L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Free mind (194)

Lisa Biasci
contatto

In quanti modi diversi

Difficilmente si trova tanta enfatica avversione   per una parola ritenuta offensiva, provocata nella dialettica polemica di un’intervista con Vittorio Feltri in cui i concetti com’è noto, difficilmente sono improntati su parole pronunciate in punta di piedi.

Questa è la frase incriminata: “Io non credo ai complessi d'inferiorità, io credo che i meridionali in molti casi siano inferiori”.

Chi scrive questo articolo abita a Roma oltre la sponda destra del Tevere dalla quale in giù, il Nord ci dice di essere meridionali e terroni. Quindi anch’io dovrei sentirmi ancora più offeso da questa ripetizione di Feltri a cui aggiunge che i meridionali sono “inferiori”.

Il fatto è che in un contesto mediatico soprattutto televisivo in cui le parole scurrili sono divenute l’intercalare folkloristico di interviste spettacoli e persino di canzoni, il termine “inferiori” non dovrebbe fare insorgere amletici dubbi di lesa dignità.

D’altra parte la frase di Feltri non si conclude con il termine a cui si ritiene che si riferisca e cioè, all’intellettualità o qualcosa del genere. Infatti egli stesso precisando che questa inferiorità possa riscontrarsi “in molti casi” esclude lo stesso concetto sul tutto.

Nel modo peggiore

Mancando la conclusione di riferimento che Feltri non dà, i meridionali potrebbero essere inferiori per disponibilità economica, per qualità dei mezzi di trasporto, per numero di industrie, per il numero delle strutture sanitarie, per produzione agricola e così via dicendo. Ma anche noi potremmo dire di rimando a Feltri e ai nordisti che la pensano come lui, la medesima cosa per quanto riguarda: la cultura umanistica, l’arte, la letteratura, la convivialità, la generosità, la creatività, la tradizione culturale di antico retaggio, il senso della famiglia e molto altro ancora. Quindi, non avendo il nostro Feltri concluso la frase, non è giusto interpretarla nel modo peggiore, facendo il processo all’intenzione. ”Inferiori” si presta essere coniugato con tutti questi concetti e non necessariamente con quello più negativo ed incompleto in cui immaginando arbitrariamente il significato, si arriverebbe alla “terribile” offesa. Non si può fare il processo alle intenzioni e in caso di dubbio come è noto, tanto meno non si può, condannare.

Nel mondo virtuale

Nell’attuale contesto in cui noi viviamo sempre più virtuale, dove il rapporto telematico sostituisce quello conviviale, prevale la violenza verbale che accompagna la nostra quotidianità attraverso le reti televisive a briglia sciolta. Ad esempio nella trasmissione “Non è la corrida”, dove quel “Non”   è sicuramente di troppo, si assiste talvolta a terribili linciaggi dell’invitato da parte degli ospiti di regia. Vi è gente, tra questi ultimi, che per meglio evidenziare gli improperi e le offese all’invitato di turno, mette persino le mani alla bocca a forma di megafono per meglio urlare il proprio disdegno con offese palesi. Ma nessuno se ne duole più di tanto, perché tutto fa spettacolo e anche l’invitato si adegua.

Ma vi è anche un’altra trasmissione: quella di Crozza, sicuramente peggiore per quanto riguarda il dileggio alquanto cattivo, umiliante fino a toccare la dignità personale. Ma queste sono le caratteristiche che esprimono lo spirito dello spettacolo. La personificazione delle varie vittime del dileggio consente a Crozza di offendere pesantemente, fino al disgusto, le vittime prese di mira per le quali il termine “inferiore” sarebbe come dare loro   del ”Lei “.

C’è tra queste proprio il nostro Feltri, protagonista di quasi tutte le trasmissioni che, ridicolizzato da Crozza, si esprime con parole alla rinfusa e fuori senso e anche fuori dignità. Parole che lo stesso Crozza pronuncia senza scrupoli, nel presupposto di poterlo fare in virtù della sua impunità mediatica. Così come continua a farlo e nessuno se la prende più di tanto.

