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Nell’oceano sconfinato delle allarmanti notizie relative alla situazione palestinese, è di questi ultimi giorni la dichiarazione da parte delle autorità israeliane di non intendere rinnovare i permessi di ben 37 grandi Agenzie umanitarie attualmente presenti a Gaza.
Le ONG in questione, fra cui Medici senza frontiere, Oxfam, CARE, Consiglio norvegese per i rifugiati e Caritas Gerusalemme, potrebbero, quindi, trovarsi costrette a cessare ogni attività e ad abbandonare il territorio entro il 1° Marzo.
Ciò in base al mancato rispetto delle nuove regole di registrazione che richiedono alle organizzazione di fornire informazioni particolareggiate su personale, finanziamenti e struttura operativa, al fine – si sostiene - di prevenire presunti abusi o possibili pericolose infiltrazioni terroristiche.
La decisione israeliana è stata immediatamente contestata da numerose organizzazione internazionali e dalla stessa ONU: le eventuali conseguenze - è stato sottolineato - si ripercuoterebbero in maniera catastrofica sulla drammatica crisi umanitaria in atto, dove l’accesso ai servizi essenziali (cure mediche, cibo, acqua, ecc.) è ancora decisamente inadeguato.
In particolare, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres ha chiesto ad Israele di annullare il divieto imposto alle agenzie umanitarie, sottolineando che
“le organizzazioni non governative internazionali sono indispensabili per il lavoro umanitario salvavita e che la sospensione rischia di compromettere i fragili progressi compiuti durante il cessate il fuoco”.
Durissimo il commento di Erika Guevara Rosas, Direttrice delle campagne e delle ricerche di Amnesty International, che ha definito la decisione israeliana “una deliberata escalation del genocidio contro le persone palestinesi”, aggiungendo che
“Impedire aiuti salvavita, mentre la popolazione civile è colpita dalla fame, dalle malattie e dalle bombe, nonostante il cosiddetto cessate il fuoco, è una clamorosa violazione del diritto internazionale e un assalto all’umanità, una punizione collettiva su scala catastrofica”.
E’ inoltre necessario tener presente che la Knesset ha appena approvato una legge mirante a colpire l’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi in Medio Oriente), privandola dei privilegi e delle immunità garantiti dal diritto internazionale, affidando alle autorità israeliane il potere di interrompere le forniture di acqua, elettricità, carburante e le comunicazioni alle strutture dell’agenzia ONU, nonché sequestrare le sue proprietà a Gerusalemme Est, compresi i principali uffici e i centri di istruzione e formazione.
Operazione questa giudicata, sempre dalla Guevara Rosas, una
“sistematica campagna contro i meccanismi internazionali e i servizi umanitari essenziali”
“Il mondo – ha aggiunto – non può rimanere in silenzio.
Chiediamo ai governi, alle istituzioni e ai leader di agire immediatamente, per pretendere la fine di queste atrocità”, facenti chiaramente parte di una
“consapevole strategia di punizione collettiva”.
Fra i tanti aspetti dolorosi delle operazioni belliche a Gaza, è bene infine ricordare l’altissimo numero di operatori umanitari uccisi (appartenenti in grande maggioranza alla locale popolazione palestinese): il più alto mai registrato in una singola crisi, secondo quanto dichiarato dai responsabili del Comitato permanente inter-agenzie delle nazioni Unite.
Secondo i dati raccolti dall’Aid Worker Security Database, centinaia di operatori sono morti dall’inizio del conflitto, facendo di Gaza la località più rischiosa al mondo per chi cerca di portare aiuto.
Insomma, sarà forse questo il motivo principale che sta inducendo le Ong a non inoltrare la lista dei propri impiegati palestinesi?