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Prima parte
Il museo in questione è molto particolare, si sviluppa in quella che era la casa di questo ricco uomo inglese nato proprio a Firenze nel 1838. Il padre Thomas, era tenente colonnello delle Coldstream Guards, ovvero un reggimento di fanteria inglese, la madre, Maria Rachele Candida Aurora Cafaggi, era di origine toscana, mentre il nonno Giles, era comandante in capo delle forze della Compagnia delle Indie.
Dopo un’adolescenza turbolenta ed indisciplinata interruppe i suoi studi. Maggiorenne, alla m
orte del padre ereditò tutta la sua fortuna. Si dedicò così agli affari e al collezionismo più sfrenato, che grazie ai suoi viaggi per il mondo gli permise di entrare in possesso di pezzi unici. Si legò poi alle vicende politiche italiane, tanto che nel 1866 combatté con Garibaldi nel Trentino guadagnandosi una medaglia d'argento. Contribuì a diffondere l'interesse per l'antiquariato locale spendendo vere e proprie fortune per la sua collezione.
Alla fine dell’ Ottocento Frederick si insediò in questa villa che trasformò in stile neo gotico e neo rinascimentale, che così divenne una casa museo. Qui raccolse tutta la sua vasta collezione con grande disperazione della madre, che vedeva in questa sua passione una continua dissipazione delle fortune familiari.
Raccolse ben 50.000 pezzi, di cui 16.000 sono solo quelli che riguardano armi e armature europee, ottomane e giapponesi.
L'armatura si sviluppa in Europa nella prima metà del XIV secolo e conclude il suo ciclo dopo circa tre secoli. Nonostante tutto ha lasciato molte testimonianze della sua esistenza e del suo uso. Fino a poco prima della metà del Trecento veniva utilizzata come protezione l’ usbergo o cotta di maglia, in uso anche tra gli antichi romani. Si tratta di una fitta maglia di piccoli anelli snodati ed uniti tra loro da rivetti per formare una sorta di ragnatela protettiva da indossare su un ulteriore protezione, una giacca fatta solitamente di lino imbottito a più strati ed in alcuni casi indurita con bagni di sale. Questa protegge sia dal contatto con la maglia di metallo, che dai colpi nemici assorbendoli.
Man mano che la metallurgia progredì, si cominciarono a costruire singoli pezzi rigidi da indossare sopra questa maglia, come spallacci, pettorali, cubitiere e gomitiere, schinieri, manopole. Poi più avanti, questi pezzi vennero uniti formando dei veri e propri esoscheletri metallici impenetrabili in grado di proteggere efficacemente l'uomo in essi contenuto. Un uomo corazzato in questa maniera poteva fare anche a meno di uno scudo ed impugnare la spada con due mani, più lunga e pesante di quelle dei periodi precedenti.
Questo passaggio, stando alle iconografie e ai codici medievali soprattutto duellistici, avviene intorno alla metà del 1300, con la spada “bastarda” o da una mano e mezza, così chiamata perché poteva essere usata con una o due mani; nel secondo caso per colpire con più veemenza. Il manico era infatti leggermente più lungo di quelle da una mano, così da permettere di inserire “mezza mano” (sempre la sinistra) su di essa e le ultime due dita sul pomolo, esercitando una sorta di colpo di frusta colpendo.
Tra il Quattrocento e il Cinquecento, le armature diventano iperprotettive. Hanno subito nel tempo modifiche lente ma sempre più efficaci. Il centro Europa è il fulcro di queste innovazioni. Si tratta di un’area geografica particolarmente interessata da continui scontri militari tra Stati, che finiscono per stimolare il continuo sviluppo di nuove tecniche belliche e l’innovazione delle armi. Cosa che non avviene in Giappone, essendo un’area isolata ed interessata esclusivamente da lotte intestine. I giapponesi si confrontarono sporadicamente con altre popolazioni, le rare volte che questo accadde uscirono sempre sconfitti. Troppo legati alle tradizioni e vivendo in un ambiente chiuso, semplicemente non si evolsero. Le tanto declamate armi e armature giapponesi si rivelano così nettamente inferiori a quelle europee, così come le loro tecniche di battaglia. La tanto osannata katana, è probabilmente una tra le peggiori spade mai realizzate. Delicata a causa del pessimo e friabile metallo che le miniere giapponesi offrivano. Nonostante la certosina fabbricazione che prevedeva il continuo ripiegamento del metallo per indurirla, rimaneva comunque fragile, tanto da costringere i memorabili samurai a continue schivate dei colpi avversari per evitare di intaccare la lama o peggio rischiare che si rompesse. Cosa che non accadeva con le armi europee molto più elastiche e resistenti che permettevano di parare con la spada.
La katana poi era particolarmente sbilanciata in avanti, perché priva di pomolo per controbilanciarla. A dispetto delle spade europee, presentava un solo lato affilato e la sua curvatura la rendeva meno adatta ai colpi di punta. Seppur del tutto simile al nostro mannarino italiano o al messer tedesco (armi simili a grossi coltelli); questi si rivelavano più efficaci e resistenti. Spesso poi avevano una porzione di lama tagliente sull’altro lato della lama a dispetto della katana, che permetteva di tirare colpi anche di “filo falso” (nella glossologia schermistica per filo falso si intende la parte della lama rivolta verso chi impugna l’arma, quello dritto è invece quello rivolto verso l’avversario. Nelle armi con una sola parte affilata questo è sempre il filo dritto).
