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02.04.2017 . Con l’espressione tratta di esseri umani si intende una forma di schiavitù moderna, quasi sempre invisibile agli occhi dei più, alla quale sono costretti donne, uomini e sempre più spesso bambini. Rappresenta una gravissima violazione dei diritti umani fondamentali.
Generalmente le vittime di tratta si trovano in una condizione di estrema vulnerabilità in quanto provenienti da contesti di disagio e di povertà, aggravate da una globalizzazione sempre più selvaggia, ma anche da zone di guerra o da paesi in cui vengono perseguitate da regimi autoritari. Per questo motivo decidono di spostarsi e spesso, per il trasferimento dalle “periferie del mondo” verso i luoghi in cui sperano di avere un futuro migliore, si affidano a trafficanti senza scrupoli, affiliati a organizzazioni criminali internazionali ben radicate nel territorio, che provvedono a inserire le vittime in vere e proprie reti di sfruttamento. Non è detto che il contatto con i trafficanti avvenga sin da subito; infatti è possibile che ciò si verifichi in altre fasi del viaggio migratorio.
Sui giornali, radio e TV difficilmente si parla di tratta di esseri umani, come se fosse una tematica poco appetibile per i fruitori dell’informazione. Quando, invece, l’argomento viene preso in considerazione, accade di frequente che lo si faccia definendolo in modo errato e piegandosi a facili semplificazioni.
Dietro una vittima di tratta spesso si celano un debito economico, la coercizione fisica o psicologica, una minaccia che mette a rischio la vita della vittima e dei suoi affetti, una condizione di isolamento, una situazione penosa di estrema ingiustizia.
La tratta di esseri umani spesso avviene anche a danno di minorenni che vivono in realtà dove sono forti povertà, degrado e miseria.
Il 20% sono vittime di sesso maschile, nella stragrande maggioranza dei casi minorenni che poi finiscono sulle strade per fare accattonaggio. Nei casi peggiori vengono usati per l’espianto di organi, solo in qualche caso i più piccoli finiscono nel giro illegale delle adozioni. In tutti e tre i casi si parla comunque di bambini che vanno dai 3 ai 13 anni.
L’80% sono vittime di sesso femminile, anch’esse minorenni, che finiscono nel giro della prostituzione; qui si parla di ragazzine che vanno dagli 11 ai 17 anni.
Le vittime di tratta, sia di sesso femminile che maschile, passano da una rete criminale all’altra e vengono letteralmente vendute, per poi finire quasi sempre in Occidente, dove le reti criminali realizzano i loro affari. Al loro arrivo hanno spesso subito violenze di tutti i tipi – stupri, pestaggi, sevizie, torture, minacce alla loro persona e ai loro familiari.
Nel mondo si parla di 21 milioni di vittime di tratta, per un giro di affari stimato di 117 miliardi di euro; stiamo parlando del secondo business criminale a livello mondiale, un giro di affari che viene ancora prima del mercato della droga, ossia il terzo e subito dopo il traffico di armi, che è il primo per introiti economici.
In Europa e in Italia si fa un gran parlare di diritti del minore; la triste realtà è che solo nel nostro paese attualmente ci sono 189.600 persone vittime di schiavitù e sfruttamento, tra cui un’alta percentuale di minorenni.
Come segnalato dall’Europol, l’Ufficio di Polizia europeo, nel 2015 risultano entrati in Europa oltre 10 mila minori che sono poi scomparsi, di cui 6.135 soltanto in Italia.
Nel 2016, secondo il rapporto del Ministero dell’Interno, in Italia sono entrati 25.846 minori non accompagnati. Il dato più agghiacciante lo cita il documento, “Grandi speranze alla deriva”, dove si denuncia che solo nei primi sei mesi del 2016 si sono perse le tracce di 5.222 di questi minori. I piccoli spariscono perché vogliono “continuare il loro viaggio” con l’obiettivo di raggiungere “altri paesi europei”, afferma il rapporto, ma si teme che quasi la metà di loro finisca nelle mani delle reti criminali, per essere poi sfruttati in vario modo.
Sempre in Italia i dati indicano 112.000 ragazze avviate alla prostituzione, di cui oltre 37.000 risultano minorenni; numeri possibili perché in Italia c’è tanta richiesta, ovvero tanti italiani adulti che pagano per andare con minorenni poco più che bambine. Tutto questo avviene quotidianamente sotto i nostri occhi, eppure di ciò poco o nulla si parla.
Dietro ad ognuna di queste ragazzine avviate alla prostituzione si celano storie raccapriccianti; basta andare in strada come volontari, nelle periferie dimenticate di tante città italiane per leggerle sui loro volti, nei loro sguardi, nei loro prolungati silenzi.
In Italia purtroppo manca ancora una legge seria che possa quanto meno gettare le basi e fornire gli strumenti di modo per prevenire e liberare migliaia di donne, uomini e bambini vittime di una vera e propria schiavitù, di violenze, di degrado e di miseria umana. Una legge sul modello dei paesi scandinavi, che di recente sulla stessa base è stata approvata anche in Francia, una legge che vuole, sull’esperienza di altre legislazioni europee, punire il cliente come complice dello sfruttamento sessuale, per togliere così alle organizzazioni criminali la fonte di guadagno e per combattere lo sfruttamento di persone vulnerabili, colpire la domanda per contrastare le conseguenze devastanti che la prostituzione crea. Le ragazze che oggi arrivano sulle nostre strade tramite le reti criminali hanno 15 o 16 anni, in qualche caso 13 o 14… Come si fa a parlare di ‘libera scelta?
Le donne che si prostituiscono arrivano da ambienti familiari e sociali degradati, hanno alle spalle storie di povertà, violenza e abusi. Non può esistere nessuna libertà in un comportamento che nasce da una catena di sopraffazioni e miseria.
E’ con questa finalità che è in atto la campagna nazionale “Questo è il mio corpo” , con l’obbiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica, informare sulle reali condizioni di violenza e di non scelta che subiscono il 90% delle donne entrate nel giro della prostituzione, insegnare e testimoniare nelle scuole e nelle nuove generazioni la tristissima realtà di migliaia di giovanissime persone vittime di tratta, riportandone le esperienze tramite la storia di ex vittime uscite dalla schiavitù.
Alcune ex vittime di tratta come ad esempio Isoke nella sua testimonianza sostengono che una legge seria possa servire tantissimo, ma che non sia sufficiente. “Bisogna unire a questa legislazione un sostegno serio per le ragazze, che permetta loro di ricostruire da zero la loro vita, una rete di relazioni sociali, che le rimetta in piedi per davvero senza lasciarle in strada con un semplice foglio di carta, ma disoccupate e senza protezioni.” Per questo Isoke vede nei clienti stessi delle potenziali risorse. “Non voglio certo difendere i clienti o simpatizzare con loro. Mi limito a dire che prima di pensare di multare i clienti, credo sia importante cercare di rieducarli e sfruttarli come risorse per sostenere le ragazze nel loro percorso di liberazione”.
Si tratta di un tema molto complesso ed è certo che per affrontarlo bisognerebbe riuscire a creare in tutto il paese un forte movimento trasversale, sociale, culturale e politico, che riesca a informare, sensibilizzare e al tempo stesso fare pressione per l’approvazione d’una legge nazionale che realmente tuteli donne, uomini e bambini, aiutandoli a liberarsi in generale dallo sfruttamento e in particolare dalla schiavitù della tratta. Una specie di rivoluzione culturale che serva a cambiare la testa delle persone su quello che in molti ancora definiscono sbagliando “il mestiere più antico del mondo” ma che trattasi di fatto di schiavitù. Per questo motivo l’Associazione Vittime di tratta scrive una lettera appello proprio alle donne italiane, da donna a donna per dimezzare il numero delle vittime di tratta. Un fenomeno che è in crescita esponenziale, di cui non si parla e per cui si fa troppo poco.
Per gentile concessione dell'agenzia stampa Pressenza
Il 23 marzo, presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi “Roma Tre” si è svolto l’incontro “Diritti Umani in Argentina”, una riflessione sui passi avanti realizzati nell’ultimo decennio in materia di diritti umani e sulle forti preoccupazioni emerse ultimamente circa i rischi di un’involuzione in questo settore.
La transizione dal kirchnerismo al “macrismo”, inaugurato dalla vittoria di Mauricio Macri alle presidenziali argentine nel 2015,è avvenuta in modo rapido e tutt’altro che indolore. Cristina Kirchner ha concluso il suo mandato tra accuse di corruzione e scelte che hanno spinto parte del suo elettorato a non rinnovare la fiducia alla sua coalizione, il Frente para la Victoria. Innegabili, comunque, i miglioramenti in materia di tutela dei diritti civili e politici registratisi negli ultimi anni. Si deve infatti a Nestor Kirchner, predecessore di Cristina, l’abolizione delle leggi che avevano garantito fino a quel momento l’impunità ai responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani compiute durante l’ultima dittatura militare, una tra le più spietate del Novecento. Negli ultimi anni sono state emesse centinaia di sentenze di condanna, nell’ambito di altrettanti processi, portati avanti spesso con difficoltà e timore da parte dei testimoni. Si è trattato di un passo avanti importante nella direzione del raggiungimento di quella giustizia che da decenni settori della società argentina chiedono venga assicurata. Giustizia che costituisce premessa necessaria per una ricomposizione delle fratture che da molto tempo dividono la popolazione.
A suon di decreti legge, Macri ha impresso una drastica svolta alla politica economica, tra le critiche di chi individua nelle politiche neoliberiste la causa principale dell’aggravamento delle forti diseguaglianze sociali. Di fronte ad alcune prese di posizioni e decisioni del governo in materia di diritti umani, associazioni e organizzazioni non governative hanno intensificato il monitoraggio, le segnalazioni e le denunce di azioni arbitrarie compiute dalle autorità. Il caso più discusso è stato quello dell’arresto, nel gennaio del 2016, di Milagro Sala, deputata del Parlamento del Mercosur, nonché dirigente e fondatrice dell’Organización Barrial Túpac Amaru,attiva nella gestione di servizi sociali e nel settore dell’edilizia popolare. All’arresto per aver guidato una protesta di fronte alla sede del governo di Jujuy è seguita la detenzione preventiva dell’attivista, di cui organizzazioni nazionali e internazionali hanno denunciato l’arbitrarietà. Le prime condanne inflitte all’attivista hanno poi contribuito ad appesantire le polemiche, facendo crescere l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sul caso.
All’incontro a Roma Tre hanno partecipato il portavoce di Amnesty International Riccardo Noury, il Professor Claudio Tognonato, coordinatore dell’evento, il giornalista e videomaker Dario Lo Scalzo in rappresentanza del Comitato per la Libertà di Milagro Sala e i documentaristi Magalí Buj e Federico Palumbo, autori del documentario “Tupac Amaru, algoestá cambiando”. Era presente anche il diplomatico italiano ed ex console in Argentina Enrico Calamai, l’“eroe scomodo”che tra il ’76 e il ’77 con l’aiuto del sindacalista Filippo di Benedetto aiutò centinaia di persone a scappare dall’Argentina. Calamai ha partecipato all’incontro in rappresentanza del Comitato Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos, nato qualche anno fa per chiedere giustizia per le migliaia di migranti che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa. Il Comitato si è fatto promotore di un appello attraverso cui è stata chiesta la costituzione di un tribunale di opinione “che offra alle famiglie dei migranti scomparsi un’opportunità di testimonianza e rappresentanza; contribuisca ad accertare le responsabilità e le omissioni di individui, governi e organismi internazionali; e fornisca uno strumento per l’avvio delle azioni avanti agli organi giurisdizionali nazionali, comunitari, europei e internazionali”. Ci si auspica, al fine di garantire verità e giustizia alle vittime, la collaborazione concreta e convinta dell’Unione Europea e degli Stati membri, cui si chiedono, tra le altre cose, una politica comune di asilo e accoglienza, l’apertura di canali umanitari e l’istituzione di commissioni d’inchiesta sulle persone scomparse.
Il cammino verso l’accertamento dei fatti, ammesso che questo si verifichi, sarà comunque lungo e difficile, come del resto lo è stato quello che ha portato, con decenni di ritardo, alle condanne di alcuni dei responsabili dei crimini commessi in America Latina negli anni ‘70/’80. Risale ad appena due mesi fa la condanna all’ergastolo, da parte della Terza Corte di Assise di Roma, di 8 degli oltre trenta imputati processati per il sequestro e l'omicidio di 43 prigionieri argentini, cileni e uruguayani, di cui 23 di origine italiana. Crimini, questi,realizzati nell’ambito del Plan Condor, l’operazione congiunta di intelligence avviata nel 1975 dai governi di Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Brasile e finalizzata alla persecuzione degli oppositori politici attraverso le frontiere.
L’incontro a Roma Tre, patrocinato dal Gruppo di argentini in Italia per la Memoria, Verità e Giustizia,è stato organizzato in concomitanza con il quarantunesimo anniversario del golpe militare che, nel 1976, diede inizio alla dittatura. Durante la manifestazione per il Día de la Memoria por la Verdad y la Justicia, svoltasi a Buenos Aires il 24 marzo, la presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo Estela Carlotto ha letto un documento di denuncia del governo Macri per la “miseria pianificata”, le misure repressive e la “perdita della sovranità politica ed economica”. In polemica con la presidente delle Madres de Plaza de MayoHebe de Bonafini, convinta kirchnerista, la Carlotto ha ribadito con forza l’apoliticità dell’organizzazione da lei presieduta, che dal 1978 ad oggi è riuscita, attraverso una lotta senza sosta, a rintracciare 121 giovani sottratti ai genitori durante la dittatura. La coraggiosa battaglia delle Abuelas per il diritto all’identità ha raggiunto anche l’Italia, dove nel 2009 è nata la Rete per il diritto all’Identità – Italia, un “nodo italiano” della “Red por elderecho a la Identidad” con l’obiettivo di collaborare nella ricerca dei giovani desaparecidos che vivono oggi, forse anche in Italia, senza conoscere le proprie origini. Una rete a cui chiunque abbia dei dubbi sulla propria identità può rivolgersi, per ottenere il supporto necessario e sottoporsi al test del DNA presso i consolati di Roma e Milano.
