L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Politics (367)

    Carlotta Caldonazzo

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March 19, 2016

In un paese dove vigono ancora le corporazioni medievali tutto tende a perpetuarsi. Questa volta è il caso dell’ordine dei giornalisti nostrano, unico al mondo. Circa un anno e mezzo fa, lancia in spalla il presidente, Enzo Jacopino, aveva denunziato la conduttrice televisiva Barbara D’Urso per “abuso di professione giornalistica”, reato che lo stesso ordine vuole punito con il carcere fino a 2 anni.

la colpa della presentatrice di Mediaset era quella di trattare casi di cronaca nera senza “rispondere a quelle regole deontologiche che impongono precisi doveri ai giornalisti”. Ma il caso vuole che la D’Urso non sia mai stata iscritta all’ordine dei giornalisti per stessa ammissione dell’Ordine, e quindi non si possa accusare di aver violato regole imposte ai giornalisti: un totale controsenso col solo obiettivo di far condannare una persona che svolgeva e svolge il suo lavoro ed esprime le sue opinioni. Ancora una volta il carattere autoritario, corporativo e illiberale di un Ordine che dovrebbe vedere la difesa del diritto alla libertà di espressione e di parola come un valore assoluto,articolo 21 della Costituzione, è esploso virulento, ma ha fatto cilecca: il giudice di Monza ha buttato nel cestino la denuncia contro Barbara D’Urso, accusata di abuso della professione giornalistica. Il gip del tribunale di Monza Giovanni Gerosa, richiamando altre sentenze della Corte Costituzionale, ha deciso per l’archiviazione, richiesta dallo stesso pm, Walter Mapelli, “in ragione della tutela dei diritti fondamentali, quali quello di libertà di manifestazione del pensiero”, articolo 21 della Costituzione. Allora, però, ora si pone un altro quesito: a cosa serve tenere in piedi un Ordine dei giornalisti se è una minaccia alla libertà d’espressione? Non è che basti e avanzi il nostro codice penale per tutelarci dagli abusi di questa?

March 18, 2016


Migliaia di profughi siriani arrivano ogni giorno in Grecia. Nonostante le difficoltà economiche, grande è la solidarietà del popolo greco.

 

Sono migliaia i profughi siriani che arrivano in Grecia. Centinaia ogni giorno. Il flusso è continuo da mesi, arrivano con barconi più o meno sgangherati, ma anche con enormi gommoni dal valore di migliaia di euro. Alcuni hanno il salvagente. Non tutti possono permetterselo economicamente. Un salvagente arriva a costare anche cinquecento euro, ma in molti casi può salvare la vita dei propri figli. Molte famiglie che arriva sulle coste greche sono state vittime dell'ignobile tratta dei profughi che avviene in maniera organizzata sulle coste turche. I profughi vengono concentrati, organizzati e in molti casi costretti a partire da chi ogni giorno diventa sempre più ricco sfruttando la disgrazia altrui. Una solo una piccola parte di loro può comprarsi un gommone e sceglie se e quando affrontare il viaggio.
La stragrande maggioranza sono nuclei familiari, uomini e donne con i propri figli. Arrivano sulle coste delle isole greche più vicine alla Turchia. Le  immagini che ogni giorno arrivano nelle case di tutta la Grecia tramite la televisione sono agghiaccianti e eloquenti del dramma che in migliaia stanno vivendo grazie all'idiozia della guerra.

Sono tantissime le persone ammassate nei porti, nelle piazze e nei giardini delle piccole cittadine delle isole. Non hanno niente con se. Ma se pur liberati di tutti quei particolari e oggetti che immediatamente ci comunicano lo stato sociale e culturale di una persona, guardandoli, ci si può immediatamente rendere conto che non sono per niente diversi da noi.
L'unica differenza è il foulard che copre la testa delle donne. Non stanno arrivando sulle coste europee per per motivi economici o per trovare un futuro migliore di quello che pensavano di avere in Siria in un recente passato. Fuggono dalle bombe. Sono persone di ogni genere. Ingegneri, dottori,   insegnanti, commercianti, tecnici, operai, impiegati, agricoltori etc.. tutta gente che un lavoro ce l'aveva. Questo lo si capisce immediatamente con uno rapido sguardo, in molti, non potendosi portare con se altro, hanno con se il proprio smartphone, come a voler tenere stretta a se l'ultima particella di una normalità che si sono lasciati alle spalle.

Appena arrivati sulle coste greche trovano la solidarietà di molte centinaia di volontari che da mesi si alternano sulle isole più esposte all'arrivo dei profughi, offrendo soccorso e logistica per organizzare nella maniera migliore le centinaia di persone che ogni giorno arrivano. È un lavoro difficile, tutti devono mangiare, devono bere, devono dormire, e devono avere dei servizi igenico sanitari di base. Tutto questo in uno spazio limitato e  geograficamente isolato come le isole dove le strutture sanitarie e di emergenza sono piccole e a misura di una popolazione che spesso conta solo poche centinaia di persone.
In genere i profughi passano sulle isole solo pochi giorni e poi vengono imbarcati sui traghetti e portati sulla terra ferma.
Questi che sono arrivati sui barconi al freddo e alle intemperie, che sono rimasti accampati per alcuni giorni sulla banchina del porto in tende di fortuna, che sono riusciti a restare uniti ai propri figli, questi sono i "fortunati". Per altri, molti altri, questa "fortuna" non c'è stata.
Sono centinai i morti annegati, in maggioranza sono bambini. Sono strazianti le immagini delle loro salme allineate sulle spiagge. Ancora più straziante sono le immagini dei loro genitori li a piangerli.

In tanti hanno perso un pezzo della propria famiglia. Sono centinaia i bambini orfani o non accompagnati che si contano nei centri di accoglienza gestiti dalle varie organizzazioni non governative in azione sul territorio greco. Questa è un'enorme tragedia nella tragedia.
Pescatori, nonnine e semplici persone delle isole sono diventati eroi di tutti i giorni offrendo soccorso e ospitalità ai profughi. Le storie che conosciamo ci arrivano tramite la televisione, sono storie emozionanti e commoventi, a raccontarle sono le stesse persone che le hanno vissute.

Si ascoltano con un nodo alla gola che spesso tarda ad andarsene e che per alcuni minuti ti costringe a stare in silenzio. È un silenzio rispettoso verso la figura di un pescatore con il viso bruciato dal sole che racconta di aver salvato con la sua piccola barca decine di persone in mezzo al mare, che piange ricordando di aver fatto il possibile, senza riuscirci, per salvare un bambino assiderato dal freddo, oppure il racconto di una vecchietta vestita di  nero che tiene in braccio un bambino piccolo, lo nutre con un biberon mentre ci racconta che è l'unico superstite della sua famiglia. Anche questa vecchietta piange raccontando la storia di questo neonato, piange pensando a come la disgrazia dell'umanità non finisce mai e si ripete in maniera perpetua, la tragedia della fame e delle mille sofferenze che lei stessa ha vissuto durante la sua infanzia nella seconda guerra mondiale e poi nella guerra civile si ripete nella tragedia del popolo siriano.

