L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Human Rights (236)

Roberto Fantini
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In Iran il regime ha spento Internet per nascondere la violenza della repressione delle proteste popolari, una strategia sempre più utilizzata in tutto il mondo.

Nella notte tra l’8 e il 9 gennaio 2026, l’Iran si è quasi completamente disconnesso da Internet. Le comunicazioni con l’esterno sono diventate di fatto impossibili e la rete è stata disattivata su scala nazionale. A oltre 180 ore dall’inizio del blackout, come mostrano i dati dei principali osservatori indipendenti, come Net Blocks, l’interruzione prosegue senza segnali concreti di ripristino. Si tratta del blackout digitale più lungo mai osservato in Iran.

Per la prima volta, anche il National Information Network (NIN) – l’intranet statale progettata per garantire un minimo di operatività in caso di isolamento dall’Internet globale – ha subito un’interruzione senza precedenti.

L’obiettivo appare chiaro: coprire la violenta repressione della rivolta popolare iniziata il 28 dicembre, impedire il coordinamento tra i manifestanti e bloccare la circolazione di informazioni verso l’esterno.

Già dall’inizio di gennaio, con l’intensificarsi delle proteste in tutto il Paese, lo Stato aveva progressivamente rafforzato la censura digitale. Le prime interruzioni erano localizzate e temporanee, spesso programmate per coincidere con le ore serali, quando le manifestazioni raggiungevano il picco. Tra l’8 e il 9 gennaio, questa strategia è stata sostituita da una disconnessione generalizzata e prolungata, isolando completamente gli Iraniani.

La gravità inedita del blackout di internet sembra essere proporzionale alla violenza della repressione. L’ONG Iran Human Rights (IHR) afferma che almeno 3.428 manifestanti sono stati uccisi dall’inizio del movimento di protesta contro il potere. L’organizzazione riconosce che il bilancio potrebbe essere molto più alto e riferisce di continuare a ricevere segnalazioni di migliaia di morti in diverse città e province iraniane, nonostante le difficoltà di comunicazione.

Da parte sua, la Human Rights Activists News Agency (HRANA) dichiara che oltre 2.500 persone sono morte. Tra le vittime confermate figurano 2.403 manifestanti, inclusi 12 minorenni, e 9 civili che non partecipavano alle proteste. HRANA segnala inoltre 147 membri delle forze di sicurezza e sostenitori del governo uccisi, 18.434 arresti in 187 città, 97 confessioni forzate diffuse e 1.134 feriti gravi.

Una repressione digitale sistematica

Non è la prima volta che le autorità iraniane ricorrono al blocco di Internet per reprimere il dissenso. Il primo blackout nazionale risale al 2009, durante il cosiddetto Movimento Verde, seguito alla contestata rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad. In quell’occasione, il governo chiuse Internet e censurò piattaforme come Twitter e Facebook.

Da allora, la repressione digitale è diventata sistematica. Dopo il 2009 è stata approvata la legge sulla criminalità informatica, è stato istituito il Consiglio supremo del cyberspazio (SCC) ed è stata sviluppata la Rete nazionale di informazione (NIN).

Avviato nel 2012, il NIN è stato progettato per preparare l’Iran a una possibile disconnessione globale, giustificata in parte dal regime di sanzioni statunitensi. Questo contesto ha favorito la costruzione di un Internet chiuso e fortemente controllato, accompagnato dalla creazione di applicazioni locali destinate a sostituire quelle internazionali, come Soroush al posto di Telegram e WhatsApp o Balad al posto di Waze.

Il NIN si è rafforzato a causa dell’isolamento economico dell’Iran: molte aziende locali sono state costrette a ospitare i propri servizi all’interno della rete nazionale, anche perché grandi società straniere, come Google, non fornivano servizi di hosting per i domini iraniani.

Il NIN riduce l’impatto economico delle interruzioni, rendendo politicamente ed economicamente più facile per lo Stato ricorrere ai blackout come strumento repressivo. Un precedente emblematico è il novembre 2019, durante le proteste che hanno seguito l’aumento del prezzo della benzina: le autorità hanno bloccato l’accesso ai servizi internet stranieri, mantenendo attivi quelli bancari e governativi ospitati sul NIN.

Il controllo dell’infrastruttura

La capacità dello Stato di spegnere Internet su scala nazionale si basa su un controllo fortemente centralizzato dell’infrastruttura. I collegamenti internazionali sono gestiti dalla Telecommunication Infrastructure Company (TIC), un ente interamente controllato dallo Stato e posto sotto l’autorità del Ministero delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione.

Sebbene dopo il 2019 alcuni collegamenti siano stati formalmente decentralizzati, i cavi terrestri e sottomarini restano sotto il controllo diretto della TIC o di altre autorità statali. Come confermato dall’associazione Filterwatch, la TIC mantiene un ruolo dominante nella gestione e nel controllo dell’infrastruttura Internet iraniana.

Anche i fornitori di servizi internet sono sottoposti a stretto controllo: negli ultimi anni, i principali operatori sono stati obbligati a installare sistemi di intercettazione legale per ottenere o mantenere le licenze di esercizio.

Per rendere sempre più difficile aggirare la censura, il governo ha intensificato il blocco delle VPN, criminalizzandone la vendita e l’uso. Secondo diversi rapporti, l’Iran utilizza anche strumenti come il sistema SIAM, in grado di degradare le connessioni mobili, forzando i dispositivi su reti 2G o riducendo la velocità a livelli quasi inutilizzabili.

L’aumento dei blackout digitali nel 2022

Nel 2022, la morte di Mahsa (Jina) Amini mentre era in custodia della polizia morale ha scatenato proteste di massa in tutto l’Iran. Anche in quell’occasione, il governo ha fatto ricorso massiccio a blackout digitali. Con l’aumentare delle mobilitazioni, le autorità hanno intensificato le chiusure, combinando blocchi totali della rete, interruzioni ripetute delle connessioni mobili e restrizioni prolungate su Instagram e WhatsApp.

Per ridurre l’impatto economico, le reti mobili restavano spesso attive durante l’orario di lavoro, ma venivano bloccate la sera, in una sorta di coprifuoco digitale volto a impedire il coordinamento e la documentazione delle proteste.

Nel 2023, secondo Access Now e la coalizione #KeepItOn, i blocchi di Internet in Iran sono aumentati da 19 a 34. Il picco si è registrato durante le repressioni contro le minoranze etniche, in particolare in Kurdistan e Baluchistan.

Starlink: l’ultima finestra sull’esterno

Nonostante il blackout, alcune informazioni sulla repressione sono riuscite a filtrare grazie alle connessioni satellitari Starlink. Questa tecnologia si è diffusa clandestinamente in Iran a partire dal 2022, proprio in risposta ai ripetuti blackout e al deterioramento della qualità

dell’Internet nazionale. Le prime unità sono state introdotte durante le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini, dopo che Elon Musk aveva ottenuto un’esenzione dalle sanzioni statunitensi.

