L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Politics (249)

    Carlotta Caldonazzo

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February 03, 2020

Nei giorni scorsi, il Pentagono ha espresso preoccupazioni riguardo la posizione assunta dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan nel conflitto libico: rischio di un aumento della tensione, possibilità per la Russia di espandere la sua area di influenza; l'espansione della NATO nei Balcani potrebbe non essere sufficiente a preservare il ruolo di superpotenza di Washington.

 

 

Nei giorni scorsi, il generale Stephen Townsend, comandante dell'AFRICOM, il comando delle truppe statunitensi in Africa, ha espresso preoccupazioni sul conflitto in corso in Libia, che ha paralizzato la comunità internazionale, impedendo qualsiasi progresso verso una soluzione politica. Una situazione aggravata dall'intervento della Turchia, il cui parlamento, lo scorso 2 gennaio, ha autorizzato l'invio di soldati a sostegno di Fayez al-Sarraj, presidente del Governo di accordo nazionale (GNA), che nel novembre 2019 aveva firmato con Ankara due accordi di cooperazione militare e uno sui confini marittimi nel Mediterraneo orientale: chiari indizi della politica espansionistica turca, che desta preoccupazione in diversi Stati della regione, come Grecia, Cipro, Egitto e Israele. Alla Turchia, quindi, al-Sarraj, ha chiesto aiuto contro l'offensiva del generale libico Khalifa Haftar, a sua volta sostenuto da Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti (EAU). Ancora una volta, quindi, Ankara e Mosca si trovano a convergere sulla volontà di limitare la sfera di influenza degli Stati Uniti (USA) e dell'Alleanza atlantica (NATO), ma a divergere in quanto si contendono il predominio nelle stesse regioni: Caucaso, Asia Centrale (dove i turkmeni producono terreno fertile per la longa manus turca), Balcani, Mediterraneo orientale (in particolare in Siria) e Maghreb. La Russia, che sostiene Haftar attraverso compagnie militari private (PMC) come il gruppo Wagner, utilizza lo stesso stratagemma in Africa centrale e subsahariana, dove diversi paesi ospitano questi soldati professionisti (Repubblica Centroafricana, Madagascar, Sudan, Zimbabwe, Mozambico e Sudafrica). Inoltre, secondo Townsend, Mosca ha firmato accordi sulla vendita di tecnologia militare con 36 paesi africani. L'obiettivo principale è l'accesso alle risorse, energetiche e più in generale del sottosuolo, soprattutto nichel, cobalto, uranio, oro e diamanti.

Il continente africano, dunque, come durante l'epoca degli imperialismi di fine XIX secolo, è terreno dello scontro fra le tre maggiori potenze mondiali, Stati Uniti, Russia e Cina, che rivaleggiano apertamente sul piano economico, ma compiono, intanto, mosse dai risvolti geopolitici significativi. La Cina, dal canto suo, non ha una presenza militare in Africa, a parte la base in Gibuti, ma estende il suo campo d'azione a colpi di investimenti e partenariati economici bilaterali, che includono la costruzione di infrastrutture e metropoli industriali. In tal modo, Pechino ha progressivamente esteso la sua rete, fondamentale per la realizzazione delle nuove vie della seta (BRI), progetto di controllo delle rotte del commercio e, di conseguenza, sui punti strategici dei diversi scacchieri regionali. Gli USA, al contrario, contano su una significativa presenza militare non solo nel continente africano, ma anche nel resto del mondo, portando avanti, come la Russia, la strategia del secolo scorso, elaborata dopo il secondo conflitto mondiale. A differenza di Mosca, tuttavia, Washington, parallelamente, investe risorse e impegno significativi nella corsa alla conquista del cyberspazio, un dominio nel quale rivaleggia con Pechino. Infatti la cosiddetta guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, altro non è che il risvolto economico della corsa al controllo della rete Internet globale, il cui primato è ancora in mani statunitensi. Nondimeno, Townsend ha lamentato una riduzione da parte del Pentagono delle risorse e delle truppe da destinare alla AFRICOM, una scelta che spiana la via a uno scenario simile a quello delineatosi in Siria: Russia e Turchia si spartiscono le aree di competenza in un apparente clima di dialogo e di accordo, ma perseguono ciascuna i propri obiettivi strategici. Come in Siria, anche in Libia sta emergendo una rivalità russo-turca, che rivela le mire espansionistiche della Turchia di Erdoğan.

 

 

Il presidente turco, attraverso una diplomazia efficace e multidimensionale, ha reso la Turchia uno degli attori protagonisti in Libia, secondo le parole del suo stesso portavoce e consigliere alla politica internazionale, Ibrahim Kalın. A differenza dei governi europei, ma anche di Russia e Stati Uniti, Ankara ha, infatti, abbandonato la neutralità in Libia, scendendo apertamente in campo per una delle parti in causa. Una scelta difficile da sostenere per le democrazie neoliberali, poiché implica una presa di posizione contraria alla comunità internazionale, dato il riconoscimento del GNA (Il governo di accordo nazionale per la Libia), da parte dell'Organizzazione delle Nazioni unite (ONU). Né il timido tentativo dell'Europa alla conferenza di Berlino, sembra poter arrestare il conflitto armato, non solo perché non comporta l'impegno nel disarmo delle milizie, ma anche, e soprattutto, perché ha lasciato emergere le divisioni e le rivalità internazionali di cui la guerra libica è conseguenza e manifestazione. Contestualmente, la Turchia dagli anni '90 riprende ostentatamente il tradizionale principio della religione come instrumentum regni, che l'Impero ottomano ereditò dai Bizantini, i quali, a loro volta, lo avevano ripreso dai Romani, secondo quanto lo storico greco Polibio scriveva in Storie, VI, 56. La scorsa settimana, Erdoğan aveva definito assolutamente inaccettabile il piano per il Medio Oriente del presidente USA Donald Trump, in quanto ignora i diritti dei palestinesi e legittima l'occupazione di Israele. Il presidente turco aveva sottolineato, in particolare, che Gerusalemme è sacra per i musulmani, una frase più volte ripetuta da quando, dopo il fallito colpo di stato del luglio 2016, aveva guidato il suo paese verso il presidenzialismo. Il vessillo della causa palestinese, unito a quello del carattere sacro di Gerusalemme, è stato sbandierato a più riprese nei suoi discorsi. Come, del resto, il vessillo della condanna degli Stati arabi, Arabia Saudita in primis, per la loro mancata presa di posizione in favore dei fratelli palestinesi.

Nello stesso tempo, nel quadro del conflitto siriano, dopo il successo delle trattative diplomatiche con Russia e Iran (il cosiddetto processo di Astana), nei giorni scorsi Erdoğan ha accusato Mosca di non rispettare gli accordi per fermare gli scontri a Idlib, minacciando un intervento militare contro le truppe di Damasco. Dichiarazioni che hanno contribuito ad aumentare le tensioni tra Turchia e Russia, già salite a seguito dell'ultima operazione militare turca in Siria. Peraltro, Ankara ha dimostrato di sapere e volere fare sul serio nella notte tra il 2 e il 3 febbraio, con la risposta al fuoco dell'artiglieria siriana che aveva colpito una colonna di soldati turchi nella provincia di Idlib. Agli scontri, in cui sono morti almeno 4 soldati turchi e ne sono stati feriti altri 9, sono seguite le dichiarazioni infuocate di Erdoğan, che manifestando la sua intenzione di schierarsi al fianco dei fratelli siriani (in altri termini, i ribelli sunniti), ha intimato alla Russia di non mettersi in mezzo. Siria e Libia, d'altronde, oltre ad essere due regioni un tempo appartenute all'Impero ottomano (la prima dal XVI secolo, la seconda dal XVIII), sono due punti strategici nel Mediterraneo orientale e centrale. La stessa importanza rivestita in area eurasiatica dai Balcani e dal Caucaso, dove la Turchia ha imposto il suo soft power dagli anni '90, con il beneplacito (quando non il sostegno) della NATO e degli USA. Così, oggi, si muove sul filo dello scontro diplomatico con Washington, senza tuttavia cercare altri protettori, ma trovando nella sua posizione strategica il suo massimo punto di forza. Al tempo dei conflitti nella ex-Jugoslavia, l'Europa, o meglio le potenze europee persero l'occasione di dimostrarsi in grado di elaborare e di proporre un assetto geopolitico alternativo a quello della supremazia mondiale statunitense. Da allora, nessun (nuovo) segnale.

