L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Theatre and cinema (88)

 

 

Riccardo Massaro
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November 28, 2022

Con Alida Sacoor, Andrea Bizzarri, Giuseppe Abramo e Matteo Montaperto

 

Nico è il proprietario di un appartamento che mette a disposizione per incontri galanti. È lì per mostrare il luogo ad un cliente che a breve avrà un incontro amoroso con un affascinante ragazza di nome Emilie. Mentre Nico continua a mostrare l’alcova predisposta per questo appuntamento al buio, si accorge che l’uomo non è più dietro di lui. Basito torna indietro per cercarlo e lo trova riverso a terra… morto!? Beh questa è la chiave della commedia, dunque sta a voi andarlo a scoprire!

 

Spaventato chiama il suo amico Boris per chiedergli un aiuto, ma ecco che alla porta suona Emilie, pronta per il suo rendez-vous amoroso con il suo amante conosciuto in chat e che ora vuole conoscere più in “profondità”… cosa accadrà?

 

I nostri ci propongono una commedia brillante, dai ritmi serratissimi, ricca di equivoci, gag e scambi di persona, che ha già mietuto successi dopo le prime date ad Ostia. Adesso viene riproposta qui per divertire il pubblico del Teatro Roma.

 

Ora, immaginate una commedia all’italiana di quelle in bianco e nero, ed immaginatevi che sò, un Walter Chiari, un Ugo Tognazzi, un Raimondo Vianello, fateci un bel frullato e inseriteci dentro idee più fresche e moderne, mantenendo però quell’ efficace retrogusto retrò, che questi giovani ragazzi hanno rielaborato nel tempo, personalizzato e saputo inserire nello spettacolo. Avrete una commedia frizzante e divertente in cui si gioca molto con equivoci e i fraintendimenti, arricchita da tante battute simpatiche e divertenti che riempiranno ben due ore di spettacolo diviso in due tempi.

 

Matteo, Alida e Andrea sono delle mie vecchie conoscenze che ho avuto modo di apprezzare in “Viva la guerra” e in “Amori in soffitta”, due commedie piuttosto riuscite. Alida ed Andrea sono una coppia che funziona sia nella vita che sul palco, hanno maturato un bell' affiatamento e una forte complicità che si manifesta chiaramente attraverso la loro bravura artistica e il loro modo personale di fare spettacolo. Matteo viene spesso coinvolto nei loro spettacoli, anche lui molto bravo riesce ad amalgamarsi con loro. Lo seguo da tempo attraverso i suoi corti sul web con il gruppo “I Due e mezzo “ e altri brevi video in cui con molta ironia gioca con il significato delle parole italiane. Con la su presenza è in grado di aggiungere quella nota serio/comica, molto personale e caratteristica del suo modo di fare spettacolo. Giuseppe per me è una sorpresa gradita. Sembra una sorta di Fred Buscaglione che ha attinto a piene mani da quell’infinito panorama del cinema in bianco e nero nostrano ed internazionale. È in grado di fare un concentrato di tutte quelle macchiette con cui ridevano i nostri nonni. Macario, Rascel, Tognazzi, Chiari… c’è davvero di tutto in Giuseppe: espressività, gestualità, abbinata a cambi di voce ed umorali repentini molto marcati ed assai divertenti. Insomma questi quattro, accompagnati da azzeccate musiche in una scenografia che ripropone un’ alcova con tanto di letto matrimoniale più affollato di un autobus nell’ora di punta, danno vita ad una commedia brillante ed allegra che riesce sempre a mantenere viva l'attenzione e l’allegria del pubblico per tutta la sua durata.

 

Non è facile in due ore di spettacolo riuscire a non avere mai un calo di tono, ma loro ci riescono eccome, vivacizzando con le loro trovate ed un efficace ed intensa comunicatività  grazie ad una vigorosa ed appassionata mimica, ogni attimo della storia. I nostri reggono ritmi massacranti, escono e rientrano dalle porte della simpatica scenografia con perfetta sincronia, reggendo questi tempi frenetici e convulsi che si trasformano in scenette irresistibili per la sala.

 

Alida si cimenta in un personaggio frivolo e scoppiettante, giocando con il suo aspetto procace e giunonico che riporta alla mente le dive passate come la Koscina, la Fenech o che sò la Loren, con una buona dose della Ferilli, esprimendo tutta la sua sensualità e femminilità mai volgare, accompagnata con una forte dose di comicità, ma rimanendo sempre Alida. Matteo nei panni dell’amante poliglotta, sciorina divertentemente tutta una serie di lingue straniere con le quali evidentemente cerca di ammaliare le donne. Mi ha riportato alla mente Kevin Kleine in “Un pesce di nome Wanda”, quando cerca attraverso le lingue  di conquistare Jamie Lee Curtis. È lui il moribondo; sempre simpatico, brillante e molto dinamico. Andrea che sceso dal palco ha l’aspetto di una persona posata e morigerata, sul palco si trasforma in un esilarante padrone di casa maldestro ed impacciato, ricco però di inventiva, che diverte molto con i suoi atteggiamenti, momenti di panico ed imbarazzo per cercare di far sparire il corpo; coadiuvato da Giuseppe nei panni dell’amico buffo e casinista venuto per aiutarlo con il cadavere.

 

Tutti i maschietti della storia rimarranno colpiti dal fascino della ragazza e tutti a loro modo e con il loro discutibile approccio da seduttori improvvisati, cercheranno di conquistarla. Una commedia divertente ma non semplice. Se farete attenzione, vi accorgerete che è una proposta molto impegnativa da portare in scena. I ragazzi ne escono stremati, ma anche molto soddisfatti per il lavoro che sanno di aver ben svolto e contenti dell’entusiasmo dimostrato dal pubblico.

 

Alla fine dello spettacolo i ragazzi stanchi ma soddisfatti, già pronti per la replica serale, mi hanno voluto fare un bellissimo regalo, quello di accogliermi dietro le quinte, ancora con i costumi di scena in dosso, non solo per scambiare pareri sullo spettacolo e congratularmi con loro, ma soprattutto per poter posare tutti insieme per alcuni scatti su quello stesso letto in cui si sono avvicendati freneticamente e passionalmente con tanto ardore.

