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Prima parte
Il museo in questione è molto particolare, si sviluppa in quella che era la casa di questo ricco uomo inglese nato proprio a Firenze nel 1838. Il padre Thomas, era tenente colonnello delle Coldstream Guards, ovvero un reggimento di fanteria inglese, la madre, Maria Rachele Candida Aurora Cafaggi, era di origine toscana, mentre il nonno Giles, era comandante in capo delle forze della Compagnia delle Indie.
Dopo un’adolescenza turbolenta ed indisciplinata interruppe i suoi studi. Maggiorenne, alla m
orte del padre ereditò tutta la sua fortuna. Si dedicò così agli affari e al collezionismo più sfrenato, che grazie ai suoi viaggi per il mondo gli permise di entrare in possesso di pezzi unici. Si legò poi alle vicende politiche italiane, tanto che nel 1866 combatté con Garibaldi nel Trentino guadagnandosi una medaglia d'argento. Contribuì a diffondere l'interesse per l'antiquariato locale spendendo vere e proprie fortune per la sua collezione.
Alla fine dell’ Ottocento Frederick si insediò in questa villa che trasformò in stile neo gotico e neo rinascimentale, che così divenne una casa museo. Qui raccolse tutta la sua vasta collezione con grande disperazione della madre, che vedeva in questa sua passione una continua dissipazione delle fortune familiari.
Raccolse ben 50.000 pezzi, di cui 16.000 sono solo quelli che riguardano armi e armature europee, ottomane e giapponesi.
L'armatura si sviluppa in Europa nella prima metà del XIV secolo e conclude il suo ciclo dopo circa tre secoli. Nonostante tutto ha lasciato molte testimonianze della sua esistenza e del suo uso. Fino a poco prima della metà del Trecento veniva utilizzata come protezione l’ usbergo o cotta di maglia, in uso anche tra gli antichi romani. Si tratta di una fitta maglia di piccoli anelli snodati ed uniti tra loro da rivetti per formare una sorta di ragnatela protettiva da indossare su un ulteriore protezione, una giacca fatta solitamente di lino imbottito a più strati ed in alcuni casi indurita con bagni di sale. Questa protegge sia dal contatto con la maglia di metallo, che dai colpi nemici assorbendoli.
Man mano che la metallurgia progredì, si cominciarono a costruire singoli pezzi rigidi da indossare sopra questa maglia, come spallacci, pettorali, cubitiere e gomitiere, schinieri, manopole. Poi più avanti, questi pezzi vennero uniti formando dei veri e propri esoscheletri metallici impenetrabili in grado di proteggere efficacemente l'uomo in essi contenuto. Un uomo corazzato in questa maniera poteva fare anche a meno di uno scudo ed impugnare la spada con due mani, più lunga e pesante di quelle dei periodi precedenti.
Questo passaggio, stando alle iconografie e ai codici medievali soprattutto duellistici, avviene intorno alla metà del 1300, con la spada “bastarda” o da una mano e mezza, così chiamata perché poteva essere usata con una o due mani; nel secondo caso per colpire con più veemenza. Il manico era infatti leggermente più lungo di quelle da una mano, così da permettere di inserire “mezza mano” (sempre la sinistra) su di essa e le ultime due dita sul pomolo, esercitando una sorta di colpo di frusta colpendo.
Tra il Quattrocento e il Cinquecento, le armature diventano iperprotettive. Hanno subito nel tempo modifiche lente ma sempre più efficaci. Il centro Europa è il fulcro di queste innovazioni. Si tratta di un’area geografica particolarmente interessata da continui scontri militari tra Stati, che finiscono per stimolare il continuo sviluppo di nuove tecniche belliche e l’innovazione delle armi. Cosa che non avviene in Giappone, essendo un’area isolata ed interessata esclusivamente da lotte intestine. I giapponesi si confrontarono sporadicamente con altre popolazioni, le rare volte che questo accadde uscirono sempre sconfitti. Troppo legati alle tradizioni e vivendo in un ambiente chiuso, semplicemente non si evolsero. Le tanto declamate armi e armature giapponesi si rivelano così nettamente inferiori a quelle europee, così come le loro tecniche di battaglia. La tanto osannata katana, è probabilmente una tra le peggiori spade mai realizzate. Delicata a causa del pessimo e friabile metallo che le miniere giapponesi offrivano. Nonostante la certosina fabbricazione che prevedeva il continuo ripiegamento del metallo per indurirla, rimaneva comunque fragile, tanto da costringere i memorabili samurai a continue schivate dei colpi avversari per evitare di intaccare la lama o peggio rischiare che si rompesse. Cosa che non accadeva con le armi europee molto più elastiche e resistenti che permettevano di parare con la spada.
La katana poi era particolarmente sbilanciata in avanti, perché priva di pomolo per controbilanciarla. A dispetto delle spade europee, presentava un solo lato affilato e la sua curvatura la rendeva meno adatta ai colpi di punta. Seppur del tutto simile al nostro mannarino italiano o al messer tedesco (armi simili a grossi coltelli); questi si rivelavano più efficaci e resistenti. Spesso poi avevano una porzione di lama tagliente sull’altro lato della lama a dispetto della katana, che permetteva di tirare colpi anche di “filo falso” (nella glossologia schermistica per filo falso si intende la parte della lama rivolta verso chi impugna l’arma, quello dritto è invece quello rivolto verso l’avversario. Nelle armi con una sola parte affilata questo è sempre il filo dritto).
Alcuni esempi di questa arma (derivata da utensili agricoli come la roncola), sono conservati in alcune teche di questo museo.
Con l'avvento delle armi da fuoco, anche se poco precise perché a canna liscia, le armature perdono di efficacia e di importanza. Apriamo una piccola parentesi: la canna rigata compare per la prima volta sui campi di battaglia intorno al 1815. Ne farà le spese Napoleone. Gli inglesi adottano la canna rigata (una traccia interna a forma di spirale), che imprime al proiettile sparato un moto vorticoso che lo fa girare su se stesso. Fuoriuscendo violentemente buca letteralmente l'aria mantenendo una traiettoria dritta e piuttosto precisa. La canna liscia invece non impedisce al proiettile di sbandare e di seguire una traiettoria piuttosto imprecisa ed imprevedibile. Difficilmente a lunga distanza riesce a raggiungere l’obbiettivo mirato. Avrete visto sicuramente quei film dove due duellanti di schiena si allontanano contando i passi e poi girandosi sparano all’avversario. Il più temerario sparava per secondo dimostrando così il suo ardimento. Questo perché difficilmente con le pistole dell’epoca e a quella distanza avrebbero fatto centro al primo colpo. Un duello di questo genere di protraeva nel tempo finché uno dei due non veniva colpito.
