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Marzia Carocci
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È la sala più grande, più imponente e decorata del Palazzo, anche se il resto della struttura ospita molte stanze affrescate di indubbio valore, in questa si rimane letteralmente schiacciati dalla bellezza artistica di quest’opera rinascimentale.
La sala copre un’area importante, è lunga 54 metri, larga 23 e alta 18 metri; la più grande sala in Italia mai realizzata, in cui in passato veniva gestito il potere civile. Nel 1494 viene qui istituito il Consiglio Maggiore, composto da tremilaseicento membri. Si riunivano milleduecento alla volta e quindi era chiamato il Consiglio Terzato. Il Consiglio dei Cinquecento non è mai esistito durante l'epoca repubblicana e granducale.
La sala si trova al primo piano del Palazzo, aggiunta successivamente alla parte originaria risalente all'epoca di Arnolfo di Cambio (1245-1302).
Ci vollero sette mesi per realizzarla. Cominciata nel luglio del 1945 venne completata nel febbraio 1496 da Simone del Pollaiolo detto il Cronaca e da Francesco di Domenico. Commissionata dal frate ferrarese Girolamo Savonarola che nel frattempo, dopo la cacciata di Piero il Fatuo nel 1494, era diventato di fatto il signore di Firenze. Il chierico divenne promotore di una riforma che avrebbe impedito di accentrare il potere della Repubblica fiorentina in un’unica figura di potere o di qualcuna di fiducia come avevano fatto Cosimo il Vecchio e Lorenzo il Magnifico.
Dopo l’ennesimo tentativo fallito da parte di Piero de’ Medici, Savonarola dispose la creazione del Maggior Consiglio. Questo era formato da più di millecinquecento cittadini che si riunivano però in sessioni successive, così da evitare il controllo del potere decisionale sulla popolazione da parte di un singolo uomo di potere, proprio sul modello del Consiglio Maggiore di Venezia.
Ecco spiegata la creazione del Salone dei Cinquecento nel Palazzo Governativo. La sala all’epoca era molto più bassa di quella attuale, arrivava al livello delle grandi cornici in pietra ancora oggi visibili. La forma strombata delle pareti poste verso nord e verso sud era dovuta alla forma degli edifici più antichi delle quali vennero sfruttate le mura preesistenti, che a loro volta si ergevano sui resti di un antico teatro romano. Anche artisticamente la sala era più povera ed essenziale, quasi priva di decorazioni e austera come la mentalità del savonarola imponeva.
L'istituzione del Consiglio dei Cinquecento complicò inevitabilmente la governabilità della Repubblica, ma nonostante tutto rimase attiva anche dopo il Savonarola, scomunicato prima e giustiziato dopo come eretico nel 1498 da papa Alessandro VI Borgia, perché contro il volere di questo papa, predicava contro la corruzione della chiesa (e la vita scandalosa del Borgia). Inoltre le sue idee radicali e la politica che svolgeva, erano scomode sia per le autorità ecclesiastiche che per i poteri locali.
Il gonfaloniere Pier Soderini fu il primo a decorare la sala, ad aiutarlo, due dei più grandi artisti fiorentini dell'epoca, Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti.
Questi realizzarono due grandi affreschi per decorare le pareti della sala, con scene di battaglia che dovevano celebrare le vittorie della Repubblica fiorentina (1503).
Leonardo si dedicò alla Battaglia di Anghiari, mentre Michelangelo alla Battaglia di Cascina. I due affreschi che misuravano dai 5 ai 7 metri di altezza e almeno 18 di larghezza, erano posizionati ai lati del seggio del gonfaloniere, Michelangelo a sinistra e Leonardo a destra. Questo perché sul lato opposto della sala doveva trovarsi un altare, dunque il luogo era inadatto alla presenza di una rappresentazione profana.
Ma i due maestri non completarono la loro opera, Leonardo sperimentò la tecnica dell' encausto, un'antica tecnica pittorica che utilizzava colori mescolati a cera fusa e fissati su un supporto tramite il calore. Scelta che si rivelò disastrosa, perché rovinò irrimediabilmente l'opera.
Michelangelo invece si fermò al solo progetto su carta, perché fu chiamato a Roma da Papa Giulio II. Per lui realizzò la Cappella Sistina in Vaticano e la sua tomba in San Pietro in Vincoli.
Anche se entrambe le opere originali sono andate perdute, ci sono comunque pervenute delle copie dei disegni preparatori.
Quando Cosimo I de' Medici fu nominato Duca e poi Granduca su concessione papale, Palazzo Vecchio che all'epoca era conosciuto come Palazzo di Piazza, divenne la residenza della sua corte. Fu allora che l’edificio subì una radicale trasformazione grazie in buona parte all’opera di Giorgio Vasari.
Il Salone dei Cinquecento, si trasformò da luogo di celebrazione della potenza della Repubblica a quello di rappresentanza del duca. Qui infatti riceveva gli ambasciatori e dava udienza al popolo.
Questo impose un radicale cambio delle raffigurazioni preesistenti o progettate, perché quelle nuove dovevano esaltare e glorificare Cosimo e i Medici. Vasari lavorò a questa impresa dal 1555 al 1572. Dapprima alzò il soffitto di 7 metri seguendo il consiglio di Michelangelo Buonarroti, coprendolo con una struttura a cassettoni decorati. Le capriate furono costruite ingegnosamente con una doppia serie posta a livelli diversi. Il risultato era quello di alternare il lavoro delle suddette suddividendone i compiti, ovvero quello di sorreggere il peso del tetto e quello di trattenere i cassettoni sottostanti. Un opera colossale, che costrinse il Vasari ad utilizzare numerosi collaboratori.
Rimane il dubbio se Vasari cancellò oppure semplicemente coprì per rispetto, il lavoro eseguito da Leonardo, essendo lui un grande estimatore del maestro. Recenti studi hanno appurato l’esistenza di due muri, uno appoggiato sull'altro, ma non si è riusciti a stabilire se nell’intercapedine vi sia nascosta l’opera di Leonardo.
Il soffitto a cassettoni ospita ed incornicia in intagli dorati una serie di pitture che esaltano la figura di Cosimo I, delle sue opere e della sua casata. Queste risalgono ad un periodo che va dal 1563 al 1565.
Si tratta di quarantadue riquadri eseguiti da una squadra di pittori coordinati dal Vasari. I soggetti da rappresentare invece furono scelti da Vincenzo Borghini.
I bozzetti originali prevedevano che al centro del soffitto vi fosse un'allegoria di Firenze, ma Cosimo volle che ad essere rappresentato fosse lui stesso. Cosimo sembra una divinità greca se non lo stesso Redentore… I pittori che lavorarono a questa mastodontica opera oltre al Vasari furono: Giovanni Stradano, Jacopo Zucchi, Giovanni Battista Naldini, Stefano Veltroni, Tommaso di Battista del Verrocchio, Prospero Fontana, Marco Marchetti da Faenza, Orazio Porta, Santi di Tito e Ridolfo del Ghirlandaio.
Attorno al pannello con Cosimo I raffigurato in apoteosi, si riconoscono delle allegorie dei quartieri di Firenze, i domini del Ducato che si sottomettono al Duca ed episodi della guerra di Pisa (1496-1509) e della Guerra di Siena (1552-1559). Si aggiungono poi i ritratti di alcuni collaboratori del Vasari.
In fondo alla sala, verso nord, su un’area rialzata da alcuni gradini, c’è la Tribuna dell'Udienza. Questa accoglieva il trono del duca. Si tratta della prima area ad essere stata modificata da Cosimo, su progetto di Giuliano di Baccio d'Agnolo e Baccio Bandinelli tra il 1542 e il 1543. L'architettura si ispira a quella romana, similmente infatti è posizionato un arco di trionfo, realizzato per esaltare il potere di Cosimo. L’area ospita poi una serie di nicchie contenenti statue di esponenti della famiglia Medici.
