L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.


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Kaleidoscope (1626)

Free Lance International Press

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March 02, 2026

Venerdì 6 e sabato 7 Marzo 2026 il Mediterraneo Festival Corto ai Castelli Romani celebrerà i dieci anni del Premio stampa “Matchnews”.

L’iniziativa, patrocinata dai comuni di Marino e Nemi, vedrà la proiezione dei dieci cortometraggi che nelle scorse dieci edizioni del Mediterraneo Festival Corto hanno vinto il Premio Stampa assegnato dalla rivista online “Matchnews”.

Bellissimo il contesto nel quale si svolgerà la rassegna cinematografica. Le città di Marino e Nemi, entrambe all’interno della Città Metropolitana di Roma Capitale, sono immerse nella natura dei Colli Albani. Rientrano, infatti, nel Parco regionale dei Castelli Romani e sono incastonate tra i meravigliosi laghi di Nemi e Albano. Entrambe di fondazione pre-romana, conservano nel cuore dei propri borghi, le tracce che ne hanno segnato la storia.

I due sindaci, Stefano Cecchi, del comune di Marino, e Alberto Bertucci, del comune di Nemi, attraverso la concessione del patrocinio e la volontà di ospitare l’evento, hanno dimostrato quanto la zona dei Castelli Romani sia sensibile alla “settima arte” anche in considerazione del fatto che, molte località adiacenti, sono state nel passato set di ripresa di grandi film che hanno fatto la storia del cinema italiano. Un ruolo determinante, affinchè tale evento possa essere vissuto dai cittadini, lo ha avuto sicuramente Ettore Pompili, presidente onorario dell’associazione Nuova Castelli Romani, un’associazione che sul territorio si dimostra sempre molto sensibile ad individuare attività culturali di livello da proporre alle amministrazioni ed ai cittadini.

Le proiezioni avverranno nelle due giornate del 6 e 7 Marzo 2026 ed avranno inizio alle ore 17,00 all’interno della Sala Lepanto del comune di Marino. Verrà designata una commissione che sarà chiamata a valutare i cortometraggi attraverso una scheda nella quale si potrà esprimere la votazione. Al termine delle due giornate di proiezione, chi avrà totalizzato il maggior punteggio vincerà il Premio Stampa decennale “Matchnews” che sarà consegnato il 1° luglio 2026 durante la XVI edizione del Mediterraneo Festival Corto che si svolgerà dall’1 al 5 luglio a Diamante (CS), in occasione della conferenza stampa di presentazione della rassegna.

È prevista la presenza di Antonio Bartalotta, direttore responsabile di Matchnews, insieme a tutta la redazione della rivista online e, di Francesco Presta, direttore artistico del Mediterraneo Festival Corto.

Ad essere proiettati i film a cui è stato assegnato il Premio Stampa Matchnews dal 2016 al 2025:

2025 “A piedi nudi” di Luca Esposito; 2024 “Warpigs” di Giacomo Pellegrini; 2023 “Briciole” di Rebecca Marie Margot; 2022 “Diritto di voto” di Gianluca Zonta; 2021 “Il Gioco” di Alessandro Haber; 2020 “L’oro di famiglia” di Emanuele Pisano; 2019 “La gita” di Salvatore Allocca; 2018 “Il regalo di Alice” di Gabriele Marino; 2017 “Il viaggio di Sarah” di Antonio Losito; 2016 “Il sarto dei tedeschi” di Antonio Losito.

“… c’è motivo per dubitare che, anche in assenza di funzione cerebrale, il paziente che respira sia del tutto morto.

In questa situazione d’ineliminabile ignoranza e di ragionevole dubbio, l’unica massima corretta per agire consiste nel tendere dalla parte della vita presunta.”

                                                                        Hans Jonas  

                                        “Del resto, è noto il principio morale secondo cui anche il semplice dubbio di essere in presenza di una persona viva già pone l’obbligo del suo pieno rispetto e dell’astensione da qualunque azione mirante ad anticipare la morte.”

                                                                    Papa Giovanni Paolo II  

 

In questi giorni, davvero insistente e martellante è stata (e continua ad essere) l’attenzione mediatica rivolta al piccolo Domenico, il povero bimbo morto dopo aver subito un trapianto di cuore.

Molti gli interrogativi sollevati su quanto accaduto e non poche le zone d’ombra in merito a quella che, in maniera oltremodo perentoria, viene, unanimamente quanto sbrigativamente, definita “un’incredibile catena di errori”. Fra questi interrogativi, però, risultano assenti quelli che, invece, meriterebbero di essere considerati come veramente cruciali ed irrinunciabili.

