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Venerdì 6 e sabato 7 Marzo 2026 il Mediterraneo Festival Corto ai Castelli Romani celebrerà i dieci anni del Premio stampa “Matchnews”.
L’iniziativa, patrocinata dai comuni di Marino e Nemi, vedrà la proiezione dei dieci cortometraggi che nelle scorse dieci edizioni del Mediterraneo Festival Corto hanno vinto il Premio Stampa assegnato dalla rivista online “Matchnews”.
Bellissimo il contesto nel quale si svolgerà la rassegna cinematografica. Le città di Marino e Nemi, entrambe all’interno della Città Metropolitana di Roma Capitale, sono immerse nella natura dei Colli Albani. Rientrano, infatti, nel Parco regionale dei Castelli Romani e sono incastonate tra i meravigliosi laghi di Nemi e Albano. Entrambe di fondazione pre-romana, conservano nel cuore dei propri borghi, le tracce che ne hanno segnato la storia.
I due sindaci, Stefano Cecchi, del comune di Marino, e Alberto Bertucci, del comune di Nemi, attraverso la concessione del patrocinio e la volontà di ospitare l’evento, hanno dimostrato quanto la zona dei Castelli Romani sia sensibile alla “settima arte” anche in considerazione del fatto che, molte località adiacenti, sono state nel passato set di ripresa di grandi film che hanno fatto la storia del cinema italiano. Un ruolo determinante, affinchè tale evento possa essere vissuto dai cittadini, lo ha avuto sicuramente Ettore Pompili, presidente onorario dell’associazione Nuova Castelli Romani, un’associazione che sul territorio si dimostra sempre molto sensibile ad individuare attività culturali di livello da proporre alle amministrazioni ed ai cittadini.
Le proiezioni avverranno nelle due giornate del 6 e 7 Marzo 2026 ed avranno inizio alle ore 17,00 all’interno della Sala Lepanto del comune di Marino. Verrà designata una commissione che sarà chiamata a valutare i cortometraggi attraverso una scheda nella quale si potrà esprimere la votazione. Al termine delle due giornate di proiezione, chi avrà totalizzato il maggior punteggio vincerà il Premio Stampa decennale “Matchnews” che sarà consegnato il 1° luglio 2026 durante la XVI edizione del Mediterraneo Festival Corto che si svolgerà dall’1 al 5 luglio a Diamante (CS), in occasione della conferenza stampa di presentazione della rassegna.
È prevista la presenza di Antonio Bartalotta, direttore responsabile di Matchnews, insieme a tutta la redazione della rivista online e, di Francesco Presta, direttore artistico del Mediterraneo Festival Corto.
Ad essere proiettati i film a cui è stato assegnato il Premio Stampa Matchnews dal 2016 al 2025:
2025 “A piedi nudi” di Luca Esposito; 2024 “Warpigs” di Giacomo Pellegrini; 2023 “Briciole” di Rebecca Marie Margot; 2022 “Diritto di voto” di Gianluca Zonta; 2021 “Il Gioco” di Alessandro Haber; 2020 “L’oro di famiglia” di Emanuele Pisano; 2019 “La gita” di Salvatore Allocca; 2018 “Il regalo di Alice” di Gabriele Marino; 2017 “Il viaggio di Sarah” di Antonio Losito; 2016 “Il sarto dei tedeschi” di Antonio Losito.
“… c’è motivo per dubitare che, anche in assenza di funzione cerebrale, il paziente che respira sia del tutto morto.
In questa situazione d’ineliminabile ignoranza e di ragionevole dubbio, l’unica massima corretta per agire consiste nel tendere dalla parte della vita presunta.”
Hans Jonas
“Del resto, è noto il principio morale secondo cui anche il semplice dubbio di essere in presenza di una persona viva già pone l’obbligo del suo pieno rispetto e dell’astensione da qualunque azione mirante ad anticipare la morte.”
Papa Giovanni Paolo II
In questi giorni, davvero insistente e martellante è stata (e continua ad essere) l’attenzione mediatica rivolta al piccolo Domenico, il povero bimbo morto dopo aver subito un trapianto di cuore.
Molti gli interrogativi sollevati su quanto accaduto e non poche le zone d’ombra in merito a quella che, in maniera oltremodo perentoria, viene, unanimamente quanto sbrigativamente, definita “un’incredibile catena di errori”. Fra questi interrogativi, però, risultano assenti quelli che, invece, meriterebbero di essere considerati come veramente cruciali ed irrinunciabili.
