L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

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Barbara Tognarelli
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 Brisbane, East coast, Australia -  26 ottobre 2022, una bella mattina di sole. 

Mi alzo presto e, fatta colazione, mi accomodo alla postazione di lavoro, un tavolo sotto l'oblò da cui circola un po' di vento. Portatile, wi-fi, taccuino degli appunti, e sono pronti per cominciare. 

Il catamarano che mi ospita – una straordinaria occasione che mi dà la possibilità di vivere quaggiù per qualche mese – è attraccato in una marina appena fuori Brisbane, sul fiume che dà il nome alla città. Dal mio ufficio accanto al divano e alla cucina vedo altre barche intorno a me e un gran via vai di lavoro, diverso dal mio, piuttosto manuale, ma che mi fa sentire a mio agio, parte di una comunità.

Il lavoro in viaggio non è soltanto una necessità per rendere sostenibile a lungo termine la scelta “nomade” che ho intrapreso, ma anche un'opportunità di trasformare il viaggio stesso in uno stare, in un abitare, un'ancora che mi permette di aderire al luogo in cui sono. Può sembrare paradossale ma il lavoro rende il viaggio più autentico, lo libera dal turismo.

In questi sette anni, da quando, compiuti i cinquanta, ho lasciato il posto fisso in una casa editrice di Milano, vita, lavoro e movimento si sono intrecciati in varie forme, ogni volta diverse, adatte al luogo, al budget, agli alloggi, al freddo, al caldo, alla compagnia o alla solitudine. Canarie, Baleari, Sudafrica, Svezia, Armenia, Serbia, Seychelles, Polinesia francese, il computer è sempre venuto con me, punto di riferimento e di sicurezza, con i progetti didattici ei libri scolastici che costituiscono la mia professione di editor, ieri come dipendente , oggi come freelance.

Non è stato facile all'inizio , quando tutti erano negli uffici e io in giro vagabonda con il pc nello zaino a inventare un modo per realizzare il mio sogno. Ci è voluto un po' per prendere le misure e accreditare  una nuova affidabilità a distanza : come mi organizzo, dove mi sistemo, come rendere innocua la lontananza in modo che i colleghi continuino a trovarsi bene con me. Con la pandemia le cose sono cambiate, la percezione del remoto è profondamente mutata e io ho smesso di essere un animale esotico, ma la gestione del tempo e delle energie rimane  una sfida quotidiana alta  in una vita senza fissa dimora.

Non mi convince la definizione di “nomade digitale”, la trovo  vaga  e  riduttiva . Mi piace il nomadismo come stile di vita: non ho bisogno di una casa, amo il cambio di scenario, l'incontro con persone e luoghi sconosciuti. Sono un  “nomade esistenziale” , la tecnologia è un potente strumento al mio servizio, ma certamente non definisce la mia identità. Mi consenti di essere una libera lavoratrice viaggiatrice, questo sì. E faccio di tutto per mantenere queste tre qualità, finché ne ho forza.

 

Va sfatata ogni idea romantica del nomadismo digitale, e in generale di questo tipo di scelte. Per essere vere e praticabili nel tempo richiedono un costante impegno per trovare le risorse necessarie e una certa fatica che il movimento senz'altro comporta, oltre che disciplina per rispettare le scadenze senza distrarsi troppo. Ma soprattutto richiedono una profonda determinazione al cambiamento. È stato lungo il cammino per arrivare qui, e paure e incertezze vanno affrontate ogni volta. È una vita che contiene una buona dose di precarietà e sradicamento, ma che in cambio offre una libertà e una pienezza cui oggi non rinuncerei per niente al mondo.

 

*Freelance con lunga esperienza nell'editoria scolastica. Nel blog “Pensieri Nomadi” scrive dei miei viaggi, di cambiamento di vita, fuori e dentro: https://pensierinomadi.it/. Se vi fa piacere scrivermi rispondendo a This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it..