 Innanzitutto:

dal momento che il piccolo cuore risultato “danneggiato” in seguito a presunte procedure erronee non è una “cosa”, bensì parte vitale del corpo di un altro bimbo, qualcuno si domanda se lo si è espiantato quando non era più funzionante, da un corpo oramai privo di vita (quindi “cadavere”),  oppure quando era ancora funzionante, e  perciò “sano” (in quanto “vivo”!), da un corpicino  che, quindi, cadavere non avrebbe potuto certo essere considerato? 

In altre parole, non è sconcertante constatare come il pensare comune non sia minimamente turbato dagli aspetti paradossali dell’ideologia del sistema trapiantistico (da sempre abilissimo nell’opera di autocelebrazione), il quale ritiene “normale” che, da un organismo considerato non più “vivo” (e certamente quindi  non più molto “sano”), possa venire legittimamente prelevato un cuore (“vivo” e “sano”), capace di continuare a vivere in un corpo non suo?

Insomma, possibile che nessuno si domandi come possa un organo funzionante provenire da un corpo realmente soggetto alla morte?

Possibile che nessuno si interroghi sulla effettiva fondatezza scientifica e sull’accettabilità etica, giuridica e religiosa dell’invenzione concettuale (di chiara impronta utilitaristica) della  “morte cerebrale”?

Possibile - mi chiedo - che, nonostante i numerosi casi di “morti cerebrali” ritornati “miracolosamente” in vita, nessuno venga sfiorato dal dubbio, dal sospetto che l’ideologia della “morte cerebrale”, su cui si fonda necessariamente la pratica del trapianto di organi, sia cosa molto più vicina alla irrazionalità della fede, piuttosto che alla moderna scienza sperimentale? 

In conclusione, non sarebbe doveroso, da parte di tutti noi, credenti e non credenti, riflettere attentamente sulle sagge parole di Giovanni Paolo II, il quale, come non pochi filosofi, teologi e scienziati*, in un discorso del 1989, si trovò a parlare di 

                      “una reale probabilità che la vita della quale si rende impossibile la continuazione con il prelievo di un organo vitale sia quella di una persona viva”? 

*Si vedano, in particolar modo:

Roberto De Mattei (a cura di), Finis Vitae. La morte cerebrale è ancora vita?, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007.

 e il mio Vivi o morti? Morte cerebrale e trapianto di organi: certezze vere e false, dubbi e interrogativi, edizione aggiornata e ampliata, edizioni Efesto, Roma 2023.

 

February 22, 2026

February 22, 2026

 

Antonio Giuliani ha ancora bisogno di presentazioni?

Di nuovo ospite al Teatro Nuovo Orione, torna con un nuovo spettacolo dal titolo apparentemente futuristico: “The Machine”, “La Macchina”, ma il suo One man show non ha nulla di meccanico, freddo, distaccato o inumano e sottolinea proprio il contrario. Il titolo è un richiamo al passato personale, quando per il suo vulcanico cabaret veniva soprannominato “la macchinetta”. Un appellativo che testimonia il continuo sfornare battute senza pause e che si rivela un giusto riconoscimento al suo stile.

Ancora una volta Antonio si dimostra grande comico ricco di passione e idee, ma questa volta lo spettacolo include degli ospiti che danno un taglio nuovo alla proposta. Così, eccolo accompagnato da Ginevra Marani, che balla sinuosamente sulle note di un pezzo moderno dove si inserisce Antonio cercando di emularla. Poi troviamo la coppia formata da Paolo e Costanza, un duo che anticipa l’entrata di Antonio, vestito da centurione romano, per riportarci ai fasti imperiali e metterli  criticamente a confronto con la Roma di oggi, così diversa da quella ereditata dai nostri avi.

Paolo e Costanza dimostrano ottime doti canore e musicali mentre interpretano gradevoli medley di stornelli romani, non lesinandoci una lacrimuccia e un sorriso. Molto bravi.

Si aggiunge un’altra chicca, Antonio Catalano. Anche lui, con una comicità tutta romana, ci parla dell'inutilità dell’uomo quando, nel management della coppia, cerca di occuparsi delle faccende domestiche combinando solo guai. Un altro bell’ intermezzo.

Antonio ritorna sempre più carico tra un ospite e l’altro come un treno in corsa senza freni, inarrestabile e travolgente. Un perfetto meccanismo da scena che ci presenta i suoi ricordi degli esordi da cabarettista con tutte le difficoltà incontrate con un pubblico particolarmente critico e ostico con i poveri esordienti, molti dei quali hanno cambiato mestiere; l’umorismo verso il paddle, gli ultimi tornei di tennis e soprattutto gli sport invernali delle Olimpiadi; l’abituale digressione sui romani in gita fuori porta, con le loro abitudini e le colorite battute; il salto indietro alla gioventù dei sessantenni di oggi come lui, con le prese in giro sui difetti fisici e con i giochi dall’infanzia all’ adolescenza; l’uso smodato del cellulare da parte dei giovani di oggi che tende ad isolarli. Questi e tanti altri argomenti si inseguono davanti a uno sfondo animato molto suggestivo che cambia di tanto in tanto.

