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Il più gigantesco singolo crimine di tutta la storia delle guerre

By Flip February 14, 2024 299

La sera del 13 febbraio del 1945 Dresda era intatta. Via via che l’avanzata dell’Armata rossa metteva in fuga le popolazioni orientali del Reich, la capitale degli Elettori di Sassonia, la “Firenze del Nord”, vide raddoppiare i suoi 630.000 abitanti.

I profughi erano anziani, donne, bambini, malati, feriti, forse centomila prigionieri di guerra, per lo più francesi, che vivevano nelle fattorie, addetti ai lavori agricoli.

La guerra era alla fine, l’illusione di aver evitato la morte dal cielo li compensava dell’imminente invasione sovietica.

Ma a loro pensavano due specialisti: Arthur Harris “il macellaio” per gli inglesi, e Jimmy Doolitle per gli americani; al suo collega Carl A. Spaatz, la Wehrmacht aveva appena decretato la «piuma bianca», che nelle tradizioni militari inglesi significa viltà e disonestà, per il bombardamento di Berlino del 3 febbraio.

Doolitle se la conquistò con Dresda.

Due incursioni notturne preparavano gli inglesi, e una diurna gli americani: nell’insieme, una fornace mai vista, di esseri umani, palazzi, chiese, opere d’arte.

Per nascondere agli equipaggi che obiettivi dell’attacco erano solo civili, profughi e vecchie case di legno, gli raccontarono diverse bugie: Dresda era una città “fortificata”, centro di produzione di armamenti. Alle obiezioni di molti piloti contro la distruzione del centro, risposero che proprio questo ospitava, da alcuni giorni, il quartier generale della Wehrmacht.

In uno squarcio di sincerità del loro briefing, gli equipaggi del Gruppo 100 seppero il vero scopo: «Uccidere il più grande numero di profughi rifugiati nella città, per spargere il terrore dietro il fronte orientale tedesco».

A Dresda i soli obiettivi di qualche interesse militare, i ponti sull’Elba e l’aeroporto, non furono neppure attaccati. Uccidere i civili, uccidere i profughi, uccidere e incenerire esseri umani, ecco lo scopo dell’incursione.

Mai altrettanti esseri umani furono sterminati in un giorno solo. Mai per ragioni altrettanto futili. Mai in modo altrettanto feroce.

Mentre si è negato all’ultimo furiere della Wehrmacht il diritto di scolparsi con l’obbedienza agli ordini, per decenni i Marescialli della Raf si nascosero dietro il ministero, e il ministero dietro il Gabinetto e il Gabinetto dietro incogniti «altissimi responsabili», così salendo fino al primo ministro che, come ne fosse scottato, respingeva i fantasmi di Dresda sul ministero, e il ministero di nuovo sui militari.-

Con l’aiuto americano, la Raf uccise, in quattordici ore, da cento a duecento mila civili innocenti. 135.000, ha calcolato Irving; «ma potrebbero essere anche 275.000», secondo la Croce rossa internazionale di Ginevra.

Risultò impossibile un calcolo esatto per le decine di migliaia di vittime incenerite, e per la massa di profughi e stranieri non registrata.

La bomba atomica di Hiroshima uccise 71.000 persone subito, e molte migliaia più tardi.

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All’esordio, le bombe da quattro e diecimila chili, con la loro immensa onda d’urto, dovevano frantumare i vetri delle finestre e far saltare i fragili tetti a punta dell’età di Dürer e Lutero.

Alle case scoperchiate, 650.000 bombe e spezzoni incendiari e i bidoni di fosforo avrebbero appiccato il fuoco; cascate di scintille, infiltrandosi tra le finestre e i tetti, si sarebbero mutate in torrenti di fiamme.

Con la sua coltre di bombe esplosive, la seconda ondata doveva trasformare l’incendio in rogo, annientare i soccorsi, riempire di gas venefici la città assassinata.

I bombardieri americani avrebbero inferto il colpo di grazia e i caccia bombardieri che li scortavano sarebbero scesi a mitragliare quel che ancora vivesse ai margini del macello.

Era il martedì grasso, e la città festeggiava, alla meglio, il Carnevale. L’Opera, sacra ai trionfi di Strauss, rappresentava il “Rosenkavalier”, nel Gran Circo Sarassani stava cominciando la parata finale, i bambini indossavano maschere e costumini colorati, coi quali addosso scesero a migliaia (da 25.000 a 50.000) nelle fosse comuni, o furono inceneriti nei cumuli all’aperto.

I treni nella stazione, gremiti di gente, erano così lunghi, che si perdevano nella campagna.

Alle 22:13, guidati dai bengala, 244 quadrimotori «Lancaster» si avventarono sulla preda.

