L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Tech (16)

 
Gianni Viola
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Pochi giorni fa, a partire dall’articolo 96 della bozza della Legge di Bilancio, è stata annunciata la creazione di un Istituto italiano di Cybersicurezza – IIC, fra i cui fondatori si trovano il Presidente del Consiglio dei Ministri, il Comitato interministeriale per la Sicurezza della Repubblica e il ministro dell’Univeristà e della ricerca Gaetano Manfredi, in stretto coordinamento con i vertici del Dipartimento Informazioni e Sicurezza (DIS).

Fra gli obiettivi dell’Istituto, non solo la promozione e l’accrescimento delle competenze tecnologiche, industriali e scientifiche nazionali, ma soprattutto lo sviluppo della digitalizzazione del sistema-Italia, in un’ottica di sicurezza tale da garantire al Paese il raggiungimento della piena autonomia informatica, a tutela della sicurezza strategica nazionale.

Eppure, dopo appena ventiquattr’ore dall’annuncio, nella versione ufficiale della Legge di Bilancio, dell’IIC non c’è più traccia: svanito, in un acceso faccia a faccia fra il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il Partito Democratico.

Quali sono le motivazioni dietro l’istituzione dell’IIC, perché è stato “cancellato” in così poco tempo e cosa comporta, proprio per l’Italia, una simile decisione?

Le ragioni del sì

Come già evidenziato in più sedi, l’idea di una fondazione a tutela della dimensione cyber nazionale non è certo nuova: già nel 2017, con la redazione del “Piano Nazionale Cyber” redatto dal Dipartimento Informazioni per la Sicurezza della Repubblica diretto allora da Alessandro Pansa, è possibile ritrovare i principali orientamenti della dottrina oggi (ri)proposta.

Certo, all’epoca le ragioni dell’istituto, semi-privatistico nella struttura, erano tutte inserite all’interno d’una visione sotto l’esclusivo potere dei servizi di intelligence ed era oltretutto assente l’esercizio di vigilanza effettuato da Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica.
Una fondazione per la cyber-security «applicherebbe un approccio comprensivo nel supporto alla cybersecurity in tutta la catena di valore, dalla ricerca all’applicazione e lo sviluppo delle tecnologie chiave», favorendo – al contempo – «il dialogo col settore privato, le organizzazioni di consumatori e altri stakeholder rilevanti, aiutato dall’istituzione di un comitato industriale e scientifico»[1].

Non solo: sarebbe il perfetto punto di partenza di quella sovranità digitale più volte annunciata da Ursula Von Der Leyen, Presidente della Commissione Europea, per trovare una via tutta continentale a temi quali il nuovo protocollo 5G e la diffusione di tecnologie cloud, il machine learning e lo sviluppo di sempre più sofisticate intelligenze artificiali.

L’avvio dei lavori d’apertura d’un istituto italiano dedicato alla dimensione cyber, poi, condurrebbe l’Italia a beneficiare dei fondi Next Generation EU, destinati – per una tranche tutt’altro che inconsistente – proprio al rafforzamento del fronte cibernetico dei diversi strati membri.

In futuro, infine, parte dei fondi destinati ai progetti denominati Horizon e Digital Europe sarà finalizzato alla realizzazione d’un European Cybersecurity Competence Centre; parliamo, al riguardo, di circa 5 miliardi di euro.

Il solo problema è costituito dalla necessità, da parte dei membri UE, di dotarsi di un centro di competenza nazionale e l’Italia, a oggi, non può certo dire di averne uno.

Di conseguenza, in questa prospettiva, la possibilità di attingere ai fondi per l’EU Competence è praticamente prossima allo zero.

… e perché no?

Per molti, invece, lo stralcio in sede di redazione della Legge di Bilancio della proposta legata all’istituzione di una fondazione per il cyber è una vittoria non di poco conto.

Già nel 2017, l’allora vicepresidente della commissione Difesa della Camera, Massimo Artini, per esempio, aveva giudicato rischioso e inefficace l’affidare un tema di così vasta rilevanza a una fondazione di diritto privato configurata all’interno del raggio d’azione dei servizi di intelligence[2].

Differente sarebbe stato, continuava Artini, se al posto della fondazione fosse stata istituita un’agenzia nel pieno rispetto della direttiva NIS all’interno della Presidenza del Consiglio, con ben specifiche funzioni di sicurezza cyber.

L’errore, secondo invece i ministri PD Franceschini e Guerini, è quello d’aver tentato di riformare l’intero apparato d’intelligence senza consultare tutti gli attori politici coinvolti (maggioranza e minoranza) e soprattutto attraverso il ricorso a una frettolosa proposta inserita fra le pieghe della Legge di Bilancio, avente per natura tutt’altre finalità.

Futuro incerto

Un altolà più politico che altro, ma che secondo molti osservatori potrebbe avviare un’audizione presso il Copasir del direttore generale del DIS, il prefetto Gennaro Vecchione, convocato proprio per spiegare le ragioni della fondazione stessa.

A questo, punto però viene lecito chiedersi se un simile istituto vedrà mai la luce: secondo fonti di governo, la fondazione “ritornerà” per mano di un maxi-emendamento alla manovra stessa.         
Per carità, la speranza è pur sempre l’ultima a morire, specie in merito a uno strumento che potrebbe davvero costituire l’arma più efficace nella promozione e diffusione della cultura della cyber sicurezza nazionale.

Per gentile concessione di Vision & Global Trends

Attualmente viviamo in una società digitalizzata e quale momento migliore per poter fare un’affermazione simile. Tutti noi abbiamo subito l’avvento del virus SARS-CoV-2 e questo ci ha repentinamente catapultati all’interno dell’universo della tecnologia. Qualsiasi tipo di rapporto umano e lavorativo si è automaticamente proiettato sullo schermo dei nostri computer e questo ha modificato l’essenza delle relazioni stesse e di tutte quelle dimensioni proprie della vita sociale. Anche la politica si è lasciata plasmare da questi cambiamenti e senza dubbio si è alimentata, ora più che mai, delle nuove Tecnologie d’informazione e comunicazione (ITC) e dal 5G, elementi che da anni si stanno sviluppando e radicando nei vari paesi del mondo.

Le nuove tecnologie d’informazione e comunicazione sono l’insieme delle tecniche e dei metodi utilizzati nella trasmissione, ricezione ed elaborazione di informazioni ormai presenti nella maggior parte delle professioni dopo l’avvento di Internet negli anni ’90. Fondamentale è il ruolo che esse svolgono anche all’interno delle dinamiche che intercorrono tra i vari attori geopolitici che attualmente sfruttano le nuove tecnologie per muovere le proprie pedine sullo scacchiere del mondo. Se vogliamo proseguire con questo ragionamento, non è difficile riconoscere che la tecnologia nella storia ha sempre avuto un ruolo centrale. Ricordando la teoria mackinderiana, essa focalizzava la sua attenzione sull’introduzione della nave, la quale per l’autore era lo strumento chiave che permetteva all’America del Nord di poter avere l’intero controllo sul globo. A riconfermare questa centralità ancora è lo studioso Spykman che riconosce l’aereo come mezzo tecnologico utile a raggiungere controllo e potere su vaste aree terrestri. 

Oggi, la funzione innovativa rivestita precedentemente dalla nave e l’aereo, è assunta dalle moderne tecnologiche e il 5G le quali delineano nuovi scenari geopolitici, nuovi scontri tra soggetti diversi per l’egemonia e il controllo del pianeta e delle sue risorse. E’ in atto una competizione per l’implementazione di reti mobili 5G di prossima generazione, le quali saranno sia quantitativamente che qualitativamente diverse dalle precedenti generazioni di tecnologia di rete mobile. Le forze politiche e il confronto commerciale tra Stati Uniti e Cina modellano lo sviluppo di standard mobili di prossima generazione e il dispiegamento in mercati e regioni chiave. Le ITC e i servizi relativi ricoprono l’intera gamma di produzione, consumo e distribuzione di informazione in tutti i media, trasmessa da internet e dai satelliti alla radio e alla televisione. Negli ultimi dieci anni nessuna tecnologia ha avuto un impatto globale allo stesso livello delle ITC. Gli Stati Uniti, il Giappone e la Cina sono i tre paesi che spendono di più in ITC, e questo comporta un evidente conflitto sull’egemonia di questo spazio virtuale del quale si fatica a comprenderne i confini fisici ed etici. Per queste ragioni lo sviluppo del 5G e delle ITC avrà un’influenza decisiva sul futuro delle le principali superpotenze tecnologiche mondiali sia in termini di concorrenza economica sia in termini di Balance of power.

