L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Politics (350)

    Carlotta Caldonazzo

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October 01, 2023

September 26, 2023

September 17, 2023

 

In un mondo dominato dalla speculazione finanziaria la lotta per la sopravvivenza è una lotta di  denaro:  chi ha capitale cerca di creare altro capitale e chi non ne ha lotta per la stessa sopravvivenza fisica. Tutto è in funzione di questo elisir di lunga vita; chi ha soldi, quindi potere, può condizionare il comportamento degli altri. Lo si può fare in tanti modi, uno dei mezzi più potenti è l’informazione. Siamo prigionieri di un sistema dominato da convenienza mista ad ipocrisia. I nostri politici non sono da meno, salvo rare eccezioni.  In tutti questi anni abbiamo assistito a scandali di ogni tipo, inutile soffermarsi tal’ è l’evidenza, soldi e potere sono ambiti più che mai, nulla a che vedere con un servizio alla e per la collettività. Per essere eletti ci vogliono tanti soldi che, in un modo o nell’altro, vanno restituiti con gli interessi. Dal dopo guerra in poi abbiamo perso qualsiasi velleità di riscossa, sopraffatti e condizionati da influenze esterne, palesi e occulte. Il buonismo dei magistrati e le acrobazie dei legulei hanno contribuito al resto. Il danno è enorme.

 Anno dopo anno stanno erodendo la nostra cultura, le nostre radici a favore di un mondialismo che ha oramai pressoché azzerato le nostre conquiste sociali, i centri produttivi creati con il sudore dei nostri padri, la nostra identità.  Urgentemente Il Paese necessita di un’altra razza di politici, di persone che mettano al servizio della collettività il proprio cuore con l’aiuto della mente e non viceversa, ma purtroppo a questo raro tipo di uomini e donne, quasi in estinzione, non è data possibilità di accesso ai posti chiave a causa della barriera insormontabile di corruzione, di ricatti, e chi più ne ha più ne metta, che si è creata nel tempo e infesta il Paese. Dopo la mazzata di questo virus viviamo in situazioni molto precarie, quasi narcotizzati e terrorizzati da interessi economici che stanno cucinandoci a fuoco lento. Finché non ci saranno politici coraggiosi  che sappiano interpretare  i bisogni reali del Paese non ci sarà via di scampo, torneremo a vivere, né più né meno, quel periodo che i nostri antichi progenitori  vissero dopo il crollo dell’impero romano, ma questo forse lo meritiamo.

Il politico che si attende da troppi lunghi anni deve essere un leader, cioè un uomo armato di coraggio, capace di non essere influenzato personalmente da tentazioni di denaro, un  “bonus pater familiae”, un buon padre  di famiglia come dicevano gli antichi romani quando non poteva più soccorrere alcuna legge a risolvere il caso concreto, ma questa volta nel senso allargato, famiglia intesa in termini di popolo, di nazione. Carismatico, senza carisma non si può condurre ma si è dominati. Artista, capace di inventare al meglio il futuro della propria gente. Questo la gente chiede e spera di poter applaudire.

Questo raro tipo di uomini potrebbe toglierci dal torpore in cui siamo caduti, o meglio dall’acquiescenza cui ci hanno abituato da anni, soprattutto i media, e risvegliare le nostre migliori qualità, quelle che ci contraddistinguono nel mondo e che sono la nostra parte più nobile: la nostra creatività, la nostra arte, il nostro ingegno, quanto di meglio abbiamo regalato all’umanità.

Quanto all’Unione europea non è più il caso di temporeggiare: o si crea un’unione europea effettiva, nello stesso modo in cui una mamma accudisce i propri figli, per usare una metafora, o è bene fuggire il prima possibile da questo fantasma che i più sentono oramai come un’entità astratta, quasi ostica.  Senza  affidabilità e fiducia il buon senso suggerisce di riprendere subito in  mano quelle redini che i nostri politici vendettero senza  l’avallo del popolo.  Non credo che questo ultimo passo sarà di facile attuazione, dovremmo vigilare e vigilare ancora perché il canto delle “sirene” esterne non comprometta la delicata operazione, ma ne va della nostra stessa sopravvivenza.