La grande svolta che conferma la supremazia dell’arma da fuoco, si avrà durante le Guerre d'Italia del XVI secolo. I francesi ancora radicati alla mentalità medievale, caricavano ancora i tedeschi e gli spagnoli con la cavalleria pesante frontalmente; questi li abbattevano a colpi di arma da fuoco disponendosi nascosti sui loro fianchi al loro passaggio. Le vecchie tattiche e le strategie militari medioevali si rivelavano così sempre più inefficaci ed anacronistiche. I nobili francesi poi si distinguevano e mantenevano altezzosi le distanze dai poveri fanti appiedati. Al contrario, i loro rivali avevano cominciato a collaborare combattendo coadiuvandosi. I risultati si videro con le sonore sconfitte francesi.
Nel Seicento ormai l'armatura serve solo per partecipare ai tornei o per sfoggiare il proprio elevato ceto sociale nelle parate. Le corazze si trasformano sempre più in meravigliose opere d’arte, particolarmente cesellate, eleganti ed egregiamente lavorate, come quella di Erik XIV di Svezia della fine del XVI secolo. Qualcosa di spettacolare.
Il prezzo di un’armatura era piuttosto rilevante. Solo un nobile molto ricco poteva permettersela. Se pensiamo che le fonti rivelano che un crociato secoli prima doveva impegnare tutti i propri possedimenti per avere il necessario per partire per la Guerra santa, immaginiamo quanto potesse costare un'armatura costruita su misura, come il vestito realizzato da un sarto di lusso. I suoi 25-30 kg di peso erano ben distribuiti su tutto il corpo, a dispetto della cotta di maglia che gravava soprattutto sulle spalle rallentando e appesantendo i movimenti.
Un cavaliere eseguiva una serie di prove indossandola, tra cui capriole, la ruota, la corsa o l’arrampicarsi su una scala. Questo permetteva di capire quanto si potesse essere agili con un'armatura fatta su misura.
È impensabile e dunque va sfatata la credenza che caduto da cavallo un cavaliere non riuscisse a rialzarsi a causa del peso portato… tutt'altro. Va aggiunto poi che un cavaliere veniva sempre seguito dalla sua “lancia”, ovvero il suo staff, la sua squadra solitamente formata da tre, cinque o sette uomini, tra cui un picchiere, un arciere, un balestriere, uno scudiero ed altre figure come fanti leggeri che lo sostenevano, difendevano e coadiuvavano durante il combattimento. Tutto quello che vedrete nello Stibbert è stato usato in situazioni analoghe.
Il museo presenta un'ampia selezione di armature del XV e del XVI secolo sulle quali avrete capito, preferisco soffermarmi tralasciando il resto della pur interessante e vasta collezione. Personalmente ritengo questo periodo particolarmente affascinante ed interessante dal punto di vista oplologico. Tra le armature esposte ci sono sia quelle da battaglia che da torneo, le seconde riconoscibili per l’estrema cura dei dettagli artistici. Ciò non esclude che molte anche se sgargianti, siano state usate anche in guerra.
Tutte sono molto belle, particolarmente lavorate, cesellate ed abbellite anche con l'accoppiamento di diversi metalli che risaltano le decorazioni. Intorno a queste vi è una copiosa collezione di armi bianche, spade di ogni tipo e periodo, armi in asta come alabarde, partigiane, lance… poi archi, balestre, pistolotti, moschetti, focili e fucili, archibugi, spingarde, scoppietti, bombardelle e molto altro.
Non perdetevi questa commedia in scena dal 22 gennaio al 25 febbraio, che festeggia quest’anno il decimo anno di repliche in Italia. Un successo strepitoso che vede ormai un cast solido e consolidato. Per me tutti visi noti, che ho avuto il piacere di seguire con una certa assiduità singolarmente e in diverse apparizioni teatrali. Attori esperti e navigati, particolarmente affiatati in grado di strappare i vostri applausi spellandovi le mani e procurarvi una distorsione alla mandibola a suon di risate.
Un gruppo di attori prova una commedia ambientata in una sontuosa villa inglese dove viene ritrovato un cadavere adagiato su un divano della grande sala. La bufera tiene isolato il luogo, ma un intrepido ispettore riesce ad arrivare e cercherà il colpevole tra i presenti, i cui intrighi movimenteranno la storia, mentre continui imprevisti complicheranno le prove coinvolgendo parenti, amici, servitori e… anche i tecnici che dovrebbero garantire la riuscita della messa in scena.
Questa commedia è nata in Inghilterra e si è propagata come un virus in tutto il mondo riuscendo a mietere successi ovunque sia stata presentata. Funziona bene perché la sua comicità riesce a colpire chiunque.
In continua evoluzione, aggiunge sempre nuove trovate che sorprendono il pubblico. È così divertente che non è insolito incontrare spettatori che collezionano repliche. Nel mio caso credo di essere alla sesta o settima volta sia perché la trovo particolarmente divertente, sia perché adoro il sorprendente cast.
Massimo Genco, Valerio Di Benedetto, Alessandro Marverti, Viviana Colais, Matteo Cirillo, Marco Zordan, Igor Petrotto e Stefania Autieri si avvicenderanno sul palco, si sostituiranno, interferiranno, spariranno e riappariranno nei momenti più impensati come pasticcioni imbranati, grazie alle continue peripezie che questo spettacolo ginnico e difficile impone.
Il palco diventa un campo di battaglia pieno di insidie in cui ogni oggetto non è mai dove dovrebbe essere nel momento in cui andrebbe usato, mettendo in difficoltà questa sgangherata compagnia teatrale.
Loro sono semplicemente eccezionali. Vi faranno credere di essere negati per la recitazione, oltre che particolarmente maldestri. Mentre ogni intoppo tecnico li affligge, loro persistono stoicamente. Cercando di conservare integrità e serietà, portano avanti un… disastro. Uno spettacolo adatto a tutti, a grandi come a piccini, ad amanti del teatro e non.
Amerete la storia, il cast, questi improbabili ma deliziosi personaggi e porterete a casa un bellissimo ricordo. All’uscita vi troverete a commentare le scene, le battute e le trovate più divertenti, i personaggi e gli attori che più vi hanno colpito e forse, come molti altri, programmerete per l’anno venturo di tornare a trovare i vostri beniamini. Allora tornerete a ridere per le stesse sequenze, aspettando quella che vi è piaciuta di più, così come si aspetta un treno che assolutamente non va perso.