Negli ultimi giorni, tuttavia, anche Starlink è stato duramente colpito. In diverse aree del Paese il traffico è diminuito fino all’80%, probabilmente a causa di interferenze elettroniche deliberate, prodotte da dispositivi mobili in dotazione alle autorità. Secondo analisi tecniche, i modelli di interferenza ricordano quelli utilizzati dalla Russia in Ucraina, dove sistemi come il dispositivo Kalinka, soprannominato “l’assassino di Starlink”, vengono impiegati per disturbare comunicazioni satellitari e droni.

Il governo iraniano ha vietato il possesso dei terminal Starlink: chi viene trovato in possesso di un’antenna rischia l’accusa di spionaggio, un reato punibile anche con la pena di morte. A questo si aggiunge il costo elevato sul mercato nero, che limita fortemente la diffusione della tecnologia. Si stima che in Iran circolino tra 50.000 e 100.000 terminal, su una popolazione di circa 92 milioni di persone. Negli ultimi giorni, secondo diverse fonti, sarebbero già avvenuti arresti a Teheran per il possesso di dispositivi Starlink.

Un’arma globale contro i diritti umani

L’Iran non è un caso isolato. Le interruzioni di Internet sono sempre più utilizzate nel mondo come strumento di repressione. 

 I blackout di internet sono sempre più utilizzati come risposta a delle proteste e in coincidenza con delle violazioni dei diritti umani. Nel 2024, la giunta militare in Birmania (Myanmar) è stata responsabili di 74 interruzioni, di cui almeno 17 corrispondevano ad attacchi aerei contro civili. In altri contesti di conflitto, come Ucraina e Palestina, le restrizioni alla rete sono state imposte da potenze straniere come parte delle operazioni militari. Anche nelle democrazie occidentali emergono segnali preoccupanti: nel 2024, la Francia ha bloccato l’accesso a TikTok in Nuova Caledonia durante le proteste della popolazione kanak, una misura definita da Access Now come una forma di shutdown parziale di Internet. I blackout sono anche uno strumento utilizzato dai governi in periodo di elezioni, come per esempio nel caso del Venezuela nel 2024.

Spegnere Internet significa isolare le popolazioni, impedire la documentazione delle violenze e ridurre lo spazio civico. In Iran, come altrove, il blackout digitale è ormai una vera e propria arma contro i diritti umani.

 

Nell’oceano sconfinato delle allarmanti notizie relative alla situazione palestinese, è di questi ultimi giorni la dichiarazione da parte delle autorità israeliane di non intendere rinnovare i permessi di ben 37 grandi Agenzie umanitarie attualmente presenti a Gaza.

Le ONG in questione, fra cui Medici senza frontiere, Oxfam, CARE, Consiglio norvegese per i rifugiati e Caritas Gerusalemme, potrebbero, quindi, trovarsi costrette a cessare ogni attività e ad abbandonare il territorio entro il 1° Marzo.

Ciò in base al mancato rispetto delle nuove regole di registrazione che richiedono alle organizzazione di fornire informazioni particolareggiate su personale, finanziamenti e struttura operativa, al fine – si sostiene - di prevenire presunti abusi o possibili pericolose infiltrazioni terroristiche.

La decisione israeliana è stata immediatamente contestata da numerose organizzazione internazionali e dalla stessa ONU: le eventuali conseguenze - è stato sottolineato - si ripercuoterebbero in maniera catastrofica sulla drammatica crisi umanitaria in atto, dove l’accesso ai servizi essenziali (cure mediche, cibo, acqua, ecc.) è ancora decisamente inadeguato.

In particolare, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres ha chiesto ad Israele di annullare il divieto imposto alle agenzie umanitarie, sottolineando che

le organizzazioni non governative internazionali sono indispensabili per il lavoro umanitario salvavita e che la sospensione rischia di compromettere i fragili progressi compiuti durante il cessate il fuoco”.

Durissimo il commento di Erika Guevara Rosas, Direttrice delle campagne e delle ricerche di Amnesty International, che ha definito la decisione israeliana “una deliberata escalation del genocidio contro le persone palestinesi”, aggiungendo che

Impedire aiuti salvavita, mentre la popolazione civile è colpita dalla fame, dalle malattie e dalle bombe, nonostante il cosiddetto cessate il fuoco, è una clamorosa violazione del diritto internazionale e un assalto all’umanità, una punizione collettiva su scala catastrofica”. 

E’ inoltre necessario tener presente che la Knesset ha appena approvato una legge mirante a colpire l’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi in Medio Oriente), privandola dei privilegi e delle immunità garantiti dal diritto internazionale, affidando alle autorità israeliane il potere di interrompere le forniture di acqua, elettricità, carburante e le comunicazioni alle strutture dell’agenzia ONU, nonché sequestrare le sue proprietà a Gerusalemme Est, compresi i principali uffici e i centri di istruzione e formazione.

Operazione questa giudicata, sempre dalla Guevara Rosas, una

sistematica campagna contro i meccanismi internazionali e i servizi umanitari essenziali

Il mondo – ha aggiunto – non può rimanere in silenzio.

 Chiediamo ai governi, alle istituzioni e ai leader di agire immediatamente, per pretendere la fine di queste atrocità”, facenti chiaramente parte di una

 “consapevole strategia di punizione collettiva”.

Fra i tanti aspetti dolorosi delle operazioni belliche a Gaza, è bene infine ricordare l’altissimo numero di operatori umanitari uccisi (appartenenti in grande maggioranza alla locale popolazione palestinese): il più alto mai registrato in una singola crisi, secondo quanto dichiarato dai responsabili del Comitato permanente inter-agenzie delle nazioni Unite.

Secondo i dati raccolti dall’Aid Worker Security Database, centinaia di operatori sono morti dall’inizio del conflitto, facendo di Gaza la località più rischiosa al mondo per chi cerca di portare aiuto. 

Insomma, sarà forse questo  il motivo principale che sta inducendo le Ong a non inoltrare la lista dei propri impiegati palestinesi?

 

Nel 2025 prende forma un’iniziativa internazionale che ambisce a cambiare il modo in cui le società affrontano il tema della violenza sulle donne, andando oltre le commemorazioni simboliche e le risposte episodiche. “100 giorni di idee e progetti per l’eliminazione della violenza sulle donne” nasce come spazio di confronto permanente per nuove azioni comuni, con l’obiettivo di trasformare l’indignazione in pianificazione concreta, la sensibilizzazione in politiche e pratiche durature. L’iniziativa è promossa dal Dott. Andrea Tasciotti, Ambasciatore onorario di Santo Domingo, esperto di diplomazia sociale, Ambasciatore ONG e fondatore della World Bilateral Agency. L’idea alla base del progetto è semplice e al tempo stesso ambiziosa, così da superare la singola celebrazione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, per costruire un percorso lungo cento giorni in cui istituzioni, organizzazioni della società civile, mondo accademico, imprese e cittadini possano dialogare in modo continuativo e progettare interventi concreti.