Sono inoltre presenti due archi più grandi insieme alle statue di due papi della famiglia medicea; al centro è sistemato Papa Leone X realizzato da Baccio Bandinelli e da Vincenzo de' Rossi; a destra Clemente VII che incorona Carlo V. Di questa opera Baccio Bandinelli scolpisce il papa, mentre Giovanni Battista Caccini l'imperatore.
Le altre quattro nicchie contengono altri personaggi medicei che sono sormontati da un riquadro che contiene una delle diverse imprese medicee.
L’opera del Bandinelli che raffigura Cosimo I è quella dell'impresa della tartaruga con la vela. Il motto che si legge "Affrettati lentamente", è tratto da una frase ricorrente dell’imperatore Ottaviano Augusto. Rispecchia la capacità di agire con prudenza, saggezza e velocità.
Giovanni dalle Bande Nere sempre del Bandinelli, è invece rappresentato con l'impresa della saetta. Era celebre infatti per le sue azioni di guerriglia fulminea, che combinava cavalleria leggera e dunque veloce con l’archibugieria. Il suo motto “Folgore di guerra” riflette la sua feroce velocità di azione.
Alessandro de' Medici del Bandinelli è accostato ad un rinoceronte, che si può leggere come simbolo di forza e il motto “Non torno senza aver vinto”. L’uomo in seguito venne assassinato dal cugino Lorenzino de’ Medici.
Francesco I di Giovanni Battista Caccini viene rappresentato con una donnola con un ramoscello di ruta in bocca, che per istinto aggredisce il rospo ( o anche un serpente o un basilisco). La donnola pare che ami particolarmente questa pianta curativa. Da qui il motto: “la vittoria ama la cura”.
La parte della sala posta al sud della sala fu l'ultima ad essere completata. In realtà Bartolomeo Ammannati aveva già realizzato un progetto, ma che non fu mai completato (tra il 1555 e il1563). Aveva scolpito alcune statue che oggi sono poste nel cortile del Bargello. Si trattava di una fontana con Giunone circondata dalle rappresentazioni dell'Arno e dell'Arbia e sormontata da una divinità femminile, probabilmente la Terra.
Le statue furono terminate nel 1561, ma furono poste sotto la Loggia della Signoria invece di essere collocate a palazzo come era stato programmato per festeggiare le nozze di Francesco I. Poi vennero nuovamente trasferite nella Villa di Pratolino.
Nel 1589 Ferdinando I, in occasione delle sue nozze con Cristina di Lorena, fece di nuovo trasferire la fontana a Palazzo Pitti, ponendola sulla terrazza del cortile dove oggi si trova la Fontana del Carciofo nel Giardino di Boboli. Di nuovo smontate nel 1635 vennero collocate nel giardino del Casino di San Marco, per poi tornare, smembrate e sistemate in varie parti, nel Giardino di Boboli nel 1739 per i festeggiamenti di Francesco di Lorena che arrivava a Firenze. Trovarono poi una sistemazione definitiva nel Bargello.
Accedendo alle altre meravigliose sale del palazzo, certamente più piccole, ma che ospitano comunque dipinti stupendi, si arriva ad una terrazza che si affaccia su questa grande sala. Da qui si possono ammirare i magnifici cassettoni del soffitto da più vicino, i dipinti laterali meno godibili dalla sala e tutta la maestosità del salone con tutte le sue decorazioni.
Sui lati della sala ci sono anche una serie di statue poste su alti piedistalli. Tra queste si trova il Genio della Vittoria di Michelangelo Buonarroti (1533-1534), scolpito per la tomba di Giulio II e donato a Cosimo I dal nipote dell'artista Leonardo Buonarroti, visto che ormai la tomba romana era stata completata senza la presenza di questa statua. Venne così posta nella sala nel 1565. La scultura è famosa per il senso del movimento che manifesta e la vigorosa torsione che raffigura, che ha influenzato profondamente il Manierismo, una corrente artistica del XVII e dei primi anni del secolo successivo, che si ispirava profondamente all’arte di Michelangelo e di Raffaello, ma che tendeva anche a sperimentare nuove ed originali soluzioni artistiche.
Al lato opposto troviamo Firenze che trionfa su Pisa, modello in gesso, copia del 1589 della statua marmorea di Giambologna e Pietro Francavilla oggi al Bargello, che anticamente si trovava qui dal 1565.
Le sei statue lungo le pareti rappresentano le “Fatiche di Ercole”, ad opera di Vincenzo de' Rossi e dei suoi collaboratori, eseguite tra il 1562 e il 1572 e collocate nel salone nel 1592 in occasione del battesimo di Cosimo, il figlio primogenito di Ferdinando I de' Medici. Una settima statua, “l'Ercole che sostiene il globo di Atlante”, venne trasportata dopo il 1620 all'ingresso della villa di Poggio Imperiale dove si trova tutt'oggi.
Alle pareti Giorgio Vasari dipinse insieme ai suoi collaboratori sei scene di battaglia, sono i successi militari di Cosimo I su Pisa e Siena: la Presa di Siena, la conquista di Porto Ercole e la Vittoria a Marciano in
Val di Chiana.
Sull’altra parete: Pisa sconfitta a Tor San Vincenzo, Massimiliano d’Austria che tenta la conquista di Livorno e Pisa che attacca le truppe fiorentine.
Completano la decorazione della sala quattro grandi dipinti su ardesia (grigio turchino) poste agli angoli della sala in posizione rialzata sotto il soffitto e realizzate su pannelli rettangolari di pietra, che se si fa attenzione si possono notare i contorni.
Vicino all'Udienza si trovano le due opere di Jacopo Ligozzi (1590-1592): la scena di Papa Bonifacio VIII che riceve degli ambasciatori. Accortosi che erano tutti fiorentini, pronunciò la storica frase di cui i cittadini vanno ancora fieri: "Voi fiorentini siete la quintessenza".
Le pitture sul lato opposto sono ad opera del Passignano (1597-1599).
A queste decorazioni si aggiungono una serie di arazzi Cinquecenteschi, appesi però solo in occasioni speciali, tra questi le "Storie della vita di Giovanni Battista".
Una bella visita da non perdere, insieme alle collezioni che il museo offre, tra cui statue, quadri, affreschi, stanze decorate, mobilia, icone e molto altro.
Seconda e ultima parte
Quello che colpisce di questo museo è la cura con cui sono esposti i reperti. Frederick Stibbert era un grande collezionista e chiaramente anche un amante appassionato di arte. La sua collezione vanta circa 50.000 pezzi provenienti da molte parti del mondo ed ogni oggetto viene valorizzato, nonostante l’enorme quantità
di articoli presenti.
Anche la sua abitazione è ricca di opere d'arte provenienti dalle più disparate regioni della terra. Soprammobili, mobilia, quadri, arazzi, porcellane, bandiere, vasi, piatti, libri, statue…
Ma sicuramente il suo punto forte rimane la collezione delle armature, soprattutto quelle europee, estremamente varia ed efficacemente esposta. I pezzi non sono contenuti in teche e questo permette di poterli apprezzare meglio nel dettaglio, tutto sotto l’attenta visione dei responsabili sempre presenti durante la visita.
Nella prima sala sono esposte come fossero indossate da soldati sull'attenti, una vasta gamma di armature, sia da cavaliere, che da fante pesante o da guardia armata. Poi troviamo un'altra sala, questa è ricolma di armi con al centro ricostruita la figura di un condottiero che indossa insieme al suo cavallo un'armatura gotica tedesca stupenda.
Ma la sala più bella è sicuramente quella della cavalcata, qui troviamo dodici cavalieri con diversi tipi di armatura tra cui quelle italiane, francesi e tedesche come la massimina o massimiliana, quella che nel tempo sostituì la già citata gotica. I cavalieri sembrano davvero andare all'attacco, alcuni impugnano armi, altri le stanno per sfoderare. Davanti ad essi troviamo un uomo appiedato che sembra essere un capitano di ventura o un nobile comandante. I cavalieri posti in coda sono invece dei catafratti ed indossano armature di fattura orientale. I loro cavalli sono coperti da un’ armatura costituita da piccole placche di metallo rettangolari fissate su un resistente tessuto. Dietro di loro ci sono dei fanti appiedati ben armati.
