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Mercoledì, 05 Febbraio 2020 19:53

Pantopoliocene

Written by Carlotta Caldonazzo
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In riferimento al termine antropocene, con cui si indica l'epoca iniziata con la Seconda rivoluzione industriale e tutt'ora in corso, ci si potrebbe domandare se non sia opportuno, piuttosto, parlare di pantopoliocene, ossia di un'era in cui tutto è reificato e mercificato, in vendita: fenomeni naturali, dinamiche sociali e relazioni internazionali.

 

A causa della licenza [la democrazia] contiene tutti i generi di costituzione e probabilmente chi vuole costruire una città, come noi facevamo poc'anzi, deve recarsi in una città democratica, scegliere il tipo di Stato che più gli piace, come se fosse arrivato a una fiera delle costituzioni, e, dopo aver scelto in tal modo, fondare la città. (Platone, Repubblica, 557d). Queste parole, pronunciate dal personaggio di Socrate nella Repubblica di Platone in riferimento all'ordinamento democratico, sembrerebbero, oggi, particolarmente adatte a comprendere il principio fondante delle democrazie neo-liberali, nelle quali, tanto in politica interna quanto in politica estera, il piano finanziario si è imposto come fattore dominante nelle scelte compiute dalle classi dirigenti in domini tradizionalmente qualificati come di pubblico interesse, poiché legati ai diritti fondamentali della persona: il lavoro, le politiche abitative, l'istruzione e la cultura, la sanità, il diritto alla pensione. Si tratta di un aspetto che sembra distinguere queste forme di democrazia da quelle del secolo scorso, nelle quali la classe lavoratrice, in quanto anello fondamentale del sistema produttivo, conservava un certo potere di contrattazione. Infatti, se le prime due rivoluzioni industriali, in particolare la seconda, avevano conferito un peso politico notevole ai partiti e alle forze politiche e sindacali che rappresentavano i lavoratori, le maggiori conquiste in termini di diritti sono avvenute dopo il secondo conflitto mondiale, quando il confronto con l'Unione sovietica spingeva a venire incontro alle esigenze di quelle classi che avrebbero potuto rappresentare una solida base di consenso per i partiti e i movimenti di sinistra. In realtà, è piuttosto l'adozione di un certo tipo di sistema economico-produttivo a influenzare (quando non a determinare) le linee politico-culturali della classe dirigente. Valeva tanto nell'Atene del V secolo a.C., in cui l'aristocrazia era la classe dominante nel quadro di un'economia basata sulla schiavitù, quanto nelle società interessate dalla seconda rivoluzione industriale, caratterizzate da un'economia di tipo capitalistico. Contesti, questi ultimi, le cui dinamiche trovano una notevole sintesi nell'arte, nella letteratura e nel cinema a partire dalla seconda metà del XIX secolo.

 

Pur richiamandosi nella teoria all'imprenditorialità, alla libera iniziativa, all'individualismo e alla competizione per il successo personale, nella pratica, il capitalismo subordina qualsiasi istanza a quella della produttività e della concorrenza nella produzione e nel commercio di beni e servizi. In una parola, al mercato. In tale prospettiva, la libera iniziativa per avere successo deve iscriversi nei meccanismi del mercato, che oggi è un mercato globale. In caso contrario, causa all'individuo che la esercita esclusione ed emarginazione sociali, potenti deterrenti in grado di indurre le masse (nella concorrenza l'ordine quantitativo prevale quasi sempre su quello qualitativo) a prendere liberamente iniziativa solo nella direzione più funzionale al mercato, non considerandone il carattere disfunzionale rispetto allo sviluppo dell'individuo e della sua personalità. Le stesse nozioni di progresso e sviluppo sono elaborate e definite in relazione al successo economico e materiale, senza alcun riguardo, se non qualche cenno di compassione formale, per ciò che favorisce la crescita e il rafforzamento dell'individuo nella sua autentica dimensione esistenziale. Inoltre, per far fronte agli effetti disastrosi delle dinamiche innescate da un simile approccio, non si fa che mettere in piedi palliativi inefficaci a lungo termine (nella migliore delle ipotesi), fino ad arrivare a strategie repressive più o meno sofisticate e più o meno in linea con le leggi positive e morali. Infatti, per ridurre al minimo il disagio psichico individuale di massa, l'unica soluzione sarebbe andare alla radice, ossia all'ossessione della competitività, che induce la percezione dell'altro come nemico/rivale, dissestando il tessuto sociale. Al contrario, nelle società attuali si tende a identificare capri espiatori che non sono necessariamente incarnati in un tipo o categoria sociale: i migranti, i devianti, generiche allusioni a squilibri psichici o al disagio sociale, una scuola non abbastanza inclusiva (anche se le società neo-liberali attuali sono profondamente esclusive) o la mancanza di sovranità nazionale. Persino la lotta alla corruzione finisce sempre per rientrare in questo quadro.

Lo stesso discorso vale per la sensibilità ecologica o per le innovazioni nel campo delle nuove tecnologie, come l'intelligenza artificiale. Potenzialmente, si tratta di istanze positive per un autentico sviluppo sociale, ma che finiscono per essere inquadrate nei circuiti dell'economia di mercato. Così, per combattere il riscaldamento climatico e i disastri ambientali, si aumenta progressivamente il carico di responsabilità che gravano sugli individui, evitando di chiamare in causa l'inquinamento prodotto dalle grandi multinazionali e da altri organismi potenti e competitivi sul mercato, ivi inclusi i produttori di armi. In altri termini, invece di impegnare le grandi industrie a non produrre rifiuti e agenti inquinanti, finora si è rivelato più semplice appellarsi alla sensibilità dei singoli. Nondimeno, un sistema economico che trae la sua linfa vitale dalla crescita e dall'espansione continue e in(de)finite, su un pianeta con spazi e risorse limitati, ostacola la soluzione dei problemi ambientali molto più di piccoli gesti quotidiani, che pur avendo una loro importanza non sono determinanti. Nel caso delle nuove tecnologie e dell'intelligenza artificiale, un settore dominato dagli interessi privati delle grandi multinazionali di Internet, il rischio è che il potenziamento e l'oltrepassamento dell'umano teorizzato dai transumanisti si riduca in realtà a un ulteriore spostamento delle diseguaglianze sociali sul piano delle capacità individuali. Dunque, come è avvenuto nel caso del culto dell'uomo borghese vincente e di successo del secolo scorso, chi potrà sborsare ingenti somme di denaro per migliorare le proprie facoltà lo farà in uno spirito di competizione e concorrenza funzionale agli ingranaggi del mercato. Quindi otterrà maggiori opportunità di successo, a scapito delle classi sociali già svantaggiate dai meccanismi dell'accumulo di capitale. Anche in rapporto all'intelligenza naturale dell'uomo, il concetto di quoziente intellettivo già nel secolo scorso aveva ridotto l'intelligenza a fattori misurabili e quantificabili, difficilmente adatti a un'entità così complessa e indeterminata. In un certo senso, l'intelligenza dell'individuo nato e cresciuto in una società caratterizzata dall'economia di mercato è già tendenzialmente artificiale, in quanto è progressivamente irregimentata nei meccanismi del mercato.

Per riprendere Platone, le innovazioni tecnologiche permetteranno verosimilmente a ciascuno di acquistare capacità il cui significato, rispetto alla personalità, non appare sempre evidente.

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