Un arco temporale sufficientemente ampio per consentire analisi, confronto e coprogettazione, ma anche abbastanza definito da mantenere alta l’attenzione pubblica e politica. La violenza di genere, infatti, non è un’emergenza occasionale ma un fenomeno strutturale, radicato in disuguaglianze culturali, economiche e sociali. Secondo numerosi studi internazionali, colpisce donne di ogni età, provenienza e condizione, manifestandosi in forme diverse: fisica, psicologica, economica, digitale. Di fronte a una realtà così complessa, l’iniziativa dei 100 giorni si propone come un laboratorio internazionale di idee, capace di mettere in rete buone pratiche, esperienze territoriali e competenze multidisciplinari. Il progetto si lega simbolicamente e storicamente alla Repubblica Dominicana, paese d’origine delle sorelle Mirabal. Il loro sacrificio, avvenuto nel 1960 durante la dittatura di Rafael Trujillo, è diventato un simbolo universale di resistenza alla violenza e all’oppressione. Proprio in memoria delle sorelle Mirabal, le Nazioni Unite hanno istituito il 25 novembre come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Richiamare questa storia significa ricordare che la lotta contro la violenza di genere nasce anche dal coraggio di singole donne, ma deve oggi tradursi in responsabilità collettiva e azione sistemica. In questo contesto, il ruolo del Dott. Andrea Tasciotti assume una valenza particolare.

Attraverso l’Ambasciata Onoraria a Santo Domingo, Tasciotti opera da anni per rafforzare le relazioni istituzionali tra i paesi dell’Unione Europea e dell’America Latina. La sua esperienza nella diplomazia sociale rappresenta uno degli elementi distintivi dell’iniziativa. La diplomazia sociale, infatti, non si limita alle relazioni tra governi, ma coinvolge attori non statali, comunità locali, organizzazioni internazionali e reti civiche, utilizzando il dialogo come strumento per affrontare temi di rilevanza etica e civile. “100 giorni di idee e progetti” si inserisce pienamente in questa visione. Non si tratta di un evento isolato, ma di un processo partecipativo che mira a costruire alleanze trasversali. Durante i cento giorni, sono previsti incontri, tavole rotonde, workshop tematici e momenti di ascolto, sia in presenza sia online, per favorire una partecipazione ampia e inclusiva.

 I temi affrontati spaziano dalla prevenzione educativa alla protezione delle vittime, dall’empowerment economico delle donne alla formazione degli operatori, fino al ruolo dei media e delle nuove tecnologie nel contrasto o, al contrario, nella diffusione della violenza. Uno degli obiettivi centrali dell’iniziativa è tradurre le riflessioni in proposte operative. Al termine dei cento giorni, le idee e i progetti elaborati saranno raccolti in un documento programmatico, pensato come strumento di lavoro per istituzioni nazionali e internazionali, enti locali e organizzazioni della società civile. L’intento è quello di offrire linee guida concrete, adattabili ai diversi contesti culturali e normativi, ma unite da una visione comune come la violenza sulle donne non è inevitabile e può essere prevenuta attraverso politiche integrate e sostenute nel tempo. Il legame tra Europa e America Latina rappresenta un ulteriore valore aggiunto. Le due regioni condividono sfide simili, ma anche esperienze e approcci differenti che possono arricchirsi reciprocamente. La Repubblica Dominicana, con la sua storia e il suo ruolo simbolico, diventa così un ponte ideale per un dialogo intercontinentale, capace di superare confini geografici e culturali. In questo senso, l’iniziativa promossa da Tasciotti si configura come un esempio concreto di cooperazione internazionale orientata ai diritti umani. Un altro aspetto rilevante è la volontà di coinvolgere le nuove generazioni. La prevenzione della violenza di genere passa anche dall’educazione e dalla costruzione di nuovi modelli relazionali.

Per questo, i 100 giorni prevedono spazi dedicati a studenti, giovani professionisti e attivisti, chiamati non solo a partecipare, ma a proporre soluzioni innovative. L’attenzione alle voci emergenti è parte integrante di una strategia che guarda al futuro, consapevole che il cambiamento culturale richiede tempo e continuità. Superare la logica della ricorrenza significa anche evitare che il tema della violenza sulle donne venga confinato a un solo giorno all’anno. Il 25 novembre resta un momento fondamentale di memoria e mobilitazione, ma iniziative come questa dimostrano che è possibile e necessario mantenere vivo l’impegno ogni giorno. I cento giorni diventano così un simbolo di perseveranza, un invito a non abbassare la guardia e a considerare la lotta alla violenza di genere come una priorità permanente delle agende politiche e sociali. In un contesto globale segnato da crisi multiple, l’iniziativa “100 giorni di idee e progetti per l’eliminazione della violenza sulle donne” propone una risposta basata sul dialogo, sulla cooperazione e sulla responsabilità condivisa. La visione del Dott. Andrea Tasciotti, fondata sulla diplomazia sociale e sul rafforzamento delle relazioni internazionali, offre un esempio di come l’impegno individuale possa tradursi in azione collettiva. Un percorso che, partendo dalla memoria delle sorelle Mirabal, guarda a un futuro in cui la dignità e la sicurezza delle donne non siano più oggetto di rivendicazione, ma un dato acquisito della convivenza civile.

 

Oggi, 25 Novembre, è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Un fenomeno raccapricciante che vede morire troppe donne.

Troppo spesso le donne vittime di violenza si sentono sole, convinte che nessuno possa capire o, peggio, aiutare. Ma non è così: l’obiettivo della giornata contro la violenza sulle  donne che ricorre oggi è porre sotto i riflettori il fenomeno e far sì che sempre più persone conoscano le radici e la profonda gravità del problema. E infine, almeno, ci riflettano su.

Solo un piccolo uomo usa violenza su una donna per sentirsi grande. Purtroppo anche oggi ci sono molti piccoli uomini, psicologicamente fragili ed emotivamente instabili.

Le statistiche parlano di casi sempre più crescenti di donne vittime di violenza, molti dei quali sfociano in femminicidio e le cronache degli ultimi giorni ne sono una testimonianza diretta, sembrerebbe assurdo, irreale, spesso è così lontano dal nostro modo di vivere che non ci si rende conto di quello che succede magari nella porta accanto. Dove si consumano abusi, fisici e psicologici nei confronti delle donne, picchiate, umiliate, derise, abusate fisicamente e psicologicamente, annientate.

Il 25 Novembre, giornata contro il femminicidio, si commemorano tutte le donne alle quali è stata negata la vita, strappate ai loro affetti, brutalmente uccise, ma la morte è lo stadio finale, tutto ciò che si mette in campo prima di arrivare a questo gesto estremo distrugge ed annienta ancor di più quella donna è la violenza fisica, psicologica, verbale, lo stalking.

