L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Cultural Events (184)

    Marzia Carocci

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OSSERVAZIONI SULLA POETICA DEL PROF.RE ALBERTO MANCINI

In angoli di terra

poco più in là, o sperduti

in luoghi un tempo visti più lontani,

risuonano clamori

e fremiti di vita non umani

A.M.

La poetica di Alberto Mancini è un ricamo di osservazioni e di contemplazioni dove la tessitura letteraria è nicchia dell'uomo al centro dell'universo in attesa di risposte e d'incanti.

La forza nella parola che il poeta esprime non solo diventa eco nella mente del lettore, ma si trasforma con grande trasporto in musica e immagine in continuo movimento.

Odori, rumori, colori, sensazioni vivide che il Mancini esterna con una limpidezza del verso da sentirne la sua stessa voce, voce che è sussurro, soffio gentile, preghiera e confessione.

L'arte del poetare è l'esasperazione dell'introspezione umana dove il bisogno dell'immediato, si fonde con l'accettazione delle nostre convinzioni. Chi scrive poesia, esprime ciò che l'occhio osserva e la mente indaga, fino ad assorbire la coscienza del proprio ego che non conosce menzogna e che non ha freni né catene.

Solo con la grande capacità d'espressione e la tecnica dell'idioma, si rende arte l'immaterialità del pensiero. Alberto Mancini è questo.

Grande espositore di vissuto e di analisi esplicativa, uomo di grande cultura e di enorme sensibilità, egli sa trasportarci nei luoghi che lui stesso vede, sia fisicamente che visitati con la mente, sa condurre alla riflessione, alla contemplazione del bello e allo stesso tempo ci indica l'innegabile filosofia della vita che attraverso la continua osmosi del tempo cambia e si trasforma.

Niente passa a lui inosservato e niente è senza valore per i suoi occhi che sanno scrutare i volti, le movenze, gli atti di chi intorno a lui si muove.

Pare quasi di vedere il poeta dietro ad una finestra dove il tutto è alla sua portata, perfino il vento e le stelle gli sussurrano parole e del cielo ne sente il pianto perché conscio del male che sotto esso, sovrasta in luoghi lontano e vicino a noi.

Mancini parla del tempo, dell'amore, dei ricordi, ha note di nostalgia del padre, parla dei Natali e non dimentica il dolore ch'egli assopisce con le carezze amiche delle parole dove le stelle, il cielo, il vento e il mare, lo accompagnano silenti e comprensivi al suo dire emozionale.

La poesia è sicuramente la branca letteraria più difficile in assoluto da scrivere; è facile cadere in retoriche o scadere nelle banalità, non è cosa semplice riuscire a intersecare le giuste metafore e la giusta tonalità o ritmo e molto spesso non emerge alcuna emozionalità, questo non è assolutamente il caso di Alberto Mancini che è indubbiamente uno fra i poeti più espressivi e più interessanti del nostro tempo, la sua classicità ci riporta a poeti del '900 quando la parola, la forma, l'eleganza erano priorità assolute del verso poetico.

Ogni lirica da lui esposta ha maestria evocativa e possiede una naturale inclinazione alla nitida sintesi verbale; egli sa ben fondere in un unicum l'immagine e la realtà e grazie alla fluidità del verso, alla levità e efficacia espressiva, una musicalità delicata si sprigiona dalle sue parole dove ogni accento cade con regolarità facendo scandire un ritmo armonico e gradevole all'orecchio oltre che alle corde dell'anima attenta.

...Che sarebbe la vita

senza un grumo di luce,

senza un sole che dentro

illumina le cose,

le fa più belle o scialbe di colori,

dall'ombra le solleva

e le ruba alla notte?…

In quella luce espressa dal poeta, tutta la speranza che dentro l'uomo è continua ricerca e motivazione a quel buio che ci circonda, il buio della fine, della paura e della morte stessa.

La luce, la vita, la riflessione, il quesito di un uomo che ha compreso quanto fondamentale possa essere la ricerca interiore di quel bagliore che è faro nella nebbia, la luce che è la forza per resistere.

Alberto Mancini, un grande osservatore, un eccelso uomo di cultura ed esemplare poeta del pensiero, quello stesso pensiero dove ognuno di noi trova una parte di sé poiché Mancini parla di vita, di attimi, di tempo di limiti umani.

Solo chi ha grande esperienza, chi ha della vita visto le ombre e le luci, può arrivare a rendere chiari concetti di grandi impatti emotivi cogliendone la filosofica trama che è appartenenza al mondo intero.

Note sull'autore:

Alberto Mancini fiorentino residente per moltissimi anni ad Arezzo è stato Docente di glottologia per molti anni all'Università di Urbino e docente Universitario in Linguistica Generale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Firenze. Sue molte pubblicazioni scientifiche riguardanti soprattutto le iscrizioni preromane dell'Italia Settentrionale e il latino arcaico e le lingue indoeuropee. Ha scritto numerose recensioni e prefazioni di testi di poesia e narrativa. Ha collaborato con vari siti e blog di letteratura. Presidente di giuria di dalle prime edizioni dello storico Premio Letterario Tagete di Arezzo.

Ha pubblicato libri di poesia “Frammenti di voce”nel 2006 (Editore Guerra di Perugia)

“Il riflesso nell'acqua e il vento” nel 2012 (Pubblicato per Edizioni Polistampa Firenze)

Nel 2017 ha pubblicato per Florence Art Edizioni la silloge “Nelle curve del tempo” dove il Prof. Giuseppe Panella nella sua prefazione sottolinea:

Mancini scrive della poesia, insistita metafora rocciosa e pietrosa della vita, soggetto che si identifica con la storia finora vissuta, delibata o rifiutata ma accettata nel tempo come percorso, come tragitto che valeva la pena di compiere."

Facebook, Instagram, Twitter, You Tube, Linkedln, Pinterest e altri social sono diventati ormai da anni un modo di essere, di esibire, di dire la propria attraverso post, link, video, foto e quant’altro. Una virtualità con la quale ci siamo abituati a convivere.

Secondo l’ultimo conteggio, gli utenti di facebook superano i 2.150 milioni di utenti attivi, praticamente una persona su quattro si connette a questo social, a seguire con circa 1.500 milioni di utenti di You Tube, seguito da Instagram con oltre 800 milioni di utenti attivi.

E’ innegabile che i social siano diventati indispensabili sia dal punto di vista personale che a livello commerciale. Vengono usati nei modi più disparati: per pubblicità, per ricerche, per creare collegamenti da una parte all’altra del mondo.

Le industrie, le aziende, i grandi colossi commerciali spesso si avvalgono del web agency, una figura professionale delle ultime generazioni che si occupa di rendere visibile quel brand, quell’industria o qualsiasi prodotto da pubblicizzare; i web agency sono richiesti anche dai alcuni partiti politici nei periodi di campagne elettorali o dai personaggi cinematografici e televisivi per avere più visibilità e consensi.

