L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Politics (367)

    Carlotta Caldonazzo

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January 01, 2024

December 24, 2023

December 17, 2023

December 11, 2023

December 03, 2023

 

Cinquantaquattresimo notiziario settimanale di lunedì 4 dicembre 2023 degli italiani di Russia. Siamo alla settimana del 4–10 dicembre 2023. Buon ascolto e buona visione.
Il 27 novembre 2023 ad un forum internazionale a Mosca, “Letture di Primakov”, Sergej Lavrov aveva concluso il suo intervento con una frase piuttosto emblematica da una nota canzone sovietica: «и вновь продолжается бой». Tradotta letteralmente in italiano, la rendo con “E la lotta continua”.
Che voleva dire? Lo si è capito appena tre giorni dopo, quando, a Skopje, in Macedonia, è intervenuto al Consiglio dei Ministri dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.
In Russia è stato arrestato in contumacia l’addetto stampa della società americana Meta. “Le forze dell’ordine hanno scelto una misura preventiva sotto forma di detenzione nei confronti di Andy Stone, accusato di facilitare attività terroristiche sfruttando la sua posizione ufficiale. Rischia fino a 20 anni di carcere. E’ già stato inserito nella lista dei ricercati internazionali.
L’FSB della Russia ha arrestato un cittadino della Russia e dell’Italia coinvolto in atti di sabotaggio terrorista ai danni di infrastrutture militari e di trasporto della regione di Rjazan’. Nato nel 1988, ha reso testimonianza per cui nel febbraio 2023 a Istanbul (Turchia) fu reclutato da un dipendente della principale direzione dell’intelligence del Ministero della Difesa dell’Ucraina, dopo di che seguito una formazione di sabotaggio nella città di Yekabpils (Lettonia) con la partecipazione diretta dei servizi speciali lettoni ed è tornato nel marzo 2023 nella città di Rjazan’.
La settimana scorsa ho riportato una serie di considerazioni su argomenti che non sospettavo avrebbero suscitato tanto clamore, con financo sterili delazioni in perfetto stile del ventennio fascista.
Esistono in Russia, compresa quella illegalmente occupata dai nazifascisti ucraini finanziati ed addestrati dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna e dall’Unione Europea, varie città che hanno lo status di città-eroe, per avere resistito all’occupazione nazifascista tedesca, lasciando sul campo 27 milioni di morti sovietici. A ridosso del Cremlino, nei giardini Alessandrini, da allora, davanti al fuoco eterno al milite ignoto, esiste il picchetto d’onore.
Stavolta, tanto per far imbufalire ulteriormente gli haters, gli odiatori da salotto e i delatori da divano, vi propongo una canzone di un secolo fa, molto in voga durante la guerra civile del 1919-1922, si chiama «Красная Армия всех сильней», “L’Armata Rossa è la più forte di tutti”. L’esecuzione però è di un gruppo contemporaneo molto noto in Russia, Ljube, dieci anni fa. E’ un’esecuzione dal vivo in piazza Rossa, attraggo la vostra attenzione su quanta gente vi si sia radunata.

November 27, 2023

Che i soldati ucraini morti in guerra siano centomila o trecentomila o cinquecentomila non lo so ed e' difficile appurarlo poiche' sinora non ci sono cifre ufficiali.

Così come non vi sono cifre ufficiali per i russi caduti al fronte (stimati fra cento e oltre duecentomila).

Per non parlare dei feriti e mutilati, e delle migliaia di vittime civili nel Donbass ucraino di etnia russa morti dal 2014 sotto il fuoco di Kiev, e delle centinaia o migliaia di vittime civili ucraine a causa del fuoco missilistico e di artiglieria russo sin dal 2022.

Se la UE e la NATO e gli USA non avessero sostenuto il regime di Kiev ma avessero cercato di mediare nel conflitto - invece di inviare armi e sanzionare - il conflitto non sarebbe mai iniziato - forse - e quasi certamente sarebbe già finito.

Oltre duecentomila giovani e uomini - fra i 18 e 50 anni di età - sono morti nella guerra fra Russia e Ucraina in poco più di due anni di guerra. Questo mi rattrista, sia per il popolo ucraino sia per quello russo.

Una cifra incredibile, se si pensa che nella guerra del Vietnam i soldati americani che caddero al fronte furono poco meno di settantamila (a fronte di oltre un milione di vittime militari e civili nel Vietnam, ma in quasi dieci anni).

Che dire?