Gli altri cavalli, quelli Cinquecenteschi, sono sistemati con i loro cavalieri in testa al gruppo. Gli animali sono coperti da un tessuto pesante, che nasconde una sorta di coperta imbottita atta a proteggere ed assorbire i colpi ricevuti in battaglia. Queste coperture sono riccamente colorate, ma dopo tanti secoli ovviamente hanno perso la loro brillantezza. Avevano in origine colori sgargianti e particolarmente brillanti, perché a differenza dei soldati di oggi che indossano delle mimetiche per confondersi con l’ambiente, al contrario all'epoca il combattente doveva essere ben visibile per testimoniare la propria presenza sul campo di battaglia.
Ovviamente quella esposta è una carica fantasiosa, perché tra loro ci sono cavalieri con armature di diversi tipi e periodi storici, ma il risultato è comunque emozionante. Queste due file di combattenti possono essere osservate sfiorandole con il naso e non è una cosa da poco. In tutti i musei queste opere d'arte militari sono sempre ben conservate all'interno di teche, che spesso nascondono i loro particolari più interessanti e curiosi a causa dei riflessi delle luci circostanti.
Sempre nella stessa sala verso l’uscita, troviamo altri due cavalieri e dei fanti lanzichenecchi con il loro abbigliamento tipico e l’immancabile doppio soldo, la spada da due mani che in questo caso presenta una lama flambergata (che imita a zig zag, l’andamento di una fiamma, probabilmente un richiamo alla spada infuocata dell’Arcangelo Michele).
Sul lato, stavolta conservato in una teca, c’è il corsaletto funebre con cui venne sepolto Giovanni de’ Medici, detto dalle Bande Nere. Il capitano di ventura era così soprannominato perché con i suoi uomini portava in segno di lutto per la morte di papa Leone X suo parente, delle fasce di questo colore. Giovanni, il padre di Cosimo I, morì per setticemia nel 1526 a Mantova a causa di una ferita alla gamba ricevuta a seguito di un colpo di falconetto dei lanzi di Carlo V mentre questi attraversavano il mantovano dirigendosi a Roma per saccheggiarla. Un pezzo unico, ma che Frederick non vide, perché fu acquisito dal museo dopo la sua scomparsa.
Bella l'armatura delle guardie di Alessandro Farnese con le loro decorazioni a sbalzo, tecnica usata sulle armature italiane del primo Cinquecento. Un'altra armatura è invece lavorata con sottili cannellature rilevate e che risale allo stesso periodo. Si tratta di un’ opera di Konrad Treyz il giovane, attribuitagli grazie al suo riconoscibile marchio impresso sull'ala del ginocchio. La lavorazione è piuttosto particolare ed innovativa. Oltre ad essere decorativa, aveva anche uno scopo pratico, quello di irrigidire la piastra attraverso la corrugazione, dunque a parità di spessore e di peso si otteneva una protezione migliore. La
massimina tedesca è caratterizzata e riconoscibilissima proprio grazie a queste particolari ed uniche decorazioni a rilievo ondeggianti, tra loro parallele e disposte verticalmente.
Ci sono anche armature lavorate con acquaforte (acido nitrico), una tecnica usata per lasciare incisioni decorative sul metallo che trattengono il colore applicato al loro interno.
Uno dei cavalieri indossa un’ armatura di Pompeo della Cesa, un armaiolo milanese della fine del Cinquecento, realizzata per la famiglia Borromeo.
Interessanti sono anche le armi da fuoco esposte con i loro singolari meccanismi di accensione, molti dei quali sono proprio italiani. Non esistendo ancora le cartucce, bisognava utilizzare dei sistemi alternativi per far esplodere la polvere introdotta nella canna.
Si faceva così raggiungere la polvere all’interno dell’arma con una fiammata provocata da una polvere più sottile contenuta in un piccolo scodellino esterno. La polvere poteva essere accesa o con un ferro infuocato o con una miccia.
Più tardi appariranno i primi meccanismi a ruota, a chiave e a molla, che premendo il grilletto, faranno girare velocemente un meccanismo che producendo scintille provocherà l'accensione della polvere. Questo avveniva attraverso un ruotino dentato o zigrinato che sfregava contro la pirite tenuta tra le ganasce di un cane. La pietra focaia strusciando violentemente provocava le ambite scintille. Ancora più in là si concepirono i primi meccanismi a percussione, il cane si abbassava violentemente proprio dove era posta una capsula fulminante.
La fiammata arrivava direttamente nella camera di scoppio e incendiando la polvere da sparo provocava la brusca uscita del proietto. Nelle vetrine sono raccolti molti di questi interessanti meccanismi e le armi su esse applicate.
Con il perfezionamento delle armi da fuoco, inevitabilmente tramontò quello delle armature. Nessuna, anche la più resistente poteva resistere soprattutto a distanza ravvicinata a queste nuove temibili armi. Essendo piuttosto facili da usare, era veloce anche l’addestramento del soldato che doveva usarle, sicuramente meno impegnativo e lungo che imparare l’arte dell’uso della spada.
Questa immensa collezione che raccoglie numerosi pezzi che coprono un grande arco temporale, conserva addirittura un elmo etrusco ed uno da legionario romano, assieme ad alcuni pezzi longobardi e dell'Alto medioevo.
Molto generosamente Frederick Stibbert nel suo testamento nominò come erede delle sue proprietà come la villa, il grande giardino circostante e tutta la collezione il Comune di Firenze che oggi gestisce con cura questo stupendo museo.

Nel pomeriggio del 18 Gennaio, a Partinico (PA), si è svolto l'evento Cultura Fest. L'evento è stato promosso dall'Accademia della cultura Teatro Giani, guidata da Giuseppe Di Trapani. Sotto i riflettori la cultura e le eccellenze del nostro territorio. Un bagno di folla ha partecipato all'evento. Coinvolti tutti i settori della vita sociale. Una spallata alla cultura, quella autentica, quella che ogni giorno riempie la vita di ognuno di noi. Tante le eccellenze premiate e tante le motivazioni espresse. E, come per la prima edizione, è stato eletto l'uomo dell'anno e la donna dell'anno . Il premio è stato consegnato al dirigente scolastico del IIS Danilo Dolci - Partinico, Prof. Gioacchino Chimenti e al dirigente Regionale del corpo forestale, ing. Dorotea Di Trapani. Eletto altresì l'artista dell'anno. A ricevere il premio il bravissimo artista Cocò Gulotta. Presente l'amministrazione di Partinico, guidata da Pietro Rao - Sindaco di Partinico. 
Tra le eccellenze premiate la testata giornalistica Video Informazione Partinico con la quale collaboro da tanti anni, con alla guida la giornalista e sceneggiatrice la Dott.ssa Francesca Currieri affiancata dai suoi validi collaboratori giornalisti. Francesca Currieri, a nome di tutto il team dichiara: Per tutti i componenti della redazione di Video Informazione Partinico è stato un onore essere tra i premiati del " CULTURA FEST" , promosso e diretto dall'Accademia Della Cultura Teatro Giani guidata da Giuseppe DI Trapani . Ricevere questo premio, per la nostra testata giornalistica, rappresenta per noi ulteriore conferma che il lavoro svolto viene apprezzato e ciò, ci onora profondamente. Ricevere tale attenzione da un'accademia illustre, è motivo di orgoglio e ci stimola a continuare responsabilmente, con passione, attenzione e onestà il nostro impegno informativo. Grazie per aver riconosciuto il ruolo di giornalismo come strumento di: riconoscenza, partecipazione, e coesione sociale. Ci impegniamo e promettiamo di continuare a dare informazione con cura, ascolto e senso di responsabilità, di restare vicini alla comunità e fedeli alla realtà, alle persone e alle storie che ogni giorno raccontiamo. Sul palco Francesca Currieri coglie l'occasione per ringraziare i suoi collaboratori/giornalisti Gioacchino Brugnano, Rosita Brugnano, Marina Brugnano, Piero Melissano, Ferdinando Cagnina, Maria Concetta Tornetta, Cettina Pellitteri e i collaboratori esterni.