Chiunque può creare il proprio profilo, pagina o gruppo, chiunque può farsi pubblicità anche a livello imprenditoriale e organizzativo (advertising) attraverso quei strumenti esistenti all’interno dei social. Un mezzo che diventa indispensabile ma come ogni mezzo, anche il migliore, è opinabile e non porta solamente a risultati positivi.

Vi è l’altra faccia dei social; quella della solitudine, dell’incapacità a stringere rapporti umani, quella delle persone sole, annoiate, gente che cerca negli altri quella comunicazione che non riesce ad avere nella vita reale dove il giudizio spesso è una lama tagliente. Non parliamo poi dei danni anche psicologici (ansia, depressione, stanchezza) riconosciuti verso la popolazione dei teen ager per un uso e abuso dei social sia su smartphone che computer. E’ ormai comprovato quanto l’utilizzo su queste piattaforme abbiano la capacità di influire sul nostro stato d’animo, veder cosa capita di fronte a noi e malgrado noi, a volte può essere deleterio sopratutto in una persona con patologie di fragilità psichica. Ricordiamo che sui social è tutto visibile: le foto, gli stati, i post, i video. Pensiamo per un attimo a chi viene preso di mira e viene ferito, umiliato, dileggiato.

Molto spesso si dimentica che il social non è vita privata, ma siamo nomi e cognomi, siamo facce, siamo controllati da un indirizzo ip, siamo rintracciabili e riconoscibili. Siamo tutti personaggi dentro un social ma persone reali nella vita comune.

Lasciarsi assorbire da una dipendenza digitale che esula spesso dalla necessità del mezzo, diventa per molti, l’unico modo per creare legami, scambi di opinioni e discussioni anche con perfetti sconosciuti. Una dinamica sociale che crea una discrepanza nei rapporti reali.

Dall’avvento dei social, persino una telefonata diventa messaggio su WathsApp, su Messanger.

E’ indubbia l’utilità del social, aiuta in molte situazioni, è un deterrente fondamentale ai tempi di oggi ma restarne schiavi ci ha reso freddi e distanti ora più che mai. La vita è sulle strade, dove si lotta, dove si incontra, dove si tende una mano; la vita vera non si alita da un monitor, non si creano empatie reali attraverso una fredda tastiera.

Là fuori ci sono occhi da guardare, situazioni e possibilità che qualsiasi social esistente non potrà mai dare. La vita ha un respiro, il social si spegne con un clic.

Publio Virgilio Marone nasce ad Andes, nei pressi di Mantova, il 15 ottobre del 70 a.C. muore a Brindisi il 21 settembre del 19 a.C.

Il padre, Stimicone Virgilio Marone, è un piccolo proprietario terriero, mentre la madre, Polla Magio, è figlia di un noto mercante della zona. Il giovane Publio Virgilio studia a Cremona presso la scuola di grammatica, conseguendo all’età di soli quindici anni la toga virile. Di seguito si trasferisce a Milano, dove studierà – retorica - e poi a Roma nel 53 a.C., dove si dedica allo studio del greco, del latino, della matematica e della medicina.

A Roma frequenterà la scuola del celebre maestro Epidio, dedicandosi allo studio dell’eloquenza che gli sarebbe servito per intraprendere la carriera professionale di avvocato. In occasione del suo primo discorso in pubblico però, Virgilio, avendo un carattere molto riservato e mite, non riesce nemmeno a introdurre una frase, avendo dei difetti nella pronuncia, dunque decide di abbandonare gli studi di oratoria continuando però quelli di medicina, filosofia e matematica.

Virgilio vive in un periodo storico molto complesso, infatti, nel 44 a. C. muore Giulio Cesare in una congiura, conseguenza della rivalità tra Marco Antonio e Ottaviano suoi successori. Durante la battaglia di “Filippi” del 42 a.C. che vede contrapposto l’esercito di Ottaviano con le Forze di Bruto e Cassio, Virgilio perde molte delle proprietà che possiede nell’area mantovana che vengono confiscate e consegnate ai veterani di Ottaviano. Queste perdite lo segneranno tantissimo. In occasione del suo rientro ad Andes, il poeta passati diversi anni incontra l’amico Asinio Pollione, che deve distribuire le terre del mantovano ai veterani di Ottaviano. Nonostante abbia cercato di fare tutto il possibile per tenere i suoi possedimenti, Virgilio non ci riesce, facendo ritorno a Roma nel 43 a.C. L’anno successivo, insieme al padre e agli altri suoi familiari, si trasferisce in Campania, a Napoli. Ci rimarrà per poco dopo aver rifiutato persino l’offerta di ospitalità da Augusto e dall’illustre Mecenate preferendo di fare una vita tranquilla nel Sud Italia. Nel suo soggiorno a Napoli egli frequenta la scuola – epicurea - dei celebri filosofi Filodemo e Sirone. Nel corso delle lezioni che si tengono nella scuola, conosce numerosi intellettuali, artisti e politici. E’ in quest’occasione che incontra Orazio. Dedicandosi alla lettura del “De rerum natura” di Lucrezio, afferma di non condivide la concezione secondo cui deve essere negata l’immortalità dell’anima. Grazie a Mecenate entra a far parte del suo circolo letterario, diventando un poeta molto illustre nell’epoca imperiale. Per la sua prima opera “Le Bucoliche”, scritta a Napoli, il poeta Virgilio trae ispirazione dai precetti epicurei. Nell’opera sembra voler rappresentare, tramite i suoi personaggi, il dramma che ha segnato la sua vita, ovvero l’esproprio dei suoi possessi mantovani dopo la battaglia di “Filippi”.

Tra il 36 e il 29 a.C. , durante il suo lungo soggiorno a Napoli, compone un altro dei suoi capolavori letterari: “Le Georgiche”. In quest’opera, articolata in quattro libri, racconta il lavoro sui campi, descrive attività come l’allevamento, l’arbicoltura e l’apicoltura. In questo poema inoltre vuole indicare un modello ideale di società umana, una visione personale della società del futuro. I quattro libri contengono sempre una digressione storica: ad esempio, nel primo libro, racconta l’episodio della morte di Cesare, avvenuta il 15 marzo del 44 a.C. Nel 29 a.C. nella sua abitazione campana, il poeta ospita Augusto che è di ritorno dalla spedizione militare vittoriosa di Azio contro Marco Antonio e Cleopatra.