 

Lo spettacolo racchiudendo in sé la scuola della comicità vecchio stampo sapientemente inquinata con quella moderna, è un felice e riuscito connubio, adatto a persone di ogni età.

 

 

 

November 15, 2022

In una piccola via del centro di Palermo, quasi per sbaglio, la mia compagnia si è imbattuta in questa singolare libreria. Vista la mia passione per la lettura, mi ha voluto portare subito a vederla. Eravamo qui per vacanza, dunque passeggiare in cerca di luoghi particolari era d'obbligo, figuriamoci incappare in questa “Stanza di carta”…

 

La libreria è deliziosa. Il libraio, Piero Onorato, capisce subito che siamo incuriositi dalla sua attività e molto gentilmente ci invita ad entrare per poi cominciare a raccontarci…

 

Questo esercizio nasce nel 1922 come libreria scolastica e sopravviverà fino al 1999 per poi chiudere i battenti. Negli anni le serrande chiuse hanno accumulato polvere cambiando di colore, mentre i passanti palermitani dimenticavano sempre più cosa ci fosse stato in quel luogo. Vent'anni dopo, nel 2019, Piero riapre quest'attività scegliendo di vendere libri nuovi, vecchi o rari, spesso mai aperti, forse acquistati o regalati a qualcuno e poi finiti qui, nelle mani di un compratore più attento, accuditi e preservati come oggetti di culto in questo piccolo tempio del sapere. Questo magico luogo si sviluppa verso l'alto, proteso verso chissà quale divinità depositaria della conoscenza. I suoi clienti non sono solo palermitani, ma selezionati da tutta Italia, qualcuno anche dall'estero.

 

Piero ci racconta che questa è una delle librerie più piccole del mondo, solo diciannove metri quadrati ricavati dal vecchio campanile della vicina chiesa di San Giuseppe dei Teatini, dunque può solo sfruttarne l'altezza, di circa sei metri. Gli scaffali si arrampicano colmi di libri verso il soffitto emanando un buon odore che sa di carta datata. I libri insieme compongono una sorta di mosaico colorato, dove non manca neanche un tassello. Anzi, sembra che dietro ogni libro esposto ve ne sia un altro pronto a sostituire quello sfilato da qualche cliente interessato. Un piccolo divano sotto la scala accoglie il lettore, che seduto si ritrova come incorniciato in quello che sembra essere un teatro. Per uno strano effetto ottico, questa posizione fa sembrare la libreria più grande di come in realtà è. Una scala piccola laterale si arrampica sopra di noi per affacciarsi sulla libreria, permettendoci da lì di vedere anche la “stanza del piacere”. Si tratta di un luogo posto al piano superiore, con una porta che rimane socchiusa, che all'interno ospita libri che trattano di erotismo. Scorgo, infatti, tra gli scaffali una rivista di un vecchio Penthouse con una modella poco vestita che svetta in copertina. Proprio dietro quella parete riposano ancora i frati della chiesa... Riscendendo, si scorgono altre due rampe di scale, che però sono cieche e oggi non conducono da nessuna parte, ma che sicuramente in passato avevano una loro utilità per noi ignota. Queste rampe si confondono con quelle che ci hanno fatto accedere al piano di sopra, portando inevitabilmente alla mente la stessa illusione ottica che provocano le scale fantastiche di Escher,

 

Il gestore sembra nato per dare vita a questo luogo, i suoi occhi trasmettono la passione per questo lavoro e per questo negozio, luogo che esprime una sua particolare personalità. Con Piero sembra di trovarsi in compagnia di Alice nel paese delle meraviglie. Quei libri pulsano di vita propria; dormienti, sembrano in letargo in attesa della loro futura destinazione. Ho avuto timore di ripassare in quella piccola stradina che è via Giuseppe D'Alessi e di non ritrovare più questo luogo così magico, scomparso in quella stessa magia che emana e che mi ha tanto affascinato...

August 07, 2022

Questa strana voglia di vivere" di Veronica Liberale è stato selezionato per il “Concorso Idee nello Spazio”, Domenica 10 luglio h 21 ed è stato in scena al Teatro Lo Spazio con un piccolo estratto, per una serata di corti teatrali e scambi di idee in movimento tra compagnie teatrali

 

Siamo negli anni '60. I fratelli Cristina e Salvatore lasciano la loro casa in un piccolo paese siciliano per recarsi in Svizzera e ricongiungersi con Giuseppe, un altro fratello emigrato da tempo. La speranza è quella di trovare un lavoro ed una situazione migliore Sul treno i di vita.

 

