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Il Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio a Firenze

By Riccardo Massaro January 28, 2026 78

È la sala più grande, più imponente e decorata del Palazzo, anche se il resto della struttura ospita molte stanze affrescate di indubbio valore, in questa si rimane letteralmente schiacciati dalla bellezza artistica di quest’opera rinascimentale.

La sala copre un’area importante, è lunga 54 metri, larga 23 e alta 18 metri; la più grande sala in Italia mai realizzata, in cui in passato veniva gestito il potere civile. Nel 1494 viene qui istituito il Consiglio Maggiore, composto da tremilaseicento membri. Si riunivano milleduecento alla volta e quindi era chiamato il Consiglio Terzato. Il Consiglio dei Cinquecento non è mai esistito durante l'epoca repubblicana e granducale.

La sala si trova al primo piano del Palazzo, aggiunta successivamente alla parte originaria risalente all'epoca di Arnolfo di Cambio (1245-1302).

Ci vollero sette mesi per realizzarla. Cominciata nel luglio del 1945 venne completata nel febbraio 1496 da Simone del Pollaiolo detto il Cronaca e da Francesco di Domenico. Commissionata dal frate ferrarese Girolamo Savonarola che nel frattempo, dopo la cacciata di Piero il Fatuo nel 1494, era diventato di fatto il signore di Firenze. Il chierico divenne promotore di una riforma che avrebbe impedito di accentrare il potere della Repubblica fiorentina in un’unica figura di potere o di qualcuna di fiducia come avevano fatto Cosimo il Vecchio e Lorenzo il Magnifico.

Dopo l’ennesimo tentativo fallito da parte di Piero de’ Medici, Savonarola dispose la creazione del Maggior Consiglio. Questo era formato da più di millecinquecento cittadini che si riunivano però in sessioni successive, così da evitare il controllo del potere decisionale sulla popolazione da parte di un singolo uomo di potere, proprio sul modello del Consiglio Maggiore di Venezia.

Ecco spiegata la creazione del Salone dei Cinquecento nel Palazzo Governativo. La sala all’epoca era molto più bassa di quella attuale, arrivava al livello delle grandi cornici in pietra ancora oggi visibili. La forma strombata delle pareti poste verso nord e verso sud era dovuta alla forma degli edifici più antichi delle quali vennero sfruttate le mura preesistenti, che a loro volta si ergevano sui resti di un antico teatro romano. Anche artisticamente la sala era più povera ed essenziale, quasi priva di decorazioni e austera come la mentalità del savonarola imponeva.

L'istituzione del Consiglio dei Cinquecento complicò inevitabilmente la governabilità della Repubblica, ma nonostante tutto rimase attiva anche dopo il Savonarola, scomunicato prima e giustiziato dopo come eretico nel 1498 da papa Alessandro VI Borgia, perché contro il volere di questo papa, predicava contro la corruzione della chiesa (e la vita scandalosa del Borgia). Inoltre le sue idee radicali e la politica che svolgeva, erano scomode sia per le autorità ecclesiastiche che per i poteri locali.

 

Il gonfaloniere Pier Soderini fu il primo a decorare la sala, ad aiutarlo, due dei più grandi artisti fiorentini dell'epoca, Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti.

Questi realizzarono due grandi affreschi per decorare le pareti della sala, con scene di battaglia che dovevano celebrare le vittorie della Repubblica fiorentina (1503).

Leonardo si dedicò alla Battaglia di Anghiari, mentre Michelangelo alla Battaglia di Cascina. I due affreschi che misuravano dai 5 ai 7 metri di altezza e almeno  18 di larghezza, erano posizionati ai lati del seggio del gonfaloniere, Michelangelo a sinistra e Leonardo a destra. Questo perché sul lato opposto della sala doveva trovarsi un altare, dunque il luogo era inadatto alla presenza di una rappresentazione profana.

Ma i due maestri non completarono la loro opera, Leonardo sperimentò la tecnica dell' encausto, un'antica tecnica pittorica che utilizzava colori mescolati a cera fusa e fissati su un supporto tramite il calore. Scelta che si rivelò disastrosa, perché rovinò irrimediabilmente l'opera.

Michelangelo invece si fermò al solo progetto su carta, perché fu chiamato a Roma da Papa Giulio II. Per lui realizzò la Cappella Sistina in Vaticano e la sua tomba in San Pietro in Vincoli.

Anche se entrambe le opere originali sono andate perdute, ci sono comunque pervenute delle copie dei disegni preparatori.

 

Quando Cosimo I de' Medici fu nominato Duca e poi Granduca su concessione papale, Palazzo Vecchio che all'epoca era conosciuto come Palazzo di Piazza, divenne la residenza della sua corte. Fu allora che l’edificio subì una radicale trasformazione grazie in buona parte all’opera di Giorgio Vasari.

