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OBBLIGO DI VACCINO: LA DISOBBEDIENZA CIVILE DI MEDICI E INFERMIERI

By Roberto Fantini July 17, 2021 1958

Giorno dopo giorno, la questione relativa ai medici e agli infermieri che si stanno opponendo con le armi della ragione e del diritto all’obbligo di sottoporsi alla somministrazione dei cosiddetti “vaccini anticovid” va assumendo sempre più il carattere di battaglia fondamentale per il futuro del nostro intero sistema democratico.

Si tratta, infatti, di migliaia di professionisti e operatori di interesse sanitario che svolgono attività nelle strutture sanitarie, sociosanitarie e socio-assistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie, parafarmacie e in studi professionali i quali, contrariamente a quello che molti (in ambito politico e mediatico) cercano di far credere, sono ben lontani dal condurre una fanatica lotta ideologica antivaccinista, ma che, molto semplicemente, non ritengono loro dovere lasciarsi ridurre a “cavie” da laboratorio.

La strategia adottata è quella del ricorso al Tar. Già coinvolti quelli di Liguria, Lombardia ed Emilia Romagna, con ricorsi presentati in città come Genova, Milano, Brescia, Bologna, parma, ed altri in arrivo a Treviso, Verona, Venezia.

Questi i perni concettuali intorno a cui ruotano le argomentazioni dei ricorsi presentati:

  • L’incertezza sui rischi derivanti dall’assunzione del siero;
  • L’inquietante, eccessiva, anomala brevità dei tempi di verifica sperimentali adottati;
  • La percentuale di fallimenti nel produrre immunità dovuti alle nuove varianti;
  • L’illegittimità dell’imposizione ai lavoratori della sanità.

Sono certo – sottolinea l’avvocato costituzionalista Daniele Granara, che ha assunto la difesa dei lavoratori resistenti – che in sede di decisione saranno valutate con attenzione le buone ragioni del ricorso, confidando in un esito positivo dello stesso, a salvaguardia del principio di autodeterminazione e dei diritti inviolabili dei sanitari e nello stesso interesse pubblico delle Asl ad una corretta gestione delle strutture sanitarie e alla tutela del diritto alla salute delle persone”.

Secondo l’avvocato Granara e i lavoratori da lui rappresentati, allo stato presente, non risultano affatto note le potenzialità dei vaccini in merito sia alla reale capacità di impedire la trasmissione del virus, sia a quella di impedire la contrazione della malattia, sia relativamente alla durata temporale della eventuale efficacia preventiva. Inoltre, nulla è dato sapere circa le effettive conseguenze, soprattutto a medio e a lungo termine, derivanti dalla somministrazione dei vaccini.

Il ricorso presentato il 22 giugno (si legge nelle 52 pagine del testo che sarà discusso davanti alla prima sezione del Tar di Brescia)

si fonda sulla illegittimità costituzionale, sotto plurimi profili, di diritto interno e diritto europeo, di un obbligo riferito ad un vaccino di cui non è garantita né la sicurezza né l’efficacia, essendo la comunità scientifica unanime nel ritenere insufficiente, sia dal punto di vista oggettivo sia dal punto di vista temporale, la sperimentazione eseguita.”

Pertanto, constatato che “il Legislatore italiano ha inteso prevedere un singolare obbligo vaccinale in danno degli operatori sanitari e sociosanitari, costretti a sottoporsi ad uno dei quattro vaccini autorizzati in Italia, senza avere certezza circa la loro efficacia e sicurezza e, peraltro, senza nemmeno avere la possibilità di scegliere a quale tra i quattro sottoporsi”, sarebbe un gravissimo errore etichettare sbrigativamente il rifiuto messo in atto come un irresponsabile arbitrio, meritevole di esemplare punizione. Si dovrebbe, semmai, parlare, con sincero rispetto, di vera e propria “disobbedienza civile”, ovvero di una legittima forma di difesa delle libertà sancite dalla Costituzione (di scelta e di ricerca scientifica), e di quei diritti inviolabili della persona umana che sono parte integrante del patrimonio della civiltà giuridica comune dei paesi dell’Unione Europea.

E sarebbe oltremodo auspicabile che, al fianco di medici e infermieri resistenti, ci fossero, in prima linea, le organizzazioni e le associazioni che si occupano di diritti umani, nonché tutti quei cattolici che, ispirandosi all’insegnamento di papa Francesco, tanto volentieri invocano l’inviolabilità della dignità dell’uomo.

Difficile, a questo punto, azzardare una qualche previsione.

I “ribelli” saranno davvero tutti rimossi dai loro posti di lavoro? Chi li rimpiazzerà? Come potrebbe reggere il nostro sistema sanitario? Che compromessi verranno escogitati? E come andranno a finire i ricorsi e le eventuali, innumerevoli azioni legali a difesa dei diritti dei lavoratori?

Ma, prima di ogni altra cosa, l’interrogativo che tutti noi dovremmo sentirci chiamati urgentemente a porci, con serietà estrema, è quello relativo a quanto sia giusto oppure miope o addirittura autolesionista lasciare soli questi nostri concittadini impegnati nella difesa non soltanto dei propri diritti, ma di quelli di tutti noi, diritti ogni giorno più vacillanti, ogni giorno più vulnerabili, ogni giorno più difficili da difendere …

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