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Lunedì, 08 Luglio 2019 08:45

Tra geopolitica e storiografia

Written by Carlotta Caldonazzo
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Di fronte a una Cina che sembra pronta a mettere in discussione la supremazia mondiale statunitense, diversi analisti hanno recentemente chiamato in causa la cosiddetta trappola di Tucidide;un insieme di processi che nell'arco di qualche decennio può sfociare in un conflitto armato maggiore

 

Iniziata dopo il crollo dell'Unione sovietica (URSS) e prolungatasi per tutti gli anni '90 con la diffusione globale del neoliberalismo e la proiezione militare lungo assi strategici con il pretesto dell'intervento umanitario, l'era della superpotenza USA viene messa in discussione ormai da circa un decennio da almeno due rivali. In primo luogo, c'è la Russia di Vladimir Putin, che dai primi anni 2000 basa la sua strategia di ascesa geopolitica su due cardini contemporaneamente: il controllo territoriale di aree strategiche, in particolare nei Balcani, in Medio Oriente – Mediterraneo orientale, in Asia centrale e nell'Artico, e il distacco dalla rete Internet mondiale sotto il controllo statunitense. Questi due cardini sono entrambi orientati (almeno finora) al contenimento delle potenze rivali attraverso una retorica centrata sul pluralismo, ossia su una nozione di coesistenza pacifica, fondata sul principio di non ingerenza di ciascuna potenza nella sfera di influenza delle altre. Si tratta di una logica analoga a quella cui ricorre il Giappone per arginare l'espansionismo cinese nell'Oceano Pacifico, soprattutto di fronte ai ripetuti tentativi di Pechino di conquistare più o meno direttamente il controllo degli stretti. Tanto più che a insidiare più da vicino la supremazia USA sembra proprio la Cina, che, a differenza della Russia, punta su ricerca e sviluppo nel settore delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione, dell'intelligenza artificiale e dell'internet delle cose, secondo quanto programmato dal presidente Xi Jinping nel piano Made in China 2025. Un progresso graduale, che si affianca a quello delle nuove vie della seta, la Belt and Road Initiative (BRI), che attraverso il controllo delle rotte commerciali di Europa, Asia e Africa dovrebbe assicurare con infrastrutture reali un eventuale futuro dominio cinese del cyberspazio.

 

Questa conflittualità latente si realizza in una miriade di conflitti civili e regionali che innescano concatenazioni di eventi disastrose e molto difficilmente reversibili. Gran parte di queste guerre affonda le sue radici nella strategia attuata dagli Stati Uniti dopo l'implosione del blocco sovietico: assumere gradualmente il controllo economico, culturale e, laddove sia più vantaggioso, militare sulle regioni un tempo parte della sfera di influenza dell'URSS, soprattutto nella fascia compresa tra i Balcani, il Caucaso e l'Asia Centrale. Territori sui quali si estende la BRI di Pechino e le operazioni delle fondazioni statunitensi come quella di Donald Rumsfeld, ex segretario di Stato alla Difesa degli Stati Uniti, che nel 2014 ha istituito il Forum regionale CAMCA (Asia Centrale, Mongolia, Caucaso e Afghanistan), per mantenere contatti continui tra imprenditori e personaggi politici su temi come la democrazia e il mercato libero (in sintesi, la versione neoliberale della democrazia moderna). All'interno di queste due reti di relazioni, uno dei punti deboli di Washington è il Medio Oriente per come si è configurato in conseguenza della politica estera statunitense degli ultimi decenni: in modo più evidente a partire dalla guerra Iran-Iraq, durata per quasi tutti gli anni '80, ma nella sostanza già dal 1953, anno dell'operazione Ajax, un colpo di Stato ordito dai servizi segreti britannico e statunitense, che rovesciò l'allora primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq (colpevole di aver nazionalizzato l'industria petrolifera) e restaurò il regime autocratico di Mohammad Reza shah Pahlavi, il cui sistema repressivo ridusse ai minimi termini l'opposizione socialista e, in generale, laica. Nondimeno, le cause profonde della situazione odierna risalgono per lo più agli anni '90, il decennio della globalizzazione, immediatamente successivo al crollo dell'URSS, durante il quale Washington ha utilizzato alcuni satelliti per puntellare la sua strategia di espansione, quindi di affermazione di sé quale unica potenza mondiale. Tra questi, oltre al Giappone, alla Turchia (per i suoi legami storici con l'islam balcanico, caucasico e centro-asiatico) e a Israele, ci sono le petromonarchie del Golfo, in particolare Arabia Saudita (per la sua influenza storico-culturale sull'islam sunnita arabo) ed Emirati Arabi Uniti.