Articolo pubblicato sul blog del Fatto Quotidiano il 16 novembre 2022

 

di Cristina Rolfini*

Avevo in programma un incontro con il Dr. Antonio Ballarin, è esperto in Fisica Quantistica – è esperto Visiting Professor alla University Canada West di Vancouver - per raccogliere anche le sue impressioni internazionali in merito ad un riconoscimento nel riconoscimento che gli è stato attribuito da un'autorevole organizzazione per i suoi studi campo dell'Intelligenza Artificiale – nomina un Senior Member della International Neural Network Society, USA -. Per una strana coincidenza, ci siamo trovati a riflettere insieme su alcune fasi della Storia d'Italia dell'immediato dopo la guerra ovvero degli ultimi periodi del secondo conflitto mondiale, nelle terre al confine con la Jugoslavia. Da tempo desiderosi di produrre degli approfondimenti storico-documentari sulla 'Strage di Vergarolla' del 18 Agosto 1946, ancora avvolta nelle nebbie di anomala vaghezza: ma, pur nella consapevolezza che esiste congrua documentazione che possa giovare a porre nella giusta evidenza quel pessimo, crudele, evento, trovo un muro di forti difficoltà e persino delle reticenze che non mi consenta di procedere nella direzione auspicata. E proprio il colloquio con il dottor Antonio Ballarin, mi forse forse contribuito in ciò. Per quelle strane coincidenze offerte dalla quotidianità, ho appreso dall'intervistato che poche ore prima aveva diramato, una pubblica Lettera indirizzata – attraverso i mezzi di informazione – al prossimo Presidente del Consiglio dei Ministri, la cui designazione potrebbe essere imminente, e intesa a richiamarne l'attenzione circa “Il rispetto dei diritti degli Esuli istriani, fiumani e dalmati”. Accantonati i miei intendimenti precedenti, che potrò riprendere in altro momento,

 

 

Egregio Signor Presidente.

Da italiani, sia per scelta sia per nascita, non possiamo che essere contenti per l'esercizio di registrazione con le elezioni dello scorso 25 settembre. Finalmente saremo guidati da un governo espressione del voto popolare e non da uno maturato da accordi di Palazzo, come accaduto negli ultimi anni. 
Abbiamo ascoltato con grande interesse, in questi giorni, le dichiarazioni degli esponenti della maggioranza appena eletta e che Lei, signor Presidente, avrà l'onore e l'onere di governo. Da tali esponenti in queste ore, è stato espresso in un concetto che ci sentiamo tanto di condividere totalmente: uno Stato è più credibile ed è tanto più considerato, quanto più onora e rispetta i Trattati internazionali che esso stesso ha sottoscritto.                                                                                                   

Noi crediamo che sia arrivato, alfine, il momento di rispettare quei Trattati che non sono stati ottemperati fino ad oggi, provocando, in tal modo, un grave danno al mondo dell'Esodo Giuliano-Dalmata. Ci riferiamo al Pace di Parigi del 1947 il quale, al punto 9 dell'allegato XIV, nei seguenti che: “I beni degli italiani nei Territori ceduti […] non potranno essere trattenuti o liquidati […], ma essere restituiti ai rispettivi proprietari”.                                                                  

Come sappiamo a tale Trattato, ampiamente disatteso, seguirono diversi accordi bilaterali tra Italia e Jugoslavia - accordi del 23/05/1949, 23/12/1950, 18/12/1954 - tutti poi tramutati in attuative, che in sintesi sancivano il pagamento dei debiti di guerra dell'Italia nei confronti della Jugoslavia utilizzando i beni degli Esuli a fronte dell'impegno dello Stato italiano di un successivo risarcimento per l'esproprio perpetrato.

Ebbene, gli Esuli istriani, fiumani e dalmati ed i loro discendenti, sono ancora in attesa di un “equo indennizzo”, avendo percepito solo una minima parte di quanto promesso.    

Si tratta di un indennizzo che, secondo i nostri calcoli, si aggira intorno ai 4,5 miliardi di euro.                

Una cifra che sembra enorme, ma che se confrontata con l'attuale pubblico debito (ad oggi pari a circa 2770 miliardi) rappresenta l'1,6 per mille.                                                                    

Quanto fin qui non è solo una questione di vile danaro popolo, si tratta, piuttosto, di un'espressione di civiltà attesa da lunghi decenni da un intero civiltà.                                                                    

Gli Esuli ed i loro discendenti si sono rifatti una vita in Patria, eppure resta l'insopportabile retrogusto amaro nella consapevolezza di essere stati ignobilmente usati per domande geopolitiche giocate sulla propria pelle.