Teatro Nuovo Orione
“Che disastro di commedia”
Di Henry Lewis, Jonathan Slayer ed Henry Shields, traduzione di Enrico Luttman
Regia Mark Bell
Il Premio “Energie per Roma” è un prestigioso riconoscimento ideato dal Centro Europeo di Studi Culturali – CESC, su iniziativa del Prof. Fabio Pompei e del Consigliere di Roma Capitale (Municipio XII) Alessandro Alongi, per celebrare e valorizzare l’impegno, il talento e l’energia positiva dei cittadini, delle realtà associative e delle attività imprenditoriali che si sono distinte nella città di Roma. Lunedì 12 gennaio nella Sala della Protomoteca in Campidoglio è stata premiata l’associazione Aps Le Ragunanze presieduta da Michela Zanarella, alla vice presidenza Giuseppe Lorin. L’associazione, con sede a Monteverde, Roma, da ben dodici anni organizza il premio internazionale “Ragunanza di poesia, narrativa, pittura e fotografia” sulle orme di Cristina di Svezia che ideò le “ragunanze”, termine barocco che indica i “raduni” degli artisti. Nel tempo l’Aps Le Ragunanze ha cercato di valorizzare Roma e il suo territorio, premiando i talenti provenienti da ogni regione d’Italia e anche dall’estero. Forte della collaborazione con il Consiglio regionale del Lazio, Municipio Roma XII, Ambasciata di Svezia a Roma, Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, Flipnews, Latium di Madrid, Leggere Tutti, Actas Tuscania, Wikipoesia, Vivere D’Arte, PuntoZip la cultura in un piccolo spazio e Brainstorming Culturale.
La Commissione ha motivato il Premio con le seguenti parole:
«Per il prezioso contributo al miglioramento della nostra comunità, attraverso un impegno costante e concreto, affrontando con competenza, visione e responsabilità le sfide della contemporaneità. La Sua azione, orientata al bene comune e alla crescita culturale, civile ed economica del territorio, rappresenta un esempio virtuoso di cittadinanza attiva e amore per Roma, ispirando un modello di partecipazione e dedizione che arricchisce l’intera Città».
Dopo il folgorante, profondamente toccante e anche divertente “Cinque donne del sud” che rivelavano (se ce ne fosse ancora bisogno) tutta la forza espressiva, la padronanza del palco e la grande capacità di vestire in un frenetico monologo donne completamente diverse tra loro, torna questa grande interprete con una nuova proposta.
Lo spettacolo ha in comune con quello solo la camaleontica poliedricità di Beatrice Fazi, che porta in scena un bellissimo e sentito monologo in cui veste più personaggi femminili (e anche qualcuno maschile).
Il testo è ambientato nella Napoli del Settecento e si incentra non solo sulla figura di una donna che si barcamena tra scontri di potere, ribellione sociale, sentimenti e vita personale sullo sfondo della cultura e dei valori dell’Illuminismo che si scontrano con la tradizione religiosa e l’ingenuità dei ceti poveri di Napoli.
Beatrice è Gloria, figlia del proprietario della stamperia reale di Napoli. Colto, attratto dagli ideali illuministi che circolano attraverso i testi della sua stamperia, ha lasciato in eredità alla figlia il desiderio di conoscenza e di libertà. Gloria racconta il suo incontro con Assunta, figlia di una prostituta dei vicoli di Napoli che inizia a lavorare al suo servizio e che lei cercherà vanamente di istruire. Nonostante la diversità culturale e caratteriale, tra le due si instaura un rapporto che le porterà a confrontarsi e a contaminarsi.
Gloria sogna di cambiare la società napoletana, assorbita ai Borboni, e di salvare l’attività del padre.
Assunta è legata alla superstizione e alla religione più bigotta, Gloria si è formata leggendo Rousseau, Diderot, Voltaire.
Nessuna delle due uscirà vincente dalla Rivoluzione del 1799, perché entrambe saranno travolte dagli eventi insieme ai loro sogni e alle speranze.
Gloria ci accoglie a inizio spettacolo prigioniera in una cella oscura e malsana, graziata dalla pena di morte e pronta per essere mandata in esilio in America, lontana dalla sua amata Napoli. Affranta e distrutta, prepara le sue poche cose che raccoglierà in una valigia testimone di tutta la sua vita, custode e protettrice dei suoi ricordi e degli affetti sempre più lontani.
In maniera struggente, profonda e a volte violenta per il dolore provato ci rende partecipi delle sue vicissitudini, raccontandoci tutta la sua storia e le motivazioni che l’hanno condotta all’amaro destino. Lo farà dando vita ad una pletora di personaggi riuscitissimi, alcuni nobili spocchiosi e alteri, altri semplici e rozzi popolani. Un cappello, una giacca, un grembiule e una cuffia trasformeranno l’attrice di volta in volta mentre la voce cambia insieme al tono e alla mimica. Tante persone in una interpretate in maniera eccelsa, che raccontano la cruda realtà del tempo dove non c’è spazio per idee libertarie, figuriamoci se espresse da una donna.
Attraverso dialoghi serrati e coinvolgenti in una scenografia che ricostruisce una cella con poche suppellettili e mobilie utilizzate dall’attrice per dare movimento alla scena, la donna urlerà il suo credo senza temere le conseguenze e affronterà con coraggio la prigionia, la solitudine e la paura. Anzi, userà ogni stratagemma per far arrivare al pubblico il suo messaggio: credere in qualcosa di più grande di se stessi, credere nel bene comune. Nella cella l’unica presenza, oltre ai suoi ricordi, è un ratto che la fa sobbalzare di tanto in tanto, a spezzare per un istante l’atmosfera dolorosa dei pensieri che però tornano subito a riempire la cella vuota.
Per Gloria arriverà la rivalsa personale. Uscita di prigione, potrà dedicarsi all’educazione dei giovani immigrati in America. A loro insegnerà come affermare i valori in cui ha sempre creduto.
Ho trovato particolarmente apprezzabili quei momenti in cui l’artista continua a parlare girando le spalle al pubblico, creando dei bei momenti introspettivi. O quando estrae da un separé o dalla valigia indumenti, bandiere, oggetti, anche burattini. Tutte trovate che arricchiscono la piece.