Antonio è un artista che sa stare sul palco e catturare l’attenzione del suo pubblico sempre più affezionato che lo segue dagli esordi. Un pubblico abituato ai suoi eccessi, alla comicità dirompente e travolgente, ricolma di battute sparate a raffica, a cui abbina una mimica e delle movenze inconfondibili. Un artista che si dimena sul palco senza sosta con l’occhio spiritato e la stessa grinta di sempre che farebbe invidia ad un adolescente. Un talento naturale.

E allora approfittate, venite a passare una serata in allegria con Antonio The machine Giuliani!

 

          

Teatro Nuovo Orione
“The Machine”

Di e con Antonio Giuliani

Nel centenario del Nobel a Grazia Deledda, si è svolto a Praga nei giorni scorsi  il workshop europeo dedicato alla promozione turistica della Sardegna a Praga, organizzato dal tour operator ceco Sardegna Travel di Martina e Antonio Costantino, in collaborazione con la Regione Autonoma della Sardegna e col sostegno dell’Ambasciata d’Italia a Praga, dell’Istituto Italiano di Cultura e della Camera di Commercio e dell’Industria Italo-Ceca (CAMIC). Anche grazie all’impegno dell’assessore regionale al Turismo Franco Cuccureddu, il workshop di quest’anno è stato inserito nel calendario degli eventi di interesse internazionale della Regione Sardegna.

La sede del CAMIC ha visto partecipare venticinq

ue operatori sardi a sessioni B2B con una trentina di rappresentanti del settore provenienti da Bulgaria, Danimarca, Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Svezia. Al centro del confronto i viaggi sostenibili, politematici e con nuove stagionalità. Un obiettivo favorito anche dai collegamenti diretti tra Praga e gli aeroporti di Cagliari e Olbia.

Nel teatro Boccaccio del Grand Hotel Bohemia si è svolta la serata di gala conclusiva, dedicata a Grazia Deledda nel centenario del Premio Nobel, unica scrittrice italiana ad averlo ottenuto nel 1927 per il 1926.  L’evento, aperto da un saluto dell’Ambasciatore d’Italia Alessandro Gaudiano, con la presenza anche del vice-direttore dell’Istituto di cultura  Vito De Lollis, ha visto l’intervento di Neria De Giovanni, saggista e critica letteraria, che ha conversato sulla vita e l’opera dell’autrice, di cui è tra le maggiori esperte a livello internazionale, trasmettendo entusiasmo ed interesse verso Deledda i cui romanzi sono tradotti in ceco. E’ seguita una applauditissima esecuzione di alcuni brani di musica identitaria sarda da parte della musicista algherese Elisa Ceravola col suo flauto traverso che ha accompagnato anche la proiezione di un filmato muto sugli itinerari deleddiani messo a disposizione dalla Società Umanitaria di Cagliari. Tra gli omaggi della serata, la presentazione della traduzione in ceco e inglese del monologo di Marianna Sirca tratto dal libro di Neria De Giovanni “Donne di Grazia” (Nemapress edizioni), un breve tributo teatrale della celebre attrice ceca Lenka Termerova .

Lo chef italiano Riccardo Lucque ha proposto eccellenze enogastronomiche ispirate all’opera di Deledda anche traendo spunto da “A tavola con Grazia” (Il leone verde editore), secondo libro di Neria De Giovanni sull’argomento.

 

 

 

 

Vien voglia di chiedersi se c’è ancora da dire e scrivere di William Shakespeare. Ebbene, dopo aver visto Hamnet, senza esitazione alcuna, dichiaro: SI. Gli inglesi lo ritengono il loro più rappresentativo poeta talchè lo dicono il “Bardo dell’Avon” (bardo: poeta che esalta le aspirazioni o le tradizioni del proprio popolo o della stirpe, sia dal punto di vista politico che religioso) o il "Cigno dell'Avon". Ci ha lasciato ben 38 testi teatrali, 154 sonetti, 3 poemi e tutta una serie di opere in versi. Le opere teatrali sono state tradotte in tutte le maggiori lingue del mondo e sono state inscenate più spesso di qualsiasi altra opera; è lo scrittore maggiormente citato nella storia della letteratura inglese, molte delle sue espressioni linguistiche sono entrate nel lessico inglese quotidiano. Di Lui oggi ci sta parlando Chloé Zhao, pseudonimo di Zhao Ting, (Pechino31 marzo 1982), registasceneggiatriceproduttrice cinematografica e montatrice cinese naturalizzata statunitense e anche migliore regista, anzi la seconda donna a trionfare in questa categoria. Occhio femminile orientale, ma con sguardo direi planetario, sa presentarci uno Shakespeare fresco d’aria boschiva, tenero eppure crepitante come le foglie che tappezzano la scena del suo innamoramento, allorchè Agnes lo colpirà esattamente e contemporaneamente dentro il cuore e dentro la parte più preziosa dei suoi pensieri.