 

La vita della nostra gente è stata tutta in salita per troppo tempo, anche dal punto di vista culturale. Sempre a doverre giustificare la propria identità, sentendosi dire che la sofferenza patita era il giusto scozzese per colpe di altri. Il giustificazionismo è un concetto terribile che porta allo stupro della ragione, definendo accettafatti l'eliminazione di un qualcosa o qualcuno - magari per mezzo di una foiba -, su cui far ricadere i mis di qualcun altro.                                                         

Per questi motivi auspichiamo anche l'emendamento della Legge 167/2017 che punisce la propaganda, l'istigazione e l'incitamento al razzismo e chiediamo l'inserimento di una menzione specifica al negazionismo e giustificazionismo per i crimini commessi in Istria, Fiume e Dalmazia in merito alla persecuzione anti-italiana avvenuta a guerra finita.                                                              

Così come auspichiamo che possa essere emendata la Legge 178/1951 che disciplina il conferimento delle onorificenze al Merito della Repubblica, senza la quale non è possibile la revoca del cavaliere assegnato al Maresciallo Tito, causa di dolore e sofferenza non solo per la nostra Gente, ma per migliaia di migliaia di persone che si opponevano alla dittatura comunista jugoslava.                                               

A tale proposito vogliamo ricordare il pronunciamento del 19 settembre 2019 in cui il Parlamento europeo - presieduto da David Sassoli - approvò a larghissima maggioranza (89%) la risoluzione: "Importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa", che condanna tutti i totalitarismi del XX secolo, equiparando in tal modo il comunismo al nazismo.                                          

L'attuale maggioranza, così come maturata il 25 settembre, ha dimostrato nel tempo grande sensibilità ai temi qui sotto.                                                                                                                                 

Confidiamo nella sua futura opera.

                                                                                 Antonio Ballarino

(E sule di seconda generazione . Nato al Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma nel '59. Past-Presidente FederEsuli - Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati. Vicepresidente Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.Consigliere Associazioni Dalmati Italiani nel Mond - Fondatore MondoEsuli - Movimento per la memoria e la promozione di Istria, Quarnaro e Dalmazia .)

 

Certamente uno scritto di elevato spessore e di contenuti precisi e tali da poco margine alle interpretazioni: nella conquista, che – se la question si è trascinata fino ad oggi, restando irrisolta, al di là di ogni assicurazione potuta o voluta offrire da parte della Politica – basterebbe solo un minimo di buona volontà per porre fine a una vicenda che, decisamente, si è trascinata per troppo tempo. Un 'grazie' di cuore al Dr. Ballarin per l'attenzione che ha inteso rivolgermi, dandoci appuntamento per un prossimo incontro, questa volta nel segno della Scienza.

 

 

Il 3 giugno del 1960, a Chieti, nasceva Antonio Russo, emblematico esempio di quell'amore per l'informazione vera e libera  che ancora, a 22 anni dalla sua morte, sembra rappresentare quasi un'utopia. 

Nel mese di ottobre ogni anno fino al 2020 si è svolto il  Premio Italia Diritti Umani intitolato ad Antonio Russo , organizzato  dall'associazione Free Lance International Press (di cui lui fu vicepresidente), Amnesty International Italia e Cittanet. Antonio Russo fin in aperto contrasto con l'Ordine dei Giornalisti, cui mai si iscrisse in quanto non reputa da esso tutelati i lavoratori autonomi, i freelance che non funzionano da una sola testata o da una sola emittente ma si impegnano per offrire sul mercato un prodotto libero e fruibile senza essere mediato dagli interessi di singoli che impongono l'informazione dall'alto. L'informazione deve, infatti, fiorire e sorgere dal basso della vita tra gli uomini, reale, autentica.

 

Dalle parole di un’intervista rilasciata al sito di Rai Educational Mediamente, possiamo carpire quale fosse il suo atteggiamento verso l’informazione e verso il mestiere che, anima e corpo, lo spingeva a lottare:

“Le testimonianze dei miei reportage radiofonici sono state conservate nell’archivio della radio e anche trasferite via web. Questo è a mio avviso importante per due motivi. Il primo consiste nel fatto che bisogna comunque possedere una memoria storica. Questo è un dato che un po’ la tecnologia trascura. L’informazione valida è quella che abbia la possibilità di essere reperita storicamente. ‘Laudatur tempores acti’ diceva Dante, ‘si lodino i tempi passati’, in quanto ‘exempla’ di un’esperienza. Gli esempi storici si traducono nella capacità di analizzare il presente e prevedere il futuro con un fondamento abbastanza solido. In secondo luogo penso che la quotidianità dell’informazione attraverso la testimonianza diretta abbia un valore perché fa capire cosa realmente è in atto. C’è ancora parecchia confusione sull’informazione che stiamo portando avanti sul Kosovo. La possibilità di reperire i miei reportage e risentirli via web aiuta la gente ad avere un’immagine più precisa degli eventi in corso. Fondamentalmente noi dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere”
 