Gran parte della discussione pubblica sul 5G si è incentrata sulla velocità di diffusione dei dati notevolmente superiore al 4G, infatti le reti mobili di prossima generazione trasmetteranno i dati circa 100 volte più velocemente rispetto alle attuali reti. A differenza delle precedenti generazioni di reti, costruite pensando ai servizi voce e dati dei consumatori, il 5G consentirà anche comunicazioni ad alta capacità e latenza ultra bassa. Queste funzionalità miglioreranno notevolmente le prestazioni delle reti di dati mobili abilitando nuovi tipi di comunicazione machine-to-machine, aprendo la strada alle applicazioni digitali di prossima generazione che richiedono un accesso quasi istantaneo e altamente affidabile per lo scambio di ingenti quantità di dati.

Le decisioni che i governi e gli attori del settore prenderanno riguardo al “quando” e al “come” costruire le loro reti 5G avranno conseguenze significative, sia sullo sviluppo della rivoluzione digitale negli Stati Uniti, in Cina e negli altri paesi, sia nell’equilibrio dei poteri che intercorrono tra le super potenze. Ci troveremo quindi presto in un mondo suddiviso tra chi potrà orientare lo sviluppo del paese in base a queste nuove tecnologie di comunicazione e informazione, e chi non ne avrà la possibilità, come i Paesi in via di sviluppo. Per quanto riguarda paesi terzi, come quelli europei, accedere a questo circolo virtuoso significherà dover assumere scelte definitive circa le tecnologie di rete 5G e sui relativi ecosistemi applicativi e sempre più dovranno affrontare un difficile compromesso tra i loro interessi commerciali e di sicurezza. Si può facilmente ipotizzare quindi che tali paesi e i loro governi possano subire pressioni da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati al fine di non dipendere dalla Cina per il 5G, che attualmente risulta essere il paese più all’avanguardia. L’economia globale è ormai davanti al rischio di una completa biforcazione delle catene di approvvigionamento della tecnologia globale e della separazione del panorama del mondo in due distinti sistemi regionali: uno basato su norme e regole guidate dagli Stati Uniti, l’altro incentrato sulla Cina.

Nel giuoco delle super potenze, ruolo emblematico è assunto dalla Russia di Putin, la quale si oppone all’implementazione delle ITC e del 5G in quanto considera le modalità di diffusione delle informazioni pericolose soprattutto per la tutela degli individui. Queste nuove modalità di sviluppo e progresso tecnologico comportano ovviamente rischi come quello di una più facile circolazione di fake news, utilizzate sempre più come soluzioni strategiche a scopi geopolitici che mirano alla manipolazione dell’opinione pubblica. Essa si vede quotidianamente sommersa da informazioni delle quali non può, nell’immediato verificarne la veridicità. Per accertarsi della fondatezza delle notizie ogni individuo dovrebbe essere fornito di un bagaglio culturale e di strumenti concettuali che gli consentono di discernere con maggiore consapevolezza le notizie false da quelle vere. Per questo parallelamente alle ITC e al 5G stanno nascendo sistemi di protezione e sicurezza nell’ambito dell’Unione europea.

 

Per gentile concessione di  - Vision & Global Trends. 

 

Nell'ambito della ricerca scientifica è noto il fenomeno dello spostamento dei confini ogni qualvolta si fa un passo avanti. Così come salendo una montagna l'orizzonte diventa sempre più distante, ogni scoperta ci mostra nuove prospettive e direzioni di indagine. Talvolta però, quando ci sono in gioco interessi economici o giochi di potere, si tende ad aggrapparsi al passato se le nuove conoscenze sono di ostacolo ai propri progetti. E' quello che sta accadendo nel campo delle telecomunicazioni via etere: si evidenziano solo gli effetti termici dei campi elettromagnetici nonostante la ricerca scientifica abbia ampiamente dimostrato che le alterazioni biologiche iniziano a verificarsi già molto al di sotto di questa soglia. In più, sono emerse interessanti evidenze se, oltre all'intensità del segnale che investe la materia vivente, si tiene conto anche degli effetti differenziati a seconda della frequenza. E' emerso che taluni tessuti viventi sono caratterizzati da un "effetto finestra". In pratica all'interno di una determinata fetta di frequenze radio si verificano effetti biologici di un certo tipo, arrivando persino ad un effetto di "risonanza". La nostra biologia è basata su un delicato equilibrio di scambi basati sull'elettricità e non è più possibile pensare che i campi elettromagnetici, anche se di debole intensità, non interferiscano con questi sensibili processi.

 

Sul numero di Luglio della rivista "Scienza e Conoscenza" è stato pubblicato un interessante articolo del Dott. Fausto Bersani Greggio, Docente di Fisica presso il liceo Volta di Riccione, consulente della Federconsumatori della Provincia di Rimini, membro di varie commissioni tecniche per la pianificazione dell'impatto elettromagnetico a livello ambientale e autore di oltre una sessantina di pubblicazioni (il curriculum completo è nell'anteprima dell'articolo, consultabile al link allegato) nel quale si va ancora oltre, descrivendo la struittura del DNA come una antenna frattale, elemento che prospetta implicazioni di grande portata. Un altra scoperta ha recentemente dimostrato che alcune ghiandole della pelle, per la loro costituzione, possono funzionare come antenne per microonde, trasmettendo in profondità un segnale radio che a quelle frequenze resterebbe sulla superficie della pelle senza oltrepassarla. Il regno degli effetti biologici delle onde radio si mostra sempre di più come un territorio inesplorato piuttosto che un comodo cantuccio di cui si sa abbastanza.

 

https://www.scienzaeconoscenza.it/blog/scienza_e_fisica_quantistica/tecnologia-5g-modifica-il-nostro-dna-risuonando-con-le-sue-strutture-frattali

 

In giro per il web si sente parlare, da qualche tempo, di possibili effetti dannosi che la nuova generazione di sistemi di comunicazione e trasferimento dati 5G potrebbe avere sulla salute umana e addirittura della possibilità che possa essere responsabile, o corresponsabile, dell’insorgenza della patologia Covid-19.

In particolare, il meccanismo che viene spesso indicato come responsabile è l’interazione che le onde millimetriche a 30 GHz e a 60 GHz, impiegate nel 5G, avrebbero a livello polmonare, interferendo con lo scambio sangue-ossigeno operato dagli alveoli, favorendo così l’insorgenza della malattia o aggravandola.

Senza entrare nell’ambito degli effetti biologici delle radiazioni, che non sono di competenza dello scrivente, in questo articolo ho voluto analizzare, in base alla mia esperienza professionalenel campo delle microonde, le condizioni che devono esserci affinché questi effetti possano avere luogo.

 

In particolare ho voluto verificare se le onde elettromagnetiche a 30 GHz e 60 GHz potessero arrivare a interagire con i polmoni e in che misura, avvalendomi di modelli consolidati presenti nella letteratura tecnica (v. nota[1])

La presente analisi, come vedremo, porta a concludere che il corpo umano risulta sostanzialmente “impenetrabile” alle frequenze millimetriche e che quindi non ci possa essere un contatto minimamente significativo tra queste radiazioni EM e gli organi interni, polmoni compresi.

Infatti, per le leggi di penetrazione delle onde, maggiore è la frequenza della radiazione elettromagnetica e minore è il potere di penetrazione dell’onda nella materia, sia che si tratti di tessuto biologico che di materiale inerte. Per questo motivo, le onde millimetriche hanno un potere di penetrazione nei corpi minore di quello delle onde a frequenze più basse, come quelle utilizzate dalle generazioni precedenti, 3G e 4G.

I risultati della presente valutazione sono sintetizzati nella tabella seguente, in cui nella 1° colonna sono riportate le profondità di penetrazione, nella seconda colonna è riportata la potenza EM presente a tali profondità per i 30 GHz e nella terza colonna è riportata la potenza EM presente a tali profondità per i 60 GHz.

 

Profondità di penetrazione (mm)

Potenza delle onde millimetriche alle diverse profondità rispetto alla potenza in superficie

30 GHz

60 GHz

1 mm

4.6 centesimi

8 millesimi

2mm

2 millesimi

6 centomillesimi

3mm

9.7 decimillesimi

0.45 milionesimi

4mm

4.5 milionesimi

3.5 miliardesimi

5mm

0.2 milionesimi

0,027 miliardesimi

 

I valori nelle colonne 2° e 3° rappresentano le frazioni delle potenze che, dalla superficie, sono riuscite a penetrare sino alle profondità indicate nella 1° colonna.