I novelli Messia

Ma se il termine “inferiori” può offendere la collettività alla quale è genericamente indirizzato, chi può sentirsi leso più degli altri? L’ eventuale offesa arrecata, trattandosi di una valutazione soggettiva, rimane nell’ ambito personale di ciascuno.

A noi altri non resta che mettersi alla finestra per osservare chi, con quale coerenza e senso di equilibrio morale tra le varie espressioni mediatiche, si sente così puro, così risentito e così presuntuosamente motivato, da voler assumere su di sé il peso delle “offese” altrui.

 
  Renè Magritte

Sarà stato profetico Renè Magritte quando, nel 1928, dipinse “Gli amanti”, opera oggi esposta al MoMa e famosa per aver descritto l’impossibilità dell’amore e la delusione dell’attesa.

Un bacio velato, filtrato da un telo, un sudario, forse, lo stesso che da tanto, troppo tempo ormai, scandisce il ritmo monotono delle nostre giornate e connota d’angoscia il nostro sonno.

Già perché CoVid 19, come ci siamo abituati prontamente a chiamarlo, non solo ha inaugurato una nuova fase dell’estetica e dell’etica mondiale, ma, “grazie” ad una campagna mediatica senza precedenti nella storia dell’informazione, si è immediatamente impossessato della nostra psiche mettendoci di fronte alla paura più atavica, quella della morte e di chi… portatore di morte può essere.

Lungi dal volere sminuire un fenomeno che comunque ha già prodotto danni irreparabili a breve termine e dal valutare quanto sia stata adeguata e tempestiva la risposta delle Istituzioni all’emergenza, quello che ci preme evidenziare, in questa sede, è quanto deleteria possa essere stata e quanto ancor più potrebbe diventarlo, questa “imposizione” di reclusione domestica e distanziamento sociale alla quale ci siamo umilmente genuflessi per via della logorroica locuzione “RESTATE A CASA” nella quale sembra si sia condensato l’unico antidoto al momento ancora disponibile al virus.

Sappiamo tutti, da tempo immemore, che l’uomo è “animale sociale” e che, quindi, non è tale se privato della relazione. Ma, in questo clima di marasma generale, si è arrivati pure a negarne l’importanza, pena poi quel senso di vuoto, smarrimento e inadeguatezza che tutti abbiamo sperimentato in questi mesi infausti per la nostra storia e quella del mondo.

Già perché le nostre coscienze sopite, solo apparentemente, sono come quegli amanti che Magritte, con geniale intuizione, (come solo un artista può fare) ha ritratto bendati, incappucciati ma con una voluttà di vivere e di esistere che traspare, prepotente, anche se appena accennata, dal colore acceso del vestito di lei e dall’eleganza di quello di lui.

Un modo fermo (caso, violenza umana, decreto divino, intrico dell’evoluzione, quel che sia!) e un tempo sospeso che paradossalmente è contratto e dilatato nello stesso momento perché… aspetti ma con l’inerzia che ti è imposta e con lo sgomento di uno scenario inimmaginato e inimmaginabile che non è dato conoscere.

E’ questo il tempo della crisi (parimenti a terrorismo politico e ultima Guerra) e del sospeso, è il tempo in cui la morte, infinitamente declinata, ci ha accompagnato dal mattino alla sera, per via della deriva apocalittica e catastrofica che i media (peraltro sempre molto accorti nel preservarci e salvaguardarci da “verità pericolose”) stavolta hanno imboccato confinandoci in quella caverna, di platonica memoria, dalla quale nessuno, se mai lo farà, ne uscirà illeso.

Le criticità esistenziali della nostra società stanno esplodendo in maniera dirompente, portate alla ribalta da uno sconvolgimento sociale che non ha dato neanche il ragionevole preavviso che ci si poteva aspettare. E perfino quella tecnica, più anestetica che salvifica, che connota la nostra identità di occidentali, si è rivelata profondamente inadeguata a colmare la “distanza” dall’Altro.

Prigionieri delle nostre catene fisiche e mentali, siamo ancora in grado di discernere se sia più a rischio la salute o la libertà?