Il 24 marzo è stata anche la giornata mondiale per il diritto alla verità su gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime, istituita nel 2010 dalle Nazioni Unite per onorare la memoria delle vittime di crimini perpetrati in tutto il mondo e dare impulso alla realizzazione del diritto alla verità e alla giustizia. Ricorrenza annuale, quest’ultima, attraverso la quale si rende anche omaggio alla memoria di monsignor Óscar Arnulfo Romero, impegnato attivamente nella denuncia delle violenze compiute contro i settori più vulnerabili della popolazione di El Salvador, assassinato nel 1980 nella cappella di un ospedale cattolico di San Salvador. La morte di Romero diede il via ad una guerra civile durata 12 anni, facendo della piccola repubblica centroamericana una delle ultime “guerre calde” legate alla guerra fredda.
A distanza di ventotto anni dal crollo del muro di Berlino, in un contesto molto diverso, barriere fortificate continuano ad essere minacciate, consolidate o edificate. Nell’ambito di governi autoritari,ma troppo spesso anche in democrazia, la ricerca di verità e giustizia è ripetutamente ostacolata, quando non impedita. Oggi come ieri responsabilità dirette o indirette di violazioni dei diritti umani faticano ad essere investigate e sanzionate. Parlarne non è sufficiente a modificare questo stato di cose, ma, soprattutto di questi tempi, è un primo passo.
“Siamo testimoni di un’autentica guerra dei potenti contro i deboli, una guerra che mira all’eliminazione degli handicappati, di coloro che danno fastidio e perfino semplicemente di coloro che sono poveri e ‘inutili’, in tutti i momenti della loro esistenza. Con la complicità degli Stati, mezzi colossali sono impiegati contro le persone, all’alba della loro vita, oppure quando la loro vita è resa vulnerabile da una malattia e quando essa è prossima a spegnersi.
Più tardi, quelli che la malattia o un incidente faranno cadere in un coma ‘irreversibile’, saranno spesso messi a morte per rispondere alle domande di trapianti d’organo o serviranno, anch’essi, alla sperimentazione medica (‘cadaveri caldi’)”.
J. RATZINGER
Ogni qualvolta si viene a riaccendere il dibattito sulle questioni relative al “fine vita”, puntualmente troviamo la Chiesa cattolica in primissima linea ad affermare e a ribadire il principio della sacralità della vita “dalla nascita alla morte”, anzi, dal primissimo all’ultimissimo istante.
Posizione questa che non può che essere condivisa da chiunque, credente o non credente, abbia a cuore il valore irrinunciabile della persona umana. I problemi sorgono, però, inevitabilmente, quando ci si trova costretti a tentare di tracciare in maniera “chiara e distinta” i confini del nascere e del morire, ovvero ad individuare quando sia possibile e corretto parlare con certezza di nascita e di morte dell’individuo, di inizio e di fine non di una qualche forma di vita, ma di una vita propriamente e indiscutibilmente “umana”. E qui si finisce, inesorabilmente, per scivolare sul campo sdrucciolevole del relativo, terreno che un po’ tutti, purtroppo, tendono a popolare con certezze presuntuosamente apodittiche. Il sapere scientifico, a cui tutti si appellano, infatti, ci fornisce senza dubbio utili e sempre crescenti informazioni, ma ogni soggetto è però chiamato a valutarle e ad interpretarle, secondo le proprie prospettive filosofiche e convinzioni ideologiche (legittime quanto opinabili). Ed ecco che, allora, si aprono fratture e si edificano muraglie dentro cui ci si arrocca con assai scarsa disponibilità al confronto e al ragionamento sobrio e antidogmatico. Mentre, invece, su questioni di questo tipo, così delicate, sfaccettate e sfuggenti, servirebbe più che mai uno sforzo comune di analisi critica liberata da tabù, da preconcetti e da scambievoli anatemi.
All’interno dell’infuocato panorama di differenti ed opposte visioni, la cosa più sconcertante è il constatare come, mentre di tutto si dibatte e si disquisisce, una questione, a proposito del “fine vita”, venga perennemente e universalmente ignorata: quella della cosiddetta “morte cerebrale”, con annessa pratica dei trapianti di organi.
Su questo particolare aspetto delle complesse problematiche della bioetica, la Chiesa cattolica, in particolare, sempre impegnata a distinguere e a difendere le proprie posizioni in nome del doveroso e coerente rispetto dei valori cristiani, dà l’impressione di essere incapace di produrre un proprio autonomo pensiero, come accecata dalla retorica della cosiddetta “cultura del dono”. In pratica, accade che ci si allinei, in maniera assolutamente acritica, sulle posizioni attualmente dominanti (anche se non universalmente condivise) in ambito scientifico, accogliendo e adottando, in modo totalmente passivo, metri di giudizio e gerarchie di valore che nulla hanno a che fare con la più elementare riflessione teologica. Mettendo da parte, cioè, ogni preoccupazione relativa al rapporto corpo-anima, alla questione della tempistica relativa al distacco dell’anima dal corpo, al dovere di non interferire arbitrariamente sulle modalità della separazione dell’anima dal suo involucro fisico, con tutte le relative implicazioni soteriologiche ed escatologiche (relative, cioè, al destino ultramondano dell’anima: salvezza o dannazione). Detto in altre parole, si ha la sensazione che, mentre la Chiesa cattolica sia sempre pronta e determinata a proteggere da qualsiasi “innaturale” accelerazione del processo della morte malati terminali, individui affetti da gravissime disabilità, persone in stato vegetativo (vedi caso Eluana), ecc. - battendosi così contro la cosiddetta “cultura dello scarto” - abbia invece incomprensibilmente scelto di abbandonare, nelle mani dei medici espiantatori, le persone dichiarate cerebralmente morte (relegate, così, al rango di preziosi serbatoi di “pezzi di ricambio”). Persone che, fino al 1968, venivano comunemente considerate pazienti in “coma depassé” (secondo la definizione del 1959, formulata da Mollaret e Goulon) e che, solo in seguito a quanto dichiarato dalla Commissione ad hoc dell’Università di Harvard, hanno potuto cominciare ad essere considerate clinicamente e legalmente defunte, pur presentando cuore battente, fegato, pancreas, ecc., funzionanti. Persone che, secondo quanto afferma W.Franklin Weaver (Università del Nebraska), potrebbero non essere altro che “sfortunati esseri viventi (...) disumanizzati attraverso vari metodi per dichiararli “morti” mentre sono ancora vivi”. (in Finis Vitae, a cura di R. De Mattei, Rubbettino, Roma 2007, p.379)
Giovanni Paolo II ai partecipanti all’incontro promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze sulla “Determinazione del momento della morte”, nell’ormai lontano dicembre 1989, ebbe modo di asserire quanto segue:
“Il problema del momento della morte ha gravi incidenze sul piano pratico, e questo aspetto presenta anche per la Chiesa un grande interesse. Sembra infatti che sorga un tragico dilemma. Da una parte, vi è urgente necessità di trovare organi sostitutivi per malati i quali, in loro mancanza, morirebbero o per lo meno non guarirebbero. In altre parole, è concepibile che per sfuggire ad una morte certa ed imminente, un malato abbia bisogno di ricevere un organo che potrebbe essergli fornito da un altro malato, forse il suo vicino in ospedale. In questa situazione appare dunque il pericolo di porre fine ad una vita umana, di rompere definitivamente l’unità psicosomatica di una persona. Più esattamente, esiste una reale probabilità che la vita della quale si rende impossibile la continuazione con il prelievo di un organo vitale sia quella di una persona viva, mentre il rispetto dovuto alla vita umana vieta assolutamente di sacrificarla, direttamente e positivamente, anche se fosse a beneficio di un altro essere umano che si ritiene motivatamente di dover privilegiare.
Non è sempre facile neanche l’applicazione dei principi più fondati, perché il contrasto fra esigenze opposte oscura la nostra visione imperfetta e di conseguenza la percezione dei valori assoluti, che non dipendono né dalla nostra visione né dalla nostra sensibilità.”* (mie le evidenziazioni)
Ora, mi chiedo, parlare di oscurata “visione imperfetta”, di “pericolo di porre fine ad una vita umana”, nonché di “una reale probabilità che la vita della quale si rende impossibile la continuazione con il prelievo di un organo vitale sia quella di una persona viva”, non dovrebbe essere ritenuto motivo più che sufficiente per applicare l’antico e saggio principio dell’ in dubio pro vita?! Ovverosia, di fronte a tale “reale probabilità” (mai del tutto escludibile!), non sarebbe più ragionevole, più giusto e più “cristiano”, preferire di rischiare di trattare come vivo un morto, piuttosto che trattare come morto (anzi, come una “cosa morta”) un vivo?!?
Scriveva Hans Jonas, uno dei massimi pensatori del XX secolo, profondamente ferito e preoccupato in seguito all’introduzione del concetto di “morte cerebrale”, che
“Proprio il dubbio - il non sapere in fondo dove sia l’esatto confine tra la vita e la morte - dovrebbe dare la precedenza alla supposizione della vita e far resistere alla tentazione della dichiarazione di morte così pragmaticamente consigliata” .
E che ci sarebbero validissimi motivi
“per dubitare che, anche in assenza di funzione cerebrale, il paziente che respira sia del tutto morto. In questa situazione d’ineliminabile ignoranza e di ragionevole dubbio l’unica massima corretta per agire consiste nel tendere dalla parte della vita presunta.”
Particolarmente difficile da comprendere, poi, è il fatto che ben pochi si soffermino attentamente a meditare sulle motivazioni esplicitamente indicate dalla stessa Commissione di Harvard a proposito dell’ “invenzione” della “morte cerebrale”:
Il nostro obiettivo principale - leggiamo nel Rapporto redatto dalla Commissione - è definire come nuovo criterio di morte il coma irreversibile. La necessità di una tale definizione è legata a due ragioni. 1) Il miglioramento delle tecniche di rianimazione e di mantenimento in vita ha condotto a sforzi crescenti per salvare malati in condizioni disperate. A volte tali sforzi non ottengono che un successo parziale, e il risultato è un individuo il cui cuore continua a battere, ma il cui cervello è irrimediabilmente leso. Il peso è grande per quei pazienti che soffrono di una perdita permanente dell’intelletto, per le loro famiglie, per gli ospedali e per quelli che avrebbero bisogno di letti ospedalieri occupati da questi pazienti in coma. 2) Criteri di morte obsoleti possono originare controversie nel reperimento di organi per i trapianti.(mie le evidenziazioni)
Ovvero: liberare preziosi posti-letto in ospedale e tutelare legalmente gli eventuali medici espiantatori (che, altrimenti, avrebbero rischiato di essere accusati di assassinio).
Come non restare inorriditi di fronte a simili dichiarazioni tanto palesemente utilitaristiche e a-scientifiche?
Insomma, quanto tempo dovremo attendere affinché le gerarchie ecclesiastiche (nonché tutto il mondo laico libertario e sensibile al campo dei diritti umani) prendano seriamente in considerazione le voci competenti ed autorevoli (quanto inascoltate) di molti dei migliori scienziati, ricercatori, teologi e pensatori del mondo cattolico, che, con grande rigore denunciano da tempo gli innumerevoli aspetti antiscientifici del concetto di “morte cerebrale” e quelli gravemente anticristiani immanenti alla pratica trapiantistica?!
L’8 marzo ricorre la Giornata Internazionale della Donna.
Ma perché questa data? Per molto tempo si è ritenuto erroneamente che l'8 marzo fosse la ricorrenza di una tragedia avvenuta in una fabbrica di New York, in cui molte operaie persero la vita. Ma, in realtà, si tratta di un falso storico. Le motivazioni che portarono alla scelta di questa specifica data sono molteplici, e hanno inizio con l'indizione, nel febbraio 1909, ad opera del Partito Socialista americano, della prima Giornata internazionale della donna. Dopodiché altri paesi accolsero tale iniziativa (l'Italia celebrò la prima giornata della donna nel 1922), adottando però date differenti, fino al 1977, anno in cui, con la risoluzione 32/142 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, venne ufficialmente proposto ad ogni paese, nel rispetto delle tradizioni storiche e dei costumi locali, di dichiarare un giorno all'anno "United Nations Day for Women'sRights and International Peace", e in tale occasione l'8 marzo venne scelta come data ufficiale dalla maggior parte delle nazioni.
Qual è il suo significato? Parlare di festa è piuttosto fuorviante, sarebbe più opportuno parlare di ricorrenza, ma non in riferimento a uno specifico avvenimento, bensì ricorrenza di tutte quelle battaglie portate avanti dalle donne in campo sociale, culturale, economico e politico, al fine di ricordare l'importanza cruciale dell'eliminazione della violenza e della discriminazione nei confronti delle stesse e per tener viva l'attenzione su questioni che ancora oggi sono lungi dall'essere superate. Quindi una celebrazione di tutte quelle donne che con impegno, forza e coraggio hanno conquistato e ancora oggi lottano per ottenere gli stessi diritti dei soggetti di sesso maschile (anche quelli più basilari, che troppe volte noi diamo per scontati, come per esempio il diritto all'istruzione).
Critiche. In tempi recenti è sempre più acceso il dibattito sull'attuale significato che viene attribuito a questa giornata, definita ancora oggi “Festa della donna”.Si assiste sempre più ad un fenomeno di commercializzazione di questa ricorrenza, nonché di “svalutazione” dei valori di cui intende farsi messaggera. In una visione pessimistica, quella che va a configurarsi è una totale perdita del suo significato originario, e quel che resta è solamente un mero spunto di convivialità per le donne. Ma non ci si deve lasciare sopraffare da questa idea, perché in realtà, la voglia di continuare a fare propri i valori cardini di questo giorno simbolo e di diffonderli nella società esiste ancora e viene interpretata efficacemente da molte organizzazioni che continuano a cercare di sensibilizzare l'opinione pubblica su problemi di varia natura che riguardano il sesso femminile.
L'operato di Amnesty. Amnesty International, in particolare, è da sempre impegnata nella lotta per il riconoscimento dei diritti delle donne in tutto il mondo ed ogni anno, in occasione dell'8 marzo, organizza eventi e manifestazioni per far sentire forte la sua voce. Da mobilitazioni sia a livello globale che nazionale per le piazze e le strade delle città più importanti, alla raccolta fondi o firme, a campagne interattive, Amnesty ha tenuto fede alla sua promessa di fare tutto il possibile per raggiungere un livello di rappresentazione non stereotipata e non discriminatoria delle donne, mediante attività mirate alla sensibilizzazione della società civile, delle istituzioni scolastiche e degli organi di informazione.
