L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Free mind (183)

Lisa Biasci
contatto

Antonio Mazzeo è il giornalista investigativo più informato su Muos, Sigonella e droni, tutti temi su cui lavora da tempo. E’ al tempo stesso da sempre impegnato nel pacifismo e nelle lotte del territorio siciliano.

In primo luogo qual è la tua opinione sulla possibilità che i droni siano dell’attentato a Soleimani siano partiti da Sigonella e che siano stati guidati dal MUOS o con la sua collaborazione?

Sin dalle prime frammentarie notizie dell’attacco terroristico USA ho espresso le mie perplessità sulla possibilità che i droni killer siano decollati dalla grande stazione aeronavale di Sigonella. Nonostante ci siano ancora dubbi sulla reale tipologia dei velivoli senza pilota e dei missili aria-terra impiegati, ritengo comunque improbabile l’uso di Sigonella quale piattaforma di lancio del raid. Nel caso in cui siano stati utilizzati i micidiali Reaper MQ-9 (droni presenti a Sigonella e già utilizzati dal Pentagono e dalla CIA per operazioni di bombardamento in Libia e dalla stessa Aeronautica militare italiana per le operazioni d’intelligence nel Mediterraneo e nord Africa), il loro raggio d’azione poco inferiore ai 2.000 km rende incredibile per logica l’ipotesi di un loro decollo dalla Sicilia. Nonostante Washington abbia posto la massima segretezza sull’intera operazione è presumibile invece che i droni siano partiti da una delle innumerevoli basi realizzate in quasi tutti i paesi arabi prossimi all’Iraq (accreditate fonti militari puntano l’indice sul Qatar, ma installazioni di supporto ai Reaper statunitensi esistono negli Emirati Arabi, in Arabia Saudita, Oman, Giordania e in Corno d’Africa a Gibuti). Ciò non toglie che proprio Sigonella abbia avuto un ruolo centrale nella pianificazione dell’attacco e nella trasmissione degli ordini e delle informazioni necessarie al suo espletamento. La base siciliana, infatti, ospita da due anni il cosiddetto UAS SATCOM Relay Pads and Facility, il sito per supportare le telecomunicazioni via satellite e le operazioni di tutti i droni dell’Aeronautica e della Marina militare statunitense, ovunque essi si trovano. Si tratta di una stazione gemella a quelle esistenti a Ramstein (Germania) e nella grande base aerea di Creech (Nevada), centro strategico per le attività dei velivoli senza pilota USA. Per questo ritengo più che plausibile che Sigonella abbia giocato un ruolo chiave all’interno del network di comando e controllo dello strike all’aeroporto di Baghdad. Lo stesso vale per il terminale terrestre di Niscemi (Caltanissetta) del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS delle forze armate USA, indispensabile per le operatività nei teatri di guerra di ogni utente mobile (così come lo sono i droni). Dubito che su questi due elementi ci potrà mai essere una smentita ufficiale da parte del governo italiano, dato che la titolarità esclusiva e l’uso di queste infrastrutture è degli Stati Uniti d’America e certamente nessuno si sognerebbe mai d’informare o chiedere il permesso all’Italia per utilizzare i nodi di trasmissione degli ordini d’attacco ed intelligence, né ovviamente sarebbe possibile per l’Italia impedirne l’uso.

Al di là di questa possibilità quali sono i ruoli della basi italiane e del MUOS nella strategia bellica statunitense?

Quanto sta accadendo in queste ore è la prova evidente del ruolo geo-strategico assunto dalle innumerevoli installazioni militari USA e NATO ospitate nel nostro paese. Abbiamo già detto di Sigonella e Niscemi. Nelle ore antecedenti l’attacco all’aeroporto di Baghdad e subito dopo, è stato registrato un intensissimo traffico aereo sui cieli italiani di velivoli da trasporto pesante e di cacciabombardieri USA. In particolare essi hanno attraversato prima la Sardegna e il Tirreno e poi l’Italia centro-meridionale in direzione Medio oriente e ciò ha comportato il logico supporto delle innumerevoli stazioni radar e di telecomunicazione che operano Italia in ambito NATO. Dalle basi dell’esercito USA di Vicenza (Camp Darby e l’ex scalo aereo Dal Molin) sono stati mobilitati centinaia di militari in forza alla 173 Brigata aviotrasportata, reparto d’eccellenza statunitense in tutti gli scacchieri di guerra internazionali. Grazie al ponte aereo avviato dal vicino aeroporto di Aviano (Pordenone), i soldati della 173 Brigata hanno raggiunto il Medio Oriente, molto probabilmente il Kuwait e forse anche il Libano. L’escalation militare USA di queste ore, con l’invio di oltre 3.000 militari ai confini con l’Iraq, presuppone contestualmente il trasferimento di mezzi da guerra pesanti e munizioni e ciò avverrà sicuramente dall’hub toscano di Camp Darby, il maggiore deposito strategico USA per le operazioni in Africa e Asia, utilizzando i porti di Livorno e Genova e l’aeroporto di Pisa. Presumibile inoltre che una parte dei cacciabombardieri a capacità nucleare F-16 di stanza ad Aviano siano già stati dirottati in Medio oriente (il via vai di velivoli di questi giorni dalla base friulana è evidentissimo), e sono certo che assisteremo ad un aumento delle soste di unità da guerra navali, portaerei e sottomarini nucleari compresi, nei porti italiani, primo fra tutti quello di Augusta (Siracusa), il principale centro di rifornimento di carburanti e armi della Marina militare USA nel Mediterraneo. Ancora una volta, dunque, l’Italia sarà lo snodo chiave per le operazioni di guerra del Pentagono, senza poi dimenticare le differenti missioni delle forze armate italiane in Iraq e paesi confinanti, purtroppo sempre al traino e/o di scorta dei moderni guerrieri di mister Trump.