Ogni giorno migliaia di profughi raggiungono Atene e da li, fino a pochi giorni fa, si mettevano in cammino per arrivare alla frontiera. Pochi vogliono restare in Grecia, quasi tutti sono decisi a proseguire il proprio viaggio verso altri paesi. Adesso i confini sono chiusi, ma sono in molti a non saperlo, non è facile far arrivare l'informazione a tutti. È così che molti affrontano il viaggio a piedi, dirigendosi comunque verso il confine nord. Gruppi composti da
numerose persone, con bambini di ogni età al seguito, avanzano a passo d'uomo.
Al ridosso della linea di confine sbarrata si è formata una tendopoli di migliaia di persone che aspetta in vano la possibilità di continuare il proprio viaggio. Vivono in tende di ogni tipo e negli ultimi dieci giorni hanno dovuto sopportare piogge battenti e basse temperature. Molti bambini sono malati, con febbre e raffreddore.
Si calcola che, dall'inizio dell'ondata di profughi, hanno attraversato la Grecia più di 900.000 persone. Sono tanti, sono tanti soprattutto se pensiamo che la Grecia è un paese in crisi e con limitatissime possibilità. Ma la solidarietà non si ferma. In ogni città vengono raccolti generi di prima necessità come cibo in scatola, frutta secca, biscotti, latte UHT, latte in polvere, carta igienica, sacchi a pelo, medicinali etc.. I generi raccolti devono avere un alto  contenuto calorico ed essere confezionati in maniera singola, devono essere in poche parole adatti a condizioni di sopravvivenza, perché proprio queste sono le condizioni che affrontano le famiglie ammassate ai confini da giorni.
L'Europa che spesso si è riempita la bocca con parole di civiltà, che si è presa la briga di andare a ristabilire con guerre e con missioni militari i diritti umani di questo o di quell'altro paese, che si vanta di essere un baluardo in difesa di democrazia e giustizia e contro la barbarie. Adesso che potrebbe   dimostrarlo concretamente il proprio attaccamento ad una cultura che mette al centro l'uomo e l'umanità e che ha radici nella storia più remota, cosa
fa? Chiude le frontiere.
Sembra che i confini della Grecia non siano i confini dell'Europa.
eereIl problema causato dall'arrivo dei profughi viene usato in Europa come ennesimo attrezzo di pressione e ricatto economico per estorcere il più possibile alla Grecia.
Per un lungo periodo l'Unione Europea ha cercato di convincere il governo greco che la soluzione migliore per arginare l'ondata dei profughi era quello di respingere le loro imbarcazioni. Questo, che non è stato accettato dal governo, come potete immaginare avrebbe causato la morte di un numero enorme di persone. Infatti è impensabile respingere un'imbarcazione con bambini, specialmente dopo un viaggio ai limiti della sopportazione umana. Intanto, gli stessi che proponevano di applicare questa barbarie ai danni dei profughi siriani, hanno versato ragguardevoli somme di denaro alla Turchia per la gestione dei profughi siriani, profughi che in parte la Turchia stessa produce appoggiando economicamente lo Stato Islamico e bombardando le  postazioni Kurde che di fatto sono l'unica vera resistenza sul campo contro l'Isis.

Il ministro dell'economia tedesco Schäuble ha dichiarato meno di una settimana: "la Grecia non deve usare la questione profughi come scusa per ritardare la valutazione sulle riforme".
Altri ministri dei "nuovi" membri dell'Unione Europea hanno spudoratamente intimato alla Grecia di tenersi i profughi in cambio di una revisione del debito. È grande la fiera delle atrocità dette da primi ministri e vari di tutta Europa sulla questione profughi.
Il governo greco ha provveduto fino ad oggi a fornire almeno tre pasti al giorno a tutti.
Lunghe file di persone aspettano pazientemente il proprio turno ai punti di ristoro organizzati dal governo e dai volontari. I rifornimenti che vengono comprati dalle varie organizzazioni e destinati ai profughi sono stati esentati dalla tassa dell'IVA e un listino prezzi speciale con prezzi ribassati è stato imposto dal governo a tutti gli autogrill che si trovano sul percorso da Atene alla frontiera nord della Grecia, questo per evitare sciacallaggi commerciali ai danni dei profughi siriani.


Verranno dati dei contributi economici dal governo a coloro che decideranno di ospitare famiglie con bambini a casa propria. Il contributo varia a seconda dei casi e può arrivare fino a 800 euro al mese.
Su tutto il territorio greco sono in funzione degli hot spot ovvero dei centri di accoglienza dove i profughi possano stazionare in condizioni meno precarie. Ogni giorno migliaia di profughi vengono invitati a soggiornare nei centri di raccolta dislocati su tutto il territorio greco.
Se da una parte la reazione xenofoba dell'Europa è disarmante, anche all'interno della Grecia si ascoltano proposte deliranti. Il nuovo leader di Nea Dimokratia, Kiriakos Mitsotakis ha proposto che gli hot spot siano di tipo chiuso, ovvero una sorta di lager da dove i profughi non possano uscire e contemporaneamente vede la risoluzione del problema nel cambio di definizione e quindi del loro trattamento. Da profughi come vengono accolti e definiti adesso a clandestini illegali, con il trattamento che ne consegue. Ancora peggio è la soluzione proposta da Chrisi Avghi, il partito nazista greco che sempre di più sembra essere in buona compagnia in Europa. Loro hanno proposto la chiusura forzata dei profughi in campi di concentramento, come Nea Dimokratia, con la differenza dell'obbligo dei lavori forzati. Questo per ripagare "l'ospitalità". Per il momento la solidarietà del popolo greco verso i profughi è più forte. Questo, secondo me, per due ragioni fondamentali.
La prima è che le famiglie di profughi siriani assomigliano in maniera perfetta alle famiglie greche, sia somaticamente che nel modo di vestirsi, a parte il particolare del foulard in testa alle donne.
Nel loro esodo dalle coste turche il popolo greco rivede in qualche maniera la propria storia, rivive l'esodo dei greci dall'Asia Minore avvenuto nel 1922, quando intere famiglie di greci furono allontanate in massa dalle coste turche dell'Egeo dove vivevano da sempre.
Venne cioè fatta una pulizia etnica che coinvolse milioni di grecofoni. Questi bambini in braccio ai propri genitori che sbarcano sulle isole greche sono drammaticamente uguali alle foto in bianco e nero dei libri di storia, l'unica differenza è l'abbigliamento moderno, le facce sono le solite.
Penso che se le stesse scene di sbarchi fossero con famiglie dell'Africa nera la reazione sarebbe ben diversa. Sarebbero in molti meno a immedesimarsi con quelle famiglie, con quei bambini.
La seconda ragione è il lavoro ottimo che sta facendo la televisione di stato ERT, ripristinata da pochi mesi dopo la chiusura forzata da parte dell'ex governo di Nea Dimokratia.
Ogni giorno viene fatto il punto della situazione sia in TV che via radio e le raccolte di generi alimentari e il lavoro dei volontari vengono coordinati in maniera organizzata da uno speciale notiziario che va in onda più volte al giorno. I profughi sono descritti per ciò che sono, cioè come profughi e non come clandestini. Vengono descritte le loro condizioni precarie e le difficoltà che ne derivano. Vengono raccontare le loro storie. Il tentativo della televisione di stato è mirato ad abbassare il sentimento fisiologico di insicurezza che un popolo ha rispetto all'invasione di migliaia di persone straniere che avviene ogni giorno. Non voglio neanche immaginare ciò che sarebbe successo se la gestione mediatica fosse stata monopolizzata dalle tv private, sicuramente ci sarebbero già stati atti tremendi di razzismo.
In Italia, da una ricerca veloce che ho fatto prima di scrivere questo articolo, il problema profughi siriani sembra non esistere. In alcuni articoli vengono addirittura descritti come dei benestanti che arrivano alle 11 di mattina con i gommoni nei porticcioli delle isole greche e la prima cosa che fanno è andare a cercare un bar per connettersi a internet con il proprio smart phone e magari farsi un selfie davanti al molo.
Dell'apocalisse che migliaia di famiglie vivono per mare e per terra non vi è traccia o quasi.

March 05, 2016

Informazione a servizio della casta. Sono anni che denunziamo lo “scempio” che viene fatto dell’informazione in Italia. In una corretta democrazia l’informazione dovrebbe essere libera, al servizio dei cittadini, non controllabile tranne che dal codice penale: da noi avviene esattamente il contrario. In Italia non c’è mai stata libertà di informazione. I finanziamenti pubblici allettano gli editori, e pure tanto, specialmente quando di milioni ne vengono sganciati a piene mani. I politici lo sanno, sanno che sono la loro sopravvivenza, e da compassati maestri ne promettono e danno tanti, devi essere però amico dell’amico altrimenti “niet”, non se ne parla proprio, sono in gioco il tenore di vita, i privilegi, le amanti ed il potere. Chi potrebbe avallare tutto ciò se non l’informazione?

Grazie ai soldi del 'nuovo' canone Rai, si finanziano anche gli editori. Un disegno di legge rivede i criteri di finanziamenti pubblici destinati al settore editoriale, inserendovi anche i proventi dell'imposta/canone Rai. Per ora l'uovo e' stato preparato alla Camera, poi passerà al Senato e, per certe cose -si sa- i tempi sono spediti.

In un’audizione alla commissione Cultura della Camera, lo scorso 26 gennaio, il direttore della Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali) aveva espresso parere positivo sul Fondo per il pluralismo e l'innovazione dell'informazione e le deleghe al governo per la ridefinizione del sostegno pubblico all'editoria (più soldi nostri per i loro associati); ed aveva chiesto che una quota delle maggiori entrate che si dovessero verificare dal pagamento del canone Rai in bolletta elettrica sarebbero dovute andare all'editoria, cioè anche alla carta stampata, nell'ottica del pluralismo dell'informazione.