due incontreranno uno scrittore ed un'aspirante attrice. Filo conduttore sarà il capotreno, una sorta di voce fuoricampo in carne ed ossa, onnipresente, che racconta le storie di persone mentre queste le trasporta con il loro carico carico di speranze e sogni verso un destino, si spera, migliore. Il “treno della speranza” è un simbolo dai forti connotati umani, e serve a ricongiungere le persone ai loro affetti. Rappresenta una sottile linea immaginaria che unisce un'Italia eterogenea ottimamente rappresentata dai personaggi creati da Veronica che, grazie alla sua magica penna, si tramuta in una Parca, in una Moira, giocando e intrecciando i loro destini in questo viaggio verso un destino misterioso. Un viaggio peraltro introspettivo, volto a scoprire gli animi ei sentimenti dei viaggiatori, che svelano prima il loro lato esteriore, duro o sulla difensiva, poi le loro paure ei dubbi, infine ci regalano il loro lato migliore e più umano. Tutto a ridosso della storia che raccontano e vivono, uno spaccato difficoltà di molti italiani in quegli anni, nella difficile ricerca di una stabilità economica. Dunque un racconto sull' emigrazione che ha interessato la nostra cara penisola negli anni '60. Veronica ci regala una perla, un gioiello teatrale in grado di farci vivere in maniera realistica questa tragedia attraverso i suoi personaggi, usando la sua dolcezza in maniera commovente, ma sempre strappando un sorriso e facendo capolino ad una speranza nascosta dietro l'angolo. Fa vivere i suoi personaggi che irrompono dalla quarta parete nella stessa platea, facendoli scendere in alcune occasioni dal palco per farceli sentire e vivere. poi le loro paure ei dubbi, infine ci regalano il loro lato migliore e più umano. Tutto a ridosso della storia che raccontano e vivono, uno spaccato difficoltà di molti italiani in quegli anni, nella difficile ricerca di una stabilità economica. Dunque un racconto sull' emigrazione che ha interessato la nostra cara penisola negli anni '60. Veronica ci regala una perla, un gioiello teatrale in grado di farci vivere in maniera realistica questa tragedia attraverso i suoi personaggi, usando la sua dolcezza in maniera commovente, ma sempre strappando un sorriso e facendo capolino ad una speranza nascosta dietro l'angolo. Fa vivere i suoi personaggi che irrompono dalla quarta parete nella stessa platea, facendoli scendere in alcune occasioni dal palco per farceli sentire e vivere. poi le loro paure ei dubbi, infine ci regalano il loro lato migliore e più umano. Tutto a ridosso della storia che raccontano e vivono, uno spaccato difficoltà di molti italiani in quegli anni, nella difficile ricerca di una stabilità economica. Dunque un racconto sull' emigrazione che ha interessato la nostra cara penisola negli anni '60. 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Quello del 20 luglio sarà un estratto, non so quali e quante scene verranno proposte ma nello spettacolo completo troveremo vari personaggi. Quella che descrivo è la replica che vidi io tempo fa con gli attori che troverete di seguito.

Il ferroviere romanaccio (Fabrizio Catarci), una sorta di romantico traghettatore di queste anime semplici e al contempo una guida narrante, che accompagna verso il destino ignoto queste persone, raccontandole. È lui che spezza armoniosamente le varie scene, con delicatezza e un umorismo tutti capitolini. È l’unico personaggio non “accoppiato”, ma che si amalgama bene con gli altri. Una figura a tratti nostalgica, l’unica che pare conoscere il suo destino, quello di trasportatore di anime e di venditore di sogni. Di fondo una persona sola che però è insostituibile collante. Salvatore (Guido Goitre) è perfetto nel suo ruolo, racchiude e rappresenta il siciliano perfetto: rigido e spigoloso, geloso della sorella ma al contempo timido, introverso, sensibile e sognatore, che svela man mano la sua bellissima dicotomia caratteriale. Il suo accento siculo, gli atteggiamenti, ma soprattutto lo sguardo sognante e le sue pause di riflessione sono eccezionali e donano al personaggio una bellissima profondità. Gabriele o Mattia Pascal, (anche qui la scelta dello pseudonimo pirandelliano è azzeccatissimo), come si presenta lo scrittore (Alessandro Moser), crea quello scontro ed incontro di culture, la sua e quella dei due fratelli siciliani. La preparazione intellettuale dello scrittore, con il suo parlare in un corretto italiano mette in crisi i due isolani teneramente ignoranti. Le due culture stridono amabilmente tra loro e si fondono insieme in un dolce connubio di contrari. Ma lo scrittore poi non è così lontano da loro, mai altezzoso, scende volentieri a compromessi con i fratelli; abbandonando il suo status di persona colta, si relaziona volentieri con loro e soprattutto con la bella sorella di cui si infatua e dalla quale è ricambiato. L’attrice imberbe è una ragazza romana di nome Carla (Camilla Bianchini), dal pesante accento romanesco, bello e mai volgare che strizza abilmente l’occhio alla parlata trasteverina di quel periodo. Lei è piena di sogni e speranze di successo. Camilla ben veste i panni di questa ragazza ammaliata da un possibile successo, che però è ancora troppo giovane per capire la vita e per non cadere preda dei suoi crudeli compromessi. La ragazza farà breccia nel cuore di Salvatore, mentre lei troverà in lui quella dolcezza che evidentemente ancora non ha incontrato nel suo mondo di illusioni. Cristina (Veronica Liberale), anche lei come Guido, sembra si sia materializzata dal passato. Insieme sono fantastici, realistici, veraci. Veronica sulla scena indossa uno scialle che le ha lasciato la nonna siciliana e con quello sembra entrare in sublime contatto con lei e con i suoi gesti, riuscendo a trasformarsi in una vera donna del sud della seconda metà del Novecento, davvero credibile.

 

Complice della riuscita dello spettacolo è l’ottima sceneggiatura, che ben bilancia ogni personaggio senza appesantirlo, donandogli una propria e definita connotazione; lo spazio giusto nella storia senza prevaricare quello degli altri e riuscendo a renderlo più vero del vero. Anche i costumi di Caterina Lambiase sono un tocco di classe; sono perfetti così, come l’uso delle musiche (scelte da Pietro De Silva), tratte dal repertorio di quegli anni. Ottimo anche l’uso delle luci, suggestivo ed evocativo (di Cristiano Milasi) insieme ai suoni più che realistici sempre in sottofondo (il mare, lo scorrere del treno sulle rotaie, le voci dei passanti…). Tutte queste cose colpiscono lo spettatore e danno un tocco realistico alla storia. Non tralasciamo la bella scenografia di Luciano Nestola, dalle semplici ma efficaci trasformazioni.

 

Bello, romantico e emozionante il gioco di luci durante il corteggiamento tra Salvatore e Carla e tra Gabriele e Cristina. Ad intermittenza i nostri vengono illuminati e così portano avanti la loro conoscenza reciproca in un crescendo impreziosito dal gioco di luci. In questo modo entrambe le coppie possono rimanere sul palco, mentre la loro storia prosegue solo quando sono illuminati.  In sala ricordo gli spettatori silenziosi, fortunati testimoni di questo amore che sboccia. Il sovrapporsi del corteggiamento è un tocco di classe, proposto con una fine sensibilità. Bello lo spot dell’idrolitina (la polverina era in voga già in quegli anni), trampolino di lancio per l’aspirante attrice, che Camilla ripropone in un “playback” perfetto sull’audio originale.

