’unica compagnia di una attesa.

Mi affaccio dalla finestra per registrare rumori, sussulti di una città condannata a morte.

Le strade sono deserte. Quella principale che conduce a Vellania è sgombra del solito check point della polizia. Quanti ricordi in quei check point maledetti.

La strada che conduce a Villania parte dalla grande moschea di Ali Pascia per poi arrampicarsi a sinistra zigzagando verso la collina.

Su questo tragitto nei mesi passati si svolgeva il gioco dei controlli della Milizia su chiunque passasse. Era un gioco tragicomico, una sorta di gatto e topo, dove un ironico croupier si divertiva a tenere banco. L’ora era sempre la stessa, le 7,30. All’imbrunire, la Polizia militare soprannominata “gli uomini blu”, come uno stormo di nottole usciva disponendosi nei punti principali d’ingresso del quartiere per Brasniesvki.

Un caldo caffè che bevo mi riporta ad un presente dai tragici presagi. Ritornano immagini di Sarajevo durante la guerra bosniaca, una città anch’essa umiliata nella sua dignità passiva, nell’attesa di una dichiarazione di morte.

A Pristina la differenza è l’abbandono, l’accettazione di una spugna gettata sul ring da parte del mondo nel denunciare l’efferatezza di una sentenza, la soluzione finale sola, blindata, incompresa, usata nel suo forzato isolamento.

La pulizia etnica appartiene al paradosso di una privacy non dichiarata ma accettata dalle politiche di sovranità.

Nel tramescolare della memoria, il suono del campanello mi richiama. Corro senza sapere chi possa essere. Apro e sono i vicini, mi chiedono di poter telefonare a Premiza, per avere notizie dei loro parenti.

Sono due ragazze di circa 22, 23 anni, semplici nel loro imbarazzo, cercano il contatto, la pazienza della ripetizione dei gesti per un numero telefonico nasconde il nervosismo angosciato di una risposta.

Attendono, riprovano, incrociano i loro sguardi assorti nel dubbio. Mi guardano chiedendomi: si, perché?

Balbetto loro che la guerra è qui, a divertirsi delle congiure del silenzio.

Finalmente, dopo l’ennesimo tentativo, prendono la linea, parlano concitatamente. Il loro sguardo per un momento si rasserena, le tristi paure si allontanano al solo sentire la voci dei propri cari.

Stanno bene. La città la stanno svuotando con i rastrellamenti, saccheggi, distruzioni sono la quotidianità.

Il cibo scarseggia e la paura non da loro modo di fuggire. Dopo tutto viviamo Inshallah, per volontà di Dio. Curiosamente ritrovo a vivere la concitata esistenza degli assediati, di prigionieri non dichiarati. Ci scambiamo sorrisi e sguardi di consolazione, ci domandiamo quale possa essere il nostro destino e, al contempo, l’istinto femminile osserva il disordine della camera dove lavoro, vivo, passo le notti. All’unisono si apprestano a pulirmi la stanza, riordinandola e anche la cucina. Mi imbarazza, cerco di dire loro che non importa, che lo posso fare anch’io. Bugiardo dico a me  stesso. Non  c’è cosa più meravigliosa di una donna che nei momenti più tristi si affaccia solo per dichiararti una solidarietà, una presenza quasi protettiva, rassicurante, silenziosa, dove il domestico rumoreggiare di richiami mi riporta ai tempi felici. Mi chiedono quanti anni abbia e perché non sia sposato, non è un bene per un uomo essere senza famiglia e senza figli. Gli imbarazzi di domande e risposte scompaiono di fronte all’emergenza. Si solidarizza pur nella solidarietà.

Ci salutiamo e ritornano nella casa prossima alla mia dove il resto della famiglia vive.

Profughi da Sdremiza vivono ormai da quattro mesi in questa casa messa a disposizione da un conoscente. I loro sei bambini sono, ai miei occhi, la cosa più cara, le loro voci mattiniere hanno rallegrato, quasi a miracolo, i giorni trascorsi. Gli spari, la granate, unico rumore che rompeva il silenzio tombale della città, scomparivano di fronte all’incosciente gioco dei fanciulli. Un giorno li vidi giocare dietro casa, in un campo aperto dove la visuale per i cecchini era delle migliori. Nessun riparo, nessuna possibilità di mettersi in salvo. Poco distante dal muro di facciata della casa c’era la carcassa di un cane, ucciso da una delle tante gragnuole dell’offensiva serba alla periferia della  città, forse da qualche cecchino posizionato sulle alture antistanti il nostro quartiere. Con la massima disinvoltura i pupi trotterellavano avanti e indietro, in un gioco la cui fantasia mi era sconosciuta, incuranti di quella carcassa, di quel terrore che non risparmiava neanche gli animali.