La situazione delle basi statunitensi e dei sistemi collegati è in palese violazione con la Costituzione Italiana e con gli stessi trattati NATO? E perché?

Questi temi sono stati affrontati innumerevoli volte negli anni scorsi, ma purtroppo inutilmente. L’articolo 11 della Costituzione pone al bando la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, ma da sempre le installazioni USA e NATO in Italia sono utilizzate per operazioni belliche e di vero e proprio terrorismo internazionale. Il Parlamento è stato bypassato in ogni occasione, anzi è possibile dire che alcune delle operazioni d’attacco maggiormente in contrasto con il dettato costituzionale siano state volutamente tenute segrete alle due Camere, ai parlamentari e all’opinione pubblica. La trasformazione di Sigonella in vera e propria Capitale mondiale dei droni USA e NATO è uno degli atti più incostituzionali e irresponsabili della recente storia d’Italia. I velivoli senza pilota comportano la progressiva disumanizzazione di ogni conflitto e la delega alle macchine del diritto di vita e di morte, di pace e di guerra. Siamo mille miglia al di là della Costituzione, fuori dagli stessi principi etici e del diritto consacrati nella lunga storia dell’Umanità.

Quali sono le conseguenze di questi sistemi militari per l’Italia, per le persone e per la sicurezza del nostro paese?

La guerra moderna, oltre che disumanizzata e disumanizzante, ha assunto la logica spietata dell’asimmetria, cioè fuori dai modelli convenzionali con cui è stata conosciuta e studiata nei secoli passati. L’uso dei droni per gli omicidi extragiudiziali del “nemico” è guerra asimmetrica, così come l’eventuale ritorsione-vendetta rappresentata dall’attentato terroristico contro civili inermi o luoghi simbolici in quei paesi che hanno responsabilità dirette nella conduzione dei conflitti in Medio Oriente e nel continente africano. Chi semina odio e morte raccoglie vendette e morte. Essere piattaforma di lancio di attacchi terroristici e bombardamenti indiscriminati significa trasformarsi immediatamente in obiettivo da colpire come ritorsione e, magari, anche per prevenire nuovi attacchi. Si instaura così una interminabile catena di sangue, dove le vittime “asimmetriche” sono sempre di più le popolazioni inermi, innocenti e inconsapevoli della follia dei dottore Stranamore del XXI secolo.

Secondo te il governo italiano cosa dovrebbe chiedere al governo statunitense e alla NATO?

Sono proprio secco perché ormai non ci possono essere più strumentali timidezze e ipocrisie di sorta. Le forze armate degli Stati Uniti d’America e della NATO (ma anche quella dei paesi extra-NATO che continuano a formarsi e ad addestrarsi in Italia, Israele, Arabia Saudita e Turchia in primis), devono lasciare immediatamente il territorio del nostro paese e le infrastrutture utilizzate devono essere smantellate e/o riconvertite ad uso civile. Deve essere interdetta la sosta “tecnica” negli scali aerei e nei porti ad ogni sistema di guerra “straniero” e sancita unilateralmente l’uscita dell’Italia dalla NATO, alleanza militare che, tra l’altro, proprio in Libia, Siria e oggi a Baghdad ha evidenziato tutta la sua fragilità e inutilità.

Di fronte a questi eventi si ha a volte un senso di impotenza; cosa può fare ognuno di noi per combattere questo sistema di cose?

Quanto accaduto in questi giorni in Iraq è solo l’ultimo atto di una tragedia epocale: la guerra uber alles: la guerra prima di tutto, per tutto e sopra ogni cosa. L’umanità deve prendere coscienza che siamo davvero sull’orlo del baratro. Mai come oggi i pericoli di olocausto nucleare sono reali e l’umanità rischia l’estinzione ben prima degli effetti devastanti delle trasformazioni climatiche in atto. E’ indispensabile ricostruire un movimento internazionale contro ogni guerra, subito. Ad ogni singolo essere vivente spetta il diritto-dovere alla resistenza, alla disobbedienza, all’obiezione, alla diserzione. C’è poi il dovere a cui sono chiamati giornalisti e opinionisti: quello di denunciare le cause, le modalità e le conseguenze di questa follia globale bellicista. Noi proviamo a farlo dal basso, con pochissimi mezzi ma con la ferma convinzione che non possiamo risparmiarci proprio ora. Lo dobbiamo fare per noi e per i nostri figli, per continuare a credere che un altro mondo è ancora possibile.

Per gentile concessione dell'agenzia di stampa internazionale  Pressenza

“Fava era già negli anni Sessanta uno dei figli di quel socialismo meridionale, romantico e anti-ideologico, che nella storia d'Italia, non a caso, ha avuto un ruolo rilevante, e che al Sud è tutto fatto di galantuomini. I pilastri della sua poetica -a rileggerlo oggi- erano l'individuo, la legalità, il senso per la forza delle storie vere. Era un socialista anti-marxista e proprio per questo era molto criticato dalla sinistra ideologizzata del tempo. Si diceva, per esempio, che nel suo teatro Fava anteponesse l'individuo alla società.