Quanto a noi dobbiamo essere attivi e vitali: centralità dell’uomo e libertà vanno difesi ogni giorno e ad ogni costo, non sono diritti acquisiti e se dovessimo rimanere da soli non c’è motivo di aver paura, anzi, torneremmo senz’altro ad essere quel popolo che nel corso dei millenni  è stato da esempio all’umanità: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, come dice la saggezza popolare, e allora potremmo risorgere, come ci è capitato di fare già molte volte. Il genio che è nel nostro dna ci assisterebbe sicuramente, e potremmo riscattare anche la dignità negata. Duemila anni fa un villaggio sulle rive del Tevere conquistò, da solo, il mondo che si conosceva; un re della piccola Macedonia, Alessandro Magno, conquistò mezza Asia, non c’è motivo perché non si possa aspirare agli antichi splendori e si possa tornare dalle stalle alle stelle.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

September 17, 2023

September 12, 2023

In riferimento alla tragedia dell'11 settembre 2001 a New York City e a Washington, D.C. (crollo delle Twin Towers e attacco al Pentagono), su un noto portale e comunità di condivisione opinioni ed esperienze professionali, ho postato questo mio testo l'altro giorno, diffondendolo a beneficio di tutti.

"Ho parlato con diversi ingegneri civili, in privato, negli anni, e diversi di essi mi hanno detto che appena visto il crollo, hanno subito pensato a una demolizione controllata. Inchieste giornalistiche scomode così come testimonianze scomode rese da testimoni impegnati nei soccorsi, hanno fornito sufficienti evidenze fisiche per suggerire questa alternativa ricostruzione rispetto alla ridicola versione ufficiale sull'11 settembre fornita dalle Istituzioni USA.

Io stesso discussi la possibilità di un golpe in un capitolo della mia tesi di laurea in Lettere, nell'anno 2006.

Residui di esplosivi militari sofisticati furono rinvenuti fra le macerie e analizzati da laboratori indipendenti Nonostante tutto ciò, ancora oggi la versione ufficiale rimane salda nei libri di storia Uno scandalo, e una offesa per la intelligenza e onestà intellettuale".

Il mio testo era un commento a una discussione già avviata sull'11 settembre a proposito dell'anomalo crollo dei grattacieli di New York, a cura di un altro utente membro della comunità social in oggetto.

Il mio post e' durato un giorno. Rimosso quasi subito dalla Amministrazione del portale per  "disinformazione".

Capite bene che se succede nel piccolo a una persona come me, cittadino, figuratevi ad alti livelli nelle redazioni dei giornali se qualcuno osa portare un proprio contributo non in linea con il pensiero di Direttore e del caporedattore.

E aggiungo in chiusura: un tempo - decadi fa - i Direttori dei giornali erano custodi della verità dei fatti e avevano rispetto dei loro lettori (primi giudici), dei cittadini e della pubblica opinione.

Oggi, evidentemente, deontologia professionale e onestà intellettuale sono chimere, rare e in via di estinzione.

Ma un giorno lontano tornerà il sereno e la luce, quando il mondo e la umanità avranno capito attraverso il dolore quale vita vogliono per sé e per i propri figli: se un mondo di verità e di pace, oppure un mondo fatto di sole felicità materiali (non per tutti), ammantato di ipocrita gioia e di una finta serenità, comprata con il ricatto e avvelenando corpi ed anime.

September 10, 2023

September 03, 2023

September 01, 2023
    Geoffrey Roberts

Nel panorama accademico europeo spicca la figura di Geoffrey Roberts, storico inglese, autore di testi notevoli su Stalin e sulla Seconda guerra mondiale. Il suo sguardo di esperto di storia militare del XX secolo diventa ancora più illuminante considerando la sua conoscenza di due realtà diverse.

Quella del suo Paese, il Regno Unito, uno dei maggiori fornitori di armi all’Ucraina e apertamente ostile alla Russia, e quella dell’Irlanda, Paese di lunga tradizionale di neutralità nel quale è Professore Emerito presso l’Università di Cork. Già alcuni mesi fa Roberts metteva in guardia contro il pericolo di un coinvolgimento diretto della NATO nel conflitto ucraino, che lui definisce una guerra per procura dell’Occidente contro la Russia.