Alcuni esempi di questa arma (derivata da utensili agricoli come la roncola), sono conservati in alcune teche di questo museo.
Con l'avvento delle armi da fuoco, anche se poco precise perché a canna liscia, le armature perdono di efficacia e di importanza. Apriamo una piccola parentesi: la canna rigata compare per la prima volta sui campi di battaglia intorno al 1815. Ne farà le spese Napoleone. Gli inglesi adottano la canna rigata (una traccia interna a forma di spirale), che imprime al proiettile sparato un moto vorticoso che lo fa girare su se stesso. Fuoriuscendo violentemente buca letteralmente l'aria mantenendo una traiettoria dritta e piuttosto precisa. La canna liscia invece non impedisce al proiettile di sbandare e di seguire una traiettoria piuttosto imprecisa ed imprevedibile. Difficilmente a lunga distanza riesce a raggiungere l’obbiettivo mirato. Avrete visto sicuramente quei film dove due duellanti di schiena si allontanano contando i passi e poi girandosi sparano all’avversario. Il più temerario sparava per secondo dimostrando così il suo ardimento. Questo perché difficilmente con le pistole dell’epoca e a quella distanza avrebbero fatto centro al primo colpo. Un duello di questo genere di protraeva nel tempo finché uno dei due non veniva colpito.
La grande svolta che conferma la supremazia dell’arma da fuoco, si avrà durante le Guerre d'Italia del XVI secolo. I francesi ancora radicati alla mentalità medievale, caricavano ancora i tedeschi e gli spagnoli con la cavalleria pesante frontalmente; questi li abbattevano a colpi di arma da fuoco disponendosi nascosti sui loro fianchi al loro passaggio. Le vecchie tattiche e le strategie militari medioevali si rivelavano così sempre più inefficaci ed anacronistiche. I nobili francesi poi si distinguevano e mantenevano altezzosi le distanze dai poveri fanti appiedati. Al contrario, i loro rivali avevano cominciato a collaborare combattendo coadiuvandosi. I risultati si videro con le sonore sconfitte francesi.
Nel Seicento ormai l'armatura serve solo per partecipare ai tornei o per sfoggiare il proprio elevato ceto sociale nelle parate. Le corazze si trasformano sempre più in meravigliose opere d’arte, particolarmente cesellate, eleganti ed egregiamente lavorate, come quella di Erik XIV di Svezia della fine del XVI secolo. Qualcosa di spettacolare.
Il prezzo di un’armatura era piuttosto rilevante. Solo un nobile molto ricco poteva permettersela. Se pensiamo che le fonti rivelano che un crociato secoli prima doveva impegnare tutti i propri possedimenti per avere il necessario per partire per la Guerra santa, immaginiamo quanto potesse costare un'armatura costruita su misura, come il vestito realizzato da un sarto di lusso. I suoi 25-30 kg di peso erano ben distribuiti su tutto il corpo, a dispetto della cotta di maglia che gravava soprattutto sulle spalle rallentando e appesantendo i movimenti.
Un cavaliere eseguiva una serie di prove indossandola, tra cui capriole, la ruota, la corsa o l’arrampicarsi su una scala. Questo permetteva di capire quanto si potesse essere agili con un'armatura fatta su misura.
È impensabile e dunque va sfatata la credenza che caduto da cavallo un cavaliere non riuscisse a rialzarsi a causa del peso portato… tutt'altro. Va aggiunto poi che un cavaliere veniva sempre seguito dalla sua “lancia”, ovvero il suo staff, la sua squadra solitamente formata da tre, cinque o sette uomini, tra cui un picchiere, un arciere, un balestriere, uno scudiero ed altre figure come fanti leggeri che lo sostenevano, difendevano e coadiuvavano durante il combattimento. Tutto quello che vedrete nello Stibbert è stato usato in situazioni analoghe.
Il museo presenta un'ampia selezione di armature del XV e del XVI secolo sulle quali avrete capito, preferisco soffermarmi tralasciando il resto della pur interessante e vasta collezione. Personalmente ritengo questo periodo particolarmente affascinante ed interessante dal punto di vista oplologico. Tra le armature esposte ci sono sia quelle da battaglia che da torneo, le seconde riconoscibili per l’estrema cura dei dettagli artistici. Ciò non esclude che molte anche se sgargianti, siano state usate anche in guerra.
Tutte sono molto belle, particolarmente lavorate, cesellate ed abbellite anche con l'accoppiamento di diversi metalli che risaltano le decorazioni. Intorno a queste vi è una copiosa collezione di armi bianche, spade di ogni tipo e periodo, armi in asta come alabarde, partigiane, lance… poi archi, balestre, pistolotti, moschetti, focili e fucili, archibugi, spingarde, scoppietti, bombardelle e molto altro.