Era vero, ed è forse la cosa che rendeva vividi e attuali i suoi drammi, i suoi romanzi, i suoi personaggi. Socialista, quindi, ma libertario e anti-dogmatico. E io mi ricordo bene che la sinistra dei salotti, nella Catania degli anni Settanta, lo considerava demodè, melenso e terribilmente piccolo borghese. Era un mondo che conoscevo bene, quello dei suoi critici, perchè all'epoca era anche il mio mondo. La cosa curiosa è che molto di loro sono quelli che poi lo hanno santificato. E che non lo hanno letto, nemmeno oggi.” parole di Francesco Merlo ( pag 185-186) tratte da “Il Siciliano” di Massimo Gamba, Sperling & Kupfer, 2010.

Domani, quella parte di sinistra che agisce come il “Comitato Centrale della Verità” riproporrà il solito clichè, i soliti rituali dietro il “compagno Fava”. Che non è mai esistito.

Noi lo ricordiamo con le sue parole, tratte da un'intervista rilasciata in occasione della nascita del “Giornale del Sud”, all'inizio degli anni Ottanta: “noi siamo dei laici, cioè noi siamo in quella grande area democratica nella quale confluiscono tutte le vere, le autentiche, le più sincere forze della nazione. Non siamo per nessuno e non siamo contro nessuno, semmai siamo contro il Potere inteso nel senso più bieco della parola, siamo per la libertà dell'uomo”.

per gentile concessione della testata "Le Jene sicule"

"La città di Foggia e la sua provincia stanno battendo tutti i record, un omicidio ed il primo giorno dell'anno si va già a +1 , con auto che deflagrano in giorni di festa."

 

La città di Foggia e la sua provincia stanno battendo tutti i record, un omicidio ed il primo giorno dell’anno si va già a +1 , con auto che deflagrano in giorni di festa. Cosa ancora per Foggia nel prossimo futuro? Un’escalation che fa molto preoccupare soprattutto chi, nella quotidianità, ancora, nonostante tutto, mantiene una saracinesca aperta“.

È il commento di Don Aniello Manganiello attraverso il vicepresidente Pietro Paolo Mascione vicepresidente di “Ultimi”. “Quest’aria  mediorientale è diventata fin troppo pesante. La gente non frequenta più Foggia, perché Foggia è sentirsi braccato da qualcosa e da qualcuno e la ricaduta economica significherà, inevitabilmente, perdite economiche rilevanti, perché se andare in una città significa rischiare, allora in tanti preferiscono restare a casa.

Allora la parola passi alla società, quella con la maglia dal colore ben definito, che non sia mai grigia uniforme di chi gioca su tutti i tavoli. Bene lo Stato, benissimo la Chiesa con i propri interventi marcati e decisi e male la società civile narcotizzata ed assuefatta a criminali logiche di vita”. “Inoltre”, evidenzia don Aniello “Foggia è dotata di formazioni sane che interpellarono proprio l’associazione Ultimi, attraverso il responsabile cittadino Pierluigi Zarra, e in tre giorni riuscimmo, insieme, a raccogliere ben ottomila firme per l’instaurazione  di una sezione distaccata della DIA. Un consenso che espressi con forza per questa città a cui mi lega una forte amicizia da più di un decennio. La parola passi soprattutto a chi detiene il compito di ripristinare la sicurezza, allo Stato” conclude don Aniello, interrogando quella sana società civile che ancora ama il proprio  territorio, “quella coraggiosa che due anni fa sfilò tra le vie della città per dire no al racket, quell’evento che mi lasciò costernato per la scarsa partecipazione. Quella che non si piega. Quella che oggi chiede certezza ed appoggio

attraverso il massimo impegno da parte dello Stato”.

 

per gentile concessione  della testata "Stato Quotidiano"

www.statoquotidiano.it

Il premio Maria Grazia Cutuli assegnato, per la prima volta anche a una giornalista che si occupa di Cybersecurity: Barbara Carfagna. Premio anche a Giorgio Fornoni, vice-presidente della Flip.

 

 

Per la prima volta un premio tradizionalmente destinato agli inviati sul campo viene conferito anche a una giornalista che si occupa di Cybersecurity: la nuova frontiera della guerra. “Il campo di battaglia si è spostato nella mente dell’uomo. Le fake news sono le nuove bombe” ha detto Barbara Carfagna del TG1, “le armi sono invisibili e risiedono negli algoritmi di profilazione che influenzano il voto, come ci ha dimostrato il caso Cambridge Analytica. Giornalismo oggi è prima di tutto creare consapevolezza su questo”.