C’era da scommettere che il disegno di legge venisse subito approvato! Anche perchè grossi appuntamenti elettorali bussano alla porta. Tra le varie fonti dei fondi per finanziare il tutto, e' prevista una quota, sino ad un massimo di cento milioni, delle eventuali maggiori entrate versate per il canone tv (maggiori rispetto alla cifra fissata -1,7 miliardi all'anno per il periodo 2016-18- che il Governo ha previsto... lasciando un “buco” per il dopo). Così, grazie ai soldi del 'nuovo' canone Rai, si finanziano anche i 'nemici'.

Esclusi da questi benefici i giornali di partito e sindacali (non ci crediamo!), nonché quelli quotati in Borsa e quelli di carattere tecnico, aziendale e scientifico. L'aspetto più interessante e sintomatico è quello dei beneficiari, incluse le testate online, che potranno continuare a campare anche se sono letti e seguiti dai loro “intimi”: imprese con prevalenza di capitale di cooperative; fondazioni o enti no-profit; giornali di minorane linguistiche o in italiano diffuse all'estero: giornali per nonvedenti e, -potevano mancare?- i giornali delle associazioni di consumatori iscritte in apposito elenco (immaginiamo sia il CNCU - Consiglio nazionale consumatori e utenti, istituito presso il ministero dello Sviluppo Economico e a cui sono iscritte la quasi totalità delle associazioni che, di riffa o di raffa, prendono soldi dallo Stato eccezion fatta per L’ADUC che per sua scelta ha deciso di non prendere soldi). Associazioni che proprio in questi giorni, in passato -e presumiamo anche in futuro- “tuonano” contro l'imposta/canone, alcune addirittura vaneggiando di impossibili class action (le class action non si possono fare in materia fiscale) per non pagarlo.
Cosa c'è di meglio -nella logica e nel diritto- che farsi pagare per parlare male del tuo pagatore: si vuole che così sia per garantire quello che viene chiamato pluralismo... basta che sia fine a se stesso e non dia fastidio al “manovratore”.

February 14, 2016

Oltre l'ondata di sentimenti e risentimento, l'omicidio del giovane ricercatore italiano riporta in superficie vecchie perplessità sulla leggerezza con cui gran parte dei paesi occidentali, potenti o meno, stabilisce rapporti economici, quindi anche diplomatici, con paesi i cui governi vengono costantemente richiamati dalle organizzazioni umanitarie per le sistematiche violazioni dei diritti umani. Basti citare le recenti visite ufficiali della cancelliera tedesca Angela Merkel in Turchia, o l'accordo tra Washington e Ankara dello scorso anno. Trattative in entrambi i casi motivate dall'esigenza di cooperare con la Turchia sia sulla questione migranti e rifugiati, che nella lotta ai cartelli del jihad dell'autoproclamatosi “Stato islamico” (conosciuti come Daech, ISIS o IS). Ovvie le considerazioni sul ruolo strategico della Turchia, dove, peraltro, lo scorso novembre si è tenuta l'ultima riunione del G20, nella città di Antalya, ma è alquanto discutibile l'atteggiamento del governo turco e del suo presidente Recep Tayyip Erdoğan in materia di libertà di stampa e di espressione e sulla questione curda: giornalisti in carcere, testate chiuse, interruzione unilaterale dei colloqui di pace con la guida del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) Abdullah Öcalan, mesi di militarizzazione e devastazione delle regioni sud-orientali della Turchia.

Come se non bastasse, il Segretario di Stato statunitense John Kerry ha avanzato l'ipotesi di un intervento di terra in Siria, nel caso in cui il presidente siriano Bashar al-Assad “non terrà fede agli impegni presi e l'Iran e la Russia non lo obbligheranno a fare quanto promesso”. Un'ulteriore legittimazione, per quanto implicita, della linea politica (interna e internazionale) di Ankara. Nessuna obiezione ufficiale finora sui bombardamenti dell'artiglieria turca nel Nord della Siria, contro postazioni delle Unità di difesa popolare (YPG, che fanno riferimento al Partito di unione democratica – PYD –, vicino al PKK turco). Nessun dubbio della comunità internazionale sulle motivazioni ufficiali fornite dalle autorità di Ankara, che hanno presentato queste operazioni come “rappresaglia”. Nei giorni scorsi, infatti, secondo fonti militari turche, unità dell'esercito governativo siriano avrebbero sparato mortai nella provincia turca di Hatay, vicino a Çalıboğazı, mentre dalla città siriana di Maranas, controllata dalle PYD, sono stati sparati colpi contro la regione turca di Akçağbağlar. Una versione che sembra essere stata accettata senza battere ciglio dalla comunità internazionale. Similmente, Nazioni unite, Alleanza atlantica (NATO), Unione europea non hanno neppure tentato di mettere in discussione le intenzioni di Ankara di inviare truppe di terra in Siria (annunciata in un momento in cui le PYG stanno guadagnando terreno a scapito di Daech), né hanno tentato di dissuadere l'Arabia Saudita, che ha inviato jet nella base turca di İncirlik e con Ankara è pronta a un intervento di terra.

Proprio l'Arabia Saudita, un altro paese che si può a buon diritto annoverare tra gli interlocutori discutibili dei governi occidentali. Basti ricordare lo scandalo che ha destato per l'arresto, la detenzione e la condanna del blogger Raif Badawi a dieci anni di carcere e mille frustate (per aver fondato il forum Free Saudi Liberals e aver criticato alcuni capi religiosi), o per l'uccisione di 47 condannati a morte, tra i quali l'imam sciita Nimr al-Nimr. Alla luce dei repentini cambiamenti di rotta diplomatici attuati dalle grandi potenze (e dai loro satelliti), ci si potrebbe dunque domandare se la dinastia saudita o il Partito giustizia e sviluppo (AKP) turco di Erdoğan faranno un giorno la fine di altri ex-alleati dell'Occidente, come il fu colonnello libico Muammar Gheddafi (ucciso anche grazie all'intervento internazionale in Libia) o il fu presidente iracheno Saddam Hussein (condannato a morte dal “nuovo” Iraq nato dopo l'invasione iniziata nel 2003, ma un tempo sostenuto da Stati Uniti e Nato, durante la guerra con l'Iran). Ma soprattutto, ci si potrebbe interrogare su quante guerre e quanti disastri politici e umanitari continuerà a produrre questo atteggiamento, opportunista ma anche miope, prima che ci si decida a cambiare definitivamente sistema. O almeno a chiedere alla cittadinanza se preferisca “donare” 3 miliardi di euro alla Turchia perché fermi i profughi diretti in Europa, oppure concedere respiro all'economia della Grecia, dissestata da decenni di governi corrotti, peraltro legittimati dalla stessa Unione Europea.

January 19, 2016

L'attentato a Ouagadogou ha riportato in scena la rivalità tra al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi) e Daesh; il richiamo al califfato e la lotta per la conquista delle rotte del contrabbando in Africa del Nord.

Sia in Medioriente che in Nord Africa, tra le maggiori fonti di finanziamento dei gruppi terroristici che si richiamano al salafismo e al takfirismo (i takfiristi sono coloro che bollano come miscredente, appunto kafir, chiunque non condivida la loro concezione dell'islam) ci sono i traffici illeciti e il contrabbando. Petrolio, armi e reperti archeologici in Siria e Iraq, armi, cocaina e migranti nel Sahel, dove queste formazioni, organizzate come veri e propri cartelli, traggono guadagno anche dai riscatti dei rapimenti. Quanto alla propaganda, regione che vai, schacchiere geopolitico che trovi. Quindi, il cosiddetto stato islamico (Daech o IS) ha esordito lanciando anatemi contro l'infausto accordo Sykes-Picot ( accordo segreto tra i governi del Regno Unito e della Francia, che definiva le rispettive sfere di influenza nel Medio Oriente in seguito alla sconfitta dell'impero ottomano nella prima guerra mondiale) e la corruzione dei funzionari iracheni, che speculavano sulla penuria di generi alimentari. In risposta, Aqmi ultimamente ha compiuto un vero e proprio salto di qualità nella realizzazione di video di propaganda, alzando il tono del conflitto. Culmine di questo “progresso” è stato il video di rivendicazione dell'attentato di Ouagadogou, in cui Abou Obeida Yousseh al-Annabi, considerato il numero due di Aqmi, accusa l'”Occidente” di aver disintegrato l'antico califfato smembrandolo in tanti staterelli deboli, a capo dei quali ha poi insediato suoi complici. Due gli elementi che spiccano nel suo discorso: l'appello alla liberazione di Ceuta e Melilla, enclaves spagnole in territorio marocchino (zone di reclutamento di Daesh), e la condanna del controverso accordo sottoscritto a Skhirat, in Marocco, il 17 dicembre scorso dai rappresentanti dei due parlamenti libici di Tripoli e Tobruk. Nello stesso video, inoltre, compare un combattente originario di Melilla, enclave spagnola in territorio marocchino, Abou Nasser al-Andaloussi, che in precedenza aveva esortato al terrorismo i “fratelli di Spagna”.