 

 

È questa la principale ragione per cui il periodo tra il 1990 e il 2001 (anno nel quale il terrorismo islamico di al-Qaida ha avuto significative ripercussioni sugli equilibri geopolitici mondiali) è stato denso di conflitti etnici, confessionali e tribali: per citare gli esempi più significativi, dai Balcani, con la dissoluzione sanguinosa della ex-Jugoslavia e la guerra civile in Albania; al Caucaso, con le guerre in Nagorno-Karabakh, Ossezia, Abkhazia, Georgia, Cecenia e Daghestan; fino all'Asia Centrale, con le guerre civili in Afghanistan e Tajikistan. Una conflittualità per certi aspetti analoga, sia pure con le dovute differenze di contesto, a quella che ha interessato nello stesso periodo il Medio Oriente e l'Africa: sempre per citare alcuni esempi, la guerra del Golfo (1990-91), la rivolta curda in Iraq, il decennio nero in Algeria, la guerra civile in Yemen (quella del 1994) e le ribellioni dei Tuareg in Mali e in Niger. In tutte queste guerre, in modo più o meno diretto e talvolta con il pretesto dell'intervento umanitario, gli Stati Uniti e l'Alleanza atlantica (NATO) sono intervenuti a sostegno di una o più parti coinvolte, provocando squilibri che rendono estremamente difficile stabilire negoziati e colloqui di pace risolutivi. Attualmente, sotto l'amministrazione del presidente Donald Trump, la politica mediorientale è materia di competenza di Jared Kushner, suo genero e consigliere speciale responsabile per il Medio Oriente, pur senza una specifica conoscenza della regione. Inoltre, l'ex segretario di Stato Rex Tillerson, sostituito dopo una breve transizione da Mike Pompeo, ha recentemente affermato davanti al Congresso che Kushner, talvolta assieme all'ex consigliere di Trump Steve Bannon, lo ha tenuto all'oscuro di importanti informazioni, escludendolo dalle sue iniziative diplomatiche. Un esempio è certamente la decisione di buona parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo di isolare il Qatar, della quale Kushner e Bannon erano stati informati da rappresentanti sauditi ed emiratini nel corso di un incontro di cui Tillerson non sapeva alcunché.

 

 

Malgrado i suoi metodi, o forse grazie ad essi, Kushner rappresenta l'alleato ideale dell'Arabia Saudita del principe ereditario Mohamed bin Salman (MBS) e degli Emirati Arabi Uniti del principe ereditario Mohamed bin Zayed (MBZ), le due petromonarchie del Golfo su cui gli Stati Uniti puntano da decenni, assieme a Israele, per controllare il Medio Oriente arabo-islamico. Questi due paesi acquistano ingenti quantità di armamenti da Washington, una scelta particolarmente apprezzata dagli USA di Trump, come dimostra l'ostentazione da parte di quest'ultimo dei contratti multimiliardari siglati con Riyadh. Uno spettacolo che si è svolto nel primo viaggio diplomatico di Trump come presidente, a maggio 2017. Peraltro, una simile concezione mercantilistica della diplomazia che caratterizza Trump, si può considerare una delle forme in cui si realizza il modello dello Stato-azienda, inaugurato da Silvio Berlusconi negli anni '90 (si veda a tal proposito l'articolo https://www.monde-diplomatique.fr/2019/05/MUSSO/59844). Due sono le conseguenze di questa strategia. Anzitutto, Mohamed bin Salman e Mohamed bin Zayed contano sul sostegno statunitense per attuare una politica aggressiva nei confronti dell'Iran, che considerano una “minaccia in comune” con Washington, e per assicurarsi un controllo stabile sui rispettivi paesi. Emblematico è a tal proposito quanto avvenuto a seguito dell'uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi (che peraltro era nipote di Adnan Khashoggi, coinvolto a suo tempo nello scandalo Irangate). In secondo luogo, ha creato poli di potere che rischiano in futuro di generare nuovi conflitti. Un esempio fra tutti, il crescendo di intraprendenza espansionistica della Turchia, manifestazione del progetto neo-ottomano del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Quest'ultimo, infatti, intende estendere l'influenza turca all'islam politico arabo, ragion per cui, a differenza dell'Arabia Saudita, sostiene i Fratelli Musulmani e le formazioni politiche ad esso legate, come Hamas in Palestina. La rivalità latente tra Ankara da un lato e Riyadh e Tel Aviv dall'altro, è emersa in parte proprio con l'uccisione di Khashoggi, avvenuta nel consolato saudita di Istanbul: il presidente israeliano Benjamin Netanyahu ha esplicitamente affermato che un simile episodio, per quanto orribile, non intacca l'importanza strategica dell'Arabia Saudita e di Mohamed bin Salman. Una linea assai simile a quella del presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sissi.

 

In un simile contesto, l'Europa rischia di essere ridotta a territorio di conquista, a teatro di scontro, e di perdere l'ennesima occasione di rivendicare un proprio ruolo geopolitico. Un ruolo che potrebbe essere conquistato sia impedendo, o almeno ostacolando, futuri conflitti maggiori (ad esempio, con una linea più decisamente favorevole alla tenuta dell'accordo sul nucleare iraniano), in particolare nei Balcani e in Medio Oriente, sia investendo nelle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione, che costituisce il nodo strutturale dell'attuale rivalità tra potenze. Magari partendo da progetti come quello del sistema di posizionamento Galileo.

 

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