
| L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni. |

“Che cos’è la Verità?” – domandava un alto funzionario romano a qualcuno che sicuramente avrebbe avuto parecchio da dire sull’argomento. Il quale, però, sfortunatamente per tutti noi, in maniera analoga a quando Gautama Buddha veniva interrogato su questioni di alta metafisica, preferì la scelta del silenzio.
Nel mondo del passato, per secoli, si è dibattuto in merito a cosa si dovesse intendere per Verità, arrivando anche a negare la sua stessa possibilità di esistenza, o, in ogni caso, ad affermarne l’assoluta ineffabilità. Un po’ come asseriva Gorgia da Leontini: o non esiste in sé, o non risulta pensabile per noi, o, in ogni caso, non è e non sarà mai dicibile nel nostro misero, limitato e limitante linguaggio umano.
Ciò nonostante, però, in tutte le epoche, coraggiosi ricercatori della Sapienza e della Saggezza hanno continuato ad interrogarsi sulle effettive possibilità dello spirito umano di riuscire a penetrare al di là della dimensione dell’apparenza e del divenire. E i grandi Maestri del pensiero si sono sempre prodigati nel ricordarci che una vita veramente felice e giusta non potrebbe mai essere priva dell’anelito, umile ma determinato, di avvicinarsi sempre più alla luce del Vero. E la migliore Filosofia, partendo dalla socratica consapevolezza del “non sapere”, e sostenuta da un amore autentico per la conoscenza, ha saputo percorrere ed esplorare innumerevoli sentieri verso orizzonti sempre più ampi, rifiutando costantemente dogmatismi e fideismi settari, ed aspirando sempre ad una apertura infinitizzata e infinitizzante della mente e del cuore. Dai grandi Maestri di tutti i tempi e di tutte le civiltà, continuano ad arrivare a noi, viandanti sempre più smarriti in un mondo immerso nell’ingiustizia e nell’idolatria dell’ ”avere”, messaggi preziosi di un sapere antico ed universale, capace di liberarci dalla tirannia della separatività, del rifiuto dell’altro e di tutti gli egoismi individuali e collettivi.
Arrampicandoci sulle spalle dei giganti del pensiero, il nostro sguardo potrà sempre spaziare oltre i confini angusti della rassegnazione e della conflittualità, immergendosi sempre più e sempre meglio nella luminosità inesauribile di una Verità senza confini.
Di questo e di tanto altro si è parlato nel pomeriggio dello scorso 5 febbraio, presso la scuola elementare Rosalba Carriera (Roma) con la presenza di Roberto Fantini, nostro antico amico e collaboratore. Particolarmente apprezzati i puntuali interventi introduttivi proposti dagli insegnanti yoga Eleonora De Murtas e Cesare Maramici, sull’utilità di una corretta pratica yoga e sul concetto di Satya (verità) all’interno dell’insegnamento degli Yoga Sutra di Patanjali.
L’incontro ha avuto luogo nell’ambito della tradizionale manifestazione “Yoga porte aperte 2026”, promossa da YANI (Yoga Associazione Nazionale Insegnanti - www.insegnantiyoga.it).
Da sottolineare, con sentito entusiasmo, la presenza sinceramente interessata di un pubblico attento e vivamente partecipe.
Educare alla pace e riscoprire i contributi della scienza e della pedagogia. Il mondo della scuola sollecitato a perseguire l’obiettivo primario dell’educazione: insegnare a vivere in un mondo di pace. Educazione alla Pace è il titolo del Convegno di sabato 7 febbraio a Firenze nella sala dei Marmi in Piazza Libertà. L’evento è patrocinato dalla Regione Toscana, in collaborazione con il Comune di Firenze e diverse Associazioni della scuola.
Per cercare la via della pace il Convegno metterà al centro il pensiero e l’impegno civile di alcune grandi figure dell’educazione: Don Lorenzo Milani, Maria Montessori, Aldo Capitini, Mario Lodi.
Si partirà dall’esperienza di Don Milani nella scuola di Barbiana per affermare la centralità della parola, quale arma di riscatto sociale, con la necessità di dare a tutti gli usi della parola perché la parola ci fa uguali. Il programma del Convegno prevede la presentazione dell’iniziativa la Flotilla del mondo: lettere ai politici per la pace promossa del Gruppo per la pace e la nonviolenza del Movimento di Cooperazione Educativa.
C’è un legame con l’attività esemplare di Mario Lodi svolta nella scuola di Piadena. L’esperienza della scrittura collettiva, che aveva già ispirato la “Lettera a una professoressa”, ha realizzato nella scuola di Piadena pagine di grande impegno sociale e civile, che ancora oggi continuano a essere fonte di ispirazione per il mondo dell’educazione.
Aldo Capitini è ricordato come il Ghandi italiano, per essere stato sempre dalla parte degli ultimi e per aver fondato a Perugia il Centro di orientamento sociale. Primo teorico della nonviolenza e dell’obiezione di coscienza in Italia, ha ideato la marcia per la pace tra Perugia e Assisi. Il Convegno darà voce al suo contributo per la nonviolenza.
Con diversi apporti dell’Ente Montessori e dell’Università di Firenze, saranno, poi, esaminati il pensiero e l’opera di Maria Montessori, con particolare riguardo al suo contributo scientifico alla costruzione di una scienza pedagogica nonviolenta, per la costruzione di un mondo senza più guerre.
Scienziata visionaria dell’educazione, candidata per tre volte al Premio Nobel per la pace, la Montessori ha sviluppato nel libro “Educazione e pace” i due motivi principali del suo pensiero, nella convinzione che Costruire la pace è l’opera dell’educazione, la politica può solo evitare la guerra. Per la scienziata marchigiana occorre organizzare la pace attraverso l’educazione, in quanto solo l’educazione è l’arma della pace.
Le conclusioni della giornata saranno affidate all’europarlamentare Marco Tarquinio, già direttore del quotidiano Avvenire. Il Convegno sarà affiancato dalla Mostra fotografica Milani –Montessori e, il giorno successivo, dai Laboratori per bambini di arte, gioco e scrittura.
Nel cinema italiano esiste una figura che non ama il clamore, ma lo orchestra. Piero Melissano non entra nelle stanze facendo rumore: ci entra con le domande giuste. È uno di quei produttori che non si limitano a “far quadrare i conti”, ma li mettono al servizio di un’idea, di una visione, di un tempo narrativo che chiede rispetto.