Così (ad es)a 1 millimetro di profondità la potenza dei 30 GHz è pari al 4.6% della potenza presente in superficie, mentre, sempre a 1 millimetro di profondità, la potenza dei 60 GHz è pari all’ 8 per mille della potenza presente in superficie.

Dalla tabella risulta evidente che nelle bande millimetriche la potenza si attenua molto rapidamente non appena entra nei tessuti biologici. Infatti, la potenza residua a 30 GHz diventa trascurabile già prima dei 2 millimetri di profondità, mentre la potenza a 60 GHz scende a valori trascurabili già ad 1 millimetro, scendendo ulteriormente man mano che si procede verso profondità maggiori.

Anche considerando un possibile effetto legato ai dotti sudoriferi della pelle che potrebbero trasportare, come fossero antennine, le onde millimetriche verso l’interno (v. studio in nota[2]) le conclusioni non cambiano. Infatti, anche se ci fosse questo effetto, la radiazione potrebbe essere trasportata al massimo per la lunghezza del dotto (0.35 mm). Il che significa che le profondità di penetrazione precedentemente calcolate andrebbero semplicemente aumentate di circa 0.35 millimetri, dopo di che il derma sottostante “smorzerebbe” la radiazione EM come quantificato nella tabella, senza che questa radiazione possa raggiungere i polmoni o altri organi interni del corpo.

Infatti, considerando che la superficie dei polmoni si trova qualche centimetro al disotto della superficie del corpo e che già a 5 millimetri di profondità le potenze EM residue (vedi tabella) sono pari a frazioni di milionesimi per i 30 GHz e a frazioni di miliardesimi per i 60 GHz, non sembra possibile alcuna interazione significativa tra le onde e gli alveoli polmonari.

A queste considerazioni si aggiunga il fatto che le onde millimetriche nei 5G sono impiegate per trasmettere dati dal tronco di una fibra ottica, tipicamente interrato sotto la strada, agli edifici circostanti e, quindi, hanno potenze di trasmissione estremamente ridotte, sia perché una potenza maggiore non servirebbe, sia perché disturberebbe le altre antenne 5G vicine.

Conclusione

In base alle considerazioni fatte si può ragionevolmente concludere che le onde millimetriche, incluse quelle del 5G, non potendo penetrare significativamente all’interno del corpo umano, non possono interagire con gli organi interni al corpo stesso, polmoni compresi, presentando, al livello degli organi interni, una potenza EM praticamente nulla.

 

 

 

 

Appendice

In Appendice è mostrato l’andamento della potenza in funzione della profondità di penetrazione, sia a 30 GHz (curva rossa) che a 60 GHz(curva blu). La profondità è indicata in millimetri (mm) sull’asse orizzontale.

 

 


[1] Le espressioni impiegate per i calcoli sono state tratte dal testo classico “Campi e onde nell’elettronica delle comunicazioni” (di Ramo-Winnery-Van Duzer Franco Angeli Ed. 2° ed 1980), mentre le caratteristiche elettriche e magnetiche della pelle umana (conducibilità e permeabilità magnetica) sono state tratte dallo studio “The dielectricproperties of biologicaltissues” I, II e III, di Gabriel S., Lau R. W. and Gabriel C, liberamente disponibile in rete.

[2]Human Skinas Arrays of HelicalAntennas in the Millimeter and SubmillimeterWaveRange” PhisicalReviewLetters del 28 Marzo 2008, by Yuri Feldman, Alexander Puzenko, Paul Ben Ishai, Andreas Caduff e Aharon J. Agranat - HebrewUniversity of Jerusalem-

In questo periodo sono nate numerose iniziative, in tutto il mondo, per contrastare l'avvento generalizzato della nuova rete radio mobile di quinta generazione e per sensibilizzare le masse circa gli effetti biologici delle onde elettromagnetiche. Ai fautori e sostenitori di queste iniziative vengono affibbiati gli aggettivi dei più disparati: da paladini della salute pubblica, persone responsabili, difensori della salute planetaria fino ai dispregiativi come complottisti, terrapiattisti, nemici del progresso etc. Purtroppo viviamo in una epoca di grande inflazione dei mezzi di comunicazione e, cosa più grave, di grave declino dei valori morali. Perciò c'è una grande disseminazione di materiale superficiale, scadente, fino ad arrivare ai comunicati di chi è in evidente conflitto di interesse. Cerchiamo, nel nostro piccolo, di chiarire alcuni aspetti, almeno quelli più importanti, riguardanti gli effetti biologici delle onde elettromagnetiche. Gli studi in questo settore sono partiti molti anni fa, almeno da quando i primi effetti sulla salute si sono manifestati in maniera inequivocabilmente chiara. Per esempio, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale molti addetti ai Radar si ammalavano precocemente di cataratta. Si capì che era il forte campo elettromagnetico a cui erano esposti per molte ore la causa del problema, perciò si presero le opportune precauzioni.

Gli studi sono continuati fino ad oggi e la quantità di alterazioni biologiche causate dall'esposizione ai campi elettromagnetici si è dimostrata elevata. Si è compreso anche che la sensibilità è molto soggettiva, fino ad arrivare ad estremi come la Sindrome da Elettrosensibilità, quest'ultima oggetto di verifica tramite studi e ricerche approfondite. Ci si è anche resi conto che i limiti di legge basati sui soli effetti termici non sono sufficienti a proteggere la popolazione, questo perché gli effetti biologici iniziano a concretizzarsi anche con livelli di irradiazione assai più bassi. Inoltre essi sono considerati solo per le installazioni fisse, come i radio ripetitori della telefonia mobile, ma non per i dispositivi mobili, che possono generare campi molto forti in vicinanza della testa e del corpo. Numerosi scienziati e gruppi di ricerca hanno pubblicato molto materiale, compresa la NASA (1), che già 15 anni fa aveva mostrato di essere a conoscenza dei danni che le onde elettromagnetiche possono arrecare agli organismi viventi, sia animali che vegetali.

Da documenti desecretati della CIA (2) si è riscontrato che anche i Russi ne erano a conoscenza diversi decenni fa. Ovviamente, da un lato forti interessi industriali, dall'altro il disinteresse di molti governi per la salute dei cittadini, hanno fatto sì che della materia si parlasse assai poco e perciò essa è poco conosciuta da gran parte della popolazione e dalla classe medica. Attualmente i nomi di spicco della ricerca nel mondo sono gli scienziati Olle Johansson (3), Fiorenzo Marinelli (CNR) (4), Fiorella Belpoggi (5), Lennart Hardell (6), ma ce ne sono moltissimi altri. Inoltre esiste un gruppo di studio specializzato, il "Bioinitiative" (7). In Rete è disponibile una immensa quantità di materiale consultabile, specie negli archivi più affidabili, come l'NCBI (8), Sciencedirect (9) etc. La quantità di campi elettromagnetici che investono la vita sul nostro pianeta, dai tempi di Marconi ad oggi si è moltiplicata di un miliardo di miliardi di volte (10 alla diciottesima potenza) e questo ha degli effetti che ormai non è più sensato sottovalutare. Sarebbe necessario fare retromarcia e cominciare ad eliminare il più possibile le fonti di elettrosmog passando a sistemi più sani, evitare il Wi-Fi, usare il telefono fisso e via dicendo. Invece si vuole aggiungere, ad una situazione già assai grave, una ulteriore fonte di problemi, per giunta senza precedenti: la rete di quinta generazione. A causa della sua architettura, questa rete richiede l'installazione di milioni di stazioni ripetitrici, molte di esse a brevissima distanza di abitazioni e luoghi di lavoro, contemplando anche l'idea di connettere via radio ad Internet miliardi di elettrodomestici e oggetti casalinghi dei più disparati, incrementando in maniera esponenziale la già massiccia irradiazione del pianeta. Oltre a ciò, sono in fase di lancio una miriade di satelliti che dovrebbero consentire la copertura anche di zone remote e disabitate, rendendo il mondo intero un luogo senza scampo.