Innanzitutto:
dal momento che il piccolo cuore risultato “danneggiato” in seguito a presunte procedure erronee non è una “cosa”, bensì parte vitale del corpo di un altro bimbo, qualcuno si domanda se lo si è espiantato quando non era più funzionante, da un corpo oramai privo di vita (quindi “cadavere”), oppure quando era ancora funzionante, e perciò “sano” (in quanto “vivo”!), da un corpicino che, quindi, cadavere non avrebbe potuto certo essere considerato? 
In altre parole, non è sconcertante constatare come il pensare comune non sia minimamente turbato dagli aspetti paradossali dell’ideologia del sistema trapiantistico (da sempre abilissimo nell’opera di autocelebrazione), il quale ritiene “normale” che, da un organismo considerato non più “vivo” (e certamente quindi non più molto “sano”), possa venire legittimamente prelevato un cuore (“vivo” e “sano”), capace di continuare a vivere in un corpo non suo?
Insomma, possibile che nessuno si domandi come possa un organo funzionante provenire da un corpo realmente soggetto alla morte?
Possibile che nessuno si interroghi sulla effettiva fondatezza scientifica e sull’accettabilità etica, giuridica e religiosa dell’invenzione concettuale (di chiara impronta utilitaristica) della “morte cerebrale”?
Possibile - mi chiedo - che, nonostante i numerosi casi di “morti cerebrali” ritornati “miracolosamente” in vita, nessuno venga sfiorato dal dubbio, dal sospetto che l’ideologia della “morte cerebrale”, su cui si fonda necessariamente la pratica del trapianto di organi, sia cosa molto più vicina alla irrazionalità della fede, piuttosto che alla moderna scienza sperimentale?
In conclusione, non sarebbe doveroso, da parte di tutti noi, credenti e non credenti, riflettere attentamente sulle sagge parole di Giovanni Paolo II, il quale, come non pochi filosofi, teologi e scienziati*, in un discorso del 1989, si trovò a parlare di
“una reale probabilità che la vita della quale si rende impossibile la continuazione con il prelievo di un organo vitale sia quella di una persona viva”?
*Si vedano, in particolar modo:
Roberto De Mattei (a cura di), Finis Vitae. La morte cerebrale è ancora vita?, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007.
e il mio Vivi o morti? Morte cerebrale e trapianto di organi: certezze vere e false, dubbi e interrogativi, edizione aggiornata e ampliata, edizioni Efesto, Roma 2023.
Antonio Giuliani ha ancora bisogno di presentazioni?
Di nuovo ospite al Teatro Nuovo Orione, torna con un nuovo spettacolo dal titolo apparentemente futuristico: “The Machine”, “La Macchina”, ma il suo One man show non ha nulla di meccanico, freddo, distaccato o inumano e sottolinea proprio il contrario. Il titolo è un richiamo al passato personale, quando per il suo vulcanico cabaret veniva soprannominato “la macchinetta”. Un appellativo che testimonia il continuo sfornare battute senza pause e che si rivela un giusto riconoscimento al suo stile.
Ancora una volta Antonio si dimostra grande comico ricco di passione e idee, ma questa volta lo spettacolo include degli ospiti che danno un taglio nuovo alla proposta. Così, eccolo accompagnato da Ginevra Marani, che balla sinuosamente sulle note di un pezzo moderno dove si inserisce Antonio cercando di emularla. Poi troviamo la coppia formata da Paolo e Costanza, un duo che anticipa l’entrata di Antonio, vestito da centurione romano, per riportarci ai fasti imperiali e metterli criticamente a confronto con la Roma di oggi, così diversa da quella ereditata dai nostri avi.
Paolo e Costanza dimostrano ottime doti canore e musicali mentre interpretano gradevoli medley di stornelli romani, non lesinandoci una lacrimuccia e un sorriso. Molto bravi.
Si aggiunge un’altra chicca, Antonio Catalano. Anche lui, con una comicità tutta romana, ci parla dell'inutilità dell’uomo quando, nel management della coppia, cerca di occuparsi delle faccende domestiche combinando solo guai. Un altro bell’ intermezzo.