Melissano appartiene a una specie rara: quella dei produttori che leggono le sceneggiature come se fossero romanzi e i budget come se fossero mappe. Non cerca l’effetto immediato, ma la risonanza lunga. «Un film deve continuare anche quando finisce», ama ripetere a chi lavora con lui. Ed è forse questa la cifra più riconoscibile del suo lavoro: la durata emotiva.
Il suo metodo è apparentemente razionale, quasi chirurgico. Analisi dei materiali, studio del contesto, attenzione maniacale alla coerenza. Eppure, sotto questa calma operativa, c’è una tensione creativa costante. Melissano è travolto dalle storie, ma non se ne fa travolgere. Le lascia decantare, come si fa con un vino che promette complessità.
Nel suo percorso produttivo, la centralità dell’autore non è uno slogan, ma una pratica quotidiana. Per Melissano, il cinema è soprattutto fiducia: nel pubblico, nell’intelligenza collettiva, nel non detto.
Non ama l’idea del produttore come “filtro”. Preferisce definirsi un amplificatore.
C’è anche una dimensione etica nel suo lavoro. Sceglie progetti che interrogano il presente senza urlarlo, che parlano del tempo in cui viviamo senza inseguirlo.
Fuori dal set, Melissano mantiene lo stesso atteggiamento: ironico, misurato, mai compiaciuto. Non colleziona successi come trofei, ma come appunti. Ogni film è un passaggio, non un punto d’arrivo.
Forse è per questo che Piero Melissano, resta una figura difficilmente incasellabile. Non è un produttore
“di genere”, né un marchio riconoscibile a colpo d’occhio. È piuttosto una presenza costante e silenziosa, come la colonna portante di un edificio che non chiede di essere vista, ma senza la quale tutto crollerebbe.
E mentre molti inseguono il prossimo trend, lui continua a fare la cosa più rischiosa di tutte: ascoltare il silenzio da cui nascono le storie.
Non tutti i produttori lasciano un’impronta visibile. Alcuni lasciano spazio. Piero Melissano è uno di questi. Ed è in quello spazio che il cinema, a volte, riesce ancora a respirare.
Questo nostro periodo storico è forse, da ritenersi il più anomalo di tutti i periodi passati.
L’umanità si è fatta bestialità, la gente si nutre di falsità, pettegolezzi e tutto ciò che conduce al male.
Ragazzi che vanno a scuola con il coltello in tasca, famiglie che si distruggono con l’odio, gente rabbiosa, violenta, incitare l’odio è all’ordine del giorno e chi vede, chi ascolta, chi assorbe tutto questo pare incuriosito e non esterrefatto da tanto orrore. Molti giornali non si attengono alla notizia ma tutti sembrano opinionisti senza riflessione.
Nel 1972 fu prodotto un film di Bellocchio il cui titolo era “Sbatti il mostro in prima pagina”Attraverso il volto di Gian Maria Volonté, la pellicola svelava come l'informazione potesse essere usata come arma di distrazione di massa per nascondere i veri problemi del Paese. Ecco: nessun film rappresenta meglio questa idea. Ci ipnotizzano con i salotti del crime.
E cosa è successo? Semplicemente che siamo diventati dei cannibali emotivi. Ci nutriamo dei dettagli più intimi e atroci delle cronache nere per riempire un vuoto di stimoli, perdendo ogni capacità di ragionamento e riflessione. Ingoiamo passivamente ogni notizia che ci viene propinata, incapaci ormai di distinguere tra l’ultima serie su Netflix e il telegiornale delle otto. Anzi, la cronaca nera è diventata il nostro nuovo sport nazionale: quello da commentare con la birra in mano mentre sullo schermo scorrono i dettagli dell'ultima autopsia.
Il problema non è solo la nostra curiosità morbosa; quella è sempre esistita, dai tempi delle esecuzioni in piazza – ma il modo viscido in cui questa fame viene alimentata. Oggi l'informazione pura è morta, divorata dall'intrattenimento. Se un delitto non ha un colpevole fotogenico, una villa misteriosa o un movente da soap opera, non cattura l'attenzione.
Ed è qui che i media iniziano a ricamare, a gonfiare, a costruire castelli di carte fatti di "forse", "si dice" e "fonti anonime". E se la realtà è troppo noiosa per tenere la gente incollata allo schermo? Nessun problema, ci pensa la tecnologia. Siamo arrivati al punto in cui l'intelligenza artificiale viene usata per "abbellire" le tragedie.
Ricostruzioni digitali che sembrano videogiochi, voci clonate che fanno dire ai defunti ciò che non hanno mai detto, immagini generate per dare quel tocco di horror che manca ai fatti reali. Stiamo perdendo il contatto con la verità, quella vera, sporca e triste, che non ha bisogno di filtri Instagram.Il risultato è un Truman Show del sangue dove la vittima è l'ultima preoccupazione di tutti.
Quello che conta è la teoria del complotto più assurda, il sospetto lanciato sui social che distrugge una vita in dieci minuti, il talk show che mette alla gogna chiunque pur di guadagnare uno 0,1% di share in più.
Siamo arrivati a un bivio pericoloso. Da una parte resta il rispetto per la cronaca, dall'altra avanza lo sciacallaggio alimentato da algoritmi e fake news. L’essere umano sembra aver smarrito la capacità di ragionamento critico: tutto ciò che viene veicolato dai tabloid viene assorbito passivamente, alimentando una polarizzazione tossica tra "guelfi e ghibellini" del crimine.
Assistiamo alla nascita istantanea di schieramenti tra colpevolisti e garantisti, dove persone comuni si improvvisano opinionisti, avvocati o magistrati senza alcuna competenza, se non quella del pregiudizio. In questo circo, il vero male — la soppressione della vita e il silenzio di chi non può più parlare viene dimenticato, soffocato dal rumore di chi ha trasformato il dolore in uno spettacolo di prima serata.
L’immagine sembra avere un ruolo centrale: social network, pubblicità e mezzi di comunicazione spingono spesso le persone a mostrarsi più che a essere.
L’apparenza diventa così uno strumento per ottenere consenso, successo o riconoscimento, anche pagando il prezzo del nascondere la propria vera identità.
Tutto ciò ci porta a porci un punto di domanda, ovvero, se è possibile trovare un equilibrio tra essere e apparire.
La società odierna è un palcoscenico globale. Dalle bacheche dei social network, alle luci sfavillanti della pubblicità, l’immagine regna sovrana , spesso a discapito della sostanza
La frenetica ricerca del “like” e del consenso, ha purtroppo trasformato l’apparenza in una moneta di scambio dal valore inestimabile, spingendo molti a indossare maschere che celano l’identità autentica.
