
L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni. |
“Siamo testimoni di un’autentica guerra dei potenti contro i deboli, una guerra che mira all’eliminazione degli handicappati, di coloro che danno fastidio e perfino semplicemente di coloro che sono poveri e ‘inutili’, in tutti i momenti della loro esistenza. Con la complicità degli Stati, mezzi colossali sono impiegati contro le persone, all’alba della loro vita, oppure quando la loro vita è resa vulnerabile da una malattia e quando essa è prossima a spegnersi.
Più tardi, quelli che la malattia o un incidente faranno cadere in un coma ‘irreversibile’, saranno spesso messi a morte per rispondere alle domande di trapianti d’organo o serviranno, anch’essi, alla sperimentazione medica (‘cadaveri caldi’)”.
J. RATZINGER
Ogni qualvolta si viene a riaccendere il dibattito sulle questioni relative al “fine vita”, puntualmente troviamo la Chiesa cattolica in primissima linea ad affermare e a ribadire il principio della sacralità della vita “dalla nascita alla morte”, anzi, dal primissimo all’ultimissimo istante.
Posizione questa che non può che essere condivisa da chiunque, credente o non credente, abbia a cuore il valore irrinunciabile della persona umana. I problemi sorgono, però, inevitabilmente, quando ci si trova costretti a tentare di tracciare in maniera “chiara e distinta” i confini del nascere e del morire, ovvero ad individuare quando sia possibile e corretto parlare con certezza di nascita e di morte dell’individuo, di inizio e di fine non di una qualche forma di vita, ma di una vita propriamente e indiscutibilmente “umana”. E qui si finisce, inesorabilmente, per scivolare sul campo sdrucciolevole del relativo, terreno che un po’ tutti, purtroppo, tendono a popolare con certezze presuntuosamente apodittiche. Il sapere scientifico, a cui tutti si appellano, infatti, ci fornisce senza dubbio utili e sempre crescenti informazioni, ma ogni soggetto è però chiamato a valutarle e ad interpretarle, secondo le proprie prospettive filosofiche e convinzioni ideologiche (legittime quanto opinabili). Ed ecco che, allora, si aprono fratture e si edificano muraglie dentro cui ci si arrocca con assai scarsa disponibilità al confronto e al ragionamento sobrio e antidogmatico. Mentre, invece, su questioni di questo tipo, così delicate, sfaccettate e sfuggenti, servirebbe più che mai uno sforzo comune di analisi critica liberata da tabù, da preconcetti e da scambievoli anatemi.
All’interno dell’infuocato panorama di differenti ed opposte visioni, la cosa più sconcertante è il constatare come, mentre di tutto si dibatte e si disquisisce, una questione, a proposito del “fine vita”, venga perennemente e universalmente ignorata: quella della cosiddetta “morte cerebrale”, con annessa pratica dei trapianti di organi.
Su questo particolare aspetto delle complesse problematiche della bioetica, la Chiesa cattolica, in particolare, sempre impegnata a distinguere e a difendere le proprie posizioni in nome del doveroso e coerente rispetto dei valori cristiani, dà l’impressione di essere incapace di produrre un proprio autonomo pensiero, come accecata dalla retorica della cosiddetta “cultura del dono”. In pratica, accade che ci si allinei, in maniera assolutamente acritica, sulle posizioni attualmente dominanti (anche se non universalmente condivise) in ambito scientifico, accogliendo e adottando, in modo totalmente passivo, metri di giudizio e gerarchie di valore che nulla hanno a che fare con la più elementare riflessione teologica. Mettendo da parte, cioè, ogni preoccupazione relativa al rapporto corpo-anima, alla questione della tempistica relativa al distacco dell’anima dal corpo, al dovere di non interferire arbitrariamente sulle modalità della separazione dell’anima dal suo involucro fisico, con tutte le relative implicazioni soteriologiche ed escatologiche (relative, cioè, al destino ultramondano dell’anima: salvezza o dannazione). Detto in altre parole, si ha la sensazione che, mentre la Chiesa cattolica sia sempre pronta e determinata a proteggere da qualsiasi “innaturale” accelerazione del processo della morte malati terminali, individui affetti da gravissime disabilità, persone in stato vegetativo (vedi caso Eluana), ecc. - battendosi così contro la cosiddetta “cultura dello scarto” - abbia invece incomprensibilmente scelto di abbandonare, nelle mani dei medici espiantatori, le persone dichiarate cerebralmente morte (relegate, così, al rango di preziosi serbatoi di “pezzi di ricambio”). Persone che, fino al 1968, venivano comunemente considerate pazienti in “coma depassé” (secondo la definizione del 1959, formulata da Mollaret e Goulon) e che, solo in seguito a quanto dichiarato dalla Commissione ad hoc dell’Università di Harvard, hanno potuto cominciare ad essere considerate clinicamente e legalmente defunte, pur presentando cuore battente, fegato, pancreas, ecc., funzionanti. Persone che, secondo quanto afferma W.Franklin Weaver (Università del Nebraska), potrebbero non essere altro che “sfortunati esseri viventi (...) disumanizzati attraverso vari metodi per dichiararli “morti” mentre sono ancora vivi”. (in Finis Vitae, a cura di R. De Mattei, Rubbettino, Roma 2007, p.379)
Giovanni Paolo II ai partecipanti all’incontro promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze sulla “Determinazione del momento della morte”, nell’ormai lontano dicembre 1989, ebbe modo di asserire quanto segue:
“Il problema del momento della morte ha gravi incidenze sul piano pratico, e questo aspetto presenta anche per la Chiesa un grande interesse. Sembra infatti che sorga un tragico dilemma. Da una parte, vi è urgente necessità di trovare organi sostitutivi per malati i quali, in loro mancanza, morirebbero o per lo meno non guarirebbero. In altre parole, è concepibile che per sfuggire ad una morte certa ed imminente, un malato abbia bisogno di ricevere un organo che potrebbe essergli fornito da un altro malato, forse il suo vicino in ospedale. In questa situazione appare dunque il pericolo di porre fine ad una vita umana, di rompere definitivamente l’unità psicosomatica di una persona. Più esattamente, esiste una reale probabilità che la vita della quale si rende impossibile la continuazione con il prelievo di un organo vitale sia quella di una persona viva, mentre il rispetto dovuto alla vita umana vieta assolutamente di sacrificarla, direttamente e positivamente, anche se fosse a beneficio di un altro essere umano che si ritiene motivatamente di dover privilegiare.
Non è sempre facile neanche l’applicazione dei principi più fondati, perché il contrasto fra esigenze opposte oscura la nostra visione imperfetta e di conseguenza la percezione dei valori assoluti, che non dipendono né dalla nostra visione né dalla nostra sensibilità.”* (mie le evidenziazioni)
Ora, mi chiedo, parlare di oscurata “visione imperfetta”, di “pericolo di porre fine ad una vita umana”, nonché di “una reale probabilità che la vita della quale si rende impossibile la continuazione con il prelievo di un organo vitale sia quella di una persona viva”, non dovrebbe essere ritenuto motivo più che sufficiente per applicare l’antico e saggio principio dell’ in dubio pro vita?! Ovverosia, di fronte a tale “reale probabilità” (mai del tutto escludibile!), non sarebbe più ragionevole, più giusto e più “cristiano”, preferire di rischiare di trattare come vivo un morto, piuttosto che trattare come morto (anzi, come una “cosa morta”) un vivo?!?
Scriveva Hans Jonas, uno dei massimi pensatori del XX secolo, profondamente ferito e preoccupato in seguito all’introduzione del concetto di “morte cerebrale”, che
“Proprio il dubbio - il non sapere in fondo dove sia l’esatto confine tra la vita e la morte - dovrebbe dare la precedenza alla supposizione della vita e far resistere alla tentazione della dichiarazione di morte così pragmaticamente consigliata” .
E che ci sarebbero validissimi motivi
“per dubitare che, anche in assenza di funzione cerebrale, il paziente che respira sia del tutto morto. In questa situazione d’ineliminabile ignoranza e di ragionevole dubbio l’unica massima corretta per agire consiste nel tendere dalla parte della vita presunta.”
Particolarmente difficile da comprendere, poi, è il fatto che ben pochi si soffermino attentamente a meditare sulle motivazioni esplicitamente indicate dalla stessa Commissione di Harvard a proposito dell’ “invenzione” della “morte cerebrale”:
Il nostro obiettivo principale - leggiamo nel Rapporto redatto dalla Commissione - è definire come nuovo criterio di morte il coma irreversibile. La necessità di una tale definizione è legata a due ragioni. 1) Il miglioramento delle tecniche di rianimazione e di mantenimento in vita ha condotto a sforzi crescenti per salvare malati in condizioni disperate. A volte tali sforzi non ottengono che un successo parziale, e il risultato è un individuo il cui cuore continua a battere, ma il cui cervello è irrimediabilmente leso. Il peso è grande per quei pazienti che soffrono di una perdita permanente dell’intelletto, per le loro famiglie, per gli ospedali e per quelli che avrebbero bisogno di letti ospedalieri occupati da questi pazienti in coma. 2) Criteri di morte obsoleti possono originare controversie nel reperimento di organi per i trapianti.(mie le evidenziazioni)
Ovvero: liberare preziosi posti-letto in ospedale e tutelare legalmente gli eventuali medici espiantatori (che, altrimenti, avrebbero rischiato di essere accusati di assassinio).
Come non restare inorriditi di fronte a simili dichiarazioni tanto palesemente utilitaristiche e a-scientifiche?
Insomma, quanto tempo dovremo attendere affinché le gerarchie ecclesiastiche (nonché tutto il mondo laico libertario e sensibile al campo dei diritti umani) prendano seriamente in considerazione le voci competenti ed autorevoli (quanto inascoltate) di molti dei migliori scienziati, ricercatori, teologi e pensatori del mondo cattolico, che, con grande rigore denunciano da tempo gli innumerevoli aspetti antiscientifici del concetto di “morte cerebrale” e quelli gravemente anticristiani immanenti alla pratica trapiantistica?!
L’8 marzo ricorre la Giornata Internazionale della Donna.
Ma perché questa data? Per molto tempo si è ritenuto erroneamente che l'8 marzo fosse la ricorrenza di una tragedia avvenuta in una fabbrica di New York, in cui molte operaie persero la vita. Ma, in realtà, si tratta di un falso storico. Le motivazioni che portarono alla scelta di questa specifica data sono molteplici, e hanno inizio con l'indizione, nel febbraio 1909, ad opera del Partito Socialista americano, della prima Giornata internazionale della donna. Dopodiché altri paesi accolsero tale iniziativa (l'Italia celebrò la prima giornata della donna nel 1922), adottando però date differenti, fino al 1977, anno in cui, con la risoluzione 32/142 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, venne ufficialmente proposto ad ogni paese, nel rispetto delle tradizioni storiche e dei costumi locali, di dichiarare un giorno all'anno "United Nations Day for Women'sRights and International Peace", e in tale occasione l'8 marzo venne scelta come data ufficiale dalla maggior parte delle nazioni.
Qual è il suo significato? Parlare di festa è piuttosto fuorviante, sarebbe più opportuno parlare di ricorrenza, ma non in riferimento a uno specifico avvenimento, bensì ricorrenza di tutte quelle battaglie portate avanti dalle donne in campo sociale, culturale, economico e politico, al fine di ricordare l'importanza cruciale dell'eliminazione della violenza e della discriminazione nei confronti delle stesse e per tener viva l'attenzione su questioni che ancora oggi sono lungi dall'essere superate. Quindi una celebrazione di tutte quelle donne che con impegno, forza e coraggio hanno conquistato e ancora oggi lottano per ottenere gli stessi diritti dei soggetti di sesso maschile (anche quelli più basilari, che troppe volte noi diamo per scontati, come per esempio il diritto all'istruzione).
Critiche. In tempi recenti è sempre più acceso il dibattito sull'attuale significato che viene attribuito a questa giornata, definita ancora oggi “Festa della donna”.Si assiste sempre più ad un fenomeno di commercializzazione di questa ricorrenza, nonché di “svalutazione” dei valori di cui intende farsi messaggera. In una visione pessimistica, quella che va a configurarsi è una totale perdita del suo significato originario, e quel che resta è solamente un mero spunto di convivialità per le donne. Ma non ci si deve lasciare sopraffare da questa idea, perché in realtà, la voglia di continuare a fare propri i valori cardini di questo giorno simbolo e di diffonderli nella società esiste ancora e viene interpretata efficacemente da molte organizzazioni che continuano a cercare di sensibilizzare l'opinione pubblica su problemi di varia natura che riguardano il sesso femminile.
L'operato di Amnesty. Amnesty International, in particolare, è da sempre impegnata nella lotta per il riconoscimento dei diritti delle donne in tutto il mondo ed ogni anno, in occasione dell'8 marzo, organizza eventi e manifestazioni per far sentire forte la sua voce. Da mobilitazioni sia a livello globale che nazionale per le piazze e le strade delle città più importanti, alla raccolta fondi o firme, a campagne interattive, Amnesty ha tenuto fede alla sua promessa di fare tutto il possibile per raggiungere un livello di rappresentazione non stereotipata e non discriminatoria delle donne, mediante attività mirate alla sensibilizzazione della società civile, delle istituzioni scolastiche e degli organi di informazione.