 

1- https://ntrs.nasa.gov/search.jsp?R=19810017132

2- https://www.cia.gov/library/readingroom/docs/CIA-RDP88B01125R000300120005-6.pdf

3 - https://www.researchgate.net/scientific-contributions/66199957_Olle_Johansson

4 - https://www.researchgate.net/profile/Fiorenzo_Marinelli

5 - https://www.ramazzini.org/comunicato/ripetitori-telefonia-mobile-listituto-ramazzini-comunica-gli-esiti-del-suo-studio/

6 - https://www.hindawi.com/journals/bmri/2017/9218486/

7 - www.bioinitiative.org

8 - https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6701402/

9 - https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0161813X06001835?via%3Dihub&fbclid=IwAR3uocWpu3Sa_6_Lm3OmTit59m0tYTCo2ogYlsbYhBQouKj8ypKj-9anKKs

Per saggiare la posizione attuale della Chiesa, nella ricerca della Vita nel Cosmo, come gruppo scientifico “Interkosmos”, abbiamo ritenuto opportuno scrivere al direttore della Specola Vaticana, dott. Guy Joseph Consolmagno. (1)

Come premessa, ci è sembrato opportuno esaminare un servizio presente sul quotidiano “L’Avvenire” (2), dove lo stesso è stato intervistato “per parlare di astronomia, nuovi pianeti e di vita nello spazio.” Alla domanda: “Metterci in contatto con extraterrestri? ha risposto: “Credo che questo non possa avvenire in tempi brevi. Il problema sono le grandi distanze in gioco. Più guardiamo lontano dalla Terra, maggiori sono le probabilità che ci sia un pianeta con intelligenza; ma più difficile sarà comunicare con loro in modo significativo”.

Tutto questo appare perfettamente in linea con la tesi ufficiale della non esistenza di vita intelligente nel Sistema Solare, infatti, si afferma che bisogna andare lontano per trovare la vita, ancorché guardare vicino.

A che punto è oggi la ricerca della vita extraterrestre?” (…) “Quando ero uno studente, più di 40 anni fa, la Nasa mandò su Marte un paio di sonde di atterraggio chiamate ‘Viking’ con strumenti ed esperimenti che si sperava potessero scoprire la vita lì, immediatamente. I risultati furono assai ambigui e per lo più inutili. Si scoprì che sia Marte che la vita su quel pianeta erano molto più complicati di quanto pensassimo in quel momento. Invece abbiamo imparato che per scoprire la vita dobbiamo avere una comprensione molto più ampia, sia dei luoghi in cui stiamo guardando che del tipo di cose che stiamo cercando”.

Il nostro commento: I Viking (3) furono inviati per completare la mappatura del pianeta iniziata con le rilevazioni della missione Mariner 9 (4) (1971-72), per integrarla con altre immagini. La missione intendeva ottenere una visione fotografica del Pianeta ed essa fu un successo sotto tutti i punti di vista. Di tutto questo, il presule pare sia del tutto ignaro! Riguardo gli esperimenti cui lo stesso fa cenno, operati in loco, tramite i due moduli di discesa, non furono “inutili” (come lui inaccortamente ha affermato!), ma essenziali ed importanti. È ben risaputo inoltre che, nonostante essi in un primo tempo avessero dato un responso controverso, dopo 40 anni essi sono stati rivisitati dal dott. Gilbert Levin (che all’epoca aveva coordinato la missione a terra con i moduli di discesa Viking 1&2), e dal suo collaboratore Joseph Miller - e i risultati ottenuti nel 2001, hanno dimostrato senza alcun dubbio, e per loro stessa ammissione - l’esistenza della Vita sul pianeta Marte. (5)

È ancora il direttore della Specola che parla: “Dopo ogni missione ci fermiamo per determinare cosa abbiamo imparato e quali nuove domande emergono dopo. Ci vorranno almeno altri venti anni prima che possiamo davvero dire qualcosa di definitivo della vita su Marte.”

Il nostro commento: La prova della esistenza della vita sul pianeta Marte, giunse nel 1971-72 tramite la sonda Mariner 9 (6), e nel 1976-82 tramite le sonde Viking.

Più avanti, il presule afferma che “Non mi aspetto una risposta definitiva da loro (vari corpi celesti citati, n.d.c.) per almeno altri cinquanta anni.” (…) “Ci vorranno decenni prima di dare affermazioni consolidate.”

Dopo aver letto il servizio di cui sopra, sentimmo l’esigenza di scrivere una lettera (in data 18 Dicembre 2016), dicendo che avremmo avuto piacere di illustrargli alcune importanti scoperte scientifiche relative al pianeta Marte, operate in oltre venti anni di studi, tramite l’utilizzo del materiale presente presso la “Fototeca della NASA” di Roma. (7)

In un passo della nostra missiva precisavamo che: “Le scoperte risolvono in senso definitivo ed esaustivo il problema della esistenza della vita fuori dalla Terra, e in specie danno contezza della situazione riguardante il pianeta Marte. Durante gli studi svolti, abbiamo esaminato circa 70 mila immagini, prevalentemente delle missioni Mariner 9 (1971-1972) e Viking 1&2 (1975-1982), e in misura minore ci siamo occupati delle missioni successive, per delle ragioni che avremo modo, spero, di spiegare alla S.V., di persona”.

Nella conclusione ci dicevamo speranzosi, auspicando un possibile incontro e inviando a nome del gruppo scientifico Interkosmos, “i più cordiali saluti insieme ai sensi della nostra stima.”

La sua risposta – che qui citeremo nelle parti essenziali (8) - riscosse il nostro vivo interesse.

Nella premessa, scritta da un non meglio precisato collaboratore (che non dà il proprio nome e la cui firma è illeggibile), leggiamo: “Gentile Signor Viola, La ringrazio per il Suo interesse nel lavoro della Specola, Fratel Consolmagno in questo periodo si trova negli Stati Uniti (9) e non è quindi disponibile per un incontro (…). Più avanti lo stesso precisa che “(…) per tale motivo mi ha chiesto di inviarLe la seguente risposta:”

Possiamo immaginare che, se davvero l’assenza del presule da Roma, fosse stata l’unica ragione della impossibilità di fissare un appuntamento con il gruppo, forse, avrebbe potuto procrastinare l’incontro, a quando ciò fosse stato possibile, tuttavia il contenuto della stessa, dimostrerebbe che le ragioni fossero di altra natura.

Citeremo alcuni passi della missiva che ci è stata inviata dalla Specola, seguiti dai nostri commenti.

“Una parte essenziale della scienza è lo scambio di idee, compresa la libertà di presentare e sfidare le nuove idee”: noi non abbiamo parlato di “nuove idee” o di “sfide”, la nostra lettera nulla diceva al riguardo, accennando solo alla ricerca scientifica svolta tramite la consultazione dl materiale presente presso la Fototeca della Nasa di Roma.

“Così, mentre è vostro diritto contestare il pensiero corrente in planetologia, allo stesso tempo, si deve consentire che le vostre idee possano essere aperte alla stessa critica”: noi non abbiamo fatto cenno alcuno alla “planetologia” e, seppure ci fossimo riferiti a questa materia, confessiamo di non sapere cosa sia il pensiero corrente, e se questo fosse un pensiero – com’è logico presumere – “dominante”, sarebbe del tutto illegittimo, poiché in tale settore, così come nel resto del campo scientifico, non può esiste alcuna idea egemone, né tollerare che possa esistere un ufficio che possa decretare la legittimità di una posizione anziché di un’altra; inoltre, nella scienza non vi sono le idee di “qualcuno”, quindi queste non sono “nostre idee”, poiché le conclusioni obiettive dell’applicazione di una ricerca scientifica, secondo il metodo scientifico sperimentale, non sono idee, bensì risultati sperimentati e verificati – altrimenti ci troveremmo al di fuori dell’ambito della scienza, ovvero nella fede; infine, nessuno ha detto, e ci mancherebbe pure che qualcuno lo dicesse – o lo avesse detto - che tali conclusioni non potrebbero essere sottoposte a critiche. Forse il dott. Consolmagno non sa che in ambito scientifico, la critica non è una semplice opinione, bensì una controdeduzione, laddove ciò risultasse possibile fare (!), altrimenti sarebbe gioco forza accettare i risultati ottenuti dalla sperimentazione presentata! Naturalmente ciò diventerebbe impossibile quando il confronto – come nella fattispecie – è stato rifiutato.

Alla fine, immancabile, è giunta – e ce ne dispiace - la solita solfa sulle riviste scientifiche e un inopportuno giudizio riguardo il materiale scientifico oggetto dei nostri studi e nondimeno la nostra generosa offerta di condivisione delle conoscenze acquisite: Ecco il brano in questione tratto dalla missiva della Specola: “Tutte le idee che si desidera promuovere dovrebbero essere scritte come un articolo scientifico e sottoposte ad una appropriata rivista scientifica. Non possono essere passate in segreto, in incontri privati.”.

Questi riportati di seguito sono alcuni brani della parte centrale della nostra replica (10), cui purtroppo, non è seguita alcuna (auspicabile!) controreplica da parte del presule…

“Per quanto riguarda il compito delle cosiddette riviste scientifiche, ancorché essere quello di appurare il livello scientifico di una ricerca svolta, è purtroppo, quello di far filtrare solo le ricerche che sono compatibili con il sistema mafioso posto in atto dalle istituzioni da almeno un secolo a questa parte, ovvero sin da quando la scienza istituzionale ritenne di doversi presentare come dato incontrovertibile ed autoreferenziale!”