Ma in questa vertigine dell’’immagine, il valore dell’essere è destinato a perdersi, o può ancora riemergere come guida per una vita piena e significativa.
La centralità dell’immagine non è un fenomeno del tutto nuovo. Oggi, più che mai i social media amplificano questa dinamica, offrendo strumenti di revisione e filtri che ci permettono di curare meticolosamente ogni dettaglio della propria facciata.
L’apparenza diventa così, non solo uno di strumento di interazione, ma un fine in sé: si appare per piacere, per ottenere successo e consenso, per sentirsi parte di un gruppo.
Il rischio che si corre, in questo scenario è la progressiva alienazione da sé stessi.
La “maschera” iniziale, indossata per l’esterno , finisce per aderire alla pelle, rendendo difficile la distinzione tra la finzione e la realtà.
Si vive purtroppo, in funzione del giudizio altrui, perdendo il contatto con i propri valori, desideri e fragilità.
L’autenticità, che richiede vulnerabilità e accettazione di sé, viene percepita come un rischio, un punto debole da nascondere in un mondo che premia la perfezione.
Una società che dà peso preponderante all’apparenza, corre rischi significativi, sia a livello individuale che collettivo.
A livello personale, l’incessante confronto con modelli spesso irrealistici , genera molta insicurezza, ansia, e nei casi più estremi, disturbi dell’umore e dell’alimentazione.
I momenti felici, ahimè, son diventati una performance da mettere in scena, uno stato d’animo da coltivare. A livello sociale, l’enfasi sull’immaginazione contribuisce a una cultura della superficialità.
Le relazioni diventano più effimere e si basano sull’interesse, sono meno profonde e autentiche.
La mediocrazia viene sottoposta a favore del “sapere vendersi”, e la sostanza delle idee o delle competenze passa in secondo piano, rispetto al carisma o all’estetica di chi le propone.
Dunque, si premia il contenitore e di dimentica il contenuto.
Credo fermamente che sia possibile trovare un equilibrio tra essere e apparire, ma richiede un atto di consapevolezza e una scelta attiva.
L’apparenza dopotutto, ha una funzione sociale: la cura di sé, il modo in cui ci presentiamo, sono forme di rispetto per gli altri e strumento di comunicazioni non verbale.
Il problema nasce quando L’apparenza diventa l’unica misura del valore personale.
In conclusione, l’autenticità non è un ritorno a un passato idealizzato, ma una sfida moderna e necessaria.
In un mondo che ci spinge a essere sempre sul palco, scegliere di “essere” prima ancora di “ apparire “ è un atto di coraggio e, in ultima analisi, la via maestra per costruire una società più umana, fondata non sull’effimero luccichio dell’immagine, ma sul solido valore della verità personale.
*Il Manifesto ":"Germania, per i diciottenni torna la leva militare. I volontari non potranno operare all'estero Sono partite ieri dai centri reclutamento dei 16 Land le prime cartoline di arruolamento. Ufficialmente sarà una naja 'volontaria' della durata minima di sei mesi"
Se partono le cartoline di convocazione ai Distretti Militari per il relativo arruolamento, la parola "volontario" NON esiste.
I veri "volontari" sono quelli che autonomamente e liberamente si recano nei centri di reclutamento.
Un camuffamento sostenuto da dichiarazioni (oggi) tranquillizzanti (non opereranno all'estero: quindi sono utilizzabili solo sul territorio tedesco?). Il proprio riarmo, questa Germania ormai da anni in profonda crisi economica-produttiva, lo faccia con il PROPRIO denaro (Euro o Marchi che siano) e le relative crisi occupazionali le risolva diversamente.
Le generazioni a ridosso delle WW e quelle più giovani chiamate a farsi una cultura molto, molto, sommaria) su libri di testo molto rivisitati e quindi storicamente omissivi, parziali, o complessivamente manipolati, non hanno mai sentito il fischio mortale delle bombe e delle pallottole tedesche: e non vorrebbero ascoltarlo oggi o fra X anni.
Su questo, il pur discusso Winston Churchill aveva ragione: ogni X anni la Germania ha rigurgiti tali da condurla a un riarmo e a un piano di guerra, offensivo. Bene sarebbe che le Nazioni che hanno combattuto ciò, con ferite profonde nelle loro popolazioni categorie e/o gruppi sociali ed etnici, con persecuzioni naziste o ultra naziste ferocemente antagoniste con i mezzi più crudeli di ogni minima concezione rispettosa della LIBERTÀ, della DEMOCRAZIA, delle LIBERTA' PERSONALI e COLLETTIVE.
Non facciamoci irretire da quanti solo a parole si ergono a difensori di tregue e pacificazioni, ancora peggio se sostenute da un obbrobrio dialettico che va sotto il nome di "armiamoci per la pace" perché "così saremo pronti per la guerra". Quale guerra, contro quali nemici veri o immaginari, con quali obiettivi reali (certamente di conquista territoriale e relativo sfruttamento delle risorse, promuovendo anche illeciti e pilotati movimenti di Piazza per favorire vero e proprio colpi di Stato)? Qualcuno ha dichiarato guerra all'Italia o alla Francia o all'Inghilterra o alla Finlandia o alla Spagna o altra Nazione europea?
Ce lo facciano espressamente sapere: senza utilizzare cortine fumose e giochi di parole: in tal caso i popoli si stringeranno ai loro governanti. Ma i governanti devono anche comprendere che loro rappresentano i popoli, di cui non possono né devono dimenticare gli interessi e i desideri più concreti e collettivi: lavoro e occupazione, sanità, scuola, salario e difesa del potere d'acquisto, industria e commercio. Ossia: sono i governanti a doversi meritare l'abbraccio e il plauso di coloro che amministrano. Riarmarsi oggi per programmare aperte e frontali ostilità belliche tra 3, 5 o 10 anni (contro chi? Venusiani, alieni marziani o da Orione, da Andromeda...? Altri popoli della nostra martoriata Terra?), suona apertamente come un non-sense.
Guerra = lutti, catastrofi, distruzioni, sangue, odio e rancore duraturi, predatoria conquista/furto di terre e risorse, famiglie distrutte, povertà e miseria umane e materiali...
Pace = ricerca e difesa di una reale Armonia, collaborazione, solidarietà e aiuto tra i popoli, crescita produttiva e quant'altro con grande e reciproco rispetto. Con ciò combattendo ogni forma di schiavismo o repressione della tolleranza, del libero pensiero e della fratellanza dei popoli, combattendo lecitamente tutti coloro che pensano che gli uomini siano mercanzia di basso profilo.