Secoli di battaglie fisiche e verbali per conquiste delle quali ad un tratto sembriamo poter fare a meno.

E verso quale direzione evolverà questa già drammatica paura dell’altro?

Tutti potenziali nemici!

L’uomo eticizzato improvvisamente si è riscoperto una monade senza finestre sul mondo, chiuso nella sua solitudine, a contatto perenne e forzato con un’introspezione che ha rivelato il fondo, quel fondo enigmatico e buio che una certa frenesia quotidiana abilmente offuscava.

L’Io nascosto sotto quel drappo è nessuno se non ottiene il riconoscimento dell’altro e se, a sua volta, non riconosce l’altro.

Che sia una strategia fortemente voluta e apparentemente casuale?

E chi potrebbe negarlo con certezza!

Nel tempo in cui nessuno può certo arrogarsi il diritto della verità sarà almeno lecito porsi delle domande?

Che i poteri forti si siano sempre serviti della lotta fra gli ultimi per meglio imporre le loro volontà non è certo cosa nuova.

Del resto nell’era mediatica ci stiamo dimostrando tutti alquanto fragili e plasmabili, gestibili e governabili come quel “gregge” perfetto che più che andare verso l’immunizzazione sta andando incontro alla sua rovina, pena pagare il prezzo della sua Eresia in un mondo pseudoscientifico dove l’unico vero Dogma si sta rivelando la Scienza e il Clero giornalistico.

 
 Lamberto Antonelli

Il nostro caro amico e collega Lamberto Antonelli è passato a miglior vita da alcuni anni, ma il suo ricordo è ancora vivo in noi; quando veniva a trovarci in sede, in via Sicilia a Roma,  le sue storie ci arricchivano e ci infondevano il coraggio di andare avanti a servizio alla collettività, ci è stato di grande supporto. E' stato un grande dei nostri. Credo  che il modo migliore per ricordarlo e onorarlo  sia quello di rendere pubblica, soprattutto per i colleghi più giovani, la lettera con la quale si presentò alla nostra associazione. 

Virgilio Violo 

Avevo 16 anni quando pubblicai i miei primi racconti su "Il Balilla" e "l'Avventuro­so", non pensavo ancora che avrei fatto il giornalista per il resto della mia vita. Ma a 18 anni eccomi entrare all’ AGENZIA STEFANI (diventata I’ ANSA di oggi) e mi ci trovai il giorno della nostra entrata in guerra, quando, con mio stu­pore, il vice direttore, Orazio Marcheselli, nel commentare quella decisione, esclamò: "Che errore! Questo è l’inizio della fine!..." La lasciai per la chiamata al servizio militare, ed eccomi all’ufficio informazioni comandato dal generale Carboni, quello della mancata difesa di Roma dopo l'8 settembre. E lì. nel di­cembre del 1941, entrando nella sua stanza per recare un dispaccio, lo sento che sta dicendo ad un gruppo di alti ufficiali: "Bisogna prendere atto che la guerra è perduta..."

Questo mi spinse ad abbandonare il servizio militare e a darmi alla macchia e quindi entrare nella resistenza. Fui aiutato in questo da Carlo Fiorentin (di cui stranamente nessuna cronaca della clandestinità romana parla) un tipografo che mi fornì falsi documenti, uno dei quali mi definiva dipendente del Vaticano e che mi permise non solo di muovermi liberamente durante l’occupazione na­zista, ma anche di salvare con lo stesso sistema altri disertori ed anche una quindicina di ebrei. Alcuni dei quali, una ventina di anni dopo,con il programma televisivo di Frizzi. "La piazza", potei ritrovare ed abbracciare davanti alla tv.

In quello stesso periodo della lotta partigiana entrai in contatto con il rinascente e clandestino Partito Liberale e con Nicolò Carandini che ne era un dirigente (anche dopo Roma liberata) e mi incaricai della distribuzione del giornale clan­destino "Risorgimento Liberale", che fu poi il primo quotidiano ad uscire lo­ stesso giorno dell'arrivo delle truppe anglo-americane. Editore-finanziatore era lo stesso Carandini, direttore Mario Pannunzio, capo redattore Mottola (poi direttore del “Corriere della sera"il capo cronista Vittorio Gorresio e fra i redat­tori Ennio Flaiano, Gino Visentini, Emanuele Farneti....'