Auspico che la fiaccola accesa sulla nostra comunità e sulla cultura, possa continuare ad essere alimentata ed ad illuminare tutti gli angoli, anche quelli più bui della nostra città.
Il Premio “Energie per Roma” è un prestigioso riconoscimento ideato dal Centro Europeo di Studi Culturali – CESC, su iniziativa del Prof. Fabio Pompei e del Consigliere di Roma Capitale (Municipio XII) Alessandro Alongi, per celebrare e valorizzare l’impegno, il talento e l’energia positiva dei cittadini, delle realtà associative e delle attività imprenditoriali che si sono distinte nella città di Roma. Lunedì 12 gennaio nella Sala della Protomoteca in Campidoglio è stata premiata l’associazione Aps Le Ragunanze presieduta da Michela Zanarella, alla vice presidenza Giuseppe Lorin. L’associazione, con sede a Monteverde, Roma, da ben dodici anni organizza il premio internazionale “Ragunanza di poesia, narrativa, pittura e fotografia” sulle orme di Cristina di Svezia che ideò le “ragunanze”, termine barocco che indica i “raduni” degli artisti. Nel tempo l’Aps Le Ragunanze ha cercato di valorizzare Roma e il suo territorio, premiando i talenti provenienti da ogni regione d’Italia e anche dall’estero. Forte della collaborazione con il Consiglio regionale del Lazio, Municipio Roma XII, Ambasciata di Svezia a Roma, Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, Flipnews, Latium di Madrid, Leggere Tutti, Actas Tuscania, Wikipoesia, Vivere D’Arte, PuntoZip la cultura in un piccolo spazio e Brainstorming Culturale.
La Commissione ha motivato il Premio con le seguenti parole:
«Per il prezioso contributo al miglioramento della nostra comunità, attraverso un impegno costante e concreto, affrontando con competenza, visione e responsabilità le sfide della contemporaneità. La Sua azione, orientata al bene comune e alla crescita culturale, civile ed economica del territorio, rappresenta un esempio virtuoso di cittadinanza attiva e amore per Roma, ispirando un modello di partecipazione e dedizione che arricchisce l’intera Città».
Nel 1444, Cosimo di Giovanni, decise di lasciare il palazzo che i Medici avevano fino ad allora abitato per trasferirsi in via Larga, non lontano dal Duomo e dal Battistero. Commissionò perciò la progettazione di un nuovo palazzo al Brunelleschi. L’architetto entusiasta, si mise subito all’opera per accontentare il grande e ricco mercante qual’ era Cosimo, che gli avrebbe permesso grazie alle sue infinite risorse
economiche di esprimere senza freni tutte le sue doti di architetto.
Ma il progetto del Brunelleschi era esagerato, sia per dimensioni, che per bellezza. Cosimo, che conosceva i fiorentini, si rendeva conto che c’era un limite a quanto i suoi concittadini potessero accettare e per non fomentare la loro invidia ritenne saggio rinunciarvi.
Incaricò allora Michelozzo (1396-1472), che già aveva lavorato per lui e gli chiese di costruire un palazzo adeguato alla sua famiglia, ma sobrio e poco appariscente. Michelozzo lo accontentò, impiegando ben quindici anni per completarlo.
Cosimo, con la sua famiglia e la moglie, la contessina Bardi, il figlio Piero con la moglie Lucrezia Tornabuoni e i loro cinque figli, Lorenzo, Giuliano, Bianca, Maria e Nannina, e quattro schiavi, vi si trasferì quando l’ultimo piano doveva essere ancora completato.
Sempre su incarico di Cosimo, Michelozzo aveva realizzato al primo piano una cappella con un altare sul quale era stata collocata una tavola dipinta da Filippo Lippi (1406-1469) con l’Adorazione del bambino Gesù. Nel 1459, Cosimo, Piero e sua moglie Lucrezia, vollero che la cappella fosse affrescata con immagini che avessero per tema i Re Magi. L’opera fu commissionata a Benozzo Gozzoli (1420-1497), pittore fiorentino che si era formato con Beato Angelico (Giovanni da Fiesole).
Salendo le scale e arrivando al piano nobile del palazzo, un visitatore entra quasi con difficoltà in questa piccola cappella, rimanendo folgorato dai colori, dalla vivacità e dal realismo dei personaggi dipinti da Benozzo Gozzoli (come chiama Benozzo di Lese di Sandro il Vasari nella sua opera “Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti”).
Questa è una delle prime decorazioni eseguite dopo il completamento dell'edificio. Un vero capolavoro del pittore fiorentino.
La cappella privata dei Medici, aveva un accesso privato per la famiglia e uno pubblico, che permetteva di accogliere ospiti illustri in un ambiente generalmente privato.
Non era solo un luogo di preghiera, ma anche di fastosi ricevimenti atti a celebrare l’importanza politica dei Medici. Il tema dei Magi era caro alla famiglia perché legato al culto della regalità e alle celebrazioni dell’Epifania, che ben si prestavano per mostrare la loro grandezza.
La cappella fu realizzata nel 1459, aveva una forma quadrangolare persa nel Seicento per via di alcuni lavori eseguiti sullo scalone che ne asportarono un angolo.
Nelle tre pareti viene raffigurata la Cavalcata dei Magi, anche se i tre volti dei saggi sono in realtà ritratti dei potenti del tempo.
Attraverso il tema religioso, si voleva rappresentare il potere politico in cui i Medici si muovevano affermandone il loro potere insieme alle alleanze. Quello che si cela neanche troppo velatamente dietro la cavalcata, è infatti il corteo di papa Pio II Piccolomini arrivato a Firenze nell'aprile del 1458. Il papa faceva una tappa nel capoluogo toscano per poi recarsi a Mantova.
Il pontefice voleva radunare principi, nobili e autorità ecclesiastiche, per indire una crociata in difesa della cristianità contrastando l'avanzata turca in Europa. Per accogliere e onorare gli ospiti diretti a Mantova, furono organizzati diversi eventi: una giostra in piazza Santa Croce, un ballo, una caccia con animali feroci nella piazza del Mercato Nuovo, un banchetto nel palazzo dei Medici, un’armeggeria notturna in via Larga sotto il palazzo a cui partecipò in veste di signore e protagonista quel Lorenzo, che qualche mese prima aveva recitato il ruolo di giovane Magio nel corteo dell’Epifania.
Diverse personalità italiane precedettero l’arrivo del papa a Firenze per poi unirsi al suo seguito. Tra i tanti spiccava Galeazzo Maria Sforza, il figlio quindicenne di Francesco duca di Milano, e Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, alleati dei Medici e ritratti nell’affresco.
La tripartizione dei Magi simboleggia allegoricamente le tre età dell'uomo: giovinezza, maturità, vecchiaia; ma anche le stagioni. Gaspare posto ad est è vestito di bianco perché rappresenta la Fede, Baldassarre a sud di verde, colore della Speranza e Melchiorre ad ovest veste di rosso, evocando la Carità.
A Firenze il culto dei Magi aveva avuto sempre molto successo, fin dalla fine del 1300. In occasione dell’Epifania veniva organizzato un grande corteo, con numerosi cavalli e personaggi vestiti con fogge orientali con cui si voleva ricordare la cavalcata dei Magi, dalla Persia a Betlemme alla ricerca del Redentore.
Nel primo decennio del Quattrocento venne fondata una “Compagnia dei Magi”, che ogni tre anni organizzava feste e cortei.