Il Salone dei Cinquecento, si trasformò da luogo di celebrazione della potenza della Repubblica a quello di rappresentanza del duca. Qui infatti riceveva gli ambasciatori e dava udienza al popolo.

Questo impose un radicale cambio delle raffigurazioni preesistenti o progettate, perché quelle nuove dovevano esaltare e glorificare Cosimo e i Medici. Vasari lavorò a questa impresa dal 1555 al 1572. Dapprima alzò il soffitto di 7 metri seguendo il consiglio di Michelangelo Buonarroti, coprendolo con una struttura a cassettoni decorati. Le capriate furono costruite ingegnosamente con una doppia serie posta a livelli diversi. Il risultato era quello di alternare il lavoro delle suddette suddividendone i compiti, ovvero quello di sorreggere il peso del tetto e quello di trattenere i cassettoni sottostanti. Un opera colossale, che costrinse il Vasari ad utilizzare numerosi collaboratori.

Rimane il dubbio se Vasari cancellò oppure semplicemente coprì per rispetto, il lavoro eseguito da Leonardo, essendo lui un grande estimatore del maestro. Recenti studi hanno appurato l’esistenza di due muri, uno appoggiato sull'altro, ma non si è riusciti a stabilire se nell’intercapedine vi sia nascosta l’opera di Leonardo.

Il soffitto a cassettoni ospita ed incornicia in intagli dorati una serie di pitture che esaltano la figura di Cosimo I, delle sue opere e della sua casata. Queste risalgono ad un periodo che va dal 1563 al 1565.

Si tratta di quarantadue riquadri eseguiti da una squadra di pittori coordinati dal Vasari. I soggetti da rappresentare invece furono scelti da Vincenzo Borghini.

I bozzetti originali prevedevano che al centro del soffitto vi fosse un'allegoria di Firenze, ma Cosimo volle che ad essere rappresentato fosse lui stesso. Cosimo sembra una divinità greca se non lo stesso Redentore… I pittori che lavorarono a questa mastodontica opera oltre al Vasari furono: Giovanni StradanoJacopo ZucchiGiovanni Battista NaldiniStefano VeltroniTommaso di Battista del VerrocchioProspero FontanaMarco Marchetti da FaenzaOrazio PortaSanti di Tito e Ridolfo del Ghirlandaio.

Attorno al pannello con Cosimo I raffigurato in apoteosi, si riconoscono delle allegorie dei quartieri di Firenze, i domini del Ducato che si sottomettono al Duca ed episodi della guerra di Pisa (1496-1509) e della Guerra di Siena (1552-1559). Si aggiungono poi i ritratti di alcuni collaboratori del Vasari.

In fondo alla sala, verso nord, su un’area rialzata da alcuni gradini, c’è la Tribuna dell'Udienza. Questa accoglieva il trono del duca. Si tratta della prima area ad essere stata modificata da Cosimo, su progetto di Giuliano di Baccio d'Agnolo e Baccio Bandinelli tra il 1542 e il 1543. L'architettura si ispira a quella romana, similmente infatti è posizionato un arco di trionfo, realizzato per esaltare il potere di Cosimo. L’area ospita poi una serie di nicchie contenenti statue di esponenti della famiglia Medici.

Sono inoltre presenti due archi più grandi insieme alle statue di due papi della famiglia medicea; al centro è sistemato Papa Leone X realizzato da Baccio Bandinelli e da Vincenzo de' Rossi; a destra Clemente VII che incorona Carlo V. Di questa opera Baccio Bandinelli scolpisce il papa, mentre Giovanni Battista Caccini l'imperatore.

Le altre quattro nicchie contengono altri personaggi medicei che sono sormontati da un riquadro che contiene una delle diverse imprese medicee.

L’opera del Bandinelli che raffigura Cosimo I è quella dell'impresa della tartaruga con la vela. Il motto che si legge "Affrettati lentamente", è tratto da una frase ricorrente dell’imperatore Ottaviano Augusto. Rispecchia la capacità di agire con prudenza, saggezza e velocità.

Giovanni dalle Bande Nere sempre del Bandinelli, è invece rappresentato con l'impresa della saetta. Era celebre infatti per le sue azioni di guerriglia fulminea, che combinava cavalleria leggera e dunque veloce con l’archibugieria. Il suo motto “Folgore di guerra” riflette la sua feroce velocità  di azione.

Alessandro de' Medici del Bandinelli è accostato ad un rinoceronte, che si può leggere come simbolo di forza e il motto “Non torno senza aver vinto”. L’uomo in seguito venne assassinato dal cugino Lorenzino de’ Medici.

Francesco I di Giovanni Battista Caccini viene rappresentato con una donnola con un ramoscello di ruta in bocca, che per istinto aggredisce il rospo ( o anche un serpente o un basilisco). La donnola pare che ami particolarmente questa pianta curativa. Da qui il motto: “la vittoria ama la cura”.