La soluzione dunque sta proprio nelle donne che ogni giorno subiscono violenza: confidarsi con qualcuno e denunciare è il primo passo verso la libertà, la riconquista della propria dignità e soprattutto è il primo passo verso la salvezza: cosa c’è di meglio che alzarsi la mattina, guardare il sole e domandarsi “Cosa faccio oggi? Dove vado?” senza la paura di essere insultate, maltrattate, senza sentirsi in colpa per non aver fatto nulla.

 

                                                                       “Come il medico ha di mira la salute, che consiste nell’ordinata concordia degli umori, così il reggitore dello stato ha di mira la pace, che consiste nell’”ordinata concordia dei cittadini”. Ora, il medico, fa una cosa buona e utile nel recidere un organo in putrefazione, quando minaccia l’infezione di tutto il corpo. Quindi anche il reggitore dello stato uccide con giustizia e senza peccato gli uomini malvagi, affinché non sia turbata la pace dello stato.”

                                                                                         Tommaso d’Aquino  

                                                                       “In questa faccenda mi pare che non solo noi, ma buona parte del mondo facciamo come quei cattivi maestri, che preferiscono picchiare i ragazzi anziché istruirli. Si stabiliscono infatti, per chi ruba, pene gravi, pene terribili, mentre meglio era provvedere a qualche mezzo di sussistenza, acciocché nessuno si trovasse nella spietata necessità, prima, di rubare, e poi di andare a morte.”

                                                                                           Tommaso Moro 

A proposito della pena di morte, visti e considerati gli enormi progressi conseguiti nel corso del XX secolo, siamo spesso ottimisticamente indotti a ritenere che, anche di fronte alle tante piaghe angoscianti del tempo presente, non rappresenti più un problema particolarmente urgente e rilevante.

Purtroppo, l’”arido vero” ci dice cose dolorosamente diverse. In Iran le esecuzioni sono in continuo aumento, e in Cina le autorità impediscono sistematicamente che si venga a conoscenza del numero abnorme delle esecuzioni.

Ma anche in altri Stati la battaglia per l’abolizione della pena di morte è ben lontana dall’essere vinta. Ad esempio, mentre alcuni Stati americani, come California e Oregon, hanno sospeso le esecuzioni, altri –

 Tommaso Moro

tra cui Texas e Oklahoma – continuano ad applicarla con regolarità. 

Lo scorso 13 novembre, con un'iniezione letale nella prigione statale della Florida a Raiford, è stato giustiziato Bryan Frederick Jennings.

Jennings venne condannato a morte per omicidio di primo grado in relazione alla morte di una bambina di sei anni, nel 1979, nonostante  le prove a suo carico fossero solo  di carattere circostanziale  (contestate in tribunale, di conseguenza, fino al 2024). Bryan aveva già ricevuto una data di esecuzione nel 1989, ottenendo, però, una sospensione.

Si è trattato del sedicesimo individuo giustiziato quest'anno nello Stato della Florida, dove, secondo gli abolizionisti della Floridians for Alternatives to the Death Penalty (FADP), le esecuzioni procedono senza un'adeguata revisione in appello, senza un'adeguata assistenza legale e senza alcuna garanzia in merito alle doverose tutele costituzionali. Questo - dicono -  dovrebbe terrorizzare ogni cittadino della Florida e ogni americano. 

Secondo detta organizzazione, una simile escalation non rappresenterebbe soltanto una scelta politica, ma costituirebbe una vera e propria deriva morale: Questo è ciò che accade quando un governo perde la coscienza. Quando la pietà viene sostituita dal calcolo politico. Quando uccidere diventa routine e i nostri leader celebrano il numero delle vittime come un successo.” 

E secondo Justin Mazzola, vicedirettore della ricerca di Amnesty International USA, l’unica spiegazione logica di questo fatto “disgustoso e vergognoso” è che DeSantis stia preparando il terreno per la nomination repubblicana del 2028.

I dati del Death Penalty Information Center (DPIC) confermano la portata del fenomeno: negli Stati Uniti si sono registrate finora 41 esecuzioni nel 2025, di cui quasi il 40% avvenute in Florida. Il Texas segue con cinque esecuzioni, ma il distacco è notevole. Con altre cinque esecuzioni già programmate nel Paese entro la fine dell’anno, due delle quali proprio in Florida, DeSantis si conferma l’artefice principale dell’impennata nazionale. 

Un'esecuzione

Robin Maher, direttore esecutivo del DPIC, ha espresso forte preoccupazione per la mancanza di trasparenza: Non abbiamo ricevuto alcuna spiegazione dal governatore. Solo lui ha l’autorità di decidere chi giustiziare e quando. I cittadini della Florida non hanno informazioni sul perché lo Stato stia investendo così tante risorse nelle esecuzioni invece che in iniziative più urgenti per il benessere della popolazione”. 

Secondo Maher, inoltre, la frenetica cadenza delle esecuzioni sta mettendo sotto enorme pressione non solo il sistema giudiziario, ma anche gli avvocati della difesa, costretti a operare in condizioni definite “inumane”: insostenibili carichi di lavoro, poche risorse e tempi talmente stretti da risultare incompatibili con una adeguata rappresentanza legale.

Il DPIC sottolinea anche un elemento particolarmente controverso: cinque (sei ora con Bryan) delle quindici persone messe a morte nel 2025 erano veterani militari, un dato sorprendente considerando che De Santis (lui stesso un veterano) ha più volte definito la Florida uno degli Stati più attenti e favorevoli ai militari. 

Gli analisti ricordano, inoltre, che la tendenza nazionale marcia nella direzione opposta. Negli Stati Uniti, infatti, negli ultimi vent’anni, il numero delle esecuzioni è diminuito drasticamente, passando dalle 85 del 2000 alle 11 del 2021. La Florida rappresenta, quindi, un’anomalia evidente: i sondaggi mostrano ancora un ampio e preoccupante sostegno alla pena capitale, soprattutto nei casi che coinvolgono minori o più di una vittima. 

Come era facile prevedere, la linea dura del Governatore ha suscitato reazioni contrastanti. Da un lato, c’è chi la considera una risposta ferma alla criminalità più efferata, dall’altro, si collocano coloro che sollevano dubbi etici e giuridici sull’uso della pena di morte. 

Gli attivisti che hanno incontrato Bryan Jennings e che lo hanno frequentato per parecchio tempo, lo hanno descritto come un uomo gentile, generoso, buono e premuroso.

Se ne è andato via in silenzio da questo mondo, rifiutandosi di rilasciare qualsiasi dichiarazione.

E più di qualcuno penserà che questo stesso mondo, ora, senza di lui, sarà diventato un posto migliore per tutti noi … 

                                                  “Fino a quando la pena di morte esisterà, anche in un solo angolo della Terra, l’umanità non sarà uscita dalla barbarie.”

                                                                                                     Luigi Pintor

 

 

 

 

 

 

Lo Strategic Forum di Assisi ha istituito il proprio comitato tecnico scientifico costituito da personalità insigni, tecnici, esperti, scrittori e artisti che si battono per la PACE.