Mi presento quello stesso primo giorno in redazione ed offro la mia colla­borazione. ma il Farneti che mi riceve (e che poi mi dirà: com’hai fatto bene ad insistere...cosa avremmo perduto...)cerca/dicendo che la redazione e al com­pletori allontanarmi. Ma io non mollo...Non me ne vado se non mi riceve il di­direttore. E al cospetto della mia caparbietà anche perché ho narrato ciò che ho fatto nel periodo della clandestinità e forse nominato Carandini, ecco che Pannunzio mi riceve alla presenza di Mottola e Gorresio.Mi sembra quasi un tribunale...Dopo aver saggiato la mia caparbietà il direttore annuncia la sentenza: “Facci vedere e leggere ciò che sai fare, portaci un qualche servizio inedito, scoperto e scritto da te stesso..."

Il giorno dopo mi presento col mio primo articolo. Di che tratta? Ecco, la Piazza San Pietro, in quel periodo, era una specie del mercato di Porta Porte­se: bancarelle dappertutto, stracolme di stracceria, soprattutto d’argomento religioso, tanto per essere in sintonia con il posto e decantate con l’assicura­zione che le statuine dei santi, dei Cristi e delle Madonne, erano benedette Papa..E il Papa si indignò quando il giorno dopo prese visione del mio artico­lo. Tanto che due giorni successivi quando arrivo in redazione sono accolto di complimenti e mi viene mostrato il giornale vaticano “L’Osservatore Roma­no" che riprende il mio articolo e lo commenta protestando per l’offesa che viene recata alla piazza sacra, o quasi...

Ma non finisce qui. Due giorni dopo la polizia piomba in gran forze sulla piaz­za e fa proprio piazza pulita, come del resto aveva fatto Gesù al Tempio di Ge­rusalemme. E il fatto fa il giro del mondo Tutto merito mio, dunque? Ai posteri l’ardua sentenza...


Ormai mi sono conquistato la posizione di cronista ufficiale di quel giornale, specializzato in cronaca nera. Tanto che i concorrenti esordienti sono stimolati dai loro capi di prendermi a modello, per cui spesso venivo pedinato, specie da un tale che fallì come cronista ma ebbe successo come scrittore. Anche se poi, in televisione, raccontò, come suo, uno scoop che in realtà fu mio. Cioè mi riferisco a quando, durante una rivolta nel carcere di Regina Coeli, riuscii, infilandomi dietro una pattuglia di poliziotti in borghese, ad entrarvi e ad inter­vistare i rivoltosi...La cosa fece molto clamore perché , confermando la regola che in prigione è più facile entrare che uscire, fui bloccato mentre tentavo di sgattaiolare fuori.. Dovettero intervenire: Gorresio, Pannunzio, il direttore del carcere, il questore, il capo della polizia ed il ministro dell’interno che ordinò una inchiesta. Insomma quella mia impresa fece chiasso, confermando la mia fortuna. Che poi balzò alle stelle una settimana dopo, quando riuscii ad avvici­nare un bandito romano di cui allora si parlava molto, Il Gobbo del Quarticciolo. E poiché, dopo pochi giorni, venne ucciso in un conflitto a fuoco dai cara­binieri si insinuò che io avevo "collaborato" a farlo ammazzare...

Non c’è dubbio che fui il primo( e non solo a Roma, ma in tutta Italia,perché i giornali liberi uscirono dopo) a sviluppare la "cronaca nera" che era solo mar­ginale prima del fascismo e fu abolita durante il regime.Mussolini voleva che il Paese apparisse pulito, privo di macchie, senza delitti, furti e rapine....

Sì, poi, un anno dopo, col sostegno di Gherardo Tieri, fratello dell’attore Ar­noldo, fondai, la prima agenzia fotogiornalistica italiana, creando i "paparazzi". Va però detto che il nomignolo fu di Fellini che, tramite Flaiano, volle che gli raccontassi qualche episodio. Come il primo, quello del "fidanzamento" fra una esordiente attrice italiana e un noto attore americano. Colei si chiamava Sofia Scicolone, poi assurta a star col nome di Loren....