Per questo 2017 Amnesty International Italia ha deciso di dedicare un appello a 5 donne, BibataOuedraogo, Su Changlang, ErenKeskin, MáximaAcuña, Helen Knott, donne che hanno votato la vita alla difesa dei diritti umani, svincolandosi dagli stereotipi di genere. Nell’appello si chiede al Presidente del Consiglio di proteggere le donne che difendono i diritti umani in maniera consona per l'importante lavoro che svolgono, perché non si ripeta quanto avvenuto in Honduras, in cui la Berta Càceres, nota ambientalista, è stata assassinata mentre difendeva i diritti della sua comunità nativa (l’appello è disponibile sui sitoweb alla pagina www.amnesty.it/8marzo).
Fino al 10 maggio sarà inoltre possibile realizzare ed inviare a Amnesty International – Sezione italiana, via Magenta, 5, 00185 Romaorigami, fiori di carta, come gesto simbolico di solidarietà con le difensore dei diritti umani che, insieme alle firme, verranno recapitati al Presidente del Consiglio.
Infine, sempre in occasione della Giornata internazionale della donna, Amnesty International Italia collabora al progetto “Insieme creiamo #unaltrovivere” di Altromercato, principale organizzazione di fair trade presente in Italia: in questa Giornata entrambe le Associazioni porteranno nelle piazze italiane un prodotto simbolo: il cioccolato biologico ed equosolidale Mascao. Acquistando le tavolette di cioccolato Mascao Altromercato bio, al latte e fondente 70%, si potranno così sostenere concretamente le attività di Amnesty International.
Stanotte, nella periferia più lontana di una delle tante città italiane, una dimenticata fetta di umanità ha cercato di far arrivare la propria richiesta d’aiuto attraverso la flebile voce e gli occhi di ragazzine che non raggiungono i 18 anni di età, eppure sono già da tempo avviate sulla strada della prostituzione.
Vite a cui sono stati portati via gli anni migliori, a cui è stato immediatamente sottratto il naturale disincanto; notti fredde, spesso solitarie, dove tutto si confonde in tinte scure e grigie, quelle incolori d’uno dei tanti quartieri popolari, cemento, asfalto, strade e marciapiedi che si susseguono, inframezzati da bolle di luce d’un surreale arancione; come sottofondo, il rumore delle macchine che corrono via lungo la strada.
Interminabili nottate passate a migliaia di chilometri da casa, lontane dai loro affetti, lontane da tutto ciò che un tempo era il loro mondo, lontane dagli occhi, lontane dal cuore, aspettando...aspettando che si fermi una macchina.
Un’automobile accosta per qualche secondo, solo una questione di prezzo, sempre quella, una dannata questione di prezzo da trattare, ciò che sempre più spesso regola molte delle nostre relazioni umane. Difficile ormai nasconderlo, per lo meno qui in questa ampia fetta di mondo governata dalle “leggi” del “libero” mercato. Qui si ripete fino allo sfinimento che tutto e tutti hanno un prezzo, qui ci sono persone a cui è stato tolto il diritto di essere padrone di se stesse e della propria vita. Al tempo stesso a molte altre non è mai stato insegnato a riconoscere il gusto assoluto che si prova conservando il senso della propria dignità, un’inesauribile risorsa che ancora oggi può ricordarci con forza che non tutto è comprabile, non tutto e tutti hanno un prezzo, ma che al contrario sono ancora molte più le cose che non si possono comprare, rispetto a quelle che hanno un cartellino attaccato sopra.
20 o 30 euro, il prezzo medio di “mercato” da pagare per compiere un tristissimo “atto meccanico”, qualcosa che dell’amore non ha nemmeno la più lontanissima apparenza.
Ci raccontano che a volte, in nottate come questa, si arrivi persino a 10 euro...per poter “possedere” per qualche minuto, una ragazza dell’Est, oppure l’esile corpo d’una ragazzina africana, i cui occhi sembrano davvero quelli d’un angelo malamente inciampato e caduto a terra.
Una ragazza rumena più grande, più tardi ci dice, “Visto quante ragazzine ci sono a giro? Da un anno ne sono arrivate tantissime, agli italiani piace andare con le bambine”.
Qualcuno potrebbe obbiettare: “In fondo è soltanto un dare e un ricevere in un libero scambio”, Certo... con la “trascurabile” differenza che al “cliente” pagante, solitamente maschio, bianco, cittadino comunitario europeo e adulto, viene sempre riservata la possibilità di scegliere come, quando e persino con chi “scaricare” i propri desideri sessuali, mentre a una ragazzina minorenne senza documenti non viene riservato nessun diritto; è solo una persona “invisibile” a cui nulla è permesso. Lei è solo “carne da macello” per le basse voglie di qualcuno, lei non può scegliere niente, deve solo acconsentire in silenzio, accettare che la sua giovanissima vita, giorno dopo giorno venga rubata e violentata, di modo che qualcuno si possa arricchire e al tempo stesso, qualcun altro senza porsi tanti se né tanti perché, possa ottenere la propria dose di insensato godimento materiale. In un contesto come quello che ci troviamo di fronte stanotte, poco importano i diritti umani, ancor meno le sofferenze e le violenze subite. Non fa certo la differenza sapere a quale schifo e miseria umana devono assistere ogni giorno queste giovanissime ragazze, per via di una delle più famose leggi di mercato, quella che recita, “il cliente ha sempre ragione....”
Molte di queste ragazzine, schiave senza voce nella nostra civilizzata “Patria”, in fondo possono solo sperare...sperare che un giorno, il più presto possibile, questa “vita non vita” finisca e si trasformi in qualcos’altro, anche solo d’un poco migliore.
Sono schiave, sì, moderne schiave, dal momento che molte di loro, nemmeno sedicenni, con l’inganno d’un buon lavoro e della prospettiva di vita migliore, talvolta persino vendute col consenso del padre, vengono portate via a migliaia per fare la vita di strada nel progredito Occidente, in una terra lontana, in questo caso la nostra. Obbligate a suon di botte e sevizie, minacciate di possibili ritorsioni sui familiari e sulle amiche, oppure instillando loro ancestrali paure, facendogli credere che rituali magici, qualora eseguiti, possano portare loro sofferenza, malattie, morte e persino la perdizione dell’anima.
L’associazione Papa Giovanni XXIII può offrire molto a queste ragazze, se solo decidessero di lasciare la strada, ospitandole fino a quando non saranno totalmente autonome. Purtroppo ciò accade di rado, la paura che hanno dei loro aguzzini vince quasi sempre. E poi dietro c’è anche il racket, debiti inestinguibili da pagare alle organizzazioni criminali, sia italiane che estere che le hanno fatte arrivare qui. Molte di loro si sentono anche in colpa verso i genitori che le hanno spedite qui a fare fortuna, e a cui non raccontano certo che vita fanno. Se si ribellano ai loro aguzzini vengono picchiate e seviziate e quelle che riescono a scappare hanno sempre terrore che per ritorsione possano ammazzare sorelle, fratelli, madri.
La radice di questa moderna tratta delle schiave sta nel fatto che c’è molta “domanda” e di conseguenza in ogni buon mercato che si rispetti segue molta “offerta”.
I rapporti di forza sono questi, il cliente pagante sceglie il come, il dove, il chi e il quando, il protettore stabilisce il prezzo di cui tiene per sé la parte maggiore, la ragazzina a cui viene letteralmente rubata la vita mette il proprio corpo d’adolescente. Non può scegliere niente, fino a quando un giorno non verrà considerata troppo vecchia o malata per essere “commerciabile”.
Stanotte sulle strade di Firenze c’era un giovane angelo, malamente inciampato e poi caduto a terra, uno dei tanti che con occhi vivi raccontava e faceva intuire come possa essere la sua vita e quella di migliaia di altre ragazze obbligate a vendersi.
I suoi occhi a tratti si sono accesi di speranza e il volto spesso si è illuminato con un sorriso, quando parlando con un gruppo di volontari di un’associazione, le veniva spiegata la possibilità di lasciare la strada, di cambiare vita, cambiare città, avere un vero lavoro, una casa, persone che possano prendersi cura di lei, dei documenti.
I volontari sono quelli dell’Associazione “Papa Giovanni XXIII” che da anni cercano di recuperare la vita di ragazze che una vita propria non ce l’hanno più.
La paura è tanta: “Adesso non posso venire, sono controllata” ci dice Isa in un buon inglese, “La prossima volta vengo con voi, adesso davvero non posso proprio, avviserebbero subito il mio boss... e poi le cose si metterebbero male”. In molti provano a convincerla, a rassicurarla, ma la paura è troppa.
Alessandro, un volontario dell’associazione, con un grande sorriso le chiede di fare almeno una promessa: “Dai, allora promettici che ci chiamerai quando ti sentirai pronta per fare questo passo, promettici che ci chiamerai, noi siamo qui ... Se lo vuoi in meno di un’ora siamo da te e ti portiamo con noi, così cominci una nuova vita lontana da qui”. “Sì.... ve lo prometto” risponde.
Isa sostiene di avere 20 anni, ma a guardarla, si vede bene che è un’adolescente, forse poco più che sedicenne. Le piace molto la musica, cerca di far passare più velocemente che può le lunghissime nottate grazie ai suoi auricolari e alle tante canzoni che ascolta.
Isa ha una grande passione, sa cucinare molto bene e ha un grande sogno, poter concludere questa squallida vita di strada, poter tornare un giorno nella sua terra e aprire un localino dove fare ristorazione.
Alla fine della chiacchierata, insieme raggiungiamo le altre ragazze, quasi tutte coetanee e connazionali di Isa. Si parla ancora, stasera non c’è tanto movimento in giro. Emanuele prende il thermos dallo zaino; c’è tempo per condividere un tè caldo e dei biscotti.
Poi in cerchio prendendosi tutti per mano, un breve momento per salutarsi, alcune ragazze pregano sottovoce, altri volontari in silenzio fanno delle richieste a un Dio “interno” che non si vede, ma del quale in quel momento si sente fortissima la presenza. Nel silenzio generale Isa inizia a cantare, la voce dolcissima che si sente a notte fonda in una desolata strada di periferia. sembra quella d’un angelo. Ci viene concesso l’impagabile dono d’una canzone, scandita come fosse una sentita preghiera, recitata in tante lingue, un po’ in inglese, un po’ in lingua africana, un po’ in italiano, un po’ in spagnolo, un po’ nel profondo linguaggio del silenzio, quello universale che è di tutti.
Guardando queste ragazzine mentre sono insieme, poco più che bambine, lontane da casa, sottoposte a una non scelta, spesso a violenze quotidiane, a soprusi, al degrado, a una non vita, costrette ad assistere a molta miseria umana, quella di coloro che pagano per possederle fisicamente per qualche minuto, si coglie comunque tutta la loro profonda umanità nel modo che hanno di guardarsi, di parlarsi, di sorridersi, nel cercare di prendersi cura l’una dell’altra. Un’umanità che non si può raccontare, che si può solo cercare di cogliere nel sentirle cantare, nel guardarle negli occhi, nel vederle pregare e fare richieste dentro se stesse per avere una possibilità di condurre una vita diversa.
Si è fatto molto tardi, è il momento di congedarsi. Sebbene sia solo un arrivederci, gli occhi si fanno un po’ tristi, un abbraccio, un saluto, un grazie, uno sguardo da lontano, poi ognuna di loro riprende la sua postazione.
Serena, una delle volontarie che opera in strada da più di 30 anni, ci spiega che ci vorrebbe una grande campagna di sensibilizzazione nazionale su questo tema. Molti anni fa, mentre molti parlavano ancora del fenomeno della prostituzione come “mestiere più antico del mondo”, Don Oreste, fondatore dell’Associazione Papa Giovanni XXIII fu il primo ad affermare che queste ragazze in pratica non hanno nessuna scelta, né di fatto alternative e che a tutti gli effetti sono schiave. Serena ci racconta di come sarebbe necessaria una grande forza trasversale, capace di coinvolgere più realtà, provenienti da differenti estrazioni sociali, politiche e culturali, di modo da poter generare una presa generale di coscienza sulla questione. Di pari passo andrebbe portata avanti una legge nazionale, come d’altronde hanno già in Francia o nel Nord Europa, che in qualche modo generi una forma di responsabilità sia penale che amministrativa nei confronti del “cliente”, così da disincentivare direttamente alla fonte ciò che alimenta il mercato della prostituzione.
Un antico messaggio rivoluzionario diceva: “Nell’amore non c’è timore”. Colui che lo espresse si inimicò fin da subito sacerdoti e farisei, si dedicava agli ultimi e spiegava che il peccato non sta nell’atto d’amore in sé, bensì nella sua mercificazione, nel voler dare un prezzo ad ogni cosa, ad ogni relazione umana, ad ogni persona, idea o sentimento. Il peccato non sta certo dentro gli occhi o nel corpo d’una ragazzina che non arriva ad avere 18 anni, quanto nel costringere lei o una qualsiasi persona a fare qualcosa che non si vuol fare, oppure nel partecipare direttamente al meccanismo della mercificazione, nell’essere conniventi, complici e persino disponibili a pagare per dare mostra della propria miseria umana. E’ una miseria interiore senza fondo, che si manifesta appena si comincia a degradare un’altra persona, riducendola a semplice strumento di vuota soddisfazione personale, da regolare pagando, senza riconoscere in essa una sorella, una figlia, una madre, né una persona colma di un’umanità che di questi tempi, in molti hanno perduto.
La cosa che più preoccupa, al punto di valutare se pubblicare o meno questo articolo, è il pensiero che magari fra qualche giorno, qualche odierno “fariseo” possa ordinare un blitz per riportare “ordine e decenza” nelle pubbliche vie. Così per la gioia di tutti l’apparenza per un po’ sarà salva.
Le ragazzine probabilmente saranno arrestate, verranno interrogate, riceveranno un foglio di via e niente della loro penosa situazione migliorerà di una virgola. La settimana dopo chi controlla le loro vite, in silenzio, le sposterà in qualche altra sperduta strada o in un’altra città. Altre coetanee di Isa prenderanno il suo posto, i volontari con tantissimo impegno continueranno a rimboccarsi le maniche, le istituzioni invece, ad Isa e alle sue compagne, continueranno a non offrire nessuna valida alternativa per cambiare vita.