Veronica ha superato se stessa sia come sceneggiatrice che come attrice. Sul suo treno ha voluto con sé dei compagni di viaggio che hanno saputo capire ed interpretare con maestria la sua idea. Un direttore d'orchestra che ha scelto i migliori musicisti per questo concerto di sentimenti e sensazioni. Mi sono emozionato, non per una scena in particolare, ma per tutto l'intero spettacolo; grazie a quell'atmosfera magica che questi artisti hanno saputo ricreare.

 

 “Questa strana voglia di vivere”

di e con Veronica Liberale, Guido Goitre, Alessandro Moser, Camilla Bianchini, diretto (e con) Fabrizio Catarci.

 

 

 

 

 

 

 

 

July 28, 2022

 

Una narrazione ironica e autobiografica di questo simpatico e schietto artista, che a quarant’anni tira le somme sulla sua vita parlandoci della propria omosessualità, delle esperienze, della nascita e delle lotte del movimento gay e di liberazione sessuale.

L’Off Off è un bel teatro al centro di Roma, in via Giulia, una strada storica voluta da papa Giulio II nel XVI secolo; ancora oggi questa zona conserva il suo fascino storico. Tra suntuosi palazzi e caratteristici vicoli romani troviamo questo incantevole teatro, che non stona assolutamente in questa cornice.

Stasera l’Off Off è piuttosto affollato, evidentemente l’esibizione di Serafino ha attirato molto pubblico, soprattutto quello della comunità gay romana.

Un grande schermo in fondo al palco è pronto per proiettare immagini a supporto dello spettacolo. Ci appariranno foto e spezzoni di filmati di feste, scorci di Roma, ma soprattutto fotogrammi che immortalano un Serafino istrionico e trasformista, impegnato ad impersonare personaggi noti o inventati, tutti sempre ammiccanti e provocatori. Scorrono immagini della Roma degli anni '70 ed ’80, con scorci ormai scomparsi legati al racconto della sua vita gay, fino ad arrivare ai giorni nostri.

La scenografia è volutamente essenziale, scarna per concentrare l’attenzione su Serafino. Espone una bandiera arcobaleno simbolo della pace e sempre presente durante i Gay pride, una sedia con un boa piumato rosa e un paio di scarpe con tacchi piuttosto alti.

Quello di Serafino non è solo un viaggio nella sua vita ma anche in quella della comunità gay, di cui sono raccontate tutte le piccole e grandi conquiste, ma anche e soprattutto le difficoltà nel percorso. Una vera e propria storia sull’omosessualità in Italia. Serafino ci spiega che il termine “batuage” è in verità un francesismo inventato, con il quale si indicano quei posti dove gli omosessuali si incontravano per avere rapporti occasionali. Luoghi piuttosto noti e legati alla storia passata della nostra città come: Monte Caprino alle pendici del Campidoglio, il Circo Massimo, il Colosseo, i giardini intorno alla stazione Termini, ma anche i vespasiani sparsi per Roma; e poi i primi cinema pornografici come il Moderno, il Modernetta e l’Odeon, l' Ambra Jovinelli e i primi locali e campeggi per i gay nati negli anni ’80. Locali famosi come l'Angelo azzurro, l’Alibi, o lo Zanzibar e l’Easy going per le lesbiche, fino ad arrivare al più noto e contemporaneo Mucca Assassina del 2002. Non dimentichiamoci poi del Gender e del Degrado, altri locali cult.

Nei racconti dell’attore non mancano i luoghi di incontro più bucolici come il “Buco” sul litorale di Ostia, così chiamato perché una volta recintato, i gay (e non solo loro) tagliarono le reti per entrarci. Ogni spazio verde della capitale che permetteva un po’ di intimità diveniva luogo di incontri a quattr’occhi. Tutti i luoghi che saranno recintati e chiusi proprio per evitarne la frequentazione notturna e spesso, purtroppo, il degrado in parte dovuto all’incuria dei frequentatori ed in altra buona misura al pregiudizio dei benpensanti. Di certo se fossimo stati più aperti e meno bigotti, gli omosessuali non avrebbero avuto bisogno di cercare spazi come questi per nascondersi dal nostro giudizio…

Ma quello di Serafino non è solo un viaggio nel tempo alle origini dell' omosessualità romana, bensì anche un viaggio storico attraverso i monumenti, gli acquedotti, i parchi, di cui ci svela aneddoti particolari o sconosciuti. Sapevate che una volta l'area del Circo Massimo era un bosco? Venne tagliato per trasformarlo in un parcheggio! Attraverso inserti interessanti come questo, prendono posto altri aneddoti che vanno di pari passo con la storia italiana ed i fatti che ben conosciamo, in cui si insinua il racconto di Serafino che ci svela con ironia ed intelligenza questo spaccato di vita a molti di noi sconosciuto.

Non mancano i riferimenti a fatti di cronaca o alla più triste cronaca nera con gli omicidi di omosessuali o i pestaggi, fino all'arrivo di Mario Mieli e al primo Gay pride con altre piccole e grandi vittorie e conquiste sociali e sessuali.

Serafino ci racconta con la sua innata ilarità di quando prendeva il bus 64, affollato di preti omosessuali, ma anche di quando ha fatto il servizio militare e si è trovato alle dipendenze di un capitano anche lui gay che, prendendolo in simpatia, lo volle come “segretaria” per poi condividere le stravaganti serate tra travestimenti e scatenate feste. Da grande trasformista qual' è, ci dà un assaggio della sua bravura nei panni della sua “foniatra”, che cerca vanamente di correggere la sua voce tendente al falsetto. Irresistibile! È divertentissimo nei suoi racconti, sempre molto espressivo, eclettico; al contempo con dolcezza riesce a far affacciare tra una storia e l’altra una certa nostalgia che lo pervade, dal sapore agro dolce, per quei tempi andati, con l’aggiunta di un retrogusto amaro che svela una certa solitudine di fondo che prova, sempre speranzoso di trovare il principe azzurro. La sua situazione sentimentale attuale però non muta neanche con l’uso della nuova app Grinder, più adatta ai soliti incontri mordi e fuggi che a trovare l’anima gemella.