Unisco questa mia sommessa voce a quelle parole e a quei concetti persino ovvii - similari, precisi, netti, ineludibili: vero grido di dolore - pronunciati da menti e cuori non devastati né sedati a forza: per ultimo da S.S. Leone XIV°.
Il 2026 può essere devastante senza che nemmeno ce ne rendiamo conto: da un momento all'altro, attimi... La distruzione assoluta: niente più presente, né futuro...solo morte e rovine fumanti, atomizzate
Ma se noi dedichiamo/continuiamo a dedicare ogni risorsa a difendere l'Essere Umano, ponendo/continuando a porre e difendere l'Uomo al Centro della Vita, con tutti ciò che ne consegue ...ebbene, le migliori speranze potranno tornare a manifestarsi, concretamente.
Siracusa, 29 Dicembre 2025 — A soli due giorni dalla fine dell’anno 2025, iniziano ufficialmente i primi lavori per affrontare le criticità idrauliche di Villaggio Miano. Una svolta attesa da anni, resa possibile grazie alla tenacia dell’attivista Josef Nardone, socio della Free Lance International Press, e alla mobilitazione del quartiere.
Dal 4 novembre, giorno della petizione popolare, Nardone non ha mai smesso di sollecitare le istituzioni. Il sopralluogo del 22 dicembre con l’Autorità di Bacino ha segnato un punto di svolta: documenti ufficiali, rilievi tecnici e una richiesta urgente di coordinamento tra enti locali e nazionali hanno finalmente aperto la strada all’intervento.
Oggi si parte. Il sito di attenzione idraulica nei pressi di Viale Epipoli sarà esteso, come indicato nel verbale tecnico, e si avvia una fase di lavori che punta a risolvere le inefficienze del sistema di drenaggio urbano.
È la prova che la determinazione civica può smuovere anche le acque più stagnanti,” ha dichiarato Nardone, presente sul posto.
Grazie a chi ha firmato, sostenuto, documentato. La sicurezza del territorio è una vittoria collettiva.
| Josef Nardone |
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Roma, 21 dicembre 2025 - Nella specificità del mondo iniziatico, ricchissimo di richiami siembolici, esoterici e speculazioni filosofiche, il Solstizio d’Inverno, riveste da sempre grande significato: non solo sotto il profilo astronomico e quindi scientifico, ma soprattutto per i suoi rilessi diretti – antichissimi, profondi e sedimentati nelle tradizioni popolari – in tutte le culture.
Questo giorno e la ritualità prettamente ‘solare’ che da sempre ne deriva, è per noi un vero e proprio cardine che separa il buio, le tenebre, dalla luce: un punto di svolta, quindi, che sancisce il ritorno a una luce sempre più intensa e che bene illumina il nostro percorso.
Un legame con la luce che per noi è molto profondo, toccando il trascendente e collegandolo alla Luce emanata da Dio (e certamente non di un inesistente ‘dio dei massoni’ quasi che ciò fosse una forma di religione separata e a sé stante).
Una Luce che, anche ricollegandoci all’epoca dei faraoni, riconduce all’iniziato come ‘Figlio della Luce’ (anche se chi scrive percepisce ancor più forte il senso di essere ‘Figlio di Luce’, in quanto reca già in sé il lampo divino della creazione. Recentissimi studi hanno rilevato che nel momento in cui l’ovulo e lo spermatozoo si uniscono si sprigionano intensi lampi di luce). Proprio per tutto quanto precede questo momento solstiziale, rappresenta la speranza, la rinascita e quindi un forte impulso per un profondo rinnovamento. Tutti elementi che sollecitano profonde riflessioni specie circa la nostra relazione con i cicli della vita.
Data per indiscutibile la realtà delle ritualità che hanno da sempre contraddistinto le cadenze dei Solstizi e degli Equinozi, forse non tutti ricordano che - a occidente -, i cerimoniali vennero stabiliti dall’Imperatore Eliogabalo: questi, siriano d’origine, portò fra gli dei di Roma il culto del dio beduino Emesa, Deus Sol Elagabalus. Seguendo le legende originarie, il rito equinoziale andava celebrato nello spazio della prima ora dal manifestarsi del fenomeno astrale, fu allora fissato nel 25 dicembre giorno natalizio di tutti gli dei solari e pagani orientali, mentre lo stesso evento veniva solennizzato dai teologi egiziani proprio al 2 dicembre e successivamente al 25 Pachon ossia al 20 maggio.
La data, proprio per i suoi riflessi archetipali, indusse successivamente il cristianesimo ad assumerla come data di riferimento per celebrare la nascita del Cristo, mentre a oriente divenne prevalente la c.d. ‘festa delle luci’ ovverosia l’Epifania (inclusiva del manifestarsi, della nascita spirituale di Gesù). La festosità per la solennità si consolidò a Roma sotto Papa Giulio I°, sovrapponendola a quella del pagano ma molto sentito Sol Invictus: così, cristianizzando tradizioni popolari ben radicate nella popolazione. La Massoneria nel tempo celebrava il Solstizio d’Inverno il 27 dicembre, festa di San Giovanni Evangelista (nell’antica Persia si celebrava quello stesso giorno la nascita di Mitra, mentre nell’antico Egitto quella di Horus). A Roma il giorno del Solstizio invernale era indicato come “natalis solis invicti”, in una transizione che inglobava tradizioni e sensibilità pregresse e varie ma fino ad allora tali da comportare un ventaglio di date diverse.
Seguendo precedenti speculazioni dapprima del nostro Sovrano Saverio Fera (pastore protestante) fatte proprie da Ernesto Villa, successivamente condivise e concretizzate da altri Sovrani e Gran Maestri della storica ‘Comunione di Piazza del Gesù’ tra i quali Tito Ceccherini e Francesco Bellantonio (ciò, ritenendo che non fosse corretto mettere sullo stesso piano ricorrenze con intrinseche energie diverse) si proseguì stabilire che il Solstizio d’Inverno andava festeggiato lo stesso giorno del suo manifestarsi astronomico, che la ricorrenza del Santo Protettore dell’Ordine San Giovanni Evangelista venisse solennizzata il 27 dicembre, e che il 25 dicembre rappresentasse la gioiosa celebrazione della nascita del Cristo, mentre quella del successivo 6 gennaio si celebrava la manifestazione della divinità di Gesù ai Tre Maghi in visita a Betlemme (è opportuno, per chi lo desideri, approfondire il cammino dei Magi: recante in sé contenuti di estremo rilievo e di sofisticata interpretazione).