A proposito, tra poco sarà la “festa della donna”. Un mazzetto di mimose, un aperitivo, una cena con uscita serale, qualche bella frase fatta su social e sui giornali e intanto tra un’ipocrisia e l’altra il “mercato” va avanti.
“I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno di Dio” disse Gesù ai sacerdoti e ai farisei che lo ascoltavano indignati nel tempio. Queste parole suonarono come una bruciante sferzata per i rappresentanti istituzionalizzati della voce del “Signore”. Sacerdoti e farisei, proprio loro che si consideravano ed erano ritenuti “puri”, sarebbero stati preceduti dai pubblici peccatori e dalle prostitute!
Tratto dall’agenzia di stampa Pressenza
Informazioni sull'Autore
Luca Cellini
Luca Cellini, partecipa fin da giovanissimo alle attività del Partito Umanista, volontario della Lega Obbiettori di Coscienza, è stato attivista di Greenpeace e Amnesty International; nel 1993 partecipa alla marcia della pace Mir Sada come forza d'interposizione nonviolenta durante il conflitto in Bosnia. Nel 2003 partecipa ai lavori del Social Forum, nel 2009 alla Marcia Mondiale della Pace e della Nonviolenza; nel 2011 fonda il comitato Valdarno Sostenibile con cui promuove la formazione della Rete di Coordinamento Valdarno Valdisieve, partecipando attivamente insieme ai comitati della piana fiorentina alla redazione di piani alternativi per la gestione dei rifiuti. Si occupa di controinformazione, di economia e di ricerca nel campo energetico, delle strategie rifiuti zero e d'ecologia temi per i quali ha presentato incontri e seminari di formazione per gli studenti delle scuole superiori. Attualmente lavora come libero professionista nel settore della progettazione. E' membro della redazione ed editorialista di Pressenza.
Ho conosciuto Carmelo Musumeci da poco tempo e, qualche settimana fa, ho avuto la gioia di pubblicare una nostra breve conversazione.
Ieri, scrivendoci, Carmelo mi ha segnalato il bellissimo scambio epistolare intercorso fra lui e gli alunni di una scuola media che hanno lavorato sul problema del carcere, intelligentemente guidati dal loro professore di IRC.
Subito ho pensato che sarebbe stato giusto condividere le sagge riflessioni degli uni e dell’altro, pienamente convinto che saranno in molti ad apprezzarle, ricavandone una calda sensazione di speranza per il nostro domani.
Non si potrebbe concepire una punizione più diabolica di quella di vederci strappati dalla società e di essere totalmente ignorati dai membri che la compongano. (William James)
Nel mondo libero ti può capitare veramente di tutto e questa mattina, quando sono uscito dal carcere e sono arrivato nella struttura della Comunità dove svolgo la mia attività di volontariato, ho trovato questa bellissima lettera che ha allietato il mio cuore.
Non posso che fare i complimenti a questi meravigliosi ragazzi per la loro ricerca, il loro impegno a comprendere la vita di un detenuto e per avere pensato e scritto proprio a me.
Il mio cuore dice grazie.
All'attenzione del Sig. Carmelo Musumeci.
In calce invio la lettera realizzata dai miei alunni della scuola media di Chiusi della Verna che hanno realizzato un lavoro sulla condizione detentiva in Italia.
Siamo una classe di scuola media di Chiusi della Verna (Ar) e, con il nostro Professore di I.R.C., abbiamo conosciuto la Sua storia. Abbiamo avuto modo di conoscere i vari sistemi di carcerazione e rieducazione presenti in Italia e all'estero e ci siamo convinti che, se ci deve essere un carcere, dovrebbe avere certe caratteristiche:celle più grandi e più spaziose, minimo 15 mq a persona, che possano garantire la privacy di ogni singola persona;presenza di palestre e spazi per praticare sport;presenza di biblioteche ed emeroteche;creare spazi per le arti visive (cinema, teatro, pittura, scultura);garantire la giusta importanza al cibo e alla sua qualità;avere luoghi di culto e avere la possibilità di frequentare laboratori dove imparare un mestiere;avere la possibilità di maggiori incontri con familiari e amici;avere luoghi aperti dove poter vedere il cambiamento delle stagioni.Ma la cosa più importante per noi, è che il carcere debba servire a rieducare i carcerati e ridare loro una speranza, senza farli uscire peggio di come sono entrati, evitando di trattarli male, facendo vedere la detenzione come un'ingiustizia invece che un modo per aiutarli a migliorare.
La ringraziamo per l'attenzione che ci ha concesso e se vorrà, potrà darci un Suo giudizio sul lavoro che abbiamo fatto.Un caro saluto.
I ragazzi della classe terza di Scuola media di Chiusi della Verna (Ar)
Cordiali saluti.Prof. Leonardo Magnani
Cari ragazzi,
avete capito quello che i nostri governati non vogliono capire cioè che è una grande stupidaggine fare giustizia col carcere come è pensato in Italia, perché, più che punire i reati, incita a moltiplicarli.
Penso che questa società stia perdendo la capacità di pensare, di amare e di essere umana, perché quando la giustizia punisce dovrebbe preoccuparsi anche di farlo senza arrecare altro male. Tanto, in realtà, non si può rimediare più al male già fatto.
Molti, purtroppo, confondono la giustizia con la vendetta. E una pena che non finisce mai, come la condanna all’ergastolo, non è altro che una vendetta che non rende migliore né chi la emette né chi la subisce. La pena per essere giusta dovrebbe pensare al futuro e non al passato. L’ergastolo invece guarda sempre indietro e mai avanti. La pena - per essere capita, compresa ed accettata - deve avere una fine; una pena che non finisce mai non può essere capita, né compresa né tantomeno accettata.
Cari ragazzi, io credo che il carcere sia la malattia: meno se ne fa, più si guarisce in fretta. La limitazione dei contatti con l’esterno, l’imposizione di norme burocratiche ottuse e spesso stupide ed infantili imposte per anni e anni, creano dei poveri diavoli che non riusciranno più a inserirsi nella società. Io credo pure che la galera, così com’è, sia un’istituzione totalitaria e criminogena perché, oltre a privare della libertà, della gestione della propria vita e spesso anche dei propri pensieri, spoglia il detenuto della sua identità perché lo costringe a disimparare a vivere.
Il carcere oggi in Italia rappresenta uno strumento di straordinaria ingiustizia, un luogo di esclusione e di annullamento della persona umana. Dietro la vuota retorica della risocializzazione, della rieducazione, si nasconde in realtà una vita non degna di essere vissuta. Io credo anche che se si esce dal carcere dopo troppi anni, quando ormaila famiglia e la società ti hanno dimenticato, o ti muoiono padre e madre e non hai figli, diventi a tutti gli effetti un fantasma che non riuscirà più a inserirsi nella società e che, probabilmente, farà di nuovo del male e tornerà in carcere. Infatti, quando impari a vivere sott’acqua per quasi una vita intera, senza amore, né affetto, né relazioni sociali, è difficile poi tornare a vivere di nuovo sulla terraferma.
Cari ragazzi, vi lascio con un sorriso a cielo aperto, almeno fino a questa sera, quando rientrerò in carcere, e con questa bella frase di Dostoevskij:
“Se io stesso fossi un giusto, forse non ci sarebbe neppure il delinquente davanti noi”.
Buona vita.
Carmelo Musumeci
Febbraio 2017
Conversazione con Enrico Peyretti*
Mi era già capitato, in più circostanze, di imbattermi in qualche bel lavoro di Enrico Peyretti. Di lui, sempre mi hanno positivamente colpito lo stile pulito e lineare, lo spessore culturale e la genuinità del suo porsi, del suo schierarsi e del suo impegnarsi, da cristiano pacifista e nonviolento, convinto sostenitore del dialogo e dello spirito di solidarietà. Ebbi anche modo, qualche anno fa, di recensire, sulle pagine di questo sito, un suo pregevole libro relativo al ricco rapporto filosofico intercorso con Norberto Bobbio (http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=5570:norberto-bobbio-e-la-gioia-del-dialogare&Itemid=70).
Ultimamente, poi, un suo acuto e sentito commento (http://www.viandanti.org/?p=14666#more-14666) ad uno dei discorsi più belli dell’intero pontificato di papa Francesco (relativo al tema della nonviolenza) mi ha spinto a proporgli un’intervista. Dal nostro contatto e dalla sua squisita disponibilità, è nata la conversazione che segue.
- Davvero Papa Francesco non finisce mai di stupirci e di entusiasmarci. Per le sue aperture, per la disponibilità al dialogo, per il suo continuo invito alla reciproca conoscenza ed accoglienza, per la sua lirica attenzione alle fragili meraviglie della Natura, per la sua presa di posizione contro la pena di morte, per il suo ricorrente ed insistente inno alla virtù somma della Misericordia, ecc. Ultimamente, poi, per il suo toccante elogio della nonviolenza, abbracciata con afflato vigoroso.
Ora, mi chiedo, se le tante “rivoluzioni” di pensiero portate avanti da questo papa sono veramente così degne di essere sottolineate ed apprezzate (come quasi tutti sembrerebbero sostenere), questo non implica (o impone), inevitabilmente, un giudizio di grande severità nei confronti del “prima”?
Eh, temo proprio di sì. C'è una lunga storia: il vangelo di Gesù si Nazareth, uomo in cui abita in pienezza lo Spirito di Dio – questa è la mia fede –, è annuncio dell'amore di Dio per tutti, del suo perdono del nostro male, e della salvezza per tutti.
Questo vangelo è diventato poi il “cristianesimo”, cioè dottrina, teoria, organizzazione. Ciò non è un male, se non congela il vangelo. Anche la chiesa – ekklesia, convocazione, riunione, comunità – è cosa ottima, se non diventa una struttura troppo rigida. Questo è avvenuto nella “cristianità”, cioè nella identificazione autoritaria (anche nell'interesse dei potenti) della società civile, che è la casa di tutti, con la chiesa dei credenti, e dunque si è esercitata pressione sociale, costrizione, repressione, violazione della libertà di coscienza, e violente persecuzioni, e guerre.
Credo che papa Francesco non stia facendo soltanto una rivoluzione della struttura-chiesa (curia, sinodalità, stile pastorale), ma che riformi evangelicamente l'immagine di Dio: da un essere potente trascendente giudicante e discriminante, a Padre-Madre come Gesù lo ha presentato nel suo vangelo, e impersonato nella nostra umanità. É un cambiamento tanto importante che non ci si stupisce se provoca reazioni basate sull'abitudine, sulla paura di perdere una sicurezza. Proprio lo stesso avvenne a Gesù da parte del suo ambiente religioso e politico, che lo condannò per offesa alla religione. A chi scegliamo di credere?
- E, mi continuo a chiedere, ha veramente senso parlare di “rivoluzioni”, di “svolte” o di “passaggi storici”?
Si potrebbe dire che questo papa, alla fin fine (aldilà del suo stile personalissimo ed amabilissimo), non faccia altro che ispirarsi coerentemente al Sermone della montagna, alle sue Beatitudini, ai princìpi evangelici, cioè, dell’amore rivolto anche ai propri nemici, del rifiuto di ergersi a giudice di chicchessia, dell’inestinguibile disponibilità al perdono, ecc.
Ma tutto questo non avrebbe dovuto costituire, da un paio di millenni, il territorio morale, normalmente cristiano-cristianamente normale, su cui tutti i credenti (non soltanto le loro guide) erano stati chiamati a costruire una nuova storia?
Non dico certamente che il vangelo cominci ora: prendere il nome Francesco è collegarsi ad una tradizione profonda. Ci sono sempre stati veri cristiani, anche sconosciuti. Ma l'immagine esterna e vistosa dei cristiani è stata anche infedele, litigiosa, persino violenta: pensiamo alle crociate e alle guerre di religione. Ognuno, e dunque ogni religione, giudichi se stesso prima degli altri, per migliorare tutti insieme. Il dialogo sincero, rispettoso, umile, tra le religioni, è oggi necessario alla pace, quindi alla sopravvivenza dell'umanità. Grazie a Dio, questo dialogo sta anche avvenendo, non solo tra cristiani ecumenici, ma con tutte le religioni.
Credo che la fonte alta getti sempre acqua nuova: lo Spirito non si estingue.
- In un suo recente commento al discorso di papa Bergoglio per la Giornata della Pace, leggiamo quanto segue:“Il concetto di “pace giusta”, basata sulla giustizia, sta sostituendo positivamente l’antico concetto di “guerra giusta”, o meglio giustificata a determinate condizioni, che per secoli è stato centrale nella riflessione morale cristiana sulla guerra, e abusato dalla volontà di potenza di sovrani e stati”.
Ora, mi sembra, detto molto francamente, un po’ troppo accomodante distinguere e, in un certo senso, contrapporre la “riflessione morale cristiana”, da una parte, alla “volontà di potenza di sovrani e stati” che avrebbe “abusato” del concetto di “guerra giusta”.
La riflessione morale cristiana, in realtà, per lunghi secoli ha tragicamente e vergognosamente giustificato, se non addirittura benedetto il ricorso alle armi … La tanto deprecabile “volontà di potenza di sovrani e stati” ha trovato sempre, con immensa facilità, nella teologia cristiana e nei ministri delle varie chiese cristiane fonti magisteriali nobilitanti e legittimanti. Ben di rado dei freni od ostacoli.
Non è forse Agostino, venerato pilastro della “riflessione morale cristiana” a dirci, nel suo Contra Faustum, che “Talvolta è necessario che gli uomini buoni intraprendano la guerra contro gli uomini violenti per comando di Dio o del governo legittimo quasi costretti dalla situazione al fine di mantenere l’ordine” ?
E che “Il soldato che uccide ubbidendo al comando del potere legittimo non è colpevole di omicidio, ma anzi sarebbe colpevole di disobbedienza se trascurasse l’ordine ricevuto”?