Serafino è bravissimo ad interagire con il pubblico, sa improvvisare e tenere testa ad ogni imprevisto tecnico, sa bene come scherzare con se stesso ed esternarlo, è bravissimo ad ironizzare sulla sua vita privata e pubblica senza essere mai volgare o triviale nonostante l’argomento trattato ben si presti a battutacce. Non fa scivoloni di cattivo gusto, tutt’altro, ci porta con sé per mano attraverso questi quarant’anni che ha vissuto, in un mondo che almeno io non conoscevo e che ogni eterosessuale sfiora appena o ignora del tutto.

Le mie conclusioni sono che per un eterosessuale la vita probabilmente è più semplice che per un omosessuale. Discriminato, guardato con disprezzo o ilarità, ritenuto un untore e portatore di AIDS e spesso neanche in grado di potersi dichiarare come tale davanti alla propria famiglia e costretto a vivere così nell’anonimato la sua sessualità. Alla fine lo spettacolo di Serafino è anche un forte messaggio di condanna verso un mondo che non accetta l’omosessualità e che la discrimina. Un racconto pieno di ricordi piacevoli, spezzato dall’inserzione di eventi tristi e che dunque risulta sempre ben bilanciato con alti e bassi che lo armonizzano senza mai eccedere. Uno spettacolo adatto a tutti, soprattutto a chi vuole curiosare nel mondo dell’omosessualità per saperne di più. Consiglierei loro una particolare attenzione a tutta una serie di neologismi o abbreviazioni specifiche inerenti l’orientamento sessuale in questa giungla di gusti disparati e ai più sconosciuti. Di fondo Serafino si mette a nudo davanti a noi toccando argomenti che per un pubblico omosessuale sono il pane quotidiano.

Io ne esco sicuramente con una visione differente, più ricco non solo di nuove informazioni, ma anche di nuove emozioni attraverso le quali ho capito più a fondo la loro difficoltà di vivere una vita serena. Serafino la racconta in maniera personale ed originale, esaltando e sottolineando quanto sia stravagante, fuori gli schemi, border line, provocatoria, eccessiva, irriverente, sfrenata, disinibita, chiassosa; ma anche goliardica, divertente, spontanea. Senza dimenticare di aggiungere quel tocco di retrogusto amaro in cui riaffiorano l’omofobia, la repressione, la solitudine, il giudizio.

 

 

“Un bacio senza nome” - Cronache di Battuage - di e con Serafino Iorli

In collaborazione con Federica Tuzi (testi) e Luisa Merloni (regia)

Montaggio video di Lucia Pirozzi, musiche di Ugo Malatacca e Francesca Bianchi

TEATROVID-19 Il teatro ai tempi del Corona (Verso la fine della pandemia?)

Teatro Off Off

 

 

 

July 06, 2022

 

Dopo la spettacolare interpretazione di una serial killer nel suo “14 Woman”, ecco Carmen di nuovo sul palco con un nuovo spettacolo. Stavolta è nei panni di Rosetta, una semplice ed umile bidella di una scuola di Napoli. Il suo dono, o forse la sua dannazione, è quella di ricordare la sua precedente vita, quando era Rosy d’Altavilla, una ragazza di grande talento vocale, riuscita a calcare le scene nazionali ed internazionali. Vive, attualmente con nostalgia, di ricordi, visto che la sua esistenza ora è piuttosto scialba, piatta e soprattutto senza amore; non ha figli né tantomeno un compagno.

 

Il suo tormento, oltre a quello di non calcare più le scene, è per il suo perduto amore, che ricorda ancora molto bene; il suo amato Alfonso che ha perso prima ancora della sua vita passata. Un baratto voluto forse dal destino: la notorietà al posto dell’amore. Sentimento che, anche reincarnandosi come Rosetta, non troverà più.

 

Questa è la sua dannazione, o forse la sua punizione, per aver scelto il successo rompendo un patto, quello che lei cantasse solo ed esclusivamente per il suo amato. Invece, dopo la partenza di lui come militare che rimane all’oscuro di tutto, Rosy raggiunge, seppur con una certa inquietudine e senso di colpa, il successo ed un’ agiatezza economica per lei e la sua famiglia prima sconosciuti.

 

La storia è farcita di brani del repertorio partenopeo accompagnati con musiche suonate dal vivo e cantate dalla stessa Carmen. Canzoni della fine del 1800 e degli inizi del 1900, che avrebbero meritato più successo di quello avuto, ma che sono rimaste a prendere polvere, almeno fino ad oggi. Ora “riesumate”, riprendono vigore riproposte con passione e professionalità.

 

Va sottolineato l’impegno nella ricerca storica di Panetteri in collaborazione con Vanacore nel ritrovare questi brani per poi riproporli con quel gusto e quell’intensità che li ha caratterizzati e che riprendono vita grazie anche alla splendida interpretazione vocale di Carmen. Come in una interminabile colonna sonora, vengono riproposti decine di brani. Un tappeto sonoro che si srotola sotto i passi vellutati di Carmen, che a piedi nudi, con leggiadria, lo percorre portandoci per mano con lei in questa dimensione.

 

I musicisti tessono con cura e delicatezza questo tappeto sonoro, lo fanno quasi in punta dei piedi, sembrano non voler disturbare e con discrezione avvolgono e accarezzano le parole di Carmen, il palco e la platea con leggiadria e un retrogusto dal sapore dolce e malinconico.

 

Questo è un viaggio nelle emozioni, nei sentimenti, nelle sfumature caratteriali di due donne, che poi sono la stessa. Entrambe tenere, dolci e nostalgiche, credono nell’amore che però sfugge loro di mano. Nonostante tutto, la passione è sempre viva in loro e sprizza con vigore attraverso i loro racconti e ricordi.