“Per il resto, va detto a chiare lettere che non esiste alcun centro mondiale “scientifico”(istituto o organo di stampa), che abbia o a cui sia demandata l’autorità di decretare sulla giustezza o meno di una data scoperta scientifica.”

“La scienza contiene da sé la formula attraverso cui una data scoperta sia da ritenersi valida o non valida, e questa formula è null’altro che la comprovata adesione al metodo scientifico sperimentale, che pur essa è sottoposta ad un più generale giudizio di carattere umanistico, poiché non esiste nessuna scienza che non contempli la considerazione delle ipotesi, base fondamentale del processo scientifico.”

“Fa specie che tali espressioni giungano da un uomo di chiesa, a cui va ricordato che i tempi degli “imprimatur” sono ormai passati e chi vorrebbe farli risorgere, sebbene sotto mentite spoglie, si porrebbe totalmente fuori da un contesto scientifico.”

 
 Gianni Viola

“Ovviamente non si potrebbe costringere nessuno a leggere e interpretare le immagini satellitari, poiché tale capacità è acquisibile tramite anni di osservazioni visive, ma resta occlusa ad alcuni soggetti che presentano carenze nell’apparato psico-visivo.”

“D’altra parte nessuno potrebbe mai costringere noi ad accettare l’ignoranza degli altri, addirittura con l’aggravante di dover ritenere tale ignoranza come un dato vincolante fin’anco come un nulla osta o una censura nei confronti delle nostre ricerche. Questo sarebbe, al minimo, un manicomio all’aria aperta!”

“E per finire, Lei parla in maniera del tutto inopportuna di segreti! E di quali segreti, di grazia, si tratterebbe mai? A scanso di equivoci noi le abbiamo esplicitamente citato la sostanza delle nostre ricerche, ovvero le immagini satellitari della missione Mariner 9 e delle immagini satellitari e superficiali (o terrestri, che dir si voglia), delle due missioni Viking 1 & 2, che, com’è noto, si componeva di due moduli orbitanti e di altrettanti due moduli di discesa.”

“Ebbene, è la prima volta che apprendiamo che tali immagini satellitari sarebbero da considerare in quanto “segreti”. Ma forse la spiegazione esiste! Le immagini satellitari diventano segreti per coloro i quali non le hanno mai prese in considerazione, in pratica rappresentano dei “segreti”, se non per coloro i quali non hanno compreso che, senza il loro studio, non potrebbe mai parlarsi di alcuna scienza planetaria!”

“Di fronte a tale ignoranza dei termini scientifici, noi dovremmo ricercare l’approvazione, proprio da parte di coloro i quali tali immagini non hanno mai esaminato?”

“Le immagini satellitari sono la parte “principe” della ricerca “planetografica” (termine andato in disuso, ma ora ritornato in auge, grazie alla rifondazione della scienza planetografica, a partire dal 2005), e la circostanza che, in atto, lo studio di tali immagini sia criminosamente disatteso dalla generalità dei ricercatori, non vuol dire che noi ci si stia occupando di segreti!”

Parlare di scienza e di sperimentazioni, non significa parlare di segreti, ma di fatti svolti alla luce del sole, peraltro registrati alla SIAE nel 1994 (11), in seguito pubblicati in un testo organico delle Edizioni Mediterranee nel 2002 (12), infine apparsi sulla rivista “L’Astronomia” di Milano fra il 2005 il 2006 (13).

Nella scienza ciò che conta è l’applicazione del metodo scientifico, e nessuna autorità potrebbe mai porsi al di sopra di tale principio, per darne approvazione o censurarne i risultati. Appare che la Chiesa, dopo aver praticato per secoli la censura anche sulla cultura (L’indice dei Libri, oggi laicamente ridenominato “Bibliografia accettata”!), ora, essendosi del tutto sottomessa alla “scienza istituzionale”, forse per ottenerne legittimità e lustro (e in tal modo riscattare il proprio passato di oppressione della Scienza medesima, ma di quella esatta!), ritenga legittimo il comportamento di chi, in nome della Scienza, agisce allo stesso modo di come la Chiesa agiva secoli fa! A scanso di equivoci va ribadito che l’unico tribunale ammesso in ambito scientifico è il rispetto del metodo che discende dalla logica, al di fuori di questo non vi è alcuna possibile legittimità e nessuna autorità riconosciuta.

Nella viva speranza che il dialogo non sia interrotto, inviamo al dott. Consolmagno e al resto dei membri della Specola vaticana, un augurio di buon lavoro.

            

                                                                                                                

Note

1 - Guy Consolmagno, 66 anni, di Detroit (USA)

2 - “C’è vita nell’Universo? Parla Consolmagno, l’astronomo del Vaticano. Articolo di Antonio Lo Campo – su L’Avvenire del 4/1/2018.

3 - Le sonde Viking furono lanciate nel 1975, e giunsero su Marte nel 1976.

4 -La Mariner 9, lanciata nel 1971, giunse su Marte lo stesso anno.

5 - Cfr. Coelum, “Vita su Marte: i Viking dicono che c’è” – 31/7/ 2001.

6 - V. Tav. A - Regione di Capri Chasma (km 80x104). Mariner 9 (1972).

7 - V. Tav. B – L’Autore presso la Fototeca. Area di Ricerca Roma 2 di Tor Vergata (Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali – IAPS).

8 - Governatorato della Specola Vaticana –05/01/2017 – Prot. OBS/6622.

9 - Sede USA della Specola Vaticana (Vatican Observatory Reaech Group, Tucson, Arizona).

10 - Nostra raccomandata RR n. 136514380517 spedita in data 23/01/2017.

11 - SIAE – Servizio Deposito Opere inedite – Sezione OLAF – Deposito contrassegnato dal n. 9401108 del 28 Aprile 1994.

12 - Gianni Viola, La Civiltà di Marte, Edizioni Mediterranee, Roma 2002.

13 - “Contraddizioni aereologiche. Dall’osservazione telescopica alla rilevazione satellitare” di Gianni Viola, su “L’Astronomia” n. 268–Novembre 2005;“Marte:fisionomia di un pianeta”di Gianni Viola,su“L’Astronomia”, n. 272–Marzo 2006;v. Tav. C.

Non è retorico dire che Annibale non fu sconfitto dai romani ma dai cartaginesi. Anche nel caso qui ricordato, gli eventi si ripetono continuamente nella storia degli uomini ma sorprendono pur sempre quando si verificano perché si presentano come paradossi della stessa realtà.


Corsi e ricorsi storici - Anche nella storia dell’INFN il successo nella ricerca delle basse energie ha destato preoccupazione tanto da superare i vantaggi che l’ intera umanità avrebbe avuto dalla stessa scoperta e dal lustro internazionale per il nostro Paese in caso del conferimento del premio Nobel ad un Ricercatore dello stesso Istituto. Si tratta infatti di una metodologia per la produzione di energia termica ed elettrica in modo diverso da quello dei carburanti fossili.

La grave problematica che l’Italia avrebbe rappresentato di fronte agli interessi delle lobby internazionali qualora fosse stato attribuito al Dott. Celani il premio Nobel, consisterebbe nell’ufficialità di questa scoperta finora sempre mantenuta nell’ombra; sminuita e ostacolata sotto tutti i punti di vista, anche ricorrendo al finanziamento a quei centri nazionali di ricerca che per la qualità dei loro lavori, sicuramente non avrebbero conseguito alcun risultato.

Se qualcuno si domandasse che senso ha finanziare una ricerca infruttuosa, la risposta è che proprio per non arrivare ad alcuna conclusione, si distribuiscono le risorse per poter comunque pelosamente sostenere in caso di contestazione, che anche questo tipo di ricerca è stata regolarmente sovvenzionata con i fondi pubblici.

 

La amara sorpresa - Dopo il primo successo ottenuto dalla lobby contraria alle basse energie con il conferimento del premio Nobel ’del 2014 a persona diversa dal Dott Celani, nell’ anno successivo la delusione dell’improvviso cambiamento era stata superata con rinnovato ottimismo. Mentre tutto procedeva nel migliore dei modi, ecco come nelle classiche favole, l’ immancabile colpo di scena.