Antonio ritorna sempre più carico tra un ospite e l’altro come un treno in corsa senza freni, inarrestabile e travolgente. Un perfetto meccanismo da scena che ci presenta i suoi ricordi degli esordi da cabarettista con tutte le difficoltà incontrate con un pubblico particolarmente critico e ostico con i poveri esordienti, molti dei quali hanno cambiato mestiere; l’umorismo verso il paddle, gli ultimi tornei di tennis e soprattutto gli sport invernali delle Olimpiadi; l’abituale digressione sui romani in gita fuori porta, con le loro abitudini e le colorite battute; il salto indietro alla gioventù dei sessantenni di oggi come lui, con le prese in giro sui difetti fisici e con i giochi
dall’infanzia all’ adolescenza; l’uso smodato del cellulare da parte dei giovani di oggi che tende ad isolarli. Questi e tanti altri argomenti si inseguono davanti a uno sfondo animato molto suggestivo che cambia di tanto in tanto.
Antonio è un artista che sa stare sul palco e catturare l’attenzione del suo pubblico sempre più affezionato che lo segue dagli esordi. Un pubblico abituato ai suoi eccessi, alla comicità dirompente e travolgente, ricolma di battute sparate a raffica, a cui abbina una mimica e delle movenze inconfondibili. Un artista che si dimena sul palco senza sosta con l’occhio spiritato e la stessa grinta di sempre che farebbe invidia ad un adolescente. Un talento naturale.
E allora approfittate, venite a passare una serata in allegria con Antonio The machine Giuliani!


Teatro Nuovo Orione
“The Machine”
Di e con Antonio Giuliani
Nel centenario del Nobel a Grazia Deledda, si è svolto a Praga nei giorni scorsi il workshop europeo dedicato alla promozione turistica della Sardegna a Praga, organizzato dal tour operator ceco Sardegna Travel di Martina e Antonio Costantino, in collaborazione con la Regione Autonoma della Sardegna e col sostegno dell’Ambasciata d’Italia a Praga, dell’Istituto Italiano di Cultura e della Camera di Commercio e dell’Industria Italo-Ceca (CAMIC). Anche grazie all’impegno dell’assessore regionale al Turismo Franco Cuccureddu, il workshop di quest’anno è stato inserito nel calendario degli eventi di interesse internazionale della Regione Sardegna.
La sede del CAMIC ha visto partecipare venticinq
ue operatori sardi a sessioni B2B con una trentina di rappresentanti del settore provenienti da Bulgaria, Danimarca, Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Svezia. Al centro del confronto i viaggi sostenibili, politematici e con nuove stagionalità. Un obiettivo favorito anche dai collegamenti diretti tra Praga e gli aeroporti di Cagliari e Olbia.
Nel teatro Boccaccio del Grand Hotel Bohemia si è svolta la serata di gala conclusiva, dedicata a Grazia Deledda nel centenario del Premio Nobel, unica scrittrice italiana ad averlo ottenuto nel 1927 per il 1926. L’evento, aperto da un saluto dell’Ambasciatore d’Italia Alessandro Gaudiano, con la presenza anche del vice-direttore dell’Istituto di cultura Vito De Lollis, ha visto l’intervento di Neria De Giovanni, saggista e critica letteraria, che ha conversato sulla vita e l’opera dell’autrice, di cui è tra le maggiori esperte a livello internazionale, trasmettendo entusiasmo ed interesse verso Deledda i cui romanzi sono tradotti in ceco. E’ seguita una applauditissima esecuzione di alcuni brani di musica identitaria sarda da parte della musicista algherese Elisa Ceravola col suo flauto traverso che ha accompagnato anche la proiezione di un filmato muto sugli itinerari deleddiani messo a disposizione dalla Società Umanitaria di Cagliari. Tra gli omaggi della serata, la presentazione della traduzione in ceco e inglese del monologo di Marianna Sirca tratto dal libro di Neria De Giovanni “Donne di Grazia” (Nemapress edizioni), un breve tributo teatrale della celebre attrice ceca Lenka Termerova .
Lo chef italiano Riccardo Lucque ha proposto eccellenze enogastronomiche ispirate all’opera di Deledda anche traendo spunto da “A tavola con Grazia” (Il leone verde editore), secondo libro di Neria De Giovanni sull’argomento.