La parte della sala posta al sud della sala fu l'ultima ad essere completata. In realtà Bartolomeo Ammannati aveva già realizzato un progetto, ma che non fu mai completato (tra il 1555 e il1563). Aveva scolpito alcune statue che oggi sono poste nel cortile del Bargello. Si trattava di una fontana con Giunone circondata dalle rappresentazioni dell'Arno e dell'Arbia e sormontata da una divinità femminile, probabilmente la Terra.

Le statue furono terminate nel 1561, ma furono poste sotto la Loggia della Signoria invece di essere collocate a palazzo come era stato programmato per festeggiare le nozze di Francesco I. Poi vennero nuovamente trasferite nella Villa di Pratolino.

Nel 1589 Ferdinando I, in occasione delle sue nozze con Cristina di Lorena, fece di nuovo trasferire la fontana a Palazzo Pitti, ponendola sulla terrazza del cortile dove oggi si trova la Fontana del Carciofo nel Giardino di Boboli. Di nuovo smontate nel 1635 vennero collocate nel giardino del Casino di San Marco, per poi tornare, smembrate e sistemate in varie parti, nel Giardino di Boboli nel 1739 per i festeggiamenti di Francesco di Lorena che arrivava a Firenze. Trovarono poi una sistemazione definitiva nel Bargello.

Accedendo alle altre meravigliose sale del palazzo, certamente più piccole, ma che ospitano comunque dipinti stupendi, si arriva ad una terrazza che si affaccia su questa grande sala. Da qui si possono ammirare i magnifici cassettoni del soffitto da più vicino, i dipinti laterali meno godibili dalla sala e tutta la maestosità del salone con tutte le sue decorazioni.

Sui lati della sala ci sono anche una serie di statue poste su alti piedistalli. Tra queste si trova il Genio della Vittoria di Michelangelo Buonarroti (1533-1534), scolpito per la tomba di Giulio II e donato a Cosimo I dal nipote dell'artista Leonardo Buonarroti, visto che ormai la tomba romana era stata completata senza la presenza di questa statua. Venne così posta nella sala nel 1565. La scultura è famosa per il senso del movimento che manifesta e la vigorosa torsione che raffigura, che ha influenzato profondamente il Manierismo, una corrente artistica del XVII e dei primi anni del secolo successivo, che si ispirava profondamente all’arte di Michelangelo e di Raffaello, ma che tendeva anche a sperimentare nuove ed originali soluzioni artistiche.

Al lato opposto troviamo Firenze che trionfa su Pisa, modello in gesso, copia del 1589 della statua marmorea di Giambologna e Pietro Francavilla oggi al Bargello, che anticamente si trovava qui dal 1565.

Le sei statue lungo le pareti rappresentano le “Fatiche di Ercole”, ad opera di Vincenzo de' Rossi e dei suoi collaboratori, eseguite tra il 1562 e il 1572 e collocate nel salone nel 1592 in occasione del battesimo di Cosimo, il figlio primogenito di Ferdinando I de' Medici. Una settima statua, “l'Ercole che sostiene il globo di Atlante”, venne trasportata dopo il 1620 all'ingresso della villa di Poggio Imperiale dove si trova tutt'oggi.

Alle pareti Giorgio Vasari dipinse insieme ai suoi collaboratori sei scene di battaglia, sono i successi militari di Cosimo I su Pisa e Siena: la Presa di Siena, la conquista di Porto Ercole e la Vittoria a Marciano in Val di Chiana.

 

Sull’altra parete: Pisa sconfitta a Tor San Vincenzo, Massimiliano d’Austria che tenta la conquista di Livorno e Pisa che attacca le truppe fiorentine.

Completano la decorazione della sala quattro grandi dipinti su ardesia (grigio turchino) poste agli angoli della sala in posizione rialzata sotto il soffitto e realizzate su pannelli rettangolari di pietra, che se si fa attenzione si possono notare i contorni.

Vicino all'Udienza si trovano le due opere di Jacopo Ligozzi (1590-1592): la scena di Papa Bonifacio VIII che riceve degli ambasciatori. Accortosi che erano tutti fiorentini, pronunciò la storica frase di cui i cittadini vanno ancora fieri:  "Voi fiorentini siete la quintessenza".

Le pitture sul lato opposto sono ad opera del Passignano (1597-1599).

A queste decorazioni si aggiungono una serie di arazzi Cinquecenteschi, appesi però solo in occasioni speciali, tra questi le "Storie della vita di Giovanni Battista".

Una bella visita da non perdere, insieme alle collezioni che il museo offre, tra cui statue, quadri, affreschi, stanze decorate, mobilia, icone e molto altro.

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Last modified on Wednesday, 28 January 2026 10:49