Antonio Russo era un cronista freelance che, dalle prime esperienze in Algeria, Burundi, Rwanda, Colombia ed Ucraina, andò infine in Kosovo per l’emittente Radio Radicale per la quale lavorava dal 1995. Qui in Kosovo rimase fino al 31 maggio 1999dove, unico giornalista occidentale nella regione durante i bombardamenti Nato, documentò la pulizia etnica contro gli albanesi kosovari. 

 

Morì nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2000 in Georgia, a soli 40 anni. Il suo corpo fu ritrovato lungo una strada di campagna a 25 km da Tbilisi, con evidenti segni riconducibili a tecniche di tortura militari. Il materiale che portava con sé, videocassette, articoli e appunti, era scomparso, così come anche il luogo nel quale alloggiava a Tbilisi fu rinvenuto svaligiato (ma gli oggetti di valore non furono toccati). Un velo nero si estende tuttora a celare la verità sulle circostanze della sua morte. Dirà la madre durante i funerali svoltisi a Francavilla al Mare, sua città di origine: “La sola cosa che mi consola è che è stata una morte coerente con la sua vita.”
 

Lo ricordiamo come  martire dell'informazione libera e autentica , punta di diamante del giornalismo freelance e persona esemplare che, fino alla fine, ha dichiarato fermamente nella necessità di offrire agli utenti un'informazione, coerente e vissuta in prima persona perché  solo coloro che direttamente attraverso le esperienze possono poi raccontarle in maniera autentica e svelarle al pubblico senza artifici di sorta. 

 

per gentile concessione di TerrediChieti.net

 

 
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Marco Benanti

Qualche giorno fa Marco Benanti ha “festeggiato” l'archiviazione dell'ultima querela, l'ennesima nella sua lunga vita di giornalista “scomodo”, di “cane sciolto” dell'informazione catanese, una “passione” che inizia più di 30 anni fa, da giovane liceale, e che ancora oggi, a 52 anni, non dà segni di cedimento e anzi prosegue, nella veste di direttore di “Iene Sicule”, la testata on line da lui fondata nel 2011. A denunciare per diffamazione Benanti, in questo caso, era stata una esponente del Pd catanese, indispettita da un articolo dai tratti satirici, firmato da un collaboratore di “Iene”, lo scrittore e giornalista Marco Pitrella. “Ho avuto più di centoventi querele nel corso della mia attività giornalistica – ricostruisce Benanti – e sai quante ne ho perse? Zero. Nemmeno una condanna”.

120 querele, un “record” da guiness…

Querela più querela meno. Tutte finite nel nulla. L'80% di questi procedimenti, tra penali e civili, non è arrivato nemmeno alla fase processuale vera e propria. Pensa che in certi momenti ho dovuto “fronteggiare” contemporaneamente più di venti querele.

Un lavoro usurante, insomma

Pensa per un attimo cosa vuol dire ricevere una querela, dover affrontare le spese legali, le identificazioni, gli interrogatori, le giornate in tribunale, le discussioni in famiglia, l'ansia di un processo. Per non parlare dei problemi concreti che ti crea quando devi presentare una domanda per un concorso. Mi è capitato persino che non mi rinnovassero il contratto a termine, quando facevo l'operaio a Sigonella, perché i miei articoli non erano piaciuti all'azienda. Per non parlare poi delle richieste di risarcimento danni…

Cioè?

I più “scafati” non ti fanno pagare la querela ma ricorrono direttamente in sede civile per colpirti economicamente con richieste di risarcimento danni, spesso abnormi. Una volta, uno, mi chiese i danni sostenendo che un mio articolo gli aveva procurato addirittura stati depressivi. Naturalmente perse. Anche se in realtà, alla fine, a perderci siamo sempre noi giornalisti.

In che senso, vinci la causa ma perdi lo stesso?