Vien voglia di chiedersi se c’è ancora da dire e scrivere di William Shakespeare. Ebbene, dopo aver visto Hamnet, senza esitazione alcuna, dichiaro: SI. Gli inglesi lo ritengono il loro più rappresentativo poeta talchè lo dicono il “Bardo dell’Avon” (bardo: poeta che esalta le aspirazioni o le tradizioni del proprio popolo o della stirpe, sia dal punto di vista politico che religioso) o il "Cigno dell'Avon". Ci ha lasciato ben 38 testi teatrali, 154 sonetti, 3 poemi e tutta una serie di opere in versi. Le opere teatrali sono state tradotte in tutte le maggiori lingue del mondo e sono state inscenate più spesso di qualsiasi altra opera; è lo scrittore maggiormente citato nella storia della letteratura inglese, molte delle sue espressioni linguistiche sono entrate nel lessico inglese quotidiano. Di Lui oggi ci sta parlando Chloé Zhao, pseudonimo di Zhao Ting, (Pechino, 31 marzo 1982), regista, sceneggiatrice, produttrice cinematografica e montatrice cinese naturalizzata statunitense e anche migliore regista, anzi la seconda donna a trionfare in questa categoria. Occhio femminile orientale, ma con sguardo direi planetario, sa presentarci uno Shakespeare fresco d’aria boschiva, tenero eppure crepitante come le foglie che tappezzano la scena del suo innamoramento, allorchè Agnes lo colpirà esattamente e contemporaneamente dentro il cuore e dentro la parte più preziosa dei suoi pensieri.
Galoppare una vita sullo schermo gigante del cinema è ben altro che leggere una biografia, occorre una speciale abilità, vieppiù se la storia è mutuata da un romanzo. Le vibrazioni della sala, sod out, hanno perforato il soffitto della stessa, tanto era potente la loro frequenza energetica, tali erano le emozioni e la somma delle emozioni, tale era il silenzio, talmente denso e compatto da poterlo quasi toccare, saturava l’aria fino a farmi tossire poiché l’ossigeno è stato soppiantato letteralmente dall’atmosfera che la donna-fata-maga Zhao ha composto con magistralità rasente il soprannaturale. Jessie Buckely è perfetta nel personaggio agreste e selvatico di Agnes, perfetto il volto sprigionante il fascino antico proprio delle donne herbarie, figure centrali nelle comunità antiche; sorta di farmaciste e medichesse maestre nella conoscenza e nell’uso terapeutico di piante ed erbe.
Agnes cura tutti e se stessa, è finanche la “mammana” di se stessa e del suo primo parto. Magistrale la scena di lei che -accovacciata nella radura dell’amato bosco -casa assoluta- urlerà l’arrivo della nuova vita aggrappata alle solide radici dei millenari fraterni alberi. Quell’ urlo di dolore fisico che saprà essere canto maternale. Dentro quel canto e dentro la foresta, abbracciata dalla nuda-materna terra, aspetterà il suo amore, William, l’amore della sua vita, di tutta la sua vita. Lo aspetterà stringendo fra le braccia e mangiando con lo sguardo il loro primo frutto. Con ancora la sostanza del suo grembo, unta di quella sostanza, così, porgerà la bimba a William, Lui con infinita tenerezza la prenderà e si colmerà d’estasi, l’estasi che ha bucato lo schermo ed è arrivata dritta al cuore degli spettatori. Ho pianto! Il mondo ha bisogno di questo film. Abbiamo bisogno di storie d’amore, soprattutto di amori eterni tessuti di fatica, determinazione, volontà e tenerezza. Tenerezza finanche dentro un addio, l’addio più feroce che ci sia, la morte di un figlio, che, in questo caso, è anche l’unico figlio maschio: Hamnet. E ancora, Agnes che cura tutti e se stessa è colei che cura amorevolmente il suo William…sempre, anche quando lo strazio della penna che non sa scrivere il ciclopico tormento che s’aggruma e fatica a fluidificarsi nell’inchiostro uscirà con l’urlo del disagio dolorosissimo, quel disagio che è anelito, opportunità despota e insopprimibile che lo chiama a Londra. Anche allora Agnes continuerà e continuerà a curare tutto e tutti e, mentre Lui galoppa la vita dentro il mondo della drammaturgia e del teatro, Lui che sempre ritorna a lei…lei, segnata talvolta più acutamente dalla sua assenza, manifesterà il bisogno della presenza e la durezza della sua assenza. Sarà lungo il cammino dentro il tempo e perfino dentro lo strazio della peste,
aspro il cammino dentro l’incomprensibile perdita di Hamnet, dopo questi estenuanti cammini Agnes deciderà di raggiungerlo.