January 21, 2020

Tra le eredità più attuali della fase degli imperialismi di fine XIX secolo e dell'inutile strage del primo conflitto mondiale, c'è la riflessione sui rischi che la diplomazia segreta comporta a lungo termine per la stabilità e per la pace; ora che la supremazia mondiale statunitense non è più così incrollabile come poteva sembrare alla fine della guerra fredda, emergono opposte reti di organizzazioni che si servono di slogan ideologici per imporre la propria visione dell'assetto geopolitico mondiale

 

 

Il primo dei quattordici punti del discorso pronunciato, nel gennaio 1918, dall'allora presidente statunitense Woodrow Wilson era l'abbandono della diplomazia segreta, in particolare le clausole occulte dei trattati e gli accordi stretti all'insaputa degli alleati con Stati considerati “nemici”. Un principio considerato allora inderogabile per preservare la pace, ma la guerra fredda ha preparato il terreno a dinamiche ben più intricate, dove i patti tra Stati profondi spesso andavano al di là delle amicizie sbandierate dagli Stati ufficiali. Diversi apparati di uno stesso Stato potevano quindi tessere diverse trame di alleanze e promesse più o meno mantenute di sostegno, di natura tattica o strategica. Per il primo caso, basti citare il supporto statunitense ai mojahedin contro l'Unione sovietica (URSS), mentre tra le alleanze strategiche si possono citare l'Organizzazione del trattato dell'Alleanza atlantica (NATO) e il Patto di Varsavia. L'intrecciarsi di questi due piani ha dato luogo a scandali, seguiti da crisi politiche, come nel caso dell'Affare Iran-Contra, o Irangate. Contestualmente, l'URSS ha sostenuto e protetto movimenti anticoloniali, partiti e organizzazioni comuniste e capi politici di importanza tattica come il generale iracheno Kassem. In tale contesto, l'Organizzazione delle Nazioni unite (ONU), figlia di quella Società delle nazioni voluta, ma non ratificata, da Wilson, non ha mai esercitato un ruolo autentico di arbitro internazionale e sovranazionale, che pure era stato alla base della sua creazione, dopo la Seconda guerra mondiale.

 

Dopo l'implosione del sistema sovietico, in un apparente brusco cambiamento di strategia, gli Stati Uniti, rimasti unica superpotenza mondiale, lanciarono una serie di campagne militari aperte ed esplicite, non sempre sotto l'egida della NATO e variamente denominate, tra ironia semantica e pragmatismo geopolitico, interventi umanitari o guerre preventive: dalla guerra del Golfo del 1991, ai conflitti balcanici, fino alle operazioni in Afghanistan e in Iraq e all'intervento militare in Libia nel 2011. Gli ultimi tre casi, peraltro, in un quadro mondiale scosso, nel 2001, dagli attentati al World Trade Center di New York e al Pentagono. Un mutamento strategico apparente, poiché quei conflitti si svolsero parallelamente al sostegno di paesi ai quali fu affidato il ruolo di gendarmi regionali, ad esempio la Turchia nei Balcani e nel Caucaso (e come guida culturale), l'Arabia Saudita nel Golfo ( come guida culturale dell'islam arabo sunnita, benché non ne rappresenti che le frange più radicali, wahhabismo e salafismo) e Israele nel Medio Oriente (come avamposto militare). Inoltre, il sostegno finanziario e talvolta dichiaratamente politico a gruppi, movimenti e organizzazioni che avrebbero dovuto diffondere il modello di democrazia neoliberale, andò avanti e si fece più capillare, soprattutto nel primo decennio degli anni 2000, spesso sotto le vesti del cosiddetto soft power. Basti considerare la storia del movimento serbo Otpor! (https://www.monde-diplomatique.fr/2019/12/OTASEVIC/61096) o dei Mojahedin del popolo iraniani.

 

Nell'ultimo decennio, tuttavia, altre potenze rivali hanno iniziato a insidiare la supremazia statunitense: Cina e Russia a livello mondiale, Turchia a livello regionale-confessionale-tradizionale. Se per la Russia si tratta di un ritorno in scena, sia pure sotto diverso nome, e soprattutto con una diversa visione politica e sociale, per la Cina la conquista dello status di seconda potenza mondiale nel 2010 e il conseguente aumento esponenziale di peso geopolitico sono stati il risultato di una lenta e accurata elaborazione del proprio ruolo sullo scacchiere mondiale, iniziata già durante la guerra fredda, quando Pechino affermò la propria autonomia di fronte all'URSS (un processo culminato con la crisi sino-sovietica). In altri termini, il piano geoeconomico del presidente Xi Jinping, reso noto nel 2013 come la nuova via della seta (BRI, dall'acronimo inglese Belt and Road Initiative), in continuità dinamica con la strategia della collana di perle, rappresenta oggi un'alternativa rispetto ai più “tradizionali” sistemi di alleanze di Stati Uniti e Russia, senza tuttavia superarne la struttura a livelli paralleli, espliciti e segreti. Infatti, il progetto, integrato dal piano Made in China 2025 del 2015, prevede ufficialmente accordi di partenariato e cooperazione commerciali, ma anche, e soprattutto, un controllo delle rotte marittime degno delle talassocrazie storiche.

Le altre due potenze rivali, intanto, sostengono gruppi, movimenti e forze politiche funzionali ai rispettivi piani geoeconomici e geopolitici, in uno scontro basato per ora quasi esclusivamente sul soft power, ma che, a differenza del piano di Pechino, si propone di promuovere cambiamenti politici negli stati satelliti. Per Washington si tratta di trasformazioni volte ad avviare e a potenziare l'integrazione di questi ultimi nell'impero neo-liberale. Per Mosca, invece, si tratta di affermare un nuovo ordine globale dai contorni di una santa alleanza, ispirato all'imperialismo zarista, al conservatorismo morale e alla forte compenetrazione tra religione e politica. Una rete rilevata lo scorso ottobre dalla trasmissione Rai Report, che lega partiti e movimenti della destra nazionalista (i cosiddetti sovranisti) russa, europea e statunitense. Legami che dimostrano che anche negli Stati Uniti, nel cuore della superpotenza che si pone come unico modello del cosmopolitismo e del caos-politismo neoliberali, esistono fondazioni e movimenti politici e sociali che mirano piuttosto all'instaurazione di Stati nazione dall'identità religiosa fortemente pervasiva della dimensione politica, uniti dal comune obiettivo di combattere il disordine morale (sic!), la dissoluzione della famiglia e una presunta minaccia islamica. Tra i nomi citati da Report, ci sono quelli del filantropo (oligarca) Konstantin Malofeev e del filosofo ultra-nazionalista Alexandar Dughin, soprannominato il Rasputin di Putin, malgrado il grottesco bisticcio linguistico. Il nome di Dughin figura tra gli ideatori dell'alleanza tattica tra la Russia di Vladimir Putin e la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, che si è tradotta nell'accordo per l'acquisto, da parte di quest'ultima, del sistema di difesa russo S-400 (giugno 2018) e nella cooperazione tra i due paesi nei conflitti siriano e libico. Inoltre, secondo Doğu Perinçek, capo del Partito della patria, Dughin avrebbe avvertito consiglieri in stretto contatto con Erdoğan di un'attività insolita dell'esercito turco, il 14 luglio 2016, un giorno prima del “fallito” colpo di Stato.

Dal canto suo, il sultano di Ankara considera questa concordia russo-turca come una tappa transitoria verso l'affermazione del proprio progetto geopolitico, che ha come punto di partenza il saggio Profondità strategica di Ahmet Davutoğlu del 2001, e parzialmente rivisto da Erdoğan dopo che questi si era dimesso dalle cariche di premier turco e di capo del partito Giustizia e sviluppo (AKP), al governo. Tra le regioni in cui le rivalità geopolitiche sono maggiormente evidenti in questo momento, ci sono sicuramente i Balcani, in particolare l'Albania, recentemente coinvolta in un aspro scambio di accuse con la Guida suprema della rivoluzione iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei. La presa di posizione del Premier Edi Rama e del presidente della Repubblica Ilir Meta mostrano infatti come l'attuale governo, per sottrarsi ai tentativi di Russia e Turchia di infiltrarsi sulla scena politica (e religiosa, con rischiose conseguenze), abbia scelto di allinearsi alla NATO e a quello che il presidente statunitense Donald Trump ha definito lo Stato profondo del suo paese, ossia quegli apparati che proteggono le istituzioni USA da eventuali velleità popolari “controproducenti”, come appunto quelle promosse dalle fondazioni e dai movimenti che fanno parte della galassia degli ultra-nazionalisti e ultra-conservatori russi guidati da Dughin. La posizione di Tirana, oggi, è più delicata che mai, dopo l'esclusione dal processo di integrazione europea, ma soprattutto dopo l'avvio della costruzione della prima base NATO nei Balcani occidentali, nella cittadina di Kuçovë.

January 17, 2020

Nel quadro delle tensioni tra Iran e Stati Uniti, e dei dissidi interni alla Republica islamica, l'Albania espelle due diplomatici iraniani; una decisione che non manca di precedenti, per un paese che, per volontà di Washington, ospita da sei anni una cittadella di militanti islamico-marxisti, oppositori del regime di Tehran in passato inclusi nella lista delle organizzazioni terroristiche.