Galoppare una vita sullo schermo gigante del cinema è ben altro che leggere una biografia, occorre una speciale abilità, vieppiù se la storia è mutuata da un romanzo. Le vibrazioni della sala, sod out, hanno perforato il soffitto della stessa, tanto era potente la loro frequenza energetica, tali erano le emozioni e la somma delle emozioni, tale era il silenzio, talmente denso e compatto da poterlo quasi toccare, saturava l’aria fino a farmi tossire poiché l’ossigeno è stato soppiantato letteralmente dall’atmosfera che la donna-fata-maga Zhao ha composto con magistralità rasente il soprannaturale. Jessie Buckely è perfetta nel personaggio agreste e selvatico di Agnes, perfetto il volto sprigionante il fascino antico proprio delle donne herbarie, figure centrali nelle comunità antiche; sorta di farmaciste e medichesse maestre nella conoscenza e nell’uso terapeutico di piante ed erbe.

Agnes cura tutti e se stessa, è finanche la “mammana” di se stessa e del suo primo parto. Magistrale la scena di lei che -accovacciata nella radura dell’amato bosco -casa assoluta- urlerà l’arrivo della nuova vita aggrappata alle solide radici dei millenari fraterni alberi. Quell’ urlo di dolore fisico che saprà essere canto maternale. Dentro quel canto e dentro la foresta, abbracciata dalla nuda-materna terra, aspetterà il suo amore, William, l’amore della sua vita, di tutta la sua vita. Lo aspetterà stringendo fra le braccia e mangiando con lo sguardo il loro primo frutto. Con ancora la sostanza del suo grembo, unta di quella sostanza, così, porgerà la bimba a William, Lui con infinita tenerezza la prenderà e si colmerà d’estasi, l’estasi che ha bucato lo schermo ed è arrivata dritta al cuore degli spettatori. Ho pianto! Il mondo ha bisogno di questo film. Abbiamo bisogno di storie d’amore, soprattutto di amori eterni tessuti di fatica, determinazione, volontà e tenerezza. Tenerezza finanche dentro un addio, l’addio più feroce che ci sia, la morte di un figlio, che, in questo caso, è anche l’unico figlio maschio: Hamnet. E ancora, Agnes che cura tutti e se stessa è colei che cura amorevolmente il suo William…sempre, anche quando lo strazio della penna che non sa scrivere il ciclopico tormento che s’aggruma e fatica a fluidificarsi nell’inchiostro uscirà con l’urlo del disagio dolorosissimo, quel disagio che è anelito, opportunità despota e insopprimibile che lo chiama a Londra. Anche allora Agnes continuerà e continuerà a curare tutto e tutti e, mentre Lui galoppa la vita dentro il mondo della drammaturgia e del teatro, Lui che sempre ritorna a lei…lei, segnata talvolta più acutamente dalla sua assenza, manifesterà il bisogno della presenza e la durezza della sua assenza. Sarà lungo il cammino dentro il tempo e perfino dentro lo strazio della peste, aspro il cammino dentro l’incomprensibile perdita di Hamnet, dopo questi estenuanti cammini Agnes deciderà di raggiungerlo.

E sarà allora che vedrà la piccola, piccolissima scarna stanza in cui William vive e genera le sue opere, a fronte della casa grande, la più grande della cittadina, che lui ha acquistato per la famiglia; allora e lì, in parte, comprenderà poichè tutta la comprensione arriverà allorchè, spettatrice dell’opera Hamlet, a teatro, tra la folla perduta nell’estasi totalizzante della tragedia, con tanti occhi in lacrime attorno a lei, lì nell’assistere alla teatrale letteraria resurrezione di Hamnet incarnato nello splendido Amlet rivelatore e pacificatore, lì e allora vivrà il miracolo della riconnessione piena con William…e sarà profonda e irrimediabilmente indissolubile…dopo di che: tutto il resto sarà silenzio.  Se l’intuizione e la creatività di Maggie O’Farrell sono state intriganti e accattivanti, se nel romanzo è riuscita a dosare bene: amore e abbandono, perdita e riconciliazione e incunearvi finanche la pulce imbarcatasi ad Alessandria d’ Egitto e arrivata a diffondere la peste a Venezia e in tutta Europa, la magìa di una regista dagli occhi e dalle mani magiche, quelli di Chloé Zhao, hanno fatto il capolavoro che dal 5 febbraio è nelle sale cinematografiche.