Per questo 2017 Amnesty International Italia ha deciso di dedicare un appello a 5 donne, BibataOuedraogo, Su Changlang, ErenKeskin, MáximaAcuña, Helen Knott, donne che hanno votato la vita alla difesa dei diritti umani, svincolandosi dagli stereotipi di genere. Nell’appello si chiede al Presidente del Consiglio di proteggere le donne che difendono i diritti umani in maniera consona per l'importante lavoro che svolgono, perché non si ripeta quanto avvenuto in Honduras, in cui la Berta Càceres, nota ambientalista, è stata assassinata mentre difendeva i diritti della sua comunità nativa (l’appello è disponibile sui sitoweb alla pagina www.amnesty.it/8marzo).
Fino al 10 maggio sarà inoltre possibile realizzare ed inviare a Amnesty International – Sezione italiana, via Magenta, 5, 00185 Romaorigami, fiori di carta, come gesto simbolico di solidarietà con le difensore dei diritti umani che, insieme alle firme, verranno recapitati al Presidente del Consiglio.
Infine, sempre in occasione della Giornata internazionale della donna, Amnesty International Italia collabora al progetto “Insieme creiamo #unaltrovivere” di Altromercato, principale organizzazione di fair trade presente in Italia: in questa Giornata entrambe le Associazioni porteranno nelle piazze italiane un prodotto simbolo: il cioccolato biologico ed equosolidale Mascao. Acquistando le tavolette di cioccolato Mascao Altromercato bio, al latte e fondente 70%, si potranno così sostenere concretamente le attività di Amnesty International.
Stanotte, nella periferia più lontana di una delle tante città italiane, una dimenticata fetta di umanità ha cercato di far arrivare la propria richiesta d’aiuto attraverso la flebile voce e gli occhi di ragazzine che non raggiungono i 18 anni di età, eppure sono già da tempo avviate sulla strada della prostituzione.
Vite a cui sono stati portati via gli anni migliori, a cui è stato immediatamente sottratto il naturale disincanto; notti fredde, spesso solitarie, dove tutto si confonde in tinte scure e grigie, quelle incolori d’uno dei tanti quartieri popolari, cemento, asfalto, strade e marciapiedi che si susseguono, inframezzati da bolle di luce d’un surreale arancione; come sottofondo, il rumore delle macchine che corrono via lungo la strada.
Interminabili nottate passate a migliaia di chilometri da casa, lontane dai loro affetti, lontane da tutto ciò che un tempo era il loro mondo, lontane dagli occhi, lontane dal cuore, aspettando...aspettando che si fermi una macchina.
Un’automobile accosta per qualche secondo, solo una questione di prezzo, sempre quella, una dannata questione di prezzo da trattare, ciò che sempre più spesso regola molte delle nostre relazioni umane. Difficile ormai nasconderlo, per lo meno qui in questa ampia fetta di mondo governata dalle “leggi” del “libero” mercato. Qui si ripete fino allo sfinimento che tutto e tutti hanno un prezzo, qui ci sono persone a cui è stato tolto il diritto di essere padrone di se stesse e della propria vita. Al tempo stesso a molte altre non è mai stato insegnato a riconoscere il gusto assoluto che si prova conservando il senso della propria dignità, un’inesauribile risorsa che ancora oggi può ricordarci con forza che non tutto è comprabile, non tutto e tutti hanno un prezzo, ma che al contrario sono ancora molte più le cose che non si possono comprare, rispetto a quelle che hanno un cartellino attaccato sopra.
20 o 30 euro, il prezzo medio di “mercato” da pagare per compiere un tristissimo “atto meccanico”, qualcosa che dell’amore non ha nemmeno la più lontanissima apparenza.
Ci raccontano che a volte, in nottate come questa, si arrivi persino a 10 euro...per poter “possedere” per qualche minuto, una ragazza dell’Est, oppure l’esile corpo d’una ragazzina africana, i cui occhi sembrano davvero quelli d’un angelo malamente inciampato e caduto a terra.
Una ragazza rumena più grande, più tardi ci dice, “Visto quante ragazzine ci sono a giro? Da un anno ne sono arrivate tantissime, agli italiani piace andare con le bambine”.
Qualcuno potrebbe obbiettare: “In fondo è soltanto un dare e un ricevere in un libero scambio”, Certo... con la “trascurabile” differenza che al “cliente” pagante, solitamente maschio, bianco, cittadino comunitario europeo e adulto, viene sempre riservata la possibilità di scegliere come, quando e persino con chi “scaricare” i propri desideri sessuali, mentre a una ragazzina minorenne senza documenti non viene riservato nessun diritto; è solo una persona “invisibile” a cui nulla è permesso. Lei è solo “carne da macello” per le basse voglie di qualcuno, lei non può scegliere niente, deve solo acconsentire in silenzio, accettare che la sua giovanissima vita, giorno dopo giorno venga rubata e violentata, di modo che qualcuno si possa arricchire e al tempo stesso, qualcun altro senza porsi tanti se né tanti perché, possa ottenere la propria dose di insensato godimento materiale. In un contesto come quello che ci troviamo di fronte stanotte, poco importano i diritti umani, ancor meno le sofferenze e le violenze subite. Non fa certo la differenza sapere a quale schifo e miseria umana devono assistere ogni giorno queste giovanissime ragazze, per via di una delle più famose leggi di mercato, quella che recita, “il cliente ha sempre ragione....”
Molte di queste ragazzine, schiave senza voce nella nostra civilizzata “Patria”, in fondo possono solo sperare...sperare che un giorno, il più presto possibile, questa “vita non vita” finisca e si trasformi in qualcos’altro, anche solo d’un poco migliore.
Sono schiave, sì, moderne schiave, dal momento che molte di loro, nemmeno sedicenni, con l’inganno d’un buon lavoro e della prospettiva di vita migliore, talvolta persino vendute col consenso del padre, vengono portate via a migliaia per fare la vita di strada nel progredito Occidente, in una terra lontana, in questo caso la nostra. Obbligate a suon di botte e sevizie, minacciate di possibili ritorsioni sui familiari e sulle amiche, oppure instillando loro ancestrali paure, facendogli credere che rituali magici, qualora eseguiti, possano portare loro sofferenza, malattie, morte e persino la perdizione dell’anima.
L’associazione Papa Giovanni XXIII può offrire molto a queste ragazze, se solo decidessero di lasciare la strada, ospitandole fino a quando non saranno totalmente autonome. Purtroppo ciò accade di rado, la paura che hanno dei loro aguzzini vince quasi sempre. E poi dietro c’è anche il racket, debiti inestinguibili da pagare alle organizzazioni criminali, sia italiane che estere che le hanno fatte arrivare qui. Molte di loro si sentono anche in colpa verso i genitori che le hanno spedite qui a fare fortuna, e a cui non raccontano certo che vita fanno. Se si ribellano ai loro aguzzini vengono picchiate e seviziate e quelle che riescono a scappare hanno sempre terrore che per ritorsione possano ammazzare sorelle, fratelli, madri.
La radice di questa moderna tratta delle schiave sta nel fatto che c’è molta “domanda” e di conseguenza in ogni buon mercato che si rispetti segue molta “offerta”.
I rapporti di forza sono questi, il cliente pagante sceglie il come, il dove, il chi e il quando, il protettore stabilisce il prezzo di cui tiene per sé la parte maggiore, la ragazzina a cui viene letteralmente rubata la vita mette il proprio corpo d’adolescente. Non può scegliere niente, fino a quando un giorno non verrà considerata troppo vecchia o malata per essere “commerciabile”.
Stanotte sulle strade di Firenze c’era un giovane angelo, malamente inciampato e poi caduto a terra, uno dei tanti che con occhi vivi raccontava e faceva intuire come possa essere la sua vita e quella di migliaia di altre ragazze obbligate a vendersi.
I suoi occhi a tratti si sono accesi di speranza e il volto spesso si è illuminato con un sorriso, quando parlando con un gruppo di volontari di un’associazione, le veniva spiegata la possibilità di lasciare la strada, di cambiare vita, cambiare città, avere un vero lavoro, una casa, persone che possano prendersi cura di lei, dei documenti.
I volontari sono quelli dell’Associazione “Papa Giovanni XXIII” che da anni cercano di recuperare la vita di ragazze che una vita propria non ce l’hanno più.
La paura è tanta: “Adesso non posso venire, sono controllata” ci dice Isa in un buon inglese, “La prossima volta vengo con voi, adesso davvero non posso proprio, avviserebbero subito il mio boss... e poi le cose si metterebbero male”. In molti provano a convincerla, a rassicurarla, ma la paura è troppa.
Alessandro, un volontario dell’associazione, con un grande sorriso le chiede di fare almeno una promessa: “Dai, allora promettici che ci chiamerai quando ti sentirai pronta per fare questo passo, promettici che ci chiamerai, noi siamo qui ... Se lo vuoi in meno di un’ora siamo da te e ti portiamo con noi, così cominci una nuova vita lontana da qui”. “Sì.... ve lo prometto” risponde.
Isa sostiene di avere 20 anni, ma a guardarla, si vede bene che è un’adolescente, forse poco più che sedicenne. Le piace molto la musica, cerca di far passare più velocemente che può le lunghissime nottate grazie ai suoi auricolari e alle tante canzoni che ascolta.
Isa ha una grande passione, sa cucinare molto bene e ha un grande sogno, poter concludere questa squallida vita di strada, poter tornare un giorno nella sua terra e aprire un localino dove fare ristorazione.
Alla fine della chiacchierata, insieme raggiungiamo le altre ragazze, quasi tutte coetanee e connazionali di Isa. Si parla ancora, stasera non c’è tanto movimento in giro. Emanuele prende il thermos dallo zaino; c’è tempo per condividere un tè caldo e dei biscotti.
Poi in cerchio prendendosi tutti per mano, un breve momento per salutarsi, alcune ragazze pregano sottovoce, altri volontari in silenzio fanno delle richieste a un Dio “interno” che non si vede, ma del quale in quel momento si sente fortissima la presenza. Nel silenzio generale Isa inizia a cantare, la voce dolcissima che si sente a notte fonda in una desolata strada di periferia. sembra quella d’un angelo. Ci viene concesso l’impagabile dono d’una canzone, scandita come fosse una sentita preghiera, recitata in tante lingue, un po’ in inglese, un po’ in lingua africana, un po’ in italiano, un po’ in spagnolo, un po’ nel profondo linguaggio del silenzio, quello universale che è di tutti.
Guardando queste ragazzine mentre sono insieme, poco più che bambine, lontane da casa, sottoposte a una non scelta, spesso a violenze quotidiane, a soprusi, al degrado, a una non vita, costrette ad assistere a molta miseria umana, quella di coloro che pagano per possederle fisicamente per qualche minuto, si coglie comunque tutta la loro profonda umanità nel modo che hanno di guardarsi, di parlarsi, di sorridersi, nel cercare di prendersi cura l’una dell’altra. Un’umanità che non si può raccontare, che si può solo cercare di cogliere nel sentirle cantare, nel guardarle negli occhi, nel vederle pregare e fare richieste dentro se stesse per avere una possibilità di condurre una vita diversa.
Si è fatto molto tardi, è il momento di congedarsi. Sebbene sia solo un arrivederci, gli occhi si fanno un po’ tristi, un abbraccio, un saluto, un grazie, uno sguardo da lontano, poi ognuna di loro riprende la sua postazione.
Serena, una delle volontarie che opera in strada da più di 30 anni, ci spiega che ci vorrebbe una grande campagna di sensibilizzazione nazionale su questo tema. Molti anni fa, mentre molti parlavano ancora del fenomeno della prostituzione come “mestiere più antico del mondo”, Don Oreste, fondatore dell’Associazione Papa Giovanni XXIII fu il primo ad affermare che queste ragazze in pratica non hanno nessuna scelta, né di fatto alternative e che a tutti gli effetti sono schiave. Serena ci racconta di come sarebbe necessaria una grande forza trasversale, capace di coinvolgere più realtà, provenienti da differenti estrazioni sociali, politiche e culturali, di modo da poter generare una presa generale di coscienza sulla questione. Di pari passo andrebbe portata avanti una legge nazionale, come d’altronde hanno già in Francia o nel Nord Europa, che in qualche modo generi una forma di responsabilità sia penale che amministrativa nei confronti del “cliente”, così da disincentivare direttamente alla fonte ciò che alimenta il mercato della prostituzione.