 

 

Dopo oltre un anno dall'espulsione dell'ambasciatore iraniano a Tirana e di un altro funzionario di Tehran, lo scorso 15 gennaio il governo albanese ha chiesto ad altri due diplomatici di Tehran di abbandonare il suo territorio, per attività incompatibili con il loro status. Un'espressione spesso usata nelle accuse di spionaggio. Una settimana prima, in un'intervista di poco successiva all'attacco iraniano contro due basi statunitensi in Iraq, la guida suprema della Rivoluzione, l'ayatollah Ali Khamenei, commentando le manifestazioni in corso in diverse città iraniane, aveva indirettamente definito l'Albania nemico dell'Iran: esiste un piccolo paese in Europa, ma molto malvagio. Lì gli elementi criminali collaborano con gli americani e i traditori dell'Iran e pianificano attacchi contro il nostro paese. Qualche ora dopo, il presidente della Repubblica albanese Ilir Meta aveva risposto che l'Albania è un paese democratico, che ha sofferto a causa di una terribile dittatura, e per questo ama i diritti umani come un valore sacro. I missili lanciati dal regime iraniano contro due basi statunitensi, aveva aggiunto, sono un atto provocatorio con pericolose conseguenze per la regione e per la sua stabilità. Meta aveva inoltre precisato che il suo paese continua a schierarsi fermamente, con il suo impegno, al fianco degli Stati Uniti e della Nato nella lotta contro il terrorismo internazionale e contro qualsiasi azione in grado di compromettere la stabilità e la pace globali. Quanto all'attacco iraniano contro due basi statunitensi in Iraq, secondo Meta si era trattato di un'azione provocatoria, con pericolose conseguenze per la regione e per la sua stabilità. Dal canto suo, il Primo ministro albanese Edi Rama, aveva difeso la posizione del suo governo sul dossier iraniano: abbiamo compiuto un'azione degna di onore, coerente con la tradizione albanese e basata su un preciso accordo con gli Stati uniti, accogliendo un gruppo di persone in pericolo di vita. Abbiamo vissuto sotto una dittatura, ha continuato, e sappiano molto bene come si comporti un regime e come possa controllare ogni cosa per liquidare qualsiasi oppositore nel mondo.

 

Il gruppo di persone in questione, oggetto del contendere tra Tirana e Tehran, è l'Organizzazione dei Mojahedin del popolo (MEK), che nel 2013 l'amministrazione USA del presidente Barack Obama fece trasferire da Camp Liberty (dove erano stati ospitati dopo quasi tre decenni passati a Camp Ashraf) in Iraq all'Albania, a seguito di un accordo con quest'ultima. Inizialmente, il MEK aveva rifiutato l'offerta di asilo albanese, salvo accettare tre anni dopo, sotto le pressioni di Washington giustificate da ragioni di sicurezza. Motivo del trasferimento era stata la volontà dell'allora primo ministro iracheno Nouri al-Maliki di espellere, possibilmente di concerto con l'Organizzazione delle nazioni unite (ONU), i membri del gruppo. Da allora, circa tremila persone si sono stabilite prima in una località nei pressi della capitale albanese Tirana, poi vicino Durazzo, altra importante città e polo portuale del paese, costituendo una sorta di cittadella, denominata Ashraf 3, in quanto terzo luogo di “esilio”. Una vicenda intricata, tanto quanto è controversa la storia di questo gruppo, maggioritario nel Consiglio nazionale della resistenza iraniana (CNRI) e per questo spesso identificato con quest'ultimo. Il CNRI, organizzazione politica iraniana con sede a Parigi, è guidato da Massoud e Maryam Rajavi (entrambi leader anche del MEK): il primo, dopo anni di militanza politica contro il regime dello shah Reza Pahlavi, dal quale fu arrestato e condannato a morte, pena successivamente commutata in prigione a vita. Liberato dopo la rivoluzione iraniana del 1979, Massoud Rajavi prese immediatamente posizione contro il nuovo regime, assumendo la guida del MEK. Nel 1981, quindi, fondò il CNRI assieme all'ex presidente iraniano (costretto alle dimissioni dall'yatollah Ruhollah Khomeini) Bani Sadr, con il quale si era appena rifugiato a Parigi. L'obiettivo primario era rovesciare la Repubblica islamica, per fondare uno Stato democratico. Nondimeno, cinque anni dopo, nel quadro di un accordo tra Francia e Iran, l'allora primo ministro francese Jacques Chirac espulse dall'Esagono il CNRI, che fu allora accolto dall'Iraq di Saddam Hussein, stabilendo una base vicino al confine con l'Iran.

Sin dal 1983, infatti, a tre anni dall'inizio del sanguinoso conflitto tra Iran e Iraq (1980-88) il MEK aveva iniziato a cooperare con il presidente iracheno, per iniziativa dello stesso Rajavi, che siglò con l'allora vice-primo ministro iracheno Tariq Aziz un piano di pace, fondato su un accordo di reciproco riconoscimento dei confini stabiliti nell'accordo di Algeri, nel 1975. Una mossa che provocò una frattura irrimediabile all'interno del CNRI, fino alla fuoriuscita di un cospicuo gruppo di moderati, tra i quali Bani Sadr. Pur proclamandosi fiero avversario di Khomeini in nome della democrazia e della libertà di espressione, Rajavi (e il CNRI, che ha finito per coincidere sempre più con il MEK) non esitò infatti ad allearsi con Saddam Hussein, all'epoca generoso finanziatore del MEK assieme all'Arabia Saudita. L'Iran di Khomeini tentò con due operazioni militari di costringere il CNRI/MEK a lasciare le sue postazioni vicine al confine, ma con l'operazione Quaranta stelle lanciata da Saddam Hussein uccisero la quasi totalità di una divisione della Guardia rivoluzionaria iraniana. Sull'onda della cooperazione con il rais iracheno, circa 7.000 elementi del MEK, armati da Baghdad, fondarono l'Esercito di liberazione nazionale dell'Iran (NLA), disarmato solo dopo l'invasione statunitense in Iraq. La copertura aerea dell'aviazione militare irachena permise al NLA di compiere incursioni in territorio iraniano, fino alla distruzione della città di Islamabad-e Gharb, nonostante fossero trascorsi sei giorni da quando Khomeini aveva accettato il cessate il fuoco dell'ONU. La campagna, denominata Operazione Mersad, fu seguita da un'ondata di condanne a morte di membri del MEK in Iran, che coinvolse anche diversi militanti di partiti e organizzazioni della sinistra. Concluso il conflitto tra Iran e Iraq, il MEK portò avanti la sua strategia di lotta armata contro il regime iraniano, uccidendo figure di rilievo delle sfere politica e militare. Nel 1992, inoltre, lanciò un attacco coordinato contro dieci ambasciate iraniane, ivi inclusa la Missione iraniana alle Nazioni unite a New York, catturando e ferendo numerosi funzionari.

Anti-capitalista, anti-imperialista e anti-americano, il MEK collaborò inoltre alle operazioni militari lanciate dalla Guardia repubblicana irachena per reprimere le contestazioni sciite, curde e turkmene contro il regime baathista di Saddam Hussein. È questa la ragione principale per cui tra il 1997 e il 2005 Stati Uniti, Regno Unito, Unione Europea e Canada inclusero il MEK nella lista delle organizzazioni terroristiche, mentre nel 2008 la Commissione ONU contro la tortura dichiarò che il gruppo era coinvolto in attività terroristiche. La posizione di Washington, tuttavia, cambiò radicalmente dal 2003, ossia da quando l'amministrazione del presidente George W. Bush lanciò il bombardamento e l'invasione dell'Iraq con lo scopo di rovesciare il regime di Saddam Hussein. Inizialmente bersaglio dei bombardamenti USA, il MEK decise infatti di stringere una nuova alleanza e da allora Massoud Rajavi risulta scomparso. Il primo paese a espungere questa formazione dalla lista delle organizzazioni terroristiche è stato il Regno Unito, nel 2008, seguito da Unione Europea, Stati Uniti e Canada. In territorio statunitense, infatti, il MEK disponeva di una forte base, costituita soprattutto da elementi della diaspora iraniana, che negli anni ha contribuito a legittimare la linea e le azioni del movimento, dichiarato sotto protezione dall'allora segretario di Stato alla Difesa Donald Rumsfeld. Ciononostante, il drastico aumento di peso politico dei partiti e delle organizzazioni sciite in Iraq, uno degli esiti dell'invasione statunitense dell'Iraq, ha reso l

a posizione del MEK sempre più fragile. Intanto, assieme al CNRI, quest'ultimo decise di mutare definitivamente la sua strategia dalla lotta armata all'opposizione mediatica. È ben nota la conferenza stampa a Washington del 14 agosto 2002, quando il rappresentante del MEK Alireza Jafarzadeh affermò l'esistenza di impianti nucleari in Iran, a Natanz e ad Arak, elementi successivamente ripresi dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA).