Beatrice ci regala un interpretazione avvincente, ricca di pathos, sanguigna, sentita, viscerale ed accorata, che esalta con grande maestria. È chiaro che vive con energia il suo personaggio e lo ama.
La regia di Marafante si sente e si vede, attenta ad ogni stato d’animo, movimento, espressione. Ha lavorato creando una bella sinergia con l’attrice sul testo di Palladino, ricco di sfumature, storia e umanità belle le musiche e gli effetti sonori che implementano il pathos. Insieme hanno lasciato il segno tenendo il pubblico con il fiato sospeso, immerso nell’ascolto di un pezzo di storia avvincente raccontata da un personaggio che trasuda forza, coraggio, speranza.
Napoli, donne e rivoluzione
Teatro 7 Off
Con Beatrice Fazi
Testo di Pierpaolo Palladino
Adattamento e regia Roberto Marafante
Per i fiorentini il nome è piuttosto comune, per i visitatori forestieri forse risulta un po' strano. Orsanmichele è la contrazione del nome “Orto di San Michele”. Qui era collocato il Mercato del grano, allestito all'interno della loggia e costruito tra il 1284 e 1290 su disegno di Arnolfo di Cambio. Quest'area era già nota nel IX secolo e dedicata al santo. L'oratorio era affiancato da un giardino o orto da cui prende il nome.
Ero stato in questa chiesa nove anni fa, una delle poche con accesso senza pagamento (per un romano abituato a centinaia di chiese capitoline con ingresso gratuito, Firenze risulta ostica alle proprie tasche. Nel capoluogo fiorentino quasi ogni chiesa prevede un ingresso a pagamento).
All'epoca trovai la chiesa molto affascinante anche se eccessivamente buia. Oggi è stata trasformata in un museo e soprattutto è stata degnamente illuminata, così da far risaltare tutti gli spettacolari affreschi del suo interno.
Nel 1304 l'edificio fu danneggiato da un incendio, fu dunque ricostruito un nuovo palazzo fondato dal Comune il 29 luglio del 1337. Il Mercato era posto al piano terra, mentre nei piani superiori era sistemato Il Granaio. La loggia era aperta e divisa in due navate con tre volte a crociera, ciascuna con pilastri in blocchi di pietra squadrati, da attribuire probabilmente ad Andrea Pisano, Francesco Talenti, Neri di Fioravante e Benci di Cione.
Nel 1339 il Comune concesse alle Arti fiorentine il privilegio di decorare l'esterno con le immagini dei propri santi patroni. Nel 1347 una raffigurazione deteriorata di Santa Maria, venne sostituita con la Madonna delle Grazie di Bernardo Daddi, quella che oggi si trova all'interno del tabernacolo marmoreo dell' Orcagna. Particolarmente venerata dai fedeli, è sempre stata illuminata con lumi ad olio e candele.
Il Mercato del grano venne infine spostato in un'altra sede, fu così che nel 1360, Simone di Francesco Talenti realizzò delle eleganti trifore in stile tardo gotico e la tamponatura delle dieci arcate sul perimetro che trasformano la Loggia in Oratorio.
Il tabernacolo marmoreo di Andrea di Cione detto l’ Orcagna, conserva al suo interno la Madonna col Bambino ed otto angeli dipinti da Bernardo Daddi, allievo di Giotto nel 1347.
La Madonna è seduta sul trono vestita con un mantello di color blu lapislazzulo, il Bambino in braccio le carezza il volto stringendo in mano un cardellino.
Secondo un'usanza orientale, il dipinto veniva coperto da un velo e mostrato ai fedeli solo il sabato, la domenica e in occasione del canto dei laudi, componimenti religiosi musicali e poetici di epoca medievale cantati in lingua volgare.
Il tabernacolo fu commissionato nel 1352. Ha pianta quadrangolare e arcate a tutto sesto con una cupola a padiglioni ottagonale intarsiata con pietre dure e tessere di mosaico in pasta vitrea. I colori che la compongono sono: rosso, verde, blu cobalto e giallo, mentre le sottostanti foglie sono invece di colore oro e argento.
Le immagini che si trovano nella chiesa ripercorrono la storia di Maria, tra cui la vita della Vergine rappresentata all'interno di riquadri ottagonali posti alla base e nel grande alto rilievo scolpito sul retro dove compare la scena della Dormitio Virginis e dell'Assunzione.
Oltre alla tavola dipinta, il tabernacolo conserva anche i beni preziosi offerti alla Confraternita. Così l’artista per proteggerli, si ingegnò creando una serie di sali scendi metallici. Sul retro dell’opera c’è una piccola porta per poter accedere allo spazio interno. Da qui si può salire tramite una ripida scala molto piccola al ballatoio posto proprio sotto la cupola. Qui con delle carrucole e delle funi venivano movimentate tre cancellate metalliche poste sotto al basamento che potevano chiudere completamente le tre arcate.
Nella navata posta sul lato sud vi è un ciclo di affreschi che decorano le volte delle due navate realizzate dal 1389 fino al 1410 ad opera di Mariotto di Nardo, Spinello Aretino e Nicolò di Pietro Gerini. Le immagini raffigurate erano state ideate da Franco Sacchetti, il novelliere poeta fiorentino d’adozione. Le dodici figure femminili del lato nord impersonano le tre epoche più importanti della storia biblica.
La prima campata rappresenta l'epoca della Prima Legge, con Adamo, Giacobbe, Abramo, Isacco e Noè; segue l'epoca della Legge di David, Giosuè, Mosè e Giuda maccabeo e poi l'Epoca delle Grazie. Sopra il tabernacolo della Vergine vengono rappresentate le figure di San Giovanni Evangelista, San Giovanni Battista e il Cristo benedicente con San Gioacchino.
Le vetrate che raffigurano le storie e i miracoli della Vergine, sono del 1386/1432, realizzare da Nicolò di Pietro Gerini, Lorenzo Monaco e Lorenzo Ghiberti.
La navata nord con volte quadripartite, ospita invece dodici figure femminili disposte in contrapposizione a quelle maschili della già citata navata sud. Nella prima campata troviamo Eva vestita di pelli, Rebecca moglie di Isacco, Sara moglie di Abramo e Rachele, sposa di Giacobbe. Nella seconda campata Giuditta, Ruth, Miriam ed Ester, mentre nell'ultima Sant'Anna con ai lati Santa Maria Maddalena, Santa Caterina d'Alessandria e la Vergine. Dietro all’altare in onore degli Ordini Mendicanti, sono raffigurati San Domenico sulla sinistra con un ramoscello di gigli, il bastone e il libro della Regola; mentre a destra c’è San Francesco e un francescano orante.