L'accordo di Skhirat rischia dunque di produrre gli stessi effetti, mutatis mutandis, della costituzione irachena del 2006, varata sotto l'egida di Washington. Infatti, a parte i rappresentanti libici che lo hanno firmato e la comunità internazionale che lo ha accolto come un episodio “storico”, il testo ha sollevato numerose polemiche all'interno di entrambi i parlamenti della Libia, mentre gli ulema (esperti di scienze religiose nell'islam) di Tripoli lo hanno già respinto in quanto “viola la sharia” (legge islamica). Un particolare rilievo riveste l'atteggiamento diffidente del generale Khalifa Haftar, capo delle milizie che fanno riferimento al parlamento di Tobruk e punto di riferimento del governo egiziano in Libia, per la sua opposizione alle forze ispirate all'islam politico radicale. Ex-ufficiale del colonnello Muammar Gheddafi, in seguito unitosi al Fronte nazionale per la salvezza della Libia (Fnsl), Haftar ha trascorso diversi anni negli Stati Uniti insieme ad altri combattenti, durante la presidenza di Ronald Reagan. Un periodo che gli è costato l'accusa di essere un agente dell'intelligence Usa (si veda, ad esempio, http://www.theguardian.com/world/2014/may/22/libya-renegade-general-upheaval). Sta di fatto che, malgrado l'approvazione dell'accordo di Skhirat da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite (Onu), il panorama politico libico appare troppo fragile per gestire autonomamente una transizione democratica.

Intanto, l'attentato di Ouagadogou ha ristabilito definitivamente l'alleanza tra i capi di due importanti cartelli terroristici che operano nel Sahel, entrambi algerini ed ex-miliziani del Gruppo islamico armato (Gia, attivo negli anni '90 in Algeria e responsabile dell'ondata di attentati in Francia nel 1995): quello di Abdelmalek Droukdel, alla guida di Aqmi da quando venne fondata nel 2007, a partire dal Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc – nato come “alternativa” al Gia nel 1998), e quello di Mokhtar Belmokhtar, alias il guercio o mr. Marlboro, in riferimento alle ricchezze accumulate con il contrabbando di sigarette. Il rapporto tra i due si era progressivamente deteriorato (Droukdel era più per un'applicazione progressiva della legge islamica e contrario alla distruzione dei mausolei, da lui considerata una provocazione inutile), finché Belmokhtar, nel 2012 (poco dopo l'inizio dell'intervento francese in Mali), esce da Aqmi e si unisce al Movimento per l'unicità di Dio e il jihad nell'Africa occidentale (Mujiao), fondando il gruppo al-Morabitoune (gli Almoravidi). Quest'ultimo, a marzo 2015, in un momento di calo di consensi per Aqmi, ha progettato ed eseguito l'attentato di Bamako, con una modalità insolita: un commando ha aperto il fuoco nel bar la Terrasse, uccidendo cinque persone, tra cui due francesi (due mesi dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo, che aveva ricevuto il plauso di Belmokhtar). È sempre il gruppo del guercio a compiere l'attentato del 13 novembre 2015, contro l'hotel Radisson Blu di Bamako, capitale del Mali, rivendicato anche da Aqmi. Qualche giorno dopo, Droukdel comunica ufficialmente l'alleanza tra Aqmi e al-Morabitoune, stipulata con il sangue dell'hotel Radisson.

La nuova unione potrebbe essere una risposta ai tentativi dei cartelli del jihad affiliati all'autoproclamatosi califfo al-Baghdadi di guadagnare terreno in Libia, tracciando percorsi più sicuri per le rotte del narcotraffico. Che riguardi l'oppio di provenienza afgana o la cocaina proveniente dall'America latina, si tratta di un mercato fruttuoso, che dal cosiddetto Highway 10 (il decimo parallelo, che passa per la Guinea e la Guinea Bissau) può portare ogni tipo di merce illegale fino alle piazze europee. In questo, la Libia è l'alternativa ideale rispetto al Marocco, paese più stabile e dalle frontiere più controllate. Se l'accordo di Skhirat e la relativa risoluzione Onu aprissero la strada a un nuovo intervento internazionale in Libia, per le rotte del narcotraffico (e per altri commerci illegali) sarebbe un ottimo passo avanti. Quanto al Burkina Faso, l'attentato di Ouagadogou è stato un duro colpo per il governo del presidente Marc Christian Kaboré, che poco dopo la sua elezione (la prima democratica dopo il colpo di stato) aveva emesso, lo scorso 21 dicembre, un mandato di cattura internazionale contro l'ex presidente Blaise Compaoré, accusato dell'omicidio di Thomas Sankara.

January 07, 2016

Due le provocazioni con cui l'Arabia Saudita ha iniziato il 2016: la prima sono le 47 esecuzioni in sé, la seconda è che tra i condannati c'era l'imam sciita Nimr al-Nimr.

Che l'abbia fatto perché la sua economia, quasi esclusivamente basata sul petrolio, è in difficoltà, oppure per distrarre quel poco che rimane dell'opinione pubblica interna da possibili perplessità sull'incapacità della classe dirigente di creare un'economia diversificata, in grado di far fronte alle crisi petrolifere (e anche a eventuali cambiamenti nelle politiche energetiche mondiali); che stia cercando di indurre la comunità internazionale a

Saudiking 
 Abd Allah

riconoscere il suo peso geopolitico con gli unici mezzi di cui dispone, o che stia tentando di distogliere la comunità internazionale (soprattutto magistratura e informazione) da possibili velleità di indagare un po' più a fondo sul sostegno finanziario che alcuni “privati donatori” legati alla casa regnante saudita forniscono ai cartelli del jihad del cosiddetto Stato islamico … In ogni caso, sono in molti ad interrogarsi sul perché, in un momento in cui l'unica cosa di cui la politica internazionale avrebbe bisogno è una strategia di distensione, l'Arabia Saudita abbia deciso di uccidere 47 condannati a morte, tra i quali, come se non bastasse, l'imam sciita Nimr al-Nimr.

Al-Nimr, il cui nipote Ali Mohamed al-Nimr (arrestato quando aveva solo 17 anni per aver partecipato a una manifestazione nel 2011) è ancora nelle carceri saudite in attesa dell'esecuzione, non era solo una guida religiosa, ma soprattutto una figura politica. Sferzante nei confronti dei Saud, critico verso il presidente siriano Bashar al-Assad, dedicava molti dei suoi discorsi del venerdì alle condizioni di cittadini di serie B cui sono condannati i cittadini sauditi di religione sciita. La sua condanna a morte, nell'ottobre 2014 per “terrorismo”, “sedizione”, “disobbedienza al sovrano” e “possesso di armi”, ricorda, con le dovute differenze di contesto, i processi per lesa maestà codificati nel I secolo a.C. da Silla e molto in voga in età imperiale, come metodo per liberarsi di chi osasse opporsi all'impero. Si tratta infatti di capi d'accusa che il più delle volte i tribunali sauditi imputano a chiunque sia sospettato di dissentire dalla politica del regime di Riyadh, a maggior ragione se di religione sciita. Numerosi i rapporti di Amnesty International sulle violazioni e gli abusi ai danni di questa minoranza (si veda ad esempio http://www.saudishia.com/?act=artc&id=586), che vive soprattutto nella regione, economicamente strategica, di Qatif. Finora, tuttavia, gli appelli delle organizzazioni per i diritti umani non hanno avuto seguito.

 

Riyadh continua dunque a portare avanti la sua linea politica di teocrazia retrograda, fondata su un'economia assistenziale, alimentata a sua volta dai proventi del petrolio. Un settore che, tra i progetti di estrazione del gas da scisto negli Stati Uniti e in diversi paesi del mondo (malgrado le numerose voci critiche riguardanti l'impatto ambientale), il prezzo basso del greggio e il fatto che prima o poi le riserve finiranno, rischia di non essere più così redditizio. Si tratta di un'eventualità che per l'economia di Riyadh sarebbe disastrosa, visto che il paese è costretto a importare praticamente tutte le risorse necessarie a soddisfare il fabbisogno alimentare dei suoi cittadini.