L’intero cast più che sembrare, è rivestito dell’alone sacrale, a tratti misterico e mistico del film. I parti di Agnes sono metafore di parti di Madre Natura. Altrettanto simbolico e potente è il parto teatrale di William che sa restituire -pur nella finzione scenica- la profondità della vita, della morte e dell’amore che ci dimostra come possa essere assoluto e perenne; anzi, con l’azione scenica il parto di Wialliam fa di più: si fa salvifico e risana le ferite dell’amore, della morte-perdita e le fratture della connessione. Hamnet-Hamlet si fa medicina efficace tale quali le medicine che Agnes-erbaria sa preparare.  Golden Globe come miglior film drammatico di una regista, la Zhao, già Premio Oscar. Maggie O’Farrell è una Agnes che resterà nella storia del cinema, magnifico anche Paul Mescal nel ruolo di William Shakespeare, sorprendente il giovane Jacobi Jupe nel ruolo del piccolo Hamnet Shakespeare, Joe Alwyn nel ruolo di Bartholomew, ed Emily Watson in Mary Shakespeare, David Wilmot nei panni di John Shakespeare  padre del poeta,  Jack Shalloo in Marcellus, Olivia Lynes in Judith Shakespeare, Justine Mitchell in Joan Hathaway, Bodhi Rae Breathnech in Susanna Shakespeare, Freya Hannan-Mills in Elisa Shakespeare, Noah Jupe nel ruolo di attore di teatro e Shaun Mason l’altro attore di teatro. Mi piace ricordare, e lo stigmatizzo, che Alessia Amendola ha dato la voce ad Agnes e Manuel Meli a William.

 

 

Milena Petrarca è una nota pittrice  ma nello stesso tempo, poetessa, letterata, disegnatrice di murales e restauratrice. Nata a Pozzuoli (Napoli), ormai da anni vive e lavora Latina ed ha tre figli. Fin da piccola ha convissuto nel suo ambito familiare, circondata dall’arte più vera: quella dei quadri, della musica e del canto. Sua madre la poetessa e Prof.ssa Maria Panetty Petrarca era una grande scrittrice di Opere teatrali, drammaturgo e autrice di canzoni napoletane. Il padre era  invece un ingegnere capo del Comune di Pozzuoli e dell’Olivetti.  Milena Petrarca studiò all’istituto d’Arte Filippo Palizzi a Piazza del Plebiscito di Napoli, dove conseguì il titolo di maestra d’Arte. Milena negli anni sviluppò la sua arte e la sua cultura  con il contributo di insegnanti straordinari come il grande scultore Lelio Gelli e agli imput che riceveva da casa, da suo zio Tommaso Panetty, pittore (che oltre che grande scienziato, era anche un  inventore) e sua sorella Elena Petrarca. Con gli anni  Milena affinò la sua tecnica, a Pozzuoli  espose i suoi primi quadri  e all’età di quindici anni, partecipò ad un concorso con i grandi pittori della zona, dove vinse il primo premio.

Attualmente Milena è Presidente provinciale dell’Associazione Internazionale Magna Grecia che promuove la cultura del Mezzogiorno con un Premio internazionale che ogni anno è assegnato a personalità del mondo della cultura e dell’arte. L’associazione di Latina ha  continui scambi con le rassegne artistiche internazionali, pertanto Milena Petrarca anni fa si recò ad esporre con più di cento quadri nella sede di New York  (in occasione del  cinquecentenario di Cristoforo Colombo). Nella” Grande Mela” dove in quell’evento internazionale, c’erano tutti i più grandi pittori degli Stati Uniti  e di tutto il mondo, Milena Petrarca riuscì  ad  ottenere il prestigioso riconoscimento dal governo di New York:” Artistic  Achivement Award Gallery”.  Grazie a questo premio, venne inserita dal grande critico Mario Fratti tra i più importanti artisti del gruppo “Realismo Magico”. Le sue opere si trovano in numerosi musei italiani ed americani e nelle collezioni più prestigiose, americane, francesi, inglesi e cinesi.

Milena Petrarca negli anni ha partecipato ad innumerevoli manifestazioni e vinto tanti premi che resta difficile elencarli tutti: uno dei più importanti è quello conseguito nell’Artistic Tower Gallery.

La bravissima artista italiana ed internazionale l‘abbiamo recentemente incontrata per conoscerla più da vicino: buongiorno Milena, potresti tracciare una sintesi della tua vita?