Che  i Mass media e le classi dirigenti europee - non solo quelle americane - sono corresponsabili di questa carneficina Per la manipolazione mediatica, per la omissione storica degli avvenimenti e la censura praticata sin dal 2016, per il clima di russofobia creato ad arte contro la cultura russa (mai nulla di simile di e' visto contro la cultura americana ad esempio, nella guerra del Vietnam o in quella dell'Iraq) e per la mancanza di rispetto per la diplomazia e le regole e il diritto internazionali, e il totale disprezzo e ignoranza del più autentico significato del primo comma dell'art 11 Cost. e dell'art 51 della Carta delle Nazioni Unite.

Contrariamente a quanto sbandierato da giornali e televisioni, non tutti i giuristi sono concordi sul fatto che inviare armi alla Ucraina sia costituzionalmente legittimo.

Fra chi è critico vi è la costituzionalista prof.ssa Lorenza Carlassare, Professore emerito di Diritto Costituzionale a Padova.

Riguardo all'intervento militare speciale iniziato da Mosca nel febbraio 2022, esso e' stato giustificato dalla Federazione Russa invocando proprio l'art 51 della Carta delle Nazioni Unite, per la protezione di interessi vitali per la sicurezza della propria integrità territoriale e sicurezza dei propri cittadini (minacciati dal progressivo allargamento dei membri NATO nelle ultime due decadi e delle continue provocazioni delle esercitazioni militari NATO condotte a poca distanza dai confini russi), e di quelli di etnia russa residenti nel Donbass ucraino, vittime a migliaia nel corso della guerra civile con il governo ucraino, di fronte alla quasi indifferenza della comunità internazionale sin dal 2014.

 

"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali(...)"

Art 11 Cost.

"Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che  abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Le misure prese da Membri nell’esercizio di  questo diritto di autotutela sono immediatamente portate a  conoscenza del Consiglio di Sicurezza e non pregiudicano in alcun modo il potere e il compito spettanti, secondo il presente Statuto, al Consiglio di Sicurezza, di intraprendere in qualsiasi momento quell’azione che esso ritenga necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale."

Art 51, Carta delle Nazioni Unite 1945

 

November 27, 2023

 

Dopo la prima giornata, sabato 25 novembre, che ha visto il passaggio dal Forum per la indipendenza italiana alla fondazione del nuovo movimento Indipendenza, con tanto di presentazione di simbolo e di statuto, oltre il discorso programmatico di Gianni Alemanno, i lavori dell’assemblea si sono conclusi ieri, domenica 26 novembre, con la elezione dei dirigenti nazionali e dei vicesegretari della nuova formazione che appare non solo molto agguerrita ma anche intenzionata a costituire una forte opposizione al sistema destra/sinistra e al governo neoliberista e iperatlantista di Giorgia Meloni.