E sarà allora che vedrà la piccola, piccolissima scarna stanza in cui William vive e genera le sue opere, a fronte della casa grande, la più grande della cittadina, che lui ha acquistato per la famiglia; allora e lì, in parte, comprenderà poichè tutta la comprensione arriverà allorchè, spettatrice dell’opera Hamlet, a teatro, tra la folla perduta nell’estasi totalizzante della tragedia, con tanti occhi in lacrime attorno a lei, lì nell’assistere alla teatrale letteraria resurrezione di Hamnet incarnato nello splendido Amlet rivelatore e pacificatore, lì e allora vivrà il miracolo della riconnessione piena con William…e sarà profonda e irrimediabilmente indissolubile…dopo di che: tutto il resto sarà silenzio. Se l’intuizione e la creatività di Maggie O’Farrell sono state intriganti e accattivanti, se nel romanzo è riuscita a dosare bene: amore e abbandono, perdita e riconciliazione e incunearvi finanche la pulce imbarcatasi ad Alessandria d’ Egitto e arrivata a diffondere la peste a Venezia e in tutta Europa, la magìa di una regista dagli occhi e dalle mani magiche, quelli di Chloé Zhao, hanno fatto il capolavoro che dal 5 febbraio è nelle sale cinematografiche.
L’intero cast più che sembrare, è rivestito dell’alone sacrale, a tratti misterico e mistico del film. I parti di Agnes sono metafore di parti di Madre Natura. Altrettanto simbolico e potente è il parto teatrale di William che sa restituire -pur nella finzione scenica- la profondità della vita, della morte e dell’amore che ci dimostra come possa essere assoluto e perenne; anzi, con l’azione scenica il parto di Wialliam fa di più: si fa salvifico e risana le ferite dell’amore, della morte-perdita e le fratture della connessione. Hamnet-Hamlet si fa medicina efficace tale quali le medicine che Agnes-erbaria sa preparare. Golden Globe come
miglior film drammatico di una regista, la Zhao, già Premio Oscar. Maggie O’Farrell è una Agnes che resterà nella storia del cinema, magnifico anche Paul Mescal nel ruolo di William Shakespeare, sorprendente il giovane Jacobi Jupe nel ruolo del piccolo Hamnet Shakespeare, Joe Alwyn nel ruolo di Bartholomew, ed Emily Watson in Mary Shakespeare, David Wilmot nei panni di John Shakespeare padre del poeta, Jack Shalloo in Marcellus, Olivia Lynes in Judith Shakespeare, Justine Mitchell in Joan Hathaway, Bodhi Rae Breathnech in Susanna Shakespeare, Freya Hannan-Mills in Elisa Shakespeare, Noah Jupe nel ruolo di attore di teatro e Shaun Mason l’altro attore di teatro. Mi piace ricordare, e lo stigmatizzo, che Alessia Amendola ha dato la voce ad Agnes e Manuel Meli a William.
Milena Petrarca è una nota pittrice ma nello stesso tempo, poetessa, letterata, disegnatrice di murales e restauratrice. Nata a Pozzuoli (Napoli), ormai da anni vive e lavora Latina ed ha tre figli. Fin da piccola ha convissuto nel suo ambito familiare, circondata dall’arte più vera: quella dei quadri, della musica e del canto. Sua madre la poetessa e Prof.ssa Maria Panetty Petrarca era una grande scrittrice di Opere teatrali, drammaturgo e autrice di canzoni napoletane. Il padre era invece un ingegnere capo del Comune di Pozzuoli e dell’Olivetti. Milena Petrarca studiò all’istituto d’Arte Filippo Palizzi a Piazza del Plebiscito di Napoli, dove conseguì il titolo di maestra d’Arte. Milena negli anni sviluppò la sua arte e la sua cultura con il contributo di insegnanti straordinari come il grande scultore Lelio Gelli e agli imput che riceveva da casa, da suo zio Tommaso Panetty, pittore (che oltre che grande scienziato, era anche un inventore) e sua sorella Elena Petrarca. Con gli anni Milena affinò la sua tecnica, a Pozzuoli espose i suoi primi quadri e all’età di quindici anni, partecipò ad un concorso con i grandi pittori della zona, dove vinse il primo premio.