Tutto questo è oggi la ricorrenza del Solstizio d’Inverno.
Ma permettetemi di aggiungere a tutte queste indicazioni e sensibilità, che proprio riguardo ai contenuti di speranza, rinascita e quindi rinnovamento riposti simbolicamente in questa data, sentiamo la prepotente esigenza di manifestare la nostra comune percezione di un vivissimo senso di disagio e incompletezza, tale da offuscare ogni positività.
La Massoneria, in generale, ha fallito il proprio compito istituzionale di sapersi contestualizzare ai cambiamenti e ai progressi della società: compito assolto precedentemente in modo eccellente ‘precorrendo’ i tempi così da ‘anticipare’ lo sviluppo di tematiche e predisponendosi al come poter affrontare al meglio le relative possibili problematiche. Un’attività di grande utilità per la società in particolare e soprattutto di sostegno per gli interessi del popolo. Un fallimento dovuto al prevalere della più deteriore ‘profanità’ con tutte le sue storture e aberrazioni, al punto da creare un’aura di oblio sulla missione originaria all’insegna di Ideali, Valori e Antiche Tradizioni.
Fortunatamente, a resistere per merito di pochi, è la connotazione profondamente culturale dell’Arte: tale da rappresentare un presidio validissimo per poggiare nuove fondamenta là dove a prevalere sono le macerie: morali e materiali.
Questo ci porta oggi a soffrire con quelle popolazioni dove la guerra infuria crudelmente, dove la sopraffazione religiosa imperversa in modo bestiale, dove le libertà – specie di libera espressione - vengono ignorate o ancor peggio sopraffatte, dove la bramosia dei profitti legati alla costruzione e commercio di armi e munizioni sempre più mortali fa emergere imponenti livelli di interessi anomali e amorali: tali da far desiderare a taluno la guerra piuttosto che non la pace, la morte piuttosto che non la vita.
Ma soprattutto chiediamo con forza che non si ignorino i lutti, lo scempio dei corpi, l’urlo dei feriti e delle famiglie impotenti, il pianto dei bambini, la fame, la povertà e la distruzione che inevitabilmente ogni guerra comporta.
Chiediamo che i vampiri della guerra cessino di dissetarsi del sangue delle loro vittime.
Chiediamo che venga rispettato l’Uomo, l’Essere Umano, la sua Vita, la sua Dignità.
La vita è sacra e come tale va protetta, anche con la sana alleanza con chi persegua identiche finalità attraverso ogni iniziativa possibile.
Auspichiamo che nell’inarrestabile segno della rinascita, un imponente raggio di Luce scenda presto a illuminare persino gli animi più aridi: noi iniziati porremo a disposizione il nostro intelletto, la nostra cultura, le nostre migliori e più sane Energie perché ciò possa verificarsi.
Così contribuendo insieme agli altri "UOMINI DI BUONA VOLONTA', SANI E DI BUONI COSTUMI" a sostenere l'azione di chi percepisca similari positivi intendimenti.
A mia figlia scrivo queste parole che il tempo, la timidezza e forse anche la paura non mi hanno mai permesso di dire di persona, e ora che tu sei diventata grande ed io ancora più grande, quasi vecchio, sento il bisogno semplice e profondo di lasciarle andare, come si fa con una barca sul fiume, senza sapere esattamente dove arriverà, ma fidandosi della corrente. La vita, lo sai già, è piena di momenti difficili, di salite che tolgono il fiato e di silenzi che fanno rumore, ma è anche fatta di istanti magici che durano un attimo e restano per sempre, e vorrei che tu imparassi qualcosa da ogni situazione, anche da quelle che sembrano inutili o ingiuste, perché sono spesso le più generose quando si tratta di insegnare. Diventa la donna che so che potrai essere, non quella che gli altri si aspettano e non quella che ti diranno essere giusta o conveniente, ma quella che senti di essere quando ti ascolti davvero.
Ci saranno volte in cui non capirò le tue scelte, e non perché siano sbagliate, ma perché appartengono ad un mondo che non è più il mio. E a volte in cui non riuscirò a farti cambiare idea, e dovrò accettare che la tua strada non può essere la mia e perciò a volte dovrò lasciarti sbagliare, perché l’errore è un maestro severo, ma onesto, e nessun padre dovrebbe rubare ai figli la possibilità di imparare da soli. Ci saranno sogni che non potrò seguire, non per mancanza di amore, ma per i limiti del tempo, della forza e dell’età, eppure sappi che anche quando non sarò accanto a te, io sarò con te, nel modo silenzioso e testardo che conosco.
A volte non saremo d’accordo, discuteremo, forse ci feriremo senza volerlo, ma non ci sarà mai, e poi mai, una sola volta in cui io non sarò dalla tua parte, perché l’amore di un padre non è un’opinione che cambia, è una posizione definitiva. Sarò dalla tua parte nella vittoria e nella sconfitta, quando il mondo ti applaudirà e quando ti volterà le spalle, perché ogni cosa che fai tu è un po’ come se la facessi anche io, ogni tuo passo risuona dentro di me, ogni tua paura mi ricorda le mie, ogni tuo sorriso mi salva. Tu sei una parte di me, ma soprattutto sei qualcosa di infinitamente più grande di quello che io sono stato, e se c’è una cosa che spero di averti lasciato è il coraggio di restare fedele a te stessa anche quando è scomodo. Se un giorno ti sentirai sola, ricordati che non lo sei mai stata davvero. Peraltro, se ti sentirai fragile, ricordati che la fragilità è solo un altro modo di essere forti e se dubiterai del tuo valore, ricordati che per me sei sempre stata, sei e sarai la migliore.
È questo il motivo per cui scrivo, per cui continuo a credere che le parole, quando sono libere, possano ancora cambiare le cose.
In Sicilia — ma anche per tutti noi — ci sono storie che gridano, anche se chi le ha vissute non può più farlo. Storie di giornalisti, cronisti, attivisti che hanno pagato un prezzo altissimo per illuminare ciò che la mafia voleva che rimanesse nascosto. A loro va il mio rispetto, il mio impegno, il mio onore.
Tra questi coraggiosi segnalo in questo video
Alcuni nomi e le loro storie
1)Pippo Fava — Fondatore del giornale I Siciliani. Attraverso le sue inchieste denunciava con coraggio i legami tra mafia, politica e affari. Per questo fu assassinato a Catania, vittima della mafia che temeva la verità che lui portava alla luce.