LAMBERTO ANTONELLI

P.S. Adesso, dopo 50 anni, ho dato inizio a un nuovo progetto: la creazione di un idioma unico, similare, per la Comunità Europea ed ho approntato il "Vo­cabolario della Lingua Europea Unificata".]

Dichiarazione del portavoce del Ministero della Difesa maggior generale Igor Konashenkov.

 

"Abbiamo prestato attenzione agli incessanti tentativi che già da due settimane il quotidiano La Stampa sta mettendo in campo per screditare la missione dei russi che si sono mobilizzati per prestare aiuto agli italiani in difficoltà.Nascondendosi dietro agli ideali della libertà di parola e del pluralismo di opinioni, La Stampa sta alimentando fake news russofobiche da guerra fredda rimandando a “opinioni” espresse da anonimi “alti funzionari”.La Stampa, inoltre, non teme di utilizzare tutto ciò che gli autori riescono a inventarsi sulla base delle raccomandazioni che hanno trovato sui libri, a quanto pare ancora validi, di propaganda antisovietica. Ad esempio, La Stampa ha subito definito “inutile” il materiale russo inviato in Italia per affrontare l’emergenza infettiva, riferendo le opinioni di un qualche maresciallo che sognava disperatamente la vittoria.

 

La maggior parte dei medici e degli epidemiologi russi sono stati definiti dal quotidiano come esperti di guerra biologica. Coloro i quali non hanno avuto l’onore di rientrare in questa categoria sono finiti tra i membri dell’intelligence militare russa.Tuttavia, sullo sfondo di tali speculazioni, nonostante i sospetti sensazionalistici de La Stampa, invece di condurre una guerra biologica gli epidemiologi giunti in Italia per combattere il coronavirus assieme ai propri colleghi italiani stanno debellando il Covid-19 in 65 case di riposo di Bergamo. I medici militari russi quotidianamente fianco a fianco dei militari italiani stanno edificando i reparti di terapia intensiva per salvare i cittadini italiani contagiati dal virus nel nuovo ospedale di emergenza di Bergamo. E tutto ciò viene fatto mediante la strumentazione russa definita inutile dal quotidiano La Stampa.

 

Nonostante le fake news diramate da La Stampa, gli obiettivi della missione russa a Bergamo per l’anno 2020 sono evidenti, concreti e trasparenti. Si tratta di un’assistenza gratuita al popolo italiano che si è trovato colpito dalla pandemia di Covid-19. Il premio per gli sforzi profusi dagli esperti militari russi saranno le vite salvate e la salute del maggior numero di cittadini dell’eterna Repubblica Italiana. Nella realizzazione di questa missione umanitaria nessuna aggressione ci distoglierà dall’obiettivo e non farà vacillare la nostra sicurezza nel fatto che stiamo agendo in buona fede. Per quanto riguarda i rapporti con i reali committenti della russofobia de La Stampa, i quali sono a noi noti, raccomandiamo loro di fare propria un’antica massima: Qui fodit foveam, incidet in eam (Chi scava la fossa, in essa precipita). Per essere più chiari: Bad penny always comes back."

Per noi credenti, il fatto che la vita dell’anima prosegua anche dopo la morte è cosa acclarata oltre che promessa da Gesù.

Per l’ I.N.P.S. invece si è rivelata una amara sorpresa. Di celestiale in effetti l’accaduto ha ben poco.

La Guardia di Finanza di Palermo ha pizzicato ben 441 angioletti che si offrivano volontari al servizio di riscossione della pensione per conto di defunti passati, come si dice, a miglior vita ormai da tempo.

Peccato che in Paradiso i pochi soldini della pensione non servano punto, ma qui sulla terra sicuramente agli affranti parenti facciano comodo.

Han voglia i nostri beneamati governanti di tagliare qua e la  per rimettere in sesto il debito pubblico: quando in molti remano contro, la barca non va.