Virgilio, con l’aiuto di Mecenate, legge ad Augusto il suo componimento poetico,                   “Le Georgiche” divenendo così uno dei poeti prediletti dell’Imperatore e di tutto l’Impero romano. L’ultima opera letteraria da lui scritta è “L’Eneide” composta tra il 29 a.C. e il 19 a.C. nella città di Napoli e in Sicilia. In quest’Opera viene narrata la vicenda di Enea,             in fuga da Troia, rappresentato come uomo pio, dedito allo sviluppo del proprio Paese. Uomo ligio e virtuoso che con la sua pietas, riesce quindi a fondare la città di Roma, rendendola gloriosa e importante. Il poema ha come obiettivo quello di ricordare la grandezza di Giulio Cesare, del suo figlio adottivo Cesare Ottaviano Augusto e dei loro discendenti. Infatti, Virgilio chiama Ascanio, il figlio di Enea, “Iulo” considerandolo come uno degli antenati della gloriosa Gens Iulia. In quest’opera, con il suo grande ingegno letterario, immagina che i Troiani siano gli antenati dei Romani, mentre i Greci vengono rappresentati come dei nemici, i quali poi saranno assoggettati all’Impero romano. Condizione per la quale i romani rispetteranno i Greci sottomessi. Nel 19 a.C. Virgilio svolge un lungo viaggio tra la “Grecia e l’Asia” con l’obiettivo di conoscere i luoghi che descriverà nell’Eneide e per accrescere la sua sete di cultura. Nella città di Atene il poeta incontra Augusto che in quel momento sta facendo ritorno dal suo viaggio nelle Province orientali dell’Impero. Su consiglio dello stesso Imperatore, decide di tornare in Italia a causa delle sue deboli condizioni di salute.

Dopo avere visitato Megara, Publio Virgilio Marone muore a Brindisi il 21 settembre dello stesso anno a causa di un “colpo di sole”, mentre sta ritornando dal suo lungo viaggio di ritorno. Il poeta, prima di morire, chiede ai suoi compagni Varo e Tucca di bruciare il manoscritto dell’Eneide, non essendo terminato e sottoposto a revisione, ma come sappiamo queste sue ultime volontà non furono rispettate. Muore e viene ricordato dai cittadini della Brindisi Romana in una casa a ridosso della Colonne del Porto, le imponenti e amate colonne simbolo dell’importanza di questa città nel periodo romano. Le sue spoglie come da sue volontà, vengono in seguito trasferite a Napoli, mentre Augusto e Mecenate per riconoscenza e nonostante la contrarietà dello stesso poeta, fanno pubblicare l’Eneide, affidando il compito agli stessi Varo e Tucca, i compagni più intimi di studi di Virgilio.

In epoca medievale i resti di Virgilio vanno perduti (e qui cominciano i misteri).

Nella sua tomba compaiono ancora le seguenti frasi in latino: “Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope, cecini pascua, rura, duces”; letteralmente si può tradurre come: "Mantova mi generò, la Calabria (attuale Puglia) mi rapì, e ora mi tiene Napoli; cantai i pascoli, le campagne, i condottieri". La leggenda narra che questa frase sarebbe stata dettata dallo stesso Virgilio in punto di morte.

 

Il poco conosciuto Virgilio “Mago”

 

Durante il medioevo “normanno e angioino”, trovò enorme credito la teoria o leggenda che Virgilio fosse stato un Mago. da dove scaturiva questa bizzarra, per alcuni, teoria?

La strana e inusuale, tomba di Virgilio è sita nel parco di Piedigrotta che porta il suo nome, manifesta due orientamenti cosiddetti “d’amore”: una colta che riguarda la sua prestigiosa opera letteraria, l’altra popolare che lo venera come “Mago e Salvatore” della stessa città; il liberatore da varie “jatture” come l’invasione di insetti o serpenti, con l’ausilio di particolari incantesimi. La testimonianza più affascinante di questa credenza popolare risiede tutta nel nome di “Castel dell’Ovo” riferito alla “turrita” struttura dell’isolotto di S. Salvatore, la greca Megaride, in seguito unita artificialmente alla costa dal Borgo Marinaro.

 Nel periodo medievale, proprio quando si ha notizia della sparizione dei suoi miseri resti, nella zona fiorì una grande scuola “ermetica” che si occupava di “alchimia”. Megaride divenne presto rifugio di eremiti che occuparono le piccole grotte naturali ed i ruderi delle costruzioni romane della grande “domus luculliana” che dalle pendici di Pizzo Falcone giungeva all’isolotto.

Di seguito i monaci Basiliani riutilizzarono le possenti colonne romane per ornare la sala del loro cenobio, come ancora si può notare visitando oggi Castel dell’Ovo. Per una più attenta analisi, invitiamo il lettore a porre bene l’attenzione su nome stesso di Castel dell’Ovo di cui la sua origine resta alquanto “misteriosa”. Nel simbolismo alchemico il concetto di «uovo Filosofale», è la storta (vaso di vetro, rotondo con il becco rivolto verso il basso che serve a distillare la materia nel corso dell’Opera) nella quale viene posta la materia prima e con la quale si procede alla “Grande Opera” durante la cosiddetta "via umida", più lunga ma più sicura, contrapposta alla "via secca" in cui si opera con il più comune crogiolo.

 Questo “uovo” di metallo o di un particolare vetro nel quale avveniva la lenta trasmutazione degli elementi primari – zolfo e mercurio – in metallo prezioso, “l’Oro alchemico”, che rappresentava la simbolica operazione iniziatica che determinava la profonda mutazione dello “spirito e dell’intelligenza” dell’alchimista. Veniva poi rinchiuso all'interno dell'Athanor, chiamato simbolicamente con diversi nomi, come Torre, Prigione o Caverna. Per gli alchimisti l’Athanor era il termine usato per designare un “forno” il cui calore serviva ad eseguire la “digestione alchemica”, utilizzato per la prima volta da Raimondo Lullo nel suo “Elucidatio Testamenti R. Lulli”. In questo ruolo, dunque, l'”uovo Filosofico” fa le veci simboliche dell'uovo del Mondo mentre l'Athanor, nella più diffusa interpretazione è la corrispondenza micro-macrocosmo che diviene assimilato al "cosmo"!

 In un documento molto datato si legge di un antico amanuense (addetto a scrivere a mano atti e documenti) che aveva speso tutta la sua esistenza, nello studio e nella trascrizione del poeta e “mago” Virgilio, da cui traspare la profonda cultura virgiliana della classe colta e religiosa “partenopea” tra il Medioevo angioino e il Rinascimento aragonese. In antichi testi alchemici, gelosamente custoditi da studiosi napoletani, si legge di: “… soluzione de vergilio ...” o più avanti “... lo spireto de frutta de vergilio ...” ; citato anche come: “ … l’acqua de lo Mago Vergilio ...”. Indizi fortemente indicativi. Certo è che per agli scettici nulla fa escludere che un “ignoto alchimista” si chiamasse Virgilio e che avesse distillato uno “spirito di frutta”. Ma perché di frutta? Aveva a che fare forse con il fatto che Virgilio scrisse le Georgiche quale “Inno alla Terra” e le Bucoliche quale “Inno all’Uomo”?