A parte l'economia, le 47 esecuzioni decise da Riyadh si inscrivono in un preciso quadro geopolitico regionale. All'Arabia Saudita, infatti, non è bastato reprimere nel sangue (con l'aiuto dei suoi satelliti del Consiglio di Cooperazione del Golfo) le proteste nel suo territorio e in Bahrein per acquisire un qualche peso nello scacchiere politico regionale. E non è bastata neppure la nuova campagna di bombardamenti in Yemen (dopo quella del 2010), lanciata per impedire che i ribelli sciiti Houthis conquistassero il potere, ma rivelatasi un cul de sac. Ora Riyadh teme infatti che la sbandierata guerra contro i cartelli del jihad possa indebolire la sua posizione geopolitica, anche a causa del sostegno di cui godono i gruppi salafiti e takfiriti nelle petromonarchie del Golfo. Ad accrescere i suoi timori è inoltre il ruolo che la Russia ha in Siria. Sarà probabilmente una coincidenza fortuita, ma, nei giorni immediatamente precedenti le 47 esecuzioni saudite, la distensione tra Iran e Usa, avviata dall'accordo sul nucleare, ha rischiato di sfumare. La Casa Bianca avrebbe infatti preparato un pacchetto di nuove sanzioni contro Tehran per contrastare il suo programma missilistico. Le autorità della Repubblica islamica hanno risposto immediatamente che il programma è nei limiti del diritto dei singoli stati alla difesa e il presidente Hassan Rohani ha ordinato al ministro della difesa di accelerare la costruzione delle testate balistiche. Un buon momento per creare un motivo di scontro con l'Iran, che con la Russia condivide la stessa posizione sul conflitto siriano.

 Rohani
 Rohani

Inoltre, a dicembre, la Turchia ha avviato importanti colloqui con Israele, per normalizzare le relazioni tra i due paesi, quasi interrotte cinque anni fa, per la vicenda della Mavi Marmara (nave turca impegnata nella Freedom Flotilla, che trasportava aiuti umanitari nella Striscia di Gaza). Il 2 gennaio, dopo una visita in Arabia Saudita, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha diffuso alla stampa una nota in cui affermava che “Israele ha bisogno di un paese come la Turchia nella regione. E noi dobbiamo accettare che anche noi abbiamo bisogno di Israele”. Una mossa con cui Ankara intende mostrarsi a livello internazionale come un alleato indispensabile contro i cartelli del jihad, al punto da potersi permettere la militarizzazione delle zone a maggioranza curda (con gli abusi che questo implica). In questo contesto, il 23 dicembre il co-segretario del Partito democratico dei popoli (partito turco filocurdo - HDP) Selahattin Demirtaş ha incontrato a Mosca il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov, per discutere del conflitto siriano e della crisi diplomatica tra Turchia e Russia a seguito dell'abbattimento di un jet russo da parte dell'aviazione turca. Demirtaş, per questo, aveva ricevuto aspre critiche, soprattutto dal partito Giustizia e sviluppo (AKP, il partito di Erdoğan). Il primo ministro turco Ahmet Davutoğlu era giunto ad accusarlo di tradimento, solo perché Demirtaş aveva definito un errore l'abbattimento del jet russo. A completare il quadro, alla fine di dicembre, durante un raid sulla Siria, l'aviazione russa aveva ucciso Zahran Allush, predicatore salafita siriano, che Riyadh contava di far partecipare ad eventuali negoziati, ovviamente dopo la “necessaria” destituzione di Assad.

Probabilmente le 47 esecuzioni con cui l'Arabia Saudita ha iniziato il 2016 non sono solo l'episodio di uno scontro regionale per decidere le sorti della Siria e, di conseguenza, imporre un nuovo equilibrio di forze. In ogni caso, è evidente che Riyadh conta sulla sua impunità a livello internazionale, se si escludono le recenti prese di posizione del governo svedese sulla condanna del blogger saudita Raif Badawi (che sembra caduto nel dimenticatoio) e sui diritti delle donne. Infatti, ad esempio, non è nella lista in cui il Foreign Office britannico elenca i paesi che devono ridurre progressivamente il ricorso alla pena di morte. Ma sono privilegi che Riyadh ha finora comprato con il petrolio e che, finite le riserve, potrebbero venire meno.

December 30, 2015

caro Renzi,

ieri, alla conferenza organizzata dalla stampa parlamentare hai avuto il coraggio di dire che, fosse per te, aboliresti domani stesso l’ordine dei giornalisti. E’ la prima volta che sentiamo una frase del genere da un Presidente del Consiglio. Non possiamo non concordare. Un ordine, come tanti altri in Italia, che è un “unicum” al mondo, che sa tanto di casta, di lobby, di corporazione, di settarismo e chi più ne ha più ne metta, non ha ragione di esistere. L’avocazione inoltre, se non scandalosa, ma poco ci manca, del monopolio da parte di impiegati al soldo degli editori che si autoreferenziano come “giornalisti” , perché iscritti all’albo, è uno schiaffo alla Costituzione.

Caro Renzi, hai fatto bene a dirlo pubblicamente, ti ringraziamo, del resto la sinistra è sempre stata a favore dell’abolizione dell’ordine dei giornalisti e per un insegnamento delle tematiche inerenti l’informazioni nelle università. Sei stato coerente, te ne diamo atto: del resto l’editore è libero di assumere chi vuole, iscritto all’albo o meno. Ma fossi in te racconterei tutta la storia. Per dirigere una testata nel nostro bel paese bisogna essere iscritti all’albo dei giornalisti, cosa che non esiste in nessuna altra parte nel mondo, per avere finanziamenti pubblici (vedi finanziamenti all’editoria) bisogna essere amico di questo o di quel politico: i finanziamenti (che sono milioni di euro ogni anno) falsano la concorrenza; se ho un concorrente che usufruisce del finanziamento sono costretto prima o poi a chiudere, e questa è concorrenza sleale e che, quindi, non c’è libertà di stampa. Caro Renzi, la libertà di stampa nel nostro Paese è ormai a livelli africani! Basterebbe annullare i finanziamenti e dare modo ai veri giornalisti, ai giornalisti autonomi, i freelance, di poter fare vera informazione e non ci sarebbe più bisogno di fare tagli per far quadrare i conti, ma tu fai finta di non accorgertene……

December 25, 2015

Un quarto della popolazione ai limiti della soglia di povertà, una legge finanziaria che rischia di acuire le diseguaglianze sociali; sullo sfondo, preoccupanti manovre di assestamento ai vertici di stato maggiore e intelligence

 

La morte di Hocine Ait Ahmed, uno dei comandanti storici della guerra di indipendenza, militante della democrazia e fondatore del Fronte delle forze socialiste (Ffs, partito di opposizione), il 23 dicembre, ha lasciato buona parte dell'Algeria nello sgomento persino la Presidenza della Repubblica, che ha proclamato otto giorni di lutto nazionale, in un paese che  presenta diversi fattori di rischio di implosione. Primo fra tutti la caduta del prezzo del petrolio, che ha mostrato negli ultimi mesi la fragilità di un'economia troppo dipendente dall'esportazione di idrocarburi. Dallo scorso marzo, ad esempio, il Fondo di regolamentazione delle entrate (FRR, una sorta di fondo di stabilità) ha perso circa 20 miliardi di dollari, mentre il debito interno è balzato al 15% del prodotto interno lordo (Pil), ma l'unica strategia messa in campo in difesa dell'economia nazionale è un rigido controllo dei tassi di cambio, mirato a impedire eventuali fughe di capitali. A fine novembre, inoltre, l'aumento dell'inflazione al 4,9% rispetto a fine novembre 2014, suscita timori riguardo un possibile aumento dei prezzi dei prodotti alimentari (quasi totalmente importati). Un fatto che potrebbe riportare l'Algeria alla crisi che si è verificata tra 2010 e 2011, producendo un aumento dei prezzi di olio e zucchero. Allora, dopo pochi giorni di proteste di massa, il governo era intervenuto mettendo in campo una strategia basata (oltre che sulla repressione, con oltre mille arresti, un morto e più di 800 feriti) essenzialmente sull'assistenzialismo. Nulla contro la corruzione o per portare il paese, gradualmente, verso l'autosufficienza economica (un percorso nel quale Algeri potrebbe contare su l'estensione territoriale e su politiche di protezione o sviluppo del suolo).