Sono nata a Pozzuoli, nei pressi della solfatara a Via Pergolesi ed è proprio per questo che ho un carattere  particolare, direi vulcanico, la mia è un’esplosione di vita. Adoro la pittura e fin da piccola  già a  a sette anni con gli acquerelli dipingevo il tempio di Serapide e il Tempio di Apollo con l’aiuto di mio zio. Lui aveva cresciuto mia madre insieme a zia Bettina che è stata la fidanzata del grande tenore Enrico Caruso. Gli esempi sono importanti ed io posso dire di averne avuti diversi in famiglia. Oltre ad essere la modella di mia sorella, anche lei pittrice, da piccola ero brava anche come  ballerina e manifestavo in ogni circostanza  le mie passioni culturali.

Come si può considerare il tuo stile artistico?

  Milena Petrarca

Il mio è un realismo magico, che va al di là della fotografia ed è una tecnica complessa, compendiata, che non si effettua solo con l’olio, ma utilizzo il pennello e le colle e le terre. Occorre avere una buona mano, perché poi non si può correggere. Tanti sono i quadri che ho dipinto negli anni, ho iniziato con le nature morte ed ho preso lo spunto dalla tecnica del settecento. I miei ispiratori sono stati  prima di tutto, l’ingegnoso Leonardo Da Vinci e poi la grande pittrice del settecento, Rosalba Carriera. Anche quando scrivo poesie mi ispiro alle mie esposizioni, la prosa alla quale tengo particolarmente si chiama Nausicaa, una figura mitologica, che vinse anche il primo premio della critica, per la poesia dipinta.

Quali sono i tuoi dipinti ai quali sei più affezionata?

Tutti i miei quadri li ritengo figli miei, quindi non saprei dire quelli ai quali sono più affezionata, ma l’ultimo lo considero sempre il più bello. Tra i tanti ci tengo a ricordare quelli che rappresentano alcune località della zona Pontina, oltre alle raffigurazioni di celebrità quali Nureyev, la Callas, Marylin Monroe, Margot Fontaine e Sofia Loren. Io riesco ad interpretare la figura della donna in un modo diverso e lascio nel dipinto un soffio dell’anima.

Si nota che hai un affetto particolare per la mitica attrice Sofia Loren.

 La figura della grande attrice Sofia Loren entra sovente nei mei quadri, in quanto la conobbi da giovane perché frequentava casa nostra, dal momento che era  allieva di mia mamma che l’educò nei suoi primi passi al teatro. Di seguito la fece partecipare al primo concorso, “la bella Flegrea” a Pozzuoli, dove vinse il primo premio. Mi ha sempre colpito di Sofia la sua perseveranza e la sua genuinità.

Milena qual è il tuo prossimo e grande progetto che hai nel cassetto al quale tieni particolarmente?

Ne ho diversi. Vorrei realizzare un docufilm su mia zia Bettina dove si narra il suo grande amore giovanile per il grande tenore Enrico Caruso. A tale proposito questa figura la dovrebbe interpretare Sabrina Fardello, la mia amica soprano, che le assomiglia particolarmente. Inoltre intendo creare al più presto la fondazione “Griffo Petrarca”, in una casa museo internazionale sopra il mio appartamento a Latina, all’interno di un terrazzo di 400 mq e questa capienza è necessaria per riuscire ad inserire tutte le mie opere. Inoltre intendo creare un museo analogo nella mia casa di Pozzuoli. L’ultima mia comunicazione è quella che  entro un mese sarà ultimato il libro su Frida Khalo, con i miei dipinti e le poesie ispirate a lei.

Grazie infinite Prof. ssa Milena Petrarca.

 

 



Prima di immergerci nell'intervista, vale la pena accendere i riflettori sulla sfida che Giacomo Grifoni ha intrapreso con il suo nuovo lavoro. Il libro è infatti nel pieno della campagna su Bookabook: un percorso di 'scelta condivisa' in cui il manoscritto cerca i suoi futuri lettori per trasformarsi, insieme a loro, in un volume cartaceo. Un progetto ambizioso a cui auguriamo il miglior successo, certi del valore che l'autore ha già ampiamente dimostrato in campo letterario. Del resto, intervistare Giacomo Grifoni significa innanzitutto accettare una sfida: quella di guardare alle relazioni non come a una semplice cornice, ma come alla sostanza stessa di chi siamo Psicologo e psicoterapeuta di orientamento sistemico-relazionale, Grifoni ha dedicato la sua carriera a decifrare la complessità dei legami umani, portando la terapia fuori dagli schemi classici per renderla uno strumento di trasformazione sociale. Socio fondatore e formatore del Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti (CAM) di Firenze, Giacomo è da anni in prima linea in un ambito tanto delicato quanto necessario: il lavoro con gli autori di violenza e con la violenza in generale. Una scelta professionale che richiede un equilibrio raro tra fermezza etica e capacità di ascolto, e che lo ha reso una delle voci più lucide e profonde nel dibattito contemporaneo sulla maschilità e sulla gestione del conflitto. Il suo approccio non si ferma alla superficie del sintomo. Che si tratti di dinamiche familiari, crisi di coppia o percorsi individuali, Grifoni lavora sulla "grammatica degli affetti", aiutando le persone a rileggere la propria storia per scriverne capitoli nuovi e più consapevoli. In questa intervista, ci addentriamo con lui nei territori del disagio moderno e delle nuove pagine che si appresta a consegnare ai lettori con il romanzo Luna dell’altro.