Gli altri premi a Giorgio  Fornoni,  reporter  eccezionale  e  sensibilissimo,  che ha mostrato un video relativo ad un  servizio  speciale sulle  guerre  vissute  nei  vari  inferni  della  terra  ed  uno  dei    viaggi  intrapresi  con  Maria  Grazia  Cutuli  nelle polveri  dei  paesi  asiatici.  L’emozione  è corsa  in  sala  nel  vedere  sullo  schermo  l’  immagine  fresca  e fiduciosa  della  giovane  giornalista  di  cui  si  celebrava  il  ricordo.
A Domenico  Di  Conza,  direttore  di  Sharing  TV, che è riuscito a coniugare  informazione  con  educazione,  formazione, legalità  e    solidarietà.
A Filippo  Golia del TG2  che ha  parlato  di  una  sua  esperienza  da  promotore  di  pace  attraverso  i  simboli  delle religioni: “alla  fine  non  è  esattamente  un  Premio.  E’  una  grande  famiglia  che  di  anno  in  anno cresce,  nell’impegno  di  ricordare  Maria  Grazia  Cutuli,  nata  dall’intuizione  di  R.N. Tomasone  che,  dall’anno successivo la morte, ha  creato  un  legame autentico  con la  madre e la famiglia di  Maria  Grazia.” 
Coinvolgente    performance  sulla  verità  e  legalità  è  stata  riservata  ai  presenti  dall’artista napoletano  Angelo  Iannelli,  il  Pulcinella  della  Verità  che  fa  parlare    una  maschera  storica  e    dà messaggi di    vita  e pillole  di  saggezza.  A  Lui  è  andato  il  Premio  Rinascimento.

“La  conoscenza  ci  rende  liberi” questo il tema della 18.ma edizione  del  Premio  Giornalistico  nazionale “Maria Grazia  Cutuli”  svoltosi lo scorso 17 novembre  nel  teatro  “P.Giannone”  di  San  Marco  in  Lamis    (Fg). Coniugazione della memoria della  giornalista  con  la difesa della libertà  di  stampa  ed  il  pluralismo dell’Informazione nel nostro Paese.

Il    premio   si  è  concluso  con  la  consegna  a Papa Francesco,  in  volo  per  Bangkok,    della  locandina accompagnata dalla lettera  della  Presidente  proprio  il  19  novembre,  nel  18°della  scomparsa  della Giornalista.

«Lennon not Lenin. Il muro di Berlino erano due». Berlino 13 agosto 1981, venti anni dopo la costruzione del Muro. Un gruppo di artisti reduci del '68 romano, berlinese e olandese fonda il No Future Project.

10 anni dopo alle 6 del pomeriggio del 24 marzo 1991 una telefonata da Berlino a Roma: «Ario è sparito», la storia comincia.

Il Muro con le sue scritte e CM un’intelligenza artificiale che però risponde solo usando versi della Divina Commedia, guidano la ricerca.

«Lennon not Lenin» è un libro di fantascienza, di comunicazione politica, un giallo, mah?! Certo gioca con la fantascienza, con le parole, con le scritte sul Muro di Berlino, con i versi della Divina Commedia, con il cinema, le guerre fredde e calde, le rivoluzioni, le idee del gruppo No Future Project che vive tra Trastevere a Roma, Chariottenburg e Kreuzberg a Berlino e Arnhem in Olanda.

«Lennon not Lenin» è anche una delle scritte sul Muro, che dà il titolo al libro.

Il libro di Stefano Scialotti (292 pagine, 15 euro, Lupetti editore) è stato presentato il 6 dicembre alla fiera di Roma «Più libri più liberi» e il 9 dicembre al cinema Farnese, sempre a Roma.

L'autore ha deciso di devolvere i suoi diritti alla campagna «io rompo» del Manifesto.

Venerdì 6 dicembre 2019, si svolgerà a Roma il secondo Open day organizzato dall’Istituto scolastico Nazareth per inaugurare quella che sarà “la finestra sul futuro” dei suoi Studenti

L’Istituto scolastico Nazareth è una scuola cattolica, nata nel 1887 nel quartiere Prati di Roma ad opera dalle Religiose Dame di Nazareth. La scuola cattolica è il luogo dove, valorizzando la presenza di persone di ceto sociale e di orientamento culturale diversi, si trasmette la cultura della pace attraverso un profondo senso di rispetto reciproco e di apertura al confronto e al dialogo nella costruzione di una identità serena e forte.
Data la società odierna, gli studi di impronta tecnica non possono essere più considerati appannaggio esclusivo dei Corsi di Insegnamento su base tecnico-scientifica, ma devono essere inseriti anche nel bagaglio culturale di chi segue studi umanistici: premessa che farà da solida base alla decisione dell’Istituto Nazarethdi offrire a tutti gli Studenti la graduale estensione di un significativo plusformativo costituito da approfondimenti in discipline a carattere economico e giuridico, già caratterizzanti l’opzione economico-sociale del nostro Liceo delle Scienze Umane. In tal modo l’Istituto Nazareth  spalanca sulle prospettive dei propri Studenti, rendendo fruibili materie a  carattere economico e giuridico, nel solco della ricca tradizione della Scuola.   Ma non solo: all’Economia, al Diritto e allo studio delle tematiche finanziarie di base, saranno affiancati laboratori multimediali di Comunicazione, Giornalismo, Marketing, Espansione e Integrazione dei Mercati e dei Territori, non disdegnando le grandi possibilità innovative offerte dal mondo delle start-up.  In sintesi: tutta una serie di vere e proprie pre-professionalità nel campo dell’Innovazione Tecnologica, della Comunicazione, delle Pubbliche Relazioni e del Marketing, assistite da una solida preparazione culturale, che possono trovare pratiche opportunità nel mondo del lavoro.

La Congregazione delle Religiose di Nazareth, fondata nel 1822 dal padre Pierre Roger, SJ, Augustine de la Rochefoucauld duchessa di Doudeville e da Elisabeth Rollat, prima religiosa della congregazione, è attualmente presente nel mondo, con sede in Francia, Italia, Spagna, Israele e Libano.