 Si può intuire che il sommo poeta mantovano, nei suoi lunghi soggiorni napoletani, oltre che frequentare la scuola epicurea di Sirone come abbiamo detto, abbia potuto carpire il “segreto” di alcune distillazioni da qualche “stregone” seguace dei misteri orfici, e avendo nel cuore Esiodo e Lucrezio, si sia addentrato nella conoscenza “segreta” della natura “iniziandosi”, molto probabilmente ai culti di Cerere e Proserpina, culti misterici allora vivissimi nella potente Neapolis. Un aspetto particolarissimo e controverso è proprio quello della definizione stessa di Virgilio come Poeta o come “Iniziato ai misteri”, e persino veggente e profeta, dopo quando, nella “IV egloga delle Bucoliche”, molti studiosi si sono attardati a vedere una sorta di “profezia” sulla nascita di Gesù o di altri profetizzati eventi del tutto destituiti di verità. Altro fatto e che ci si ostina a non voler vedere, la traccia dell’autentica intenzione virgiliana cioè: il Compimento dell’Opera Alchemica, ovvero la nascita dell’Oro ottenuto nell’Athanor manipolando la Terra Vergine o Madre; come è eloquente l’incipit dell’ultimo canto del “Paradiso” di Dante.

A prova di questa ipotesi, cioè che fosse prima un iniziato e poi un poeta e scrittore, la storiografia medievale narra che Virgilio entrò nel castello di Megaride e vi pose un “uovo chiuso” in una gabbietta che fece murare in una nicchia delle fondamenta, avvisando che alla rottura dell’uovo la città sarebbe crollata; così nasce molto probabilmente il nome di “Castel dell’Ovo” che l’isolotto ha sempre conservato, e lo si evince sia dagli scritti antichi che da una radicata tradizione orale; un’altra ancor più inquietante, vede Virgilio evocare dal nulla un gruppo di demoni infuocati affinché potessero scavargli una grotta lunga un chilometro ai piedi di una collina. Un'apertura simile a quella di un acquedotto che avrebbe rifornito le città e i paesi circostanti. Il lavoro si sarebbe completato in una sola notte, se non fosse passato di lì un cittadino che, gridando impaurito verso i lampi di luce e il frastuono del “lavorio”, mise in fuga gli spiriti infernali che si volatilizzarono nel nulla. Questi lasciarono il lavoro quasi ultimato, poiché soltanto per altri 100 metri il tunnel sarebbe stato costruito. E' così che nacque la Crypta Neapolitana, sita tra la tomba commemorativa di Leopardi e il colombario che conteneva (ma ora non più) le ossa di Virgilio. Al momento della morte di Virgilio, un grande albero di alloro prosperava vicino all'ingresso della Tomba rigoglioso per mezzo delle “energie Magiche” del corpo del Poeta, acquisendone le stesse capacità “magiche e terapeutiche. Lo stesso Maestoso albero, si dice morì nello stesso anno della morte di Dante, e ne fu piantato uno nuovo dal Petrarca. I suoi rami e le sue foglie venivano utilizzati come dagli insegnamenti misterici delle sacerdotesse di Apollo che ne masticavano le foglie e ne respiravano le esalazioni per ottenere visioni profetiche.

 Questa pianta assume una importanza notevole nel periodo medievale dove i visitatori che se ne appropriavano “segretamente”, la utilizzavano per evocare influssi di chiaroveggenza e saggezza, sebbene il suo sapore sia molto forte. Le foglie di alloro sotto il cuscino portavano sogni profetici, e bruciate provocavano visioni. È una pianta di protezione e purificazione per eccellenza. Alcuni la portavano addosso come amuleto per scacciare le negatività e il male, bruciata e sparsa durante gli “esorcismi”, appesa sopra le finestre per difendere la casa dai fulmini, adoperata per evitare che gli “spiriti insidiosi” seminassero zizzania in casa. L’albero di alloro piantato vicino ad una casa allontana le malattie. Utilizzate perché un amore duri nel tempo, la coppia doveva staccare un ramoscello di alloro, dividerlo in due e tenerne ognuno una metà. Le foglie donavano forza e prestanza agli atleti se portate addosso durante una gara. Se si scriveva un desiderio sopra una foglia di alloro e la si bruciava, venivano esauditi tutti i desideri e tenuta in bocca proteggeva dalla “sfortuna”. 

Nota curiosa e anch’essa controversa vuole che ben prima di S. Gennaro, Virgilio, fosse una sorta di protettore della città di Napoli, per le doti “taumaturgiche” riconosciutegli, fatto che spiega il trafugamento delle povere ossa.

Siamo forse arrivati al livello più basso con alcuni programmi televisivi.

Ciò che disarma, è che sono i più seguiti. La televisione spazzatura dove il gossip ha più valore del bambino siriano ucciso nei peggiori dei modi, della donna violata, delle guerre delle quali non si parla perché non ci sono i guadagni e i riscontri, delle leggi da attuare mai considerate, degli ultimi, degli invisibili.

La tv spazzatura, dove la cultura è inesistente e l’esibizionismo del sé diventa dottrina da mettere in prima pagina.

Siamo ormai arrivati a un punto dove l’audience è il braccio di ferro fra i Palinsesti.

Non importa se gli argomenti sono vuoti o privi di senso, l’importante è esibire. Si esibisce la morte facendone show senza riguardo alcuno trasmettendo la sofferenza, il dolore, la violenza mentre la gente diventa spettatore del male e di argomenti spesso distorti da poca professionalità di alcuni presentatori.

Conduzioni dove la parola è espressa sempre più con linguaggio banale e dal contenuto povero convergendo in discussioni di bassa attrattiva. E cosa dire di quei programmi importati e scopiazzati dall’estero, dove si usa il corpo solo come provocazione per indurre interesse ai voyeur dello schermo? il pettegolezzo come verità da ascoltare. Sempre meno argomenti sul sociale, dossier informativi, documentari-verità. Sempre più fumo negli occhi.

Cosa è cambiato, la televisione o lo spettatore? Perché questo tipo di programmazioni sono seguite da audience altissimi? Perché in tempi così difficili, così complicati a livello internazionale, nazionale, di economia, di politica, di storia, di malattie, di società ai margini ci sono tante persone che hanno interesse a tanta pochezza televisiva? Perché gli acquisti di alcuni settimanali scandalistici di bassa cultura giornalistica sono al top delle vendite? Siamo arrivati ad essere questo o ci vogliono lobotomizzati e distratti? Disoccupazione, malasanità, povertà, difficoltà economiche, intrallazzi di potere, favoritismi, scandali e ingiustizie sono all’ordine del giorno. Lo sappiamo tutti, ce ne accorgiamo e ci arrabbiamo, ma il programmino strutturato a dovere ci ipnotizza, rimandando così quelle riflessioni che ci logorano e che ci fanno capire quanto siamo deboli e fragili in balia degli eventi.

Dovremmo tornare a seguire con attenzione quelle notizie che parlano di disagio, degli ultimi messi ai margini, del degrado, del barbone che dorme al giardinetto vicino a casa nostra. Dovremmo soffermarci e ricordarsi che quella scatola con lo schermo che abbiamo in casa, è solo uno strumento spesso di evasione ma che la vita è ben altro dei chiacchiericci sulla soubrette, sul calciatore o sui tradimenti e che la morte non è solo lo spettacolo da esibire ma dolore e perdita. Sempre!