Attualmente Milena è Presidente provinciale dell’Associazione Internazionale Magna Grecia che promuove la cultura del Mezzogiorno con un Premio internazionale che ogni anno è assegnato a personalità del mondo della cultura e dell’arte. L’associazione di Latina ha continui scambi con le rassegne artistiche internazionali, pertanto Milena Petrarca anni fa si recò ad esporre con più di cento quadri nella sede di New York (in occasione del cinquecentenario di Cristoforo Colombo). Nella” Grande Mela” dove in quell’evento internazionale, c’erano tutti i più grandi pittori degli Stati Uniti e di tutto il mondo, Milena Petrarca riuscì ad ottenere il prestigioso riconoscimento dal governo di New York:” Artistic Achivement Award Gallery”. Grazie a questo premio, venne inserita dal grande critico Mario Fratti tra i più importanti artisti del gruppo “Realismo Magico”. Le sue opere si trovano in numerosi musei italiani ed americani e nelle collezioni più prestigiose, americane, francesi, inglesi e cinesi.
Milena Petrarca negli anni ha partecipato ad innumerevoli manifestazioni e vinto tanti premi che resta difficile elencarli tutti: uno dei più importanti è quello conseguito nell’Artistic Tower Gallery.
La bravissima artista italiana ed internazionale l‘abbiamo recentemente incontrata per conoscerla più da vicino: buongiorno Milena, potresti tracciare una sintesi della tua vita?
Sono nata a Pozzuoli, nei pressi della solfatara a Via Pergolesi ed è proprio per questo che ho un carattere particolare, direi vulcanico, la mia è un’esplosione di vita. Adoro la pittura e fin da piccola già a a sette anni con gli acquerelli dipingevo il tempio di Serapide e il Tempio di Apollo con l’aiuto di mio zio. Lui aveva cresciuto mia madre insieme a zia Bettina che è stata la fidanzata del grande tenore Enrico Caruso. Gli esempi sono importanti ed io posso dire di averne avuti diversi in famiglia. Oltre ad essere la modella di mia sorella, anche lei pittrice, da piccola ero brava anche come ballerina e manifestavo in ogni circostanza le mie passioni culturali.
Come si può considerare il tuo stile artistico?
| Milena Petrarca |
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Il mio è un realismo magico, che va al di là della fotografia ed è una tecnica complessa, compendiata, che non si effettua solo con l’olio, ma utilizzo il pennello e le colle e le terre. Occorre avere una buona mano, perché poi non si può correggere. Tanti sono i quadri che ho dipinto negli anni, ho iniziato con le nature morte ed ho preso lo spunto dalla tecnica del settecento. I miei ispiratori sono stati prima di tutto, l’ingegnoso Leonardo Da Vinci e poi la grande pittrice del settecento, Rosalba Carriera. Anche quando scrivo poesie mi ispiro alle mie esposizioni, la prosa alla quale tengo particolarmente si chiama Nausicaa, una figura mitologica, che vinse anche il primo premio della critica, per la poesia dipinta.
Quali sono i tuoi dipinti ai quali sei più affezionata?
Tutti i miei quadri li ritengo figli miei, quindi non saprei dire quelli ai quali sono più affezionata, ma l’ultimo lo considero sempre il più bello. Tra i tanti ci tengo a ricordare quelli che rappresentano alcune località della zona Pontina, oltre alle raffigurazioni di celebrità quali Nureyev, la Callas, Marylin Monroe, Margot Fontaine e Sofia Loren. Io riesco ad interpretare la figura della donna in un modo diverso e lascio nel dipinto un soffio dell’anima.
Si nota che hai un affetto particolare per la mitica attrice Sofia Loren.
La figura della grande attrice Sofia Loren entra sovente nei mei quadri, in quanto la conobbi da giovane perché frequentava casa nostra, dal momento che era allieva di mia mamma che l’educò nei suoi primi passi al teatro. Di seguito la fece partecipare al primo concorso, “la bella Flegrea” a Pozzuoli, dove vinse il primo premio. Mi ha sempre colpito di Sofia la sua perseveranza e la sua genuinità.