Un antico messaggio rivoluzionario diceva: “Nell’amore non c’è timore”. Colui che lo espresse si inimicò fin da subito sacerdoti e farisei, si dedicava agli ultimi e spiegava che il peccato non sta nell’atto d’amore in sé, bensì nella sua mercificazione, nel voler dare un prezzo ad ogni cosa, ad ogni relazione umana, ad ogni persona, idea o sentimento. Il peccato non sta certo dentro gli occhi o nel corpo d’una ragazzina che non arriva ad avere 18 anni, quanto nel costringere lei o una qualsiasi persona a fare qualcosa che non si vuol fare, oppure nel partecipare direttamente al meccanismo della mercificazione, nell’essere conniventi, complici e persino disponibili a pagare per dare mostra della propria miseria umana. E’ una miseria interiore senza fondo, che si manifesta appena si comincia a degradare un’altra persona, riducendola a semplice strumento di vuota soddisfazione personale, da regolare pagando, senza riconoscere in essa una sorella, una figlia, una madre, né una persona colma di un’umanità che di questi tempi, in molti hanno perduto.
La cosa che più preoccupa, al punto di valutare se pubblicare o meno questo articolo, è il pensiero che magari fra qualche giorno, qualche odierno “fariseo” possa ordinare un blitz per riportare “ordine e decenza” nelle pubbliche vie. Così per la gioia di tutti l’apparenza per un po’ sarà salva.
Le ragazzine probabilmente saranno arrestate, verranno interrogate, riceveranno un foglio di via e niente della loro penosa situazione migliorerà di una virgola. La settimana dopo chi controlla le loro vite, in silenzio, le sposterà in qualche altra sperduta strada o in un’altra città. Altre coetanee di Isa prenderanno il suo posto, i volontari con tantissimo impegno continueranno a rimboccarsi le maniche, le istituzioni invece, ad Isa e alle sue compagne, continueranno a non offrire nessuna valida alternativa per cambiare vita.
A proposito, tra poco sarà la “festa della donna”. Un mazzetto di mimose, un aperitivo, una cena con uscita serale, qualche bella frase fatta su social e sui giornali e intanto tra un’ipocrisia e l’altra il “mercato” va avanti.
“I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno di Dio” disse Gesù ai sacerdoti e ai farisei che lo ascoltavano indignati nel tempio. Queste parole suonarono come una bruciante sferzata per i rappresentanti istituzionalizzati della voce del “Signore”. Sacerdoti e farisei, proprio loro che si consideravano ed erano ritenuti “puri”, sarebbero stati preceduti dai pubblici peccatori e dalle prostitute!
Tratto dall’agenzia di stampa Pressenza
Informazioni sull'Autore
Luca Cellini
Luca Cellini, partecipa fin da giovanissimo alle attività del Partito Umanista, volontario della Lega Obbiettori di Coscienza, è stato attivista di Greenpeace e Amnesty International; nel 1993 partecipa alla marcia della pace Mir Sada come forza d'interposizione nonviolenta durante il conflitto in Bosnia. Nel 2003 partecipa ai lavori del Social Forum, nel 2009 alla Marcia Mondiale della Pace e della Nonviolenza; nel 2011 fonda il comitato Valdarno Sostenibile con cui promuove la formazione della Rete di Coordinamento Valdarno Valdisieve, partecipando attivamente insieme ai comitati della piana fiorentina alla redazione di piani alternativi per la gestione dei rifiuti. Si occupa di controinformazione, di economia e di ricerca nel campo energetico, delle strategie rifiuti zero e d'ecologia temi per i quali ha presentato incontri e seminari di formazione per gli studenti delle scuole superiori. Attualmente lavora come libero professionista nel settore della progettazione. E' membro della redazione ed editorialista di Pressenza.
Ho conosciuto Carmelo Musumeci da poco tempo e, qualche settimana fa, ho avuto la gioia di pubblicare una nostra breve conversazione.
Ieri, scrivendoci, Carmelo mi ha segnalato il bellissimo scambio epistolare intercorso fra lui e gli alunni di una scuola media che hanno lavorato sul problema del carcere, intelligentemente guidati dal loro professore di IRC.
Subito ho pensato che sarebbe stato giusto condividere le sagge riflessioni degli uni e dell’altro, pienamente convinto che saranno in molti ad apprezzarle, ricavandone una calda sensazione di speranza per il nostro domani.
Non si potrebbe concepire una punizione più diabolica di quella di vederci strappati dalla società e di essere totalmente ignorati dai membri che la compongano. (William James)
Nel mondo libero ti può capitare veramente di tutto e questa mattina, quando sono uscito dal carcere e sono arrivato nella struttura della Comunità dove svolgo la mia attività di volontariato, ho trovato questa bellissima lettera che ha allietato il mio cuore.
Non posso che fare i complimenti a questi meravigliosi ragazzi per la loro ricerca, il loro impegno a comprendere la vita di un detenuto e per avere pensato e scritto proprio a me.
Il mio cuore dice grazie.
All'attenzione del Sig. Carmelo Musumeci.
In calce invio la lettera realizzata dai miei alunni della scuola media di Chiusi della Verna che hanno realizzato un lavoro sulla condizione detentiva in Italia.
Siamo una classe di scuola media di Chiusi della Verna (Ar) e, con il nostro Professore di I.R.C., abbiamo conosciuto la Sua storia. Abbiamo avuto modo di conoscere i vari sistemi di carcerazione e rieducazione presenti in Italia e all'estero e ci siamo convinti che, se ci deve essere un carcere, dovrebbe avere certe caratteristiche:celle più grandi e più spaziose, minimo 15 mq a persona, che possano garantire la privacy di ogni singola persona;presenza di palestre e spazi per praticare sport;presenza di biblioteche ed emeroteche;creare spazi per le arti visive (cinema, teatro, pittura, scultura);garantire la giusta importanza al cibo e alla sua qualità;avere luoghi di culto e avere la possibilità di frequentare laboratori dove imparare un mestiere;avere la possibilità di maggiori incontri con familiari e amici;avere luoghi aperti dove poter vedere il cambiamento delle stagioni.Ma la cosa più importante per noi, è che il carcere debba servire a rieducare i carcerati e ridare loro una speranza, senza farli uscire peggio di come sono entrati, evitando di trattarli male, facendo vedere la detenzione come un'ingiustizia invece che un modo per aiutarli a migliorare.
La ringraziamo per l'attenzione che ci ha concesso e se vorrà, potrà darci un Suo giudizio sul lavoro che abbiamo fatto.Un caro saluto.
I ragazzi della classe terza di Scuola media di Chiusi della Verna (Ar)
Cordiali saluti.Prof. Leonardo Magnani
Cari ragazzi,
avete capito quello che i nostri governati non vogliono capire cioè che è una grande stupidaggine fare giustizia col carcere come è pensato in Italia, perché, più che punire i reati, incita a moltiplicarli.
Penso che questa società stia perdendo la capacità di pensare, di amare e di essere umana, perché quando la giustizia punisce dovrebbe preoccuparsi anche di farlo senza arrecare altro male. Tanto, in realtà, non si può rimediare più al male già fatto.
Molti, purtroppo, confondono la giustizia con la vendetta. E una pena che non finisce mai, come la condanna all’ergastolo, non è altro che una vendetta che non rende migliore né chi la emette né chi la subisce. La pena per essere giusta dovrebbe pensare al futuro e non al passato. L’ergastolo invece guarda sempre indietro e mai avanti. La pena - per essere capita, compresa ed accettata - deve avere una fine; una pena che non finisce mai non può essere capita, né compresa né tantomeno accettata.
Cari ragazzi, io credo che il carcere sia la malattia: meno se ne fa, più si guarisce in fretta. La limitazione dei contatti con l’esterno, l’imposizione di norme burocratiche ottuse e spesso stupide ed infantili imposte per anni e anni, creano dei poveri diavoli che non riusciranno più a inserirsi nella società. Io credo pure che la galera, così com’è, sia un’istituzione totalitaria e criminogena perché, oltre a privare della libertà, della gestione della propria vita e spesso anche dei propri pensieri, spoglia il detenuto della sua identità perché lo costringe a disimparare a vivere.
Il carcere oggi in Italia rappresenta uno strumento di straordinaria ingiustizia, un luogo di esclusione e di annullamento della persona umana. Dietro la vuota retorica della risocializzazione, della rieducazione, si nasconde in realtà una vita non degna di essere vissuta. Io credo anche che se si esce dal carcere dopo troppi anni, quando ormaila famiglia e la società ti hanno dimenticato, o ti muoiono padre e madre e non hai figli, diventi a tutti gli effetti un fantasma che non riuscirà più a inserirsi nella società e che, probabilmente, farà di nuovo del male e tornerà in carcere. Infatti, quando impari a vivere sott’acqua per quasi una vita intera, senza amore, né affetto, né relazioni sociali, è difficile poi tornare a vivere di nuovo sulla terraferma.
Cari ragazzi, vi lascio con un sorriso a cielo aperto, almeno fino a questa sera, quando rientrerò in carcere, e con questa bella frase di Dostoevskij:
“Se io stesso fossi un giusto, forse non ci sarebbe neppure il delinquente davanti noi”.
Buona vita.
Carmelo Musumeci
Febbraio 2017
La vicenda risale a diversi mesi fa, ma soltanto da qualche giorno i mass media sono stati in grado di farla circolare: Rosalba Giusti, madre di sei figli, si è risvegliata, dopo quattro anni di coma profondo.
Dichiarano i figli che i medici erano stati molto fermi nell’affermare che “non c’erano speranze”.
La neurologa Patrizia Pollicino ammette, molto onestamente, che, in 25 anni di carriera, mai le era capitato un simile caso e che, se fosse stata interrogata un anno fa in merito alla possibilità di un simile evento, la sua risposta sarebbe stata di netto segno negativo.
Paolo Maria Rossini, direttore dell’Unità di Neurologia del Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma, in una intervista apparsa su La Stampa (7/09/2016), riconosce che cimentarsi nel cercare di spiegare simili eventi “è come camminare su un campo minato” e che, risvegli analoghi si sono verificati anche dopo 10 anni ed anche più.
Rosalba non ha soltanto ripreso coscienza e ricominciato a parlare, ma dimostra, giorno dopo giorno, di essere padrona delle sue facoltà mentali e anche (cosa che andrebbe meditata con cura) di aver registrato informazioni relativamente a quanto accadeva intorno a lei durante il periodo in cui sembrava priva di vita.
Impressionante quanto dichiarato dai figli a proposito dell’eventualità che la madre fosse dichiarata cerebralmente morta (cosa felicemente non verificatasi): “Non dimenticherò mai la faccia dell’operatore che, dietro le porte della rianimazione, ci chiedeva il consenso per la donazione degli organi.”
Di fronte a vicende come questa (meno rare, a dire il vero, di quanto spesso si pensi), un pizzico di saggezza dovrebbe imporre a tutti noi una sana dichiarazione di agnosia, ovvero di pubblica ammissione di sapere di non sapere, coerentemente coronata da umilissimo e sapientissimo silenzio. Nello stesso tempo, però, casi del genere dovrebbero essere fatti oggetto di attento esame non solo fra gli addetti ai lavori, ma anche fra tutti quanti nutrono una qualche forma di interesse nei confronti delle tematiche di bioetica relative al confine vita-morte. Primi fra tutti, quindi, politici, giuristi e uomini di Chiesa. Coloro, cioè, che hanno poi voce in capitolo nel deliberare in merito a come la comunità civile dovrebbe porsi e comportarsi di fronte al “fine vita”, in merito a quali siano i confini fra sfera pubblica e sfera privata, fra lecito e illecito, fra bene e male, ecc ...
Ma tutti quanti noi dovremmo sentirci chiamati a riflettere con grande cautela e con grande disponibilità anche a mettere in discussione ed eventualmente a rivedere le nostre categorie interpretative, nonché le nostre (molto pericolose) certezze.
Proviamo a chiederci, ad esempio, cosa sarebbe stato di Rosalba Giusti qualora l’elettroencefalogramma fosse risultato piatto e i familiari avessero concesso l’autorizzazione a procedere alla cosiddetta “donazione” degli organi che, in assenza di autorizzazione convintamente consapevole del soggetto “donatore”, sarebbe indubbiamente più corretto chiamare “predazione”. Il corpo vivo di una persona erroneamente/ipocritamente dichiarata morta sarebbe stato smembrato, e i suoi organi funzionanti (perché vivi) “donati”, qua e là, a pazienti in attesa di trapianto. Con il conseguente puntualissimo tripudio della cagnara mediatica sempre pronta ad esaltare la perizia delle équipes chirurgiche coinvolte, la “provvidenziale” tempestività e l’efficienza di tutto l’ingranaggio ospedaliero, nonché (soprattutto) la toccante “generosità” dei parenti “donatori” di un corpo caldo e respirante, assolutamente non di loro proprietà ...
E quanto possiamo essere sicuri della sostanziale differenza fra la condizione che viene definita di stato vegetativo e quella che da circa mezzo secolo definiamo di morte cerebrale? Anche casi di persone classificate come cerebralmente morte e poi inaspettatamente (!) ridestatesi dal coma non mancano davvero*. In simili casi, i difensori ad oltranza della medicina trapiantistica si difendono chiamando in causa errori di carattere diagnostico. Ma chi ci garantisce che tali errori non siano accaduti in chissà quanti altri casi e che possano continuare a ripetersi? Ed errori di questo tipo possono rappresentare una vera e propria “condanna a morte” per individui ancora in vita e forse recuperabili alla “normalità” ...