Beneficiando di un sostegno sempre maggiore da parte di Stati Uniti ed europa, il MEK si è progressivamente trasformato da una sorta di setta armata a un movimento, almeno sulla carta, interessato all'affermazione della democrazia, dei diritti umani, della parità di genere e della laicità. Ogni anno, il CNRI/MEK organizza a Parigi la conferenza Iran libero, alla quale partecipano numerosi rappresentati politici statunitensi ed europei, attivi e in pensione. Nel 2018, il Consigliere alla Sicurezza nazionale americana John Bolton ha persino auspicato di vedere il MEK al potere in Iran entro il 2019, mentre l'ex sindaco di New York Rudy Juliani ha suggerito che dietro le proteste allora (come ora) in corso in Iran c'era l'azione di coordinazione portata avanti da molte delle nostre persone (con riferimento ai membri del MEK) in Albania. Il coinvolgime

nto di Tirana nel conflitto tra Iran e Stati Uniti, rischia tuttavia di complicare una situazione politica già di per sé delicata. Alle tensioni tra l'attuale governo a guida socialista e il Partito democratico all'opposizione, si aggiungono i tentativi di ingerenza da parte di due superpotenze mondiali, come la Russia e gli Stati Uniti, e della Turchia, potenza regionale particolarmente aggressiva e sempre meno disposta a servire da fedele gendarme dell'Organizzazione del trattato dell'Atlantico del Nord (NATO). Nondimeno, la strategia di potenza degli Stati Uniti appare stabilmente basata, dalla fine della guerra fredda, sul soft power e sull'esportazione del modello democratico neoliberale attraverso fondazioni come quella di Rumsfeld in Asia centrale, oppure mediante il sostegno finanziario e politico a movimenti come il serbo Otpor! (Resistenza!), i cui leader sono anche guide e fondatori del Centro per le azioni e le strategie non-violente applicate (CANVAS). Nato nel 2004, quest'ultimo organizza in vari paesi, tra cui Georgia, Bielorussia, Ucraina, Iran, Venezuela ed Egitto, corsi di formazione per elaborare e mette

re in atto il rovesciamento dei regimi in carica. Tra i suoi principali finanziatori (tutti privati) si trova la Open Society Foundation, creata nel 1979 da George Soros. A parte le considerazioni sulla legittimità di sostenere (il che spesso significa indurre) dall'esterno cambiamenti politici interni a uno Stato sovrano, tale approccio si è rivelato più volte fallimentare, come nel caso dei martoriati Balcani. Stabilire proprio lì un'organizzazione come il MEK appare dunque l'ennesimo azzardo escogitato per difendere la supremazia statunitense, sempre più insidiata da altri attori. A parte la Cina, Russia e Turchia si sono recentemente mostrate disposte a un'alleanza tattica, pur di estendere e rafforzare zone di influenza significative sul piano geopolitico, come la Siria e la Libia. Sarà dunque il duo Mosca-Ankara a imporre la propria profondità strategica anche sul dossier iraniano? D'altra parte, Russia e Turchia sono parte integrante della storia politica persiana.


 

January 14, 2020

NATOME: così il presidente Trump, che si vanta del proprio talento nel creare acronimi, ha già battezzato lo spiegamento  della Nato in Medio Oriente, da lui richiesto per telefono al segretario generale dell’Alleanza Stoltenberg. 

Questi ha immediatamente acconsentito che la Nato debba avere «un accresciuto ruolo in Medio Oriente, in particolare nelle missioni di addestramento». Ha quindi partecipato alla riunione dei ministri degli esteri della Ue, sottolineando che l’Unione europea deve restare a fianco degli Stati uniti e della Nato poiché, «anche se abbiamo fatto enormi progressi, Daesh può ritornare». 

Gli Stati uniti cercano in tal modo di coinvolgere gli alleati europei nella caotica situazione provocata dall’assassinio, autorizzato dallo stesso Trump, del generale iraniano Soleimani appena sbarcato all’aeroporto di Baghdad. 

Dopo che il parlamento iracheno ha deliberato l’espulsione degli oltre 5.000 soldati Usa, presenti nel paese insieme a migliaia di contractor del Pentagono, il primo ministro Abdul-Mahdi ha chiesto al Dipartimento di Stato di inviare una delegazione per stabilire la procedura del ritiro. Gli Usa – ha risposto il Dipartimento – invieranno una delegazione «non per discutere il ritiro di truppe, ma l’adeguato dispositivo di forze in Medio Oriente», aggiungendo che a Washington si sta concordando «il rafforzamento del ruolo della Nato in Iraq in linea con il desiderio del Presidente che gli Alleati condividano l’onere in tutti gli sforzi per la nostra difesa collettiva». 

Il piano è chiaro: sostituire, totalmente o in parte, le truppe Usa in Iraq con quelle degli alleati europei, che verrebbero a trovarsi nelle situazioni più rischiose, come dimostra il fatto che la stessa Nato, dopo l’assassinio di Soleimani, ha sospeso le missioni di addestramento in Iraq. 

Oltre che sul fronte meridionale, la Nato viene mobilitata su quello orientale. Per «difendere l’Europa dalla minaccia russa», si sta preparando l’esercitazione Defender Europe 20, che vedrà in aprile e maggio il più grande spiegamento di forze Usa in Europa degli ultimi 25 anni. 

Arriveranno dagli Stati uniti 20.000 soldati, tra cui alcune migliaia della Guardia Nazionale provenienti da 12 Stati Usa, che si uniranno a 9.000 già presenti in Europa portando il totale a circa 30.000. Essi saranno affiancati da 7.000 soldati di 13 paesi europei della Nato, tra cui l’Italia, e 2 partner, Georgia e Finlandia. 

Oltre agli armamenti che arriveranno da oltreatlantico, le truppe Usa impiegheranno 13.000 carri armati, cannoni semoventi, blindati e altri mezzi militari provenienti da «depositi preposizionati» Usa in Europa. Convogli militari con mezzi corazzati percorreranno 4.000 km attraverso 12 arterie, operando insieme ad aerei, elicotteri, droni e unità navali. 

Paracadutisti Usa della 173a Brigata e italiani delle Brigata Folgore si lanceranno insieme in Lettonia. 

L’esercitazione Defender Europe 20  assume ulteriore rilievo, nella strategia Usa/Nato, in seguito all’acuirsi della crisi mediorientale. Il Pentagono, che l’anno scorso ha inviato altri 14.000 soldati in Medio Oriente, sta dirottando nella stessa regione alcune forze che si stavano preparando all’esercitazione di guerra in Europa: 4.000 paracadutisti  della 82a Divisione aviotrasportata (comprese alcune centinaia da Vicenza) e 4.500 marinai e marines della nave da assalto anfibio USS Bataan. Altre forze, prima o dopo l’esercitazione in Europa, potrebbero essere inviate in Medio Oriente. 

La pianificazione della Defender Europe 20, precisa il Pentagono, resta però immutata. In altre parole, 30.000 soldati Usa si eserciteranno a difendere l’Europa da una aggressione russa, scenario che mai potrebbe verificarsi anche perché nello scontro si userebbero non carri armati ma missili nucleari. 

Scenario comunque utile per seminare tensione e alimentare l’idea del nemico.

 (il manifesto, 14 gennaio 2020) 

November 24, 2019

 

 

 Intervista video a John Shipton,
padre di Julian Assange

22 NOV 2019 — L’intervista video a John Shipton, padre di Julian Assange – fatta da Berenice Galli (CNGNN), montata e pubblicata da Pandora TV diretta da Giulietto Chiesa – costituisce un documento di grande importanza per la difesa della democrazia, sempre più sotto attacco da parte di un sistema politico-mediatico che usa repressione e mistificazione per mettere a  tacere la verità. Per meglio comprendere l’intervista, riassumiamo qui di seguito le vicende che hanno portato alla drammatica situazione  in cui si trova oggi Julian Assange. Invitiamo a diffondere al massimo questa informazione, contribuendo in tal modo alla campagna internazionale per la liberazione di Julian Assange.      

Julian Assange nasce nel 1971 a Townsville in Australia,  da una artista, Christine Assange, e un architetto, John Shipton.  A sedici anni, sa già scrivere programmi informatici. Verso la fine degli anni Ottanta diviene membro di un gruppo di hacker noto come International Subversives.

Nel 1991 subisce un'irruzione nella sua casa di Melbourne da parte della polizia federale australiana, con l'accusa di essersi infiltrato nel sistema informatico del Pentagono. Nel 1992 gli vengono rivolti ventiquattro capi di accusa per reati di “pirateria informatica”. Assange è condannato, ma in seguito è rilasciato per buona condotta, dopo aver pagato una grossa multa.

A partire dal 2006 è tra i promotori del sito web  WikiLeaks, di cui diviene caporedattore. WikiLeaks nel corso degli anni pubblica documenti da fonti anonime e informazioni segrete su politici corrotti, assassinii politici, repressioni e guerre. Il materiale pubblicato tra il 2006 e il 2009 attira sporadicamente l'attenzione dei media, ma è il caso Chelsea Manning  che porta WikiLeaks, nel 2010. al centro dell'interesse internazionale.

Chelsea Manning, attivista statunitense, è accusata di aver fornito a WikiLeaks migliaia di documenti riservati di cui era venuta a conoscenza  lavorando quale analista di intelligence dell’Esercito USA durante la guerra in Iraq. Viene per questo condannata a 37 anni di detenzione in un carcere di massima sicurezza. Rilasciata dopo 7 anni di carcere duro, sarà nuovamente incarcerata nel 2019 per essersi rifiutata di testimoniare contro Assange. 