Milena qual è il tuo prossimo e grande progetto che hai nel cassetto al quale tieni particolarmente?
Ne ho diversi. Vorrei realizzare un docufilm su mia zia Bettina dove si narra il suo grande amore giovanile per il grande tenore Enrico Caruso. A tale proposito questa figura la dovrebbe interpretare Sabrina Fardello, la mia amica soprano, che le assomiglia particolarmente. Inoltre intendo creare al più presto la fondazione “Griffo Petrarca”, in una casa museo internazionale sopra il mio appartamento a Latina, all’interno di un terrazzo di 400 mq e questa capienza è necessaria per riuscire ad inserire tutte le mie opere. Inoltre intendo creare un museo analogo nella mia casa di Pozzuoli. L’ultima mia comunicazione è quella che entro un mese sarà ultimato il libro su Frida Khalo, con i miei dipinti e le poesie ispirate a lei.
Grazie infinite Prof. ssa Milena Petrarca.
| Giacomo Grifoni |
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Tra i miti della cucina emiliana, pochi luoghi raccontano con altrettanta forza il passaggio del tempo come la Trattoria Campanini di Madonna dei Prati, un piccolo angolo della Bassa Parmense dove storia e tradizione gastronomica si intrecciano in un racconto che sembra non conoscere fine. Qui, nel cuore della pianura che ha visto crescere il giovane Giuseppe Verdi e non lontano dai poderi che Giovannino Guareschi amava frequentare, la famiglia Campanini ha saputo trasformare una modesta locanda in un’autentica icona della tavola italiana, tramandando per generazioni piatti, storie e sapori di una civiltà contadina che, pur avendo resistito al passare del tempo, si rinnova continuamente.
Le origini di questa trattoria risalgono ai primi decenni del Novecento, quando fu fondata come una semplice sosta per i pellegrini diretti al santuario di Madonna dei Prati. Con il passare degli anni, però, il luogo si è trasformato in un punto di riferimento per tutti, dove contadini, artisti e personalità locali si ritrovavano a condividere non solo il cibo, ma anche momenti di vita e di memoria. Le pareti della trattoria, adornate da fotografie in bianco e nero, continuano a raccontare volti e storie di un’altra epoca, come se il tempo non fosse mai veramente passato, ma vivesse in ogni piatto, in ogni gesto e in ogni ricordo condiviso attorno a una tavola.
Fu proprio qui che la celebre torta fritta, un tempo riservata alle cucine domestiche della Bassa Parmense, cominciò a farsi strada sulle tavole più ampie, accompagnata dai salumi, in particolare dal Culatello di Zibello, il re dei salumi parmensi. Questo prodotto, tutelato dal Consorzio e stagionato con cura nelle cantine attigue alla trattoria, è un altro simbolo di una terra che, pur attraversando il tempo, non ha mai smesso di custodire i suoi sapori più autentici. Il Culatello diventa protagonista in un menu che non solo celebra la gastronomia locale, ma è anche un viaggio nel passato, che risuona di storie e tradizioni tramandate di generazione in generazione.
Il Culatello di Zibello è il più importante "marcatore di cultura" delle terre parmensi che costeggiano il Grande Fiume, terre caratterizzate da una storia alimentare plurimillenaria. Un intreccio di storie alimentari, gastronomiche ed artistiche si rifanno ai poli che si sono succeduti, amalgamandosi, nelle terre parmigiane che costeggiano il Po e che con le loro culture ne hanno plasmato e trasformato il territorio. Si va dagli ancora misteriosi popoli delle terramare che già cacciavano il maiale selvatico, ai Celti che svilupparono la cultura del maiale e la salagione delle sue carni; dagli Etruschi prima e dai Romani poi che si dedicarono alle tecnologie della maturazione delle carni suine salate, ai Longobardi che affinarono le tecniche di cottura delle carni suine fresche e salate, anche attraverso le cotture multiple.