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Enrico Peyretti |
Tutto vero, purtroppo. Però, il concetto di “guerra giusta” voleva essere limitativo della guerra, col porre precise condizioni alla sua giustificabilità morale. Come “occhio per occhio, dente per cente” era un limite alla vendetta privata: non più di tanto. Poi, è facile approfittarne. Oggi quel concetto di “guerra giusta”, se mai ha limitato la guerra, non basta assolutamente più, fin dal Concilio e dalla Pacem in terris, che dice pazzesco – “alienum a ratione” – pensare che la guerra possa fare giustizia. Ma chi vuole la guerra manipola la ragione. Dice Kant che la potenza ottunde la ragione.
Gesù amico dei peccatori è amico anche della chiesa “casta meretrix”, fatta di peccatori e di santi, impigliata in gravi errori pur nel tentativo di capire ed agire bene, ora più ora meno sincero e impegnato. Come accade alle singole persone nelle loro coscienze. Ma credo anche che ci sia e si debba promuovere una continua correzione, una evoluzione della tradizione
C'è chi, cattolico o non credente, pensa il dogma fisso, marmoreo. Prima di questo significato, dogma significa insegnamento, una chiarezza preziosa raggiunta ad un certo punto del cammino, un punto di sosta che dà, o sembra dare, un po' di certezza nel cammino. Michele Do, un vero cristiano, parlava di “dubitose irrinunciabili chiarezze”. Ma il cammino verso la verità non finisce mai. L'insegnamento evolve, la persuasione si affina e si corregge. La dottrina è sempre qualcosa di meno della fede-fiducia-ascolto-ispirazione-attesa. Le verità della vita non stanno mai intere ed esaurite nelle nostre parole e concetti. E tuttavia, quello che riusciamo a comprendere insieme, in un consenso serio e fraterno, pensoso, è prezioso. Chi crede di avere ricevuto in dono una luce, si guardi bene dal vantarsi, rimanga molto umile e si senta debitore verso tutti, e sempre in cammino.
- A mio parere, la cosa più grande e bella che sta portando avanti papa Francesco è rappresentata da questo continuo richiamare l’attenzione sul valore della Misericordia, sottolineando con sistematica incisività, quanto essa rappresenti la prima e fondamentale caratteristica della natura divina, affermando, in tante varie circostanze, che nessun peccato umano può essere più forte della Misericordia di Dio e che la divina capacità di perdonare non conosce limite.
Certamente, in questa strategia, credo sia possibile intravedere un progetto coerente e ragionato volto a delegittimare e a smascherare ogni forma di presunzione, intolleranza, discriminazione e violenza collegata/collegabile, direttamente o indirettamente, all’immagine di un Dio severo giustiziere, desideroso di trovare nei propri fedeli dei fanatici servitori disposti a tutto al grido di “Dio lo vuole!”
Ma, mi chiedo e le chiedo, non potrebbe anche trattarsi, la sua, di una meravigliosa operazione pedagogica propedeutica al recupero di una visione escatologica di tipo origeniano, ovverosia di una concezione relativa ad un unico destino finale per tutte le creature, anche le più ribelli e malvagie, purificate e rigenerate dall’infinita compassione di un Dio incapace di escludere per l’eternità da sé anche una sola delle sue creature?! Detto in altre parole, papa Francesco, anche se ancora non ha voluto/potuto dircelo in maniera esplicita, non starebbe forse preparando il terreno all’ abolizione dottrinale dell’Inferno?
E non si potrebbe forse considerare, un simile esito, come il compimento logico e moralmente ineludibile della sua intera predicazione? Esito che si potrebbe ritenere non solo auspicabilissimo, ma, in un certo senso, addirittura doveroso?!?
D’altra parte, è proprio Francesco, in chiara sintonia con Origene, a dirci, nella sua splendida Laudato sì, cheLa vita eterna sarà una meraviglia condivisa, dove ogni creatura, luminosamente trasformata, occuperà il suo posto e avrà qualcosa da offrire ai poveri definitivamente liberati. (242, p.207)
Che cosa sappiamo noi dell'oltre, dell'aldilà? E' giusto pensare, fare delle ipotesi, interrogarci, ascoltare ogni saggezza, ogni voce profetica. Gesù indica chiaramente, con avvertimenti severi, che noi possiamo fallire la nostra vita. Ma non condanna nessuno, nessun peccatore, soltanto sconfessa chi si crede giusto e perfetto (parabola del fariseo e del pubblicano nel tempio). Inferno vuol dire caduta nel basso estremo, fallimento, perdita. Se un nostro figlio si perde, non facciamo tutto il possibile per salvarlo? Dio non farà lo stesso? La sua potenza è amare fino in fondo. Non costringe, ma non abbandona. Sappiamo solo questo.
- Sempre nel suo già menzionato commento al discorso di Bergoglio per la Giornata della Pace, lei, ad un certo punto, scrive:
Anche se noi cristiani, suoi seguaci nei secoli, abbiamo concesso troppo, per poca fede, nel giustificare i metodi violenti, Gesù di Nazareth è un vero precursore dei leaders moderni della nonviolenza, che lo riconoscono come tale.
Da libero pensatore, non posso fare a meno di chiederle:
Ma potremmo davvero, poi, parlare di cristiani “seguaci nei secoli” di Gesù, di fronte ad un tale ricorrente, sistematico e convintissimo impiego della violenza (giustificata, invocata, promossa e benedetta)? I discepoli di Gesù non si sarebbero dovuti riconoscere dalla coerenza delle loro azioni? E le innumerevoli schiere di “cristiani” che alla violenza hanno detto SI’ in mille modi, sul piano teorico quanto su quello pratico, che cristiani sono? Possono davvero meritare di essere considerati “seguaci” di Gesù, e non, invece, come i suoi primi e massimi traditori?
Che la violenza sia “fondamento storico del cristianesimo” mi permetto di discuterlo: in quale senso? Nel senso che la “pax romana” (una pace d'imperio e di dominio, la globalizzazione violenta di allora) sia stato un fattore favorevole alla diffusione, sì. Per Mussolini era stato il fattore determinante, senza il quale il vangelo sarebbe morto in Palestina. Ma certamente non è fondamento nel senso che il vangelo sia frutto della potenza romana. La quale ha concorso a crocifiggere Gesù, per timore della sua verità che libera dal dominio, proprio e altrui, e fonda la fratellanza.
La domanda che lei mi fa è severa, e ad un cristiano (o aspirante cristiano) scotta. Mi permetto di distinguere (poi vedremo se è giusto) la gerarchia, la dottrina prevalente, la teologia, cioè chi ha scritto (gli scribi), dal povero popolo di Cristo, anche peccatori, ma viventi in povertà e umiltà. Il vangelo forse è stato trasmesso soprattutto dalle donne, dalle nonne, nella “tradizione discepolare”: questo bel termine è di Raniero La Valle, aggiunto a “tradizione apostolica”, e vuol dire che il vangelo essenziale è stato custodito in cuore e trasmesso nelle generazioni dai discepoli più umili almeno tanto quanto dagli apostoli e dai loro successori, magari insieme a devozionismi popolari o anche ingenue superstizioni. Non è la purezza chimica che conta quanto l'autenticità. Le mamme e le nonne, le persone credenti e buone, hanno consegnato ai bambini, nei loro cuori ancora aperti e anelanti alla vita, la buona notizia che Dio è un padre buono, e Gesù è venuto a mostrarcelo. Questa notizia è stata conservata spesso per tutta la vita, fatta stile di vita, oppure è stata poi accantonata o negata, per le traversie dell'esistenza, ma non ha cessato di passare da cuore a cuore, per di qua o per di là. Si perderà forse nell'era post-cristiana che sta venendo? Io credo e confido di no.
- Indubbiamente Gesù di Nazareth (chiunque egli sia stato) rappresenta un “un vero precursore dei leaders moderni della nonviolenza”. Un precursore sì, ma non un fiore isolato nel deserto, bensì un grande Maestro preceduto da numerosi personaggi di grande spessore etico ed intellettuale presenti nel mondo classico, ma soprattutto nell’antica India (si veda soprattutto il Jainismo e il Buddhismo, con i loro fondatori e maestri). La sua filosofia-religione dell’Amore non rappresenta forse il cuore profondo e autentico di tante scuole filosofico-religiose (al di là delle tante peculiari differenze ideologico-cultuali), il cuore profondo di quella che bergsonianamente e capitinianamente potremmo definire “Religione aperta”?
Ma sicuro! Lo Spirito è assai più grande della chiesa! C'è chi dice che la chiesa è l'umanità. Se non è detto in senso totalmente inclusivo, di imperialismo spirituale, si può forse pensare. Ma bisogna ben distinguere: l'unità dello spirito umano è plurale. Prezioso è il pensiero di Panikkar sulla pace fatta di armonia nel pluralismo. “Pluralità delle vie” vedeva e ci insegnava anche Pier Cesare Bori.
- Papa Francesco ci invita continuamente ad attuare una “nuova solidarietà universale”, a considerare sempre “la persona come soggetto”, ad operare una “conversione ecologica”, a non smettere mai di ascoltare “il grido della terra quanto il grido dei poveri”, ad abbandonare indifferenza e rassegnazione comoda, ecc.
Non è penoso e immensamente amaro registrare il contrasto fra il clamore e il plauso che ogni volta suscitano le sue parole e il procedere imperterrito del nostro orribile mondo, fatto di banche e cannoni, di pallone e canzonette, nel suo delirante cammino di festa e di morte? Non si potrebbe forse sospettare che, in questo nostro tempo, la figura del papa (come quella di qualunque altro personaggio di grosso rilievo) sia ridotta essenzialmente a merce mediatica e, quindi, dolorosamente impotente a far arrivare davvero la sua voce nel cuore di masse oramai pienamente conquistate da idoli gelosi e voraci? E che qualsiasi messaggio, anche il più potente, sia ineluttabilmente condannato a scivolare via in pochi attimi, senza lasciare solidi segni di sé?!
Il papa oggetto mediatico, impotente? Che il sistema dominante voglia divorare, assimilare per neutralizzarla ogni parola alternativa, è cosa certa.
Dunque, parole inutili? Il rischio c'è. Ci sono però anche alcuni gesti che realizzano le parole. La cattura e l'arruolamento possono essere più efficaci dell'opposizione.
Costantino è stato più furbo del sinedrio e di Pilato: invece di uccidere Gesù lo ha associato al trono. E la cristianità è caduta a lungo nella trappola. Ma il tempo è lungo, si muove, e io credo nella forza della parola, idea, visione utopica. Gesù è parola per la storia, in definitiva non catturabile. Continua a turbarci salutarmente. Ha guarito singoli, come raccontano i testimoni secondo la loro comprensione, per indicare che può guarire il mondo. Se collaboriamo.
*Enrico Peyretti (1935) è stato insegnante di Filosofia e Storia nei licei.
E’ membro del Centro Studi per la pace e la nonviolenza Sereno Regis di Torino, del Centro Interatenei Studi per la Pace delle Università piemontesi, dell'IPRI (Italian Peace Research Institute). Fondatore de Il foglio, mensile di “alcuni cristiani torinesi” (www.ilfoglio.info), collabora a diverse riviste culturali (Bozze; Sisifo; Quaderni Satyagraha; Il Tetto; Segno; Giano; Annuario di filosofia 2006; L'ospite ingrato; éupolis; Confronti; Lo Straniero; Incontri; Parolechiave; Politica e Società; Spaziofilosofico).
Ha presentato contributi a vari convegni nazionali di ricerca sulla pace, sulla Difesa Popolare Nonviolenta, ha tenuto lezioni in varie Scuole di Pace, in seminari universitari (Bologna, Macerata, Torino, Padova, Roma, Udine), in corsi di aggiornamento per insegnanti ed ha collaborato con vari enti nella formazione degli obiettori di coscienza.
Dal 1994 cura la bibliografia online Difesa senza guerra sulle lotte nonarmate e nonviolente nella storia.
Numerosi i suoi libri su tematiche di spiritualità, riflessione politica, pacifismo e nonviolenza. Fra gli ultimi, ricordiamo: Dialoghi con Norberto Bobbio su politica, fede, nonviolenza, (Claudiana, 2011); Il bene della pace. La via della nonviolenza (Cittadella, 2012).
Ama definirsi, con umile saggezza, “operaio del leggere e scrivere”.
Siti internet:
http://www.peacelink.it/tools/author.php?u=63
www.serenoregis.org
www.ilfoglio.info
E-mail:This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
Fin dall’inizio della mia carcerazione (un quarto di secolo fa), ho cominciato a scrivere e non ho mai smesso. Per qualsiasi prigioniero la scrittura è un ponte fondamentale per collegarsi al mondo esterno, io quasi ogni giorno mandavo lettere e articoli a mezzo mondo per fare sentire la mia voce e sto continuando a farlo anche in regime di semilibertà. Carmelo Musumeci
Tutti i grandi saggi e maestri dell’umanità, dalle epoche più lontane ad oggi, sempre ci hanno spiegato e insegnato che non sarà mai possibile spegnere l’odio alimentando l’odio, mai estinguere la violenza praticando la violenza, mai estirpare la sofferenza generando sofferenza. Principio filosofico questo assai ben recepito dai Padri costituenti che, nell’affrontare la “questione giustizia”, previdero chiaramente il carattere rieducativo delle pene. Il che dovrebbe comportare, nella realtà, che ogni sistema punitivo venga essere pensato, progettato, diretto ed attuato al fine di favorire al massimo un processo positivo di sviluppo della persona del reo, nella prospettiva di innescare un percorso maieutico volto a far emergere le sue migliori potenzialità, contenendo, arginando, eliminando progressivamente, altresì, tutte quelle inclinazioni di tipo distruttivo che lo hanno precedentemente condotto ad arrecare danni alla collettività.
Tutto ciò, purtroppo, è ancora troppo spesso qualcosa di chimerico. Ancora oggi, le pene che si abbattono sul condannato sono pene che offendono, che feriscono, che seminano dolore e umiliazione, che gettano nella disperazione.
Di questo abbiamo avuto la possibilità di parlare con una persona straordinaria che, nonostante le durezze di una lunga vita imprigionata, ha saputo trovare la via per compiere un bellissimo cammino di maturazione interiore.
- Carmelo, tu, durante la tua lunga esperienza carceraria, hai saputo attuare un ammirevole percorso di autoformazione. In un tuo recente articolo, però, dici che la cosa che più detesti è quando ti viene rivolta la seguente domanda: “Ma, allora, il carcere ti ha fatto bene?” Ci spieghi perché?