Già, non è prevista nessuna “sanzione” per chi querela in modo temerario, e nessuna forma di risarcimento per chi viene ingiustamente denunciato, o se esiste io non me ne sono mai accorto. Ma c'è anche un problema di libertà di stampa e di espressione, perché chi querela, parlo soprattutto di Catania, lo fa quasi sempre a scopo intimidatorio.

Vuoi dire per mettere il bavaglio ai giornalisti?

Succede che il notabile la mattina si sveglia, legge il tuo articolo e se non gli piace quello che hai scritto chiama l'avvocato e ti tiene sotto procedimento per anni. Siamo ai livelli della Francia di prima del 1789. La cosa tragica è che gli avvocati osservano questo dato ma nessuno che dica mai che è uno “sconcio”. La sensibilità della magistratura, poi, sul tema delle agibilità dei giornalisti e della libertà di stampa e di espressione è scarsa.

Cosa si dovrebbe fare per arginare il fenomeno delle querele temerarie?

C'è evidentemente qualche vuoto normativo. Innanzitutto occorre introdurre un meccanismo automatico attraverso cui chi faquerele temerarie e perde deve pagare immediatamente una quota. Immediatamente. Oltre, naturalmente, al risarcimento delle spese legali.

Ma qual è il profilo tipo dei tuoi “querelatori”?

C'è un po' di tutto, soprattutto politici, di tutti gli schieramenti, e imprenditori.

Qualche nome?

A mente ricordo Enzo Bianco, Pino Firrarello, Antonio Fiumefreddo, Raffaele Lombardo. Pensa che Lombardo mi querelò mentre lavoravo in Lombardia, mi mandarono a call i carabinieri, mi identificarono. Ma poi non ne seppi più nulla. Una volta tornato a Catania, scoprì che la querela era stata archiviata. Ah dimenticavo, mi ha querelato anche Scuto, quello dei supermercati Despar…

Fare il giornalista a Catania non è semplice, a quanto pare…

Direi che è quasi “impossibile”, se non sei ricco, o se non sei coperto da un editore forte. Il giornalista a Catania è un mestiere per ricchi

 

per gentile concessione di https://www.dayitalianews.com

 

 

"Gentile Presidente Draghi, non immagina quante volte io, che ho scelto liberamente di vaccinarmi, mi sia pentita di averlo fatto.

Mi sono pentita ogni volta che ho visto un padre costretto a farlo per portare a casa il pane.

Ogni volta che ho visto uno studente rinunciare ad una lezione universitaria.

Ogni volta che ho scorto in lontananza una fila di cittadini davanti a una farmacia, in coda per acquistare 48 ore di diritti.

Mi sono pentita ogni volta che ho sentito qualcuno parlare di parassiti, sorci, disertori o blaterare di fucilazioni evocando Bava Beccaris.

Ogni volta che mi sono imbattuta in congreghe di semicolti che tra una risatina e l’altra dileggiavano chi aveva semplicemente compiuto una scelta diversa per la propria vita e sul proprio corpo.

Gentile Presidente Draghi, io della società che Lei e i Suoi sodali state laboriosamente costruendo non voglio far parte.

Non voglio far parte di una società composta da gente che si ritiene moralmente ed intellettualmente superiore per aver acconsentito a farsi somministrare un farmaco.

Non voglio far parte di una società in cui si gode smodatamente per l'emarginazione e l'esclusione di chi ha compiuto - legittimamente e liberamente - una scelta diversa.

Io non appartengo alla schiera di chi obbedisce per quieto vivere.

Non voglio far parte di una società in cui ci si compiace di aver meritato dei diritti, cedendo al ricatto.

Non voglio far parte di una società di individui che accusano, additano e auspicano ostracismi e punizioni per i loro simili.

Io non appartengo alla schiera di chi obbedisce per quieto vivere.

Io non voglio essere premiata con diritti che sono miei per nascita.

Io non voglio che mi concediate alcuna libertà giacché io sono nata libera.

E custodisco la mia libertà come il bene più prezioso.

Pertanto, liberamente Le dico si tenga pure la Sua terza dose, il Suo super green pass e la Sua bella società.

Verrà il tempo."