 

 Al contrario, a giudicare dalla legge finanziaria votata dal Parlamento algerino lo scorso 30 novembre, malgrado il boicottaggio del voto da parte del Fronte delle forze socialiste (Ffs), del Partito dei lavoratori (Pt), dell'Alleanza dell'Algeria verde (Aav) e del Fronte della giustizia e dello sviluppo (Fjd), Algeri ha adottato la linea delle privatizzazioni e dei tagli alla spesa pubblica. Le opposizioni accusano il ministro dell'industria e delle risorse minerarie Abdeslam Bouchouareb (assente, peraltro, il giorno delle votazioni) di agire nel solo interesse degli uomini d'affari e dell'oligarchia al potere, modificando il testo del progetto di legge dopo la chiusura delle discussioni della commissione parlamentare creata ad hoc. Nel 2016, dunque, la spesa pubblica calerà del 9% e tra i settori maggiormente interessati dai tagli figurano l'istruzione e i servizi sociali. Inoltre, malgrado i rapporti internazionali (come quello pubblicato dalla rivista Forbes) evidenzino i numerosi punti deboli dell'economia algerina, che per il 98% dipende dall'esportazione di idrocarburi, Algeri continua a preoccuparsi delle sue riserve di gas e petrolio, che, si prevede, potrebbero esaurirsi nei prossimi quindici anni. Ovvero, la sicurezza alimentare continua a passare in secondo piano rispetto alla sicurezza energetica, che in realtà interessa più i paesi che importano idrocarburi che non l'Algeria. Una linea che, da un paio d'anni, include anche la ricerca e l'estrazione di idrocarburi non convenzionali, come il gas da scisto. A nulla sono servite le proteste che, da un anno, la popolazione di In Salah, e di altre regioni coinvolte, porta avanti contro un progetto che rischia (senza grandi prospettive di guadagno) di privare il paese delle poche speranze di sviluppo agricolo e di inquinare irrimediabilmente le falde acquifere in zone pressoché desertiche. Una vera bomba ambientale, se si pensa che tra le aree interessate c'è il governatorato di Reggane, dove tra gli anni '50 e '60 del secolo scorso la Francia ha condotto esperimenti nucleari che continuano a provocare la morte di centinaia di persone per esposizione alle radiazioni.

 

Al vertice, intanto, oltre alle frequenti domande dell'opinione pubblica e dei giornali sullo stato di salute del presidente Abdelaziz Bouteflika (con implicazioni interessanti riguardo alla guida del paese), il gotha dell'esercito, dell'intelligence (il Drs, il Dipartimento dell'informazione e della sicurezza) e della guardia presidenziale è interessato da mesi da turbolenze inquietanti. Tutto inizia a metà giugno, quando il viceministro della difesa, generale Ahmed Gaid Salah indirizza una lettera di sostegno al neoeletto (anzi, al neo-rieletto) segretario generale del Fronte di liberazione nazionale (Fln, partito di Bouteflika, saldamente al governo dall'indipendenza), Amar Saadani. Un'ingerenza troppo esplicita, secondo molti osservatori, dell'esercito nelle vicende politiche, per almeno due ragioni. Anzitutto, la rielezione di Saadani è stata piuttosto controversa (ma il generale Salah la considera in ogni caso frutto di un plebiscito). In secondo luogo, Saadani è protagonista dal 2013 di una campagna politica e mediatica contro l'allora capo del Drs (Rab Dzayer, ovvero “Dio dell'Algeria”), il generale Mohamed Mediène, detto Toufik. Una sfida politica nella quale Saadani è arrivato ad accusare esplicitamente Mediène di essere responsabile della morte dell'ex presidente algerino Mohamed Boudiaf (ucciso il 29 giugno 1992) e dei monaci di Tibhirine (1996; un caso controverso, del quale la magistratura francese ancora si occupa). Così, con la sua lettera di sostegno, il generale Salah ha preso implicitamente posizione in quello che molti considerano un regolamento di conti in vista della successione alla Presidenza della Repubblica.

 

A metà settembre, a saltare è stata proprio la poltrona di Mediène, 75 anni, da venticinque saldamente a capo dell'intelligence militare. E, aspetto più preoccupante, artefice dell'equilibrio tra esercito e servizi segreti sul quale si fonda la stabilità dell'Algeria. Toufik è stato dunque rimpiazzato dal suo ex-vice, il generale Athmane Tartag, detto Bachir, in passato direttore della Sicurezza interna (Dsi), in seguito rimosso e poi reintegrato nello stato maggiore come consigliere della Presidenza della Repubblica. Il 10 settembre, inoltre, era stato “mandato in pensione” l'ex capo della gendarmeria nazionale, il generale Ahmed Bousteila (fino ad allora considerato inamovibile). Ma il caso di Toufik suscita preoccupazioni maggiori perché nel 2010 il Drs aveva aperto inchieste scottanti sugli scandali in cui era coinvolta la compagnia petrolifera nazionale Sonatrach e l'ex ministro dell'industria e delle risorse minerarie Chahib Khelil, personaggio molto vicino a Bouteflika. Altro elemento a favore della “pista” del regolamento di conti ai vertici dello Stato è l'arresto del generale in pensione Hocine Benhadid e di suo figlio, lo scorso 30 settembre. Infatti Benhadid (che ha trascorso il suo periodo di formazione negli Stati Uniti), nel 2014, alla vigilia delle elezioni presidenziali, si era espresso molto criticamente a proposito dell'eventuale quarto mandato di Bouteflika (“non può né parlare né alzarsi in piedi sarebbe uno scandalo di fronte all'opinione pubblica nazionale e internazionale”, aveva detto), accusando quest'ultimo di indebolire intenzionalmente il Drs per difendere se stesso e il suo clan dalle accuse di corruzione.

 

In tutto, Algeri ha dunque mandato in pensione 14 generali del Drs e 37 ufficiali dell'esercito, responsabili in vario grado dell'antiterrorismo. Una mossa che ha seguito di poco lo smantellamento del Gruppo di intervento speciale (Gis, importante durante il decennio nero degli anni '90) e l'integrazione della Guardia presidenziale nella Guardia repubblicana. Ufficialmente, un tentativo di rendere più efficiente l'intelligence militare in un momento di alta tensione nel Sahel (in particolare in Libia). Due i casi che vale forse la pena di citare: quello del generale Abdelkader Ait Ouarabi, detto Hassan, e quello del generale Djamel Kehal Medjdoub. Il generale Hassan, dal 2006 a capo del Servizio di coordinamento operativo e di informazione antiterrorista (Scorat, élite dei servizi segreti da un anno accorpata allo stato maggiore dell'esercito), è stato arrestato lo scorso 27 agosto, con l'accusa di distruzione di documenti e infrazione alle consegne, che gli è costata una condanna a cinque anni di prigione dopo un'udienza a porte chiuse nel tribunale militare di Orano, il 26 novembre. Il fatto in questione risale al 2013, poco dopo l'attentato di una cellula di al-qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi) a Tiguentourine, in cui sono morti 37 ostaggi e 29 terroristi. Avendo scoperto un traffico di armi tra la Libia e gruppi affiliati ad Aqmi, il generale Hassan avrebbe deciso di lanciare un'operazione segreta per fermarlo. Di ritorno dalla missione (conclusa peraltro con “successo”), gli uomini di Hassan vengono però intercettati da una pattuglia dell'esercito, con il carico di armi sequestrate. Inizialmente arrestati, sono stati liberati poco dopo, mentre Hassan è stato convocato a febbraio 2014 dalla magistratura militare per “spiegazioni”. Dopo una lunga audizione, anche lui era tornato in libertà, quindi l'affaire sembrava chiuso, almeno fino al 27 agosto. A far discutere sono stati, in particolare, due aspetti: anzitutto il fatto che Hassan rendesse conto delle sue operazioni solo a Toufik; poi, la sua posizione critica riguardo ai ripetuti tentativi della Presidenza della Repubblica di indebolire il Drs. Dopo il suo arresto, peraltro, ad intervenire in suo favore era stato proprio Toufik, con una lettera inviata a diverse testate algerine, caso unico nella storia. Analoga la vicenda che ha coinvolto il generale Medjdoub, ex capo della sicurezza presidenziale (Dgspp, Direzione generale della sicurezza e della protezione del presidente), condannato il 2 dicembre, dal tribunale militare di Costantina, a tre anni di prigione per il tentativo di “intrusione” condotto nella notte tra il 16 e il 17 luglio contro la residenza di Bouteflika a Zeralda, a Ovest di Algeri. Di questa tentata infiltrazione, i motivi non sono mai stati rivelati ufficialmente, ma si sa che è costata il posto, oltre che a Medjdoub, anche al generale Ahmed Moulay Meliani (capo della Guardia repubblicana) e ad Ali Bendaoud (direttore della sicurezza interna, Dsi).