Quando mi fanno questa domanda sembra sottointeso che sono migliorato grazie al carcere, invece penso che sono riuscito a crescere interiormente nonostante il carcere, perché questo è un luogo oscuro ai più, dove il concetto di espiazione diventa un concetto di dominio, di sopraffazione, per farti diventare più cattivo e più criminale. Diciamoci la verità, a molti politici non interessa assolutamente sconfiggere certi fenomeni criminali e devianti, hanno interesse che il carcere continui a essere solo una discarica sociale, per acquisire consensi sociali e voti elettorali.
- Ritengo che la tua notevole esperienza personale possa costituire una fonte preziosa di opportunità per ragionare con maggiore consapevolezza sulla complessità della natura umana, sui suoi limiti, ma anche sulle sue infinite risorse. Non credi?
Sono d’accordo anche perché, in particolar modo per i giovani, può essere utile conoscere il male, per evitarlo. E raccontare la mia esperienza negativa può essere da deterrente a molti ragazzi a rischio di devianza. Per alcuni anni ho fatto parte di un’ iniziativa che portava intere scolaresche in carcere ad ascoltare le storie dei cattivi. Le modalità erano semplici: venivano intere classi di scuola superiore (a volte più di una classe) e ascoltavano tre storie di detenuti, partendo dalla loro situazione familiare, sociale e ambientale, di dove uno era nato e dove era maturato il reato. Credo che non sia facile per i detenuti raccontare il peggio della loro vita con onestà e obiettività, ma penso anche che sia un modo terapeutico per prendere le distanze dal proprio passato e riconciliarsi con se stessi. Penso che parlare a dei ragazzi, aiuti a formarsi una coscienza di sé e del significato del male fatto agli altri. E guardare gli sguardi e gli occhi innocenti dei ragazzi aiuta molto ciascuno di noi a capire quali siano state le ragioni dell’odio, della rabbia, della violenza dei nostri reati, più di tanti inutili anni di carcere senza fare nulla. Penso che non sia neppure facile per i ragazzi ascoltare dal vivo le nostre brutte storie, anziché sentirle solo alla televisione o leggerle sommariamente nei giornali. Credo che, in questo modo, percepiscano meglio che molte volte dietro certi reati non ci sono dei mostri, ma ci sono semplicemente delle persone umane che hanno sbagliato. Poi dalle nostre risposte alle loro domande scoprono anche che il carcere rappresenta spesso un inutile strumento d’ingiustizia, un luogo di esclusione e di annullamento della persona, dove nella maggioranza dei casi si vive una vita non degna di essere vissuta.
- Sicuramente, i problemi da risolvere nel nostro universo carcerario sono molteplici e assai complessi. A tuo avviso, cosa andrebbe modificato in maniera assolutamente prioritaria e ineludibile? Le strutture? La formazione del personale penitenziario? Il sistema legislativo? Le strategie politiche?
Tutte queste cose insieme e molto ancora di più. Penso pure che il carcere che funziona sia quello che non costruiranno mai. Molti pensano che il carcere sia la medicina. Ciò non è vero, perché il carcere rappresenta piuttosto una malattia della società, la gabbia dell’odio e della rimozione sociale. In luoghi come questi non si migliora, ma si peggiora. Continuando a sentirci ripetere che siamo irrecuperabili, che siamo dei mostri, che siamo cattivi, alla fine ce ne convinciamo e cerchiamo di esserlo davvero. Nella maggioranza dei casi l’istituzione penitenziaria opera ai margini del diritto, in assenza di ogni controllo democratico, nell’arbitrio amministrativo e nell’indifferenza generale. Ma, forse, la cosa peggiore del carcere è che la tua vita dipende da altri che, continuamente, ti dicono cosa devi fare e quando e come devi farlo. Spesso questi “altri” sono peggiori di te e tu devi per forza sottostare ai loro capricci. Per questo motivo, dentro queste mura, è quasi impossibile conservare dignità e orgoglio. Il carcere è una fabbrica di stupidità. E non migliora certo l’uomo. Il più delle volte lo rende scemo.
- Ti sembra che, nonostante i tanti gravi problemi irrisolti, in questi ultimi anni sia stato possibile registrare qualche segnale di progresso di una certa importanza?
Qualche segnale c’è stato, ma ancora troppo poco per salvare qualche vita umana ed ho notato che nell’anno appena passato i suicidi in carcere sono stati ancora molti.
*Carmelo Musumeci nasce il 27 luglio 1955 ad Aci Sant’Antonio, in provincia di Catania. Condannato all’ergastolo, è attualmente in regime di semilibertà presso il carcere di Perugia.Entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara, in regime di 41 bis, riprende gli studi da autodidatta, terminando le scuole superiori. Nel 2005 si laurea in Giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo Vivere l’ergastolo.
Nel maggio 2011 si è laureato presso l’Università di Perugia, al Corso di Laurea specialistica in Diritto Penitenziario, con una tesi dal titolo La pena di morte viva: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità. Il 16 giugno 2016 si è laureato in Filosofia, presso l’Università degli Studi di Padova, discutendo la tesi Biografie devianti.
Nel 2007 ha conosciuto don Oreste Benzi e da allora condivide il progetto Oltre le sbarre, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Da anni promuove una campagna contro il “fine pena mai”, per l’abolizione dell’ergastolo.
Chi volesse scrivere a Carmelo Musumeci può farlo al seguente indirizzo email: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
Per conoscere la ricchezza delle sue numerose pubblicazioni: http://www.carmelomusumeci.com/
Ogni tanto, sommersi da tanti altri urgenti e ingarbugliati problemi, finiamo un po’ tutti per dimenticarci di piaghe che sembrano oramai relegate a tempi lontani da noi. E’ questo il caso, credo, della pena di morte, relegata spesso, molto diffusamente e troppo sbrigativamente, a questione di scarsa attualità.
Scriveva Albert Camus che abolire la pena di morte avrebbe rappresentato “imprimere un colpo di freni spettacolare e proclamare, nei princìpi e nelle istituzioni, che la persona umana è al di sopra dello Stato”. Che nessun potere umano, cioè, nessuna istituzione, per quanto importante, nobile e “sacra”, potrà più considerarsi in diritto di prendere nelle sue mani, come una cosa, la vita delle persone. Per stritolarla. Per gettarla via …
Ma, nonostante i numerosissimi e continui progressi compiuti sulla strada abolizionistica, il cammino appare ancora lungo. La pena di morte continua ad esistere in molti stati del mondo e continua a rappresentare molto spesso, fra l’altro, il punto di approdo di iter giudiziari privi dei minimi requisiti di decenza giuridica.
E’ il caso, ad esempio, di due giovani, un ragazzo saudita, e una ragazza iraniana, su cui la sezione italiana di Amnesty International sta cercando di attirare l’attenzione, al fine di tentare impedire le loro forse imminenti esecuzioni:
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Ali Mohammed Baqir al-Nimr (https://www.amnesty.it/appelli/arabia-saudita-attivista-rischia-di-essere-messo-a-morte/) e Zeinab Sekaanvand (https://www.amnesty.it/appelli/salviamo-zeinab/).
Ali Mohammed Baqir al-Nimr è un attivista sciita, nipote dell’eminente religioso sciita Sheikh Nimr Baqir al-Nimr, di al-Awamiyya in Qatif, nella zona orientale dell’Arabia Saudita (messo a morte il 2 gennaio 2016).
Il 14 febbraio 2012,Ali al-Nimr, è stato arrestato (quando aveva ancora 17 anni) e condotto presso la Direzione generale delle indagini (Gdi) del carcere di Dammam, senza possibilità di incontrarsi con il suo avvocato e, secondo quanto da lui riferito, torturato da ufficiali della Gdi affinché firmasse una “confessione”.
E’ rimasto detenuto nel centro di riabilitazione giovanile Dar al-Mulahaza per un anno e poi, a 18 anni, ricondotto nella Gdi di Damman.
Ora, Ali al-Nimr, avendoesaurito ogni possibilità di appello,potrà essere messo a morte appena il re ratificherà la condanna.
Il 27 maggio 2014, il tribunale penale speciale di Gedda lo ha condannato a morteper reati che vanno dalla partecipazione a manifestazioni antigovernative, all’attacco alle forze di sicurezza, dalla rapina a mano armata al possesso di un mitra. La cosa sconcertante è che il tribunale avrebbe raggiunto simili conclusioni sulla base della “confessione” estortagli con tortura e maltrattamenti, su cui si è sempre rifiutato di indagare.
Ad agosto 2015 il caso è stato inviato al ministro dell’Interno per rendere attuativa la sentenza.
A settembre la famiglia ha diffuso la notizia che la sentenza è stata confermata dai giudici di appello presso la Corte penale speciale (Scc) e della Corte suprema.
Riportiamo qui di seguito, i passaggi più significativi di una lettera della madre di Ali, del 12 febbraio dello scorso anno.
“Quando ho sentito per la prima volta il verdetto di condanna del mio bambino, mi sono sentita come se un fulmine mi stesse colpendo in testa. Era come essere a lutto e di colpo ho perso le cose più care e belle che ho. (…)
Ho pianto tanto quando è stato preso, ma non mi sarei mai aspettata che sarei andata avanti a piangere per quattro lunghi anni. È stato strappato via dal calore della nostra casa e costretto ad essere detenuto nel freddo intenso di prigioni oscure. È stato allontanato dalla sua casa e dalle persone a lui care per gustare l’insipido sapore amaro della vita in cella.
Nessuna situazione mi è stata più dolorosa di quando ho visto mio figlio in carcere. Desideravo ardentemente vederlo, ma ho dovuto girare la faccia perché non l’avevo riconosciuto. Non aveva il suo aspetto normale né la sua voce perché era stato torturato.
Non ebbe bisogno di dirmi quello che era successo perché il suo volto, le mani, i piedi e il corpo parlavano per lui. Sul suo corpo erano chiaramente visibili ferite e gonfiori da contusioni. Era debole e sciupato, ma anche evidentemente molto giallastro e fragile. Tutto questo era il risultato dei calci e delle percorse subite. (…)
Mi affido a tutte le persone di umanità affinché facciano appello ai funzionari perché rilascino mio figlio. Ali dovrebbe essere libero di vivere la vita alla quale aspira in quanto giovane pieno di ambizione e di desiderio di dare. Quanto meno, dovrebbero avere un nuovo processo che sia pubblico ed equo e in conformità con gli standard internazionali, basato su prove piuttosto che su accuse inventate”.
Anche per Zeinab Sekaanvand, iraniana di appena 22 anni, ogni giorno potrebbe essere l’ultimo.
Dopo essere scampata all’esecuzione della pena capitale prevista il 14 ottobre dello scorso anno, la sua vita è ancora a rischio.
Zeinab, arrestata nel febbraio del 2012, all’età di 17 anni, con l’accusa di aver ucciso suo marito, ha sottoscritto la sua confessione dopo essere stata trattenuta per 20 giorni in una stazione di polizia, dove – secondo quanto ha denunciato – è stata picchiata dagli agenti.
Anche il processo risulta essersi svolto in maniera gravemente irregolare: Zeinab ha potuto incontrare il suo avvocato (assegnatole di ufficio) solo nell’ultima udienza del processo. In quell’occasione, ha deciso di ritrattare la “confessione” resa quando era priva di assistenza legale, denunciando che l’assassino era stato il fratello del marito. Tali dichiarazioni sono state totalmente ignorate dai giudici che, il 22 ottobre 2014, l’hanno condannata a morte.
Ora, le autorità iraniane dovrebbero essere chiamate a condurre una indagine rapida, indipendente e approfondita sulle accuse di tortura e altri maltrattamenti che Zeinab Sekaanvand ha denunciato, e a fare in modo di garantire che tutte le dichiarazioni ottenute da lei sotto tortura, con la coercizione o senza presenza di un avvocato, non vengano assolutamente utilizzate come prove contro di lei.
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Manifestazione di Amnesty International contro la piaga delle “spose bambine” |
Inoltre, le autorità sono chiamate a non dimenticare il divieto assoluto sull’uso della pena di morte per i reati commessi da persone minori di 18 anni, come stabilito sia del Patto internazionale sui diritti civili e politici sia dalla Convenzione sui diritti dei minori, documenti internazionali entrambi ratificati dall’Iran.
Il caso sventurato di Zeinab non è un caso isolato. I matrimoni precoci sono una pratica ancora molto diffusa in Iran. Da quando Zeinab è stata costretta (a 15 anni) al matrimonio, da quel momento violenze e abusi sessuali sono entrati prepotentemente nella sua vita: oltre al marito, a picchiarla e ad abusare di lei, oltre al marito, ci sarebbe stato anche il fratello di questo.
Aleppo- SIRIA. Qualche giorno fa, è morto, sotto i bombardamenti, Anas al-Basha, un operatore sociale, che, all’interno dell’organizzazione umanitaria Spazio per la Speranza, cercava, vestito da clown, di donare un sorriso ai bimbi traumatizzati dalla guerra.
Anas al-Basha aveva 24 anni ed era senza alcun dubbio persona pericolosissima. Naturale che, in un paese distrutto dalla guerra come la Siria, qualcuno, prima o poi, ci avrebbe pensato …
Poteva andar via da Aleppo. Scappare come tanti altri. Saggiamente. Opportunamente. E’ rimasto lì, è voluto rimanere lì, come quei matti di Medici senza frontiere, come il pediatra Muhammad Waseem Maaz, ucciso per aver salvato altre vite (http://www.flipnews.org/human-rights/diritti-umani/attacchi-aerei-distruggono-l-ospedale-di-al-quds-ad-aleppo-piu-di-50-le-vittime-ucciso-anche-l-ultimo-pediatra.html), come l’ archeologo Khaled Asaad, ex responsabile del sito archeologico di Palmira, catturato, torturato e decapitato dai cartelli del jihad del cosiddetto “Stato islamico”. Come tanti altri volontari, anime grandi e folli che non vogliono rassegnarsi alla tirannia della violenza e del dolore.
Sì, Anas era persona pericolosissima. Ha cercato fino all’ultimo, con in testa la sua parrucca color carota, di continuare a regalare sorrisi ai bambini braccati dal terrore. Ha scelto di non fuggire, di restare a mettere in scena capriole e magie, a tentare di impedire che tanti bambini fossero totalmente risucchiati nei labirinti della paura, in cui ogni speranza può perdersi e in cui la fiducia nel futuro e nel prossimo può spegnersi per sempre, lasciando, anche dentro l’anima, soltanto macerie.