2)Mauro De Mauro — Cronista del quotidiano L’Ora. Scomparso nel 1970 in circostanze oscure mentre indagava su intrecci pericolosi tra mafia, potere e interessi economici. La sua “lupara bianca” resta un simbolo di quanto la verità possa costare caro.
3)Cosimo Cristina — Giornalista che con la sua penna provava a svelare collusioni e omertà. Ucciso nel 1960 a Termini Imerese: la sua morte, inizialmente archiviata come suicidio, oggi è riconosciuta come omicidio mafioso.
4)Giovanni Spampinato — Giovane cronista di L’Ora, con inchieste scomode sulla mafia e su omicidi impuniti. Fu assassinato nel 1972 per la sua determinazione a dare voce alle verità nascoste….
5)Mario Francese — Giornalista del Giornale di Sicilia, raccontava con coraggio l’ascesa di mafiosi, gli intrecci criminali, la corruzione. Ucciso nel 1979, ha pagato con la vita il suo impegno per il giornalismo d’inchiesta.
6)Mauro Rostagno — Sociologo, giornalista, attivista: con la sua voce denunciava malaffare, corruzione, disservizi, connivenze tra potere e criminalità. Ucciso nel 1988, ha pagato con la vita la sua libertà di parola.
7)Beppe Alfano — Corrispondente de La Sicilia, raccontava con precisione e coraggio i fatti, collegava nomi, retroscena, interessi. Fu assassinato nel 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto per il suo lavoro di inchiesta.
8)Peppino Impastato — Non un cronista tradizionale, ma attivista e voce libera: con la radio, la satira, la denuncia pubblica, seppe smascherare mafia e collusioni. Fu brutalmente ucciso nel 1978 per aver osato parlare.
Queste vite non appartengono al passato. Continuano a parlare — nel silenzio di chi ha paura, nelle testimonianze di chi ricorda, nelle nuove generazioni che cercano giustizia.
Oggi il minimo che possiamo fare è tenere accesa quella luce: raccontare le loro storie, ripetere i loro nomi, difendere la libertà di stampa ogni volta che qualcuno tenta di minarla.
Noi — blogger, attivisti, cittadini — abbiamo un compito semplice ma fondamentale: continuare a dare voce a chi non l’ha più, e a chi non l’ha mai avuta.
Perché il silenzio è il terreno dove la mafia cresce.
La parola libera, invece, è il terreno in cui muore.
Onore a loro.
E responsabilità a noi.
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L’intervista che Alessandro Molinari ha condotto su Radio Radio con il generale dei Carabinieri in congedo Ernesto Di Serio, già al vertice del RIS e criminologo con una lunga esperienza alle spalle, ha riportato al centro dell’attenzione uno dei casi giudiziari più discussi degli ultimi vent’anni: l’omicidio di Chiara Poggi e la successiva condanna definitiva di Alberto Stasi. Un dialogo serrato, critico e denso di considerazioni tecniche, scaturito dalle recenti dichiarazioni dell’ex magistrato Stefano Vitelli, il giudice che assolse Stasi in primo grado. La conversazione prende avvio proprio dalle parole di Vitelli, che aveva voluto sottolineare la ragionevolezza del dubbio sulla colpevolezza dell’allora imputato, citando fra l’altro la presenza di un DNA, sotto le unghie della vittima, diverso da quello di Stasi. Molinari chiede subito al generale Di Serio una valutazione su tali dichiarazioni, e il criminologo risponde con fermezza, ricordando come già negli anni passati avesse espresso riserve sulla solidità probatoria che condusse alla condanna definitiva di Stasi. A suo avviso, il procedimento avrebbe risentito di un’impostazione investigativa e giudiziaria che non riuscì a garantire un livello di certezza adeguato alla gravità della conclusione: una condanna che, in Italia, deve essere supportata da prove oltre ogni ragionevole dubbio.
L’ex comandante del RIS afferma che la vicenda, fin dai primi passaggi, presentava elementi di criticità, soprattutto dal punto di vista tecnico. A suo giudizio, il quadro probatorio non sarebbe stato sufficientemente robusto, tanto da averlo portato, in passato, a parlare di una vera e propria “macelleria giudiziaria”. Nel corso dell’intervista torna su più punti cruciali, fra cui l’interpretazione dei reperti genetici, la ricostruzione della finestra temporale del delitto, il ruolo dell’informatica forense nella ridefinizione dell’orario di morte e il dibattito sorto attorno alle condizioni del corpo al momento del ritrovamento. Uno dei nodi affrontati riguarda le ipotesi di contaminazione del materiale genetico. Di Serio si dice stupito dalla tesi secondo cui il DNA ritrovato sotto le unghie di Chiara Poggi potrebbe essere frutto di un contatto successivo alla morte, generato dal trascinamento del corpo. Secondo il generale, tale spiegazione sarebbe incompatibile con la localizzazione del reperto, che risulta più tipica delle situazioni di difesa, quando la vittima tenta di reagire all’aggressione. In quest’ottica, egli ritiene che l’ipotesi contaminativa dovrebbe allora valere anche per il DNA dei familiari, di Stasi stesso o di altri soggetti che avevano accesso alla casa, cosa che però non è emersa.
Il discorso si sposta poi sul movente, o meglio sulla sua mancanza. Molinari ricorda che nei primi due gradi di giudizio Stasi fu assolto anche per l’assenza di un motivo plausibile. Di Serio insiste sul fatto che nessuno dei conoscenti della coppia parlò di tensioni, litigi o ragioni che potessero giustificare un gesto estremo. Quando Molinari introduce l’ipotesi del raptus, il generale risponde ritenendola scarsamente compatibile con il profilo caratteriale descritto all’epoca e con la ricostruzione dei 23 minuti durante i quali, secondo una delle ipotesi formulate dagli inquirenti, Stasi avrebbe potuto compiere il delitto, tornare a casa, pulirsi, riordinarsi e rimettersi al computer per lavorare alla tesi di laurea. Una tempistica considerata da Di Serio irrealistica. Altro momento centrale dell’intervista è la discussione sull’orario della morte. Il generale ricostruisce le fasi della perizia medico-legale, ricordando come la prima valutazione collocasse il decesso in una fascia oraria più tarda rispetto a quella poi ritenuta compatibile con le attività informatiche svolte da Stasi la mattina del delitto. L’emergere dei dati di accensione del computer alle 9.35 portò a una revisione dell’intervallo post mortem, anticipando l’orario del decesso. Per Di Serio, questa revisione sarebbe stata affrettata e non del tutto coerente con le evidenze fisiologiche rilevate inizialmente sul corpo, come lo stato delle macchie ipostatiche, del rigor mortis e della temperatura corporea. Secondo lui, tali parametri avrebbero suggerito una morte avvenuta più tardi nella mattinata, in linea con la prima perizia.