La giornata dedicata al secondo Open Day dell’Istituto prevede i seguenti interventi, in ordine alfabetico:
Prof. Avv. Giuseppe Catapano, Rettore dell’AUGE-Accademia Universitaria degli Studi Giuridici Europei, Commercialista-Tributarista, Rettore Emerito dell’Università degli Studi Popolari – Milano, Docente ordinario per le Discipline Giuridiche presso UniMilano, Autore di numerosi volumi e di articoli giornalistici.
Dott.ssa Fiorella Ialongo, Docente presso Università di Roma Tre-Master di Linguaggi del Turismo e Comunicazione Interculturale, Pubblicista, esperta di Economia Creativa ed Ecosistemi dell’Innovazione, già corrispondente di ‘Cina in Italia’ (ed. Italiana di China Newsweek), collabora, ed è membro dei comitati di redazione, di giornali cartacei e online.
Prof. Avv. Salvatore Sfrecola, Patrocinante in Cassazione, già Presidente di Sezione della Corte dei conti, Docente Universitario, Presidente dell’Associazione Italiana Giuristi di Amministrazione, Autore di numerosi volumi e di articoli giornalistici. Collaboratore di numerose testate d’informazione cartacea/digitale.
Dott. Virgilio Violo, Pubblicista, Presidente della FLIP-Free Lance International Press, già membro Consulta Giuridica per la Tutela dei Diritti Umani, già Capo Uff. legale dell’Ente Nazionale Risi, già collaboratore di ANSA, già v.Segr. Naz.le SINFO, Direttore Resp. di ‘LplNews24’(online), collaboratore di numerose testate d’informazione cartacea/digitale.
Dott. Edoardo Di Lella, esperto in finanza e startup.

Saluti e Introduzione a cura della Dott.ssa Maria Rossi, Preside dell’Istituto Nazareth. Modera il Dott. Lorenzo Ciliberti, esperto in tecniche di gestione, amministrazione e finanza.

Abbiamo bisogno di un cambio di paradigma, un cambiamento culturale. Viviamo in tempi molto complessi. Siamo nel mezzo di una lunga transizione geopolitica dal cosiddetto momento unipolare guidato dagli Stati Uniti a un nuovo, che possiamo definire policentrico o multipolare. Ciò è accompagnato da una profonda rivoluzione e innovazione scientifica e tecnologica, particolarmente evidente nel campo dell'informazione. Ritengo che se teniamo a mente questi due elementi possiamo provare a identificare percorsi o una strategia di comunicazione e informazione al fine di aiutare i cittadini a esprimere la propria opinione critica sui vari fatti che si verificano nel mondo.

Tiberio Graziani

(giornalista - Presidente della Vision & Global Trends)

L'unico “successo” del socialista Sánchez: la rimozione di Franco


Francisco Franco y Bahamonde conterà meno dopo la deportazione della sua salma dal Valle de los Caídos, dopo quasi mezzo secolo di eterno riposo, e l'inumazione nella cappella del cimitero del Pardo a Mingorrubio, accanto alla moglie Carmen Polo? Varrebbe di più se fosse stato traslato nella cattedrale de la Almudena, nel cuore di Madrid, come chiesero i suoi famigliari? Ovunque siano le sue spoglie mortali, “Generalísimo de los Ejércitos” nazionalisti insorti il 18 luglio 1936 contro il governo repubblicano, “Caudillo de España” e “Jefe del Estado”, comunque Franco è entrato nella storia e rimane memorabile, come tutti i personaggi che hanno segnato un'epoca. Piaccia o meno, egli è stato tra i protagonisti della storia della Spagna dalla lunga guerra civile (1931-1939), nella seconda guerra mondiale (1939-1945: si conta non solo quando si fa la guerra, ma anche quando se ne sa star fuori) e dell'Europa nei decenni successivi, sino alle soglie dell'ingresso nell'“Europa dei diciotto”. Lo storico non giudica: documenta i fatti e lascia a ciascuno di valutare. Mentre imperversa la pretesa di pronunciare condanne “morali” del passato, lo storico cerca di capire perché e come siano accaduti i “fatti”. Tutti. Non parteggia. Contempla. Sunt lacrimae rerum... Altre seguiranno.

L'attuale presidente del Consiglio spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, molto appagato dell'esteriorità, ha orchestrato l'esumazione delle spoglie di Franco per alimentare uno psicodramma nazionale alla vigilia delle imminenti elezioni del 10 novembre. A conti fatti, l'evento ha suscitato più curiosità che appassionamento. Confidando in manifestazioni che giustificassero chissà quali misure eccezionali, qualcuno si attendeva dimostrazioni di nostalgici e di antifranchisti, rigurgiti di arcaici conflitti. Invece, i cronisti, sempre pronti a planare come corvi sui “grandi scontri di piazza”, risultarono più numerosi dei presenti e in specie dei 22 nipoti e pronipoti dell'estinto, avvolto nella “sua” bandiera e confortato dalla messa funebre celebrata da padre Ramon Tejero, figlio del colonnello Antonio, autore del fantasioso “golpe” che ormai si perde nella notte dei secoli e rincalzò il trono di Juan Carlos I. La Spagna di Felipe VI è così democratica che da anni ha un governo tanto minoritario quanto inconcludente.