Gli spaventati richiami dei genitori per farli rientrare a casa non sortivano alcun effetto; la loro gioia comunque prevaricava qualunque logica. Li guardavano divertiti, ironici sfrontati nella loro dichiarazione di vita. Presi la macchina fotografica e scattai alcune foto con il pensiero di una cara memoria da portare con me.

Squilla il telefono, rispondo. E’ una delle tante corrispondenze con il mondo che comunque cercavo di fare, resoconto di una esecuzione in atto, denuncia di come l’intelligenza propagandistica serba approfittasse dei bombardamenti Nato per lavorare più alacremente nella pulizia etnica e nello svuotamento della città. Gli attacchi ai quartieri in perfetta coincidenza con gli attacchi Nato.

Le case bruciate come enormi falò dipingevano le notti di oscuramento. Mi appresto a passare l’ennesima notte, preparo la candela. La notte scende nella sua inesorabile complicità. Le case si serrano, le serrande si chiudono come occhi per la buonanotte. I cani si preparano a spadroneggiare per le strade, spavaldi netturbini dell’abbandono.

Non si dormirà, la notte sarà lunga. L’unico momento di quiete sarà verso le 3 di mattina.

Accendo la candela solo quando non riesco a trovare qualcosa. Per il resto mi orizzonto al buio quasi come un cieco. Aspetto l’inizio degli attacchi e raccolgo le idee sugli appunti presi durante il giorno e le mie perlustrazioni per la città per i prossimi reportage che, durante la notte, dovrò fare.

Nelle pause tra una chiamata e l’altra, non posso fare a meno di ricordare la simpatica vitalità di Bellania, il quartiere di Rugosa, il futuribile Presidente di una futuribile Repubblica del Kosovo.

Quella febbrile vivacità durante il giorno. Decine di studenti dai 18 anni in poi la mattina, verso le 7,30, si ritrovavano in un allegro consesso nell’attesa di entrare nelle strette, anguste sale ricavate da case private.

Educazione, cultura, futuro. Tutti i giorni, da mesi oramai scendendo in centro li incontravo chiassosi quanto mai, irriverenti come tutte le generazioni studentesche. Dalla finestra li vedevo scherzosamente nell’ora sportiva per poi riconcentrarsi nelle aule, chini sui banchi anni ’60, dalla fòrmica verde e li scorgevo dalle grandi finestre di aule quattro metri per cinque, pigiati in 20 o più, stancamente assorti nelle lezioni.

Al mio passaggio ci incontravamo con gli sguardi fra il curioso e il gentilmente indispettito testimone della loro quotidianità, scambiandoci un implicito buon giorno.

Nonostante l’apparente normalità, la guerra era lì. Non c’è cosa più terribile delle guerre non dichiarate, dove solo la forza dei nervi aiuta a sopravvivere.

Un sussulto, inizia il carosello.

Sono circa le 8,30. La notte avvolge come in un piumone la città, quasi a voler attutire o nascondere quello che qui stava succedendo.

Un’offensiva feroce era da poco iniziata da parte serba, nella zona sud della città a circa 5 chilometri dal quartiere Matucian, situato alle spalle di Villania dove mi trovavo.

Si percepisce senza difficoltà l’avvicinarsi degli spari. E’ chiaro che è in atto una serrata offensiva per sbaragliare le posizioni sulle colline presidiate da soldati della HLK e dalla difesa civile e nel contempo, per finire di circondare, stringedoli in una morsa di ferro, i restanti quartieri a sud di Pristina, eliminando così l’ultima possibilità di fuga in direzione di Skopie.

La trappola si sta sempre più chiudendo nell’inesauribile piano di soluzione finale.

E’  chiaro a tutti noi che è una questione di ore prima che il destino si compia. E da questo impietriti, ci anestetizziamo in un’attesa infernale.

Ecco, di lì a poco, le 10 e 30 circa, iniziare i bombardamenti Nato.

Un amaro sorriso ci disegna i volti, un irrisorio scoppio di speranza dipinge un cuore stanco delle tante attese e infingimenti sulle nostre aspettative.

Che dire a me stesso? Cauto ottimismo, ferma diplomaticità nel nascondermi la premonizione di quello che là fuori, fuori dalla finestra è come un film.

“Natenenia”, buona notte Pristina. E con le dita spegnevo la luce di una candela che quasi a faro illuminava il gioco di luce sul tavolo.

Inshallah

Antonio Russo

 

violo1

antonio

mironov1

notizie nazionali def

logo .net 2

matteobarale logo212

da