Al rientro dall’esilio nel 1434, Cosimo cercò di riconquistare e mantenere il potere a Firenze. Una parte importante era sicuramente il controllo delle manifestazioni pubbliche, nelle quali la presenza e l’immagine della sua famiglia avesse e mantenesse una forte visibilità. Il corteo dell’Epifania rappresentava proprio una di queste importanti manifestazioni. Nel 1447, la Signoria stabilì che la festa dei Magi fosse celebrata sontuosamente, senza badare a spese, per recuperare le quali vennero anche decisi nuovi tributi.
I responsabili della Compagnia dei Magi sarebbero stati sempre esponenti della famiglia Medici o persone di loro fiducia: prima Cosimo, poi suo figlio Piero, infine il nipote Lorenzo il Magnifico, tutti con la carica di presidenti.
I Magi per i Medici, avevano assunto valenze simboliche rilevanti: erano diventati patroni dei re e dei cavalieri, dei sapienti e dei mercanti, dei viaggiatori e dei pellegrini. Uno dei Magi, Gaspare, a Betlemme aveva portato in dono la mirra, un farmaco, ed era così divenuto protettore dei medici e degli speziali. Cosimo ne fece il patrono della propria famiglia.
La sua professione di banchiere internazionale lo aveva messo in contatto con le corti di Borgogna, Francia ed Inghilterra, così anche lui ambiva ad assumere quegli stessi atteggiamenti regali, signorili e cavallereschi visti in quei luoghi. I cortei dell’Epifania, come pure le giostre, i tornei, le armeggerie, le solenni cerimonie, si prestavano bene a questa sua ambizione.
I Magi divenivano così potenti figure protettrici dei nobili. Cosimo seppe sfruttarne le figure per accrescerne l’immagine familiare e personale arrivando ad identificarsi in essi.
Il dipinto del Benozzo lascia estasiati. I personaggi si susseguono impegnati a partecipare al corteo, appaiono con vesti sgargianti e coloratissime, accompagnati da servitori e valletti. Tutti sembrano circondare l’osservatore, che rimane interdetto davanti a questa meravigliosa scena, schiacciato dall’opulenza e la grandiosità di questi personaggi. Ognuno ha una propria viva espressività, con la quale sembra voler trasmettere il proprio pensiero all’osservatore. Tutto intorno è molto realistico, vero, vivo.
I dignitari bizantini che parteciparono al corteo, con il loro sfarzo, la ricchezza e la dignità, colpirono il popolo fiorentino, così come gli artisti che rimasti affascinati vollero raffigurarli.
Niente nell’opera è lasciato in secondo piano, la cura per i dettagli è certosina. Armi, vesti, animali, piante, servi come grandi signori, niente sfigura, tutto è elegante e opulento. Nel paesaggio dove si svolge la cavalcata seppure idealizzato, si riconosce lo stile toscano tardo gotico rinascimentale.
Campi chiusi o aperti, coltivati e a pascolo delimitati da filari di alberi o siepi, sono attraversati da strade sterrate, da fiumi e ruscelli sormontati da ponti curvilinei. La vegetazione è piuttosto ricca: alberi, prati, macchie, cespugli con varie gradazioni di verde e inserti d’oro e d’ocra.
Si riconoscono cipressi, palme, aranci, pini, abeti, melograni, agrifoglio e rosacee. Il cielo è celeste, turchino o striato di bianco.
Tra gli animali ci sono uccelli come pavoni, anatre, fagiani, cardellini, falchi, colombe e cinciallegre. Poi cani, caprioli, ghepardi, cervi, lepri, linci, mentre delle greggi sostano tranquille sorvegliate da pastori.
Disseminati tra rocce e colline appaiono paesaggi urbani come città, borghi, castelli fortificati, ville, torri e casali rurali.
I ritratti della famiglia Medici sono in primo piano sulla parete a destra dell'altare. Un giovane a cavallo è identificabile come Lorenzo il Magnifico che precede il corteo su un cavallo bianco seguito dal padre, Piero il Gottoso ed il nonno, Cosimo de' Medici, entrambi a cavallo di una mula.
Seguono Sigismondo Malatesta e Galeazzo Maria Sforza, signori rispettivamente di Rimini e di Milano ospiti dei Medici, qui rappresentati per celebrare i successi politici della casata. Le casate dei Malatesta e degli Sforza si erano poi imparentate con i Paleologi, l’ultima dinastia governante di Bisanzio, alleati anche dei Medici.
Dietro di loro, un corteo di filosofi platonici italiani e bizantini, tra i quali si riconoscono gli umanisti Marsilio Ficino e i fratelli Pulci. Vicino ad essi si autoritrae Benozzo mentre guarda lo spettatore indossando un cappello rosso con una scritta: Opus Benotii (Opera di Benozzo). Quello girato di tre quarti è Lorenzo de' Medici adolescente.
In terza fila si scorgono dei dignitari bizantini con una lunga barba, forse Giorgio Gemisto Pletone, Giovanni Argiropulo, Isidoro di Kiev, Teodoro Gaza e Niccolò Perotti.
Nella fila successiva il personaggio con il berretto rosso e il fregio dorato è Enea Silvio Piccolomini, conosciuto come papa Pio II.
Nella parete a fianco c’è un personaggio barbuto su un cavallo bianco; questi è l'imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo accompagnato da tre ragazze a cavallo; sono le tre figlie di Piero il Gottoso e sorelle di Lorenzo e Giuliano, da sinistra: Nannina, Bianca e Maria.
Nella parete di sinistra l’anziano sulla mula è Giuseppe, il patriarca di Costantinopoli, davanti a lui Giuliano de' Medici il fratello minore di Lorenzo con un leopardo maculato sul cavallo. Troviamo poi Sigismondo Pandolfo Malatesta, Galeazzo Maria Sforza, Ciriaco d'Ancona con altri dignitari bizantini.
Più avanti, a fianco dell’altare, sulle pareti laterali, sono raffigurati due cori di angeli con lo stesso stile di Beato Angelico.
La pala d'altare, è una copia della fine del Quattrocento dell' Adorazione del Bambino di Filippo Lippi, oggi conservata a Berlino.
Ai vivi colori del dipinto si accostano i marmi colorati del pavimento e del soffitto dorato in legno accuratamente intagliato ed intarsiato su disegno di Giuliano da Sangallo.
Semplicemente stupend
E’ stato un bel momento, molto coinvolgente, quello in cui Neria De Giovanni, ideatrice del premio Alghero donna, alla conduzione come sempre, ha messo a viva voce con collegamento telefonico Annita Garibaldi Jallet, figlia di Sante Garibaldi, figlio di Ricciotti, ultimo figlio di Giuseppe e Anita Garibaldi.
L’occasione era per commentare il libro vincitore della sez. Prosa della 31 edizione del Premio Alghero donna, assegnato al romanzo “Anita” di Laura Calosso (SEM-Feltrinelli) che narra in prima persona le vicende storiche di Anita Garibaldi, come recita la motivazione, letta da Speranza Piredda, presidente della Rete delle donne: “(...) indomita compagna di Garibaldi facendola scendere dal monumento a cavallo con il quale si celebra sul Gianicolo, cercando invece la sua verità di donna. Così il libro presenta le tappe di una vita avventurosa e passionale, da Laguna, in Brasile, dove nel luglio 1839 giunge Giuseppe Garibaldi dopo un naufragio e lì l’incontra, Ana Maria de Jesus Ribeiro che ha soltanto 18 anni ma è già sposata da tre. Poi l’abbandono della sua famiglia, la vita misera e avventurosa con Garibaldi tra il Brasile e l’Uruguay, fino all’arrivo in Europa, Roma, il monte Titano, la morte dieci anni dal suo incontro con Garibaldi, Josè. La scrittura della Calosso si manifesta nella sua originalità: dare la parola direttamente ad Ana Maria-Anita perché racconti fuori da ogni retorica la sua scelta passionale, eroica ma anche visionaria, di donna che rifiuta di crescere all’ombra di un grande uomo ma ne condivide speranze e progetti. Per amore.”