Il caso della signora Rosalba, ci dicono, è un caso molto raro. Ma la rarità del fenomeno non ci autorizza affatto a minimizzarne la portata. Il filosofo Karl Popper, uno dei massimi epistemologi del XX secolo, ci ha ampiamente dimostrato che, in ambito scientifico (per quanto concerne il rapporto fra elementi pro ed elementi contro una qualche tesi), vige (e dovrebbe sempre essere rispettato) il principio di “asimmetria logica”. Ovverosia, è sufficiente un oggettivo elemento contro per far crollare le nostre certezze, in maniera del tutto indipendente e indifferente dalla quantità degli elementi pro: basta cioè un cigno nero per mettere fuori uso l’asserzione “tutti i cigni sono bianchi” ...
E quindi? Quindi dovremmo sentirci obbligati a riconsiderare e a ridiscutere (o, meglio, a cominciare - finalmente – a discutere sul serio) concetti come “stato vegetativo” e “morte cerebrale”. In particolar modo, ricordando che quest’ultimo concetto non è scaturito da ricerche/ scoperte scientifiche di chissà quale portata rivoluzionaria, bensì unicamente dalla esplicita volontà della famosa Commissione di Harvard che, nell’agosto 1968, decise, in modo del tutto arbitrario, di cambiare nome a quanto, fino ad allora, veniva denominato “coma dépassé” (coma irreversibile) ... Allo scopo dichiarato di sollevare famiglie e ospedali dal problema di persone in gravissime condizioni mantenute in vita grazie ai sempre più moderni sistemi di rianimazione e di evitare “controversie nel reperimento di organi per i trapianti”, ovvero evitare che i medici trapiantisti potessero essere accusati di omicidio. In pratica, appiccicando un’etichetta massimamente accomodante ad una condizione-limite di cui pochissimo (quasi nulla) sapevamo e continuiamo a sapere.
Ma il dare nomi alle cose non ci dà la conoscenza delle stesse e darne di nuovi non consente di modificare magicamente la loro sostanza ... Maneggiare con disinvoltura etichette lessicali ben lucidate , infatti, non può certo togliere il carattere di inesplorato e forse inesplorabile mistero a determinate condizioni della nostra misteriosa esistenza.
Chiediamoci, perciò, e continuiamo a chiederci, senza soggiacere, per disattenzione e per conformismo, a quanto ci dicono coloro che pretendono di sapere:
- È scientificamente possibile ottenere certezze incontrovertibili in merito all’irreversibilità di una condizione comatosa?
- È scientificamente dimostrabile la totale cancellazione di qualsivoglia forma di coscienza nei pazienti immersi nelle varie condizioni comatose (indipendentemente da come vengano classificate)?
- Il “morto cerebrale” che ha il cuore battente è veramente morto?
- Fino a che punto possiamo essere certi che coloro che classifichiamo come “donatori” di organi non conservino una loro sensibilità, una loro coscienza che noi siamo incapaci di riscontrare?
- Chi potrà mai darci la certezza assoluta che non siano proprio le operazioni di espianto (che non certo a caso vengono accompagnate da accurata sedazione) a determinare la morte (non certamente “naturale”) dei soggetti “cerebralmente morti”?
- Fino a dove può arrivare il nostro umano potere di negare ad un paziente immerso in una condizione a noi ignota e per noi inesplorabile nella sua intima essenza il diritto di continuare a vivere, la possibilità (per quanto remota) di recuperare il suo posto fra noi?
*Si veda, per un’ampia documentazione, il sito www.antipredazione.org
Non si ferma la campagna di Amnesty International.
Che la situazione in terra egiziana non fosse particolarmente rassicurante lo si sapeva anche da molto prima che ci ritrovassimo feriti dalla vicenda di Giulio Regeni.
Consultando, infatti, il Rapporto annuale di Amnesty International era facilmente possibile apprendere del deterioramento progressivo di una realtà già ampiamente preoccupante sotto il profilo del rispetto dei diritti umani.
Le autorità egiziane, nel corso del 2015, hanno imposto restrizioni sempre più rigide ed arbitrarie ai diritti alla libertà d’espressione, associazione e pacifica riunione.
Ad agosto, il governo ha promulgato la Legge 94, una nuova legislazione antiterrorismo in cui la definizione di “atto terroristico” viene formulata in termini vaghi e oltremodo generici, conferendo al presidente il potere di “adottare le misure necessarie per assicurare l’ordine pubblico e la sicurezza”, consentendo l’istituzione di tribunali speciali e stabilendo pesanti ammende per i giornalisti che avessero pubblicato notizie sul “terrorismo” con contenuto non in piena sintonia con la linea ufficiale del governo.
Sono così state incarcerate (oltre a leader e attivisti politici d’opposizione) numerose persone “colpevoli” di aver osato esprimere giudizi critici verso il governo. Alcune di esse sono state anche sottoposte a sparizione forzata: gruppi per i diritti umani hanno riferito di aver ricevuto decine di denunce riguardanti casi di persone arrestate dalle forze di sicurezza e poi rimaste detenute in incommunicado.
Giornalisti che lavoravano per conto di organi d’informazione critici verso il governo o legati a gruppi dell’opposizione sono stati perseguiti penalmente per aver pubblicato “notizie false” e per altre accuse di ordine politico. In alcuni casi, sono state comminate hanno lunghe pene carcerarie e addirittura una condanna a morte. Alcune persone, per aver esercitato pacificamente il loro diritto alla libertà d’espressione, sono incappate in pesanti procedimenti giudiziari sulla base di accuse come “diffamazione della religione” e offesa alla “morale pubblica”.
Gli apparati; di sicurezza hanno fatto sovente ricorso ad un uso eccessivo della forza contro manifestanti, rifugiati, richiedenti asilo e migranti, mentre detenuti hanno subìto tortura e altre forme di maltrattamenti. In taluni casi, sono state arrestate anche persone accusate di “indecenza”, a causa dei loro supposti orientamenti sessuali.
I tribunali hanno emesso, inoltre, centinaia di condanne a morte e sentenze a lunghi periodi di carcerazione al termine di processi di massa dal carattere palesemente iniquo e arbitrario.
Le forze di sicurezza e dell’intelligence militare hanno torturato i detenuti sotto la loro custodia, con metodi che comprendevano, tra l’altro, scosse elettriche o costrizione a rimanere in posizioni di stress. Numerose anche le segnalazioni di decessi in custodia causati da tortura, da altri maltrattamenti e da mancanza di accesso a cure mediche adeguate
La morte di Giulio Regeni va, pertanto, necessariamente collocata all’interno di questo quadro generale di riferimento, tenendo presente, in particolare, che le sparizioni forzate sono diventate un fenomeno dolorosamente assai diffuso nell’Egitto di oggi.
In base ai dati finora diffusi da due Ong (la Commissione Egiziana per i Diritti e le Libertà», diretta dall’ex ricercatore di Amnesty International Mohamed Lotfy, e del «Centro El Nadim per la riabilitazione delle vittime di violenza» della psichiatra Aida Seif Al Dawla) ritenute assolutamente attendibili da Amnesty International, da agosto 2015 ad oggi, il totale delle persone scomparse sarebbe di ben 533 casi. Su 396 di questi, nulla ci è ancora possibile sapere, anche se è fondatamente possibile ritenere che siano in mano ai servizi di sicurezza dello stato.
Soltanto in aprile 2016 sono sparite forzatamente 86 persone (praticamente tre al giorno!). Sempre nel mese di aprile, invece, quelle uccise nelle prigioni e nei commissariati di polizia sono state nove: otto per mancata fornitura dell’assistenza medica necessaria e uno per tortura.
Secondo El Nadim, nel corso del 2015, si sarebbero verificati 1176 casi di tortura, di cui quasi 500 con esito mortale. Nei luoghi di detenzione la tortura è dilagante e le condizioni terribili: sovraffollamento, mancanza di ventilazione, privazione di cibo, assenza di cure mediche. Il numero di morti per negligenza medica all’interno delle carceri (catalogate impropriamente come “morti naturali”) mette in luce una deliberata privazione di assistenza sanitaria per i detenuti.
Nel paese si lamenta una totale assenza dello stato di diritto. Le forze armate e le forze di sicurezza godono di un’assoluta impunità nell’uccidere e nell’incarcerare. Ci sono anche prigioni segrete e i malcapitati possono passare anni imprigionati ancor prima del processo, senza vedere in faccia il proprio giudice. Il prolungamento della detenzione è rinnovato automaticamente e molti sono i casi anche di esecuzioni extra-giudiziali. L’utilizzo di armi da parte della polizia è senza precedenti: le forze di sicurezza, siano esse esercito o polizia, sapendo di essere costantemente protette, finiscono per attribuirsi e per esercitare una vera e propria “licenza di uccidere”.
Al fine anche di parlare di tutto questo, nell’ambito delle campagne "Stop Tortura" e "Verità per Giulio Regeni", sabato 28 maggio, il Comune di Albano Laziale (Roma) e Amnesty International - Circoscrizione Lazio hanno organizzato una felice iniziativa che ha visto anche un bel coinvolgimento di alcune scolaresche in un flash mob nella piazza principale del paese.
Ad Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia, intervenuto nel convegno organizzato presso il palazzo municipale, abbiamo rivolto alcune domande per meglio mettere a fuoco alcuni aspetti del caso Regeni.
- Il caso di Giulio Regeni ha suscitato in tanti non solo indignazione, ma anche parecchio stupore: perché una tale assurda ferocia contro un giovane certamente non pericoloso?
Giulio Regeni era un giovane studioso italiano che svolgeva delle ricerche, nell'ambito di un progetto dell'Università di Cambridge, al Cairo. Nella seconda metà di gennaio è scomparso ed è stato ritrovato morto dopo alcuni giorni con segni inequivocabili di tortura. Sul perché sia stato ucciso per il momento si possono fare solo delle ipotesi. Robert Fisk, un commentatore autorevole, ha ipotizzato che i contatti di Regeni con gli ambienti sindacali egiziani, una spina nel fianco del regime, su cui stava facendo la sua ricerca, gli sarebbero stati fatali. Questa può essere una spiegazione specifica. Forse, però, interessa di più la spiegazione generale: è il contesto che spiega meglio quello che è accaduto. E il contesto è di violazioni diffuse e sistematiche dei diritti umani: sparizioni e tortura non sono una novità di oggi in Egitto, ma, in questo periodo, sono pratiche particolarmente diffuse. E sono diffusissimi anche gli arresti arbitrari e i processi iniqui. Amnesty International ha notizia di 12.000 arresti di manifestanti o oppositori nei primi 10 mesi del 2015!
Un paio di mesi fa, è stato rilasciato, per fortuna, un ventenne che aveva trascorso gli ultimi due anni in carcere per avere indossato una maglietta con una scritta che chiedeva la fine della tortura ("Nation Without Torture"). Molte altre persone, invece, sono attualmente in carcere, tra cui il fotoreporter conosciuto col soprannome Shawkan, arrestato il 14 agosto 2013, mentre stava seguendo, per conto di un'agenzia di stampa inglese, lo sgombero di un sit-in convocato dalla Fratellanza musulmana in un quartiere del Cairo, in occasione del quale le forze di sicurezza hanno ucciso moltissimi manifestanti. E' detenuto in attesa di processo da quasi 1000 giorni. Le imputazioni nei suoi confronti sono state rese note al suo difensore due anni e mezzo dopo l'arresto. Anche Shawkan è stato torturato e non gli viene permesso di curarsi per l'epatite C.
Cito volentieri questo caso particolare anche perché, qualche giorno fa, la famiglia di Giulio Regeni ha voluto firmare, con un bel gesto, un nostro appello per chiedere il suo rilascio.
- Rimane, però, difficile capire i motivi che possano aver indotto ad accanirsi contro uno straniero, con il rischio di suscitare un clamore di portata mondiale.
Quel che a me interessa sottolineare è che alle violazioni diffuse e sistematiche si accompagna di regola una vera e propria cultura dell'impunità. Ciò rende meno strano, meno implausibile l'omicidio di Giulio. Sono molti a chiedermi come sia stato possibile che uno straniero, uno studioso, abbia potuto fare quella fine. Alcuni si chiedono se non fosse più semplice espellerlo. Certamente sì, e qualcosa probabilmente non è andato per il “verso giusto”. Ma, in un paese in cui servizi di sicurezza ed esercito sono abituati da decenni a commettere abusi senza non doverne mai rendere conto, senza mai rischiare di essere puniti, anche uno straniero può essere torturato a morte senza troppi scrupoli e calcoli. Da certi segnali, tra l’altro, si capisce che le autorità egiziane sono rimaste piuttosto stupite dall'entità e dall'estensione della reazione. Proprio perché in piena contraddizione con una antica e consolidata cultura dell'abuso di potere e dell'impunità.
- Dopo tanti vergognosi quanto grotteschi tentativi di occultare la verità, che cosa si riesce a comprendere delle dinamiche di questa triste vicenda?