Il  Comitato Tecnico Scientifico  è presieduto  dal prof Giannone che è anche Presidente dell’Associazione Umanesimo ed Etica per la Società Digitale (www.umanesimodigitale.eu )

è composto di eminenti Esperti Italiani e di altri Paesi nei diversi settori del T.I.P.E.E.C. (Tavolo Internazionale Permanente per l’Etica e l’Economia nella Cooperazione)

Gli obbiettivi del forum sono: 

  • promuovere Pace e Prosperità sostenibile fra i Popoli ;
  • Mettere al centro della cultura glo-cale (Globale e Locale) l’Essere Umano,
  • Passare, in economia e nel sociale, dalla “Competitività alla Cooperazione”,
  • promuovendo la Conversione Nucleare di migliaia di bombe atomiche in Centrali Nucleari per la produzione di energia elettrica non solo dei Paesi in via di sviluppo
  • Insegnare le virtù etiche nelle scuole
  • Avviare la costruzione di un nuovo percorso culturale del Diritto alla Pace e alla Prosperità
  • per un MONDO MIGLIORE SENZA GUERRE E SENZA ARMI NUCLEARI; -

in pratica il CTS raccoglierà proposte e progetti che favoriscono la pace e il dialogo tra i popoli nella cornice di Assisi che è emblematica di questa finalità perché la figura di Francesco sottolinea la fratellanza tra gli uomini ma anche l’amore e il rispetto per la natura, e invia un messaggio preciso a tutto il mondo.

 il Forum ha già cominciato a presentare a varie autorità (tra cui il ministro  Valditara) progetti concreti per educare alla pace, raccoglierà inoltre proposte e iniziative provenienti dai vari ambienti culturali, artistici e scientifici che si ispirano alla pace.

L’Avv Fabrizio Abbate scrittore ed esperto di Ia che è stato dal prof Giannone chiamato a far parte del CTS proprio per i sui scritti sul tema della pace e dell’intelligenza artificiale ha cosi commentato l’importanza del forum e delle sue proposte :

“Il comitato di cui mi onoro di far parte ha dei compiti di grande importanza in un momento internazionale cosi delicato, ma soprattutto ha importanza ancor maggiore con l’avvento dell’IA rispetto alla quale va ridefinito lo stesso concetto di PACE e di Guerra. Infatti ben presto il concetto di guerra subirà grandi modifiche indotte dalle tecnologie sempre più nel futuro il conflitto si presenterà come ibrido e l’intervento dell’IA porrà seri problemi perche anche se la veste potrebbe essere diversa  dalle guerre tradizionali un conflitto basato sull’IA che attacchi le reti, i servizi, il meteo, la sicurezza ,lo spionaggio, i servizi di base, potrebbe essere non meno devastante di una guerra con armi convenzionali e quindi dobbiamo porci fin da adesso il tema di come definire la pace e di conseguenza come difendere la PACE in questo nuovo quadro inedito, altrimenti rischiamo di lottare per una pace molto molto parziale e svuotata.”

L'avv. Fabrizio Abbate

Oltre a questo tema l’Avv Abbate, presidente di Assodiritti e del salotto IA di ENIA,  ha richiamato il fatto che l’attuale impostazione economicistica che sembra oggi prevalere porta con se molti rischi proprio per la pace  perché è un interpretazione che taglia fuori ( discrimina) larga parte dell’umanità in base alle possibbilità economiche creando presupposti per conflitti.

Al tempo stesso il clima di  guerra strisciante ma generalizzata che si sta diffondendo rischia di  favorire lo sviluppo di un IA di tipo militare slegata dai vincoli etici e  da regole giuridiche.

Proprio per la sua caratteristica legata al dominio e non alla solidarietà, aumenta il rischio di creare forme di IA che sfuggano al controllo delle norme e  forse degli umani.

Il tema dell’IA si pione cioè nel crocevia tra PACE e guerra , e un uso errato dell’IA potrà costituire un pericolo per l’umanità tenendo conto che già oggi gli IA Agenti non si limitano a rispondere a domande ma operano e quindi prendono decisioni in sistemi complessi, e tra queste decisioni (moltissime utili) ci possono essere decisioni molto pericolose per la pace.

Il compito del forum e del CTS è quindi duplice:  da un lato valutare progetti ispirati alla pace ma dall’altro riflettere proprio sul novo significato di pace di fronte a questi vertiginosi cambiamenti che non si possono ignorare.

 

www.assodiritti.it

www.neoevo.org

Extrafallaces – RADIOTELEVISIONI EUROPEE ASSOCIATE

 Intelligenza artificiale, ARTE e VALORI SPIRITUALI - FlipNews - Free Lance International Press

 da sin. Virgilio Violo, Neria De Giovanni, Patrizia Sterpetti Foto
S. Cannata

A Roma, il 18 ottobre del 2025, nella cornice istituzionale dell’UNAR, Unione delle Associazioni Regionali di Roma e del Lazio, in Via Ulisse Aldrovandi 16, si è svolta la cerimonia di consegna del Premio Italia Diritti Umani 2025, promosso dall’Associazione Free Lance International Press. Un appuntamento ormai consolidato nel panorama nazionale, che ogni anno celebra figure impegnate nella difesa della libertà d’espressione, del giornalismo indipendente, della cultura e dei diritti fondamentali.

 a dx. Il Vice Presidente dell' UnAR dott.ssa Irene Venturo
Foto S. Cannata     VIDEO

Protagoniste di questa edizione Barbara Schiavulli, Ludovica Jona e Lamberto Rimondini con tre personalità diverse per formazione e linguaggio, ma accomunate da una medesima tensione etica, raccontare, educare, creare e testimoniare nel segno della dignità umana. A condurre e moderare la cerimonia è stata Neria De Giovanni, del direttivo della Free Lance International Press e Presidente dell’Associazione Internazionale dei Critici Letterari, che con equilibrio e sensibilità ha saputo dare voce ai contenuti e ai valori dell’incontro. Dopo la sua introduzione, sono giunti i saluti istituzionali  del Presidente della Free Lance International Press, Virgilio Violo, che ha sottolineato come il premio rappresenti un presidio di libertà e di resistenza culturale, e del Vice Presidente dell’UNAR e Presidente dell’Associazione pugliese di Roma, la dott.ssa Irene Venturo che ha portando i saluti del presidente dell’UNAR Antonio Masia, assente per motivi di salute, che peraltro, ha espresso soddisfazione per l’enorme partecipazione ad un evento dedicato alla tutela della persona e alla centralità dei diritti umani.

