L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Blackout digitale: un’arma contro i diritti umani.

By Marguerite Maramici January 16, 2026 53

 

In Iran il regime ha spento Internet per nascondere la violenza della repressione delle proteste popolari, una strategia sempre più utilizzata in tutto il mondo.

Nella notte tra l’8 e il 9 gennaio 2026, l’Iran si è quasi completamente disconnesso da Internet. Le comunicazioni con l’esterno sono diventate di fatto impossibili e la rete è stata disattivata su scala nazionale. A oltre 180 ore dall’inizio del blackout, come mostrano i dati dei principali osservatori indipendenti, come Net Blocks, l’interruzione prosegue senza segnali concreti di ripristino. Si tratta del blackout digitale più lungo mai osservato in Iran.

Per la prima volta, anche il National Information Network (NIN) – l’intranet statale progettata per garantire un minimo di operatività in caso di isolamento dall’Internet globale – ha subito un’interruzione senza precedenti.

L’obiettivo appare chiaro: coprire la violenta repressione della rivolta popolare iniziata il 28 dicembre, impedire il coordinamento tra i manifestanti e bloccare la circolazione di informazioni verso l’esterno.

Già dall’inizio di gennaio, con l’intensificarsi delle proteste in tutto il Paese, lo Stato aveva progressivamente rafforzato la censura digitale. Le prime interruzioni erano localizzate e temporanee, spesso programmate per coincidere con le ore serali, quando le manifestazioni raggiungevano il picco. Tra l’8 e il 9 gennaio, questa strategia è stata sostituita da una disconnessione generalizzata e prolungata, isolando completamente gli Iraniani.

La gravità inedita del blackout di internet sembra essere proporzionale alla violenza della repressione. L’ONG Iran Human Rights (IHR) afferma che almeno 3.428 manifestanti sono stati uccisi dall’inizio del movimento di protesta contro il potere. L’organizzazione riconosce che il bilancio potrebbe essere molto più alto e riferisce di continuare a ricevere segnalazioni di migliaia di morti in diverse città e province iraniane, nonostante le difficoltà di comunicazione.

Da parte sua, la Human Rights Activists News Agency (HRANA) dichiara che oltre 2.500 persone sono morte. Tra le vittime confermate figurano 2.403 manifestanti, inclusi 12 minorenni, e 9 civili che non partecipavano alle proteste. HRANA segnala inoltre 147 membri delle forze di sicurezza e sostenitori del governo uccisi, 18.434 arresti in 187 città, 97 confessioni forzate diffuse e 1.134 feriti gravi.

Una repressione digitale sistematica

Non è la prima volta che le autorità iraniane ricorrono al blocco di Internet per reprimere il dissenso. Il primo blackout nazionale risale al 2009, durante il cosiddetto Movimento Verde, seguito alla contestata rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad. In quell’occasione, il governo chiuse Internet e censurò piattaforme come Twitter e Facebook.

Da allora, la repressione digitale è diventata sistematica. Dopo il 2009 è stata approvata la legge sulla criminalità informatica, è stato istituito il Consiglio supremo del cyberspazio (SCC) ed è stata sviluppata la Rete nazionale di informazione (NIN).

Avviato nel 2012, il NIN è stato progettato per preparare l’Iran a una possibile disconnessione globale, giustificata in parte dal regime di sanzioni statunitensi. Questo contesto ha favorito la costruzione di un Internet chiuso e fortemente controllato, accompagnato dalla creazione di applicazioni locali destinate a sostituire quelle internazionali, come Soroush al posto di Telegram e WhatsApp o Balad al posto di Waze.

Il NIN si è rafforzato a causa dell’isolamento economico dell’Iran: molte aziende locali sono state costrette a ospitare i propri servizi all’interno della rete nazionale, anche perché grandi società straniere, come Google, non fornivano servizi di hosting per i domini iraniani.

Il NIN riduce l’impatto economico delle interruzioni, rendendo politicamente ed economicamente più facile per lo Stato ricorrere ai blackout come strumento repressivo. Un precedente emblematico è il novembre 2019, durante le proteste che hanno seguito l’aumento del prezzo della benzina: le autorità hanno bloccato l’accesso ai servizi internet stranieri, mantenendo attivi quelli bancari e governativi ospitati sul NIN.

Il controllo dell’infrastruttura

La capacità dello Stato di spegnere Internet su scala nazionale si basa su un controllo fortemente centralizzato dell’infrastruttura. I collegamenti internazionali sono gestiti dalla Telecommunication Infrastructure Company (TIC), un ente interamente controllato dallo Stato e posto sotto l’autorità del Ministero delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione.