L’elezione della Direzione Nazionale è stata però preceduta dall’attesa tavola rotonda coordinata da Francesco Borgonovo e che ha visto gli interventi di Francesco Toscano, esponente di Democrazia sovrana popolare, del sindaco di Betlemme, Hanna Hanania, di Raymond Bondin, Consulente UNESCO per l’antichità e il turismo della Palestina, di Marco Rizzo e di Gianni Alemanno. Dopo le lucide considerazioni di Francesco Toscano sui nuovi assetti geopolitici mondiali e sul declino morale di un Occidente ormai senz’anima, come già oltre un secolo fa ebbe ad annunciare un gigante del pensiero come Oswald Spengler, ha preso la parola il sindaco di Betlemme che ha denunciato non solo le atrocità commesse dall’esercito israeliano a Gaza ma ha espresso con parole forti e toccanti l’indignazione di fronte ai governi del mondo che, succubi del sionismo, hanno abbandonato il popolo palestinese ai carnefici mostrando una indifferenza ed una vigliaccheria senza pari. Così pure Raymond Bondin, mostrando un vasto repertorio fotografico, ha denunciato la distruzione a Gaza da parte degli israeliani di più della metà dei 95  siti archeologici cristiani. Davanti ad una sala attonita e commossa, che ha voluto scandire  a gran voce PALESTINA LIBERA,  Bondin ha denunciato come l’esercito israeliano non solo umilia da sempre i civili palestinesi costringendoli a sostare per ore nudi ai valichi di passaggio, ma con grande disprezzo e volontà di distruzione,   arriva a parcheggiare i propri carri armati sugli antichi mosaici. Bondin, come già aveva fatto il sindaco di Betlemme, ha evidenziato con argomenti inoppugnabili come Israele non si limiti solo a rubare la terra ai palestinesi, ma conduca una sistematica guerra contro i cristiani per sradicarli dai territori occupati. Tanti in sala con le lagrime agli occhi quando è stato ricordato che i bambini palestinesi scrivono sul proprio corpo il loro nome per essere identificati dopo la loro morte per mano degli aguzzini della stella di David. Giunto il momento dell’intervento di Marco Rizzo, la sala lo ha accolto con una grande ovazione a premiare il coraggio del leader di Democrazia sovrana popolare che non si è lasciato condizionare dalle pressioni perché rinunciasse a parlare insieme a Gianni Alemanno. Rizzo  ha sottolineato come le pressioni ricevute stiano ad attestare che il sistema ha paura nel vedere annientato il suo “giocattolo” delle contrapposizioni e dei vecchi schemi ormai desueti di cui si è servito finora per il suo tornaconto. Nel rivendicare la vera identità di una sinistra che ormai invece è rappresentata solo dai “fighetti” radical chic, Rizzo, nel fare sue le considerazioni di Toscano, ha sottolineato il ruolo nefasto della stampa che ormai fa solo gli interessi dell’alta finanza e dei suoi poteri occulti. Così pure, nel riconoscere come in Italia si stia saldando un forte collegamento tra i ceti medi e quelli popolari, cosa che potrà avere in futuro un effetto dirompente, nell’esaltare il nuovo mondo multipolare che si annuncia con il potenziamento dei Paesi del Brics,  ha voluto augurare buon lavoro alla nuova formazione cui ha riconosciuto il forte potenziale nello sconvolgere i vecchi equilibri di un sistema che vede i cittadini sempre più esclusi dalle scelte politiche ed economiche dei governi liberali che si sono succeduti. La seduta è stata conclusa da Gianni Alemanno che, dopo aver ringraziato i partecipanti, ha ribadito i punti fondamentali della nuova formazione riassunti nella necessità di rilanciare il nostro Paese in una nuova politica mediterranea che porti a nuove relazioni con i paesi africani che rendano inutili i flussi migratori, una nuova politica che tenga conto dei nuovi assetti geopolitici di un mondo multipolare e più giusto, che si batta per l’autodeterminazione dei popoli e che sappia ritrovare in Italia la giusta via per la salvaguardia dell’ identità culturale fondata sull’appartenenza comunitaria, sulla dottrina sociale e sulla riscoperta dei valori spirituali e tradizionali.

Nuove e affascinanti battaglie dunque si annunciano per una formazione che se saprà bene agire, non mancherà di attrarre come una calamita tutte le energie, e sono tante, che ancora in sonno, aspettano di essere risvegliate.

 

 

 

November 27, 2023

November 20, 2023

November 19, 2023

 Quali sono le macro-dinamiche che influenzano le relazioni internazionali? E quale profilo assumono i Paesi che si muovono nel tempestoso oceano della realtà geopolitica odierna? Queste sono le domande che fanno da sfondo all’incontro organizzato da Advant NCTM e che vengono sagacemente poste dal giornalista Federico Giuliani.

Lo stesso afferma che oggettivamente è difficile seguire il corso degli eventi e farsi un’idea chiara sugli equilibri sempre in mutamento, ma ciò non significa che non esistano dei punti di partenza tramite cui sviluppare un’analisi interpretativa. Nel caso del meeting in questione, i fulcri sarebbero ambiente ed economia, giustificati dal fatto che entrambi riguardano e coinvolgono ogni singolo individuo, ergo ciascuno di noi. La chiave di lettura, necessaria a collegare i due punti, risiederebbe nella cooperazione, in particolare quella tra Unione Europea e Cina, perché parlare di economia ed ambiente conduce in maniera abbastanza logica alle problematiche incentrate sul clima e sulla sostenibilità.

Lungi dall’essere, questo, un incontro in cui trattare dell’impatto antropico sulla biosfera, l’obiettivo è invece quello di sensibilizzare alle immense opportunità offerte dalla Belt and Road Initiative cinese (lanciata dall’attuale Presidente Xi Jinping nel 2013) analizzate alla luce degli sforzi europei in tema di decarbonizzazione e transizione energetica; non a caso un tema che racchiude proprio economia (in particolare del settore energetico) ed ambiente.

Il Dragone dispone, infatti, di un potenziale esplosivo per contribuire a ridurre le emissioni di CO2 nell’atmosfera, manifestando al tempo stesso un sincero interesse per l’Europa ed un’altrettanta sincera volontà di cooperare al fine di costruire un sistema integrato che crei benessere sostenibile proprio attraverso la “Nuova Via della Seta”. 