Perché per lui, mi piace pensare, un mondo in cui i bimbi vengano rapinati anche del sorriso non avrebbe potuto essere un mondo in cui desiderare di continuare a vivere …
Ora, Anas forse sarà lì, fra i bambini che vagano “al di là del velo”, a raccontare ancora storie buffe, ad inventare giochi ancora più belli, a creare mille e mille incantesimi …
Forse sarà lì, angelo dai capelli color carota, a spazzar via le lacrime dal volto degli angeli …
L’attacco sistematico nei confronti delle ultime strutture ospedaliere ancora esistenti e funzionanti ad Aleppo sta tragicamente conseguendo l’obiettivo finale di rendere impossibile qualsiasi loro attività: gli ospedali di Aleppo est sono stati colpiti, dall’inizio dell’assedio a luglio, in più di 30 diversi attacchi e la situazione è oramai diventata insostenibile …
Già nella scorsa primavera, Amnesty International, sulla base dell’analisi dei bombardamenti realizzati dalle forze siriane e russe contro ospedali e strutture mediche della zona nord della provincia di Aleppo, era giunta alla conclusione che non si fosse trattato di “tragici errori”, bensì di attacchi oculatamente deliberati al fine di rendere più agevole l’avanzata delle truppe di terra.
Molto chiare le parole che ebbe a dire, all’epoca, Tirana Hassan, direttrice del programma Risposta alle crisi di Amnesty:
“ Le forze siriane e russe hanno deliberatamente attaccato strutture mediche in flagrante violazione del diritto umanitario. Ma quello che è davvero oltraggioso è che centrare gli ospedali pare essere diventato parte della loro strategia militare.”
“L’ultima serie di attacchi contro le strutture mediche della zona nord della provincia di Aleppo pare seguire lo stesso schema, in attuazione di una strategia che dall’inizio del conflitto ha distrutto decine di strutture mediche e ucciso centinaia di medici e infermieri.”
Schiaccianti, a questo proposito, le prove raccolte dall’organizzazione umanitaria su almeno sei attacchi lanciati nel corso di ben 12 settimane contro ospedali, ambulatori e altre strutture nell’area nord della provincia. Attacchi che Amnesty non ha esitato a definire veri crimini di guerra.
I numerosi operatori sanitari di Anadan e di Hreitan, due centri a nord-ovest di Aleppo, hanno tutti parlato di una vera e propria strategia del governo siriano di svuotare intere città o villaggi proprio colpendo ospedali e altre vitali infrastrutture.
In particolare, un medico di Anadan ebbe a dichiarare che
“ Gli ospedali e i servizi per la fornitura di acqua ed elettricità sono i primi a essere attaccati. Dopo, la gente non ha più modo di sopravvivere. (…)
In questo modo, vengono eliminate strutture fondamentali per la vita dei civili nelle zone di guerra. Non rimane altra scelta che andare via” …
In queste ultime settimane, nuovi bombardamenti hanno colpito ospedali presenti nella zona est di Aleppo, provocando enormi danni. E’ stato attaccato, in particolar modo - riferisce Medici senza Frontiere - l’unico ospedale specializzato in pediatria: tre interi piani sono stati distrutti e numerosi sono i feriti, sia fra i pazienti che nello staff medico. Distrutti anche generatori elettrici, pronto soccorso e reparti.
L’organizzazione ha dichiarato di essere di fronte alla “peggiore campagna di bombardamenti degli ultimi anni. Con pochi medici rimasti e le forniture che non possono entrare, il sistema sanitario è in ginocchio …”
“Non è solo MSF a condannare gli attacchi indiscriminati contro i civili o le infrastrutture civili come gli ospedali, li condanna il diritto umanitario.” Così ha recentemente detto Teresa Sancristoval, coordinatore dell’emergenza per MSF.
La stessa direzione sanitaria della città e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) riferiscono che tutte le strutture sono fuori servizio, mentre l’Osservatorio siriano per i diritti umani fa sapere che alcune strutture sono ancora funzionanti, ma molti residenti hanno paura a utilizzarle proprio a causa dei bombardamenti!
E, intanto, l’Unicef ci parla di ben due milioni di persone senza acqua corrente ed elettricità a causa dei combattimenti e di 100.000 bambini intrappolati. Mentre continuano gli attacchi contro case e scuole …
“Nel corso della storia l’Essere Umano ha prodotto molteplici rivoluzioni in diversi campi. Questi salti non lineari sono avvenuti quando l’organizzazione sociale e i valori connessi non erano più in grado di dare risposte alle necessità delle comunità umane in via di sviluppo. Attualmente a tutte le latitudini si esprime disagio a causa delle profonde trasformazioni, mentre sorgono nuove esperienze, annunciatrici di possibili domani.”
Questo il testo dell’invito al quinto simposio internazionale di Studi Umanisti che ha avuto come tema “la rivoluzione umana necessaria”.
L’evento viene organizzato ogni due anni e si è tenuto contemporaneamente in due posti: ad Asuncion, in Paraguay, e presso il Parco di Studio e Riflessione ad Attigliano in Italia.
Ad Asuncion le giornate sono iniziate il 28 ottobre nei locali degli Archivi Nazionali con un programma che ha incluso presentazione di libri, conversazioni e testimonianze di persone con idee rivoluzionarie in campo
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"Parchi di studio e riflessione" - Attigliano |
politico, sociale, culturale, spirituale e interpersonale. C’è stata anche una sessione di “Teatro spontaneo”, esercitazioni sulle “pratiche trasformatrici” desunte dal campo dell’educazione e della comunicazione. La seconda giornata, sempre ad Assuncion, ha visto diverse tavole rotonde cui hanno partecipato oratori locali e di numerosi Paesi del Continente. Il denominatore comune è stata una ferma convinzione accompagnata dall’azione per arrivare a profonde trasformazioni.
In Italia il simposio si è tenuto ad Attigliano, in provincia di Terni, il 29 e 30 ottobre scorso. Una delle idee da cui nasce l’azione del Centro è quella della “Buona Conoscenza”: studiare per comprendere come migliorare, come rivoluzionare il mondo; lo studio non è inteso come un’attività quieta e fine a sé stessa, ma base della trasformazione; questo mondo in cui gli studi sono sempre più legati alla loro apparente utilità immediata ai relatori del Centro non piace: il modo di vedere il sapere, e la scienza, è un modo direttamente influenzato dall’ideologia dominante, il pragmatismo. In questi dieci anni di esperienza il Centro ha cercato quindi di raccogliere persone che condividono un sapere utilmente diverso allo sviluppo umano.
Il mondo sembra essere pervenuto ad un bivio epocale in cui sembrano aprirsi due cammini, che allegoricamente potrebbero chiamarsi il cammino del sì e quello del no. La catastrofe sembra imminente eppure, studiando le tendenze degli ultimi avvenimenti, si intravede con forza anche un cammino evolutivo che rimette in gioco l’Essere Umano, non come distruttore del pianeta o della natura, ma come essere capace di rigenerarsi e di costruire la propria esistenza, la propria storia: sembra che questa rivoluzione globale, nonviolenta, inclusiva e aperta, tendente alla ricerca di punti in comune, sia già in marcia oggi nel cuore, nell’immaginazione e nell’azione individuale e collettiva. I suoi protagonisti siamo noi, esseri umani in trasformazione.
Tra i relatori da segnalare Akop Nazaretyan, una delle menti più brillanti di quel gruppo di scienziati che tanto contribuirono nello sviluppo ideologico della perestroika, del Nuovo Pensiero di stampo umanista che ha prodotto la fine della guerra fredda e del regime totalitario sovietico. Vito Correddu, del Centro Studi Umanista Salvatore Puledda, Giorgio Mancuso,esperto di Internet, dell’open source e della sua filosofia,Simone Rosati, dell’associazione Guido Cervati per gli studi sulle proprietà Collettive, Eros Tetti, fondatore del movimento “Salviamo le Apuane”, Olivier Turquet, coordinatore italiano dell’agenzia di stampa Pressenza, Rocco Altieri, studioso del pensiero legato alla non violenza, in particolare delle figure del Mahatma Gandhi e di Aldo Capitini, Gerardo Femina, già presidente della comunità per lo sviluppo umano in Italia, Paolo Trianni, esperto del dialogo interreligioso, non violenza Gandhiana, ecologia e vegetarianesimo, Annabella Coiro, esperta di comunicazione alla nonviolenza, Massimo Stefano Russo, ricercatore presso l’università degli studi di Urbino Carlo Bo del dipartimento di scienze della Comunicazione e discipline Umanistiche, Antonio Drago, già docente di storia della fisica all’università di Napoli, di storia e tecniche della non violenza all’università di Firenze e di difesa non violenta e Peacekeeping all’università di Pisa, Stefano Pischiutta, psicoterapeuta e scrittore. La sessione video è stata curata da Guillermo Alejandro Sullings, dirigente del partito Umanista de Argentina e Juan Espinosa, scrittore umanista spagnolo.
La violenza pervade ogni ambito e i mass media gridano a tutte le ore che l’unica risposta è la vendetta; quella vendetta che non potrà far altro che perpetuare la violenza in eterno. In questo circolo vizioso appare la riconciliazione, come un elemento rivoluzionario, giacché spezza in modo unilaterale la catena della violenza e riporta la questione sul piano etico e spirituale e, appunto, l’intento del Simposio è stato quello di riflettere intorno al tema di questa rivoluzione. L’evento ha permesso lo scambio di idee e di ampliare le reciproche conoscenze in un clima di apertura e disponibilità, indispensabile per maturare la creatività e l’ispirazione necessaria al fine di dare le risposte necessarie all’altezza dei tempi.
Sono stati individuati nella nonviolenza, la libertà e la riconciliazione i nuovi paradigmi di una nuova civiltà. Nel caso non si tratta di nonviolenza come atteggiamento passivo e remissivo, una condizione cioè che aspira all’assenza del conflitto, per una sorta di vigliaccheria. La nonviolenza è in conflitto permanente, permanente nella misura in cui si scontra con la violenza personale e sociale, interna o esterna all’essere umano. L’azione nonviolenta ha come fine la liberazione sia dell’oppresso che dell’oppressore. In questa lotta entrambi i soggetti sono sottomessi alla violenza. Con la nonviolenza uno dei soggetti, il soggetto apparentemente più debole, rompe la catena e con il suo agire aspira a una trasformazione dei rapporti di forza. Inizia l’opera di umanizzazione.
Ciò produce un avanzamento, un’apertura verso nuovi orizzonti fino a quel momento sconnessi. Si avverte la consapevolezza di una forza che nasce dal Profondo e che oltrepassa gli apparenti limiti consentiti di spazio e di tempo. Ci si riappropria della propria umanità e delle infinite possibilità.
Nella libertà i relatori del Simposio hanno intravisto il secondo pilastro, il bersaglio principe della Rivoluzione Umana. La libertà non intesa come un traguardo da raggiungere, ma come un’aspirazione continua, un’eterna lotta per il superamento del dolore e la sofferenza. Ciò significa lottare contro tutte le forme di oppressione e di discriminazione, in ultimo, contro tutte le forme di violenza.
La specificità tutta umana di ampliare il proprio orizzonte temporale, permette all’essere umano di orientare la propria azione nel mondo, di scegliere e differire le risposte di fronte agli stimoli. È proprio questa libertà di scelta tra condizioni ciò che determina l’umanità stessa. Non c’è libertà senza l’umano ma soprattutto non c’è umano senza libertà. Possiamo quindi parlare dell’essere umano come di un essere-in-libertà da cui discende che aspirare al più alto grado di libertà è in ultima istanza, aspirare all’umano. A questo punto però è necessario configurare un’etica della libertà, cioè una libertà intesa come il superamento delle condizioni di oppressione non solo in se stessi ma anche nell’altro.
Il terzo pilastro della Rivoluzione Umana è quello della riconciliazione. Questa forse può definirsi come la precondizione per la Rivoluzione e nello stesso tempo una condizione necessaria per una trasformazione profonda. E’ una precondizione perché non si può immaginare il futuro profondamente diverso partendo da un sentimento di rivalsa e risentimento. In quel caso sarebbe il passato a vincere sul futuro. È una condizione necessaria perché il sistema di idee, credenze e aspirazioni in cui viviamo è fortemente impregnato e invaso dalla vendetta. Con la riconciliazione quindi, stiamo mettendo in discussione il trasfondo psicologico in cui questo sistema di valori sta operando.
Superare la vendetta nel vissuto umano sarebbe così una rivoluzione di grande portata.
In sintesi, la Rivoluzione Umana è necessaria, da un lato perché l’attuale condizione umana, intesa nella sua strutturalità, evidenzia sempre più i limiti dell’azione riformatrice d’impostazione pragmatica e dall’altro perché si avverte una carenza temporale-spaziale nell’immaginario collettivo. La Rivoluzione Umana dovrà assumersi l’imperativo di costruire un nuovo assetto sociale che elimini i fattori di oppressione e sfruttamento universalizzando i diritti umani fondamentali, a partire dalla salute e l’istruzione gratuita e per tutti. Una rivoluzione pienamente umana che metterà la libertà come massima aspirazione e accetterà la diversità personale e culturale. Svilupperà una nuova concezione di giustizia che supererà l’idea del colpevole e della vittima. Una giustizia che avrà la missione di riparare l’integrità del tessuto sociale. Immaginerà un’economia che ribalti l’idea che il lavoro sia al servizio del capitale. Un’economia in cui il lavoro non sia il mezzo di sussistenza ma la forma attraverso la quale, in piena libertà, si decide di contribuire al bene comune, svuotandolo quindi dal suo essere mezzo di produzione, merce di scambio o valore esistenziale.
Una rivoluzione che supererà l’istituzione dello Stato nazionale o dello Stato dei gruppi privati oggi in ascesa, e che costruisca le condizioni per la decentralizzazione del potere decisionale verso un modello federativo i cui limiti sono l’intero pianeta.
Una rivoluzione che viva la religiosità a partire dall’esperienza intima dell’essere umano e non da una morale lontana, incomprensibile e convenzionale. Una religiosità che riconcili l’essere umano con il suo passato, per lanciarlo dalla preistoria alla storia pienamente umana.