 

In realtà chi ha una vita difficile è Rosetta, mentre Rosy ha solo qualche rimpianto. Tutto sommato è stata una cantante di successo e ha coronato il suo sogno che aveva sin da bambina. Ma la vita è strana e le cose prendono una piega inaspettata forse non voluta dalla protagonista, che però, combattuta tra quella promessa e il successo, rompe quel giuramento d’amore. Questa è Rosy. Ma Rosetta non è un personaggio arido. Tutt’altro. Un po’ per colmare i suoi vuoti, la sua solitudine, un po’ perché è il suo carattere. Svolgendo il suo lavoro va oltre le sue competenze; con amore e dedizione, oltre alle pulizie della scuola, sa ascoltare i ragazzi, consigliarli, stargli vicino. Diventa dunque un punto di riferimento per questi giovani. Rosy invece è passionale, emotiva, ama l’amore e ancora di più cantare. In questo modo comunica e si libera di quella prigione fatta di vincoli sociali e di tabù spesso immaginari, ma al contempo, rispetto a Rosetta, è inconsapevolmente egocentrica. Rosetta e Rosy sono le due facce di una stessa medaglia.

 

Carmen entra ed esce dai due personaggi presentandoli entrambi con rispetto ed amore. Nei panni di Rosetta comincia a cantare nella scuola liberando quella frustrazione che la lega a questa nuova vita, con la stessa profondità e passione con cui lo avrebbe fatto Rosy.

 

Carmen è molto brava ad esprimere il suo sentimento partenopeo che la contraddistingue, attraverso l’ottima interpretazione di queste canzoni. I brani sono eseguiti con perizia dai due musicisti e la musica si fonde come in un passionale abbraccio con la soave voce di Carmen, lasciando tutto intorno a sé i sapori e le fragranze campane, e portandoci indietro a quel tempo, in questo viaggio sì nostalgico, ma ricco di emozioni, a conoscere i destini e le vite di queste due donne a cui forse la vita non ha dato tutto quello che meritavano. Due destini intrecciati di due entità distinte, o forse uno unico di un’entità con un duplice aspetto che ha la fortuna di trovarsi davanti ad una nuova occasione. Rosy rivive in Rosetta; Dio, il destino, il karma chissà, le donano un’altra possibilità…

 

Serata più che positiva, Carmen davvero brava in questi ruoli, si veste e si sveste dai suoi personaggi con destrezza, regalando una grande storia e un grande spettacolo.

 

Ricordo che quando vidi lo spettacolo la prima volta, il pubblico educatamente trovava spazio timidamente per applaudire tra un brano e l’altro, con il timore di interrompere la storia raccontata o di infrangere l’aura magica che Carmen  creava. Con discrezione ogni applauso si infilava tra una pausa e l’altra della recitazione, manifestando così il caloroso assenso allo spettacolo.

 

Apprezzabile anche il libro “La vera storia di Rosy d’Altavilla” di Vanacore, molto utile per rivivere li spettacolo, o per chi magari si fosse fatto sfuggire qualcosa, o volesse entrare nel dettaglio di alcuni passaggi.

 

 

“Rosy d’Altavilla”   -L’amore oltre il tempo- 

Giardini della Filarmonica 

8 luglio 2022 

con Carmen Di Marzo 

Testo e regia di Paolo Vanacore, musiche originali di Alessandro Panatteri 

Al pianoforte Alessandro Panatteri, al flauto Fabio Angelo Colajanni

 

July 05, 2022

 

Prende vita la storia di Regina ed Anna, due attrici non proprio fortunate, che senza saperlo hanno la stessa idea: decidere di scomparire, per farsi ritrovare da uno di quei programmi televisivi noti per ricercare le persone. Tutto nella speranza che questo regali loro quella fama che finora non hanno ottenuto. Entrambe, rivali nel mondo dello spettacolo, si ritrovano a nascondersi nello stesso teatro abbandonato, in attesa che l’attenzione pubblica si accorga di loro. Saranno costrette a convivere nell’attesa degli eventi. Inevitabile che si riaffacci la loro rivalità sopita. Tra battute sarcastiche reciproche e accapigliamenti vari, questa esperienza a stretto contatto le porterà a conoscersi meglio ed a scoprire che tutto sommato non sono così spiacevoli, diverse e distanti tra loro.

 

Uno spettacolo scritto da Marina e da Flavia durante il lockdown e che oggi porta i suoi meritati frutti. Applausi e risate sono scontati; i due personaggi sono teneri, divertenti, ma soprattutto veri e sinceri; combattono per la loro notorietà, ma anche contro il tempo tiranno che cerca di relegarle nel dimenticatoio. È incredibile come da subito ci si affezioni sia alla storia che ai personaggi. Si ride e si riflette, mentre non mancano i momenti toccanti di sublime interpretazione drammatica. Momenti che vanno addirittura a scomodare magistralmente brani di Pirandello e Checov.

 

Marina, una superstiziosa verace napoletana, schietta e diretta; Flavia più pomposa, strutturata ed altezzosa. Al primo impatto entrambe sembrano essere solo boriose e presuntuose, ma già dai primi “scontri” rivelano subito il loro carattere irresistibilmente genuino. Le divertenti battute sono solo un accento che serve a scandire le nostre risate, perché in realtà si ride sempre grazie alla loro naturale schiettezza, alla spontaneità e al clima di piacevole simpatia che instaurano. I momenti più toccanti e profondi sono perfettamente inseriti tra quelli più leggeri e creano efficaci pause riflessive. Dietro a questa storia c’è la vita pulsante, quella vera, fatta di drammi, di sfortune, di occasioni mancate, che queste due brave attrici riescono a trasmettere commuovendo, portando con tatto e delicatezza alla profonda morale, che gradualmente arriva al pubblico tra una risata e l’altra, grazie alla loro ironia, alla maestria e alla sublime interpretazione. La forza irresistibile dello spettacolo è riuscire a proporre una storia realistica addolcita da un efficace umorismo, che edulcora i tristi retroscena delle due attrici che stanno “tramontando”. Tutto con classe e ironia ed un’ottima recitazione. Flavia e Marina insieme sono irresistibili, riempiono la storia come il palco, dov’è ricostruito un realistico teatro in ristrutturazione. Trascinanti, emozionanti, divertenti, profonde. Sono un binomio vincente! Ben lontane da quel “tramonto” in cui si trovano le due attrici che interpretano. Marina e Flavia sono invece l’emblema di un’ardente e raggiante alba estiva dagli splendidi e sgargianti colori!