D-Se dovessi dare ai tuoi lettori un’anteprima del tema portante, di cosa tratta questo tuo ultimo sforzo editoriale e quale domanda speri che rimanga impressa in chi lo leggerà?
 Giacomo Grifoni


R- Luna dell’altro descrive l’importanza di un centro, di una comunità, di un luogo capace di accogliere l’altro e di ricomporre le fratture interiori ed esteriori dei personaggi di cui narra le vicissitudini. Come giustamente hai anticipato tu, non c’è cura possibile dell’individuo, della coppia e della famiglia senza la presenza di questo ambiente riparatore e donatore di senso. Leggendo il romanzo si può intuire quanto ogni personaggio vada alla ricerca di questo centro, metaforicamente localizzato in un borgo della campagna mugellana e più precisamente in quello che viene chiamato Pratino, per ritrovare se stesso o forse per trovarsi veramente per la prima volta nella vita. Volutamente, ho pensato di rappresentare questo centro lontano dalla città. L’assunto di fondo è che nelle nostre città, nella nostra vita quotidiana, questo ambiente non ci sia più, o si sia progressivamente impoverito e svuotato di valori. Nel romanzo, il processo di crescita dei protagonisti è reso così possibile dalla potenza della nuova comunità di appartenenza, che accompagna invisibilmente e visibilmente ciascuno nel proprio percorso, e grazie alla forza evocativa del mito dei pellegrini che da secoli sono passati in quel borgo per “stare” al Pratino. Permettimi di approfondire meglio questo aspetto. Comunità e mito rappresentano, a mio avviso, le due grandi assenze nel mondo di oggi; molte persone soffrono non solo per la mancanza di centri di aggregazione e di solidarietà ma anche per la mancanza di un mito di riferimento che supporti il viaggio che ciascuno compie in una realtà non solo piena di insidie e di ostacoli ma che corre sempre più il rischio di restare anonima per chi la vive. Mi piacerebbe che, leggendo il romanzo, il lettore potesse riflettere su questi aspetti e si ponesse domande del tipo: quanto mi riguarda in questo momento la ricerca di un luogo in grado di  accogliermi nella mia interezza e in cui possa mettermi a nudo? Quale è la mia comunità informale di appartenenza? Quale è il mio mito di riferimento? Dove è il mio Pratino?

D- Giacomo, ogni libro nasce da un’urgenza. Qual è stato il momento esatto, o la storia specifica, in cui hai capito che ciò che avevi in mente doveva diventare un testo scritto?

R- Il mio percorso letterario si è snodato attraverso tre romanzi che, pur indipendenti, chiudono oggi un cerchio tematico profondo. Ne “La casa dalle nuvole dentro”, il romanzo di esordio: ho analizzato il difficile percorso di trasformazione di un uomo intrappolato nella spirale della violenza affettiva. Ne “I Signori del Silenzio” (2018) invece lo sguardo si è spostato sulle radici del disagio. Attraverso Martino, un giovane tormentato, ho esplorato come un ambiente familiare tossico possa compromettere la crescita, soffocando per anni un malessere che urla per essere ascoltato. In Luna dell’altro ho voluto invece invertire la rotta, focalizzandomi sul potere salvifico della comunità. È il racconto di una realtà che accoglie, orienta e "ripara", offrendo una missione esistenziale a chi, fino a quel momento, si era limitato a vagare senza una meta. A differenza dei primi due lavori, la stesura di "Luna dell’altro" ha richiesto sei anni di ricerca. Un tempo lungo, dettato probabilmente dalla complessità e dalla delicatezza delle tematiche trattate, necessarie per dare una degna conclusione a questo viaggio editoriale.

D- Cosa aggiunge questo libro a ciò che hai già detto o scritto in passato? C’è un cambio di rotta o è l’evoluzione naturale del tuo percorso?