L'espunzione di Franco dal Valle era una antica pretesa dei socialisti (Rubalcaba, poi Zapatero) e fatta propria da Sánchez perché il Caudillo non è un “caído”, non morì nella tragica guerra civile tra i due “bandos”, i repubblicani e i nazionalisti, i rossi e gli azzurri. Morì di morte naturale, persino “ritardata” per dare tempo all'assestamento della macchina statuale in un paese ormai “normale”. Non solo, secondo alcuni antifranchisti il suo nome suscita ancora nostalgia del regime dittatoriale, tanto da rendere sospetto l'afflusso dei visitatori al monumentale complesso funebre al cui centro sino al 24 ottobre 2019 la sua lapide tombale recava scritto semplicemente “Francisco Franco”, come si conviene a chi ha fatto la storia e lascia ai posteri l'ardua sentenza sulla sua opera.

Sánchez potrà ora dire di avercela fatta. Capo di un governo di minoranza, costretto a tornare a terze elezioni senza aver risolto nessuno dei problemi che assillano il Paese, dalla Catalogna alla “Spagna profonda” dal cui humus escono i consensi per “Vox”, il partito neo-nazionalista con profonde radici nel franchismo o più correttamente nella storia millenaria del Paese iberico, con residuo senso dell'opportunità Sánchez prova qualche imbarazzo a sventolare la traslazione del feretro del Caudillo come successo storico. È un “successo” solo nel significato spagnolo del termine: un accadimento, non un trionfo. Sarà giustizia? Sarà saggezza? Di sicuro, esso è divisivo. È un tardivo “regolamento dei conti” all'interno di un Paese che da decenni ha metabolizzato la guerra civile, ha faticosamente messo alle spalle persino i delitti perpetrati dagli “etarras” e oggi deve fare i conti con l'altra artificiosa piaga: il fanatismo indipendentistico di una metà degli abitanti della Catalogna in libera uscita dalla storia: un separatismo che non ha motivi etnici, religiosi, civili ma solo linguistici in un Paese, come la Spagna, che riconosce le più ampie garanzie al bilinguismo (catalano e gallego, a tacere ovviamente del basco) e alle “nuances” del catalano, come il valenciano (del quale nessuno sente vera necessità).      

    

Il ruolo attuale della Spagna per l'Europa nel mondo 

In pochi giorni dalla macabra sceneggiata, la deportazione della salma di Franco è uscita dalle prime pagine dei quotidiani. Los Reyes partono da Madrid alla volta di Cuba, un viaggio di Stato voluto dal governo, non senza imbarazzo per chi osservi che il regime castrista sta tornando rapidamente all'indietro, verso la repressione delle opposizioni e delle poche ventilate aperture all'Occidente, mentre l'intera America latina è sconvolta da insorgenze e conflitti, tensioni crescenti fra i discendenti dei nativi sopravvissuti alla tabula rasa perpetrata dai conquistatori, creoli e discendenti delle ondate migratorie dell'Otto-Novecento. Il “caso” del Messico è il più emblematico: civilissimo in circoscritte plaghe, del tutto succubo della produzione e spaccio di droghe in vaste zone, e sempre più indotto a forzare il limes con gli USA, i cui Stati meridionali sono più ispanofoni che anglofoni. In quella vastissima area la Spagna odierna, quella di Felipe VI e della dirigenza “di Stato”  che ha alle spalle la Spagna “una, grande y libre” della Transizione, svolge un ruolo di prim'ordine, di gran lunga superiore ai timidi passi del governo italiano che per ministro degli Esteri ha Luigi Di Maio. La Spagna è lì, oltre Atlantico, come anche nel mondo arabo, dal Marocco all'Arabia Saudita, e non da oggi. In una famosa conferenza pan-americana Juan Carlos di Borbone azzittì ruvidamente il petulante presidente venezuelano Chávez, predecessore del nefasto Maduro: “Cállate”, “Taci!”. Per queste ragioni gli italiani consapevoli della debolezza dal proprio governo e attenti al ruolo planetario ancora possibile per il protagonismo dell'Europa franco-germanica e anglo-iberica hanno motivo di guardare al di là delle cronache del monocolore socialista ancora per qualche giorno imperante a Madrid e di sentirsi rappresentati anche dagli eredi di Carlo V e di Filippo II di Asburgo, come poi di Filippo V di Borbone e dei suoi successori sino, appunto, a Filippo VI e alla Principessa delle Asturie, Leonor.  

   

Carriera e fortuna di un generale prudente

Ma chi fu Francisco Franco, le cui spoglie sono state al centro di una disputa ventennale? Non irruppe nel suo paese come un meteorite da chissà quale cielo. Duramente sconfitta nel 1898 con la rivolta di Cuba e delle Filippine, alimentata dagli Stati Uniti d'America che gliele sottrassero accampando di volerle liberare dal giogo coloniale al quale sostituirono il proprio, la Spagna precipitò in crisi d'identità. Ancora ottant'anni prima dominava un impero che andava dal Messico alla Terra del fuoco. Malgrado statisti di valore, come Sagasta e Cánovas del Castillo, era l'ombra di se stessa. Lo sintetizzò Ángel Ganivet, suicida nelle acque della Dwina, in “Ideario spagnolo”. Mentre Francia, Gran Bretagna e Germania espandevano i loro imperi coloniali e persino il neonato regno d'Italia annetteva Eritrea (1890), Somalia (1907) e Libia (1912), la Spagna era umiliata, “invertebrata”. Rimasta saggiamente estranea alla Grande Guerra, superò meglio di altri paesi l'estremismo anarchico di primo Novecento - culminato nella “settimana tragica” e nella fucilazione pedagogica del pedagogista Francisco Ferrer y Guardia, come ha documentato Fernando García Sanz in opere magistrali - e le procelle postbelliche.