Il criminologo critica anche le successive polemiche sul mancato peso del corpo, spiegando che tale dato assume rilievo soprattutto in caso di persone molto magre o molto corpulente. Nel caso di Chiara Poggi, afferma, non vi sarebbero stati elementi tali da far pensare che questa omissione potesse alterare la stima dell’intervallo post mortem in modo significativo. Molinari conclude ricordando che l’ex giudice Vitelli non ha alcun interesse diretto nella vicenda, essendo ormai distante dal caso e non essendo più in condizione di dover difendere una decisione professionale. Di Serio concorda, auspicando che il sistema giudiziario italiano possa contare su magistrati prudenti, rigorosi e rispettosi del principio del dubbio. L’intervista si chiude con i saluti e con il ringraziamento di Molinari al generale Di Serio per la chiarezza e la disponibilità. Una conversazione intensa, che riapre interrogativi e riflessioni su un caso che continua a suscitare attenzione e discussione pubblica, anche a distanza di molti anni.
La Giornata internazionale contro la violenza sulle donne offre uno spazio di ascolto e condivisione che trova forza quando istituzioni, realtà sociali, professionisti e comunità si riuniscono con un obiettivo comune. In questo quadro si è svolta l’iniziativa promossa dall’Ambasciatore Onorario di Santo Domingo, Dr. Andrea Tasciotti, ideatore di un incontro dedicato al confronto tra figure impegnate in ambiti diversi, unite dal proposito di sviluppare percorsi utili alla prevenzione della violenza e alla crescita delle relazioni tra uomini e donne. L’incontro ha avuto luogo nella sede della World Bilateral Agency, Ente Bilaterale per la cooperazione transnazionale ed interistituzionale, in viale Regina Margherita 42 a Roma, punto di riferimento per attività legate al dialogo tra sistemi sociali e istituzionali.
Nel corso dell’evento è stata annunciata anche la costituzione del comitato “Più giustizia in Italia”, per consigliare al prossimo referendum il “SI” alla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente, nato con l’obiettivo di proporre osservazioni, iniziative e contributi per rafforzare strumenti e percorsi istituzionali legati alla tutela dei diritti e alla protezione delle persone più vulnerabili. Il comitato si propone come spazio di confronto tra professionisti di settori diversi, unito dalla volontà di rendere più efficace la risposta sociale e istituzionale ai fenomeni di violenza.
La presenza dell’On. Luisa Regimenti, Segretario romano di Forza Italia e Assessore al Personale, Polizia Locale, Sicurezza Urbana ed Enti Locali della Regione Lazio, ha portato un contributo centrato sul ruolo delle istituzioni regionali, con particolare attenzione alle dinamiche che coinvolgono sicurezza, tutela e ascolto nelle città, e nei territori. Il suo intervento ha richiamato l’importanza di processi che sostengano donne e famiglie, con percorsi che possano offrire strumenti utili alla richiesta di aiuto, alla protezione e alla ricostruzione della propria vita. L’avv. Giuseppe Pio Torcicollo, Segretario di Forza Italia Roma III Municipio e Assessore Ombra al Lavoro e al Pubblico Impiego, ha posto l’accento sulla necessità di un impegno costante nelle strutture locali, con azioni mirate alla tutela dei diritti e alla diffusione di conoscenze che possano ridurre situazioni di rischio.
Nel suo contributo ha ribadito la funzione dei territori come luogo in cui prevenzione e sostegno trovano forme concrete. Angela Camuso, giornalista d’inchiesta e autrice del volume Mai ci fu pietà, ha portato l’esperienza maturata nel racconto di storie legate alla violenza, sottolineando il valore della testimonianza come strumento di consapevolezza pubblica. Il suo intervento ha evidenziato quanto la narrazione possa contribuire al riconoscimento dei segnali di pericolo e alla creazione di reti tra persone ed istituzioni. Il Cav. Maria Antonia Spartà, Art Manager e già Vice Questore della Polizia di Stato, ha condiviso competenze maturate nel settore investigativo e nella gestione di casi legati alla violenza. Il suo intervento si è concentrato sulle modalità operative attraverso cui forze dell’ordine e cittadini possono collaborare per favorire segnalazioni, protezione ed orientamento verso strutture competenti. La partecipazione di Lara Bartira Carmignotto Da Silva, Segretaria Generale dell’Associazione di Amicizia Italia-Brasile, ha introdotto una riflessione sui rapporti tra comunità di origine diversa e sulla necessità di costruire ponti culturali in grado di sostenere famiglie e persone che vivono percorsi migratori. L’intervento ha mostrato come l’incontro tra culture possa offrire strumenti utili alla prevenzione e alla comprensione dei conflitti nelle relazioni. Elena Ma, Presidente dell’Associazione internazionale BEIDI di turismo e cultura, Responsabile del Dipartimento internazionale Confcommercio Roma, Vice Presidente Esecutivo della Federazione internazionale cinesi di Roma e Responsabile Marketing, in Cina, dell’azienda Guido F. Fendi, Presidente della Hong Kong Sino-Italian International Economic Sciences and Culture Co. Limited e Presidente de La Valle del Sole S.r.l. ha presentato una visione legata ai rapporti tra comunità cinesi e italiane. E con un suo contributo si è inserita nella tavola rotonda dedicata al tema “L’evoluzione della imprenditorialità femminile cinese in Italia”, con un’analisi dei percorsi che donne di origine cinese affrontano nel lavoro e nel tessuto sociale, legato alla cooperazione economica e culturale, mostrando come il dialogo tra mondi diversi possa favorire sostegno e crescita delle reti femminili nel lavoro e nella società. Adriana Shehu, impegnata nelle relazioni internazionali tra Italia e Albania, ha descritto i legami tra le due comunità e l’impatto che tali connessioni producono nella prevenzione della violenza, con attenzione ai percorsi di integrazione.