La giornata si è aperta con l’intervento di Patrizia Sterpetti,  di WILPF Italia APS (Women’s International League for Peace and Freedom), con una relazione dal titolo “Il naufragio dei diritti umani e idee di riparazione”. Il suo contributo ha posto al centro la drammatica attualità delle violazioni dei diritti umani nel mondo, denunciando la crescente indifferenza globale e

  Patrizia Sterpetti       Video

richiamando alla necessità di ricostruire un tessuto di solidarietà e resistenza umana. È seguito l’intervento di Antonio Cilli, CEO di Cittanet, che ha proposto un dibattito di grande attualità sul tema “L’intelligenza artificiale e l’informazione”. Con lucidità e rigore, Cilli ha analizzato le opportunità e i rischi che la tecnologia pone alla libertà di stampa,

 

riflettendo sul futuro del giornalismo nell’era digitale e sull’urgenza di un’etica condivisa nell’uso dell’intelligenza artificiale.

da sin. Virgilio Violo, Neria De Giovanni, Antonio Cilli
Foto S. Cannata      Video

Il momento artistico della cerimonia è stato affidato all’attore e regista Ferdinando

Ferdinando Maddaloni in
HO PROVATO UN MARE DI VERGOGNA     VIDEO

Maddaloni, che ha presentato la sua intensa performance teatrale “Ho provato un mare di vergogna”: un monologo di grande forza emotiva, scritto, diretto e interpretato dallo stesso Maddaloni. L’opera, tra teatro civile e testimonianza personale, ha commosso il pubblico, offrendo un profondo spunto di riflessione sulla sofferenza, la dignità e la necessità di non distogliere mai lo sguardo dalle ingiustizie.

La cerimonia si è conclusa con la consegna ufficiale dei premi e la lettura delle motivazioni, affidata agli attori Diego Verdegiglio, Giulia Giordano e Anastasia Busetto, che con voce e sensibilità hanno interpretato il senso più profondo del riconoscimento. Durante l’evento, tuttavia, sono state inoltre donate opere d’arte delle artiste Stefania Pinci, Elisabetta Martinez e Monica Osnato, il cui contributo visivo ha suggellato l’unione tra arte e impegno civile, simbolo di libertà, memoria e bellezza condivisa.

 da sin. Anastasia Busetto, Barbara Schiavulli, Elisabetta Martinez,
Virgilio Violo e Naria De Giovanni -Foto S. Cannata    VIDEO

Il Premio Italia Diritti Umani 2025 ha peraltro onorato figure che, in ambiti differenti, incarnano l’impegno per la libertà, la verità e la giustizia. Il riconoscimento principale è andato a Barbara Schiavulli, corrispondente di guerra e scrittrice, che da oltre vent’anni racconta i fronti più caldi del mondo, dall’Iraq all’Afghanistan, da Israele e Palestina al Pakistan, dallo Yemen al Sudan, dal Venezuela a Haiti e alla Libia, portando alla luce le storie delle persone comuni travolte dai conflitti. Con sensibilità e coraggio, Schiavulli restituisce umanità a chi la guerra la subisce: donne, bambini, comunità vulnerabili e minoranze LGBTQ+. Autrice di libri di grande impatto come Le farfalle non muoiono in cielo (2005), Guerra e Guerra (2010), La Guerra Dentro (2013), Bulletproof Diaries (2016) e Quando muoio lo dico a Dio (2017), ha trasformato il giornalismo in un atto di responsabilità civile. Cofondatrice e direttrice della testata Radio Bullets, è anche attiva nella formazione scolastica e universitaria, promuovendo l’etica dell’informazione e la consapevolezza dei diritti umani.

Inoltre, il premio, dedicato alla memoria del giornalista Antonio Russo, vice-presidente della Free Lance International Press, ucc

 da sin. Diego Verdegiglio, Virgilio Violo, Lamberto Rimondini,
Neria De Giovanni  -Foto S. Cannata    VIDEO

iso in Cecenia nel 2000, le è stato conferito come erede spirituale di quella missione di verità che continua a dare voce al dolore e alla speranza dei popoli in guerra. Un riconoscimento speciale è stato attribuito a Ludovica Jona, giornalista investigativa e filmmaker, per il suo lavoro di indagine sui diritti umani, l’ambiente e la salute mentale. Le sue inchieste, trasmesse su RaiNews, Report (Rai3) e La7, e pubblicate su il Fatto Quotidiano, The Intercept, Le Monde e Mediapart, hanno portato alla luce problematiche spesso ignorate dal dibattito pubblico. Con il podcast “Tutta colpa di Basaglia”, realizzato insieme a Elisa Storace, Jona ha affrontato con coraggio il tema della deistituzionalizzazione psichiatrica in Italia, denunciando le carenze del sistema sanitario e la condizione di solitudine di milioni di malati psichici.

A completare la rosa dei premiati Lamberto Rimondini, scrittore, saggista e ricercatore indipendente, noto per il suo approccio critico e documentato ai temi del potere, della storia e della manipolazione dell’informazione. Le sue opere, caratterizzate da lucidità e profondità di pensiero, mettono in discussione le narrazioni dominanti e invitano il lettore a interrogarsi su ciò che si cela dietro la superficie dei

 da sin. Giulia Giordano, Ludovica Jona, Virgilio Violo e Neria De Giovanni
foto S. Cannata      VIDEO
 

fatti. Con uno stile provocatorio e appassionato, Rimondini promuove un’informazione libera, capace di restituire centralità all’essere umano e alla sua dignità, offrendo strumenti di consapevolezza e di emancipazione intellettuale. Attraverso i loro percorsi, Schiavulli, Jona, Rimondini, Busetto, Verdegiglio e Giordano incarnano lo spirito autentico del Premio Italia Diritti Umani con la difesa della verità, della libertà e della cultura come pilastri di una società più giusta e consapevole.

 da sin. Virgilio Violo, Neria De Giovanni, Josef Nardone
                              VIDEO

Inoltre, è stato presentato il libro “La Femminanza” della scrittrice Antonella Mollicone, un romanzo già annoverato tra i dieci più letti in Italia. L’opera, definita da molti un capolavoro contemporaneo, indaga con profondità la dimensione femminile, la forza interiore e la resilienza delle donne, ponendosi in perfetta sintonia con lo spirito del Premio Italia Diritti Umani.

In chiusura, ha preso la parola Giuseppe (Joseph) Nardone, del Consorzio Comunale di Siracusa, che ha portato una testimonianza autentica di giornalismo ed impegno civile dalla Sicilia, in particolare da Pachino, sottolineando il valore della vera informazione come strumento di riscatto territoriale e culturale. La cerimonia del 18 ottobre del 2025, ospitata all’UNAR di Roma, ha rinnovato l’impegno della Free Lance International Press nel sostenere, attraverso la parola, l’arte e la conoscenza, chi continua a lottare contro l’indifferenza e per

 da sin. Antonella Mollicone, Virgilio Violo e Neria De Giovanni
Foto S. Cannata     VIDEO

l’affermazione della dignità umana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 A fine cerimonia i PREMIATI   e gli  ospiti hanno potuto festegiae l'importante evento con alcuni dei vini tra i più pregiati della penisola messi a disposizione dalle case vinicole le quali l'associazione ringrazia vivamente per il contributo dato.