Se la Guardia di Finanza, stimolata dalla presente scoperta, ficcasse il naso a macchia di leopardo nell’italica penisola a caccia dei furbetti che vi si aggirano, ne salterebbero fuori delle belle. Non credete?

Sicuramente lo sta già  facendo anche se il compito è ben arduo, ostacolato dalla miriade di cavilli capziosi e leziosi nelle mani di fiscalisti agguerriti come corazzate in difesa dei mari.

Nulla di personale contro la categoria ma tant’è!

Invece di turlupinare il nostro paese che, non per estremo campanilismo ma per dato di fatto è quello che ha dato augusti natali ai rinascimentali architetti, all’inventore della radio, a quello della telefonia, a quello dell’energia atomica, a scrittori che son divenuti leggenda e via discorrendo, invece di turlupinarlo biecamente dicevo sopra, si fosse fieri della nostra italianità dovremmo fare di tutto per rimetterlo sui binari che gli competono e farlo tornare quello che è stato da 150 a questa parte o almeno fino a qualche decennio fa.

Come fare? Ci si potrebbe domandare. La risposta è una sola ma tanto roboante da far tremare le vene ai polsi: Onestà ! Morale e intellettuale.

             Domenica mattina ad Ostia Lido (Roma): un gran bel sole, tavolini di un bar in riva al mare. Tutti, senza alcuna distinzione, che parlano dell’unica cosa di cui tutti parlano … Con toni più o meno allarmati, a volte con qualche azzardata punta di ironia, ma tutti che parlano della stessa unica cosa.

Davvero difficile capire come evolverà e come finirà la faccenda. Sembra, giorno dopo giorno, che tutto crolli o sia in procinto di crollare … che i barbari siano alle porte … che maligne civiltà extraterrestri si stiano impadronendo del nostro mondo.

La vita quotidiana si svuota delle sue occupazioni “normali”. Anzi, è la “normalità” in sé e per sé che viene ferocemente e implacabilmente erosa, telegiornale dopo telegiornale.

E ci cambia dentro, continuamente, rapidamente … Togliendoci il sorriso.

Ci si domanda quando si potrà voltare pagina e fino a che punto riusciremo veramente a farlo. E come resterà trasformata, per sempre, la nostra vita individuale e collettiva.

E noi, soprattutto, come diventeremo? Anzi, come siamo già diventati?

Quanta fiducia, quanta voglia di vivere, quanta sana “umanità” abbiamo perduto e quanto altro ancora ci verrà tolto?

Una certezza amara: da questa storia le istituzioni pubbliche, nei confronti del cittadino, usciranno fuori immensamente rafforzate. Sempre più legittimate e autorizzate a sottrarci fette sempre più cospicue di diritti, in nome dell’”interesse generale”, del “bene comune” che - categoricamente e indiscutibilmente - verranno collocati al di sopra di tutto e di tutti.

Sarà mai possibile tornare indietro?

In pratica, sarà una catastrofe peggiore di quella dell’ 11 settembre. Anche su questa pagina del nostro cammino, chissà, resteranno aspetti misteriosi, interpretazioni controverse, sospetti di occulte regie?

In ogni caso: nell’oscuro avvenire che ci attende, che uso verrà fatto da parte delle autorità governative future di questo enorme potere che è stato riposto nelle loro mani (che certamente continueranno a tenersi ben stretto)?

Quanto sarà possibile riuscire a tutelare in maniera efficace e giusta il diritto al dissenso, il diritto alla diversità, il diritto ad essere e a voler continuare ad essere minoranza? Contro il pensare comune? Contro la tirannide gelosa della “salute pubblica”? Contro lo strapotere di uno Stato sempre più “provvidenzialmente” padre-padrone delle nostre esistenze, del nostro destino?

Intanto, nella nebbia apocalittica di questi strani e cupi giorni, non permettiamo alle paure e agli egocentrismi di riempirci la mente e il cuore. E non facciamo spegnere - vi prego - in noi la capacità di sorridere e di sorriderci. Ricordando sempre quanto ci hanno insegnato i grandi saggi del passato:

           “Siamo ciò che pensiamo. Tutto ciò che siamo è prodotto dalla nostra mente. Ogni parola o azione che nasce da un pensiero torbido è seguita dalla sofferenza, come la ruota del carro segue lo zoccolo del bue.