December 12, 2015

Egregio De Rita,


in primis, mi è ignoto da dove lei abbia appreso che gli italiani, oggi, si sentano estranei ad una guerra eventuale, perchè lei purtroppo non ne parla nel suo articolo. Per cui, mi pare sinceramente una sua completa deduzione, soggettiva. Soggettività che, nel suo articolo lei cita, peraltro, come causa di egoismo e del senso di separazione dallo Stato, dalla guerra, e forse dalla società tutta.

In secundis, vorrei sapere per quale ragione al mondo, bisognerebbe sentirsi disponibili a partecipare, di persona o in spirito, ad una guerra di cui, innanzitutto i mass-media più importanti negano evidentemente le cause ed i responsabili. Basta infatti seguire l’approfondimento delle notizie, su siti e blog fuori dal sistema main-stream, perchè emergano tutte le contraddizioni e le follie operate dai nostri politici e dimenticate o negate dai giornalisti, per ciò che attiene alla guerra già in corso.

Peraltro, lei cita la storia di Bush in Iraq e Sarkozy in Libia - eventi che hanno ampiamente dimostrato la follia di ambedue gli interventi e di cui stiamo pagando, giorno dopo giorno, a piè di lista, le conseguenze – cosa che, semmai, dovrebbero indurci, non certo ad imbracciare le armi, per andare a combattere una guerra che sta seguendo con chiarezza quello stesso filone d’intervento geopolitico, miope (e guidato da interessi non certo delle popolazioni europee), ma piuttosto a scardinare una parte delle attuali istituzioni, che ci stanno portando nella direzione della guerra. Nonchè i loro portavoce: i media di regime.

Infine, lei parla di “Essere o non essere una nazione solida e determinata”.. Mi scusi: ma qui l’intero sistema politico del nostro Paese sta scardinando, giorno dopo giorno, l’impianto costituzionale e con esso tutte le strutture pubbliche che ne sono espressione, e lei mi ritira fuori “la nazione solida e determinata”? Piuttosto, faccia pace col cervello, ed esprima un pò di coerenza e di rispetto, e di scuse (sopratutto) verso un popolo che è stato preso per il culo, non solo dalla sua classe politica – che oramai ha imbastito un sistema che si auto-riproduce, al di fuori di qualsiasi rapporto con la società (questa si chiama cieca soggettività) – ma di conseguenza, anche da tutti gli altri politici stranieri che a quelli nostrani hanno chiesto di fare “questo e quello”, cioè di tutto, meno che l’interesse del proprio popolo.

 

Perché gli italiani non si sentono in guerra

Corriere della Sera, venerdì 11 dicembre 2015

«Siamo in guerra». «Chi, io?». Se qualcuno volesse capire come l’italiano medio viva l’attuale drammatica congiuntura internazionale troverebbe la risposta più confacente proprio in quell’interrogativo, che ben riassume una radicata estraneità alle tensioni belliche.  
C’è tutto l’italiano d’oggi, antico e postmoderno insieme, in quel dichiarare «non mi compete». C’è la quasi ingenua ammissione di non essere adeguatamente pugnace; c’è l’antica prudenza di star lontano, se possibile, dalla linea del fuoco; c’è la sottintesa cinica propensione al «se posso, svicolo»; c’è l’abitudine ad allontanare l’angoscia e il ricatto di chi fa dell’angoscia un’arma di guerra; c’è l’implicito trincerarsi nella quotidianità e nella costanza degli stili di vita; c’è la constatazione che è quasi impossibile decifrare e capire la complessità di quel che sta avvenendo; c’è la resistenza a farsi trascinare dalle altrui pulsioni (tutti ricordano che facemmo male a seguire Bush in Iraq e Sarkozy in Libia); e c’è in fondo un antico fatalismo verso gli eventi che non si possono dominare, magari con la riscoperta di un po’ di impaurita devozione creaturale (quante preghiere e quanti ex voto hanno costellato la nostra vita collettiva, dal ’40 al ’45!). 
Essere o non essere una nazione solida e determinata. Questo è sempre stato il nostro dilemma, cui si può attribuire la frequente non eroica resistenza al «prendere armi contro un mare di guai e, combattendo, por fine ad essi». Oggi quella resistenza ritorna, mettendo in ombra e forse sottovalutando guai che per alcuni sono inseriti in un epocale scontro di civiltà, così violento da chiamare a una mobilitazione di massa, al limite anche bellica. Ma non opera soltanto la tradizione storica sotto tale resistenza; opera anche, e forse specialmente, la specifica evoluzione strutturale degli ultimi settant’anni, durante i quali, complici silenziosi la pace e la democrazia, siamo diventati una società ad alta, anzi altissima soggettività, dove ogni problematica viene ricondotta all’io individuale (mia è l’azienda, mio è il tempo, mio è il lavoro, mio il figlio, mio il corpo, mia addirittura la morte) in una grande frammentazione molecolare dei sentimenti e anche degli interessi. E a tale coazione egocentrica non può sfuggire un evento come la guerra (è difficile pensare un italiano che dica «la mia guerra»). 
Se si pone attenzione a ciò, si capiscono facilmente le difficoltà che incontra la politica, stretta fra quella necessità di un collettivo noi (la nazione, l’Europa, l’Occidente) che è indispensabile per gestire i conflitti internazionali e la necessità di un consenso interno tutto condizionato dall’imperante soggettività dell’«io che c’entro?». Stretta, in altre parole, fra le spinte a schierarsi con alleati vecchi o nuovi e la vocazione a navigare prudentemente nei flutti degli avvenimenti. Dio non voglia che arrivi il momento in cui dovremo schierarci; e più ancora che ci si schieri con l’avventatezza dell’ultimo momento. Di solito non ci riesce bene. 

Giuseppe De Rita

December 06, 2015

Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso. A tutti i giovani delle nazioni occidentali. Gli avvenimenti amari che il terrorismo ha creato in Francia, mi hanno spinto ancora una volta a parlare con voi giovani. Per me e' rattristante che si debba parlare in una simile atmosfera, ma la verita' e' che se non correremo ai ripari in questa situazione dolorosa cercando una soluzione, i danni in futuro si potrebbero moltiplicare.

Il dolore di qualsiasi essere umano, in qualsiasi punto della Terra, e' in se e per se rattristante per gli altri uomini. L'immagine di un bambino che muore davanti ai suoi cari, una madre che vede trasmutata in lutto la gioia della sua famiglia, un uomo che porta in braccio il corpo esanime della propria consorte, o uno spettatore smarrito ripreso dalle telecamere e che non sa che quella sara' l'ultima scena della sua vita; non sono immagini che non sconvolgano i sentimenti umani.