(da Elogio del Culatello - Il salume dei Re - Tra storia letteratura e gastronomia)
La filosofia della cucina qui è semplice, sincera e profondamente radicata nella tradizione: ogni stagione porta con sé piatti che parlano di
stagionalità e autenticità, dalle paste ripiene parmigiane — caramelle di taleggio con culatello e toma, cappelletti di pasta verde con salsa alle noci, agnolotti di patate con funghi — ai secondi di carne e specialità locali come la mariola cotta con purè e mostarda, piatti difficili da trovare altrove ma custoditi con orgoglio dalla famiglia Campanini. Ogni piatto racconta la storia di una terra che si nutre di stagionalità e di autenticità, con specialità che sono ormai difficili da trovare altrove, ma che la famiglia Campanini custodisce con un orgoglio che si percepisce in ogni dettaglio, dal più piccolo ingrediente alla tecnica più raffinata.
Ad accompagnare questi piatti, la trattoria offre una carta dei vini che, pur essendo radicata nei grandi vitigni locali, sa anche abbracciare il panorama enologico internazionale. Vini come il Lambrusco, insieme a champagne e bollicine provenienti da piccoli produttori, esaltano ogni portata senza mai sovrastarla, aggiungendo quella nota di raffinatezza che non fa mai perdere di vista la tradizione. La varietà e la qualità della selezione vinicola rispecchiano la cura che la trattoria dedica a ogni aspetto del pasto, dal servizio all'atmosfera, fino alla scelta dei piatti e degli ingredienti. Il vitigno e vino però paradigmatico è certamente il Fortana: rosso mosso e di moderato, naturale, tenore alcolico.
Oggi, la Trattoria Campanini è molto più di un semplice ristorante. È un luogo di pellegrinaggio per chi cerca non solo un pasto, ma un’esperienza sensoriale e culturale, un’occasione per immergersi in una tradizione che non è fatta solo di cibi e ricette, ma di storie e di legami. Il servizio è sempre accogliente e sorridente, come quello di casa, mentre le pareti della sala, decorate con fotografie d’epoca e ritratti di personaggi legati alla storia locale, invitano ogni commensale a sentirsi parte di quella stessa storia. Ogni piatto è una narrazione, ogni sapore un ricordo di un tempo che non passa mai, ma che continua a vivere nelle persone che siedono attorno alla tavola. Non è un caso, infatti, che ogni lunedì e domenica la torta fritta diventi protagonista assoluta, attirando chi ama i sapori genuini della Bassa e la convivialità di una tavola che, da decenni, ha attraversato il tempo senza mai perdersi.
Sedersi a questa tavola significa fare un viaggio indietro nel passato, tra le memorie di Verdi e Guareschi, tra salumi dal carattere profondo e piatti che raccontano le generazioni che si sono susseguite. Qui, la vera tradizione non è un museo da ammirare, ma una casa da cui tornare sempre, un luogo che accoglie e fa sentire a casa chiunque vi entri, come se il tempo, in fondo, non fosse mai davvero passato.
Sulla via Nomentana sorge questa bella villa in cui abitarono prima i proprietari principi Torlonia, poi Mussolini e tra il 1944 e il 1947 gli Alleati, che qui insediarono il loro Comando.
gne di tufo, dipinto a tempera con l’intento di imitare delle rocce e dei tavolati di legno.
Solo dopo un lungo, paziente e meticoloso lavoro di restauro, eseguito tra il 1992 e il 1997, che sfruttò quanto conservato sulla base delle numerose fonti documentarie, si è potuto la restituire uno dei più singolari e interessanti manufatti dei primi anni del secolo scorso, qualcosa di unico che non ha eguali nel panorama nazionale.
Portare in scena temi di forte impegno sociale rischia spesso di far scivolare la narrazione nella retorica o in un’eccessiva enfasi interpretativa. Non è questo il caso di "Le salsicce erano pessime", la pièce di Michele Donadio con la regia di Iacopo Brogioni, andata in scena giovedì 5 febbraio 2026 al Teatro di Cestello per conto di Laboratorio Arca. Qui, ogni attore è riuscito a penetrare nelle pieghe del proprio personaggio con una naturalezza tale da mantenere il pubblico in uno stato di costante tensione emotiva, fino a un epilogo che si rivela come un quadro di nuda e dolorosa verità. Il testo si ancora profondamente al solco tracciato da Franco Basaglia, lo psichiatra veneziano che scardinò le porte dei manicomi italiani. La sua visione — "La libertà è terapeutica" — fa da sfondo ideale a una vicenda ambientata durante lo sgombero progressivo del Vincenzo Chiarugi, il manicomio di San Salvi, luogo simbolo della memoria fiorentina.