 

Importante e non secondario è il lavoro della regia di Francesca La Scala con il suo magistrale e concreto apporto per la riuscita dello spettacolo.

 

Per una serata all’insegna del buon teatro.

 

“Qua siamo” di e con Marina Vitolo e Flavia di Domenico

Regia di Francesca La Scala

Teatro Marconi Rassegna estiva

 7 Luglio 2022

May 11, 2022

Le ragioni di un docu-film indipendente, che farà parlare di sé. 

 

 

Perché la nostra compagnia di bandiera Alitalia è fallita tragicamente più di una volta? C’è ancora qualcosa di” non detto” che si nasconde dietro uno dei più grandi fallimenti industriali italiani? Perché quella che era considerata una delle migliori sette compagnie al mondo, asset strategico di un paese che dagli anni ’50 in poi ha esportato il “Made in Italy” a livello internazionale, è stata fatta fallire così miseramente?

 

Queste sono alcune delle domande che il docu-film prodotto dall’Associazione Culturale Ticto, da Alessandro Tartaglia Polcini, in collaborazione con Own Air e con il sostegno e il patrocino del Comune di Fiumicino, ha sollevato. Ed ha tracciato un percorso: nascita e vita luminosa e poi decadente di Alitalia fino alla sua morte. Dal 1946 al 2021. Settantacinque anni di storia in tutto.

 

I narratori di eccezione che ripercorrono questo viaggio sono Gianni Dragoni, giornalista e notista de Il Sole 24 ore che sempre ha scritto e trattato di Alitalia e Fabrizio Tomaselli, ex sindacalista storico della compagnia. Insieme  a loro, ci sono contributi e interviste a esperti del settore come Andrea Giuricin, Ugo Arrigo, Paolo Maddalena, Gianni Rossi, ed ex dipendenti, come Antonio Chialastri, che forniscono numeri, date, nomi, immagini e volti.  

 

La storia di Alitalia, è una storia unica nel suo genere. Papi, Presidenti, uomini della cultura, star di Hollywood, attori del cinema italiano e Vip hanno salito le scalette degli aerei della nostra compagnia di bandiera. E insieme a loro, tutti quegli italiani che hanno volato con il tricolore nel mondo per rientrare a casa, per lavoro oppure per andare in vacanza.

 

E’ stata  “simbolo” della nostra italianità come marchio e storia industriale ed umana, per tutti i dipendenti e l’indotto che ha generato (altre imprese e altro capitale umano). Non meritava di finire così.

 

Chiusa per sempre, con un patrimonio enorme, depauperato e sperpero di denari pubblici e di professionalità.

 

Colpita al cuore e uccisa, per incapacità delle scelte manageriali, delle decisioni prese e dettate dalle banche e dai poteri forti, che andavano sempre in senso opposto all’ “eticamente giusto” e alle ragioni economiche del profitto e della crescita.

 

Come quando venivano scelti dei commissari che nulla avevano a che vedere  con l’industria aerea e con il risultato di aver bruciato miliardi di euro dei contribuenti italiani. Dragoni racconta di uno dei commissari scelti tra i tanti, come  Enrico Laghi, con CV incredibilmente dettagliato e lungo ma con attività di consulenza in 24 aziende italiane contemporaneamente ad Alitalia, per cui avrebbe dovuto occuparsi di ognuna di loro, ed una per volta, per ogni giorno del mese.

 

“ Non so se abbiamo l’assassino, però, anche i cialtroni fanno i morti, mica solo gli assassini. Anzi i cialtroni poi nemmeno si pentono”. Questa è una delle “verità assolute” a cui si arriva alla fine di questo viaggio. Anche se in questa vicenda di assoluto sembra esserci poco. Se non, il fallimento, i licenziamenti, i bilanci in rosso. 13 miliardi di denaro pubblico bruciati in 47 anni.

 Alessandro Tartaglia Polcini

Senza aggiungere le ricapitalizzazioni: dal 2008 al 2014 altri 4,1 miliardi di euro, nel 2008 un prestito di 300 milioni, e i successivi contributi dei governi che preferivano posticipare e non affrontare la “bomba Alitalia” per altri circa 7,4 miliardi di euro fino al 2015-2017. Quando entrarono in azionariato gli arabi di Etihad. Da lì, la seconda amministrazione straordinaria e il referendum dei dipendenti che bocciarono la ricapitalizzazione e il salvataggio da 2 milardi e che prevedeva 1000 esuberi. Uscita di scena la compagnia araba, il governo elargì altri 900 milioni di euro-mai restituiti- a cui si aggiungono i 13 miliardi di saldo finale aggiunti dal governo dal 2017 in poi. Fino alla chiusura.

 

La trama del film che fa la cornice a questo racconto è molto televisiva. Quattro giovani sceneggiatori che devono scrivere un docu- film sulla chiusura di Alitalia per far luce sui personaggi che hanno portato al disfacimento della compagnia. Hanno a disposizione entusiasmo, coraggio dalla loro e la capacità di analisi e di racconto degli esperti che fanno loro da guida: Dragoni e Tomaselli. Una lavagna che hanno in ufficio rappresenta il loro campo di battaglia: lì scriveranno ricerche, dati, nomi, incroceranno tabelle e cartine geografiche con rotte, passeggeri trasportati, numeri… Scoprono tra le tante fonti a disposizione, reperti, foto e video, le battaglie dei dipendenti al loro interno, le storie di licenziamento, i drammi personali e familiari, le storie di molti di noi.

 

11.000 sono i lavoratori licenziati in totale: il più grande licenziamento di massa mai avvenuto nella storia della Repubblica italiana.