La televisione spazzatura che attraverso lo scandalo, la morte come spettacolo, il seno e le labbra rifatte, la parolaccia, e il pettegolezzo, non ci toglierà il malessere, il disagio, la solitudine, la depressione ma sarà solo un palliativo che arricchirà chi, con poca intelligenza ma destrezza psicologica, avrà fatto di noi lo spettatore di un niente mentre il tutto è là fuori in attesa che qualcuno lo cambi.

Chi sono gli esordienti in campo artistico? Nei cosi detti luoghi comuni ci viene da pensare a quei principianti che con leggerezza si apprestano ad esprimersi attraverso l’arte a loro più consona, sia questa pittura, musica, scrittura, scultura o fotografia. Invece non immaginiamo nemmeno lontanamente delle infinite difficoltà che vanno ad intraprendere.

Iniziano spesso il loro percorso artistico con l’iscriversi ad Associazioni a pubblicare, a partecipare a quanti più concorsi possibili per intraprendere una strada lunga e tortuosa spesso dove la meritocrazia è inesistente. Un ambiente nuovo per loro dove spesso, a causa della frenesia iniziale non si accorgono minimamente di quante trappole ruotano intorno a questo universo artistico. Troveranno chi si presterà ad aiutarli chiedendo loro cifre importanti pur non muovendo un dito nei loro confronti. Chi dirà di sostenerli pubblicizzandoli ovviamente in cambio di danaro. Cataloghi che propongono la pubblicazione a prezzi per molti inaccessibili. Proposte di successi sicuri là dove non avranno mai accessibilità o visibilità. Sarà solo l’esperienza, gli anni, il passaparola che li renderà più scaltri e meno facili ad essere catturati da perfetti manigoldi.

Pochissime organizzazioni s’impegnano ad aiutare gli esordienti, solo alcune Associazioni no profit che si autofinanziano rimettendoci spesso per prime o, per quanto riguarda i pittori emergenti ci sono piccole gallerie chiamate “gallerie di scoperta” che hanno la caratteristica di chiedere oneri economici limitati ma hanno scarse possibilità di fare entrare il giovane nel mondo dell’arte. Chi ha alle spalle un buon gallerista ovviamente avrà più chanches.

Iscriversi alle mostre è oneroso e spesso gli artisti di arti figurative per risparmiare, si organizzano per le collettive.

Per quanto riguarda invece la fotografia, chi non è del settore vede la figura del fotografo solo colui che scatta le foto e poi le stampa; la gente ignora delle tante ore spese dietro ad un computer per una post produzione sia per elaborare foto ritocchi o per migliorie nello sviluppo standard, per quelle destinate alla fashion portraits, al reportage, still life o semplici foto commerciali che vengono perfezionate per poterle poi consegnare alle Agenzie, ai privati, ai giornali e quanto poi sia difficile trovare le giuste collaborazioni. Ricordiamo anche che dietro ad ogni forma di arte ci sono corsi da conseguire, ricerche continue in campo artistico e di rappresentazioni estetiche, musicali, letterarie, d’immagine, aggiornamenti fondamentali, oltre alla spesa di materiali che hanno prezzi a volte insostenibili per i giovani provenienti da famiglie a basso reddito. E per quanto riguarda gli scrittori? Una giungla, inutili promesse, c’è chi si lascia abbindolare da quelle pseudo case editrici che in realtà solo legatorie, promettono pubblicazioni gratuite chiedendo solo di acquistare qualche copia. Perché non dire subito che trattasi di casa editrice a pagamento? Perché non ammettere che in realtà stampano solo quelle poche copie che daranno al povero illuso autore convinto di essere arrivato? E’ normale che ci siano case editrici a pagamento, ma dovrebbero andare incontro ai giovani talentuosi con prezzi abbordabili o a rate senza approfittarsi di tanta ingenuità. Vi sono case editrici che obbligano a stampare minimo 300, 400 o più copie sapendo la difficoltà poi di vendere i libri degli emergenti o peggio degli esordienti. Perché non dare la possibilità di stampare inizialmente una cinquantina di copie?

Purtroppo fra i nuovi artisti c’è sempre chi dopo un entusiasmo iniziale si arrende, ma anche chi invece con caparbietà e voglia di affermarsi insiste nonostante le difficoltà sempre alla ricerca di quelle opportunità che li conducano finalmente ad un riscontro di visibilità. Giovani talentuosi che si mettono in continua discussione nonostante i no e le porte chiuse in faccia; l’impegno e il lavoro costante però non sempre sono sufficienti.

Non ci sono reali agevolazioni per gli artisti esordienti o emergenti; spesso abbandonano i loro sogni mentre noi perdiamo a volte talenti ignorati. Tutto è diventato business, tutto è commercio, guadagno, e la “meritocrazia” diventa parte di questo. Non sempre i migliori sono quelli arrivati. La bellezza andrebbe sostenuta da tutti, la stessa bellezza che vediamo nei musei, leggendo un buon libro, osservando una scultura e un quadro, incantandosi di fronte ad una bella fotografia ascoltando una musica che fermerà il tempo magari a riflettere su tutto questo.

 

 

 

 Antonio Panzera - Giuliano del Capo (Le)

1825 - Lecce 1886

 Tra i personaggi Illustri che si sono particolarmente distinti durante il periodo del risorgimento italiano, oggi ci occuperemo di Antonio Panzera, oltretutto un mio avo, mia nonna paterna Clotilde Carmina Panzera classe 1889, parente del ramo brindisino della famosa famiglia di Giuliano del Capo. 

Discendente di una antica famiglia detta dei - conti nobili - di Giuliano di Lecce, già del Capo, perché insieme a Santa Maria di Leuca e Salignano, è una delle frazioni confinanti con Morciano di Leuca, Gagliano del Capo e Patù, zona dell’entroterra sud Salentina all’estremità della nostra penisola italica, quasi sulla “punta del tacco”. Secondo una tradizione di famiglia, l’origine risalirebbe alla metà del sec. XV. Sin dal 1600 la famiglia Panzera viveva “more nobilium” - secondo la consuetudine dei nobili - e godeva di numerosi privilegi e benefici, tra cui quello di “frangere e molire”, cioè il trattamento e la lavorazione delle olive e la produzione di olio, che erano diritti di quei tempi riservati ai soli Baroni.  Nel corso dei secoli i Panzera si distinsero per le ricchezze accumulate e la cultura, molti di loro divennero Dottori in “utroque” - i laureati in diritto civile e canonico - e in medicina, oltre a sacerdoti e Letterati tra i quali anche un poeta e scrittore. Cresciuto in una famiglia prevalentemente cattolica, si trasferisce a Lecce, come era consuetudine dei figli dei benestanti delle province limitrofe, per studiare presso il collegio dei Gesuiti di Lecce. Conseguita la laurea in legge, partecipò con entusiasmo e “ piena fede liberale ” al movimento risorgimentale.