Nel 2010 WikiLeaks rende di pubblico dominio oltre 250.000 documenti statunitensi,  molti dei quali etichettati come "confidenziali" o "segreti". Tra questi diversi video sulle stragi di civili compiute dagli USA in Iraq e Afghanistan. WikiLeaks viene messa sotto inchiesta in Australia e Julian Assange rischia di nuovo l’arresto.

Nello stesso anno, mentre Assange è in Gran Bretagna,  il tribunale svedese di Stoccolma emette nei suoi confronti un mandato di arresto in contumacia, con l'accusa di aver avuto rapporti sessuali non protetti, seppur consenzienti, con due donne. Assange, presentatosi spontaneamente negli uffici di Scotland Yard, viene arrestato in forza di un mandato di cattura europeo. Assange viene rilasciato su cauzione, ma la Svezia ne chiede l’estradizione dalla Gran Bretagna, col chiaro intento di estradarlo negli Stati Uniti dove lo attende un processo per spionaggio che prevede l’ergastolo o la pena di morte.

Nel 2012 la Corte Suprema britannica decreta la sua estradizione in Svezia. Assange si rifugia, a Londra, nell’Ambasciata dell’Ecuador che gli garantisce il diritto di asilo. Qui resta confinato per sette anni, nonostante che anche una Commissione delle Nazioni Unite denunci il fatto che A ssange è detenuto arbitrariamente e illegalmente in Gran Bretagna  

Nel frattempo WikiLeaks prosegue la sua attività. Nel 2016 pubblica oltre 30.000 email e documenti inviati e ricevuti tra il 2010 e il 2014 da Hillary Clinton, Segretaria di Stato dell’Amministrazione Obama. Tra questi una email del 2 aprile 2011, la quale rivela il vero scopo della guerra USA/NATO alla Libia perseguito in particolare da USA e Francia: impedire che Gheddafi usasse le riserve auree della Libia per creare una moneta pan-africana alternativa al dollaro e al franco CFA, la moneta imposta dalla Francia a 14 ex colonie.

La crescente pressione internazionale, esercitata sull’Ecuador soprattutto da Stati Uniti, Gran Bretagna e Svezia, raggiunge il suo scopo. Privato dall’Ecuador del diritto di asilo, Julian Assange viene arrestato nell’aprile 2019 dalla polizia britannica, con l’imputazione di essersi sottratto al mandato emesso dalla Corte Suprema nel 2012.

Il Responsabile ONU contro la tortura, Nils Melzer, dopo avergli fatto visita nel carcere britannico di massima sicurezza, dichiara: "Julian Assange è detenuto in un carcere di massima sicurezza, in condizioni di sorveglianza e isolamento estreme e non giustificate, mostra tutti i sintomi tipici di un'esposizione prolungata alla tortura psicologica. È necessario che il governo britannico lo liberi immediatamente per proteggere la sua salute e la sua dignità. È inoltre da escludere la sua estradizione negli USA".

La vita di Julian Assange, di fatto rapito e detenuto in condizioni inumane  (gli viene proibito perfino di vedere i figli), è sempre più in pericolo, sia per i lunghi anni di sofferenze che hanno deteriorato la sua salute, sia per la pericolosa situazione in cui si troverebbe se fosse estradato negli USA. Qui sarebbe in mano a coloro che hanno tutto l’interesse a non farlo arrivare a un processo che, soprattutto se permettesse all’imputato di difendersi, sarebbe estremamente imbarazzante per l’establishment politico-militare.

November 12, 2019

A Milano il Focus di Idos-Assindatcolf su “Lavoro domestico e programmazione dei flussi di ingresso”

 

 

Valgono il 9% del Pil nazionale, ovvero 139 miliardi di euro, versano tasse e contributi generando introiti che ammontano a 25 miliardi di euro, una cifra superiore a quella che lo Stato spende per  farsene carico: sono i 2 milioni 455 mila immigrati che nel 2018 erano regolarmente impiegati in Italia. Una forza lavoro indispensabile, soprattutto nel settore della cura e dell’assistenza domiciliare,  dove la loro incidenza supera il 70% del totale, ma che di fatto viene penalizzata per una mancanza ormai pluriennale di quote dedicate ad ingressi effettivi di lavoratori stranieri stabili all’interno dei cosiddetti ‘decreti flussi’. E’ questa la fotografica scattata da Assindatcolf, Associazione Nazionale Datori di Lavoro Domestico e da Idos, Centro Studi e Ricerche, autore del Dossier Statistico   immigrazione 2019, i cui dati sono stati presentati questa mattina nel corso di un evento organizzato a Milano, presso l’Hotel Michelangelo.

Un’occasione per avviare una riflessione sulla mancata programmazione dei flussi di ingresso e sul lavoro domestico, il settore dei servizi nel quale la presenza di immigrati è in assoluto più alta: su 859.233 colf e badanti regolarmente censiti negli archivi Inps a fine 2018, 613.269 erano immigrati. “Un numero - dichiara Andrea Zini, vice presidente Assindatcolf ed Effe - in costante calo dal 2012 ad oggi, quando i lavoratori stranieri regolarmente impiegati nel comparto erano 823mila. In 7 anni si sono, dunque, persi 210mila posti di lavoro a causa di una politica che non ha saputo riformare il welfare familiare e valorizzare questa forza lavoro, contribuendo al contempo al dilagare del lavoro ‘nero’ o ‘grigio’ che nel settore ha percentuali altissime: si stima, infatti che 6 domestici su 10  siano irregolari, ovvero 1,2 milioni di lavoratori”.

“Dal 2011 in poi - spiega Luca Di Sciullo, presidente Centro Studi e Ricerche Idos - l’Italia ha sostanzialmente bloccato i canali di ingresso legali agli stranieri che intendano venire stabilmente per motivi di lavoro. Tanto che ad oggi, per molti migranti ‘economici’, l’unica possibilità di entrare in Italia è quella di unirsi ai flussi di migranti ‘forzati’ che arrivano come richiedenti asilo, pur non avendo i requisiti per il riconoscimento. Una situazione che da una parte penalizza il mercato del lavoro, lasciando scoperti ambiti a forte domanda di manodopera estera e aumentando il lavoro nero, e che, d’altra parte, complica la già critica gestione dell’immigrazione, sciupando un potenziale beneficio per la società e lo Stato”.

Da qui l’appello congiunto alla politica: “E’ necessario tornare ad una programmazione dei flussi di ingresso, prevedendo quote dedicate a reali nuovi ingressi di lavoratori non stagionali, e modificando anche il sistema di rilevazione del fabbisogno, affinché prenda in considerazione, oltre alle esigenze delle imprese, anche quelle delle famiglie, superando così una delle tante contraddizioni di una gestione miope” concludono Zini e Di Sciullo.

October 26, 2019

Roma, 26 ottobre 2019 – Al richiamo di #despiertachile e #renunciapinera, oggi, in piazza del Popolo si è riunito un nutrito gruppo rappresentante la comunità cilena insieme ad altre comunità latinoamericane, al mondo dell’associazionismo, ad organizzazioni politiche, a movimenti sociali e alla società civile. Una mobilitazione pacifica e solidale a chi in queste tremende giornate sta vivendo in Cile violenze, soprusi, abusi, violazioni di diriti umani e ingiustizie.

 

 

ler gentile concessione dell'agenzia di stampa Pressenza

foto di Dario Lo Scalzo

October 19, 2019

L'operazione Fonte di pace ha per il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan una duplice significazione: da un lato è un mezzo per affermarsi come riferimento per tutti i musulmani, arabi e non; dall'altro è un modo per vincere la partita sul fronte interno

 

 