Nel giro di qualche settimana si è passati dall’incidente d’auto (evidentemente poco compatibile con i segni di tortura trovati sul corpo) alla pista omosessuale ("ragioni private"), a quella della droga, alla vendetta tra spie, alla criminalità comune, fino al traffico di opere d’arte. La versione più incredibile è, a mio avviso, quella della banda di criminali comuni, a quanto pare specializzati in rapimenti di stranieri, con l'abitudine di travestirsi da membri delle forze di sicurezza, tutti e 5 morti in un conflitto a fuoco, anche se i colpi li avevano casualmente raggiunti alla nuca. Il tutto completato dalla messinscena dei documenti di Giulio fotografati su un piatto d'argento (documenti che i sedicenti malviventi avrebbero conservato per settimane, pronti per essere ritrovati). Il regime egiziano, oltre a diffondere in modo ufficiale e semi-ufficiale versioni poco credibili dell'accaduto, da un lato ha preso ad accusare gli attivisti e i social media egiziani di disseminare bugie che creano inimicizie all’Egitto. Dall'altro, a offrire una collaborazione incompleta o, peggio, a fare finta di collaborare con gli investigatori italiani mettendo a disposizione dossier carenti delle informazioni più importanti.
Su quel che è successo davvero, non abbiamo certezze, o meglio non abbiamo prove. Tuttavia, le circostanze e la data della scomparsa (il quinto anniversario della “rivoluzione del 25 gennaio” 2011, con tutti i precedenti segnati da picchi della repressione), i metodi di tortura cui è stato sottoposto (esattamente gli stessi usati dagli apparati di sicurezza in un gran numero di casi), la stessa indisponibilità a collaborare nella ricerca della verità, l’assegnazione iniziale delle indagini a un funzionario di polizia condannato nel 2003 per un caso di morte sotto tortura (in seguito accusato di aver torturato, incriminato per false accuse e ucciso manifestanti nel 2011), l'analogo destino cui sono andati incontro due attivisti egiziani scomparsi negli stessi giorni di gennaio (ufficialmente morti durante uno scontro a fuoco con le forze di sicurezza, ma il primo aveva le unghie strappate e ferite da arma da taglio, il secondo un foro di proiettile in testa e lividi su tutto il corpo) inducono fortemente a pensare che le forze di sicurezza egiziane siano responsabili dell’omicidio di Giulio Regeni.
Non sappiamo, nel senso che non abbiamo elementi di prova da portare in giudizio. Ma sappiamo, perché ragioniamo, perché facciamo i collegamenti necessari, nello stesso senso in cui diceva di sapere Pier Paolo Pasolini a proposito delle drammatiche vicende italiane dei primi anni settanta.
- Amnesty International è stata immediatamente in prima linea per mobilitare l’opinione pubblica, e numerose e significative sono certamente state le manifestazioni di solidarietà provenienti da tanti ambienti e settori della società civile, dal mondo dello sport a quello dello spettacolo. Vi aspettavate una risposta così forte e ampia?
L'idea di chiedere a tutti di esporre ovunque un'identica scritta nera su fondo giallo è nata in pochi minuti, e, nel giro di poco tempo, siamo stati letteralmente travolti dalle comunicazioni di adesioni, dall'invio di fotografie, dai messaggi. Cerchiamo di tenere aggiornato l'elenco delle adesioni: ci sono tante università, moltissimi comuni (tra cui quello di Albano Laziale), diverse regioni, molti quotidiani, trasmissioni radiofoniche e televisive. La mobilitazione ha anche rapidamente superato i confini italiani: hanno fatto un bel lavoro, ad esempio, nell'Università di Cambridge, ma abbiamo ricevuto fotografie di classi di studenti di scuole e università da molti paesi: credo che il più distante sia stato l'Australia, con fotografie da Sidney davanti al Teatro dell'Opera che è un po' come il Colosseo per noi.
Infine, è molto incoraggiante la risposta proveniente dal mondo arabo e dallo stesso Egitto. Soprattutto sui social media la richiesta di verità è presente. Al Cairo, in una via importante, che porta a Piazza Tahrir, c'è un murale con le immagini dei martiri della repressione: a questi, tutti egiziani, è stato aggiunto il ritratto di Giulio Regeni. E girano anche magliette con la sua foto e la scritta "Uno di noi". E, richiamando quanto detto a proposito del carattere non isolato del suo caso, e del gran numero di vittime egiziane, non potrebbero essere usate parole più vere.
E non sono certo mancate le risposte istituzionali, sicuramente incoraggiate dalla pressione congiunta dell'opinione pubblica e degli organi di informazione.
- Ma la campagna di Amnesty International non si ferma certo qui. Quali altre iniziative potrebbero essere portate avanti, a livello internazionale per fare luce e per fare giustizia?
Per prima cosa, chiediamo al governo italiano di evitare sbrigative ricuciture sul piano diplomatico. Il nuovo ambasciatore (perché dopo il richiamo c'è stato un avvicendamento) non dovrebbe assolutamente tornare al Cairo fino a che le cose non saranno cambiate significativamente.
Riteniamo poi che, oltre a dichiarare il paese "non sicuro" per i nostri cittadini (azione che potrebbe essere considerata come una forma di boicottaggio del turismo), siano sospesi tutti i trasferimenti di armi. Nel 2013 l'Unione europea ha previsto una sospensione dei trasferimenti di armi all'Egitto dopo che, nell'agosto dello stesso anno, centinaia di manifestanti erano stati uccisi. Ma12 stati dell'Unione europea su 28 sono rimasti, però, tra i principali fornitori di armi ed equipaggiamento di polizia all'Egitto, e tra questi 12 stati c'è anche l'Italia che, insieme a Germania e Regno Unito, ha inviato all'Egitto anche tecnologia e strumentazioni sofisticate per svolgere attività di sorveglianza indirizzata, con ogni probabilità, contro il dissenso pacifico. Ebbene, tutto questo deve cessare, innanzitutto da parte italiana, ma possibilmente da parte di tutti gli stati europei. Perché, se l'Europa risponde in ordine sparso, l'Egitto può tranquillamente ignorare le eventuali sanzioni italiane (tanto le armi continuerebbero ad arrivare da altri stati europei esportatori).
C'è poi, un capitolo più strettamente giuridico. L'Egitto ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, nel 1986, per cui, in base all’art.30, l’Italia, dopo avere seguito preliminarmente la via del negoziato per risolvere la controversia con l'Egitto, seguito da un tentativo di arbitrato, potrebbe infine presentare un ricorso unilaterale alla Corte internazionale di Giustizia.
Infine, c'è il discorso relativo a quanto si potrebbe fare nell'ambito della giustizia penale o civile italiana per affermare la responsabilità civile dello Stato egiziano o quella penale degli individui colpevoli di tortura. La prima possibilità - adire le corti italiane per chiedere la condanna dell’Egitto al risarcimento dei danni causati - non incontra più, se la giurisprudenza Ferrini della Corte di Cassazione verrà confermata, l'ostacolo costituito dall’immunità dello Stato laddove si sia in presenza di crimini internazionali o gravi violazioni dei diritti umani. E' evidentemente molto difficile che si possano raccogliere le prove necessarie a sostenere la richiesta di risarcimento.
Quanto alla responsabilità penale degli individui, la Procura di Roma ha aperto un'indagine e qualche giorno fa inoltrato per via diplomatica una rogatoria internazionale. L'ipotesi è di affermare la giurisdizione italiana sulla base del criterio giurisdizionale della nazionalità passiva (o della vittima). Anche in questo caso rimane il fatto che, per processare qualcuno, occorrono prove e la mancanza di collaborazione dell'Egitto rischia di essere paralizzante da questo punto di vista.
C’è da aggiungere poi che, anche nell'ipotesi che l’indagine fosse coronata da successo e si riuscisse ad individuare e rinviare a giudizio i responsabili, questi non potrebbero comunque essere giudicati e condannati per tortura (nella forma più aggravata della tortura seguita dalla morte della vittima), ma per il solo reato di omicidio aggravato. Perché l'Italia non ha ancora riconosciuto il reato di tortura nel proprio codice penale, continuando infatti ad ostinarsi a non voler chiamare le cose con il loro nome.
In questo caso, si verrebbe a produrre una specie di bizzarro effetto collaterale: non poter punire per "tortura" neppure quando a essere torturato a morte è un nostro cittadino in un altro paese!
Stefan Zweig, durante il secondo conflitto mondiale, ebbe a dire che, ogni volta che sentiva di case crollate sotto i bombardamenti, qualcosa gli crollava dentro l’anima. Nelle anime di noi tutti, dopo le continue notizie provenienti dalla Siria relative a ripetuti (e non certo casuali) bombardamenti su strutture ospedaliere, di macerie dovrebbero essercene a montagne …
Orrore dopo orrore, si oltrepassano di giorno in giorno i confini dell’imbarbarimento più atroce …
Ultimo bersaglio: l’ospedale di Al Quds ad Aleppo, supportato da Medici Senza Frontiere.
Secondo quanto riferito dallo staff operante sul posto, l’ospedale è stato distrutto nella notte del 28 aprile da almeno un attacco aereo che ha colpito direttamente l’edificio, mentre ulteriori attacchi aerei hanno colpito altre aree nei pressi dell’ospedale.
“MSF condanna nel modo più assoluto questo vergognoso attacco, che colpisce un'altra struttura sanitaria in Siria” ha dichiarato Muskilda Zancada, capomissione di MSF in Siria.
“Questo devastante attacco ha distrutto un ospedale vitale per Aleppo, che era anche il principale centro pediatrico dell’area. Dov’è l’indignazione di chi ha il potere e il dovere di fermare questo massacro?”
MSF gestisce sei strutture mediche nel nord della Siria e supporta oltre 150 centri sanitari e ospedali in tutto il paese, di cui molti in aree assediate. Diversi ospedali nel nord e nel sud della Siria sono stati bombardati dall’inizio del 2016, tra cui 7 supportati da MSF, dove sono morte almeno 42 persone di cui almeno 16 tra il personale medico.
In quest’ ultima settimana, diverse altre strutture mediche sono state attaccate e distrutte ad Aleppo e ben cinque soccorritori della Difesa Civile Siriana sono stati uccisi.
Dal 2012, MSF dona forniture mediche all’ospedale di Al Quds, costruendo una stretta collaborazione professionale con il suo staff medico.
“A rafforzare questa tragedia - continua Zancada di MSF - si aggiunge la dedizione e l’impegno dello staff di Al Quds, che lavorava in condizioni inimmaginabili, senza mai vacillare, dall’inizio di questo sanguinoso conflitto”.
L’ospedale, dotato di 34 posti letto, costituiva il principale centro pediatrico dell’intera zona: forniva servizi di pronto soccorso, cure ostetriche e terapia intensiva, disponeva di sala operatoria, un ambulatorio e un reparto di degenza e vi lavoravano a tempo pieno 8 medici e 28 infermieri.
Il bilancio del bombardamento dell'ospedale Al Quds, nel giro di qualche giorno, è salito a oltre 50 vittime, tutte persone che si trovavano nell’ospedale e nelle aree circostanti, dove sono cadute le prime bombe, fra cui pazienti e almeno 6 membri del personale medico.
L’ospedale Al Quds era già stato danneggiato e parzialmente distrutto un certo numero di volte, di cui l'ultima nel 2015.
MSF è estremamente preoccupata per le circa 250.000 persone che rischiano sempre più di essere completamente tagliate fuori dall’assistenza medica.
“Il cielo sopra ad Aleppo sta cadendo. La città, costantemente in prima linea in questa guerra brutale, rischia ora di finire sotto un'offensiva totale, in cui nessun punto viene risparmiato. Gli attacchi contro gli ospedali e il personale medico sono un indicatore devastante di come la guerra in Siria è condotta, uno dei numerosi e brutali modi in cui i civili vengono presi di mira" ha dichiarato ancora Muskilda Zancada, capomissione di MSF in Siria.
"L'attacco all’ospedale Al Quds ha distrutto uno degli ultimi posti rimasti ad Aleppo, in cui si poteva ancora trovare l'umanità. Aleppo è già lo scheletro di ciò che era una volta, e quest’ultimo attacco sembra determinato a eliminare anche quello.
MSF ha sostenuto Al Quds fin dal 2012. E 'stato un onore incredibile per noi essere in grado di lavorare a stretto contatto con queste persone così impegnate. Vediamo giorno dopo giorno il modo in cui rischiano la vita nell’inferno in terra che è la guerra, per garantire l’accesso alle cure mediche alle persone. La loro perdita è la nostra perdita, e ci impegniamo a sostenerli nel riavvio delle attività dell’ospedale”.
Tra le vittime di questo ennesimo attacco criminale c'è anche l'ultimo pediatra di Aleppo, Muhammad Waseem Maaz, di 36 anni.
A lui, il direttore dell'ospedale, il dott. Hatem, ha inteso voler dedicare un breve ma significativo ricordo che riteniamo doveroso diffondere.