Nell’intervista che ci ha gentilmente concesso, ribadisce il timore che l’espansionismo della NATO e la sua ostilità verso Mosca provochino effetti irreparabili. L’Ucraina, intanto, ha di fatto già perso, ma è ancora in tempo per limitare i danni con dei negoziati.

– La controffensiva ucraina non sta andando esattamente come i media occidentali avevano pronosticato, né tanto meno come desideravano i vertici dei Paesi NATO. Che cosa accadrà sul campo nelle prossime settimane? Secondo Lei il risultato delle operazioni degli ucraini potrebbe cambiare l’atteggiamento di Bruxelles verso Kiev?

– La controffensiva di Kiev ha fallito. Le forze ucraine potrebbero ancora ottenere delle conquiste tattiche, però manca totalmente la prospettiva di uno sfondamento strategico di qualche tipo. I costi umani e materiali dell’offensiva sono stati enormi. In modo lento e inesorabile l’ago della bilancia si sta spostando definitivamente in favore della Russia.

Nonostante l’imponente sostegno occidentale, l’Ucraina sta chiaramente perdendo la guerra. Resta da vedere se questo stato di cose indurrà i vertici euroatlantici a passare alla diplomazia e a cercare una fine negoziata delle ostilità, che possa salvaguardare il futuro dell’Ucraina. Ciò dipenderà dalla forza delle voci realiste e pragmatiche che si trovano nelle élite occidentali. Queste ultime, tuttavia, avendo investito così tanto capitale politico nella sconfitta dei russi, troveranno difficile riuscire a modificare la rotta. Spero comunque che cambino direzione, ma ci vorrà un po’ di tempo e nel frattempo le immani sofferenze degli ucraini continueranno.

– L’Occidente dovrebbe temere un’escalation con la Federazione Russa? Crede che uno scontro localizzato tra i due blocchi sia possibile, ad esempio fra Polonia e Bielorussia? Un conflitto del genere potrebbe ingrandirsi a livello continentale e poi globale?

– Uno degli aspetti più inquietanti di questa guerra è proprio la mancanza da parte del fronte euroamericano della paura di un’escalation. Continua a permanere lo schema di un aumento costante dell’appoggio dell’Occidente all’Ucraina, in questa sua proxy war o guerra per procura. Sono state le azioni degli occidentali ad aver portato a un conflitto così prolungato.

Se la UE e la NATO si fossero frenate e avessero limitato i loro aiuti a Kiev, gli scontri sarebbero terminati già qualche mese fa e all’Ucraina sarebbero stati risparmiati danni immensi, compresa la scomparsa di centinaia di migliaia di vite. Sì, l’Ucraina avrebbe ceduto territori e la sua giurisdizione sarebbe stata ridimensionata, ma sarebbe sopravvissuta come Stato sovrano e indipendente.

E invece proseguendo la guerra, proseguono anche le perdite territoriali: se non finisce presto, per l’Ucraina si delinea la sorte di uno Stato in bancarotta, incapace di funzionare, completamente dipendente da un Occidente che, non appena cesseranno i combattimenti, si rivelerà molto meno generoso di prima.

È improbabile che la guerra subirà un’escalation fino allo scontro totale fra Russia e Occidente. Tuttavia non si può escludere tale ipotesi, partendo ad esempio dal caso della Polonia contro la Bielorussia. Bisogna poi tenere a mente che nel fronte anti-russo vi sono degli estremisti che desiderano l’escalation e che fin dall’inizio del conflitto spingono per provocarla. I neocon euroatlantici e gli ultra-nazionalisti ucraini sono convinti che la Russia sia una “tigre di carta” pronta a sfaldarsi al primo contatto. Ragionano in modo folle, certo, ma sembrano credere davvero alle loro assurdità.

– Dicono che la storia tenda a ripetersi. Oggi in Ucraina la storia si sta ripetendo davvero? Parliamo dei carri armati tedeschi che avanzano verso est o magari di uno scontro epocale fra due imperi, quello angloamericano di mare e quello russo di terra.