Nato a El Ferrol (Galizia) il 4 dicembre 1922, secondo dei cinque figli di Nicolás Franco, ufficiale di marina, e della piissima María del Pilar Bahamonde, dal padre (che più tardi, si trasferì solingo a Madrid e, senza divorziare, si unì ad Agustina Aldana) Francisco si sentì sempre posposto al primogenito Nicolás e al minore, Ramón, massone, repubblicano, rivoluzionario, aviatore provetto, caduto in circostanze tuttora arcane, mentre suo cugino primo, Ricardo de la Puente Bahamonde, nel 1936 venne fucilato tra gli ufficiali che rifiutarono di accodarsi a Francisco, “generale ribelle”.

Formato nella Scuola militare di Toledo, Franco si mise in luce nella guerra di conquista del Marocco e a soli 33 anni venne nominato generale: il più giovane in Europa. Pietro Badoglio lo divenne a 46 anni. Ugo Cavallero, a sua volta, raggiunse quel grado quando ne aveva 39. Ma il grado non basta a comandare gli eventi. Occorre la fortuna. Che spesso (contrariamente a quanto recita il motto famoso) non aiuta gli audaci bensì i prudenti.

Nel 1934 Franco impiegò sbrigative maniere per reprimere l'insorgenza operaia nelle Asturie. Tre anni prima Alfonso XIII aveva lasciato la Spagna, che subito registrò un'onda di anticlericalismo violento, con incendi di chiese e altri eccessi documentati da Mario Arturo Iannaccone in “Persecuzione. La repressione della Chiesa in Spagna fra seconda repubblica e guerra civile, 1931-1939” (ed. Lindau). Nominato dal governo di Madrid capo della Legione spagnola in Africa e comandante di tutte le forze armate (gennaio-maggio 1935), Franco fu inizialmente riluttante ad aderire al golpe progettato dal generale Emilio Mola y Vidal, laicista, niente affatto massone, capo dei “requetés”, noto per doti di stratega e meticolosità. “Jefe” dello Stato dell'alzamiento contro il governo di Madrid fu Jorge Sanjurjo, morto per la caduta dell'areo che lo riportava dal Portogallo, ove era esule dopo un fallito golpe. Dopo l'insurrezione, anche Mola morì in un incidente aereo. Gli altri due generali, Queipo de Llano e Miguel Cabanellas Ferrer, erano chiassosi ma politicamente irrilevanti. 

Capo della Giunta di difesa nazionale, Franco ebbe il sostegno delle Giunte dei “falangisti” capitanati da José Antonio Primo de Rivera (un movimento nazionalista con venature progressiste), dei “requetés” e di altre forze nettamente contrarie ai sovversivi, nonché (importanti ma non decisivi) di Mussolini e di Hitler. Egli inoltre contò soprattutto sull'appoggio fervido e pressoché unanime del clero cattolico, interno e internazionale. Fallito (forse intenzionalmente ) l'assalto a Madrid (preferì la più spettacolare e propagandistica “liberazione” di Toledo), Franco non ebbe fretta di vincere. Gli storici sono ancora perplessi: incapacità strategica militare o strategia politica?

Col passare dei mesi e degli anni in Spagna all'interno dei due fronti in lotta presero corpo due opposti piani. A sinistra i comunisti, eterodiretti dall'URSS di Stalin, eliminarono via via i “dissidenti”: borghesi, democratici, semplici repubblicani, anarchici e massoni. A destra Franco fece altrettanto. Mentre (come tardivamente ha ammesso lo storico britannico Paul Preston) nel 1936 vi erano tre Spagne (rossi, reazionari e democratici), dal 1938 ne rimasero due sole: i rossi e i nazionalisti. Franco operò una metodica eliminazione fisica degli oppositori della Spagna che aveva in mente: cattolica, concentrata nel culto della propria identità. Scomparve quella europeista vaticinata da Miguel de Unamuno, da massoni, liberali, socialisti democratici. Sin dal 1938, molto prima che entrasse in Madrid (1 aprile 1939) e vi celebrasse la vittoria, Franco fu riconosciuto da Parigi e da Londra. 

Al potere annientò quanto rimaneva delle opposizioni con misure durissime. Con lo  pseudonimo “J. Boor” scrisse articoli fanaticamente antimassonici e nel 1940 pubblicò la legge per la repressione del comunismo e della massoneria, studiata da Juan José Morales Ruiz, autore del saggio esemplare “Palabras asesinas” (ed. Masonica.Es). Però rifiutò di entrare in guerra a fianco di Hitler (che invano lo “tentò” in un lungo inutile colloquio a Endaye) e di Mussolini (che incontrò a Bordighera) e, passo dopo passo, si spostò tacitamente a fianco della Gran Bretagna. 