 

 

 

SCHEDA

 

Titolo:                            “NOI SIAMO ALITALIA - Storia di un paese che non sa più volare”

Ideato:                           Alessandro Tartaglia Polcini

Prodotto:                       Associazione Culturale Ticto, OWN AIR e Alessandro Tartaglia Polcini

Soggetto e sceneggiatura:

Filippo Soldi, Maria Teresa Venditti, Annamaria Sorbo, Alessandro Tartaglia Polcini

Regia:                            Filippo Soldi

Direttore della fotografia:     Giuseppe Pignone

Montaggio:                              Marco Rizzo

Autore delle Musiche: Alessandro Michisanti

Genere:                documentario

Formato di ripresa:                Sony Raw XOCN-HQ

Formato di proiezione:          16: 9

Durata:                          54’ e 75' (2 versioni – una televisiva, una a destinazione

festivaliera/cinema)

Lingua originale:          italiano - sottotitoli: francese e inglese

Località:                         Italia

Data di consegna:         maggio 2022

 

Con il sostegno e il Patrocinio del Comune di Fiumicino.

Il film sarà considerato un'opera d'arte, protetto dalla legge sul diritto d'autore e dalle convenzioni internazionali applicabili.

 

 

 

 

August 01, 2021

 

 

Intervista alla cantante lirica nonchè maestra di yoga Irene Rinaldi  

 

 

video sull'artista

per saperne di più: www.hamsa.it

August 27, 2020

A Roma fino al 20 settembre all’Ara Pacis

 

 

C’era una volta Sergio Leone: è il titolo evocativo della grande mostra all’Ara Pacis con cui si celebra, a 30 anni dalla morte e a 90 dalla sua nascita, uno dei miti assoluti del cinema italiano e internazionale. Il percorso espositivo racconta di un universo sconfinato, quello di Sergio Leone, che affonda le radici nella sua stessa tradizione familiare: il padre, regista nell’epoca d’oro del muto italiano, sceglierà lo pseudonimo di Roberto Roberti, e a lui Sergio strizzerà l’occhio firmando a sua volta “Per un pugno di dollari” con lo pseudonimo anglofono di Bob Robertson. Nel corso della mostra un interessante viaggio attraverso l'immaginario creativo di un artista irregolare e rivoluzionario, popolare e sperimentale, capace di rielaborare miti e sogni d'infanzia utilizzando la memoria del cinema e la libertà della fiaba, attraverso il filone cinematografico storico-mitologico, il western, per culminare con “C’era una volta in America” e con un film incompiuto dedicato alla battaglia di Leningrado, del quale rimangono, purtroppo, solo poche pagine scritte prima della sua scomparsa. Leone, infatti, non amava scrivere.

 
 Sergio Leone

Era, piuttosto, un narratore orale che sviluppava i suoi film raccontandoli agli amici, agli sceneggiatori e ai

 
 Federico Fellini con Sergio Leone

produttori ma ciò nonostante il suo lascito è enorme, un’eredità creativa di cui solo oggi si comincia a comprenderne la portata. I suoi film sono, infatti, “la Bibbia” su cui gli studenti di cinema di tutto il mondo imparano il linguaggio cinematografico, mentre molti dei registi contemporanei, da Martin Scorsese a Steven Spielberg, da Francis Ford Coppola a Quentin Tarantino, da George Lucas a John Woo, da Clint Eastwood ad Ang Lee continuano a riconoscerne l’insegnamento e gli spunti creativi ricevuti dal suo stile cinematografico. Visitando la mostra si percepisce chiaramente come il cinema di Sergio Leone affondi le proprie radici nell’amore per i classici del passato, rivelando un gusto per l’architettura e l’arte figurativa che ritroviamo nella costruzione delle scenografie, delle inquadrature e dei campi lunghi dei paesaggi metafisici suggeriti da De Chirico. Grazie ai preziosi materiali d’archivio i visitatori entreranno nello studio del regista, dove nascevano le idee per il suo cinema, con i suoi cimeli personali e la sua libreria, per poi immergersi nei suoi film attraverso modellini,

 
 Ennio Morricone con Sergio Leone

scenografie, bozzetti, costumi, oggetti di scena, sequenze indimenticabili e una costellazione di magnifiche fotografie di Angelo Novi, che ha seguito tutto il lavoro di Sergio Leone a partire da C’era una volta il West. La mostra potrà essere visitata fino al 20 settembre presso lo spazio espositivo del Museo Ara Pacis di Roma. Da non perdere.

 

Per infowww.arapacis.it

 

 

 

February 10, 2020

Un magico viaggio tra sogni, ricordi e fantasie…

 

 

Dopo il debutto in Francia, Italia e Svizzera ritorna a grande richiesta sui palcoscenici europei Arturo Brachetti nel suo coinvolgente one man show SOLO. Un vero e proprio assolo del grande artista, dopo il trionfo dei suoi precedenti spettacoli, L’uomo dai mille volti e Ciak!, applauditi dagli spettatori di tutto il mondo. Un ritorno alle origini per Brachetti che, in questo spettacolo, apre le porte della sua casa, fatta di ricordi e di fantasie; una casa senza luogo e senza tempo dove ognuna delle stanze racconta un aspetto diverso del nostro essere e gli oggetti della vita quotidiana prendono 

vita, conducendoci in mondi straordinari dove il solo limite è la fantasia. È una casa segreta, senza presente, passato e futuro, in cui vengono conservati i sogni e i desideri… Brachetti apre la porta di ogni camera, per scoprire la storia che ne è contenuta e che prende vita sul palcoscenico. Reale e surreale, verità e finzione, magia e realtà: tutto è possibile insieme ad Arturo Brachetti, che mette in scena un varietà surrealista e funambolico, in cui immergersi. Protagonista è il trasformismo, con oltre 60 personaggi, molti ideati appositamente per questo show. Ma in SOLO Brachetti propone anche un viaggio nella sua storia artistica, attraverso le altre discipline in cui eccelle: grandi classici come le ombre cinesi, il mimo e la chapeaugraphie, e sorprendenti novità come la poetica sand painting e il magnetico raggio laser. Il mix tra scenografia tradizionale e videomapping, permette di enfatizzare i particolari e coinvolgere gli spettatori nello show. Dai personaggi dei telefilm celebri a Magritte e alle grandi icone della musica pop, passando per le favole e la lotta con i raggi laser in stile Matrix, Brachetti da vita a 90 minuti di vero spettacolo pensato per tutti. Il Tour prosegue in Italia ed Europa https://brachetti.com/tour-spettacoli/

Per info www.brachetti.com

 

 written by Giovanni Cavaliere

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