La chiesa ancora oggi conserva elementi architettonici che ricordano la sua funzione di Loggia del grano oltre che luogo di devozione. Se si guarda con attenzione le volte affrescate, si vedono anche numerosi anelli di ferro battuto che pendono da ogni vela; questi servivano come supporto per l'illuminazione.
Nella volta in prossimità dell'ingresso vi è una botola, qui venivano fatti passare i sacchi di grano da immagazzinare nei piani alti. La scala ricavata entro lo spazio del pilastro nord-ovest, ha una raffigurazione sull'architrave dello staio, il contenitore usato come unità di misura per la distribuzione del grano. Questo era l'unico collegamento con i piani superiori che permetteva la discesa e la salita delle persone. Lo scarico del grano avveniva a getto, attraverso delle bocche di apertura da due canali ricavati entro i pilastri centrali nella parete nord e ancora visibili.
Gli affreschi sui pilastri raffigurano i santi patroni delle Arti fiorentine, eseguiti nel tardo Trecento da Ambrogio di Valdese, Smeraldo di Giovanni e Niccolò Di Pietro Gerini. Vennero in seguito realizzati su commissioni delle Arti fiorentine, quattro tavole dipinte ad olio che riproducono le immagini di San Martino. Un'opera eseguita nel 1515 di Antonio Sogliani per l'Arte dei vinattieri. Santo Stefano è del 1570 eseguito da Francesco Morandini detto il Poppi per l'Arte della lana.
San Bartolomeo del 1485 è ad opera di Lorenzo di Crediti commissionato per l'Arte degli oliandoli e pizzicagnoli; San Giuliano di fine XV secolo rappresentante dell'Arte degli albergatori è invece attribuito a Jacopo del Sellaio o a Franco Botticini.
Al primo piano è stato allestito un ambiente monumentale coperto da volte a crociera in laterizio su pilastri di pietra, forte e chiara connotazione Trecentesca. Era la sede del Granaio Comunale, qui nel 1569 i Medici vi trasferirono l’Archivio notarile cittadino. Per agevolare l'ingresso, Cosimo I incaricò Bernardo Buontalenti di realizzare un cavalcavia di collegamento raggiungibile tramite una scala, che oggi è però scomparso. Questo era addossato al fianco meridionale del Palazzo dell'Arte della lana in via Calimala. L'archivio fu attivo fino al 1880, poi nel 1889 venne utilizzato per la pubblica declamazione delle opere di Dante Alighieri, la “Lectura Dantis”, a cura della Società Dantesca italiana, che oggi ha qui la sua sede. Vennero allora condotti importanti interventi conservativi e di consolidamento, a seguito di questi l'interno ospitò importanti mostre.
Al
secondo piano anche questo usato prima come granaio, poi archivio, nel 1960 vennero attuati altri restauri che asportarono la controsoffittatura Ottocentesca e restituirono l’originale solaio in legno mantenendo le due travi portanti lunghe ben 21 metri. Con le restanti travi, quelle rimosse, vennero ricavate dodici panche disposte oggi nella grande sala.
Sempre al secondo piano è esposto l'affresco che raffigura Il Martirio di San Bartolomeo 1350-1355 che proviene dalla Cappella Covoni della Badia Fiorentina, opera di Nardo di Cione, artista fiorentino seguace di Giotto e fratello dell' Orcagna. Sempre nel salone vi sono quaranta statue di profeti e santi in pietra arenaria che decoravano la sommità delle colonne di sostegno delle trifole esterne. Le sculture vennero rimosse perché particolarmente rovinate dal tempo e gli agenti atmosferici. Dopo essere rimaste per lungo tempo presso l' Opificio delle pietre dure, vennero restaurate e ricollocate su queste mensole. A queste si aggiungono altre cinque statue che in antichità ornavano i tabernacoli dell'Arte dei medici degli speziali e del cambio.
Dalle finestre si gode un ampio panorama della città e delle tabelle riportano le sagome e le indicazioni dei palazzi, delle chiese e dei monumenti che è possibile vedere.
Nel 1444, Cosimo di Giovanni, decise di lasciare il palazzo che i Medici avevano fino ad allora abitato per trasferirsi in via Larga, non lontano dal Duomo e dal Battistero. Commissionò perciò la progettazione di un nuovo palazzo al Brunelleschi. L’architetto entusiasta, si mise subito all’opera per accontentare il grande e ricco mercante qual’ era Cosimo, che gli avrebbe permesso grazie alle sue infinite risorse
economiche di esprimere senza freni tutte le sue doti di architetto.
Ma il progetto del Brunelleschi era esagerato, sia per dimensioni, che per bellezza. Cosimo, che conosceva i fiorentini, si rendeva conto che c’era un limite a quanto i suoi concittadini potessero accettare e per non fomentare la loro invidia ritenne saggio rinunciarvi.
Incaricò allora Michelozzo (1396-1472), che già aveva lavorato per lui e gli chiese di costruire un palazzo adeguato alla sua famiglia, ma sobrio e poco appariscente. Michelozzo lo accontentò, impiegando ben quindici anni per completarlo.
Cosimo, con la sua famiglia e la moglie, la contessina Bardi, il figlio Piero con la moglie Lucrezia Tornabuoni e i loro cinque figli, Lorenzo, Giuliano, Bianca, Maria e Nannina, e quattro schiavi, vi si trasferì quando l’ultimo piano doveva essere ancora completato.
Sempre su incarico di Cosimo, Michelozzo aveva realizzato al primo piano una cappella con un altare sul quale era stata collocata una tavola dipinta da Filippo Lippi (1406-1469) con l’Adorazione del bambino Gesù. Nel 1459, Cosimo, Piero e sua moglie Lucrezia, vollero che la cappella fosse affrescata con immagini che avessero per tema i Re Magi. L’opera fu commissionata a Benozzo Gozzoli (1420-1497), pittore fiorentino che si era formato con Beato Angelico (Giovanni da Fiesole).
Salendo le scale e arrivando al piano nobile del palazzo, un visitatore entra quasi con difficoltà in questa piccola cappella, rimanendo folgorato dai colori, dalla vivacità e dal realismo dei personaggi dipinti da Benozzo Gozzoli (come chiama Benozzo di Lese di Sandro il Vasari nella sua opera “Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti”).
Questa è una delle prime decorazioni eseguite dopo il completamento dell'edificio. Un vero capolavoro del pittore fiorentino.