Dieci anni dopo Franco aprì la svolta: dal falangismo ai tecnocrati dell'Opus Dei. La Spagna  lentamente si riprese. Sotto la cappa dell'ipocrisia normativa i costumi  dei suoi abitanti erano quelli di sempre, come scoprivano i turisti: “los toros” e “el baile toda la noche”. D'altra parte dal 1953 essa ebbe il placet del presidente degli USA, Eisenhower, e nel 1955 entrò nelle Nazioni Unite. Seguì un ventennio di progresso. Franco finse di non sapere che le basi militari americane avevano anche logge massoniche e che molti uomini del regime, come il suo conterraneo Fraga Iribarne, frequentavano all'estero ambienti “illuminati”.

 

Il “dopo Franco” fu opera sua

Alla morte, il 20 novembre 1975, la Spagna non aveva più nulla a che vedere con quella della guerra civile. Erano anche cacciate nel passato remoto le pretese dei “carlisti” e di altre frange. Sin dal 1969, dopo aver ipotizzato l'instaurazione di Ottone d'Asburgo-Lorena per superare il conflitto tra le fazioni borboniche, Franco proclamò re Juan Carlos di Borbone, anteponendolo al padre, Juan, conte di Barcellona. Il 19 giugno 1974, gravemente malato, da Reggente l'antico Caudillo gli conferì l'esercizio del potere, salvo riprenderlo appena ristabilito. Il “tirocinio” dette prova positiva. La Spagna era pronta al cambio, malgrado l'assassinio del presidente del governo, Luis Carrero Blanco, l'ETA e l'ostilità di chi ne avversava l'ingresso in “Europa”, spacciando per difesa della democrazia l'esclusione dei prodotti spagnoli ormai competitivi (e non solo agrumi, olio, formaggi, salumi...).

Per questi motivi la valutazione storica di Franco non si può ridurre alla sua azione di Caudillo durante e subito dopo la guerra civile e prescinde comunque dall'ubicazione delle sue spoglie. Vale altrettanto per Vittorio Emanuele III, re d'Italia per mezzo secolo. Anziché disputare sulla tomba che 70 anni dopo la morte gli è stata assicurata in uno degli 8.000 Comuni di cui fu sovrano, è meglio studiarne l'opera e capirne la grandezza, la buona e la cattiva sorte, tutt'una con quella d'Italia. Ma lo spirito di fazione e le conventicole spesso ancora prevalgono, perché, ricorda Giovanni Evangelista, “gli uomini preferiscono le tenebre alla luce”.

Parce sepultis: Franco e José Antonio Primo de Rivera

E ora? “Parce sepulto...”? Il brocardo non significa affatto “perdona chi è morto”. Questa versione, benché usuale, è errata e deviante rispetto a quanto volle dire Publio Virgilio Marone. È una traduzione, più partenopea che italiana, riecheggiante il cinico motto: “Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Scordiamoci il passato, non pensiamoci più”. Certo, quando la scrisse nell'Eneide il sommo poeta latino aveva alle spalle mezzo secolo di guerre civili, da Mario e Silla, a Cesare e Pompeo, a Ottaviano e Antonio, e quindi esortava alla pace interna affinché Roma potesse assolvere la sua missione: “rispettare” (parcere) gli assoggettati e annientare (debellare) gli irriducibili. Però con la formula “parce sepulto” non invitò affatto a “perdonare i morti” (non ne hanno più bisogno) né a… dimenticarli (vanno invece ricordati, anche se le loro ceneri sono disperse e magari gettate in mare).

“Parce sepulto” significa “rispetta chi è sepolto”. Esprime appieno il pensiero del Virgilio da Dante elevato a precursore del Cristianesimo, di una pietas che affonda radici nell'omaggio ai defunti. Tutti. Anche gli avversari caduti in battaglia in nome dell'onore alle armi. Rispettare il sepolto è quanto, a prescindere da ogni giudizio di merito, non ha fatto Pedro Sánchez. E questo rimarrà a ricordo della sua per ora modesta prova politica. Ma v'è di peggio. Ora vorrebbe spostare anche la salma di José Antonio Primo de Rivera, capo della Falange, perché, egli argomenta cavillosamente, non è un “caduto” nella guerra civile ma una “vittima” della guerra civile. Non morì in combattimento. E' vero. In effetti fu ammazzato brutalmente dai “rossi” il 20 novembre 1936 nella piccola cella ove era detenuto ad Alicante. In quel carcere non venne dunque consumato uno dei tanti delitti della guerra civile? E José Antonio non è dunque un caduto di quel tragico conflitto? Adesso che gli han tolto il “vicin suo grande” il pavimento de los Caidos è disarmonico? E così la sua salma va spostata per la quinta o sesta volta? 

La storia non è una schermaglia linguistica. Gronda sangue. Non va neppure sottoposta a commissioni parlamentari. Lasciamola agli studiosi e alla coscienza degli uomini liberi da pregiudizi. Una valutazione sintetica di Franco fu anticipata da papa Pio XII quando gli conferì l'Ordine supremo di Cristo (1953): un onore impegnativo sia per chi lo decretò, sia per chi ne beneficiò. Un “successo” dal quale non può prescindere il giudizio complessivo sul Caudillo e sulla sua epoca: in Spagna camminò nel solco del “rey prudente”, Filippo II, quello della “limpieza de sangre”. Se durò quarant'anni al potere vuol dire che non fece tutto da solo. Ovunque giaccia la sua salma, va studiato. Al di là delle “emozioni”, è Storia. 

Freelance Time cena del 13-02-2003 tema cinema

 

 

 

   

 

   

 

    

 

   

© 2022 FlipNews All Rights Reserved