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“… c’è motivo per dubitare che, anche in assenza di funzione cerebrale, il paziente che respira sia del tutto morto.
In questa situazione d’ineliminabile ignoranza e di ragionevole dubbio, l’unica massima corretta per agire consiste nel tendere dalla parte della vita presunta.”
Hans Jonas
“Del resto, è noto il principio morale secondo cui anche il semplice dubbio di essere in presenza di una persona viva già pone l’obbligo del suo pieno rispetto e dell’astensione da qualunque azione mirante ad anticipare la morte.”
Papa Giovanni Paolo II
In questi giorni, davvero insistente e martellante è stata (e continua ad essere) l’attenzione mediatica rivolta al piccolo Domenico, il povero bimbo morto dopo aver subito un trapianto di cuore.
Molti gli interrogativi sollevati su quanto accaduto e non poche le zone d’ombra in merito a quella che, in maniera oltremodo perentoria, viene, unanimamente quanto sbrigativamente, definita “un’incredibile catena di errori”. Fra questi interrogativi, però, risultano assenti quelli che, invece, meriterebbero di essere considerati come veramente cruciali ed irrinunciabili.
Innanzitutto:
dal momento che il piccolo cuore risultato “danneggiato” in seguito a presunte procedure erronee non è una “cosa”, bensì parte vitale del corpo di un altro bimbo, qualcuno si domanda se lo si è espiantato quando non era più funzionante, da un corpo oramai privo di vita (quindi “cadavere”), oppure quando era ancora funzionante, e perciò “sano” (in quanto “vivo”!), da un corpicino che, quindi, cadavere non avrebbe potuto certo essere considerato? 
In altre parole, non è sconcertante constatare come il pensare comune non sia minimamente turbato dagli aspetti paradossali dell’ideologia del sistema trapiantistico (da sempre abilissimo nell’opera di autocelebrazione), il quale ritiene “normale” che, da un organismo considerato non più “vivo” (e certamente quindi non più molto “sano”), possa venire legittimamente prelevato un cuore (“vivo” e “sano”), capace di continuare a vivere in un corpo non suo?
Insomma, possibile che nessuno si domandi come possa un organo funzionante provenire da un corpo realmente soggetto alla morte?
Possibile che nessuno si interroghi sulla effettiva fondatezza scientifica e sull’accettabilità etica, giuridica e religiosa dell’invenzione concettuale (di chiara impronta utilitaristica) della “morte cerebrale”?
Possibile - mi chiedo - che, nonostante i numerosi casi di “morti cerebrali” ritornati “miracolosamente” in vita, nessuno venga sfiorato dal dubbio, dal sospetto che l’ideologia della “morte cerebrale”, su cui si fonda necessariamente la pratica del trapianto di organi, sia cosa molto più vicina alla irrazionalità della fede, piuttosto che alla moderna scienza sperimentale?
In conclusione, non sarebbe doveroso, da parte di tutti noi, credenti e non credenti, riflettere attentamente sulle sagge parole di Giovanni Paolo II, il quale, come non pochi filosofi, teologi e scienziati*, in un discorso del 1989, si trovò a parlare di
“una reale probabilità che la vita della quale si rende impossibile la continuazione con il prelievo di un organo vitale sia quella di una persona viva”?
*Si vedano, in particolar modo:
Roberto De Mattei (a cura di), Finis Vitae. La morte cerebrale è ancora vita?, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007.
e il mio Vivi o morti? Morte cerebrale e trapianto di organi: certezze vere e false, dubbi e interrogativi, edizione aggiornata e ampliata, edizioni Efesto, Roma 2023.