Una mattina del maggio 2015, qualche mese dopo la candidatura al Premio Nobel, in un locale di “servizio” in cui Celani custodiva con la dovuta cura strumenti e documentazione degli esperimenti pregressi effettuati a partire dal 1989, lo stesso trova gli armadi aperti, cioè forzati, con la asportazione ed apparente distruzione di tutto ciò che questi custodivano.

Tra questi vi era anche un armadio blindato e pertanto strutturalmente più sicuro, dove lo stesso Celani manteneva con cura la documentazione delle sperimentazioni e dei risultati ottenuti. Mentre gli strumenti distrutti o gli alambicchi spaccati erano per terra, tutta la documentazione era sparita.

Celani come si può intuire, è sconcertato; inizia allora a chiedere soprattutto ai colleghi qualche notizia in più sull’accaduto. Ma coloro a cui si rivolge si dichiarano sorpresi e completamente ignari del fatto, con il risultato che gli strumenti non esistevano più e soprattutto la documentazione custodita era stata trafugata.

 

Quando piove sul bagnato - Dopo il misfatto alle soglie del successo, subentrò la fortissima delusione del Dott. Celani per non poter dimostrare i risultati sperimentali ottenuti. Ciò sarebbe sicuramente valso anche per la commissione Nobel. Ricostruì per quanto gli fu possibile, ciò che aveva realizzato ma non gli riuscì di riformulare la sequenza sperimentale degli eventi a fronte dei risultati ottenuti; eventi che ove fossero stati completamente ricomposti, l’esito finale avrebbe superato con dovizia di particolari, quello già riconosciuto l’anno precedente.

In ambito scientifico i progressi nel 2015 erano stati raggiunti, partendo dal lavoro precedentemente svolto ed opportunamente riportato per iscritto; mentre i dettagli apparentemente insignificanti erano invece il preziosissimo know-how della realizzazione del dispositivo. 

Quindi, anche nel 2015, a Celani non solo gli è stato negato il supporto necessario che ogni cittadino avrebbe dovuto ottenere dal proprio Paese in quelle circostanze; ma è stato boicottato proprio all’interno dell’INFN per opera, come si vedrà, del Direttore dei Laboratori dell’INFN e di un dipendente dello medesimo Istituto, in concorso tra loro che avrebbero messo in essere la distruzione degli strumenti e della documentazione custoditi in quel locale.

La notizia che Celani non poteva dimostrare dettagliatamente le proprie scoperte, guarda caso, si diffuse rapidamente. Le sue quotazioni non erano più le stesse anche ad Oslo: si capisce che qualcosa era cambiato. Infatti, malgrado la trionfale premessa in quello stesso anno, la preferenza al Premio Nobel per la Pace viene attribuita al Quartetto tunisino delle “Associazioni per il Dialogo Politico Democratico” della cosiddetta “Primavera Araba”.

 

La denuncia alla Magistratura - Il Dott. Celani, vista l’inconcludenza di ogni chiarimento a tal proposito per il consueto muro di gomma che gli si parava davanti ad ogni sua richiesta per questo gravissimo fatto, si è visto costretto a rivolgersi alla Magistratura attraverso una denuncia circostanziata delle particolarità di cui si tratta e delle circostanze in cui ha avuto luogo il furto con scasso dei documenti. La denuncia è stata presentata nell’Agosto del 2015, tramite l’Arma dei Carabinieri, con una ulteriore integrazione nel Settembre del 2016.

Con questa sorta di ricostruzione di ciò che è avvenuto, emerge l’aspetto sostanziale dell’intero episodio su cui subentra, ora, l’interesse dell’intero Paese per far completa luce su ciò che rimane da sapere e cioè: dove è mai finita la denuncia del Dott. Celani.

Per quanto è dato conoscere, solo il silenzio regna sovrano sull’evento. Si tratta quindi di un vero e proprio insabbiamento della denuncia depositata presso gli Uffici giudiziari competenti. Sono trascorsi ormai tre anni e mezzo dall’agosto 2015 e malgrado i solleciti anche a mezzo stampa, per portare il caso alla ribalta giudiziaria, nulla si è potuto aggiungere al fatto se non che gli atti giacciono in qualche cassetto all’interno degli Uffici da cui doveva iniziare l’iter giudiziario che la denuncia stessa richiedeva.

 

Il consueto insabbiamento - Solo recentemente si è potuto ottenere il cosiddetto “accesso agli atti”, cioè le dichiarazioni a verbale delle varie persone coinvolte, dopo ulteriori sollecitazioni scritte da ben due legali.

Ma un caso del genere non può rimanere nascosto sotto i pietosi veli dell’oblio, sperando che il tempo risani il torto subito dall’intero Paese. Il danno ricevuto dal Dott. Celani non è sicuramente di poco conto, ma ancor più importante è quello Nazionale che scaturisce non solo dal mancato riconoscimento delle premio Nobel ad un dipendente delI’INFN del nostro Paese ma dall’impedimento di proseguire, sulla cresta dell’onda, la progettazione dei prototipi industriali di questo tipo di energia. Il danno determinato dalla distruzione dei documenti contenenti misure, informazioni e formule ricavati nel corso di decenni di ricerca adesso non sono più ripetibili se non ricominciando a memoria, per quanto possibile, ad approntare i medesimi esperimenti trascritti negli atti distrutti.

Al momento però ciò che è avvenuto non è più reversibile. Si rende pertanto necessario comprendere come sia stato possibile un atteggiamento di questo genere, già iniziato con l’intenzione del Direttore dei Laboratori dell’INFN nel 2013, di chiudere l’attività del Dott. Celani. Inoltre, nell’anno successivo, dopo che la notizia della seconda candidatura al Nobel era trapelata, si sia giunti (a Febbraio 2015) al trafugamento e distruzione, con scasso, sia di strumenti scientifici e reagenti chimici specifici, che soprattutto dei documenti appartenenti allo Stato che lo stesso Celani custodiva nei vari armadi, dei quali uno era “blindato”.

 

                                                      

Il significato della verità - Ma ciò che si vorrebbe capire è per quale motivo un boiardo di Stato e un suo dipendente colpevoli di un atto del genere possano agire contro gli interessi dell’Istituto stesso in cui, nominalmente erano dipendenti od addirittura Dirigenti.

Ma il tempo è inesorabile e il Dott. Celani, che ha superato la soglia dell’’età pensionabile, è riuscito a mantenere senza stipendio né altro tipo di sovvenzioni, la sua presenza presso l’INFN per proseguire gli esperimenti su questo tipo di energia. Ciò è avvenuto grazie soltanto all’interesse di alcuni “volenterosi” che a livello politico, hanno, richiamato l’attenzione per lasciare a questo Scienziato la possibilità di concludere la propria ricerca e possibilmente svilupparla ulteriormente. I recentissimi risultati sono particolarmente promettenti, come riportato e dettagliatamente discusso in recenti Conferenze Internazionali.

Ma quale prezzo il nostro Paese sta pagando a causa di certi boiardi di Stato, mantenuti a tutela proprio delle più prestigiose Istituzioni pubbliche, come l’ INFN?

I responsabili “al di sopra di ogni sospetto


Se da una parte la prescrizione giudiziaria, che attualmente si intende superare con le nuove proposte di legge, consiste in quella sorta di spada di Damocle che potrebbe essere lasciata cadere sulla testa dell’accusato in tempo anche molto differito rispetto a quello del reato attribuito, esistono però, delle circostanze che esprimono il contrario. Vi sono infatti dei casi che si sono protratti nel tempo soltanto per l’ “inerzia” del tutto ingiustificata di chi ha, invece, il compito di assicurare lo stato di legalità ed in particolare, quando si tratta di questioni di importanza internazionale come il caso in questione.

Molti già conoscono il caso del Dott. Celani, già alla ribalta della cronaca negli anni passati per l’ inverosimile boicottaggio ricevuto all’ interno del suo stesso Istituto.

Il Dott. Celani, Primo Ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Frascati, (INFN) è impegnato nel campo della ricerca dei cosiddetti “fenomeni nucleari a basse energie” privi di radiazioni per obiettivi essenzialmente civili-industriali e domestici.

Qualche anno fà egli ebbe un’intuizione scientifica che superava il tradizionale impiego dei materiali molto costosi necessari a questo tipo di ricerca.

Si trattava dell’attività sperimentale in corso da parte di scienziati degli Stati più industrializzati del mondo, per ottenere energia termica ed in prospettiva elettrica; per cui la novità non sta nel tipo di studio, ma nei risultati raggiunti e raggiungibili industrialmente, per offrire un futuro migliore a tutti i popoli della Terra.