Nato negli anni della dura restaurazione del Regno delle due Sicilie sotto l’Indipendenza di - Ferdinando Cito -  dei Marchesi di Torrecuso, spietato Intendente della provincia d’Otranto, esecutore della vigilanza della “polizia borbonica" in terra d’Otranto, eseguito dal - 1825 al 1826 -, un anno di servizio “terribile” tra esecuzioni sommarie e addirittura 6000 arresti e interrogatori crudeli, e che riprese le inchieste sulle “sette” che i suoi predecessori – Guarini e Cammarota – avevano da tempo abbandonato. Nota che ci aiuterà a comprendere quale fosse lo spirito degli studenti di legge che si trovarono, come il giovane Antonio Panzera, nel bel mezzo di una riforma intellettuale e culturale che lo formò come un eccellente interprete del Libero pensiero in quel vento di libertà e di speranza che si respirava tra la popolazione che sognava un’Italia unita e indipendente. Precedentemente il – Cito - volle accertare l’effettiva esistenza in provincia di Lecce della “Setta degli Edennisti”, detta anche delle “otto lettere”, o dei “quattro colori ” - col primo nome si voleva indicare il giardino dell’Eden, col secondo nome si alludeva ai misteri della Setta, col terzo nome si indicava il - “segreto materiale” dei soci, consistente in lacci di seta o margheritine dai colori rosso, celeste, nero e giallo che indossavano di sotto la camicia, all'estremità di un triangolino equilatero con le lettere L.U.G. che significavano “Libertà, Uguaglianza, Giustizia” -  che secondo le varie denunce, si era estesa nei Comuni del Capo di Leuca, nei quali, sempre secondo il “terribile Cito”, vi erano aderenti ed affiliati mai inquisiti dai suoi predecessori. Un linguaggio tipicamente “carbonaro” fatto di allegorie e simboli che richiamavano le materie esoteriche della “Massoneria” che in quel periodo aveva fortemente condizionato lo spirito liberale del popolo attraverso i suoi aderenti, come i più famosi nazionali G. Mazzini, N. Bixio, C.B. Cavour e i salentini C. Braico e B. Marzolla.  

Antonio Panzera divenne orgogliosamente Capitano delle Guardie Nazionali, e riferendosi ai suoi soldati: < è da codardia non marciare alla loro testa >; frase riportata da un giornale locale del tempo, “il Dittatore”, episodio che mette in luce alcune delle sue virtù e cioè la semplicità e la modestia e il coraggio, caratteristiche spiccate di quest’uomo che fu, in seguito, uno dei protagonisti più stimati della vita politica attiva del tempo.

Busto di Antonio Panzera a Lecce

A seguito dell’Unificazione d’Italia avvenuta di fatto nel 1861, fu nominato, nel ’64, - Tesoriere dell’Associazione Unitaria Costituzionale Italiana - di Lecce, voluta e sostenuta dal Duca Sigismondo Castromediano, noto letterato e archeologo italiano, che gli servì da “apriporta” alle cariche più nobili per l’epoca quali quelle di Consigliere Comunale, carica ricoperta più volte, di Consigliere Provinciale fino alla Presidenza della Provincia di Terra d’Otranto. Per le politiche del 1870 la sua candidatura nella destra “storica”, si risolse con una vittoria significativa sul suo antagonista, soddisfacendo il desiderio di coloro che da tempo chiedevano una figura di spessore e di cultura a capo della politica locale e nazionale. Tre anni dopo, è a capo del “Partito Liberale Moderato” fortemente voluto dagli uomini più influenti e Illustri del Salento, i quali riponevano in lui, estrema fiducia per la provata onestà e rettitudine indiscussa. Fu Deputato al Parlamento, per Lecce, eletto attraverso il collegio di Tricase, fu in carica per quattro legislature – 1870/1886 – distinguendosi come deputato della Destra Liberale aperto alle riforme sulla legge elettorale proposte dalla Sinistra, ma che volle votare a favore, come “progressista” e difensore del diritto, con l’approvazione sull’abolizione della tassa sul “macinato”, detestata dal popolo contadino per il quale manifestava immenso rispetto. Lo stesso che nutriva per tutti coloro che, seppur di fazione opposta, lavorava per il bene comune. Una figura politica e umana con una sensibilità innata che si è perduta nel tempo, una particolare nobiltà d’animo che oggi si è trasformata in una “caciara romana” fatta solo di continui attacchi verbali e proclami populisti che identificano lo scarso livello politico che stiamo vivendo, e che di questo periodo risorgimentale potrebbero fare buon “uso” per il nostro prossimo a venire. Chi non conosce la storia, non ha futuro.

Sindaco di Lecce dal - 1884 al 1885 – nel bel mezzo della terribile epidemia da “colera” che colpì tutto il territorio Nazionale, che lo porto a istituire una Commissione Sanitaria, con lo scopo di una profonda ristrutturazione dei servizi sanitari e igienici. Eseguì tra l’altro, forse, il primo “Lockdown” a zona rossa della s

toria contemporanea, chiudendo le porte della città di Lecce durante la festa di Sant’Oronzo, fortemente voluta dai concittadini e che produsse un detto popolare che riporto: “ Durante lu colera, lu Sindacu Panzera, ha chiusu la città. Ricciu ricciu e lari rulì ”. Antonio Panzera muore il 09 Ottobre 1886, nel suo palazzo di via Palmieri dove fu, per deliberazione del Consiglio Comunale, appena quattro giorni dopo, a lui intitolata la piazzetta antistante il suo Palazzo. Fu commemorato alla Camera dei Deputati nella Tornata del 23 novembre dello stesso anno, e ricordato come uomo dai “modi gentili, squisitamente distinti, sommamente benevolo e premuroso nel suo pensiero che non fosse indirizzato al bene altrui e al bene pubblico”. Ebbe un solo fratello, Giovanni sopra citato come “poeta e scrittore”. Ad Antonio Panzera si deve anche la parentela di un’altra “garibaldina” altrettanto famosa che fu Antonietta De Pace di Gallipoli, patriota, educatrice e infermiera militare italiana, figlia di Gregorio De Pace cognato di Giuseppe Panzera e dunque sua cugina. Ma questa è un’altra storia.

 
 Rito del solstizio d’estate

Antonio Presti, indiscusso mecenate d’arte siciliano, che vanta fra le sue creazioni anche il parco sculture più grande d’Europa ovvero Fiumara d’arte, ancora una volta centro del mirino dell’ennesimo atto reazionario che lo vorrebbe coinvolto negli ultimi tragici eventi di Caronia.

 

Del “caso” Presti e della sua opera di semina e produzione di Bellezza, invero ci eravamo già occupati poco più di un anno fa in occasione della ricorrenza del solstizio d’estate e della sua celebrazione fra le alture di Motta d’Affermo ai piedi dell’ormai tanto discussa scultura, un tetraedro di trenta metri in acciaio corten oggi co-protagonista insieme a Viviana Parisi di 43 anni e a suo figlio Gioele, del giallo di Caronia.