Enrico Toti, consulente legale presso Advant NCTM, esperto e docente di diritto cinese presso l’Università Roma Tre e visiting professor presso la School of Law della Shanghai International Studies University, afferma che è la passione nei confronti della Cina a doverci spingere verso una più solida cooperazione, la quale, in realtà, sarebbe già florida, ma bisognosa di nuovi stimoli e spinte per crescere ancora, vista la complessità della realtà contemporanea. 

Cooperazione e diplomazia giocano un ruolo vitale, perché solo se si riesce a intessere legami e relazioni in grado di soddisfare le esigenze di tutti si possono fronteggiare le sfide globali che minacciano le comunità che abitano il pianeta. 

Siccità, inquinamento delle acque e dell’atmosfera, riscaldamento globale e perdita di biodiversità sono una realtà dovuta in parte anche all’attività dell’uomo, ed è qui che subentra la necessità di costruire un meccanismo che unisca le forze e generi sostenibilità a livello collettivo. 

“Da soli non si può fare nulla, le sfide di oggi rappresentano un puzzle interconnesso che richiede uno sforzo di tutti”. Così esordisce il Presidente dell’Istituto Diplomatico Internazionale Paolo Giordani.

Secondo il relatore, alla diplomazia spetta l’arduo compito di costruire ponti atti a legare tra loro i paesi e le comunità. Come? Ad esempio attraverso il diritto internazionale. Gli accordi di Parigi del 2015, negoziati dai rappresentanti di 196 Stati, sedimentano un framework importantissimo per la lotta internazionale contro le emissioni di gas serra e la promozione di percorsi di sviluppo sostenibile che si smarchino il più possibile dall’utilizzo dei combustibili fossili. L’accordo vede anche Pechino firmataria, a dimostrazione del fatto che non si può ignorare l’impellenza di evitare un aumento delle temperature globali oltre la soglia dell’1,5° Celsius rispetto ai livelli preindustriali.

Checché se ne dica, è innegabile che la Cina si stia adoperando, come l’Unione Europea, per incrementare sia la sostenibilità della sua economia, sia quella globale. Lo dimostra la serietà con cui affronta gli SDGs (Sustainable Development Goals) dell’Agenda 2030.

 

Trattasi di un programma molto ambizioso, approvato nel 2015 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, avente in programma una serie di obiettivi (con scadenza il 2030) per rimodulare le vie di sviluppo affinché esse si rendano sostenibili, promuovano il benessere umano e rispettino l’ambiente. L’Agenda si compone di 17 elementi essenziali, ciascuno equivalente ad un obiettivo preciso.

Ciò su cui merita concentrarsi nel nostro caso sono, in particolare, l’obiettivo 7, volto ad assicurare a tutti un accesso all’energia che sia sicuro, affidabile e sostenibile, e l’obiettivo 13, finalizzato, invece, a promuovere azioni di ogni tipologia che siano funzionali a combattere il cambiamento climatico. Soffermarci un attimo sui suddetti ci permette di osservare le policies cinesi attuate proprio per ottemperare agli obiettivi delle Nazioni Unite. la vertiginosa velocità con cui Pechino è riuscita a crescere fino ad oggi le ha permesso non solo di rendere l’energia disponibile a tutti i suoi cittadini, ma anche di ottenere rilevantissimi risultati nel campo della transizione energetica.

Nel tentativo di giustificare tali affermazioni, e volendo arricchire l’incontro con qualche numero, Demostenes Floros, responsabile della sezione Energia presso il Centro Europa Ricerche, interviene lanciando una dovuta ed obbligatoria premessa: quando analisi statistiche vengono pubblicate in materia di emissioni di CO2, spesso si considera la sola quota immessa nell’atmosfera da parte di coloro che producono, trascurando invece quella introdotta da coloro che consumano. In poche parole, rientra nel conto finale la quantità di emissioni di gas serra che vengono registrate durante i processi di lavorazione dei produttori, ma non quelle che si potrebbero registrare dal lato dei consumatori.

Un tale bias metodologico comporta una distorsione anche della percezione dei vari Paesi, specialmente quando a questo indicatore si affianca il peso relativo in termini, appunto, di produzione e manifattura. Pechino, da sola, detiene il 30% della manifattura a livello globale, spiega Floros, mentre la locomotiva d’Europa (aka Berlino) appena il 4%. Sarebbe logico, per quanto affrettato, accusare la Cina di essere il Paese più inquinante al mondo, ma ciò sarebbe fondato solo se non si contassero le emissioni al consumo.