Gli ultimi colloqui tra il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e il vicepresidente statunitense Mike Pence, in visita ad Ankara, si sono conclusi con un accordo per un cessate il fuoco di 120 ore, per consentire il ritiro dei curdi dalla zona di sicurezza che si estende per 32 km in territorio siriano, lungo il confine con la Turchia. Un “bisogno” che Washington ha pienamente riconosciuto ad Ankara nel corso di negoziati salutati con tono trionfale sulle reti sociali dal presidente USA Donald Trump. Il disimpegno statunitense in Siria e il via libera all'offensiva militare turca contro le forze curde delle Unità di difesa popolare (YPG) è servita quantomeno a offrire a Erdoğan l'opportunità di acquisire peso nel contesto geopolitico regionale e forza sullo scacchiere politico interno. Infatti, se negli anni '90 la Turchia estese l'area di proiezione della sua potenza sulle popolazioni musulmane e turcofone dei Balcani, del Caucaso e dell'Asia centrale, fino al Xinjiang, regioni storicamente legate alla cultura turca, a partire dal decennio successivo ha concentrato i suoi sforzi nella realizzazione di un progetto detto neo-ottomanesimo, che mina la supremazia religiosa e culturale dell'Arabia Saudita, da decenni centro di irradiazione del wahhabismo. Il progetto di Erdoğan preoccupa anche Mosca, il cui territorio include aree a maggioranza musulmana dalle quali provengono migliaia di miliziani dei cartelli del jihad partiti per la Siria. Anche per questo, dal dicembre 2016, il presidente russo Vladimir Putin è impegnato con i suoi omologhi turco e iraniano, Hassan Rohani, nel processo di pace di Astana per la Siria, cui partecipano rappresentanti del governo siriano e di una dozzina di gruppi dell'opposizione. Peraltro, sempre nel 2016, la Federazione russa ha ospitato a Grozny una conferenza islamica mondiale, la cui dichiarazione finale ha escluso dall'islam sunnita i due due poli tradizionali dell'islam politico del secolo scorso: il wahhabismo, con le sue varianti takfirite, il cui centro di irradiazione è l'Arabia Saudita e i Fratelli musulmani, organizzazione fondata in Egitto da Hasan el-Banna e sostenuta, tra gli altri, da Turchia e Qatar. Basti ricordare, a titolo di esempio, l'accoglienza riservata a Erdoğan in Egitto dopo la rivoluzione del 2011, come il leader islamico in Medio Oriente, o le sue vigorose prese di posizione per la causa palestinese, in favore del movimento Hamas. In questa chiave va probabilmente letto il coinvolgimento da parte di Erdoğan, nell'offensiva in Siria, dell'Esercito siriano libero (ESL), che con Ankara collabora da anni, al punto da aver stabilito la sua base nella provincia di Hatay, e da trovare rifugio e rifornimenti in territorio turco. Così, nel 2013, con il supporto della Turchia, del Qatar e dei Fratelli Musulmani, l'ESL era entrato nella Coalizione nazionale siriana, un'alleanza di forze politiche di opposizione al presidente Bashar al-Assad, fondata a Doha e con sede a Istanbul. Un potenziale strumento per pilotare il corso del conflitto in Siria.

Il sostegno di Ankara ai Fratelli musulmani è motivo di tensioni anche tra Turchia ed Egitto, il cui presidente, Abd al-Fattah al-Sissi, nel 2013 ha conquistato il potere rovesciando il governo eletto di Mohammed Morsi (Fratelli Musulmani). Arrestato dall'esercito egiziano, Morsi è morto lo scorso giugno, secondo Erdoğan non per cause naturali, ma perché sarebbe stato ucciso. Accuse giudicate irresponsabili dal ministro degli Esteri egiziano Sameh Choukri, ma per il presidente turco Morsi si deve considerare un martire, della cui morte sono responsabili i tiranni al potere in Egitto. Dietro la retorica del presidente turco, si cela in realtà un contrasto al contempo politico e geopolitico con al-Sissi, schierato in prima linea con chi annovera i Fratelli musulmani tra le organizzazioni terroristiche, in primis il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e il presidente israeliano Benyamin Netanyahu. Con il presidente egiziano, peraltro, Erdoğan ha esteso la competizione anche sul piano energetico: la posta in gioco è la conquista del ruolo di centro nevralgico nella distribuzione di gas in Medio Oriente, con prospettive di guadagno anche nel mercato europeo. Tuttavia, l'Egitto, con Italia, Grecia, Israele, Cipro, Giordania e con l'Autorità nazionale palestinese, ha annunciato la creazione del Forum del gas del Mediterraneo orientale, con sede al Cairo. L'obiettivo è creare un mercato regionale del gas, per rafforzare la sicurezza dell'approvvigionamento di energia, lo sviluppo e la stabilità dell'area. Non potendo puntare sull'espansione della propria influenza attraverso un qualche slancio ideologico (come fece l'ex presidente Gamal Abd al-Nasser) o religioso (come fanno tutt'ora i movimenti islamici), al-Sissi ha optato sin da subito per una politica estera basata su accordi bilaterali di cooperazione economica e militare, soprattutto nel settore della sicurezza e della lotta al terrorismo. Un approccio che interessa parimenti l'Occidente e il Mondo arabo, e un modo per non compromettere la propria posizione geopolitica in una fase in cui l'evoluzione degli equilibri di potenza non è determinabile con ragionevoli margini di errore.

Con l'Arabia Saudita, anch'essa un tempo provincia ottomana, la Turchia ha avuto, fino agli anni '90 del secolo scorso, buone relazioni economiche, diplomatiche e militari: negli anni '90 il Consiglio di cooperazione del Golfo (di cui l'Arabia Saudita ospita la sede) ha concesso ad Ankara aiuti per circa sei miliardi di dollari, una sorta di risarcimento per le perdite subite durante la guerra del Golfo. Riyadh ha sostenuto politicamente ed economicamente la Turchia persino in occasione dell'invasione turca di Cipro, nel 1974, in favore della quale si pronunciarono solo Iran, Afghanistan, Pakistan e Libia. Tuttavia, negli ultimi anni le relazioni turco-saudite si sono deteriorate, soprattutto da quando l'AKP ha consolidato la sua supremazia politica nel paese. Le tensioni si sono acuite nel 2017, quando, nella crisi diplomatica tra il Qatar e gli altri paesi membri del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), Ankara si schierò con Doha e inviò persino un contingente a difesa del governo qatariota, in caso di tentativo di colpo di Stato eterodiretto da parte di Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti. Per questa ragione Mohammed bin Salman, intimorito da quello che ha definito espansionismo turco, aveva minacciato sanzioni contro Ankara. La presenza militare turca nell'emirato del Golfo risale infatti già al 2015, dopo un accordo bilaterale di cooperazione difensiva firmato dai due paesi l'anno precedente. In Qatar, Ankara può contare inoltre sulla base militare Tariq bin Ziyad e negli ultimi anni ha rafforzato l'alleanza politica e militare con Doha. Un nuovo picco di tensioni diplomatiche tra i due paesi è stato raggiunto nell'ottobre 2018 a seguito dell'uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi (da tempo residente negli Stati Uniti, dove scriveva per il Washington Post) nel consolato di Riyadh a Istanbul. Un caso controverso, di cui Erdoğan ha attribuito la responsabilità al governo saudita, in difesa del quale si era peraltro schierato due mesi prima, quando la ministra degli Esteri canadese Chrystia Freeland aveva espresso preoccupazione per episodi di detenzione arbitraria, in Turchia, di attivisti per i diritti umani. In tal modo, il presidente turco mantiene con alcuni alleati relazioni diplomatiche sul filo della tensione, proponendosi come indispensabile ago della bilancia degli equilibri regionali.

D'altronde, il progetto neo-ottomano include, se non il controllo sui luoghi santi dell'islam, almeno la possibilità di estendere l'area di proiezione di potenza della Turchia anche tra i musulmani arabi, storicamente zona di influenza di Riyadh. Il neo-ottomanesimo riprende infatti la sintesi turco-islamica concepita da Necmettin Erbakan e da Turgut Özal, ex primo ministro ed ex presidente della Repubblica di Turchia, negli anni '70, quando costituì una coalizione di governo con il Partito repubblicano del popolo (CHP): una fusione di nazionalismo (ideologia pericolosa per una società che ha mantenuto la struttura comunitaria dell'impero ottomano), militarismo, kemalismo e “valori morali” dell'islam ottomano, che avrebbero dovuto rafforzare l'ordine incarnato dal nazionalismo turco. Nel 1983, questa sintesi fu adattata al contesto successivo al colpo di Stato del12 settembre 1980, nella veste di un nuovo nazionalismo, fondato non sull'appartenenza etnico-culturale, ma sull'unità comunitaria dei cittadini musulmani, che avrebbe dovuto, secondo i piani, portare all'assorbimento graduale delle etnie minoritarie. Negli anni Duemila, Erdoğan e il suo partito hanno integrato quindi tali idee in una teoria elaborata dall'ex presidente Ahmet Davutoğlu, nel suo pamphlet Profondità strategica (2001). Tra i suoi punti cardine, ci sono relazioni di buon vicinato con i paesi vicini (zero nemici) ed espansione per vie diplomatiche della proiezione della potenza turca nei territori un tempo di dominazione ottomana. Anche se, quando prese le distanze da Erdoğan (essendo in disaccordo con la sua politica autoritaria e con il presidenzialismo), aveva giurato di non criticare mai pubblicamente il presidente, lo scorso luglio, Davutoğlu in un'intervista ha accusato l'AKP di essersi allontanato dai suoi obiettivi originari. Il partito ha pertanto avviato una procedura di espulsione a suo carico, ma il 13 settembre, Davutoğlu ha annunciato le sue dimissioni e l'intenzione di fondare una forza politica alternativa, biasimando la scelta di Erdoğan di far ripetere le elezioni amministrative a Istanbul. Simili espressioni di dissenso nei confronti del presidente sono arrivate anche da altre personalità di spicco del partito, tra le quali l'ex presidente Abdullah Gül e l'ex primo ministro Ali Babacan.