Laura Calosso è stata premiata dall’Assessora regionale alla cultura, Ilaria Portas, che ha fatto gli auguri al Premio Alghero donna anche a nome dell’editoria che il suo assessorato rappresenta.
A leggere la motivazione per la sezione Arte-Poesia a Clara Farina è stato Antonio Maria Masia, presidente del Gremio dei sardi di Roma in rappresentanza della intera Giuria. “Clara Farina ha dato voce ai più grandi poeti in lingua sarda calcando il palcoscenico di molti teatri in Sardegna e fuori dell’Isola, ma anche lasciando la sua voce in modalità più popolari e di grande diffusione come il disco. Già nel 1999, con il disco Sardus Pater (Condaghes), aveva incantato con la sua interpretazione di recitare cantando, ripercorrendo la tradizione più antica e vera dei cantadores. Poi per Soter editore, un nuovo disco A boghe Crara, che come indica il titolo è proprio un cantare e declamare a voce forte e chiara i versi della poesia sarda contemporanea. (...)Poeta Clara Farina? Certamente scrive versi e tanti, ma li fa leggere soltanto a pochi amici. Ma scrive di teatro. Ha vinto il primo premio per i centocinquant’anni dalla nascita di Grazia Deledda con lo spettacolo Passos de Gràssia, prodotto nel 2021. Oggi è un’altra donna, Marianna Bussalai, ad essere rinata in palcoscenico grazie alle parole di Clara Farina, che ha tracciato e portato sulle scene con empatia palpabile, il profilo di questa intellettuale di Orani, simbolo dell’autonomia e dell’emancipazione femminile sarda. “
Clara Farina ha incantato il pubblico sempre numeroso accorso al Teatro Civico di Alghero, interpretando una poesia veramente in tema, Feminas, del poeta campidanese Vincenzo Pisano. A premiare è stata Raffaella Sanna, assessora alla cultura del Comune di Alghero, che patrocina e supporta la manifestazione con la Fondazione di Sardegna.
Sempre l’Assessora di Alghero ha premiato Ambra Pintore per la sez. giornalismo, dopo la lettura della motivazione da parte di Silvana Pinna, socia fondatrice della sezione FIDAPA di Alghero , il gruppo associativo che insieme alla Rete delle Donne affianca l’Associazione Salpare e Neria De Giovanni nell’organizzazione.
Come messo in evidenza: “Ambra Pintore non può soltanto essere definita giornalista: ha studiato danza classica, lavorato in una compagnia di teatro sperimentale, approfondito canto, dizione e recitazione con espressività fisica e vocale. E poi è stata protagonista in diversi spettacoli teatrali e in alcuni film tra cui quello del regista sardo Gianfranco Cabiddu su “Il figlio di Bakunin”. E’ volto molto noto e molto amato come conduttrice e autrice di diversi programmi televisivi come: Bistimenta, costumi e gioielli di Sardegna e I 5 Sensi dell’Arte, format la cui grande scommessa è stata e continua ad essere divulgare ad un pubblico eterogeneo la cultura e l’arte in Sardegna scevra di folklorismi. (…). Da qualche anno Ambra Pintore è anche regista e ideatrice di un format letterario-musicale, utilizzando sempre le più raffinate e moderne tecniche di comunicazione.”
Ambra Pintore ha regalato al pubblico una sua interpretazione a cappella di una tradizionale ninna nanna in catalano.
Alle premiate la targa istituzionale e una collana di corallo, per ricordare Alghero, al centro della Riviera del corallo.
Come da tradizione apertura e chiusura di serata affidata alla musica: ha aperto il duo Antonello Colledanchise e Susanna Carboni con due brani di musica catalana medievale mentre a chiudere è stato il flauto traverso di Elisa Ceravola con brani della tradizione novecentesca.
Grande successo per l’undicesima edizione della Ragunanza di poesia, narrativa, pittura e fotografia. Si è conclusa il 5 ottobre nell’antica Vaccheria di Villa Pamphilj, nel parco più grande di Roma, la cerimonia di premiazione del noto concorso letterario artistico internazionale,
promosso dall’associazione Le Ragunanze di Roma. Il premio, dedicato dal 2018 ad Anastasia Sciuto, giovane regista diplomata all’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica Silvio D’Amico, ha avuto i patrocini morali del Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia a Roma, Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, Vivere D’Arte, Leggere Tutti, LATIUM di Madrid, ACTAS Tuscania, WikiPoesia, Brainstorming Culturale e Punto Zip la cultura in un piccolo spazio. La Giuria composta da Virgilio Violo (Presidente di Giuria), Michela Zanarella (Presidente del Premio), Giuseppe Lorin (Vice Presidente del Premio Le Ragunanze), Elisabetta Bagli (Presidente Latium), Antonio Corona (Vivere D’Arte), Fiorella Cappelli (Leggere Tutti), Lorenzo Spurio, Luciana Raggi, Serena Maffia ha decretato i vincitori che per l’occasione hanno raggiunto la Capitale. Ad aprire l’evento la soprano Anna Zilli che ha interpretato dei brani a cappella. Sono seguiti gli interventi di Silvio Parrello, “er Pecetto”, tra i protagonisti del romanzo “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini, che ha recitato un estratto da “Il romanzo delle stragi”. Memoria storica di Pasolini e artista di riferimento nel quartiere Monteverde, Parrello è presenza immancabile alle Ragunanze. Quest’anno preziosa è stata la partecipazione del musicista Stefano Refolo che oltre ad essere tra i premiati, ha interpretato alcuni brani storici della musica italiana coinvolgendo il pubblico. L’attrice Chiara Pavoni ha letto i testi delle opere vincitrici. È intervenuto anche l’assessore alle politiche sociali del Municipio Roma XII Fabio Bomarsi che ha sottolineato l’importanza del lavoro delle associazioni nel territorio per promuovere e valorizzare i talenti. L’assessore ha portato i saluti del Presidente del Municipio Roma XII Elio Tomassetti.
La Presidente del Premio Michela Zanarella ha poi dato il via alla premiazione annunciando i vincitori delle cinque sezioni. Per la sezione poesia a tema natura il primo posto è stato assegnato a Luciano Giovannini di Roma con la poesia “Back in Villa Pamphilj”, secondo classificato Danilo Poggiogalli di Roma con “Nella valle dell’Aniene”, terza classificata Manuela Magi di Tolentino, Macerata, con “Intrecciata
radice”. Menzioni d’onore per Antonella Ariosto, Giovanni Battista Quinto, Isabella Petrucci, Alberto Baroni, Rossana Bonadonna, Lucia Izzo,
Carla Abenante, Romano D’Alliegro, Sara D’Angelo. Per la sezione libro edito poesia sul podio Paolo Parrini di Castelfiorentino con la raccolta “Un lunghissimo addio”, seconda classificata Monica Martinelli di Roma con “Taming Time”, terzo classificato Michele Sabatini di Montefalco con “Una bellezza asciutta”. Menzione d’onore per Niculina Oprea, Elisabetta Biondi Della Sdriscia, Stefano Baldinu, Rosaria Di Donato, Patrizia Marzillo, Francesca Romana Rotella, Gioacchino Di Bella, Massimo Monteduro, Mirko Gloriani, Tarana Turan Rahimli. Per la narrativa ha vinto Roberto Maggi di Roma con “Gli accordi spezzati”, secondo classificato Gian Stefano Spoto di Roma con “Il cappello vuoto e altri racconti”, terzo classificato Alessandro Bellomarini di Roma con “Fottuta borghesia”. Menzioni d’onore a Michele Manna, Gabriella Cinti, Sabrina Tonin, Elvira Delmonaco Roll, Jolanda Anna Tirotta, Loredana Manciati, Alberto Umbrella. Per la sezione pittura sul podio al primo posto Giuseppe Galati di Vibo Valentia, a seguire Bruna Milani di Roma e Adriano Ruzzene di Treviso. Menzione d’onore a Stefany Pepe di Roma. Per la sezione fotografia ha trionfato Alessandro Porri di Roma, secondo classificato Adriano Geracitano di Roma, terza classificata Chiara Novelli di Roma. La Targa Anastasia Sciuto 2025 è stata assegnata all’attore Massimo Odierna, rappresentato dalle attrici Sofia Taglioni e Sara Putignano. Targa Latium dell’associazione Latium di Madrid a Domenico Guida di Roma, la Targa Vivere D’Arte dell’associazione Vivere D’Arte di Torino a Daniele Ricci di Pesaro Urbino, Targa Speciale Le Ragunanze a Stefano Refolo di Roma per il racconto della canzone italiana “A tempo di Refolo”, Targa Speciale Le Ragunanze a Selene Pascasi di L’Aquila, Targa Actas Tuscania a Roberto Costantini di Roma. Targa alla carriera ad Athina Cenci, da anni madrina dell’evento, consegnata dal giornalista di Repubblica Giacomo Galanti insieme all’attrice Sara Putignano. L’evento si conferma un appuntamento significativo per il quartiere Monteverde che riesce ogni volta ad accogliere artisti dall’Italia e dall’estero.