La cappella privata dei Medici, aveva un accesso privato per la famiglia e uno pubblico, che permetteva di accogliere ospiti illustri in un ambiente generalmente privato.
Non era solo un luogo di preghiera, ma anche di fastosi ricevimenti atti a celebrare l’importanza politica dei Medici. Il tema dei Magi era caro alla famiglia perché legato al culto della regalità e alle celebrazioni dell’Epifania, che ben si prestavano per mostrare la loro grandezza.
La cappella fu realizzata nel 1459, aveva una forma quadrangolare persa nel Seicento per via di alcuni lavori eseguiti sullo scalone che ne asportarono un angolo.
Nelle tre pareti viene raffigurata la Cavalcata dei Magi, anche se i tre volti dei saggi sono in realtà ritratti dei potenti del tempo.
Attraverso il tema religioso, si voleva rappresentare il potere politico in cui i Medici si muovevano affermandone il loro potere insieme alle alleanze. Quello che si cela neanche troppo velatamente dietro la cavalcata, è infatti il corteo di papa Pio II Piccolomini arrivato a Firenze nell'aprile del 1458. Il papa faceva una tappa nel capoluogo toscano per poi recarsi a Mantova.
Il pontefice voleva radunare principi, nobili e autorità ecclesiastiche, per indire una crociata in difesa della cristianità contrastando l'avanzata turca in Europa. Per accogliere e onorare gli ospiti diretti a Mantova, furono organizzati diversi eventi: una giostra in piazza Santa Croce, un ballo, una caccia con animali feroci nella piazza del Mercato Nuovo, un banchetto nel palazzo dei Medici, un’armeggeria notturna in via Larga sotto il palazzo a cui partecipò in veste di signore e protagonista quel Lorenzo, che qualche mese prima aveva recitato il ruolo di giovane Magio nel corteo dell’Epifania.
Diverse personalità italiane precedettero l’arrivo del papa a Firenze per poi unirsi al suo seguito. Tra i tanti spiccava Galeazzo Maria Sforza, il figlio quindicenne di Francesco duca di Milano, e Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, alleati dei Medici e ritratti nell’affresco.
La tripartizione dei Magi simboleggia allegoricamente le tre età dell'uomo: giovinezza, maturità, vecchiaia; ma anche le stagioni. Gaspare posto ad est è vestito di bianco perché rappresenta la Fede, Baldassarre a sud di verde, colore della Speranza e Melchiorre ad ovest veste di rosso, evocando la Carità.
A Firenze il culto dei Magi aveva avuto sempre molto successo, fin dalla fine del 1300. In occasione dell’Epifania veniva organizzato un grande corteo, con numerosi cavalli e personaggi vestiti con fogge orientali con cui si voleva ricordare la cavalcata dei Magi, dalla Persia a Betlemme alla ricerca del Redentore.
Nel primo decennio del Quattrocento venne fondata una “Compagnia dei Magi”, che ogni tre anni organizzava feste e cortei.
Al rientro dall’esilio nel 1434, Cosimo cercò di riconquistare e mantenere il potere a Firenze. Una parte importante era sicuramente il controllo delle manifestazioni pubbliche, nelle quali la presenza e l’immagine della sua famiglia avesse e mantenesse una forte visibilità. Il corteo dell’Epifania rappresentava proprio una di queste importanti manifestazioni. Nel 1447, la Signoria stabilì che la festa dei Magi fosse celebrata sontuosamente, senza badare a spese, per recuperare le quali vennero anche decisi nuovi tributi.
I responsabili della Compagnia dei Magi sarebbero stati sempre esponenti della famiglia Medici o persone di loro fiducia: prima Cosimo, poi suo figlio Piero, infine il nipote Lorenzo il Magnifico, tutti con la carica di presidenti.
I Magi per i Medici, avevano assunto valenze simboliche rilevanti: erano diventati patroni dei re e dei cavalieri, dei sapienti e dei mercanti, dei viaggiatori e dei pellegrini. Uno dei Magi, Gaspare, a Betlemme aveva portato in dono la mirra, un farmaco, ed era così divenuto protettore dei medici e degli speziali. Cosimo ne fece il patrono della propria famiglia.
La sua professione di banchiere internazionale lo aveva messo in contatto con le corti di Borgogna, Francia ed Inghilterra, così anche lui ambiva ad assumere quegli stessi atteggiamenti regali, signorili e cavallereschi visti in quei luoghi. I cortei dell’Epifania, come pure le giostre, i tornei, le armeggerie, le solenni cerimonie, si prestavano bene a questa sua ambizione.
I Magi divenivano così potenti figure protettrici dei nobili. Cosimo seppe sfruttarne le figure per accrescerne l’immagine familiare e personale arrivando ad identificarsi in essi.
Il dipinto del Benozzo lascia estasiati. I personaggi si susseguono impegnati a partecipare al corteo, appaiono con vesti sgargianti e coloratissime, accompagnati da servitori e valletti. Tutti sembrano circondare l’osservatore, che rimane interdetto davanti a questa meravigliosa scena, schiacciato dall’opulenza e la grandiosità di questi personaggi. Ognuno ha una propria viva espressività, con la quale sembra voler trasmettere il proprio pensiero all’osservatore. Tutto intorno è molto realistico, vero, vivo.
I dignitari bizantini che parteciparono al corteo, con il loro sfarzo, la ricchezza e la dignità, colpirono il popolo fiorentino, così come gli artisti che rimasti affascinati vollero raffigurarli.
Niente nell’opera è lasciato in secondo piano, la cura per i dettagli è certosina. Armi, vesti, animali, piante, servi come grandi signori, niente sfigura, tutto è elegante e opulento. Nel paesaggio dove si svolge la cavalcata seppure idealizzato, si riconosce lo stile toscano tardo gotico rinascimentale.
Campi chiusi o aperti, coltivati e a pascolo delimitati da filari di alberi o siepi, sono attraversati da strade sterrate, da fiumi e ruscelli sormontati da ponti curvilinei. La vegetazione è piuttosto ricca: alberi, prati, macchie, cespugli con varie gradazioni di verde e inserti d’oro e d’ocra.
Si riconoscono cipressi, palme, aranci, pini, abeti, melograni, agrifoglio e rosacee. Il cielo è celeste, turchino o striato di bianco.
Tra gli animali ci sono uccelli come pavoni, anatre, fagiani, cardellini, falchi, colombe e cinciallegre. Poi cani, caprioli, ghepardi, cervi, lepri, linci, mentre delle greggi sostano tranquille sorvegliate da pastori.