Anzi a giudicare dalle prime indiscrezioni sui fatti la scultura sarebbe “indagata” quale causa prima della scomparsa della dj di Venetico poiché, questo monumento inizialmente votato alla Conoscenza e al suo percorso di ricerca, ultimamente – hanno dichiarato i legali della famiglia di Viviana Parisi- è andata incontro ad una sorta di deriva mistica molto diffusa nella zona. Ipotesi che ben si inserisce nella complessa vicenda della donna e della “crisi mistica” che stava attraversando peraltro comprovata da un certificato medico trovato a bordo della sua auto. Partita da Venetico col pretesto di andare a Milazzo per comprare delle scarpe al piccolo, la donna ha poi notevolmente deviato il suo percorso probabilmente tentata di raggiungere il luogo della piramide sul quale la sera precedente aveva chiesto informazioni, forse per prendersi una pausa da un lungo periodo di stress emotivo.

La materia poteva non esserci

Antonio Presti non è certo nuovo a eventi incresciosi che da sempre, dall’inizio della sua attività nel territorio siciliano nel 1982, lo hanno riguardato nel tentativo di spegnere qualunque fiammella che arde quasi a scongiurare il divampare di un incendio.

 

Così ai primi, peraltro non tanto timidi, tentativi di bloccare il progetto ubicato lungo gli argini del fiume Halesus, da parte delle autorità locali, è presto seguita una vera e propria vicenda giudiziaria fatta di espropri, sequestri, minacce in pieno stile della mafia locale, come ebbe a riferire lo stesso Presti e, non ultima, un’interrogazione parlamentare che, a metà anni Ottanta vide coinvolto niente meno che Bruno Zevi. Anzi fu proprio Zevi l’autore della petizione al Ministero nel tentativo di fermare gli atti di persecuzione giudiziaria contro Presti che, a dispetto di ogni atto intimidatorio, è andato avanti comunque arricchendo progressivamente lo spazio di opere nuove fino alle ultime, recenti inaugurate lo scorso giugno: Bosco incantato installazione a cura di Umberto Leone e Ute Pyka e Cavallo eretico scultura di Antonello Bonanno Conti.


Due opere intimamente connesse, l’eresia dell’immaterico cavallo come base imprescindibile di un percorso di conoscenza laico e libero dal dogma dottrinale di una società asservita ad un clero mistico e mistificatore si intreccia con l’altrettanto imprescindibile percorso, arduo e travagliato, che bisogna compiere per affrancarsi dalle tenebre mentali dell’ignoranza qui simboleggiato dal sentiero dei tronchi in una tanto sorprendente quanto efficace analogia col libro. Il libro della Vita!

In ultima analisi, per noi questo è Antonio Presti, cultore e diffonditore di Bellezza, mecenate che dà spazio ad ogni artista nascente e non, persona che non lesina nell’esserci laddove si richiede la sua preziosa presenza al di là delle innegabili crisi “mistiche” o di qualsivoglia altro tipo che possono certamente influenzare la vita di ognuno.

Perché quando si fa la differenza…quello è veramente un problema!

Ancora una volta tutti colpevoli innocenti, figli di un Saturno che divora per paura di essere spodestato.

 

Si terrà il 5 settembre prossimo presso il Parque tecnologico di Fuerteventura nelle Isole Canarie la quarta edizione del premio Internazionale “Ut pictura poesis” dell’Associazione culturale IrdidestinazioneArte che nelle precedenti edizioni si è svolto a Firenze, patria della lingua italiana.

Quest’anno si è voluto guardare con maggior attenzione al mondo culturale spagnolo per rafforzare ulteriormente il settore culturale e creativo, la posizione internazionale e la visibilità sulla mappa europea, per promuovere i valori europei di multiculturalismo e multilinguismo.

Il Premio alla cultura “Ut pictura poesis” 2020 è stato assegnato a Neria De Giovanni, presidente dell’Associazione Internazionale dei Critici Letterari perché “con la sua professionalità ha contribuito a dare lustro e merito a tutto ciò che la cultura rappresenta nel mondo, in tutte le sue molteplici manifestazioni”.

“Sono molto lieta ed onorata di ricevere questo premio- ha commentato Neria De Giovanni- non soltanto perché Alghero, la mia città, è legata alla Catalogna, una Regione importantissima della Spagna, ma anche perché l’AICL- Associazione Internazionale dei Critici Letterari il cui Bureau presiedo, ha collegamenti molto stretti con gli scrittori spagnoli. Il nostro Segretario Generale è Angel Basanta Folgueira, dell’Università di Madrid, presidente dell’Associazione Spagnola dei Critici Letterari. Recentemente la Nemapress, di cui sono direttore editoriale, ha pubblicato “Ungarettiana”, un libro per ricordare i cinquant’anni dalla morte di Giuseppe Ungaretti, con ben 19 interventi di critici di tutto il mondo, tra cui tre della Spagna. E proprio nella provincia di Castilla e Leon ,a Ponferrada, grazie al critico e scrittore Manuel Angel Morales Escudero, il 19 agosto u.s. il libro è stato presentato per la prima volta a livello internazionale”.


Il 5 settembre a Fuerteventura, saranno presenti alla cerimonia: Josè Carlos De Blasio, console onorario d’Italia; Andres Brianso Carcamo, vicepresidente e consigliere insulare per la cultura; Moises Jorge Naranyo, direttore del patronato del turismo di Fuerteventura e Maria Grazia Genova responsabile progetti internazionali dell’Associazione IrdidestinazioneArte.

“Le belve”

 

Sono stati pubblicati alcuni articoli con i relativi commenti sul ritrovamento di un quadro del pittore francese André Derain, uno dei caposcuola della tecnica delle “fauves” ossia delle “belve”, così come sono stati tacciati pittori di questo stile nato alla fine del XIX secolo, per la violenza cromatica dei colori usati in modo quasi casuale, sia nei ritratti delle persone che nei paesaggi delle loro opere. André Derain era stato uno dei promotori di questa tendenza artistica insieme ai colleghi Matisse, Vincent van Gogh, Henri Manguin, Maurice de Vlaminck, Charles Camoin ed altri ancora.

Questi pittori, attraverso una sorta di protesta nei confronti della società adagiata sul vecchio stile, intesero esprimere con la loro intolleranza alla quiete, un incitamento al cambiamento: cambiamento di stile; cambiamento di valori; cambiamento di vita rivolto alla società conservatrice della tradizione del secolo precedente.

Anche i quadri di Derain nell’arco di tempo in cui il “fauvismo” è posto all’attenzione della società, sono stati caratterizzati da precisi tratti figurativi, apparentemente frettolosi e alquanto stilizzati, talvolta anche semplici ma mai semplicistici rispetto alla realtà delle figure rappresentate. Le inconfondibili zone cromatiche nello stile di Derain, acquistano però significato e vigore   in luogo delle sfumature delle linee ornate, caratteristiche di volti e corpo delle persone ritratte nello stile classico.

