L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Spesso un certo tipo di stampa ipnotizza il lettore. Benvenuti nel circo del dolore: se il morto non fa audience, lo inventiamo.

By Marzia Carocci January 28, 2026 120


Questo nostro periodo storico è forse, da ritenersi il più anomalo di tutti  i periodi passati.
L’umanità si è fatta bestialità, la gente si nutre di falsità, pettegolezzi e tutto ciò che conduce al male.
Ragazzi che vanno a scuola con il coltello in tasca, famiglie che si distruggono con l’odio, gente rabbiosa, violenta, incitare l’odio è all’ordine del giorno e chi vede, chi ascolta, chi assorbe tutto questo pare incuriosito e non esterrefatto da tanto  orrore. Molti giornali non si attengono alla notizia ma tutti sembrano opinionisti senza riflessione.
Nel 1972 fu prodotto un film di Bellocchio il cui titolo era “Sbatti il mostro in prima pagina”Attraverso il volto di Gian Maria Volonté, la pellicola svelava come l'informazione potesse essere usata come arma di distrazione di massa per nascondere i veri problemi del Paese. Ecco: nessun film rappresenta meglio questa idea. Ci ipnotizzano con i salotti del crime.
E cosa è successo? Semplicemente che siamo diventati dei cannibali emotivi. Ci nutriamo dei dettagli più intimi e atroci delle cronache nere per riempire un vuoto di stimoli, perdendo ogni capacità di ragionamento e riflessione. Ingoiamo passivamente ogni notizia che ci viene propinata, incapaci ormai di distinguere tra l’ultima serie su Netflix e il telegiornale delle otto. Anzi, la cronaca nera è diventata il nostro nuovo sport nazionale: quello da commentare con la birra in mano mentre sullo schermo scorrono i dettagli dell'ultima autopsia.


Il problema non è solo la nostra curiosità morbosa; quella è sempre esistita, dai tempi delle esecuzioni in piazza – ma il modo viscido in cui questa fame viene alimentata. Oggi l'informazione pura è morta, divorata dall'intrattenimento. Se un delitto non ha un colpevole fotogenico, una villa misteriosa o un movente da soap opera, non cattura l'attenzione.
Ed è qui che i media iniziano a ricamare, a gonfiare, a costruire castelli di carte fatti di "forse", "si dice" e "fonti anonime".  E se la realtà è troppo noiosa per tenere la gente incollata allo schermo? Nessun problema, ci pensa la tecnologia. Siamo arrivati al punto in cui l'intelligenza artificiale viene usata per "abbellire" le tragedie.
Ricostruzioni digitali che sembrano videogiochi, voci clonate che fanno dire ai defunti ciò che non hanno mai detto, immagini generate per dare quel tocco di horror che manca ai fatti reali. Stiamo perdendo il contatto con la verità, quella vera, sporca e triste, che non ha bisogno di filtri Instagram.Il risultato è un Truman Show del sangue dove la vittima è l'ultima preoccupazione di tutti.
Quello che conta è la teoria del complotto più assurda, il sospetto lanciato sui social che distrugge una vita in dieci minuti, il talk show che mette alla gogna chiunque pur di guadagnare uno 0,1% di share in più.
Siamo arrivati a un bivio pericoloso. Da una parte resta il rispetto per la cronaca, dall'altra avanza lo sciacallaggio alimentato da algoritmi e fake news. L’essere umano sembra aver smarrito la capacità di ragionamento critico: tutto ciò che viene veicolato dai tabloid viene assorbito passivamente, alimentando una polarizzazione tossica tra "guelfi e ghibellini" del crimine.
Assistiamo alla nascita istantanea di schieramenti tra colpevolisti e garantisti, dove persone comuni si improvvisano opinionisti, avvocati o magistrati senza alcuna competenza, se non quella del pregiudizio. In questo circo, il vero male — la soppressione della vita e il silenzio di chi non può più parlare  viene dimenticato, soffocato dal rumore di chi ha trasformato il dolore in uno spettacolo di prima serata.

Rate this item
(1 Vote)
© 2022 FlipNews All Rights Reserved