R- Con il romanzo Luna dell’altro, il tentativo, già avviato con I Signori del Silenzio, è stato quello di dare spazio alle voci di più personaggi, di delineare le caratteristiche di uno scenario corale in cui il vero protagonista non è Cristiano, non è Luna, non è l’avvocato Currati o Anita, ma è appunto la comunità, il sistema che i personaggi compongono, l’intreccio delle relazioni che nascono. La fatica è stata quella di calibrare all’interno del plot principale – la storia di amore tra Luna e Cristiano – il contributo alla narrazione di ciascuno, cercando di mettere in evidenza i punti di connessione che portano i personaggi primari e secondari a ruotare intorno a pochi metri quadrati di territorio; un territorio per certi aspetti magico, salvifico, ma qui mi fermo, sennò svelerei troppo…

D- Come psicoterapeuta sistemico, tendi a guardare l'individuo all'interno del suo contesto. In che modo il tuo libro aiuta il lettore a guardare in modo diverso alle persone che ha intorno?

R- La risposta a questa tua bella domanda trova il suo preludio nella risposta precedente. Credo che Luna dell’altro ponga domande profonde rispetto a tematiche centrali della nostra attualità: in che modo possiamo uscire dall’isolamento? Quanto l’isolamento delle persone sta alla base dell’analfabetismo affettivo che porta alle derive della violenza, dell’egoismo e della mancanza di sintonia affettiva? In un’epoca in cui sono crollati i vecchi miti che hanno funzionato per decenni come guida, quale è il mio mito di riferimento per cui sento valga la pena di vivere oltre la soglia del “sopravvivere” e di impegnarmi in modo attivo nella società? Chi sono i miei compagni di viaggio? In un’epoca fluida, priva di certezze granitiche, credo che ognuno di noi, a prescindere dalle proprie storie individuali, stia cercando risposte a queste domande; anche i giovani, come ad esempio Alfredo, il figlio ventenne di Luna, guarda caso pure lui attratto dal Pratino…

D- Avendo co-fondato il Cam e occupandoti da anni di problematiche connesse alla violenza, hai una prospettiva privilegiata sulla gestione della rabbia e del potere. Questi temi come entrano nelle pagine del nuovo libro?

R- Questi temi sono presenti, ma in controluce. Se ne “La casa dalle nuvole dentro” il focus narrativo era il racconto di un autore di violenza e il suo percorso di cambiamento, se ne “I Signori del Silenzio” il focus narrativo erano gli effetti patologici della violenza subita e assistita, qui la prospettiva si ribalta. Il centro è lo spazio di cura, il luogo di incontro, la comunità che lavora in rete per prevenire e contrastare la solitudine e il disagio delle persone. In uno dei protagonisti, come vedremo, questo disagio si esprime attraverso comportamenti di natura violenta; anche lui, come gli altri, avrà la sua opportunità di cambiare e scegliere che nuovo tipo di uomo essere… chissà se coglierà questa opportunità che gli viene offerta, non senza la necessità di rendere conto di quello che ha fatto nel corso della storia.

D- C'è qualcosa che, come psicoterapeuta, non ti viene mai chiesto nelle interviste ufficiali, ma che consideri fondamentale per capire come stiamo davvero? Qual è quella verità "scomoda" sulla cura e sul benessere che vorresti mettere nero su bianco in totale libertà?

R- Ti ringrazio molto per questa ultima domanda, che è proprio quella che non mi viene posta e che mi dà la possibilità di aprirmi. Penso che come psicologi tendiamo troppo spesso a dare spazio ai tecnicismi, correndo il rischio di trascurare la dimensione della cultura nella comprensione dell’altro. Il lavoro con la violenza mi ha aiutato ad apprezzare quanto la cultura sia determinante nell’influenzare i nostri modi di pensare, agire e anche sentire. Penso che l’uso della tecnica non dovrebbe farci allontanare dal vero fattore terapeutico che la connessione emotiva con l’altro, l’opportunità di costruire una relazione correttiva che rimetta al centro la persona e le sue qualità. Un buon psicoterapeuta, a mio avviso, non è solo un bravo tecnico, ma anche una persona che potrebbe arricchire il proprio bagaglio terapeutico attraverso l’arte, la visione di buoni film, la lettura di buoni romanzi. Questo per dire che nel campo dell’umano non esistono scienze esatte, esistono variabili squisitamente soggettive che rendono ognuno di noi un’opera d’arte e un’opera d’arte il tentativo di guarire attraverso la relazione di auto.

L’impressione, parlando con Giacomo Grifoni, è che il suo nuovo libro non sia solo un saggio, ma una bussola. Lo ringraziamo per averci concesso questo sguardo dietro le quinte della sua professione e della sua scrittura.
February 15, 2026

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