Sebbene dopo il 2019 alcuni collegamenti siano stati formalmente decentralizzati, i cavi terrestri e sottomarini restano sotto il controllo diretto della TIC o di altre autorità statali. Come confermato dall’associazione Filterwatch, la TIC mantiene un ruolo dominante nella gestione e nel controllo dell’infrastruttura Internet iraniana.

Anche i fornitori di servizi internet sono sottoposti a stretto controllo: negli ultimi anni, i principali operatori sono stati obbligati a installare sistemi di intercettazione legale per ottenere o mantenere le licenze di esercizio.

Per rendere sempre più difficile aggirare la censura, il governo ha intensificato il blocco delle VPN, criminalizzandone la vendita e l’uso. Secondo diversi rapporti, l’Iran utilizza anche strumenti come il sistema SIAM, in grado di degradare le connessioni mobili, forzando i dispositivi su reti 2G o riducendo la velocità a livelli quasi inutilizzabili.

L’aumento dei blackout digitali nel 2022

Nel 2022, la morte di Mahsa (Jina) Amini mentre era in custodia della polizia morale ha scatenato proteste di massa in tutto l’Iran. Anche in quell’occasione, il governo ha fatto ricorso massiccio a blackout digitali. Con l’aumentare delle mobilitazioni, le autorità hanno intensificato le chiusure, combinando blocchi totali della rete, interruzioni ripetute delle connessioni mobili e restrizioni prolungate su Instagram e WhatsApp.

Per ridurre l’impatto economico, le reti mobili restavano spesso attive durante l’orario di lavoro, ma venivano bloccate la sera, in una sorta di coprifuoco digitale volto a impedire il coordinamento e la documentazione delle proteste.

Nel 2023, secondo Access Now e la coalizione #KeepItOn, i blocchi di Internet in Iran sono aumentati da 19 a 34. Il picco si è registrato durante le repressioni contro le minoranze etniche, in particolare in Kurdistan e Baluchistan.

Starlink: l’ultima finestra sull’esterno

Nonostante il blackout, alcune informazioni sulla repressione sono riuscite a filtrare grazie alle connessioni satellitari Starlink. Questa tecnologia si è diffusa clandestinamente in Iran a partire dal 2022, proprio in risposta ai ripetuti blackout e al deterioramento della qualità

dell’Internet nazionale. Le prime unità sono state introdotte durante le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini, dopo che Elon Musk aveva ottenuto un’esenzione dalle sanzioni statunitensi.

Negli ultimi giorni, tuttavia, anche Starlink è stato duramente colpito. In diverse aree del Paese il traffico è diminuito fino all’80%, probabilmente a causa di interferenze elettroniche deliberate, prodotte da dispositivi mobili in dotazione alle autorità. Secondo analisi tecniche, i modelli di interferenza ricordano quelli utilizzati dalla Russia in Ucraina, dove sistemi come il dispositivo Kalinka, soprannominato “l’assassino di Starlink”, vengono impiegati per disturbare comunicazioni satellitari e droni.

Il governo iraniano ha vietato il possesso dei terminal Starlink: chi viene trovato in possesso di un’antenna rischia l’accusa di spionaggio, un reato punibile anche con la pena di morte. A questo si aggiunge il costo elevato sul mercato nero, che limita fortemente la diffusione della tecnologia. Si stima che in Iran circolino tra 50.000 e 100.000 terminal, su una popolazione di circa 92 milioni di persone. Negli ultimi giorni, secondo diverse fonti, sarebbero già avvenuti arresti a Teheran per il possesso di dispositivi Starlink.

Un’arma globale contro i diritti umani

L’Iran non è un caso isolato. Le interruzioni di Internet sono sempre più utilizzate nel mondo come strumento di repressione. 

 I blackout di internet sono sempre più utilizzati come risposta a delle proteste e in coincidenza con delle violazioni dei diritti umani. Nel 2024, la giunta militare in Birmania (Myanmar) è stata responsabili di 74 interruzioni, di cui almeno 17 corrispondevano ad attacchi aerei contro civili. In altri contesti di conflitto, come Ucraina e Palestina, le restrizioni alla rete sono state imposte da potenze straniere come parte delle operazioni militari. Anche nelle democrazie occidentali emergono segnali preoccupanti: nel 2024, la Francia ha bloccato l’accesso a TikTok in Nuova Caledonia durante le proteste della popolazione kanak, una misura definita da Access Now come una forma di shutdown parziale di Internet. I blackout sono anche uno strumento utilizzato dai governi in periodo di elezioni, come per esempio nel caso del Venezuela nel 2024.

Spegnere Internet significa isolare le popolazioni, impedire la documentazione delle violenze e ridurre lo spazio civico. In Iran, come altrove, il blackout digitale è ormai una vera e propria arma contro i diritti umani.

 

Rate this item
(0 votes)
Last modified on Friday, 16 January 2026 11:49
© 2022 FlipNews All Rights Reserved