La dietista Veronica Pompili e il presidente onorario di NCR Ettore Pompili hanno rappresentato l’associazione dei Castelli Romani al Festival del Peperoncino organizzato da Ipse Dixit al Garden Tre Fontane di Roma.
La dietista Veronica Pompili e il presidente onorario di NCR Ettore Pompili hanno rappresentato l’associazione dei Castelli Romani alla VII edizione di Hottobre Piccante, Festival del Peperoncino organizzato da Ipse Dixit al Garden Tre Fontane di Roma. L'iniziativa ha riscosso un grande successo di pubblico, grazie ad un programma ricco di iniziative, sviluppato durante il primo fine setttimana di Ottobre. Durante il pomeriggio di Sabato 4 ottobre il Dottor Ettore Pompili ha presenziato all'inaugurazione della kermesse con il taglio del nastro da parte della madrina della manifestazione Marinella Sapienza, opinionista del Programma di Raidue "BellaMa", presso la Piazza degli stand che ha ospitato, grazie al Club Ferrari di Roma, alcune autovetture della Casa automobilista di Maranello.
Il presidente onorario di Nuovi Castelli Romani ha anche assistito alla gara amatoriale di mangiatori di peperoncino, condotta da Arturo Rentricca, pluricampione dei mangiatori di peperoncino, presso l'Area Palco Eventi. Una partecipazione sentita da parte dell'associazione castellana frutto di una collaborazione tra Ispe Dixit, delegazione romana dell'Accademia italiana del Peperoncino e l'associazione L'ORODICALABRIA che iniziata nel 2024, con la stipula di un patto di amicizia con queste realtà, continuerà con una serie di iniziative legate al Peperoncino nel territorio dei Castelli Romani, grazie alla disponibilità dei sindaci del territorio e delle amministrazioni comunali. Domenica 5 ottobre la dietista Veronica Pompili e il Presidente onorario di NCR Ettore Pompili hanno partecipato presso la Piazzetta del gusto al panel “Salotto Rosso - parlano gli imprenditori, gli artigiani e gli agricoltori del Peperoncino” moderato dal Presidente di Ipse Dixit Antonio Bartalotta, insieme a Tonino Miceli, Giancarlo Suriano, Alessandro Ciafrei e Daniele Berto. Presente anche la consigliera e socia fondatrice dell'associazione L'ORODICALABRIA Federica Dieni.
"Ringrazio il Presidente Bartalotta e tutti gli organizzatori per avermi permesso di essere qui per il secondo anno consecutivo. Tra le varie proprietà nutrizionali del Peperoncino, lo riconosciamo anche come potenziale alleato per tutti coloro che vogliono perdere peso. Secondo degli studi pubblicati a livello internazionale, sarebbe infatti in grado di influire sul metabolismo dei grassi e sul dispendio energetico attraverso l'azione della Capsaicina (principio attivo). La riduzione di peso data del peperoncino sarebbe anche il risultato di un migliore controllo dell'insulina, con effetti positivi su malattie come obesità, diabete. Ricordiamo però che integrare il peperoncino nella nostra alimentazione non ha effetti miracolosi, ma non unitamente a una dieta ipocalorica e un a po’ di sano movimento può essere un prezioso alleato anche per chi desidera perdere peso ed è quindi tra i cibi che non dovrebbero mancare all’interno di un’alimentazione sana e bilanciata.
Ho approfittato di questo mio intervento, sollecitata dai professionisti intervenuti, per rassicurare sulle problematiche legate alla conservazione dei cibi legati ai casi di botulino che si sono verficiati negli ultimi mesi. Sono casi che non vanno sottovalutati, ma che al contempo non devono diventare protagonisti di vere e proprie psicosi propagate dai social network che sono sempre più teatro di fake news. Consiglio quindi di seguire sempre prassi igieniche rigorose durante la preparazione e conservazione degli alimenti, per scongiurare alcun pericolo di intossicazione alimentare. Lo dichiara la dietista Veronica Pompili.
Il X Agosto, la 14esima edizione della Notte coi Poeti della Letture d’estate a Villa Edera, ha registrato un altro grande successo.
Un incontro annuale di Poeti, tra i piú sensibili della Sardegna, ma anche di oltremare. Un appuntamento fisso, coordinato da Neria De Giovanni , tra poesia e musica. Quest’anno, come le passate edizioni, ha aperto e puntellato la serata con brani musicali Antonello Colledanchise in duo con Susanna Carboni e Saphira Cabula alle percussioni, davanti ad un pubblico di Poeti, musicisti, pittori e amici degli artisti.
Lo scrittore algherese Antoni Canu ("un ragazzo di 97 anni"…) ha aperto la carovana di poeti che, presentati da Neria De Giovanni, si sono avvicendati al microfono mixato da Ivan Perella: Margherita Lendini, Laura Cannas, Maria Piras, Rosanna Fadda, Sandra Manca, Maria Antonietta Manca, Antonio Maria Masia, Maria Teresa Tedde, Teresa Anna Coni, Bianca Maria Ginesu,Tiziana Meloni, Gianfranca Piras, Raffaele Ciminelli, Giuseppina Palo, Roberto Barbieri, Maria Antonietta Pirigheddu e Monica Tronci.
L’intera serata è stata dedicata al ricordo di Sergio Bolgeri, a cinque anni dalla sua scomparsa. Artista poliedrico aveva sempre partecipato alla Notte coi poeti, autore anche di due preziose sillogi con Nemapress edizioni. Al centro dell’evento un ritratto di Bolgeri opera della pittrice Maria Filomena Mura, sua grande amica che ha letto alcune poesie inedite. Anche Giovanni Corbia, curatore dell’ultima mostra internazionale di Sergio Bolgeri, ha letto alcuni brevi versi inediti dell’artista e a sorpresa come Presidente della Biennale del Mediterraneo ha fatto un importante
annuncio. A Sergio Bolgeri è stato assegnato il Premio Biennale Paolo Pulina nella sez. Artisti storicizzati, manifestazione che fa parte degli eventi della Biennale d’Arte di Roma e del Mediterraneo, Premio alla Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il premio verrà consegnato nel mese di ottobre in occasione di una mostra antologica delle opere di Sergio Bolgeri che si terrà ad Alghero sempre a cura di Giovanni Corbia.
| vista dello studiolo di Francesco I° De' Medici |
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“Un uomo è libero nel momento in cui desidera esserlo.”- Voltaire
Firenze, la culla del Rinascimento, è un libro di storia a cielo aperto dove ogni vicolo, ogni piazza e ogni palazzo racconta una storia. Ma cosa succede quando si va oltre la facciata splendente, oltre le opere d'arte che tutti conosciamo? Se si gratta la superficie dorata, si scopre una Firenze più segreta, fatta di passaggi nascosti, simboli esoterici e intrighi che hanno segnato la vita dei suoi abitanti più potenti.