Cari amici,
sono il dottor Hatem, il direttore dell'Ospedale pediatrico di Aleppo. La scorsa notte, 27 persone fra personale medico e pazienti sono stati uccisi in un attacco aereo che ha colpito il vicino ospedale di Al Quds. Il mio amico dottor Muhammad Waseem Maaz, il pediatra più qualificato della città, è stato ucciso durante l'attacco. Lui abitualmente lavorava presso l'Ospedale pediatrico durante il giorno, mentre durante la notte prestava servizio presso la struttura di Al Quds, dove si occupava delle emergenze.
Il dottor Maaz e io trascorrevamo sei ore al giorno insieme. Era cordiale, amichevole e aveva l'abitudine di scherzare molto con tutto il personale. Era il medico più amabile del nostro ospedale.
Ora mi trovo in Turchia e anche lui avrebbe dovuto far visita alla sua famiglia qui, dopo il mio ritorno ad Aleppo. Non la vedeva da quattro mesi.
Nonostante tutto, il dottor Maaz è rimasto ad Aleppo, la città più pericolosa del mondo, per devozione verso i suoi pazienti. Gli ospedali sono spesso tra i bersagli dalle forze governative e dalle forze aeree russe.
Giorni prima che un raid aereo ponesse fine alla vita del dottor Maaz, un altro attacco era stato registrato a soli duecento metri dal nostro ospedale. Quando i bombardamenti si intensificano, il personale medico si ripara al piano terra dell'ospedale portando con sé le incubatrici con i neonati al loro interno, per proteggerli.
Come tante altre vittime, il dottor Maaz è stato ucciso per aver salvato delle vite. Oggi vogliamo ricordare la sua umanità e il suo coraggio. Speriamo che questa storia possa essere condivisa, in modo che altri possano sapere che cosa sono costretti ad affrontare i medici ad Aleppo e in tutta la Siria.
Oggi la situazione è critica e Aleppo stessa potrebbe essere presto messa sotto assedio. Abbiamo bisogno che il mondo sappia.
Grazie per la vostra vicinanza
Dr. Hatem
Il prossimo 3 maggio, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sarà chiamato a votare una risoluzione per fermare futuri attacchi contro ospedali, pazienti e civili nelle zone di guerra.
A questo proposito, MSF ha lanciato un’azione di mobilitazione sui social mediaper chiedere la protezione di civili, pazienti, medici e ospedali nei conflitti.
Nello specifico, l’organizzazione umanitaria richiede che la risoluzione:
Questo l’appello rivolto a tutti noi per supportare l’iniziativa.
Usa il tuo account Facebook, Twitter o Tumblr per aiutarci a mandare un messaggio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il 2 maggio tramite la piattaforma Thunderclap tutti gli iscritti invieranno simultaneamente un messaggio che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sentirà forte e chiaro.
Fai sentire la tua voce e aiutaci a fare pressione sui membri delle Nazioni Unite affinchè votino la versione più efficace possibile di questa risoluzione.
PER SAPERNE DI PIU’
Anche in periodo natalizio, fra i tanti filmini e filmetti in circolazione, ineluttabilmente convergenti nell`indurre al rimpianto del denaro sborsato, puo` capitare di imbattersi in espressioni importanti di cinema vero. E` questo il caso di "Ponte delle spie" di Spielberg. Un film che ricostruisce una pagina ignota quanto avvincente del periodo convenzionalmente denominato "guerra fredda" (pagina relativa ad uno scambio di prigionieri fra USA e URSS) e che, oltre a fornirci un quadro indubbiamente efficace di quel terribile periodo, riesce ad inviarci anche messaggi attualissimi.
Ci dice, infatti, che, sempre e in ogni caso, i principi di umanita` possono essere difesi e salvati e addirittura imposti alla prepotenza delle varie "Ragioni di Stato"; che ci puo` essere sempre spazio per uno slancio empatico, per tendere una mano, per sentirsi responsabili della vita di chi non puo` difendersi; che ci puo` essere sempre una via inesplorata da percorrere, una strategia scompaginante da adottare, per far si` che la fantasia e l`intelligenza riescano ad imporre la prassi del dialogo e del negoziato a quella fin troppo collaudata delle clave e delle bombe.
'Ponte delle spie" e` un film magnificamente realizzato, che ci lascia dentro il sapore denso delle cose ben fatte e il sorriso carezzevole della ragione umana che non sa e che non vuole arrendersi agli schemi reificanti inventati da uomini miopi e stolti per potersi etichettare, maledire e uccidere gli uni con gli altri ...
Da quando, nell’ormai lontano 30 settembre, la Russia ha annunciato formalmente di intervenire nel conflitto armato in Siria, risultano essersi verificati migliaia di attacchi.
Mentre le autorità russe continuano ad affermare (cosa tristemente ricorrente in situazioni di questo genere) che l’aviazione si starebbe limitando a colpire obiettivi legati alle forze dei "terroristi", dal recentissimo rapporto di Amnesty International (https://www.amnesty.org/en/documents/mde24/3113/2015/en/) gli attacchi russi risultano aver provocato centinaia di vittime civili, di aver distrutto o gravemente danneggiato decine di abitazioni e, addirittura, un ospedale.
Il rapporto dell’organizzazione umanitaria, infatti (intitolato Non sono stati colpiti obiettivi civili. Smascherate le dichiarazioni della Russia sui suoi attacchi in Siria), illustra, con riferimenti schiaccianti, quanto alto sia il prezzo che la popolazione siriana sta pagando a seguito degli attacchi condotti sul proprio territorio, mettendo anche in luce come le autorità russe abbiano fatto ricorso alla menzogna, al fine di occultare gli attacchi effettuati contro una moschea e una struttura ospedaliera da campo.
Inoltre, il rapporto ci informa che si starebbe facendo uso di munizioni vietate dal diritto internazionale, nonché di bombe prive di sistemi di guida, in attacchi contro zone densamente popolate, prive, tra l’altro, di obiettivi militari
A questo proposito, Philip Luther, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International, è stato categorico:
“Attacchi del genere costituiscono crimini di guerra. E’ fondamentale che queste violazioni siano oggetto di indagini indipendenti e imparziali”.
In uno dei bombardamenti più rovinosi descritti nel rapporto, ben tre missili hanno centrato il mercato centrale di Ariha (provincia di Idlib), provocando 49 vittime civili.
Un testimoni oculare racconta che
"Nel giro di pochi attimi la gente urlava, c'era puzza di bruciato nell'aria e tutto intorno il caos. C'era una scuola elementare lì vicino e i bambini scappavano terrorizzati... c'erano corpi ovunque, decapitati e mutilati" .
Il testimone racconta anche di aver visto una donna seduta in lacrime davanti a una fila di 40 salme, dopo aver appena perso suo marito e tre figli.
Un altro testimone, invece, riferendosi all’attacco del 7 ottobre, in cui sono stati distrutti numerosi edifici civili a Darat Izza (provincia di Aleppo), ha affermato:
"Era diverso dagli altri attacchi aerei. La terra ha tremato come se ci fosse stato un terremoto... è stata la peggiore distruzione che abbia visto... Una madre e i suoi due figli sono stati uccisi in un'abitazione, una giovane coppia in un'altra: si erano sposati la settimana prima..."
Amnesty International ha anche raccolto prove che attestano l’impiego di armi vietate a livello internazionale, come le bombe a grappolo, bombe che sprigionano piccoli ordigni che si diffondono su un’area di una ampiezza simile a quella di un campo di calcio, molti dei quali, non esplodendo al momento, si trasformano in una minaccia per la popolazione per gli anni successivi.
Secondo le organizzazioni siriane in difesa dei diritti umani, inoltre, i raid aerei russi sulla Siria avrebbero provocato la morte di centinaia di civili che non partecipavano direttamente agli scontri. Dall'inizio delle operazioni fino al 15 novembre, i civili uccisi sarebbero almeno 526, tra i quali 137 bambini e 71 donne. Altre fonti (sempre in ambito umanitario) parlano di 570 civili morti tra il 30 settembre e il 1 dicembre. I bombardamenti dell'aviazione russa, inoltre, avrebbero distrutto o seriamente danneggiato ospedali (dieci solo nel mese di ottobre), decine di case e altri obiettivi civili.
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Putin |
Alla fine del rapporto, Amnesty osserva che la Russia, in quanto parte del conflitto armato in Siria, è tenuta, come le altre parti, ad assicurarsi che il suo esercito rispetti la legislazione internazionale in materia di diritti umani e le leggi che regolano la condotta in guerra, come previsto dai trattati ratificati, incluse le quattro convenzioni di Ginevra del 1949 e il relativo protocollo aggiuntivo. Il principio di distinzione che prevede che tutte le parti in causa distinguano obiettivi militari e civili, dirigendo i propri attacchi solo contro i primi, ha, infatti, come coerente corollario il divieto esplicito di condurre attacchi indiscriminati.
L’autorevole Associazione umanitaria invita pertanto le autorità russe a rispettare le leggi internazionali, assicurandosi che i civili non siano danneggiati, o, almeno, a prendere le dovute precauzioni per ridurre al minimo le vittime civili e la distruzione di case, ospedali, scuole e altri edifici non utilizzati nel conflitto.
Amnesty International chiede inoltre che siano condotte inchieste indipendenti e imparziali sui sospetti casi di violazioni della legislazione internazionale in materia di diritti umani.
Lo scorso anno, durante uno dei miei tanti bellissimi incontri con gli studenti (nelle vesti di attivista di Amnesty International), una bimba di scuola media, alla richiesta di fornire una definizione del concetto di "diritti umani", in maniera immediatissima ha risposto:
"I diritti umani sono la vita!"
La sua risposta mi piacque subito e, ripensandoci, ho deciso che dovrebbe meritare di essere apprezzata almeno quanto quelle, certamente più dotte, donateci dai nostri migliori "addetti ai lavori".
Perché va subito al cuore del problema. Perché centra il bersaglio e coglie perfettamente la sostanza centrale della questione.
Dire, infatti, che i diritti umani coincidono con la vita stessa vuol dire che, senza di essi, la vita sarebbe una non-vita. Che, senza di essi, la vita che ci resterebbe (anzi: che ci verrebbe lasciata) sarebbe un sacco vuoto, un feticcio senza sorriso.
Che, senza di essi, cioè, non sarebbe possibile vivere una vita vera, una vita che sappia davvero di vita, che possa essere ritenuta meritevole di essere, pertanto, desiderata, difesa, amata ...
Che senza di essi, tutte le cose di questo mondo che potremmo avere non riuscirebbero a riempire l'abisso di nulla e di infelicità che si verrebbe ad aprire nella nostra anima ...
Perché i diritti umani sono figli dell'universalmente umana esperienza del dolore. Perché i diritti umani sono creature ribelli della nostra vulnerabilità e della nostra paura. Sono il tentativo di portarci per mano oltre i fiumi di sangue e di lacrime sgorgati dai nostri animi vulnerabili e impauriti. Sono il tentativo di portarci oltre i confini ingabbiati da fossi, da trincee, da muraglie e da chilometriche matasse di filo spinato ...
Sono il tentativo più luminoso costruito nella storia per ricordarci, come afferma Erasmo da Rotterdam, che le nostre fragili mani sono fatte per donare carezze e non per colpire. Per ricordarci, come insegna Aldo Capitini, che la condizione in cui ci troviamo ad esistere oggi, così straripantemente intossicata da ingiustizie ed orrori, è una realtà che non merita di durare, è una realtà semplicemente "provvisoria", è una realtà che possiamo aprire ad orizzonti impensabilmente più luminosi, a patto di fare profondamente nostra "la convinzione che non è necessario che il dolore esista"...
Gran festa ieri a Roma , l’arte ha voluto rendere omaggio a coloro che si prodigano per il bene del prossimo. Organizzato dalla Free Lance International Press, associazione di giornalisti freelance a carattere internazionale, con la collaborazione di Amnesty International Italia, Cittanet e lo studio Scopelliti-Ugolini , si è svolto presso l’aula magna della facoltà di teologia valdese il “Premio Italia Diritti Umani 2015” per commemorare la tragica scomparsa dell’ ex Vice-presidente dell’associazione Antonio Russo, ucciso nel 2000’ mentre indagava sulla tragedia cecena. Di grandissimo spessore le persone premiate: Riccardo Rossi, Silvia Cutrera e Massimo de Angelis. Una menzione speciale per i diritti umani è andata alla poetessa Anna Manna.
Prima della premiazione ci sono stati gli interventi di Yilmaz Orkan - Membro Congresso Nazionale Kurdistan KNK (il problema curdo in Siria e in Turchia), Antimo della Valle - Giornalista e saggista, direttore di Editorpress (L'informazione che cambia nell’epoca dei digital media), Vittorio Badalone – col. cap. uff. operazioni di addestramento Isp. Naz. corpo militare della CRI (Gli interventi umanitari del corpo militare della CRI), Riccardo Noury - Portavoce di Amnesty International sezione Italia (La crisi dei rifugiati e l'egoismo dell'Europa), Antonio Cilli: Cittanet founder (Il nuovo ruolo del giornalismo locale), Roberto Zaccaria - Presidente del Cir – Consiglio Italiano per i Rifugiati (Il ruolo dei media nel comunicare le migrazioni), Andrea D’Emilio ed Erica Greco (Antonio Russo a “Rivoluzioniamo Rancitelli”: il suo ritratto nel ghetto della Rivoluzione, a Pescara.)