Dalila Di Dio

 
                                                                                                    per il video clicca sull'immagine


C’era una volta la gente comune, gente di ogni giorno, dello stesso condominio, città, paese, fabbrica, ufficio. Amici su facebook o su qualsiasi social. Contatti decennali o semplici contatti superficiali. Gente che sapeva salutarsi, condividere, discutere senza imposizione alcuna. Rapporti civili anche là dove il contrasto di idee poteva farli discutere.

Persone unite da scelte sportive, da religioni, da impegni, da collaborazioni e da qualsiasi altra azione di vita comune. Poi arriva il destabilizzante, infame, vigliacco virus che inorridisce in primo tempo chiunque. Quella stessa gente osserva e trema; uniti dalla stessa paura: il contagio.

Morti, contaminati, immagini su tg che fanno paura, immagini senza risposte, solo filmati di bare, di ospedali pieni, di medici e infermieri distrutti. E mentre signor Covid aumenta di letalità e impesta chiunque la gente impaurita cerca risposte dietro a mascherine in un primo tempo introvabili. File lunghe ai supermercati, strade vuote, permessi per circolare visto il divieto di uscire senza validi motivi. Diventa difficile… famiglie che si vedono attraverso social come watsap o su altri canali. Paura di dare la mano, di abbracciarsi, di stare vicino.

Canti alle finestre in una sorta di unione che ci vede prigionieri di qualcosa di complicato da abbattere. Poi… si parla di vaccino, di qualcosa che ci rende dubbiosi visto la tempistica di approfondimenti e di test troppo poco precisi.

Il resto lo sappiamo. No vax, no pass, si vax, si pass e cresce una guerra intestina fra gente comune. La stessa gente che cantava alle finestre unita adesso si vomita addosso ogni sorta di infamia. Due schiere di persone che si dividono fra chi è a favore e chi a sfavore di un vaccino. Tolte le mascherine per le strade, proteste violente, urli e insulti verso chi la pensa differentemente dall’altro. Amici che non si parlano più, divisioni fra colleghi, rapporti scissi da controversie di pensiero, confusione, caos mentre il virus, riprende quota fregandosene altamente di ognuno. Intanto nel mondo non si parla più di razzismo, di violenza alle donne, di pedofilia e imbrogli di potere. Non si mette più in prima pagina la novità, la notizia del giorno, ma solo ed esclusivamente la lotta fra i fautori del vaccino e coloro che invece affondano questo. Notizie che incitano alla rabbia, all’odio, alla scelta diversa. Notizie che fanno più paura di qualsiasi altra cosa poiché sono quei cenni che nascono appositamente a creare scompiglio senza pensare (o forse si) che solo così nascono le rivoluzioni e le diatribe. La gente viene distolta da altre problematiche per le quali non si pone più domande mentre d’intorno si costruisce un mondo che ci ingurgiterà tutti.

Non dobbiamo avere paura del governo, dei regolamenti, delle leggi, ma dovremmo avere paura di noi, del nostro atteggiamento violento, della nostra rabbia, cattiveria, della nostra cecità. Abbuiamo quei telegiornali che incalzano verso una parte o l’altra: sono loro che pilotano le menti della gente, sono loro quella politica che ci vuole deboli e pecore. Chiediamoci perché si parla sempre meno della nostra situazione politica/economica mentre intanto salgono le tasse e le buste paga sono congelate da anni. Chiediamoci come mai non vi è più alcun scandalo riferito a un magistrato, onorevole, senatore. E le donne uccise, violate, maltrattate? E la fame nel mondo che ogni giorno uccide milioni di donne, uomini, bambini. I diritti umani e civili che fine hanno fatto? Chi li rispetta?

Il covid è un gravissimo virus ma è ancor più grave quando la gestione della notizia rende confusa la gente. Ci vogliono lobotomizzati, distratti, impauriti. Notizie fake che hanno confuso ancor più la gente ormai esasperata. Tutto è cambiato; noi stessi siamo stati resettati ormai automi di un sistema che dirige e manipola i nostri giorni e le nostre menti. La gente dimentica il rispetto, l’ascolto, l’aiuto ma ha ben imparato a combattere, a sputare sentenze e soprattutto si è dimenticata che siamo uomini e donne di uno stesso pianeta dove la fragilità, l’impotenza e la vulnerabilità sono molto simili. Il Covid continua imperterrito il suo cammino di strage e di comando mentre noi, invece di essere uniti lo aiutiamo allo sterminio di una civiltà che ormai di civile ha ben poco.

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