 

Non fu una questione di costi

Nel caso specifico, il Dott. Celani nel corso delle sue sperimentazioni, sostituì nei suoi test spesso coronati da successo, il prezioso palladio fino allora impiegato, con la costantana che è un semplice composto di rame-nichel con bassa concentrazione di manganese. In questo modo, attraverso una serie di test sempre più raffinati nel proprio laboratorio, riuscì a comprendere che con l’ausilio di alcuni catalizzatori si otteneva una reazione termica qualitativamente significativa nonché la possibilità di generare direttamente energia elettrica. I risultati ottenuti portavano quindi, verso la conclusione finale di produzione di energia nucleare essenzialmente priva di radiazioni ionizzanti ed a bassissimo costo.

Si era così arrivati a concepire la realizzazione di un impianto prototipico per generare, in un futuro non troppo lontano, perfino energia “distribuita”, anche per uso individuale a livello domestico.

 

Il pericolo del successo

Ma con il crescere della notorietà del Dott. Celani, crescono contro di lui le avversità che arrivano dall’interno dello stesso Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.

Il periodo più favorevole a questo genere di ostilità è quello delle ferie estive in cui, com’è noto, è difficile reperire il bandolo della matassa quando la maggior parte degli addetti sono in ferie o in procinto di partire e chi resta difficilmente è a conoscenza di ciò che serve sapere. Infatti, nel luglio del 2013 arriva l’ordine del Direttore dei Laboratori Nucleari di Frascati di chiudere, entro settembre dello stesso anno, la sperimentazione del Dott. Celani sulle “energie anomale a bassa energia”.

Si trattava nella sostanza, come si vedrà in seguito, di ostacolare la conclusione della ricerca in Italia di questa nuova fonte di energia: si evince in chiari termini che un atteggiamento di questo genere non può che favorire il mantenimento degli attuali monopoli del mercato mondiale dei carburanti fossili.

 

 

 

Chiusura della sperimentazione LENR

All’esterno dello stesso Istituto il miglioramento dei risultati ottenuti dal Dott. Celani, destano grande interesse nel mondo scientifico, malgrado le avversità tipiche di ogni scoperta di nuove tipologie di energia. Si tratterebbe, in caso di pieno successo, di poter finalmente donare al mondo intero energia a basso costo ed a volontà tanto da considerare il Dott. Celani oltre che uno Scienziato anche un benefattore dell’umanità.

La sua notorietà infatti, supera le frontiere del mondo e giunge in Norvegia, dove nel 2014 in virtù delle sue ricerche, viene proposto (da persone “illustri” che ne avevano la facoltà, cioè provenienti dall’ambito Accademico, Politico, Religioso) per il premio Nobel per la Pace, in considerazione che la sua scoperta avrebbe potuto eliminare gran parte dei continui conflitti per l’accaparramento delle fonti energetiche del mondo. Uno dei punti-chiave che destarono l’interesse di tale prestigiosa istituzione è stato anche la metodologia di ricerca sperimentate denominata “Live Open Science” di cui il Dott. Celani è stato un convinto fautore sin dall’inizio, come proposto dai fondatori (Francia, Inghilterra, USA; Luglio 2012).

 

Oltre il quasi…

I risultati ottenuti dal Dott. Celani sono già sufficienti a superare le valutazioni preliminari ed entrare nella scelta finale per il più alto gradino del podio.

Si sarebbe trattato quindi del premio Nobel per la Pace che in questa circostanza viene conferito ad Oslo, e non ha Stoccolma, sede riservata alle categorie umanistiche e scientifiche.

A questo punto a casa nostra, ossia in Italia, cominciano i cosiddetti dolori di pancia, per il timore che il Dott. Celani possa conseguire l’ambito premio. La questione ancora più grave è che questo tipo di avversione non è stata determinata dall’ antipatia tra colleghi in quanto il Dott. Celani, persona cordiale e simpatica non era inviso a nessuno, ma dall’alto interesse di impedire che con l’assegnazione del premio Nobel venisse ufficializzato e solennemente annunciato al mondo intero, il riconoscimento di questa nuova fonte di energia, pur se ancora a livello di ricerca di base/prototipale.

Dopo parecchi mesi di altalenanti decisioni presso lo INFN sulla chiusura del laboratorio la Direzione aveva temporeggiato: perfino forze politiche (di opposizione nel 2013-2014) in Parlamento si erano interessate al problema formalizzando il tutto con alcune interrogazioni parlamentari. Fino a settembre 2014 ad Oslo tutto sembrava ormai scontato a favore del nostro candidato, ma pochissimi giorni prima dell’assegnazione, qualcosa improvvisamente cambia l’orientamento dei giudici. Così che il premio Nobel per la Pace 2014 viene attribuito per motivazioni politiche agli attivisti (su argomenti comunque di educazione culturale-scolastica) rispettivamente Pachistani ed Indiani Malala Yousafzay e Kailash Satyarthi. La delusione è tanta poiché la differente scelta dell’ultimo momento è stata ritenuta apparentemente…… inspiegabile.

La seconda finale al Nobel –

Le motivazioni per le quali Dott. Celani potesse ottenere il riconoscimento delle sue scoperte crescono ulteriormente per la candidatura del 2015. Egli presenta pertanto i risultati di ricerca ancora più convincenti dell’anno precedente grazie ad ulteriori affinamenti sperimentali. Infatti nel gennaio dello stesso anno viene subito riproposto dal gruppo di lavoro (i “proponitori”), arricchito anche da membri del Parlamento Italiano, per la medesima candidatura

Questa volta le motivazioni con il progresso dei risultati ottenuti, con un anno in più di sviluppi e convalida sperimentale, erano state meglio sopportate e presentate ad Oslo a corredo dei lavori dello stesso Celani. Difficilmente quindi, sarebbe sfuggito ciò che nell’anno prima ha mancato di un soffio. Ma……, come avviene anche nelle storie più belle, dopo le buone notizie sopravviene sempre qualche impedimento che questa volta non si fa attendere. Infatti appena un mese dopo, nei laboratori di Frascati, avviene il colpo di scena.

Per eccesso di lunghezza l’ articolo si concluderà con la seconda parte nel prossimo.

di Alberto Zei

La costellazione Iridium® NEXT conta ora 50 satelliti per la comunicazione in orbita

 

Roma, 30 marzo 2018 – Il quinto gruppo di satelliti Iridium NEXT, realizzati da Thales Alenia Space (joint venture tra Thales 67% e Leonardo 33%), è stato lanciato con successo da SpaceX dalla base militare di Vandenberg in California.

 

Thales Alenia Space è prime contractor per il programma Iridium® NEXT, responsabile della realizzazione, integrazione e validazione in orbita degli 81 satelliti di Iridium Next, oltre che della definizione e validazione dell’intero sistema. I satelliti sono stati integrati in serie da Orbital ATK, sottocontraente di Thales Alenia Space, nel suo stabilimento produttivo di satelliti di Gilbert, in Arizona, sotto la supervisione in loco del team di Thales Alenia Space. Tulle le operazioni di lancio e messa in orbita (LEOP), e di test in orbita ( In Orbit Tests) sono state eseguite nel centro di controllo SNOC (Iridium’s Satellite Network Operation Center) di Leesburgh. Il successo di questo quinto lancio Iridium® NEXT consolida ulteriormente la reputazione dell'azienda per le eccellenti competenze dimostrate in qualità di prime contractor per così sofisticati sistemi di comunicazioni satellitari (SATCOM).

"Due terzi dei nostri satelliti sono ora in orbita e le prestazioni superano le aspettative. I prossimi due gruppi di satelliti Iridium NEXT sono già pronti in previsione del sesto e del settimo lancio - ha dichiarato Denis Allard, Iridium NEXT Vice President per Thales Alenia Space - Tutto procede nella giusta direzione per raggiungere il nostro obiettivo, ovvero lanciare tutti i 75 satelliti Iridium NEXT ad orbita terrestre bassa nel 2018 " .

La costellazione Iridium® NEXT offre connettività globale grazie ai suoi 66 satelliti interconnessi a un’altitudine di 780 km, con nove satelliti di riserva in orbita e sei altri satelliti di riserva a terra. Questo sistema internazionale fornisce capacità senza pari nelle telecomunicazioni in movimento (individui, veicoli di terra, veivoli, navi) e assicura una copertura completa in tutto il mondo, inclusi gli oceani. Grazie alla sua copertura globale e al funzionamento indipendente Iridium NEXT fornisce assistenza indispensabile in condizioni molto difficili, come in aree isolate, durante disastri naturali o durante conflitti, per citarne alcuni. Completamente indipendente da qualsiasi network di terra, offre comunicazioni sicure, protette da intrusioni e hacking.