 

Gli inconfondibili tratti

Molto è stato detto negli articoli precedenti attraverso un’analisi semiotica comparativa tra il quadro in questione ed altri ritratti di personaggi eseguiti dallo stesso autore, nei quali sono state indicate tratto per tratto, le analogie di stile di colore e di forma tra le varie opere. La comparazione con il dipinto in questione è stata sorprendente per il numero dei riferimenti che hanno delineato l’inconfondibile mano pittorica dello stesso Derain.

Tra i commenti di approvazione delle conclusioni a cui l’ analisi semiotica comparativa è pervenuta, sono stati sollevati dubbi non sullo stile ma sull’effettiva autenticità del quadro per il fatto che mancando la firma dell’pera, non poteva essere attribuita per la congruenza dei tratti, sic et simpliciter, alla creatività di Derain.

Vale quindi la pena di approfondire questo aspetto e le varie sfaccettature del quadro, meritevoli di ulteriori precisazioni.

 

 

L’acquisto fortuito

La prima è che per definizione, la firma non può esserci in quanto tutto ciò che è stato detto è proprio per il fatto che l’opera non firmata è stata ritrovata tale e quale al momento dell’acquisto. L’ acquisto è avvenuto in Inghilterra a metà del secolo scorso in un mercato di Londra probabilmente per la singolarità dei segni cromatici del fauvismo che da parte del venditore e dell’acquirente, rimarcavano soltanto la stravaganza cromatica di irreale aderenza alle forme classiche di un ritratto.

In secondo luogo, in forza o meglio dire in debolezza della scarsa conoscenza pittorica dello stile delle “fauves”, l’ acquirente non è andato oltre la conoscenza artistica della sua immediata sensazione di folclore pittorico, soprattutto nei colori del volto.

Malgrado la dedica sul retro del quadro al Presidente americano Roosevelt, con una frase di un suo stesso discorso riabilitativo di qualsiasi forma di progresso, questa dedica non è stata ricollegata dall’ acquirente del quadro al fermento storico della recente entrata in guerra. Fu infatti con la riabilitazione del progresso artistico fino allora considerato futile e marginale che in America iniziò l’ acquisto per i musei di ogni genere di arte. Fu questa geniale idea di Roosevelt per creare subito da niente, un notevole valore di mercato attraverso la veloce circolazione di moneta pubblica e privata per gli impellenti investimenti di guerra.

 

La dedica

La delega a Roosevelt apposta nel retro del ritratto è un estratto del messaggio al Congrsso USA del 6 gennaio 1942.

“Noi lottiamo per la sicurezza e per il progresso e per la pace, non soltanto per la nostra ma per quella di tutti gli uomini, non per una generazione ma per tutte le generazioni”.

Questa dedica esprime il grande consenso di Derain per la riabilitazione che il Presidente USA di cui era un ammiratore, seppe dare al progresso con il  riconoscimento di ogni tipo di estro creativo, tra cui quello delle “fauves” ritenuto fino allora dalla critica, un arcaismo ormai esaurito. Da ciò si evince che il quadro incompiuto, sia stato interrotto nell’ aprile del 1945 nell’ imminenza della vittoria USA, a causa della inaspettata  morte del Presidente a cui Derain gli dedicava il ritratto probabilmente per consegnarglielo, proprio nello stile riabilitato dallo stesso Roosevelt.

Dunque l’intenzione dell’acquirente del quadro è stata solo quella di entrare in possesso del dipinto in funzione della piacevole stravaganza pittorica e non invece per un atto speculativo mai avvenuto, inteso a presentare sul mercato d’ arte il dipinto a fine di lucro.

Infatti solo qualche anno fa è stata convalidata con un’analisi approfondita, l’intuizione durante una cena in un appartamento della Roma romantica, che uno dei quadri visitati in soffitta fosse proprio quello di cui si sta parlando adesso.

 

 

Conclusione

Per queste ragioni e per altre ancora che sembra inutile aggiungere, si ritiene che il ritratto del Presidente Roosevelt non sia affatto un’imitazione, ma un’opera importante di André Derain; opera realizzata nel corso degli anni ‘40 con il vecchio stile delle “belve” inizialmente    incompreso, ma che il Presidente Roosevelt dette ragione e dignità artistica con il proclama che la stessa dedica riporta.

Senza pensarci e quasi controvoglia dopo mesi sono tornata ad entrare in un museo. Mi sono talmente concentrata nel tenermi occupata, in casa, al computer, che, quasi senza rendermene conto, ho interiorizzato il distanziamento.

Mi sono rifugiata, ancora una volta nello studio, però in qualche modo, stavolta l'arte ne era rimasta chiusa fuori, come tutto il resto.

Eppure ormai dovrei saperlo che se c'è qualcosa che mi consola e che mi da speranza è proprio lei.

Forse è che questa volta qualcosa è riuscito a togliermela, a tenermi lontano, a togliermi il gusto, almeno apparentemente.

Sono distratta in biglietteria, non so dove andare e che devo fare, non lo so più, non so più muovermi a casa mia.

Salgo le scale e la bella architettura del Palazzo dei Priori si insinua a poco a poco, sparisce il caldo, affiora il sorriso.

La custode spiega le regole di visita e il percorso, quasi si scusa per tutto questo, ma io sono già oltre, persa nella bellezza.

Comincio proprio con la mostra di Taddeo di Bartolo, mi attira quell'atmosfera rosso arancio, dalla luce calda e soffusa.

Subito mi catturano queste bellissime Madonne, fondo oro, colori tersi, ma soprattutto è il rosso, ali rosse intorno al trono. Rosso dappertutto, ali come fiamme, ma sono angeli, quelli che bruciano dell'amore di Dio, per Dio.

Procedo di rosso in rosso, rapita, torno in me quando scopro la tavoletta con S. Francesco e il Sultano, originariamente parte della predella della smembrata Pala di San Francesco al Prato. La quadratura del cerchio: è stata oggetto di uno dei corsi che ho seguito all'università quest'anno, tutto è tornato al suo posto, tutto ha di nuovo senso.

Attraverso il pianerottolo e torno a visitare la Galleria Nazionale dell'Umbria, non mi ricordavo tutte le magnifiche sculture policrome e anche molti dei dipinti.

C'è il piccolo (solo di dimensioni) dipinto perfetto di Raffaello. E un Santo Stefano che tiene, insolitamente, un sasso in mano, sembra quasi meditare con molta calma a chi tirarlo.

Un San Sebastiano un po' dandy, vestito di tutto punto, tiene una freccia come fosse un bastone da passeggio. Accanto a lui la Maddalena (?) ha lasciato a terra il vaso con l'unguento, chissà chi dei due, muovendo distrattamente il prossimo passo, lo rovescerà?

Taddeo di Bartolo

28.05-30.08.2020

Perugia, Galleria Nazionale dell'Umbria

Info: 075.58668436; This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

Catalogo: Silvana Editoriale €.35,15

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