L'operazione Fonte di pace, dunque, offre a Erdoğan l'occasione di giocarsi la carta curda in funzione propagandistica, per aumentare i suoi consensi in primo luogo rispetto a quelli che un tempo erano suoi alleati di partito (e che quindi condividono il progetto neo-ottomano). In tale contesto, l'operazione Fonte di pace spiana la via al presidente turco per chiudere una partita aperta a metà degli anni '70 del secolo scorso, quando l'ex presidente siriano Hafez al-Assad, che sosteneva sia il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), sia l'Esercito armeno segreto per la liberazione dell'Armenia (ASALA), offrì asilo alla guida del PKK Abdullah Öcalan. In secondo luogo, l'attacco alle postazioni curde siriane può essere uno stratagemma per sottrarre voti ai partiti nazionalisti: il Partito di azione nazionalista (MHP), fondato nel 1969 dal colonnello Alparslan Türkeş e guidato dal 1997 da Devlet Bahçeli; e il Partito del bene, creato nel 2016 da Meral Akşener, uscita dall'MHP perché giudicava la linea di Bahçeli troppo accondiscendente nei confronti di Erdoğan. L'MHP, noto anche per il suo braccio armato, i Lupi grigi, aderisce al panturchismo e si oppone in linea di principio al dialogo con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) e a un qualsiasi negoziato politico con il Partito democratico dei popoli (HDP). A differenza dell'MHP, il Partito del bene di Meral Akşener (che si definisce una forza politica di centro) include nel suo programma il kemalismo e non è contrario all'integrazione della Turchia in Europa. A proposito di kemalismo, un'altra minaccia interna per Erdoğan potrebbe venire dal CHP di Kemal Kılıçdaroğlu, che lo scorso giugno alle elezioni amministrative ha riconquistato il comune di Istanbul dopo 25 anni di amministrazione quasi ininterrotta dell'AKP. Nondimeno, la dialettica politica interna turca era e resta fortemente influenzata dalle scelte geopolitiche degli USA, che soprattutto nella fase monopartitica (1923-1950), hanno contato sullo Stato profondo della Turchia repubblicana, costituito principalmente da militari kemalisti e paramilitari nazionalisti. In seguito, con l'avvento del multipartitismo, Washington ha optato per la linea del divide et impera, strumentalizzando e talvolta fomentando lo scontro di fazione all'interno degli apparati profondi, inclusi quelli maggiormente legati al crimine organizzato locale. Risultato, esercito e magistratura, per anni portavoce e promotori del kemalismo, hanno ordito colpi di Stato a cadenza quasi decennale, spesso realizzati dagli stessi uomini su cui Washington contava in Turchia. Ad esempio, Türkeş, orchestratore del colpo di Stato del 1960 e membro del Comitato di unità nazionale allora creato, era tra i sedici ufficiali turchi che nel 1948 furono addestrati negli USA per fondare la Gladio turca, denominata kontrgerilla. Egli stesso, alla fine degli anni '60, fondò da un lato l'MHP, dall'altro i Lupi grigi, che vantano di avere dei servizi di intelligence meglio organizzati di quelli di Stato e nella cui orbita si è formata Meral Akşener, con il nome in codice Asena, la donna-lupo del mito di fondazione turco. Tra le manifestazioni fenomeniche della longa manus di Washington sullo Stato profondo turco c'è infine il predicatore islamico Fethullah Gülen, dal 1999 rifugiato negli USA, che sin dagli anni '80 aveva infiltrato i suoi uomini nelle istituzioni, come l'università, l'esercito, la burocrazia e la polizia. A lui si rivolsero infatti, per avere sostegno politico, prima Turgut Özal nel 1989, che si presentò come garante degli interessi statunitensi in Turchia, poi Erdoğan negli anni Duemila. Anche per questo, la visita ufficiale di Mike Pence ad Ankara pone non pochi interrogativi sul presente e sul futuro della regione. Con un occhio all'Iraq.

September 18, 2019

Centinaia di giovani cinesi, davanti al Consolato britannico a Hong Kong, cantano «Dio Salvi la Regina» e gridano «Gran Bretagna salva Hong Kong», appello raccolto a Londra da 130 parlamentari che chiedono di dare la cittadinanza britannica ai residenti dell’ex colonia.

 

La Gran Bretagna viene fatta apparire così all’opinione pubblica mondiale, specie ai giovani, quale garante di legalità e diritti umani. Per farlo si cancella la Storia. 

E’ quindi necessaria, prima di altre considerazioni, la conoscenza delle vicende storiche che, nella prima metà dell’Ottocento, portano il territorio cinese di Hong Kong sotto dominio britannico. 

Per penetrare in Cina, governata allora dalla dinastia Qing, la Gran Bretagna ricorre allo smercio di oppio, che trasporta via mare dall’India dove ne detiene il monopolio.

Il mercato della droga si diffonde rapidamente nel paese, provocando gravi danni economici, fisici, morali e sociali che suscitano la reazione delle autorità cinesi. 

Ma quando esse confiscano a Canton l’oppio immagazzinato e lo bruciano, le truppe britanniche occupano con la prima Guerra dell’Oppio questa e altre città costiere, costringendo la Cina a firmare nel 1842 il Trattato di Nanchino. 

All’Articolo 3 esso stabilisce: «Poiché è ovviamente necessario e desiderabile che sudditi britannici dispongano di porti per le loro navi e i loro magazzini, la Cina cede per sempre l’isola di Hong Kong a Sua Maestà la Regina di Gran Bretagna e ai suoi eredi». 

All’Articolo 6 il Trattato stabilisce: «Poiché il Governo di Sua Maestà Britannica è stato costretto a inviare un corpo di spedizione  per ottenere il risarcimento dei danni provocati dalla violenta e ingiusta procedura delle autorità cinesi, la Cina acconsente a pagare a Sua Maestà Britannica la somma di 12 milioni di dollari per le spese sostenute». 

Il Trattato di Nanchino è il primo dei trattati ineguali attraverso cui le potenze europee (Gran Bretagna, Germania, Francia, Belgio, Austria e Italia), la Russia zarista, il Giappone e gli Stati Uniti si assicurano in Cina, con la forza delle armi, una serie di privilegi:

  • la cessione di Hong Kong alla Gran Bretagna nel 1843,

  • la forte riduzione dei dazi sulle merci straniere (proprio mentre i governi europei erigono barriere doganali a protezione delle proprie industrie),

  • l’apertura dei principali porti alle navi straniere,

  • il diritto di avere aree urbane sotto propria amministrazione (le «concessioni») sottratte all’autorità cinese. 

Nel 1898 la Gran Bretagna annette a Hong Kong la penisola di Kowloon e i cosiddetti New Territories, concessi dalla Cina «in affitto» per 99 anni. 

Il vasto malcontento per tali imposizioni fa esplodere verso la fine dell’Ottocento una rivolta popolare – quella dei Boxer – contro cui interviene un corpo di spedizione internazionale di 16 mila uomini sotto comando britannico, al quale partecipa anche l’Italia.

Sbarcato a Tianjin nell’agosto 1900, esso saccheggia Pechino e altre città, distruggendo numerosi villaggi e massacrandone la popolazione. 

Successivamente, la Gran Bretagna assume nel 1903 il controllo del Tibet, mentre la Russia zarista e il Giappone si spartiscono la Manciuria nel 1907.

Nella Cina ridotta in condizione coloniale e semicoloniale, Hong Kong diviene la principale porta dei traffici basati sul saccheggio delle risorse e sullo sfruttamento schiavistico della popolazione. 

Una massa enorme di cinesi è costretta ad emigrare soprattutto verso Stati Uniti, Australia e Sud-Est asiatico, dove è sottoposta a condizioni analoghe di sfruttamento e discriminazione. Sorge spontanea una domanda: su quali libri di storia studiano i giovani che chiedono alla Gran Bretagna di «salvare Hong Kong»?
 
(il manifesto, 17 settembre 2019)
 
 

September 16, 2019

Se la disgregazione delle classi lavoratrici ha praticamente estromesso dallo scenario politico le forze che ne rappresentavano le istanze all'interno del sistema democratico, i modelli relazionali che si manifestano attraverso la Rete e le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione hanno accelerato il dissesto di un tessuto sociale già schiacciato dagli ingranaggi del capitalismo globalizzato

 

 