 
CHARDONNAY - Hėkos colle Picchioni
 
ARCARDIA - Frusinate -Coletti Conti
 
CONCABIANCO - Falanghina -Poderi Foglia
 
RUBENS- Roma- Emanuele Branchella
 
PASSERINA DEL FRUSINATE - Marcella Giuliani
 
GAVI - D.O.C.G. - Costa Donnio - f.lli  Parisio
 
C'D'C'- Cristo di Campobello - Sicila Rosato
 
E'- Falerno del Massico Bianco- Torelle
 
CODA DI VOLPE-Sannio-Il Poggio. Fam. Fusco
 
ME-Melodia-Fiano Colli di Salerno - vino bio
 
BARONE CORNACCHIA - Colline Teramane-Cerasuolo d'Abruzzo
 
CA- Candito - Colli di Salerno - bio
 
SANTAGIUSTA - Brut - vigneti di montagna
 
LUNA Di Mezzanotte -Castelli di Jesi-Verdicchio
 
IL REPERTORIO - Cantine del Notaio - Aglianico del Vulture
 
GIUV - Paternoster - Aglianico del Vulture-Tommasi
 
DON ANSELMO - Paternoster  - Aglianico del Vulture
 
FALANGHINA  - Brut – Janare - 

 

   
     
     
     
     
     
     

La guerra è il massacro di persone che non si conoscono, a vantaggio di persone che si conoscono ma non si massacrano—Paul Valery (poeta)


Viviamo in un mondo carente di empatia e amore. Il giudizio verso gli individui di diversa religione, razza o orientamento sessuale è ormai sotto una lente d’ingrandimento, dove altri si sentono autorizzati a giudicare, odiare, insultare e denigrare. È un mondo dove la diversità viene calpestata e dove i potenti approfittano di questo odio, innescando una spirale che alimenta conflitti, violenza, guerre e ingiustizia.
Non c'è riflessione, né ragione, né consapevolezza, ma solo un istinto primordiale che gli animali stessi sembrano aver superato. Stati accecati dalla rabbia inviano armi di sterminio, alimentando guerre in cui a soccombere è il debole, colui che non può reagire e che arretra stremato. Bambini bruciati, uccisi, torturati, mentre madri tremanti fuggono con i corpicini fra le braccia, inseguendo una parvenza di vita.
Intorno cecità assoluta, ciò che non è vicino non si vede, non si sente. Non ci sono suoni di bombe, di razzi, di spari. Non ci sono le urla, i pianti e i sussurri di morte. Vi è solo il sentito dire, il visto ai tg, il letto sui giornali. E intanto la gente muore per ordine di capi insensati, vigliacchi protetti in castelli lontani dal dolore dove chi se ne frega se una famiglia di disgrega, se arti di uomini e donne si staccano dai corpi, chi se ne frega se mamme muoiono con i bambini in grembo…
La brama di conquistare una terra per il gusto di potenza prevale sul desiderio di respirare la vita e la bellezza di un mondo che l'uomo non ha creato, ma che ha scelto di distruggere in ogni modo possibile. Un universo alla deriva! Ormai, rabbia, cattiveria e infamia sono i fili che muovono ciò che resta della natura umana. Si manifestano violenze inaudite: torture, prevaricazioni, sottomissioni; un odio silente e strisciante ovunque. Intanto, la vita scorre, giorno dopo giorno, lasciando dietro di sé i sentimenti che infondevano speranza, amore e sorriso.
La storia non insegna, non lo ha mai fatto. Nella quasi blasfemia di questo mio concetto, trovo una verità imbarazzante. Non s’impara mai dal dolore; anestetizza nel momento ma poi cade in quel dimenticatoio profondo che è l’indifferenza verso l’atro. Paesi poveri dimenticati e Paesi ricchi assetati di potere di altra ricchezza. I diritti dell’umanità accantonati, dileggiati, dimenticati e ignorati sempre più spesso.
Esseri umani di serie A e altri considerati senza classificazione. Questo è un mondo dove il dialogo si fa sempre più difficile, dove non a tutti viene riconosciuto il diritto di esistere e di essere. Forse la cosa peggiore sono coloro che negano i massacri: i negazionisti dell'orrore, mossi unicamente da fini politici e guerrafondai. Una cosa è certa: non dobbiamo abbassare la guardia. Chi riesce a vedere oltre questa realtà deve continuare a credere nel cambiamento, iniziando a cambiare in prima persona, là dove e come è possibile. Le guerre nascono da dispute territoriali, economiche, ideologiche, religiose, etniche o dal mantenimento/rovesciamento di equilibri di potere, ma sono in primo luogo crimini in cui si assiste troppo spesso a gravi violazioni dei diritti umani. Il dolore  e l’indifferenza devono avere fine ma non sarà possibile fino a quando l’essere umano continuerà con la malvagità e l’istinto primordiale senza alcuna coscienza.

 

 Come innumerevoli altre volte, una giornata di splendide manifestazioni in tutta Italia, con in piazza centinaia di migliaia di persone di ogni età, è stata, a livello mediatico e politico, ignobilmente svuotata del suo contenuto e della sua essenza:

la violenza criminale dell’esercito israeliano è finita in soffitta e tutti lì a prendere le distanze e a deprecare la violenza idiota di sparute minoranze incappucciate.  

Obnubilato il meraviglioso oceano di civilissima gente, infatti, sui vari tg e sulla quasi totalità delle prime pagine dei quotidiani, hanno finito per dominare, con immenso tripudio di giornalisti mercenari e di politici rampognanti, immagini e filmati relativi ai tafferugli della stazione di Milano e ai blocchi  stradali e autostradali …

Solita sperimentatissima applicazione della ben nota strategia di cossighiana memoria, basata su chirurgiche infiltrazioni e abili manipolazioni di parte dei manifestanti? Impossibile escluderlo, ovviamente.

Ma - mi domando - quando si capirà, da parte di tutti noi, che per conferire dignità alla propria causa e per far apparire in tutta la sua sostanza il valore della propria protesta, dovrebbero essere radicalmente rifiutate, evitate e ostacolate:

  • tutte le azioni concretamente lesive dei diritti altrui,
  • gli atteggiamenti e comportamenti aggressivi e di sfida nei confronti delle forze dell’ordine,
  • nonché tutte quelle iniziative che, con arbitrio prevaricatore, impediscono la normale circolazione ferroviaria e stradale?

Quando si capirà che occupazioni di stazioni, di scuole o di autostrade, violando di fatto legittimi diritti della povera gente, in nulla giovano alle grandi cause, finendo per seminare soltanto sofferenza, rabbia, indignazione, odio e ostilità, e offrendo ai governi e ai loro servi fedeli l’opportunità per criminalizzare ed infangare  in blocco l’intera massa dei manifestanti e dei loro sostenitori? 

Quando si comprenderà che simili azioni sono in chiaro contrasto con la filosofia e con lo stile della vera lotta nonviolenta, e che nulla hanno a che vedere con la tanto spesso invocata (quanto fraintesa) “disobbedienza civile”?

E che, soprattutto, costituiscono un colossale regalo per la peggiore informazione e per la peggiore politica, che vengono immensamente facilitate nel loro vergognoso intento di evitare di affrontare questioni serie e di ascoltare le voci giuste e oneste di un popolo che, nonostante tutto, non smette di credere che un altro mondo sia davvero possibile.