Queste le motivazioni dei tre premi:
A Riccardo Rossi
“Si conferisce il premio Italia diritti umani 2015
A RICCARDO ROSSI.
Riccardo Rossi, il giornalista chiamato il “mastino napoletano”, addetto stampa di politici noti, frequentava deputati e personaggi illustri e scriveva per loro ciò che loro pretendevano che venisse scritto andando anche contro la verità contingente.
La scoperta di avere un fratello soggiogato alla droga, esasperato dalle pressioni di linee editoriali legate a giri di malaffare ed il ricordo di un bambino di strada incontrato in Romania, lo convinsero a dedicarsi totalmente agli altri, ai diritti umani innanzitutto.
Riccardo Rossi ha scelto di vivere presso la Casa Famiglia “Oasi della Divina Provvidenza” a Pedara (CT), antico borgo alle falde dell’Etna, in Sicilia.
Oggi Riccardo aiuta i disabili e i malati terminali. Scrive notizie e articoli ma solo quelle belle, positive, quelle notizie che ad ascoltarle danno gioia e felicità oltre ad infondere tranquillità profonda. “La Gioia” è un giornale di buone notizie che vuole ispirare gesti solidali. Nasce come braccio operativo dell’Associazione “La Gioia onlus” che vuole, tramite la comunicazione, ispirare percorsi di carità.”
A Silvia Cutrera
“Si conferisce il premio Italia diritti umani 2015
a Silvia Cutrera, Presidente dal 2006 dell'Associazione di persone con disabilità, Agenzia per la Vita Indipendente onlus di Roma, per il suo impegno caparbio, assiduo e coraggioso per l'affermazione e la tutela dei diritti delle persone con disabilità, sempre sostenuto da raffinata sensibilità e da lucida intelligenza.
L'associazione Agenzia per la Vita Indipendente Onlus costituitasi nel settembre 2002, promuove e sostiene la realizzazione di programmi personali di assistenza autogestita di persone con disabilità, organizza eventi in occasione dei quali viene sensibilizzata l'opinione pubblica in relazione al tema della Vita indipendente e dell'inclusione sociale, presenta proposte per la realizzazione di servizi di affiancamento delle persone con disabilità, promuove iniziative culturali per lo sviluppo della conoscenza dell' Aktion T4 rispetto agli eventi di segregazione e sterminio nei confronti delle persone disabili durante il nazismo, organizza eventi e premi per la promozione culturale della visione positiva della persona con disabilità.
Attualmente offre servizi a circa 500 associati, a cui è stato possibile garantire una migliore accoglienza, ascolto e affiancamento.
In questi anni l'associazione è diventata un punto di riferimento per le persone con disabilità che scelgono la forma di assistenza indiretta, anche per il continuo dialogo che l'associazione ha instaurato con molti municipi, offrendo anche servizi a persone provenienti da altri comuni.
L'Agenzia per la Vita Indipendente Onlus provvede direttamente a realizzare i progetti, privilegiando l'impiego volontario (e in prospettiva lavorativo) di persone con disabilità, caratterizzando la sua attività come servizi offerti da persone disabili in favore di persone disabili, al fine di promuovere il loro impegno attivo , in quanto soggetti attivi e non solo fruitori dei servizi. “
A Massimo de Angelis
“Dopo aver lavorato per quasi 20 anni nella carta stampata, occupandosi tra l’altro di scuola, ambiente e anni di piombo, Massimo de Angelis ha ricoperto per altri 20 anni l’incarico di inviato speciale in Rai, quasi esclusivamente al Tg1.
Oltre ai più gravi fatti di terrorismo e di mafia e a eventi tragici (terremoti, DC9 di Ustica, tsunami), ha testimoniato dal campo i principali conflitti internazionali degli ultimi anni: Somalia, Bosnia, Albania, Sierra Leone, Kossovo, Libano, Sud Sudan, Afghanistan.
Sul tema dei diritti dell’infanzia ha realizzato inchieste e “speciali” sullo sfruttamento dei bambini in India, in Congo e in Guatemala.
Da freelance ha realizzato per conto di organizzazioni di volontariato documenti filmati su numerosi temi tra cui i bambini in carcere, la maternità minorile e la sclerosi multipla. Ha inoltre collaborato con Cesvi, Save the Children, Coopi realizzando fra l’altro reportage filmati in Uganda, Tagikistan, Haiti e Niger.
Dal 2013, Massimo de Angelis ha messo la sua professionalità ed esperienza a disposizione di Amnesty International, realizzando con estrema sensibilità e competenza in materia di diritti umani due documenti filmati, rispettivamente sulla violenza contro le donne e sul 40° anniversario di Amnesty International Italia.
Questi documenti filmati, trasmessi dalla Rai, hanno dato un grande contributo alla conoscenza di Amnesty International che, per questo, è fortemente riconoscente a Massimo de Angelis e ha deciso di ringraziarlo attraverso questo premio della Free Lance International Press per i diritti umani del 2015.”
Per la poetessa Anna Manna di seguito la motivazione della menzione speciale:
”La poesia di Anna Manna è un essere dentro il mondo, ma insieme è creare un altro mondo dove amore e comprensione trovano compimento. Poetessa e scrittrice dai molti riconoscimenti nazionali ed internazionali, è qui premiata soprattutto per le sue liriche che ritraggono il dramma dei migranti e della loro disperata fuga verso un futuro migliore troppo spesso perito in mare.
La poesia che è particolarmente menzionata invoca nella Vergine una icona quasi archetipica di protezione e misericordia, un femminile universale cui tutti, cattolici e non , possono guardare nella speranza di costruire un avvenire a dimensione più umana.
O è forse la poesia di Anna che esorcizza il male e ci aiuta a riscoprire, pur tra le tragedie, una luce in fondo al tunnel?
Per le sue liriche e per l’importante azione in favore della poesia come promozione umana e civile, si conferisce ad Anna Manna la Menzione speciale del Premio Italia Diritti Umani 2015.”
Hanno consegnato i premi:
l’attrice Chiara Pavoni, di origini marchigiane, da anni impegnata nel sociale, la quale ha lavorato con i maggiori registi del mondo dello spettacolo e della performance. Da oltre un anno è in scena con un monologo contro la violenza sulle donne “Tragicamente rosso”, scritto da Michela Zanarella. Suo è stato l’applauditissimo monologo al Premio Italia Diritti Umani 2005: "Il mio nome è freelance", scritto sempre da Michela Zanarella e diretto da Giuseppe Lorin.
La scultrice Alba Gonzales. E’ conosciuta come la sintesi dell'eredità michelangiolesca commista all’eredità araba, normanna, etrusca e celtica. Le sue opere scultoree racchiudono il concetto di archetipo femminile, ovvero l’eterno femminino riferito al
L'attrice Chiara Pavoni |
Rinascimento perché è anche con lo scalpello e la fusione del bronzo che si scrive la
storia dell’umanità.
A Fregene, ha fondato nel suo spazio, il Museo di scultura all'aperto “Pianeta Azzurro”, con il Centro Internazionale di Scultura Contemporanea. In occasione dell’evento “L’Isola del Cinema”, alcune sue opere in bronzo sono state esposte sulla riva destra del Tevere.
Vittorio Pavoncello, romano, regista, drammaturgo, artista nelle arti visive, fondatore del teatro ebraico Kavvana e dell'ArteEcò (arte ed ecologia) è regista, autore, poeta e attore.È un uomo di cultura. Sue opere sono esposte nei maggiori musei del mondo. Tra queste si ricordano "La lampada della Pace", scultura per il Santuario Francescano di Greccio (Rieti) per l'Appello di Pace al mondo UNICEF, e "Le città invisibili" in omaggio a Italo Calvino. È l’ideatore dell’illuminazione dell’Anfiteatro Flavio, il Colosseo, per i Diritti Umani al Senato di Roma ha presentato “La mia storia ti appartiene, persone con disabilità si raccontano”.
Sono state donate opere degli artisti:
Federico Gismondi: scultore, pittore, incisore, medaglista, poeta, scrittore, operatore culturale, nasce a Ridotti, Balsorano (Aq.) nel 1936, vive abitualmente ad Alatri (Fr).
Le sue opere sono collocate in collezioni e importanti musei regionali, nazionale ed esteri, tra cui: Citta del Vaticano. Museo di Arte Moderna di Citta del Messico- Museo di Arte Moderna di Baghdad - Museo di Arte Contemporanea Italiana di Durazzo - Gabinetto delle Stampe di Reggio Emilia- "Stauros"Museo lnternazionale di Arte Sacra,IsoIa del Gran Sasso(TE)- "Controguerra"Museo lnternazionale Mai|Art della Citta di L'Aquila- Fondazione U.Mastroianni di Arpino- Museo del Presepe degli Artisti Contemporanei di L'Aquila - "Un Arcobaleno di Angeli" MailArt lnternazionale, S.Giuliano di Pug|ia (CB) - Fondazione E.Mattei, Civitella Roveto (Aq.) - Collezione Giorgio Mondadori, Milano - Collezione Ada Zunino, Milano.
Nell’intermezzo, tra gli interventi e la premiazione, per gli ospiti è stato preparato in ricco buffet gentilmente offerto dal Ristorante “Al 59”di Roma e dall’azienda agricola Castel De Paolis di Grottaferrata.
Afghanistan: ospedale di Medici Senza Frontiere* distrutto da bombe americane
di Roberto Fantini
Ogni tanto, ma sempre più di rado, ci ritroviamo a parlare di Afghanistan…
Ma come, i feroci talebani, colpevoli di tutti i mali del mondo, non erano stati sbaragliati e dispersi, già qualche mese dopo la tragedia delle Torri gemelle? Non ci avevano forse raccontato le galvanizzate frotte di pennivendoli nazionali che i liberatori avevano stravinto, portando trionfalmente la “civiltà” in quelle terre selvagge, fra un taglio di barba e un festante falò di burqa colorati?!
Ma chi sa qualcosa della storia di questo malandato nostro mondo sa benissimo che la prima vittima di tutte le guerre è sempre lei: la verità. E, molto spesso, la verità viene uccisa e fatta a pezzi con grande sistematicità già molto prima che le guerre siano, al fine di crearne gli indispensabili prodromi.
Quello che un po’ tutti ci siamo dimenticati è che, da quasi 15 anni, nel paese più povero e sfortunato del globo, si prosegue una guerra concepita e partorita dalle menzogne e portata avanti nelle menzogne. E, a volte, capita che lo spesso velo mediaticomilitare dell’inganno si squarci e lasci apparire l’”orrido vero”. E’ il caso, in queste ultime ore, dell’ignobile bombardamento americano dell’ospedale di Medici Senza Frontiere a Kunduz, con l’inevitabile, incalcolabile bilancio di vite distrutte, di devastazione e di sofferenza.
La cosa più insopportabile e repellente, poi, in casi come questi, è sentir parlare di “incidente” o di “tragico errore”. Proprio come ha subito provveduto a fare l’efficientissimo colonnelloBrian Tribus, portavoce delle forze Usa in Afghanistan, con la seguente vergognosa dichiarazione:
"Le forze americane hanno condotto un attacco aereo nella città di Kunduz alle 2.15 (ora locale) contro individui che minacciano le forze. L'attacco potrebbe avere provocato danni collaterali a una struttura medica vicina".
In un comunicato di qualche giorno prima (29 settembre), Medici Senza Frontiere rivelava che l’ospedale di Kunduz, in seguito ai pesanti combattimenti tra forze governative e dell’opposizione, era stracolmo di feriti (tra cui molti bambini) e che la struttura (capace di effettuare nell’intera giornata di lunedì della passata settimana ben 43 interventi chirurgici) era al limite e in grandi difficoltà nel gestire il continuo crescente afflusso di feriti.
Il comunicato si concludeva assai opportunamente sottolineando:
- Che, essendo in questo momento l’ospedale provinciale del governo non in funzione, l’ospedale di MSF costituiva l’unica struttura a Kunduz in grado di fornire cure traumatologiche urgenti.
- Che i medici di MSF, come sempre, nel prendersi cura delle persone bisognose, non fanno alcuna distinzione in base a etnia, credo religioso o affiliazione politica.
- Che l’organizzazione si trovava “in contatto con tutte le parti del conflitto” le quali si erano impegnate a garantire l’incolumità di personale medico, pazienti, ospedali e ambulanze.
Nel comunicato del 3 ottobre, MSF ribadisce poi, con la necessaria fermezza,
“che tutte le parti in conflitto, comprese Kabul e Washington, erano perfettamente informate della posizione esatta delle strutture MSF - ospedale, foresteria, uffici e unità di stabilizzazione medica a Chardara (a nord-ovest di Kunduz)”, specificando chiaramente che, come in tutti i contesti bellici, era stata cura dell’organizzazione comunicare
“le coordinate GPS a tutte le parti del conflitto in diverse occasioni negli ultimi mesi, la più recente il 29 settembre”.
Inoltre, il comunicato evidenzia il fatto che
il bombardamento sia stato proseguito “per più di 30 minuti da quando gli ufficiali militari americani e afghani, a Kabul e Washington, ne sono stati informati”.