– In questo momento i tank tedeschi (e quelli britannici) non stanno avanzando verso est. Il motivo è vengono distrutti dall’artiglieria della Russia, dai suoi missili anti-carro e dalla supremazia aerea. Lo stesso può dirsi per gli altri armamenti NATO forniti all’Ucraina. I soggetti più lucidi dentro le strutture militari occidentali lo hanno notato e devono aver capito che Mosca possiede le capacità per sconfiggere l’Ovest in qualsiasi scontro diretto e convenzionale di grandi dimensioni.

Hanno anche compreso che una guerra del genere avrebbe un’escalation di livello nucleare, perché sarebbe l’unico modo per gli Stati Uniti di difendere l’Europa dall’attacco russo. Per fortuna non c’è nulla che indichi una tale intenzione da parte di Mosca. In tutto il corso del conflitto, Putin ha cercato di contenere la tendenza degli occidentali all’escalation e lo ha fatto evitando reazioni eccessive alle loro provocazioni, come appunto è stato l’invio dei Leopard tedeschi all’Ucraina.

– Da un punto di vista strettamente accademico, crede che questa guerra fosse inevitabile? E lo è anche il suo esito, già determinato da elementi storici e destinato a manifestarsi nell’arco di un certo tempo? Oppure il risultato potrebbe essere ancora alterato dalle scelte concrete fatte dai politici e dai generali?

– La guerra russo-ucraina è stata la guerra più evitabile o meno inevitabile della storia. La NATO poteva impedirla semplicemente limitando la sua espansione verso i confini della Federazione Russa e non pompando di armi l’Ucraina. La guerra poteva essere evitata con l’implementazione degli accordi di Minsk, che avrebbero restituito a Kiev la sovranità sulle regioni ribelli di Donetsk e di Lugansk garantendo al tempo stesso la protezione dei diritti e dell’autonomia degli elementi russofoni e filorussi dell’Ucraina.

Ma questo progetto è fallito per colpa degli ultra-nazionalisti ucraini, che hanno sabotato l’attuazione di Minsk e che l’hanno fatta franca proprio grazie all’Occidente. La guerra non sarebbe scoppiata se si fossero svolti dei negoziati seri a proposito della sicurezza in Europa, che avrebbero fornito a Mosca le rassicurazioni che servivano e che avrebbero rispettato i suoi interessi riguardanti l’Ucraina.

Se diciamo che l’invasione di Putin è stata un atto illegale di aggressione, allora dobbiamo specificare che è stata tutt’altro che ingiustificata. Anche l’Ucraina e l’Ovest sono responsabili per lo scoppio delle ostilità. Inoltre, il conflitto poteva terminare dopo qualche settimana se solo le trattative di Istanbul della primavera 2022 avessero avuto successo.

E invece sono fallite perché col supporto occidentale l’Ucraina ha abbandonato il tavolo, rinunciando a un accordo che avrebbe limitato i danni al suo territorio e alla sua sovranità e avrebbe stabilizzato le sue relazioni con la Russia.

– Pensa che l’Unione Europea alla fine accetterà l’Ucraina come Paese membro? O continuerà a rimandare la sua adesione, come sta facendo la NATO?

– Credo che l’appoggio della UE a una guerra che viene proverbialmente combattuta fino “all’ultimo ucraino” implichi pure il suo obbligo morale di approvare l’adesione di Kiev. Tuttavia, nonostante le belle parole di Bruxelles, ci vorranno anni affinché l’Ucraina diventi effettivamente uno Stato membro, ammesso che lo diventi davvero. Il Paese che costituisce il più grosso ostacolo all’adesione ucraina è ironicamente proprio il suo maggior sostenitore nello sforzo bellico, cioè la Polonia.

Sebbene vi sia la comunanza della retorica nazionalista anti-russa, nel contesto della UE gli interessi di Varsavia collidono economicamente e politicamente con quelli di Kiev. La Polonia è il Paese che ci perderebbe di più con l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione: potrebbe essere questa la ragione per cui ciò non avverrà.