Una rivoluzione che superi le false antinomie, coscienza e mondo, anima e corpo, mente e materia. È un processo interminabile in cui il protagonista è l’essere umano concreto il cui compito è quello di umanizzare la terra.
Secondo le stime del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) al 2015, più di tredici milioni di ragazze ogni anno nel mondo sono costrette a sposarsi prima dei 18 anni con uomini molto più vecchi di loro. Ogni giorno, pertanto, oltre 37 mila bambine si vedono negare l'infanzia, un'istruzione, condannate ad andare incontro a ripetute gravidanze precoci e a diffuse violenze domestiche.
Milioni di donne e bambine nel mondo sono ridotte in schiavitù attraverso matrimoni forzati, comprate e vendute anche per alimentare il mercato della prostituzione.
Il matrimonio precoce rappresenta una chiara violazione dei diritti umani. Contravviene, infatti, ai principi della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che sancisce il diritto, per ogni essere umano sotto i 18 anni, ad esprimere liberamente la propria opinione (art. 12) e il diritto a essere protetti da violenze e sfruttamento (art. 19), e alle disposizioni di altri importanti strumenti del diritto internazionale.
Oltre ad essere illegale secondo il diritto internazionale, è anche vietato in molti dei paesi che registrano un alto tasso di matrimoni precoci, ma le leggi esistenti non vengono spesso applicate, oppure offrono eccezioni per ottenere il consenso dei genitori o per le pratiche tradizionali.
Inoltre, viola i diritti fondamentali delle bambine e delle adolescenti, in quanto le obbliga ad assumersi pensanti responsabilità legate al matrimonio (vita sessuale, maternità, doveri domestici) senza avere la maturità adeguata né la possibilità di operare scelte autonome .
Il 2 luglio 2015, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha adottato la prima Risoluzione sulla prevenzione e l'eliminazione dei matrimoni precoci e forzati. Il testo ribadisce che i matrimoni precoci e forzati rappresentano una violazione dei diritti umani, in particolare delle donne e delle bambine. La Risoluzione si rivolge agli stati e sottolinea l'importanza del coinvolgimento dell'intera società civile per rafforzare il monitoraggio e gli interventi di prevenzione a contrasto di questo fenomeno (United Nations, General Assembly, Resolution A/HRC/29/L.15).
I tassi più elevati di diffusione dei matrimoni precoci si registrano nell'Asia meridionale e nell'Africa subsahariana, non a caso le medesime regioni del globo in cui sono massimamente diffusi altri fenomeni, come la mortalità materna e infantile, la malnutrizione, l'analfabetismo, ecc.
E’ evidente che le radici di questo fenomeno risiedono in norme culturali e sociali legate sia a pregiudizi di genere che a strategie sociali proprie delle economie di sussistenza, in primo luogo l'esigenza di "liberarsi" il prima possibile del peso rappresentato dalle figlie femmine, ritenute meno produttive per l'economia familiare.
Il matrimonio precoce colpisce ogni aspetto della vita delle ragazze: una volta date in sposa, queste ragazze hanno scarsissimo o nessun accesso all'istruzione; corrono un rischio maggiore di subire pericolose complicanze - potenzialmente letali - durante la gravidanza e il parto, di contrarre l'Hiv.
Le gravidanze precoci, infatti, mettono a rischio la loro vita e la loro salute: le ragazze tra i 10 e i 14 anni hanno probabilità cinque volte superiori - rispetto a quelle tra i 20 e 24 - di morire durante la gravidanza e il parto, mentre i bambini nati da matrimoni precoci hanno maggiori probabilità di nascere morti o di morire nel primo mese di vita.
Con l'obiettivo di bandire la pratica dei matrimoni forzati nel mondo, prevenire e proteggere le bambine e le ragazze sopravvissute alle violenza, e garantire maggiore accesso ai servizi sanitari e alle scelte rispetto al proprio corpo,dal 23 ottobre al 12 novembre, Amnesty International Italia ha recentemente avviato MAI PIÙ SPOSE BAMBINE, unacampagna di sensibilizzazione e di raccolta fondi tramite numero solidale 45523, che sarà online dalle 00.01 di domenica 23 ottobre sul sito www.amnesty.it/sms.
Amnesty International Italia intende cosìsensibilizzare l'opinione pubblica su questo fenomeno che si radica nella povertà, nella discriminazione e nell'arretratezza culturale;
incrementare l'attenzione dei governinei paesi in cui è presente questa pratica affinché sia bandita;
favorire l'avvio di indagini imparziali, tempestive ed esaurientisu ogni denuncia di violazione dei diritti umani basata sulla discriminazione;
contribuire a far sì che le bambine non subiscano decisioni riguardanti il loro corpoche siano causa di violazioni dei diritti umani e vivano la propria vita senza interferenze da parte di altri.
Obiettivo di Amnesty International sarà quello di proseguire nel suo lavoro sul territorio per quanto riguarda i matrimoni forzati e precoci. In particolare, grazie all'invio di esperti sul campo attiverà lemissioni di ricerca in Burkina Faso, Mali, Niger e Costa d'Avorio, paesi in cui questa pratica è ancora diffusa. Con i dati e le testimonianze raccolte, Amnesty International cura la redazione di rapporti che mettono in evidenza le violazioni dei diritti umani individuate e le richieste ai governi per porvi fine. I rapporti vengono pubblicati e messi a disposizione dei media così come delle sezioni di Amnesty International e dei suoi attivisti in tutto il mondo.
InBurkina Faso, ad esempio,Amnesty International ha avviato, nel luglio 2015, una campagna per porre fine ai matrimoni forzati e precoci.Grazie alla visibilità ottenuta a livello globale e anche in Italiae alla pressione esercitata da tutto il movimento per i diritti umani,nel dicembre 2015 il governo di questo paese ha adottato una strategia nazionale(2016-2025) e un piano d'azione triennale (2016-2018) per prevenire ed eliminare i matrimoni forzati e precoci.
Nel febbraio 2016, inoltre,il governo ha annunciato la fornitura di cure gratuite a tutte le donne in stato di gravidanza. Il lavoro di sensibilizzazione e di mobilitazione di Amnesty International non intende fermarsi fino a quando questi impegni non si tradurranno in atti concreti in difesa dei diritti delle bambine e delle ragazze. Oltre ai positivi passi intrapresi a livello politico, è necessario che vengano assicurate le risorse necessarie per la pronta attuazione del piano e per la realizzazione di un cambiamento culturale che sradichi la prassi dei matrimoni tradizionali e religiosi delle bambine e delle ragazze.
La vicenda risale a diversi mesi fa, ma soltanto da qualche giorno i mass media sono stati in grado di farla circolare: Rosalba Giusti, madre di sei figli, si è risvegliata, dopo quattro anni di coma profondo.
Dichiarano i figli che i medici erano stati molto fermi nell’affermare che “non c’erano speranze”.
La neurologa Patrizia Pollicino ammette, molto onestamente, che, in 25 anni di carriera, mai le era capitato un simile caso e che, se fosse stata interrogata un anno fa in merito alla possibilità di un simile evento, la sua risposta sarebbe stata di netto segno negativo.
Paolo Maria Rossini, direttore dell’Unità di Neurologia del Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma, in una intervista apparsa su La Stampa (7/09/2016), riconosce che cimentarsi nel cercare di spiegare simili eventi “è come camminare su un campo minato” e che, risvegli analoghi si sono verificati anche dopo 10 anni ed anche più.
Rosalba non ha soltanto ripreso coscienza e ricominciato a parlare, ma dimostra, giorno dopo giorno, di essere padrona delle sue facoltà mentali e anche (cosa che andrebbe meditata con cura) di aver registrato informazioni relativamente a quanto accadeva intorno a lei durante il periodo in cui sembrava priva di vita.
Impressionante quanto dichiarato dai figli a proposito dell’eventualità che la madre fosse dichiarata cerebralmente morta (cosa felicemente non verificatasi): “Non dimenticherò mai la faccia dell’operatore che, dietro le porte della rianimazione, ci chiedeva il consenso per la donazione degli organi.”
Di fronte a vicende come questa (meno rare, a dire il vero, di quanto spesso si pensi), un pizzico di saggezza dovrebbe imporre a tutti noi una sana dichiarazione di agnosia, ovvero di pubblica ammissione di sapere di non sapere, coerentemente coronata da umilissimo e sapientissimo silenzio. Nello stesso tempo, però, casi del genere dovrebbero essere fatti oggetto di attento esame non solo fra gli addetti ai lavori, ma anche fra tutti quanti nutrono una qualche forma di interesse nei confronti delle tematiche di bioetica relative al confine vita-morte. Primi fra tutti, quindi, politici, giuristi e uomini di Chiesa. Coloro, cioè, che hanno poi voce in capitolo nel deliberare in merito a come la comunità civile dovrebbe porsi e comportarsi di fronte al “fine vita”, in merito a quali siano i confini fra sfera pubblica e sfera privata, fra lecito e illecito, fra bene e male, ecc ...
Ma tutti quanti noi dovremmo sentirci chiamati a riflettere con grande cautela e con grande disponibilità anche a mettere in discussione ed eventualmente a rivedere le nostre categorie interpretative, nonché le nostre (molto pericolose) certezze.
Proviamo a chiederci, ad esempio, cosa sarebbe stato di Rosalba Giusti qualora l’elettroencefalogramma fosse risultato piatto e i familiari avessero concesso l’autorizzazione a procedere alla cosiddetta “donazione” degli organi che, in assenza di autorizzazione convintamente consapevole del soggetto “donatore”, sarebbe indubbiamente più corretto chiamare “predazione”. Il corpo vivo di una persona erroneamente/ipocritamente dichiarata morta sarebbe stato smembrato, e i suoi organi funzionanti (perché vivi) “donati”, qua e là, a pazienti in attesa di trapianto. Con il conseguente puntualissimo tripudio della cagnara mediatica sempre pronta ad esaltare la perizia delle équipes chirurgiche coinvolte, la “provvidenziale” tempestività e l’efficienza di tutto l’ingranaggio ospedaliero, nonché (soprattutto) la toccante “generosità” dei parenti “donatori” di un corpo caldo e respirante, assolutamente non di loro proprietà ...
E quanto possiamo essere sicuri della sostanziale differenza fra la condizione che viene definita di stato vegetativo e quella che da circa mezzo secolo definiamo di morte cerebrale? Anche casi di persone classificate come cerebralmente morte e poi inaspettatamente (!) ridestatesi dal coma non mancano davvero*. In simili casi, i difensori ad oltranza della medicina trapiantistica si difendono chiamando in causa errori di carattere diagnostico. Ma chi ci garantisce che tali errori non siano accaduti in chissà quanti altri casi e che possano continuare a ripetersi? Ed errori di questo tipo possono rappresentare una vera e propria “condanna a morte” per individui ancora in vita e forse recuperabili alla “normalità” ...
Il caso della signora Rosalba, ci dicono, è un caso molto raro. Ma la rarità del fenomeno non ci autorizza affatto a minimizzarne la portata. Il filosofo Karl Popper, uno dei massimi epistemologi del XX secolo, ci ha ampiamente dimostrato che, in ambito scientifico (per quanto concerne il rapporto fra elementi pro ed elementi contro una qualche tesi), vige (e dovrebbe sempre essere rispettato) il principio di “asimmetria logica”. Ovverosia, è sufficiente un oggettivo elemento contro per far crollare le nostre certezze, in maniera del tutto indipendente e indifferente dalla quantità degli elementi pro: basta cioè un cigno nero per mettere fuori uso l’asserzione “tutti i cigni sono bianchi” ...
E quindi? Quindi dovremmo sentirci obbligati a riconsiderare e a ridiscutere (o, meglio, a cominciare - finalmente – a discutere sul serio) concetti come “stato vegetativo” e “morte cerebrale”. In particolar modo, ricordando che quest’ultimo concetto non è scaturito da ricerche/ scoperte scientifiche di chissà quale portata rivoluzionaria, bensì unicamente dalla esplicita volontà della famosa Commissione di Harvard che, nell’agosto 1968, decise, in modo del tutto arbitrario, di cambiare nome a quanto, fino ad allora, veniva denominato “coma dépassé” (coma irreversibile) ... Allo scopo dichiarato di sollevare famiglie e ospedali dal problema di persone in gravissime condizioni mantenute in vita grazie ai sempre più moderni sistemi di rianimazione e di evitare “controversie nel reperimento di organi per i trapianti”, ovvero evitare che i medici trapiantisti potessero essere accusati di omicidio. In pratica, appiccicando un’etichetta massimamente accomodante ad una condizione-limite di cui pochissimo (quasi nulla) sapevamo e continuiamo a sapere.
Ma il dare nomi alle cose non ci dà la conoscenza delle stesse e darne di nuovi non consente di modificare magicamente la loro sostanza ... Maneggiare con disinvoltura etichette lessicali ben lucidate , infatti, non può certo togliere il carattere di inesplorato e forse inesplorabile mistero a determinate condizioni della nostra misteriosa esistenza.
Chiediamoci, perciò, e continuiamo a chiederci, senza soggiacere, per disattenzione e per conformismo, a quanto ci dicono coloro che pretendono di sapere:
- È scientificamente possibile ottenere certezze incontrovertibili in merito all’irreversibilità di una condizione comatosa?
- È scientificamente dimostrabile la totale cancellazione di qualsivoglia forma di coscienza nei pazienti immersi nelle varie condizioni comatose (indipendentemente da come vengano classificate)?
- Il “morto cerebrale” che ha il cuore battente è veramente morto?
- Fino a che punto possiamo essere certi che coloro che classifichiamo come “donatori” di organi non conservino una loro sensibilità, una loro coscienza che noi siamo incapaci di riscontrare?
- Chi potrà mai darci la certezza assoluta che non siano proprio le operazioni di espianto (che non certo a caso vengono accompagnate da accurata sedazione) a determinare la morte (non certamente “naturale”) dei soggetti “cerebralmente morti”?
- Fino a dove può arrivare il nostro umano potere di negare ad un paziente immerso in una condizione a noi ignota e per noi inesplorabile nella sua intima essenza il diritto di continuare a vivere, la possibilità (per quanto remota) di recuperare il suo posto fra noi?
*Si veda, per un’ampia documentazione, il sito www.antipredazione.org