Disseminati tra rocce e colline appaiono paesaggi urbani come città, borghi, castelli fortificati, ville, torri e casali rurali.
I ritratti della famiglia Medici sono in primo piano sulla parete a destra dell'altare. Un giovane a cavallo è identificabile come Lorenzo il Magnifico che precede il corteo su un cavallo bianco seguito dal padre, Piero il Gottoso ed il nonno, Cosimo de' Medici, entrambi a cavallo di una mula.
Seguono Sigismondo Malatesta e Galeazzo Maria Sforza, signori rispettivamente di Rimini e di Milano ospiti dei Medici, qui rappresentati per celebrare i successi politici della casata. Le casate dei Malatesta e degli Sforza si erano poi imparentate con i Paleologi, l’ultima dinastia governante di Bisanzio, alleati anche dei Medici.
Dietro di loro, un corteo di filosofi platonici italiani e bizantini, tra i quali si riconoscono gli umanisti Marsilio Ficino e i fratelli Pulci. Vicino ad essi si autoritrae Benozzo mentre guarda lo spettatore indossando un cappello rosso con una scritta: Opus Benotii (Opera di Benozzo). Quello girato di tre quarti è Lorenzo de' Medici adolescente.
In terza fila si scorgono dei dignitari bizantini con una lunga barba, forse Giorgio Gemisto Pletone, Giovanni Argiropulo, Isidoro di Kiev, Teodoro Gaza e Niccolò Perotti.
Nella fila successiva il personaggio con il berretto rosso e il fregio dorato è Enea Silvio Piccolomini, conosciuto come papa Pio II.
Nella parete a fianco c’è un personaggio barbuto su un cavallo bianco; questi è l'imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo accompagnato da tre ragazze a cavallo; sono le tre figlie di Piero il Gottoso e sorelle di Lorenzo e Giuliano, da sinistra: Nannina, Bianca e Maria.
Nella parete di sinistra l’anziano sulla mula è Giuseppe, il patriarca di Costantinopoli, davanti a lui Giuliano de' Medici il fratello minore di Lorenzo con un leopardo maculato sul cavallo. Troviamo poi Sigismondo Pandolfo Malatesta, Galeazzo Maria Sforza, Ciriaco d'Ancona con altri dignitari bizantini.
Più avanti, a fianco dell’altare, sulle pareti laterali, sono raffigurati due cori di angeli con lo stesso stile di Beato Angelico.
La pala d'altare, è una copia della fine del Quattrocento dell' Adorazione del Bambino di Filippo Lippi, oggi conservata a Berlino.
Ai vivi colori del dipinto si accostano i marmi colorati del pavimento e del soffitto dorato in legno accuratamente intagliato ed intarsiato su disegno di Giuliano da Sangallo.
Semplicemente stupend
D_Maestro Branchetti, il 18 gennaio debutterà al Teatro Fulvio a Guglionesi in provincia di Campobasso con 'Made in Italy', il nuovo testo di David Norisco che vede protagonista Barbara De Rossi. Ci può raccontare di cosa si tratta e quale visione dell'Italia vuole trasmettere al pubblico attraverso questa regia?
R-In realtà si tratta di un viaggio nel tempo e nello spazio… un viaggio poetico profondo, un viaggio nelle emozioni e anche nelle nostre radici, un viaggio profondo nell' "italianità” alla ricerca della nostra unicità come italiani. Barbara sarà una originalissima e fascinosa viaggiatrice che ci accompagnerà in un tour pieno di sorprese ed emozioni che affonda le radici più profonde nel nostro essere italiani e nella nostra cultura più profonda.
D- Made in Italy' si propone come un volo radente sulle nostre radici: in che modo ha integrato gli elementi della tradizione popolare — intesa come patrimonio di musiche, dialetti e costumi — per restituire al pubblico un'immagine autentica e non stereotipata dell’Italia?
R- Beh devo dire che la cultura e le tradizioni popolari e le nostre radici più profonde sono e costituiscono l'ossatura del "viaggio" che Barbara fa in questo spettacolo, un viaggio alla ricerca di un'identità che forse abbiamo perduto attraverso una globalizzazione forsennata e forse abbiamo perduto anche il senso e la bellezza dello stesso "essere italiani" nella nostra antropologica e meravigliosa unicità.
D-In un momento storico così frammentato, 'Made in Italy' sembra voler ricomporre un mosaico d’identità. Se ci dovesse essere un messaggio nello spettacolo quale sarebbe?
| Stefano BRaghetti |
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R- Il messaggio di questo spettacolo è senz'altro un inno alla diversità… un incoraggiamento profondo a guardare all'Italia fino nella provincia più profonda con grande orgoglio e non a cercare sempre altrove ciò che l'Italia è ed ha avuto negli anni ai più alti livelli, parlo di cultura, letteratura, di poesia, musica e molto altro.
D-Che tipo di centralità occupa la presenza scenica di Barbara De Rossi nell'equilibrio complessivo dello spettacolo?
R-Barbara in questo spettacolo ha il ruolo di una "viaggiatrice" molto speciale, coraggiosa e fascinosa, in una sorta di volo nel tempo e nello spazio che ci riconduce alla nostra essenza, al nostro "io" più profondo, attraverso un'analisi psicologica straordinaria di quello che significa essere italiani attraverso la nostra poesia facendo conoscere le nostre tradizioni e accompagnati dalla nostra musica. È davvero una grande prova di attrice questa di Barbara De Rossi.
D- Quale tipo di esperienza immersiva ha voluto costruire per lo spettatore in questo spettacolo?
R-Beh mai come in questo spettacolo ho voluto coniugare la recitazione con la musica con le luci con le atmosfere che nascevano spontanee in questa ricerca in questo viaggio misterioso e pieno di fascino alla ricerca delle nostre radici; è lo spettacolo di un "viaggio" è lo spettacolo di una "ricerca" è lo spettacolo di un cercare se stessi attraverso la nostra storia le nostre tradizioni; uno spettacolo credo molto originale, pieno di sentimento e di tantissimi spunti di riflessione per il pubblico.
L’apparato sonoro e l’estetica scenica si fondono in una dimensione di 'sogno poetico', attingendo direttamente al fascino del nostro inconscio collettivo. Lo spettacolo invita lo spettatore a un viaggio introspettivo tra passato e presente, riconnettendolo con quegli aspetti della vita che la modernità tende a oscurare. È un richiamo a distogliere lo sguardo dalle distanze siderali del quotidiano per tornare a guardare vicino a sé e, soprattutto, dentro di sé.