La dott.ssa Marina Donadi, psicologa, laureata in arte drammatica ed esperta in comunicazione, è intervenuta con un contributo dedicato al tema “Anche le differenze possono unire”, offrendo una riflessione sulle dinamiche relazionali e sui processi comunicativi che possono trasformare il confronto tra sensibilità diverse in un punto di forza per la crescita personale e collettiva. Francesca Di Sarno, Counsellor relazionale e spirituale, e autrice del percorso “RinasciAmo”, ha parlato di processi interiori che permettono a persone coinvolte in dinamiche di violenza di trovare spazio per la ricostruzione della propria storia. Annalisa Lo Monaco, psicologa e sessuologa, ha presentato il progetto “Psicologi on the Road”, iniziativa che porta ascolto e orientamento in contesti in cui è difficile accedere a strutture tradizionali. Awisha Carolina Gentile, attrice teatrale e musicoterapeuta, ha illustrato come teatro e musica possano sostenere percorsi di espressione e recupero. Sara Santilli, Master Reiki, Operatrice del Benessere e autrice del volume “Tu vali, sei unica”, ha offerto una riflessione sulle pratiche che aiutano a ricostruire fiducia e presenza nella propria vita. Nel suo intervento conclusivo, l’Amb. Dr. Andrea Tasciotti ha affermato: “…partiamo dalle parole che feriscono ed arriviamo a quelle che guariscono la relazione uomo-donna. Questo è la base per elaborare un piano strategico e preventivo e didattico per le scuole, per le famiglie, per il mondo del lavoro, nelle relazioni di coppia e in tutti quei contesti in cui le relazioni uomo-donna sono la base per la crescita umana, sociale e culturale…”. Con questa riflessione si è chiuso un incontro che mira a produrre percorsi condivisi e capaci di trasformare il confronto in azione concreta.
| l'avv. Emanuele Fierimonte |
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Il Centro Studi per la Giustizia e le Istituzioni nasce con l’obiettivo di promuovere studi, ricerche e iniziative che affrontino i temi centrali della giustizia, delle istituzioni e della tutela dei diritti. Con un’attenzione particolare alla trasparenza, alla legalità e all’equità, il Centro Studi mira a offrire un contributo tangibile al dibattito pubblico, proponendo soluzioni concrete per migliorare il sistema giuridico italiano e rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Alla guida del Centro Studi c’è Emanuele Fierimonte, avvocato penalista di lungo corso, noto per la sua dedizione alla tutela dei diritti e al rispetto delle regole. Fierimonte ha portato la sua esperienza e la sua visione riformista al cuore dell’attività del Centro, con l’obiettivo di rendere la giustizia accessibile e inclusiva. Il suo lavoro non si limita all’aula di tribunale ma abbraccia una prospettiva più ampia, puntando a costruire un sistema giuridico che sia equo e al servizio delle persone.
“Il nostro compito come giuristi e cittadini – afferma Fierimonte – è quello di costruire un sistema giuridico che non sia solo al servizio delle regole ma soprattutto delle persone”.
Comitato scientifico
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| l'avv. Anna Ammanniti | l'avv. Roberto Di Napoli | l'avv. Vincenzo Comi | dott. Lambero Mattei |
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| l'avv. Davide Lo Castro | dott.ssa Elisa Caponetti | l'avv. Laura Barberio | l'avv. Marco Lepri |
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| Il crimin. Massimo Blandini | l'avv. sergio Bellucci | prof Francesco Cherubini | l'avv. Deborah Wahl Coordinatrice |
Ci sono storie che profumano di dedizione, di passione e di appartenenza. Storie che si intrecciano con il tempo e che attraversano le generazioni lasciando un’eredità silenziosa ma profonda. È il caso della famiglia Fernandez, dove il senso del dovere non è solo una scelta, ma una vocazione che scorre nel sangue. Dopo trentacinque anni trascorsi al servizio dello Stato, Moreno Fernandez si prepara a deporre il berretto, chiudendo con commozione una lunga carriera nella Polizia di Stato, ma aprendo, allo stesso tempo, un nuovo capitolo scritto dal cuore e dal coraggio di sua figlia Giulia.
Moreno ha indossato la divisa con disciplina, con onore e con amore, come ama ricordare lui stesso. Dietro ogni parola, c’è la fatica dei giorni difficili, il peso delle responsabilità, ma anche la fierezza di chi ha scelto di servire il Paese con lealtà e dedizione. Trentacinque anni sono un tempo intero di vita: turni infiniti, notti insonni, momenti di pericolo e soddisfazioni immense, che oggi tornano alla mente come un film carico di ricordi. In quelle immagini ci sono i colleghi che sono diventati amici, le divise consumate dal tempo, le storie di giustizia, di dolore e di speranza che solo chi vive dietro un lampeggiante può davvero comprendere.
Ma il momento del congedo non segna una fine, bensì un dolce passaggio di testimone. È Giulia, sua figlia, a raccogliere quella fiaccola di servizio e di valori. Oggi è Commissario frequentatrice presso la Scuola Superiore di Polizia, pronta a costruire la sua strada, a camminare lungo i sentieri che suo padre ha tracciato con impegno e sacrificio. Guardandola, Moreno ritrova se stesso da giovane, lo stesso sguardo carico di determinazione e di rispetto per un mestiere che non è mai solo un lavoro, ma una missione. Il loro “passaggio di consegne” ha qualcosa di toccante e di simbolico. È la continuità di un amore per la divisa che va oltre il tempo, oltre le mode, oltre le difficoltà di un’epoca che spesso dimentica il valore del servizio pubblico.
Giulia non entra in Polizia per seguire una tradizione di famiglia, ma per una profonda convinzione: quella di poter fare la differenza, di contribuire con empatia e competenza alla sicurezza e al bene comune. Moreno la guarda con orgoglio e una punta di nostalgia. Nei suoi occhi si riflettono i trentacinque anni trascorsi tra dovere e sacrificio, ma anche la consapevolezza che, attraverso sua figlia, quella storia continuerà. “È una sensazione difficile da spiegare, racconta, perché dentro c’è tutto con la gioia di vederla realizzata e la malinconia di chi lascia un pezzo di sé in quella divisa”.
E forse è proprio questo il segreto delle storie più belle che non finiscono davvero, si trasformano e si rinnovano. Oggi Moreno si toglie il berretto con la serenità di chi sa di aver servito con onore, mentre Giulia lo indossa con l’entusiasmo e la responsabilità di chi vuole proseguire un cammino di impegno, e di dedizione. Nel loro abbraccio, in quel gesto semplice e pieno di significato, c’è tutto il senso di una vita spesa al servizio del Paese e il principio di una nuova avventura. Una storia di amore per la giustizia, per la famiglia e per la passione di indossare la divisa che continuerà a brillare, come una luce discreta, ma tenace, nel cuore della Polizia di Stato.