Correggendo il tiro, non a caso, emerge che la Cina non copre il primo posto per la quantità di CO2 immessa nell’atmosfera; anzi, Stati Uniti e Unione Europea presenterebbero numeri ben più alti.

Per tornare, invece, all’ affair “sostenibilità” occorre fare un’analisi comparativa mettendo a confronto il paniere energetico cinese (quale percentuale spetta ad ogni fonte nel produrre energia in uno Stato) per come appariva prima nel 2012, e poi nel 2022. Stando ai dati, nel 2012 la Cina dipendeva dal carbone per circa il 69%, mentre le fonti rinnovabili contavano un timidissimo 1%. Il trascorrere di un decennio, invece, rivela grosse sorprese: Pechino ha ridotto di 14 punti percentuali la dipendenza dal carbone (scesa al 55%), aumentando dell’800% la rilevanza delle fonti rinnovabili (salite all’8%).

Aprendo una piccola parentesi, sempre sulla questione, ad eccezio ne dell’anno 2021 (particolarmente influenzato dalla pandemia da Covid-19) la Cina non ha mai mutato il proprio valore di dipendenza energetica dall’estero (già molto basso per se), potendo quindi attuare la trasformazione in maniera quasi completamente autonoma.

I fatti rivelano, quindi, una non celata sensibilità sul tema della transizione energetica, contrariamente a quanto alcune testate giornalistiche vorrebbero far credere.

Pechino avrebbe, a tal proposito, un proprio approccio e una vera ideologia in materia, al punto da divenire “un argomento al centro del dibattito ai massimi livelli del Partito Comunista e della società”, come afferma il giornalista e scrittore Thomas Fazi.

Non solo con i fatti, ma anche a “parole” l’amministrazione di Xi Jinping sembrerebbe voler dare la giusta rilevanza al tema ambientale e alla transizione green: Il tristemente noto 2020 è stato anche l’anno di pubblicazione di un libro bianco intitolato “l’energia nella nuova era della Cina”, in cui si dà spazio ad innumerevoli iniziative ed investimenti finalizzati a favorire una crescita tecnologica in grado di far

progredire il potenziale sostenibile cinese.

Tralasciando gli sforzi politico-amministrativi, il dibattito pubblico sul tema rivela una peculiarità tutta cinese: Fazi, per l’appunto, spiega come la sfida venga affrontata dal Dragone con una mentalità tanto razionale quanto olistica. Facendo un paragone con l’approccio euro-occidentale, Pechino cerca di sfruttare le proprie risorse al fine di individuare soluzioni pragmatiche, le quali si integrano a loro volta con tutte le altre esigenze economiche e sociali tipiche di un paese emergente; la risposta del quadrante Atlantico Settentrionale appare, invece, per certi versi isterica, catastrofica e piena di appelli carenti di un serio approccio scientifico e sistemico. La narrativa tipica occidentale tratta la sfida del cambiamento climatico proponendo soluzioni ad un unico problema che sì, riguarda tutti i cittadini, ma che difficilmente riesce ad essere valutato includendo altre questioni imprescindibili e legate a doppio filo all’energia e all’ambiente.

La Weltanschauung cinese non ignora, dunque, che il clima e l’ambiente siano questioni estremamente importanti: La celebre e pessima qualità dell’aria è un argomento sensibile agli occhi dell’opinione pubblica, e ciò ha portato ad una grande consapevolezza, da intrecciare con la già olistica e collettivista mentalità del Dragone, la quale vuole ogni aspetto della realtà legato l’uno all’altro indissolubilmente.

In conclusione, se si scava in profondità, si osserva come Cina e Unione Europea siano in simbiosi e perfettamente allineati quanto ad obiettivi green, e su questo punto torna ancora una volta Paolo Giordani, ricordandoci che è proprio grazie alla diplomazia ed al dialogo che si possono “costruire ponti tra obiettivi e settori affinché le soluzioni siano sostenibili”.

Ecco l’opportunità per sfruttare la Belt and Road Initiative (in quanto progetto destinato ad interconnettere Asia, Europa e Africa) e intavolare un negoziato che porti il risultato finale a raggiungere l’obiettivo connettivo senza perdere di vista il criterio della sostenibilità.

La speranza è quella di riuscire ad inserire la BRI nel framework degli SDGs, garantendo la possibilità a tutti gli stakeholders di prendere parte attiva alla sua ultimazione; potendo dunque plasmarla riducendo le emissioni, azzerando l’impatto ambientale, e, infine, apportando benefici a tutte le comunità coinvolte.

 

Per gentile concesione di Vision & Global Trends. (International Institute for Global Analyses)

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