D- Questo debutto rappresenta l'inizio di un percorso più ampio? Farete una tournée ?
R- Sì saremo in tournée in tutta Italia e mi auguro che anche l'anno prossimo venga ripreso; tengo molto a questo spettacolo che mi ha permesso di tornare alla cultura italiana più alta, più profonda, sia che si parli di musica che di poesia o addirittura di tradizioni popolari di cui sono appassionato cultore .
Made in Italy” Viaggio nell'Italianità: Quando il teatro esplora le nostre radici
regia di Francesco Branchetti
Protagonista: Barbara De Rossi
Esiste una dittatura silenziosa, ai giorni nostri, che ci impone di essere sempre vincenti, performanti e impeccabili. | Muzzi con Marzia Carocci |
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C’è una melodia che attraversa cinquant’anni di musica italiana, ed è scandita dal tempo e dalla voce di un artista che non ha mai smesso di innovare. Tony Cicco non è solo il leggendario fondatore e batterista-cantante della Formula 3; è l’uomo che ha dato forma sonora ai capolavori di Lucio Battisti, l’unico compagno di viaggio scelto per calcare i palchi in quel tour storico che è rimasto impresso nella memoria collettiva.
Questo spazio é dedicato a Tony Cicco per raccontare l'uomo e l'artista, tra la memoria di una carriera straordinaria e la visione dei suoi futuri impegni live.
D-"Come è nata la collaborazione con Lucio Battisti e cosa hai provato la prima volta che hai suonato 'Questo folle sentimento'?"
R-“La collaborazione con Lucio Battisti nacque al 'Paip’s' di Milano, dove ci esibivamo ogni sera verso la fine del 1969. Lucio aveva appena fondato, insieme a Mogol, l’etichetta discografica Numero Uno e, colpito dal nostro sound, ci scritturò come suoi primi artisti. Scrisse per noi il nostro primo grande successo, 'Questo folle sentimento', che in poche settimane conquistò le vette della Hit Parade di Lelio Luttazzi. Fu un’emozione immensa sentire per la prima volta il suono della mia batteria e della mia voce risuonare in radio e in televisione.
"D-"La Formula 3 aveva un suono molto particolare, tra rock progressivo e melodia italiana. Come riuscivate a fondere queste due anime?"
R _Il suono particolare della formula 3, scaturiva da tre musicisti con personalità diverse e proprio per la formazione trio rock senza basso, si suonava in modo diverso spaziando dal genere classico,
blues e pop sinfonico
D-"Siete stati l'unico gruppo ad accompagnare Battisti in tour. Che atmosfera si respirava sul palco durante quelle 20 date leggendarie?
R-“La nostra collaborazione con Battisti era totale: interpretavamo le sue canzoni in studio, suonavamo nei suoi dischi e fummo gli unici ad accompagnarlo dal vivo in quelle venti leggendarie date del tour.
D-"Dopo lo scioglimento della band, hai intrapreso la carriera da solista. Com'è stato passare dal ruolo di batterista a quello di voce leader e protagonista assoluto delle classifiche?
R-Con coraggio e tenacia ho intrapreso la carriera da solista, distinguendomi come batterista, cantante e compositore. Grazie alla collaborazione con un team di prestigiosi musicisti e con il produttore Gianni Boncompagni, ho realizzato il mio primo album 'Cico Notte'. Il disco, impreziosito dai testi di Carla Vistarini, ha riscosso un immediato successo con il singolo 'Se mi vuoi'. Parallelamente, ho consolidato la mia attività di autore per grandi interpreti quali Caselli, Carrà, Bertè, Mannoia e Di Capri."
D-"Oltre alla musica, sappiamo che hai una passione per la pittura. In che modo l'arte figurativa influenza il tuo modo di scrivere canzoni?
R- In realtà, provavo per hobby con qualche mio personale dipinto, ma la Musica era ed è la mia
Assoluta priorità di vita.
D- "Tony, la tua energia sul palco sembra non esaurirsi mai. So che hai in programma una data importante all'EcoTeatro di Milano il 24 gennaio 2026 con lo spettacolo 'Siamo tutti figli di Battisti'. Cosa deve aspettarsi il pubblico da questo tour e quali sono le altre tappe dove i fan potranno venirti a trovare prossimamente?
| Tony Cicco |
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“R-La mia energia si scatena da sempre sul palco: è quello il momento in cui amo di più condividerla con il pubblico. Il 24 gennaio 2026 tornerò dal vivo insieme ai miei compagni della Formula 3, Ciro Di Bitonto alle tastiere e Angelo Anastasio alle chitarre, con lo spettacolo: “Siamo tutti figli di Battisti!”
D-"Per chi volesse seguirti dal vivo oggi, dove ti porterà il tour nei prossimi mesi? Ci sono piazze o teatri a cui sei particolarmente legato dove farai tappa a breve?"
R- Le date del Tour saranno aggiornate di volta in volta sulle mie pagine social. Il 20 Gennaio 2026
saremo al “Teatro Verdi” di Brindisi
D-Oltre alle date italiane, c'è la possibilità di vederti anche all'estero, visto il successo che la vostra musica ha sempre avuto in paesi come il Brasile o il Giappone?
R-Ancora oggi, la mia energia si sprigiona sul palco. Dopo il recente successo del 13 dicembre 2025 al Teatro Auditorium di Portorose (Slovenia), mi auguro che il tour possa toccare nuove mete internazionali. Nel frattempo, vi aspetto il 24 gennaio 2026 insieme ai miei compagni della Formula 3, Ciro Di Bitonto e Angelo Anastasio, con lo spettacolo: 'Siamo tutti figli di Battisti!’.
D-A te adesso Tony, lascio uno spazio “bianco” dove non c’è una domanda ma un motivo e una possibilità per dire al tuo pubblico tutto ciò che desideri.
R- Mi auguro di poter continuare con l’energia di sempre questo meraviglioso mestiere della Musica e di condividerlo su un palco con un pubblico sempre più vasto.
È stato un vero piacere, Tony. Ci hai ricordato che la grande musica non ha data di scadenza e che c'è sempre un nuovo palco da conquistare. Invitiamo tutti a seguirti dal vivo — a partire dall'appuntamento all'EcoTeatro di Milano — per vivere quell'emozione che solo tu sai trasmettere. Grazie per essere stato con noi e in bocca al lupo per tutto quello che verrà!