         Siamo ciò che pensiamo. Tutto ciò che siamo è prodotto dalla nostra mente. Ogni parola o azione che nasce da un pensiero limpido è seguita dalla gioia, come la tua ombra ti segue, inseparabile.”

                                                 Dhammapada (Canone buddhista)


Un appello per chiedere la liberazione di Julian Assange, perché l’azione legale promossa nei suoi confronti “rappresenta un precedente estremamente pericoloso per i giornalisti, per i mezzi di informazione e per la libertà di stampa”. Ha raccolto oltre 1100 firme proveniente da 96 Paesi diversi l’appello Speak up for Assange, promosso da giornalisti e associazioni giornalistiche: oltre al direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, hanno aderito Edward Snowden, whistleblower del caso Nsa, Giannina Segnini, direttore della Columbia Journalism School, l’ex europarlamentare Barbara Spinelli e il linguista e saggista Noam Chomsky.


“Julian Assange, fondatore ed editore di WikiLeaks, è attualmente detenuto nel carcere di alta sicurezza di Belmarsh, nel Regno Unito, in attesa di essere estradato e poi processato negli Stati Uniti in base all’Espionage Act – si legge nel testo dell’appello che era stato pubblicato anche sul Fatto -. Assange rischia una condanna a 175 anni di prigione per avere contribuito a rendere pubblici documenti militari statunitensi relativi alle guerre in Afghanistan e Iraq e una raccolta di cablogrammi del Dipartimento di Stato Usa. I War Diaries hanno provato che il governo statunitense ha ingannato l’opinione pubblica sulle proprie attività in Afghanistan e Iraq e lì vi ha commesso crimini di guerra. WikiLeaks ha collaborato con un grande numero di media in tutto il mondo, media che hanno pubblicato a loro volta i War Diaries e i cablogrammi del Dipartimento di Stato Usa“.


Per i promotori “in una democrazia, i giornalisti devono poter rivelare crimini di guerra e casi di tortura senza il rischio di finire in prigione” e nei “due anni” che Assange ha passato “agli arresti domiciliari e sette anni all’interno dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove gli era stato riconosciuto l’asilo politico” sono stati violati i suoi diritti più elementari. La richiesta dei promotori è quindi quella di “chiedere l’immediata liberazione di Julian Assange. Esortiamo i nostri governi, tutte le agenzie nazionali e internazionali e i nostri colleghi giornalisti a chiedere la fine della campagna scatenata contro di lui per avere rivelato dei crimini di guerra. Esortiamo i nostri colleghi giornalisti a informare il pubblico in modo accurato sugli abusi dei diritti umani da lui subìti“.

Venerdi, 24 gennaio 2020 - Chi di voi stamattina ha letto il quotidiano “La Sicilia” avrà forse letto un articolo così intitolato: Diffamarono Enzo Bianco, doppio rinvio a giudizio”.

 

Bene, vi informiamo che chi scrive e il comunista e giornalista de “I Siciliani Giovani” Matteo Iannitti non sono stati condannati: il 22 ottobre comincerà il dibattimento. Solo alla fine del processo si potrà scrivere “diffamarono”. O magari no. Chi lo sa. Almeno così accade in Europa e nel mondo occidentale.

In queste ore Enzo Bianco e la sua “corte” sembrano i “vincenti” (taluni della “corte” probabilmente potrebbero essersi attivati per adeguata diffusione della "clamorosa" notizia), chi scrive, da parte sua, si rivolge a voi per scrivere due righe (più in là approfondiremo la questione e le questioni collegate).

Un rinvio a giudizio per un giornalista per avere copiato un comunicato stampa di una forza politica su una questione di grande impatto pubblico (e politico) non dovrebbe essere vissuto con un'alzata di spalle o peggio. Quale che sia il finale di questa storia tutta catanese (chi conosce questa città sa bene che il contesto generale è tipico delle “pagine catanesi”), facciamo notare che riferire, ripetiamo riferire, un comunicato di una forza politica su un tema di grande attualità può capitare a tutti.