“Questo attacco è ripugnante ed è una grave violazione del Diritto Internazionale Umanitario” ha dichiarato Meinie Nicolai, presidente di MSF, attualmente in Italia.
“Chiediamo alle forze della Coalizione completa trasparenza. Non possiamo accettare che questa terribile perdita di vite umane venga liquidata semplicemente come un ‘effetto collaterale’.”
Aggiungendo poi che, oltre ad aver provocato la morte di personale medico e di pazienti,
“questo attacco ha privato la popolazione di Kunduz della possibilità di accedere alle cure nel momento in cui ne ha maggiormente bisogno”.
Al momento dell’attacco aereo nell’ospedale, c’erano 105 pazienti insieme alle persone che li accudivano, oltre a più di 80 operatori internazionali e nazionali di MSF.
Ora, dopo una ventina di morti e decine di feriti e dispersi, MSF si trova costretta ad abbandonare Kunduz …
Emergency, che in Afghanistan gestisce 3 ospedali, ha accolto alcuni feriti nella sua struttura di Kabul, dichiarando di restare a disposizione di MSF e della popolazione di Kunduz per curare gli altri feriti che potranno essere evacuati dalla città.
L’associazione si è poi dichiarata molto preoccupata per il costante peggioramento delle condizioni di sicurezza, affermando che la violenza e l'instabilità in cui l'Afghanistan sta precipitando rendono sempre più difficile garantire l'attività degli operatori umanitari, aggravando ulteriormente le condizioni della popolazione.
Vittorio Zucconi, in un suo articolo di domenica 4 ottobre, scrive che l'attacco aereo all'ospedale di Kunduz
“ha il sapore disperante, eppure prevedibile, del " deja vu", della replica di tragedie già viste” e che “la cronistoria della spedizione punitiva contro il regime che aveva accolto e protetto i comandi di Al Quaeda negli anni '90 è punteggiata di episodi come questo dell'ospedale di Kunduz, prodotti non della crudeltà, della stupidità militare, della stoltezza di bombe che non possono mai essere più " intelligenti" di chi le lancia, ma figli dell'inevitabile degenerazione di guerre che dopo l'illusione iniziale della " missione compiuta" si trasformano in interminabili e controproducenti " missioni incompiute".
No, caro Zucconi, questi orribili eventi non sono figli di nessuna “inevitabile degenerazione”, sono bensì il coerente e ricercato effetto di questa guerra e i responsabili hanno volti e nomi umani, quelli di coloro che questa guerra l’hanno accuratamente progettata, l’hanno prepotentemente promossa, l’hanno dichiarata (e fatta dichiarare) necessaria e giusta. Sono anche tutti coloro che, nei parlamenti come nelle redazioni dei giornali, questa guerra continuano (dal lontano settembre 2001) a sostenere e a benedire. Sono tutti coloro, cioè, che, in nome di rabberciate “vulgate”, di aprioristici feticci ideologici e di indicibili interessi, continuano a dimenticare quello che il grande Erasmo (cinque secoli fa) si sforzava di ricordarci:
che chi vuole la guerra “non l’ha vista in faccia” e che, soprattutto, non vuole che tutti noi la vediamo per quello che effettivamente rappresenta, ovvero la più grande e criminale delle violazioni dei diritti umani …
* Le attività di Medici Senza Frontiere nel Paese:
MSF ha iniziato a lavorare in Afghanistan nel 1980. A Kunduz, come nel resto del paese, operatori nazionali e internazionali lavorano insieme per garantire la migliore qualità dei trattamenti. MSF supporta il Ministero della Salute nell’ospedale Ahmad Shah Baba, nella zona orientale di Kabul, la maternità Dasht-e-Barchi nell’area occidentale di Kabul e al Boost Hospital a Lashkar Gah, provincia di Helmand. A Khost, in Afghanistan orientale, MSF gestisce un ospedale specializzato in maternità. MSF lavora in Afghanistan esclusivamente grazie a fondi privati e non accetta finanziamenti da nessun governo.
www.medicisenzafrontiere.it
Condividevamo gli stessi sentimenti sulla questione dei diritti umani e sul rifiuto della guerra. Era iscritto alla nostra associazione.
VIDEO IN RICORDO DI ANDREY MIRONOV
Non era giornalista, pur avendone tutti i requisiti, ma si era creato un ruolo ancora più importante. Era un associato della Free Lance International Press, la nostra associazione, dietro mia proposta: tessera n° 1001 del gennaio 2006. La sua vocazione era accompagnare i professionisti dell’informazione lì dove c’erano ingiustizie da denunciare e far capire al resto del mondo: la repressione contro i più deboli, l’arroganza del potere, il dramma della gente comune. Andrey Mironov, 60 anni, nato a Irkutsk, sul lago Baikal, era diventato il riferimento obbligato per comprendere il mondo sovietico dopo il Grande Crollo, per capirne le dinamiche e l’involuzione sempre più autoritaria del nuovo regime. Ai giornalisti occidentali offriva la chiave per aprire le porte più segrete dell’ex Impero: dalla Cecenia alla Georgia, dai giochi internazionali della Gazprom ai depositi di armi biologiche e chimiche sepolti nelle piane gelate della Siberia.
Andrey Mironov era un personaggio generoso, cercava di soddisfare tutte le richieste di chi sentiva dalla sua parte, senza tirarsi mai indietro e senza misurare troppo i rischi. È proprio questo, forse, che ha segnato il suo destino. Andrey è morto il 24 maggio scorso in Ucraina, ucciso in un’imboscata non lontano da Sloviansk, mentre accompagnava sulla prima linea degli insorti filorussi un giovane fotoreporter italiano, Andrea Rocchelli, pieno di entusiasmo e di passione.
Avevo conosciuto Andrey Mironov 12 anni fa a Mosca, in uno dei miei primi viaggi nella nuova Russia, appena dopo aver intervistato la giornalista Anna Politkvoskaja nella redazione della Novaya Gazeta. Anna si era esposta in particolare sulla questione cecena, denunciando i soprusi del Cremlino da una parte e dei guerriglieri ceceni dall’altra, ai danni della popolazione civile.
Lei stessa sarebbe stata, pochi anni dopo, nel 2006, la vittima più illustre di una guerra dichiarata alla libertà di stampa.
Ci eravamo incontrati in albergo e mentre parlavamo di tanti nuovi progetti di inchiesta, Andrey continuava a massaggiarsi il collo con aria dolorante.
Pochi giorni prima, mi confidò, aveva subito un’aggressione da parte di agenti del Kgb, che lo avevano bastonato duramente lungo la strada di casa. Con la polizia segreta Andrey aveva ormai un’esperienza quotidiana. Ancora in epoca socialista era stato rinchiuso in carcere e condannato a tre anni di gulag perché diceva “raccontavo la verità”. A tirarlo fuori era stato un intervento diretto di papa Woytyla, al quale aveva scritto una lettera insieme ad altri condannati.
Mi raccontava, scherzando, che gli agenti che lo pedinavano continuavano a lamentarsi che li faceva correre troppo
col suo passo veloce. Andrey era anche un uomo di cultura. Il suo riferimento ideale era l’amico Shakarov, il grande scienziato diventato il simbolo della battaglia per i diritti civili nella nuova Russia degli anni Novanta. Era stato membro attivo del Memorial di Mosca, l’associazione non governativa per il rispetto dei diritti umani. Stabilimmo da allora un rapporto diretto di amicizia, più ancora che di collaborazione giornalistica.
Con Andrey mi sono calato nella memoria più fosca dell’epoca dei gulag e ho incontrato nella sua dacia a 80 chilometri da Mosca, il testimone più importante di quella lontana epopea, Gregori Pomeranc, amico di Solgenitsin e di Shalamov. Con Andrey ho scoperto a Kolzovo, in Siberia, il centro per la produzione di armi biologiche più importante al mondo, dove sono stoccati 300 ceppi di virus tra i più letali: antrace, vaiolo, Marbourg-U.
Con Andrey ho visto i cinque depositi più segreti di micidiali armi chimiche rimasti in Russia, a qualche centinaio di chilometri da Mosca. Con Andrey ho denunciato il pericolo dei reattori nucleari abbandonati nel mare di Barents e a Vladivostok, all’interno di sommergibili abbandonati e ancora da smantellare.
Ricordo che da Vladivostok tornammo insieme viaggiando a bordo della mitica Transiberiana. Fu quella l’occasione nella quale approfondimmo di più la nostra amicizia. Passammo insieme in un piccolo scompartimento sei giorni, sei notti e quattro ore, viaggiando per migliaia di chilometri e nove diversi fusi orari, mentre Andrey tornava ai suoi ricordi di infanzia e citava le letture che suo padre gli faceva del Piccolo Principe e di Dersu Uzala. Fu proprio nella taiga di Dersu Uzala che comprammo insieme diversi vasi di miele di tiglio, dei quali andava ghiotto. Quando passammo da Irkutsk, la sua città natale, lo sentivo commosso, non solo per i ricordi ma anche perché sinceramente affascinato da quella gelida bellezza.
Andrey era attento e critico nei confronti della politica ma amava anche profondamente il suo paese e la sua gente. Viaggiavamo nel grande inverno russo, tra distese sterminate di foreste innevate e di laghi ghiacciati, attraversando la taiga deserta punteggiata di piccole capanne sperdute. “Parlano sempre della Transiberiana e di chi è stato capace di costruirla”, mi diceva Andrey. “Ma nessuno parla mai dei 70mila operai che hanno lavorato per anni, distrutti dalla fatica, e dei 15mila che sono morti, sepolti lungo i binari che andavano tracciando”.
Con Andrey, e con suo grande stupore di fronte a tanto sfarzo, sono entrato a Mosca nel grattacielo della Gazprom, la roccaforte del potere energetico russo.
Con Andrey sono tornato in Cecenia, tra le macerie della scuola di Beslan, teatro di uno dei più crudeli massacri di quella guerra maledetta, con più di 300 piccole vittime. “Le guerre svuotano l’anima”, mi disse allora. “Non solo quelle dei guerriglieri disposti a tutto ma anche quelle di chi ha dato l’ordine di usare i lanciafiamme per snidarli, incuranti della presenza di bambini innocenti”. Andrey faceva ormai di tutto per accontentarmi, nella mia voglia di raccontare storie e personaggi. Anche i più negativi, come quando mi accompagnò, a malincuore, a intervistare Ramzan Kadirov, il terribile e temibile presidente ceceno. Con tutt’altro spirito, pieno di affettuosa partecipazione, mi aveva accompagnato al Memorial di Grozny e a intervistare i tanti colleghi giornalisti russi sopravvissuti alla brutalità della censura di regime. E Andrey non aveva esitato a esporsi anche in prima persona quando denunciò apertamente gli “squadroni della morte” del regime, in una mia inchiesta per Report sulla pena capitale. “Dicono che c’è la moratoria”, aveva detto coraggiosamente davanti alla mia telecamera in un’intervista a sensazione. “Ma le esecuzioni avvengono nell’ombra, centinaia ogni anno, per via extragiudiziale”.
Ho lavorato insieme ad Andrey Mironov, per l’ultima volta, subito dopo l’insurrezione di piazza Maidan, a Kiev, e la secessione della Crimea. Dopo giorni passati tra macerie, fili spinati e ritratti dei caduti illuminati dalle candele e cosparsi di fiori, ci ritrovavamo in un ristorante georgiano a bere birra e mangiare khachapuri. Ci eravamo visti più volte anche in Italia, a casa mia, ad Ardesio. Condividevamo gli stessi sentimenti sulla questione dei diritti umani
e sul nostro rifiuto della guerra. Andrey, da sempre un attivista impegnato nella causa dei diritti civili, denunciava apertamente la posizione di Putin e il suo doppio gioco sulla questione dell’autodeterminazione.
“Se ci credesse veramente”, mi diceva, “lo avrebbe dimostrato anche in Cecenia o in Ossezia, non solo sulla Crimea”. Quello che più lo turbava, comunque, era che l’intervento militare potesse provocare nuove vittime tra la popolazione civile.
Era con questo spirito, certamente, che Andrey aveva deciso di accompagnare un giovane fotoreporter italiano, Andrea Rocchelli, sulla prima linea degli scontri tra l’esercito ucraino e gli insorti filorussi, un ultimo azzardo che sarebbe stato fatale a entrambi.
Andrey era convinto che dietro gli insorti di Donesk e Sloviansk ci fossero manovre destabilizzanti dall’esterno. La loro macchina, a bordo della quale c’era anche un fotografo francese che ha poi raccontato la scena, era stata bersagliata da colpi di kalashnikov.
Mentre i due si lanciavano fuori e saltavano in una buca per ripararsi, Andrey Mironov e Andrea Rocchelli sono stati colpiti in pieno da una granata di mortaio.
“Ho capito che non basta denunciare l’ingiustizia”, scriveva Albert Camus. “Bisogna anche dare la vita per cambiarla”. Il mio amico e collega Andrey, questo lo ha fatto e sentiremo in tanti la sua mancanza.