Chiunque abbia un minimo di umanita' e di affetto, si rattrista per la visione di queste scene, siano esse in Francia, in Palestina, in Iraq, in Libano o in Siria.
E' fuor d'ogni dubbio che hanno lo stesso sentimento di sgomento e tristezza anche il miliardo e mezzo di musulmani sulla Terra ed e' chiaro che odiano gli autori di questi atti e che provano sdegno per loro.
La questione però e' che se i dolori del nostro oggi non verranno usati per costruire un domani migliore e più sicuro, le tragedie verificatesi rimarranno solo ricordi amari e senza esito.
Io credo che solo voi giovani potete costruire nuove strade per il futuro prendendo le giuste lezioni dalle avversità di oggi, cambiando il corso deviato che ha intrapreso oggi l'Occidente.
E' vero che oggi il terrorismo e' il problema comune tra noi e voi, ma e' bene puntualizzare che i dolori da voi sopportati sono differenti sotto due aspetti rispetto a quelli che in questi ultimi anni hanno sopportato le popolazioni di Iraq, Yemen, Siria e Afghanistan. In prima istanza, bisogna dire che il mondo islamico e' stato vittima della paura e della violenza su scala molto più ampia, con maggiore intensità e in un periodo molto più lungo; l'altra differenza e' che la violenza contro il mondo islamico, purtroppo, e' sempre stata sostenuta in diversi modi da alcune grandi potenze.
Oggi sono ben pochi coloro che non sono al corrente del ruolo che gli Stati Uniti hanno avuto nella creazione, il rafforzamento e l'armamento di Al Qaeda, dei Talebani e dei nefasti gruppi a loro collegati.
Accanto a questo sostegno diretto, i chiari e ben conosciuti sostenitori del terrorismo takfirita, pur avendo i regimi di governo più retrogradi del mondo, sono sempre figurati tra gli alleati dell'Occidente e ciò mentre i pensieri più illuminati e più democratici nella nostra regione sono sempre stati soppressi senza scrupolo. L'approccio ambiguo dell'Occidente con il fenomeno del risveglio islamico (primavera araba/ndr) e' l'esempio esplicito delle politiche paradossali dell'Occidente.
L'altro volto di questa dualità lo si può osservare nel sostegno al terrorismo di Stato di Israele. Il popolo sciagurato della Palestina da 60 anni a questa parte e' vittima del peggior tipo di terrorismo. Se ora i cittadini europei hanno paura e magari per qualche giorno non escono di casa o evitano di recarsi nei luoghi affollati, una famiglia palestinese da decenni non e' al sicuro nemmeno nella propria casa per via della macchina di distruzione e di morte del regime sionista. Sotto il profilo della crudeltà, quale tipo di violenza può essere paragonata a quella della costruzione degli insediamenti illegali?
Questo regime, senza essere mai richiamato seriamente dai propri potenti alleati o perlomeno essere criticato dagli enti internazionali apparentemente indipendenti, distrugge quotidianamente le case, i campi e le coltivazioni dei palestinesi, e lo fa' senza nemmeno dar loro il tempo di prendere la propria roba o di effettuare il raccolto agricolo; tutto ciò avviene di solito dinanzi agli occhi piangenti delle donne e dei bambini che assistono anche all'umiliazione dei propri mariti e padri e che talvolta li devono salutare per sempre, dato che vengono trasferiti in centri di tortura terrificanti. Conoscete forse, nel mondo di oggi, una crudeltà che sia paragonabile a questa per ampietà, dimensioni e durata temporale? Sparare ad una ragazza nel bel mezzo della strada solo per aver protestato contro un soldato armato fino ai denti, se non e' terrorismo, che cosa è?
Questa barbarie non deve essere definita fondamentalismo solo perchè a perpetuarla e' l'esercito di un governo di occupazione? Oppure le nostre coscienze si sono abituate a vedere queste scene perchè sono 60 anni che si ripetono?
Le campagne militari dell'Occidente nel mondo islamico negli ultimi anni, che hanno causato a loro volta innumerevoli vittime, sono un altro esempio del ragionamento paradossale dell'Occidente. I paesi aggrediti, oltre alle perdite umane ed ai danni alle infrastrutture economiche ed industriali, hanno patito una grave recessione ed in alcuni casi sono tornati indietro di decine di anni. Nonostante tutto, a loro viene imposto prepotentemente di non definirsi vittime. Ma come si fa a trasformare una nazione in un ammasso di macerie e a raderne al suolo città e villaggi e poi chiederle: "per favore non definirti vittima"!
Invece dell'invito a fingere di non capire o a dimenticare le tragedie, non sarebbe meglio chiedere sinceramente scusa? I dolori patiti dal mondo islamico in questi anni per l'ipocrisia degli aggressori, non sono minori a quelli causati dai danni materiali.
Cari giovani! Io ho una speranza; che nel presente o in futuro, voi riusciate a cambiare questo modo di pensare colorato di ipocrisia, una corrente che ha l'unica arte di mentire alla gente e di rendere belle alla vista dell'opinione pubblica le azioni più brutte.
Secondo me la prima fase nella creazione della sicurezza e della serenità, e' la correzione di questo modo di pensare violento.
Fino a quando i double standards domineranno la politica dell'Occidente, e fino a quando il terrorismo verrà classificato in terrorismo buono e terrorismo cattivo, e fino a quando gli interessi nazionali verranno ritenuti prioritari rispetto ai valori dell'umanità e dell'etica, non bisogna ricercare altrove le radici della violenza.
Purtroppo queste radici, nel corso di lunghi anni, sono penetrate piano piano negli strati più interni della politica culturale dell'Occidente dando vita ad una silenziosa dominazione.
Molte nazioni sono fiere della propria cultura nazionale; culture che si sviluppano e che per centinaia di anni hanno reso prospera la vita sulla Terra. Il mondo islamico non e' stato un'eccezione ed ha avuto il suo periodo aureo.
Nel periodo contemporaneo, però, il mondo occidentale insiste sull'omologazione e la mondializzazione culturale. Io ritengo molto dannoso il fatto che la cultura occidentale venga imposta agli altri popoli e che le tradizioni e le culture indipendenti vengano umiliate; questa e' una violenza silenziosa.
L'umiliazione di ricche culture umane e le reiterate offese alle loro sacralità avvengono mentre l'alternativa proposta dall'Occidente non e' affatto completa.
Per fare un esempio, i due fenomeni del "bullismo" e "dell'oscenità" sono divenuti, purtroppo, due pietre miliari della cultura occidentale; oggi gli stessi occidentali criticano questi fenomeni emersi dalla loro società.
La domanda che ora mi pongo e' questa: se noi non vogliamo una cultura aggressiva, oscena e superficiale, dobbiamo essere considerati peccatori? Se cerchiamo di ostacolare quell'alluvione distruttivo che viene propinato ai nostri giovani sottoforma di pseudo-prodotti culturali, dobbiamo essere considerati colpevoli? Io non rinnego l'importanza dei legami culturali. Io sono convinto che quando, in condizioni naturali e di rispetto reciproco, vengono stabiliti contatti culturali, questi non possono che creare dinamismo nella società e renderla ancora più ricca. D'altra parte, però, i legami imposti sono sempre stati di poco successo ed anzi controproducenti.
Con grande amarezza devo dire che gruppi ignobili come l'Isis sono esito del legame con culture importate. Se il problema fosse veramente inerente alla religione, avremmo dovuto avere movimenti simili anche prima del periodo coloniale, ma la storia ci dice che non è mai esistito nulla del genere. Evidenti documenti storici dimostrano che l'incrocio tra il colonialismo ed un pensiero deviato e isolato nel cuore di una tribù agli antipodi, hanno costituito il seme dell'integralismo nella regione. Altrimenti com'e' possibile che una delle dottrine più moraliste e umanistiche della storia che definisce l'assassinio di una sola persona grave quanto l'assassinio di tutti gli uomini, possa dare vita ad un'immondizia come l'Isis?
D'altro canto bisogna anche chiedersi perchè coloro che sono nati in Europa e sono cresciuti in quell'atmosfera spirituale e di pensiero, si uniscano a questo gruppo; dobbiamo credere al fatto che queste persone, con qualche viaggio nelle zone di guerra, diventino così integraliste da aprire il fuoco sui propri connazionali? Non bisogna ignorare l'effetto che per una vita ha avuto la cultura violenta dell'Occidente su queste persone. Bisognerebbe analizzare con realismo questo fenomeno e scoprire i lati oscuri di questa realtà. Queste persone provano odio profondo verso le società in cui sono cresciuti perchè sono stati vittima di discriminazioni? Ciò che hanno accumulato al loro interno si palesa così in certi casi in maniera folle?
Siete voi che dovete scoprire questi lati oscuri delle vostre società, dovete trovare le fonti dell'odio e prosciugarle; dovete liberare i nodi e risolvere i problemi.
Bisogna colmare le distanze, non incrementarle. Il grande errore nella lotta contro il terrorismo sono le reazioni affrettate che non fanno altro che aggravare la situazione. Ogni azione affrettata o basata sui sentimenti che crei isolamento, paura o preoccupazioni ai milioni di musulmani che vivono in Europa e che sono persone attive e responsabili, potrebbe allontanarli dalla società e quindi aumentare le distanze e l'odio.
Soprattutto se le discriminazioni e le azioni ingiuste ad-hoc, verranno trasformato in leggi, ciò potrà portare a maggiori polarizzazioni aprendo la strada a nuove crisi.
In base alle notizie pervenute, in alcuni paesi europei, sono state approvate leggi che apparentemente costringono i cittadini a spiare i musulmani. Questi comportamenti sono davvero ingiusti e sappiamo che il male, che a noi piaccia o meno, porta sempre altro male. Ed in aggiunta direi che i musulmani non si meritano un tale comportamento ingrato.
Il mondo occidentale conosce da secoli i musulmani. Sia in quei giorni in cui gli occidentali divennero ospiti dei musulmani e li depradarono delle loro ricchezze, sia in quei giorni in cui erano gli occidentali i padroni di casa ed hanno usufruito del lavoro e del pensiero dei musulmani, di solito hanno solo visto affetto e pazienza da parte degli islamici.
Per questo, io chiedo a voi giovani di basarvi su una conoscenza giusta e profonda, e di prendere le giuste lezioni dal nostro amaro presente, per porre le basi di una rapporto giusto e dignitoso con il mondo islamico.
In questo caso, vedrete che in un futuro non molto lontano, il monumento che avrete eretto su queste fondamenta, estenderà l'ombra della sicurezza e della serenità sul capo dei propri architetti, dando loro il calore della fiducia e accendendo in loro il lume della speranza in un mondo migliore.

 

Seyyed Alì Khamenei
29 Novembre 2015

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