Molte delle crisi politiche e delle rivoluzioni che si sono verificate nel corso della storia affondano le loro radici in un processo di trasformazione radicale delle società interessate. Un esempio fra tutti, la Rivoluzione francese sopraggiunse quando la borghesia, forte del suo peso economico, non poteva più tollerare la supremazia politica della nobiltà e del clero, cardine dell'Ancien Régime. Fenomeni di questo tipo riguardano non solo le società moderne, ma anche, con le dovute differenze storiche, le società antiche, come, ad esempio, quella ateniese del V secolo a.C.: la costruzione di una flotta da guerra su proposta di Temistocle da un lato gettò le basi per un mutamento sensibile degli equilibri politici interni (verso l'instaurazione della «democrazia ateniese», considerata dagli aristocratici una dittatura della maggioranza), dall'altro permise ad Atene di controllare le rotte commerciali marittime e di imporre per qualche decennio la sua talassocrazia nell'Egeo. Nel caso della Rivoluzione francese, la partecipazione delle masse popolari urbane e rurali fu strumentalizzata dalla borghesia che, portando avanti l'istanza di libertà ponendo l'accento sulla sua accezione mercantilistica, neutralizzò progressivamente le rivendicazioni di uguaglianza, imponendosi come classe dominante al posto di nobiltà e clero. Il mutamento degli equilibri tra le forze produttive innescò dunque una rivoluzione politica, che tuttavia non scardinò i rapporti di classe. Di conseguenza, le classi operaie e contadine rimasero in una condizione subalterna, escluse di fatto dal contratto sociale, quindi anche dalla rappresentanza politica. Fu solo nel corso del XIX secolo, dopo la prima rivoluzione industriale e in misura maggiore dopo la seconda, che in Europa occidentale (in particolare in Inghilterra, in Francia e nell'area tedesca) i socialisti portarono al centro del dibattito filosofico-politico i meccanismi di alienazione e oppressione intrinseci al sistema economico capitalista, basato sullo sfruttamento, da parte dei proprietari dei mezzi di produzione, del lavoro delle masse operaie proletarie nelle fabbriche, primo gradino essenziale del ciclo di produzione-consumo delle merci. Per questo, già agli inizi del XIX secolo, in Inghilterra, primo paese industrializzato, furono varate leggi per regolare i rapporti tra proprietari delle fabbriche e operai, con particolare attenzione alla questione del lavoro minorile. Misure insufficienti, tuttavia, a tutelare i lavoratori e, ancor più, a ridurre le diseguaglianze sociali.

 

Tra la fine del XIX e l'inizio del XX, con l'avvento della società industriale di massa, si iniziò a pensare di sfruttare il lavoratore non solo come forza lavoro, ma anche in quanto consumatore, ponendolo quindi ai due estremi della filiera produzione-consumo. Si resero pertanto necessarie misure che migliorassero le sue condizioni di vita, almeno quel tanto da renderlo un potenziale consumatore, per dare slancio alla crescita e all'espansione economiche. A patto, tuttavia, che fosse possibile orientare i comportamenti, influenzando i gusti al fine di orientare i consumi. Ciò significa che da un lato nacque e si diffuse gradualmente un codice di comunicazione pubblicitaria, dall'altro fu escogitato un sistema di bisogni indotti, che faceva apparire i prodotti da smaltire sul mercato come qualcosa di desiderabile, persino necessario. Una misura che consentì al capitalismo di sopravvivere e di espandersi malgrado la linea protezionista adottata dalle grandi potenze del tempo. Contestualmente, le metropoli industrializzate, caratterizzate da ritmi di vita frenetici e da modalità relazionali funzionali all'economia di mercato ma disfunzionali allo sviluppo della personalità individuale, imposero un rigido sistema di ruoli sociali, che tendeva a strutturare l'esistenza umana in base alle esigenze del capitale. Pena, l'emarginazione dalla società, che per molti artisti e intellettuali rappresentava invece una scelta esistenziale. In altri termini, come l'industrializzazione era andata di pari passo con la devastazione miope degli ecosistemi naturali, così la capacità di gestire, attraverso modelli comportamentali, le naturali vite degli individui mirava a indurre questi ultimi a lasciarsi integrare docilmente dagli ingranaggi del capitalismo, che così avrebbe potuto superare le sue cicliche crisi di crescita. Contro un tale stato di cose, i movimenti di massa di contestazione culturale, politica ed economica degli anni '60 e '70 del XX secolo misero in discussione il principio cardine del capitalismo, quello del profitto, lanciando al contempo la riflessione sull'impatto ambientale delle attività umane (ecologia politica). Le dinamiche interne alla società di massa avevano dunque gettato le basi per la nascita di spinte contrarie, altrettanto di massa

Ciononostante, malgrado i progressi ottenuti in termini di diritti civili e di tutela del lavoro salariato, le forze politiche che portarono avanti tali spinte, in quanto organizzazioni di massa, non riuscirono a prosciugare la linfa vitale del capitalismo. Ad esempio, nei regimi sorti dalle rivoluzioni comuniste, in primis quello sovietico, si finì per sostituire al dominio della borghesia quello della burocrazia, senza scardinare la struttura portante della società classista. In secondo luogo, nel decennio che precedette il crollo dell'Unione sovietica, dagli Stati Uniti giunse un nuovo modello, successivamente imposto su scala mondiale dalla globalizzazione. Si trattava di un modello al contempo economico (neoliberista) e socio-culturale (il cosiddetto edonismo reaganiano), che unito a una serie di operazioni stay behind disgregò dall'interno e dal basso le forze politiche che avevano portato avanti fino ad allora le istanze delle classi lavoratrici, già vittime della strategia della tensione. Nel corso degli anni '90, questa proiezione del soft power dell'unica potenza mondiale rimasta, si insinuò anche nei paesi che erano appartenuti alla sfera di influenza sovietica, dove si affiancò all'insorgere o al risorgere di nazionalismi e particolarismi etnici e confessionali. Ciò che oggi viene chiamato populismo o sovranismo non è altro, in realtà, che il riflesso di quei deliri collettivi eterodiretti (i cui riflessi catastrofici sono ormai evidenti, dai Balcani al Medio Oriente) sui suoi stessi mandanti. Il principio secondo il quale l'alleato di oggi è quello contro cui ci si scaglia domani fu applicato, d'altronde, anche all'ascesa del nazifascismo nell'Europa degli anni '20-30 del secolo scorso. In terzo luogo, a partire dagli anni '60 del secolo scorso (in Italia dagli anni '70; https://www.youtube.com/watch?v=kywmDZVjTnw), la diffusione progressiva di eroina tra i giovani delle società occidentali, molti dei quali prendevano parte o erano vicini agli ambienti della contestazione di sinistra, da un lato fiaccò lo spirito critico e le espressioni di dissenso, dall'altro, soprattutto con il diffondersi della tossicodipendenza e della fobia dell'AIDS, istigò diffidenza reciproca disintegrando il sistema di relazioni sociali proposto dai movimenti di protesta. A ciò si aggiunse, in particolare a partire dagli anni '80, la stigmatizzazione del tossicodipendente, che, ben lungi dall'attenuare il fenomeno, è stato uno dei motivi della sua diffusione tra i giovani che intendono dare di sé un'immagine di ribelli. Alle varie forme di rivolta, animate da progetti sociali, culturali e politici, subentra quindi una tendenza a esprimere il proprio disagio attraverso gesti e comportamenti auto-distruttivi.

La rivoluzione digitale che ha accompagnato la globalizzazione nell'ultimo decennio del XX secolo e nei primi decenni del XXI, ha prodotto una nuova società di massa nella quale gli individui, isolati dal tessuto sociale polverizzato dall'egoismo dilagante e schiacciato tra gli ingranaggi del mercato, si illudono di ricostruire una comunità virtuale ideale, fatta di amici (magari followers) e nemici, accrescendo in realtà il proprio isolamento e, con esso, la propria vulnerabilità. Uno spazio in cui ciascuno può riprodurre il proprio modello di società e, prima ancora, i propri modelli di e degli altri. Il prezzo di tale illusione è una condizione quasi permanente di alienazione iperconnessa in cui l'individuo, anziché rivendicare i propri diritti all'interno della società materiale, ripiega nell'elaborazione di una realtà virtuale, in cui proietta e realizza le aspirazioni che rinuncia a perseguire concretamente. In tal senso, lo schermo diviene al contempo lo specchio delle pulsioni profonde e il nuovo palcoscenico delle loro manifestazioni in una dimensione che si pone al di fuori dei limiti naturali della condizione umana. In altri termini, se l'esistenza concreta restringe in una certa misura il campo dell'agire, le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione offrono una via di fuga verso un mondo illusorio, costruito a immagine e somiglianza di ciò che, istante per istante, vorremmo essere. A differenza di quanto avveniva nella società di massa della fine del XIX secolo e degli inizi del XX, nella società di massa digitale, l'individuo sperimenta simultaneamente due tipi di percezione di , l'alienazione sul piano dell'esistenza concreta e l'onnipotenza data dalla Rete, con una tendenza prevalente a preferire le sensazioni e le emozioni suscitate dalla seconda, il che spiegherebbe almeno in parte la diffusione di fenomeni di dipendenza dalla Rete. L'opposizione originaria tra reale e virtuale tende pertanto a lasciare il posto alla sovrapposizione di due realtà parallele separate e al contempo messe in contatto dallo schermo, che consente all'individuo di mascherare a se stesso la propria angoscia esistenziale rifugiandosi nel digitale. Quest'ultimo costituisce infatti una dimensione in cui l'uomo può specchiarsi per vedere non il autentico, bensì una sua immagine ritoccata secondo le proprie inclinazioni e pulsioni passeggere. Inoltre, le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione sono un veicolo di idee, gusti e mode ben più potente di quanto non lo fossero la radio e la televisione, proprio in virtù di questa illusione di rispecchiamento, che induce l'individuo a percepire la Rete come un campo di azione assolutamente libero.

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