Presumo che uno Stato ucraino sconfitto, in rovina e non in grado di funzionare possa diventare un membro della NATO nel prossimo futuro, ma ciò richiederebbe pur sempre l’assenso di Mosca e l’unanimità dei membri dell’Alleanza.

– E che cosa può fare l’Unione Europea per agevolare la fine del conflitto?

– Può abbandonare l’atteggiamento guerrafondaio e impegnarsi nella diplomazia. Può riscoprire la sua identità di progetto che anela alla pace. Può usare la sua esperienza e le sue straordinarie abilità nella negoziazione e nel compromesso per garantire un cessate-il-fuoco e un accordo di pace duraturo.

– Come spiega il fatto che la Finlandia e la Svezia abbiano abbandonato lo loro tradizionale neutralità? C’è la possibilità che Austria e Irlanda facciano lo stesso?

– L’adesione di Finlandia e Svezia all’Alleanza Atlantica non costituisce di per sé un passo così radicale come sembra. Per decenni, questi due Paesi sono stati allineati con la NATO e hanno collaborato strettamente con essa. Il pericolo invece consiste nella possibilità che Washington stabilisca basi militari sul loro territorio: ciò verrebbe visto da Mosca come una minaccia.

Per quanto riguarda l’Austria, la sua relazione con la NATO è sempre stata più distaccata di quella tenuta da Svezia e Finlandia e personalmente non credo tale situazione possa cambiare. La cooperazione pratica dell’Irlanda con la NATO si è sviluppata per molti anni ed è aumentata considerevolmente nel corso di questa guerra; l’opinione pubblica resta però fedele all’idea della neutralità irlandese. Tutto ciò è un peccato perché un saldo blocco neutrale in Europa aiuterebbe a mantenere viva la diplomazia e a giocare un ruolo costruttivo negli sforzi per raggiungere una tregua e un accordo di pace. I Paesi europei neutrali si potrebbero anche alleare con la campagna promossa dal Sud Globale per i negoziati che mettano fine alla guerra.

– Quanto è difficile oggi per un docente universitario esprimere le proprie opinioni senza il timore di essere censurato o disprezzato dai media e dai colleghi? Purtroppo in Italia si sono visti dei casi del genere…

– Non è difficile per me, perché essendo “in pensione” posso dire e fare quello che voglio, persino dei viaggi in Russia per tenere conferenze universitarie. Invece, sui colleghi che si trovano in circostanze meno favorevoli delle mie c’è una pressione enorme per conformarsi alla “linea di partito” occidentale sulla guerra in Ucraina. Ciò spiega la loro reticenza a parlare di questo argomento o anche solo a esporre le proprie conoscenze accademiche in merito: tutti gli sforzi di imparzialità vengono censurati o silenziati. I docenti universitari in Ucraina subiscono minacce e pressioni ben peggiori; anche per quelli russi esprimere visioni critiche sulla guerra è rischioso se non impossibile.

– Il prossimo anno negli Stati Uniti ci saranno le elezioni presidenziali. Crede che qualcosa possa cambiare in meglio?

– Biden potrebbe perdere le elezioni proprio a causa della guerra. Ciò implicherebbe una possibile vittoria di Trump. Il problema di quest’ultimo è che parla molto, ma fa effettivamente poco. Oggi sembra a favore della pace in Ucraina, ma era stata la sua amministrazione ad accelerare il potenziamento militare di Kiev. Putin sarà diffidente verso chiunque diventi il prossimo presidente americano. Il leader russo metterà fine alle ostilità solamente se ci saranno le condizioni per la sicurezza del suo Paese e la garanzia della protezione degli ucraini filorussi. Putin sarebbe capace di combattere fino alla fine, se necessario, per poi imporre una pace punitiva ai suoi avversari.

La finestra per una fine negoziata della guerra si sta chiudendo velocemente. Il prossimo autunno potrebbe essere l’ultima chance della diplomazia per arrivare a un qualche genere di accordo. Se ciò non avverrà, il destino dell’Ucraina sarà deciso sul campo di battaglia, ma quando le armi smetteranno di sparare, lo Stato ucraino in quanto tale potrebbe di fatto non esistere più.

 

 

 

 

 

August 27, 2023

August 25, 2023

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