Città aperta di fatto, Dresda non era difesa da cannoni o proiettori. La caccia notturna non poté alzarsi, perché nel vicino aeroporto le piste dovevano accogliere, quella notte, gli aerei che lasciavano le basi a oriente, e il comandante dell’aeroporto, interrotte le linee con Berlino, non osò dare, ai piloti dei Messerschmitt Me.110, già pronti nelle cabine, l’ordine che aspettavano, mentre Dresda, a sette miglia, moriva: «Dresda annientata, e noi fermi a guardare. Com’è possibile?», scrisse un pilota nel diario: «Povera Patria».

-Gl’incendi arroventavano l’aria che, alleggerendosi, provocava uragani di vento infuocato a duecento chilometri l’ora e mille gradi, suscitando altri incendi. Le esplosioni, la temperatura, la mancanza di ossigeno spinsero torme di dispersi nelle gelide acque dell’Elba, dei canali, dove trovarono i rivoli di fosforo che colavano dalle strade.

I 529 quadrimotori della seconda ondata giunsero su Dresda all’1:30, guidati dall’immenso braciere che si scorgeva da 150 chilometri.

Autostrade e accessi erano affollati di autocarri: soccorritori e pompieri correvano da Chemnitz, da Lipsia, da Berlino, a farsi sterminare nella fatica senza speranza.

Gli zelanti fecero quel che il macellaio si aspettava da loro, e annientarono colonne di soccorso, ambulanze, pompieri. I corpi fusi nelle strade, appiccicati all’asfalto.

Tutto ciò accadeva in una delle più nobili città costruite dalla civiltà umana.

Par forse materialista rimpiangere la stupenda Dresda, che fino a quel giorno aveva conservato il volto dorato che le aveva dipinto Bernardo Bellotto?

Lo scempio di Dresda opera d’arte è un delitto che il passare del tempo non farà perdonare. Non deve essere perdonato.-

Quando i bombardieri «Lancaster» della seconda ondata si posarono sui loro atterraggi, decollarono 1.350 «Fortezze volanti» e «Liberators»: 450 per dare il colpo finale a Dresda, gli altri per devastare Chemnitz e Magdeburgo.

Le fiamme si vedevano, ora, a 300 chilometri dall’obiettivo.

A mezzogiorno e un quarto, un nuovo uragano di bombe scese a casaccio dentro la nuvola nera che copriva le rovine di Dresda, e alle 12:23 i P.51 «Mustang» della scorta si precipitarono a mitragliare i veicoli che uscivano dalla città.

Fuggirono gli animali dallo zoo e dal circo annichilito, si udivano le scimmie strillare, si videro i cammelli impazziti aggirarsi tra signore morte in abito da sera e cadaverini vestiti da Pierrot.

Dresda bruciò sette giorni e sette notti.

Nella città antica, la ricerca dei cadaveri durò più di un mese.

Le fosse comuni non bastavano e immense pire furono erette al centro di quel ch’era stato il superbo Altmarkt, su travi e rotaie incrociate, dove migliaia di innocenti accatastati bruciarono per settimane al centro della loro città vigliaccamente assassinata.-

Infine venne l’Armata rossa a ereditare la rovina che gli alleati occidentali avevano allestito, e così le decine di migliaia di fedi matrimoniali e i preziosi trovati addosso ai morti, trovarono un padrone.

Trecento impiegati che lavoravano a identificare le vittime furono licenziati, al direttore Voigt ne lasciarono tre, con l’ordine di trasferirsi in un ufficio più piccolo, coi suoi 80.000 documenti e tessere annonarie.

I tentativi di identificare altre vittime dovettero arrestarsi.

In una baracca dell’Abteilung Toten, dove erano ammassate altre montagne di documenti trovati sui cadaveri, l’Armata rossa trovò più conveniente sistemare una sua unità di venti suini vivi, per i suoi comodi alimentari.

Le tessere furono bruciate, dissero, a causa del loro odore ripugnante.

Il 13 febbraio 1946, le campane che restavano a Dresda e nei dintorni si misero a suonare, e come un’ondata il suono si propagò, superò le linee di demarcazione, giunse di città in città, di campagna in campagna, fino al Reno.

La protesta dei vinti si esprimeva con l’ultima voce che a loro restava.

Dopo 50 anni (*79), la città assassinata, tutte le città assassinate con le centinaia di migliaia di innocenti che vi morirono arsi e straziati, aspettano ancora che, oltre le ipocrite cerimonie e l’accensione di candele, il vincitore di allora riconosca che fu un assassinio.

 

*Valentina Carnielli

  • tratto da “Una Nazione in coma” di Piero Buscaroli, Minerva Edizioni, 2013
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Last modified on Wednesday, 14 February 2024 10:46
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