Se domani (o chissà ancora quante altre volte...) questo esercizio del diritto di cronaca sarà passibile di valutazioni giudiziarie potrebbe di fatto rappresentare un problema per tanti, non solo per un singolo cronista. Questo perchè quando si toccano, o meglio si sfiorano, diritti di questo tipo, le conseguenze a cascata non sono mai valutabili con precisione. O meglio riguardano tutti.

Credo che al di là di ogni valutazione personale, il problema, come dire, riguarda tutti. O almeno dovrebbe essere così.

Buona libertà di stampa a tutti.

 

Marco Benanti (che si assume tutte le responsabilità, dirette, indirette, per concorso morale, interno ed esterno, per vigilanza e affini, di quanto scritto).

da www.leienesiciliane.it

 

Quasi 2000 tonnellate di cocaina vengono prodotte ogni anno nel mondo e consumate da 18 milioni di persone per un giro di affari di 300 miliardi  di euro. Complessivamente 270 milioni di persone fanno uso di narcotici.

     

Si inizia per caso, per curiosità, per noia, per provare nuove esperienze, per sentirsi all’altezza della situazione, per malessere profondo; si cerca euforia, esaltazione, benessere che presto abbandona e scaraventa in un pozzo sempre più profondo e il vuoto iniziale diventa voragine che solo altra droga può colmare. La pace dura poco e la solitudine torna schiacciante. Subentra la sonnolenza la depressione, il grigiore, l’amarezza. Lo dicono tutti coloro che hanno fatto questa esperienza.  

Nel 2017 vi è stato un aumento del 27% della produzione di cocaina e la Colombia è il paese che ne produce più: è la droga più  consumata in Europa occidentale..La usano tutti, dall’avvocato, al pilota, dall’impiegato al professionista, dal disoccupato al medico convinti che moltiplichi le prestazioni mentali, fisiche, lavorative, sessuali.

A Roma, che è diventata la capitale del narcotraffico in Italia,dove mafie, organizzazioni criminali straniere ed italiane si dividono il

mercato, ci sono un centinaio di piazze di spaccio ognuna di queste mediamente fattura da 10 ai 20 mila euro al giorno.

Pochi sanno che per coltivare coca su un ettaro di terra occorre disboscarne 4 mq di foresta amazzonica. Ma non serve arrestare il

trafficante se non si elimina la richiesta alla base; senza intervenire sul meccanismo che lo tiene in piedi tutto resta inutile.

Bisognerebbe interrogarsi sulla domanda e non solo sull’offerta; sul perché i ragazzi, e non solo, a 12 anni decidono di drogarsi;

interrogarsi perché le istituzioni internazionali non hanno la volontà di affrontare e risolvere il problema.

E’ da ipocriti condannare la droga ed assolvere coloro che ne fanno uso. Chi è più colpevole chi ruba o chi spinge a rubare? Chi uccide o chi crea le condizioni all’omicidio? lo spacciatore o chi la assume, per motivi assai discutibili ed auto lesivi? Chi è più colpevole chi costruisce la bomba o chi la commissiona? La donna che si prostituisce (magari per disperazione e miseria) o l’uomo che la rende tale per puro piacere sessuale? Chi è più imputabile chi uccide l’animale o chi ne commissiona e ne mangia le carni?

La causa di tutto questo sta nella mancanza di cultura, di conoscenza, di formazione, di senso critico, di sensibilità e dignità umana, di coscienza, di veri ideali senza i quali l’essere umano non può vivere e sprofonda nel vuoto dell’esistenza e cerca di colmarli con qualunque surrogato.

Se non c’è un cambio di tendenza, se non c’è una vera volontà politica di un acculturamento universale ai valori fondamentali della vita continueremo ad assistere ad un progressivo decadimento delle qualità civili, morali e spirituali della società umana e tutti ne pagheremo le conseguenze, compresi, purtroppo, anche gli animali.

© 2022 FlipNews All Rights Reserved