                “Dopo l’ottobre 2023, i sistemi di controllo, sfruttamento e spoliazione di lunga data si sono trasformati in infrastrutture economiche, tecnologiche e politiche mobilitate per infliggere violenza di massa e distruzione senza precedenti. Le entità che in precedenza hanno permesso e tratto profitto dall’eliminazione e dalla cancellazione dei palestinesi attraverso l’economia dell’occupazione, invece di disimpegnarsi, sono ora coinvolte nell’economia del genocidio.”

               “Mentre la vita a Gaza viene cancellata e la Cisgiordania è sottoposta a un assedio crescente, questo rapporto mostra come mai il genocidio condotto da Israele va avanti: perché è redditizio per molti.

                                                                 FRANCESCA ALBANESE

 

Il Rapporto di Francesca Albanese, Relatrice Speciale Onu per i diritti umani sui territori occupati da Israele, Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, rappresenta una indagine rigorosamente documentata degli “ingranaggi aziendali che sostengono il progetto  coloniale israeliano di espulsione e sostituzione dei palestinesi nel territorio occupato.” L’eccellente  lavoro costituisce, in particolar modo, un lucidissimo e potentissimo  j’accuse nei confronti di vaste aree del mondo economico internazionale. Ma le denunce che esso contiene, assai sfortunatamente, dopo qualche breve momento di attenzione e di discussione, sono scivolate via, senza riuscire a produrre conseguenze di un qualche rilievo. Ed è altissimo il rischio che tutto finisca come uno scroscio di pioggia nel deserto.

L’Albanese, dopo aver perentoriamente affermato che Israele, dopo la negazione del diritto all’autodeterminazione dei palestinesi, sta arrivando a mettere “a repentaglio l’esistenza stessa del popolo palestinese in (quel che resta della) Palestina”, focalizza la propria attenzione sul  ruolo delle numerose entità aziendali (imprese commerciali, multinazionali, entità a scopo di lucro e non, private, pubbliche o di proprietà dello Stato) coinvolte nel sostegno all’occupazione illegale  e nella “campagna genocida” in corso a Gaza.

L’elenco dei soggetti aziendali è lungo e non privo di sorprese e riguarda

produttori di armi, aziende tecnologiche, società di costruzione  ed edilizia, industrie estrattive e di servizi, fondi pensione, assicuratori, università e organizzazioni benefiche.”

E, in considerazione del fatto incontestabile che tali

 “entità coadiuvano la violazione dell’autodeterminazione e altre violazioni strutturali nel territorio palestinese occupato, tra cui l’occupazione, l’annessione e i crimini di apartheid e genocidio, nonché una lunga lista di crimini accessori e violazioni dei diritti umani, dalla discriminazione, alla distruzione ingiustificata, allo spopolamento e al saccheggio, alle esecuzioni extragiudiziali e alla fame”,

 il punto di approdo risulta quanto mai nitido e lapidario.

Per far sì che si possa mettere fine alle attività commerciali che consentono e traggono profitto dall’annientamento di vite innocenti,

  • le entità economico-finanziarie responsabili dovrebbero essere chiamate a rispondere del loro operato, sia a livello nazionale che internazionale;
  • andrebbero imposti sanzioni ed embargo su armamenti e tecnologie connesse;
  • andrebbero sospesi tutti gli investimenti e le relazioni commerciali con le aziende coinvolte;
  • andrebbero attuate indagini giudiziarie internazionali nei confronti degli organi manageriali e dirigenziali.

Tutti atti necessari quanto doverosi che, però, ragionando in modo realistico, al momento appaiono di ben ardua realizzazione.

Per cui, a mio avviso, andrebbe presa in considerazione ed attuata con estrema determinazione (secondo il migliore stile gandhiano) una puntuale strategia nonviolenta di boicottaggio nei confronti dei vari soggetti segnalati nel Rapporto. Boicottaggio che, per poter sperare di risultare efficace, non dovrebbe essere affidato semplicemente alla buona volontà delle singole persone, ma che dovrebbe essere proclamato e pilotato da una vasta e autorevole coalizione internazionale di ONG e associazioni umanitarie e di volontariato, a cui, per effetto slavina, finirebbero per aderire numerose chiese e organizzazioni religiose, sindacati, università, società sportive, ecc.

Perché, a quel punto, una mancata adesione non potrebbe che apparire estremamente scomoda e difficilmente giustificabile.

Solo così l’operazione di boicottaggio arriverebbe a coinvolgere milioni (forse decine di milioni) di consumatori e riuscire, pertanto, a produrre, già nel giro di pochi giorni o poche settimane, effetti tangibili ed inequivocabili,  di fronte a cui le entità aziendali prese di mira si troverebbero costrette a prendere chiari e radicali provvedimenti, rassicurando azionisti, investitori, soci, dipendenti, ecc.

Fra detti soggetti economico-finanziari, una volta esposti alla pubblica condanna, non potrebbe, infatti, che innescarsi un altro contagiosissimo effetto-slavina:

quello della dissociazione rispetto anche al pur minimo sospetto di connivenza-collaborazione con le operazioni in odore di genocidio, al fine di liberarsi pubblicamente da accuse ed ombre infanganti ed infamanti, nocive per la propria credibilità e per la propria stessa sopravvivenza.

Certo, la mia potrebbe apparire come una speranza troppo ingenua e fin troppo ottimistica … Un simile appello al boicottaggio, all’interno di un mondo iperconsumistico come il nostro, potrebbe infatti cadere facilmente nel vuoto, incontrando scarso interesse e grosse resistenze sul piano pratico; i meccanismi mediatici, ampiamente asserviti agli interessi economici, potrebbero svolgere una brillante azione di occultamento-banalizzazione; i soggetti aziendali presi di mira potrebbero prodigarsi nel fornire grandi rassicurazioni, limitandosi, di fatto, a qualche piccola modifica di facciata delle loro strategie, ecc.

Sì, certo … forse …

Ma il vero problema che dovremmo porci è un altro:

come riuscire a fare in modo che il prezioso (ed esplosivo) operato di Francesca Albanese non finisca come pioggia ingoiata dal deserto?

Adesso che abbiamo davanti ai nostri occhi un elenco ben preciso delle entità aziendali coinvolte, giudicate corresponsabili di quanto sta accadendo, perché - mi chiedo -  continuano ancora a non essere avanzate, da parte delle innumerevoli cosiddette “forze del Bene” della società civile (di ambito umanitario, economico, religioso, culturale, ecc.), concrete proposte di fattiva ed efficace operatività?!?

E’ davvero tanto difficile creare rapporti di collaborazione, di condivisione, di sinergia, intraprendendo una campagna corale, compatta e determinata, e, soprattutto, di respiro mondiale? 

E’ davvero tanto difficile, insomma, passare dalla deprecazione tanto accorata ad una coraggiosa azione coerentemente impegnata?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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