 

 

A proposito di Thales Alenia Space

Da oltre quaranta anni Thales Alenia Space progetta, integra, testa e gestisce sistemi spaziali innovativi ad alta tecnologia per telecomunicazioni, navigazione, osservazione della Terra, gestione ambientale, ricerca scientifica e infrastrutture orbitali. Joint venture tra Thales (67%) e Leonardo (33%), Thales Alenia Space insieme a Telespazio forma la partnership strategica "Space Alliance", in grado di offrire un’ insieme completo di servizi e soluzioni per enti governativi, istituzioni, gruppi industriali, aziende private. Forte di un’esperienza unica in materia di satelliti per missioni duali, costellazioni, payload flessibili a banda larga, altimetria e meteorologia, osservazione ottica e radar ad alta definizione ed esplorazione spaziale, Thales Alenia Space ha saputo consolidare la propria competenza e allo stesso tempo perseguire una strategia incentrata sull'innovazione. Con l’immissione di nuovi prodotti e l’estensione dei mercati di riferimento, Thales Alenia Space è oggi un attore imprescindibile dell’avventura spaziale e umana in costante evoluzione. Nel 2017 la società ha realizzato un fatturato consolidato di 2,6 miliardi di euro e ha 7.980 dipendenti in 9 Paesi. www.thalesaleniaspace.com

Il mondo del futuro sarà senza alcun dubbio radicalmente diverso da quello che conosciamo: così come quello attuale è radicalmente diverso da quello nel quale io sono cresciuto. Con la differenza che il ritmo delle innovazioni è sempre più incalzante e spasmodico, alimentato da meccanismi drogati, che inducono bisogni non necessari e rendono artificiosamente obsoleti i nuovi prodotti, spesso inservibili dopo pochi anni (obsolescenza programmata), e portano alla crescente sostituzione dei valori umani e sociali con il possesso di beni materiali o  status symbol.

Il mondo del futuro potrà più o meno piacere, ma sembra  indubbio che tra le innovazioni ve  ne saranno anche di terrificanti ed estremamente pericolose nel campo della guerra e degli armamenti, nonché del controllo sociale sempre più pervasivo. Sono tanti gli interrogativi e gli aspetti inquietanti che riguardano gli sviluppi dell’intelligenza artificiale e dell’automazione e il loro controllo (se questo non è un’illusione), ma tra questi occorre includere anche la guerra e il modo in cui queste tecnologie potrebbero (o potranno, se non verranno arrestati) inserirsi nei conflitti bellici del futuro, affiancandosi, se non addirittura sostituendosi per molte funzioni, agli esseri umani. L’automazione crescente interesserà infatti anche gli armamenti perché si stanno approntando le cosiddette armi autonome (fully autonomous weapons), chiamate a volte “killer robot“, armamenti che possono selezionare e ingaggiare bersagli senza ulteriore intervento di un operatore umano.

L’immaginario corre agli scenari della fantascienza, come Guerre Stellari, ma per quanto la fantascienza cerchi di immaginare il futuro più impensabile questo non è evidentemente prevedibile e potrà essere completamente diverso.

Il dibattito sull’innovazione tecnologica è sempre stato molto vivo (risalendo per lo meno dal tempo dei luddisti): è sempre stata presente, e alla fine prevalente (in modo attivo o, spesso, passivo) una corrente che ha salutato con favore tutte le innovazioni, affermando che il problema non è fermare il “progresso” ma controllarlo. Il mio personale parere è che questa idea di “controllo della tecnologia e delle innovazioni” si è rivelata una copertura ideologica e raramente ha funzionato per evitare le ricadute negative delle innovazioni: porto spesso un esempio, siamo riusciti a controllare l’innovazione dell’automobile che esiste da più di un secolo, a valorizzarne solo gli (indubbi) aspetti positivi? A me sembra che lo sviluppo incontrollato dell’automobile si sia tramutato nel soffocamento delle città, in frequenti paralisi della circolazione, in una fonte micidiale di inquinamento ambientale terribilmente nocivo [penso che tutti conoscano le autorevoli e spaventose valutazioni di 9 milioni di decessi prematuri all’anno: ma questa notizia ha forse indotto una riduzione dell’uso dell’auto privata? D’altra parte le automobili autonome (self-driving cars) sono ormai una realtà in via di inserimento nel mercato commerciale (una volta superate le barriere normative, culturali ed economiche)].

Tanto più micidiale è il rischio di uno sviluppo incontrollato delle armi autonome, soprattutto di un loro utilizzo incontrollabile e irresponsabile (ma è mai esistito uno sviluppo responsabile degli armamenti?). Storicamente è sempre avvenuto che lo sviluppo di armi innovative non sia mai stato arrestato, sia stato adottato (spesso con l’illusione, o il pretesto, di acquisire un vantaggio per molto tempo incolmabile sugli avversari) ed abbia rivoluzionato in modo duraturo la natura stessa della guerra: è avvenuto per il fucile e il cannone, fino alla bomba atomica e i suoi sviluppi successivi (bomba termonucleare, missili, difese antimissile, ecc.): salvo poi chiudere la stalla successivamente, mettendo affannosamente al bando le armi più spaventose (chimiche, biologiche, mine anti-uomo, bombe a grappolo: per le armi nucleari siamo all’inizio).

Le armi autonome cominciano già ora ad essere una realtà e non solo uno scenario potenziale, ma non ancora regolamentato. Esso pone in ogni caso già da ora dei problemi etici e legali fondamentali.

Per fortuna sembra che stia maturando una sana preoccupazione e reazione, che però non trova corrispondenza in un’adeguata informazione e non provoca quella presa di coscienza e quella razione dell’opinione pubblica che ne determinerebbe il radicale ripudio. Una volta aperto questo vaso di Pandora, che darà origine agli sviluppi e applicazioni più impensabili, come si potrà tornare indietro?

Le maggiori autorità mondiali dell’intelligenza artificiale e della robotica – fra cui spiccano i nomi di Elon Musk e Mustafa Suleyman, di Google DeepMind – si sono rivolte alle Nazioni Unite per promuovere il bando delle armi autonome. Essi sottolineano che grazie alle evoluzioni tecnologie degli ultimi anni lo sviluppo di queste armi potrebbe scatenare una terza rivoluzione nelle scienze belliche, dopo quelle legate all’invenzione della polvere da sparo e a quella delle armi nucleari (ovviamente la classificazione delle rivoluzioni militari si presta ad arbitrarietà, ma quello che conta è il concetto):

“Una volta sviluppate le armi autonome permetteranno conflitti armati di scala ben più ampia rispetto ad oggi, e con velocità più superiore a quelle che l’uomo può comprendere …Possono essere armi di terrore, armi che despoti e terroristi utilizzeranno contro le popolazioni innocenti, e armi che possono essere manipolate per comportarsi in modalità poco desiderabili”.

La lettera è firmata da 116 leader di società che si occupano di Intelligenza Artificiale provenienti da 26 nazioni differenti. Il suo obiettivo è di sensibilizzare l’Onu affinché venga avviato un dialogo per proporre un divieto globale sullo sviluppo delle armi autonome. È forse il caso di esprimere qualche perplessità sul fatto che a muoversi siano esponenti di imprese del settore. Ma la necessità di sensibilizzare e mobilitare l’opinione pubblica è senz’altro urgente. I media e le istituzioni mondiali sembrano muti, e comunque incapaci di affrontare le sfide che sorgono alle nuove frontiere di conoscenza, scienza e tecnologia, di governare e integrare in uno sviluppo equilibrato, compatibile e sostenibile i più delicati avanzamenti conoscitivi e le loro potenziali ricadute. Mentre il mondo è dominato dal paradigma (o il mito) della comunicazione e allo stesso tempo orfano di un ordine nel comunicare.

Le principali potenze militari che stanno sviluppando questo tipo di tecnologie sono USA, Cina, Russia e Israele. Alcuni sistemi sono già stati utilizzati sul campo, come le torrette di confine autonome sviluppate dalla sudcoreana Dodaam Systems, che adottano dei mitragliatori capaci di identificare e sparare su bersagli senza alcun intervento umano (necessitano solo dell’ok per sferrare il colpo letale).

Come sempre accade vi sono anche voci opposte, che sostengono che queste tecnologie siano in grado di ridurre le morti sul campo di battaglia, con la possibilità di individuare soldati e combattenti in maniera più precisa rispetto agli esseri umani: come non ricordare che i bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki furono surrettiziamente “giustificati” per risparmiare vittime fra i soldati americani in una invasione del Giappone?

 

Per gentile concesssione dell'agenzia di stampa Pressenza

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