È qui, tra le mura del maestoso Palazzo Vecchio, che si nasconde una delle curiosità più affascinanti e misteriose della città: il passaggio segreto di Francesco I de' Medici, un tunnel che sembra uscito da una spy-story rinascimentale.
Francesco I de' Medici (1541-1587), secondo Granduca di Toscana, non aveva l'animo del politico né la tempra del condottiero. A differenza del padre, Cosimo I, che governò con pugno di ferro, Francesco era un uomo solitario e introverso, un intellettuale affascinato dall'alchimia e dalle scienze naturali. Mentre il mondo si aspettava che governasse, lui passava invece le sue giornate a Palazzo Vecchio, non nei saloni di rappresentanza, dove in realtà doveva essere, ma in un luogo intimo e riservato. Questo luogo, al quale si accedeva attraverso un percorso segreto, era il suo Studiolo, il cuore pulsante delle sue passioni, la zona dove poteva in libertà lavorare ai propri interessi e piaceri.
Progettato da Giorgio Vasari, lo Studiolo non era un semplice ufficio, ma una vera e propria "camera delle meraviglie" rinascimentale. Era un piccolo ambiente rettangolare e senza finestre, le cui pareti erano decorate con dipinti che nascondevano un profondo significato simbolico, con riferimenti ai quattro elementi: Terra, Aria, Acqua e Fuoco. Sotto ciascun dipinto, si trovavano armadietti che custodivano gli oggetti più rari e preziosi della sua collezione: minerali rari, gemme preziose, strumenti scientifici e ampolle da alchimista.
Il Granduca fece realizzare quel passaggio segreto proprio per accedere a quel tempio della conoscenza. Più che un semplice corridoio, era lo specchio della sua anima, la confort zone dove si sentiva se stesso, un modo per isolarsi dalla corte e dedicarsi indisturbato alle proprie passioni. Questo passaggio gli garantiva la riservatezza assoluta e gli permetteva di muoversi tra i suoi appartamenti e il laboratorio senza essere visto, proteggendo così i suoi esperimenti di alchimia, una disciplina che all'epoca era vista con sospetto e circondata da un alone di mistero.
Si racconta che questo percorso venisse utilizzato anche per ricevere ospiti particolari o per incontri privati, evitando le rigide formalità di corte, e forse anche per i suoi incontri amorosi prima con la sua amante, e poi seconda moglie, Bianca Cappello.
La storia di questo passaggio non è solo un aneddoto affascinante, ma una chiave per comprendere un Granduca che, pur essendo al centro del potere, cercava la solitudine e preferiva il silenzio di un laboratorio al clamore di una sala del trono.
Francesco I de' Medici era un uomo di passioni, che viveva per i suoi interessi più che per il potere. Nonostante abbia promosso grandi progetti per Firenze, come l'ampliamento del porto di Livorno e la creazione della Galleria degli Uffizi, non riuscì a farsi amare mai dal popolo. Rimase nella memoria dei suoi sudditi soprattutto per la sua natura schiva, solitaria, per le sue manie e per essere ossessionato dai suoi studi di alchimia, piuttosto che per le sue opere da mecenate.
Conclusione personale:
"Ogni uomo e donna ha nel cuore sogni e desideri. In alcuni periodi storici, luoghi o contesti familiari non era permessa la libertà individuale. Tuttavia, se veramente desiderata, questa libertà emerge in qualche modo, perché è un bene sacro per ogni essere umano."
| Andrea Scanzi |
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| Marzia Carocci con Marco Giallini |
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Festa grande ieri pomeriggio presso la sede delle associazioni regionali di Roma (UnAR) in via Ulisse Aldrovandi. L’ occasione è stata data dal concerto tenuto dal
Maestro Massimo Cappello e dal Maestro Raul Dousset da Buenos Aires per la fine delle attività dell’UnAR con riferimento alla pausa estiva.
Il M° Massimo Cappello, salentino, straordinario pianista, mattatore indiscusso della serata, con i suoi irresistibili brani ha guidato gli ospiti in un affascinante viaggio musicale dal titolo Souvenirs de Voyage - Pianist’s Concert: un itinerario che ha spaziato da Mosca a New York, passando per Roma e Parigi, attraverso musiche che hanno segnato epoche e sentimenti in un intreccio di cinema, emozione e virtuosismo.
L’ampio repertorio ha ricompreso brani di varie epoche, stili e generi musicali fortemente coinvolgenti, molti dei quali noti al grande pubblico e capaci di risvegliare ricordi e rinnovare il rapporto empatico ed emotivo tra gli artisti e il pubblico. Dai grandi compositori del passato fino alle colonne sonore, alla musica tradizionale. Souvenir de Voyage è stato un ideale viaggio dal passato al presente.
Il concerto è stato organizzato dall’associazione musicale Mozart, il Gremio dei Sardi, l’Associazione dei Pugliesi, la Società Umanitaria, il Fogolar Furlan e il il CSS, finale con buffet e "scoppiettante" brindisi con la la simpatica e coinvolgente presentatrice, professoressa Irene Venturo, presidente dell’Associazione dei Pugliesi a Roma. Nutrita la presenza dei rappresentanti delle altre regioni italiane.

Sabato 14 giugno si è svolta la cerimonia di premiazione dell’XI edizione del Premio Internazionale Letterario e d’Arte Nuovi Occhi Sul Mugello. Questo prestigioso concorso, ideato e organizzato dalla Presidente Annamaria Pecoraro, nasce con l’obiettivo di valorizzare il territorio e le risorse della terra del Mugello, oltre a sostenere e aiutare alcune realtà locali particolarmente bisognose.
Quest’anno, il premio ha avuto il piacere di supportare la Casina Aps, un’associazione fondata nel 2023, composta da famiglie volontarie che accolgono persone con disabilità all’interno del proprio nucleo familiare.
Il Premio non si limita a essere un contenitore di racconti, poesie e dipinti da valutare, ma assume anche un forte valore sociale. L’instancabile Annamaria Pecoraro riesce ogni volta a rendere questa manifestazione un fiore all’occhiello del Mugello, attraverso iniziative benefiche e solidali che contribuiscono a rendere questa terra ancora più speciale.
Inoltre, fra tanti partecipanti alle varie arti presenti nel bando, sono stati premiati numerosi giovani under 18, dimostrando come il talento e la creatività possano essere coltivati fin dalla giovane età, portando avanti con entusiasmo e passione il patrimonio culturale e artistico del territorio. 
Durante la cerimonia, è stato inoltre consegnato il Premio alla Carriera a Daniela Morozzi, attrice di televisione, cinema e teatro. Donna molto impegnata nel settore sociale, Daniela dà voce agli emarginati, affronta il problema dell’immigrazione, si dedica alle donne, agli anziani, alla legalità e ad altre tematiche di grande rilevanza. È anche testimonial per diverse campagne solidali. Inoltre, Daniela Morozzi, si impegna attivamente sul tema del fine vita. I suoi spettacoli sono rappresentazioni che invitano alla riflessione, all’attenzione e alla comprensione di quanto il nostro vivere quotidiano possa essere spesso sordo di fronte alle problematiche sociali.La giuria ha lavorato attentamente nel giudizio di tutte le sezioni: poesie, racconti, dipinti e tutto quanto è arrivato. Le opere presentate sono state valutate con cura, e sono state apprezzate poesie bellissime, racconti emozionali, disegni e dipinti molto interessanti. La presidente di giuria è stata la prof.ssa Marilisa Cantini, che da anni svolge questo incarico con grande attenzione e dedizione. Le poesie, i racconti e le chiamate sul palco del bellissimo Teatro Rossini sono state curate dalla conduttrice radiofonica Roberta Calce, che da 10 anni dà voce e professionalità a questo concorso. È stata una giornata ricca di valore, emozione e attenzione da parte di un pubblico che ha seguito con grande interesse fino all’ultimo momento. Un plauso va sopratutto a chi con amore e impegno costante continua a portare avanti un Premio che ha all’interno un cuore pulsante; quello di Annamaria Pecoraro.