L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Spirituality (73)


 
Franco Libero Manco
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              gfkk Quando Aldo Capitini parla della religione come “servizio dell’impossibile, rifiuto di accettare i modi di realizzarsi della vita e del mondo come se fossero assoluti e gli unici possibili” 1), ci troviamo indubbiamente di fronte ad una delle più belle definizioni che, del concetto di religione, siano mai state formulate.

La religione di cui parla il “Gandhi italiano”, padre della Marcia Perugia-Assisi, è “educazione e promovimento dell’apertura di unità amore”, è “educazione e promovimento di apertura alla realtà liberata”. E’ qualcosa che nulla ha a che vedere con quello che lui chiama il “sacro di esclusione”, caratterizzato dall’esigenza del chiudere e del chiudersi, dalla brama del gerarchizzare e contrapporre. Qualcosa che nulla ha a che vedere con quelle che gli illuministi chiamavano “religioni positive”, realtà istituzionalizzate avide di potere, dogmatizzanti e intrinsecamente intolleranti e violente, quelle, cioè, che presumono “di venire dall’alto con autorità e con assolutismo”, che pretendono di pontificare su “ciò che è bene e ciò che è male (anche il votare per certe liste politiche!)” che rifiutano la ricerca e lo sviluppo nella fondazione dei valori, imponendo il proprio credo, che vogliono “la parrocchia totalitaria, con tutti uniti nello stesso credo, negli stessi sacramenti, nella stessa sudditanza al

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Papa Francesco
sacerdote, il quale mette paura con la visione dell’inferno, e getta fuori del chiuso castello, protetto dagli arcangeli, i peccatori nelle mani dei diavoli.” 2)

La religione sognata (e, per quanto fu possibile, promossa) da Capitini è un’esperienza che può scaturire soltanto dalla libera ricerca, sempre rispettosa delle opinioni individuali, dalla “voce della ragione nella coscienza”, che rigetta radicalmente ogni apparato ecclesiastico, che vuole creare liberamente amore nell’animo di tutti verso tutti, rifiutando ciò che allontana, divide e contrappone, alimentando un intimo sentimento di unione con tutto ciò che vive, anche con gli animali, anche con gli stessi morti, sentiti vicini “nel bene che facciamo” 3), parte inscindibile di una “compresenza crescente” 4), che ci rende impossibile accettare che “la morte chiuda l’essere” e risucchi veramente tutto nel nulla.

Una religione che aspira alla “liberazione di tutti” dal “peccato”, dal “dolore”, dalla “morte”, combattendo tutte le chiusure che si nutrono di odio e indifferenza e che ragionano nell’ottica dell’ ”io mi salverò e tu no”. 5)

Una religione aperta che non dovrebbe mai essere semplice “adattarsi, più o meno volentieri, al fatto che vi siano altri che pensino e agiscano differentemente”, una vera e propria “gioia per la presenza degli altri” sorretta dal sentimento sincero della compartecipazione di tutti ad “un’unità e un destino comune”. 6)

     Per Capitini tutto ciò che rifiuta rapporti e che tende ad accartocciarsi su di sé è destinato ad autoannullarsi. La vita ci richiede continue e necessarie aperture: a vari livelli, in innumerevoli diverse modalità, tutto è chiamato ad aprirsi, a correlarsi, ad interagire in maniera scambievolmente costruttiva. “Apertura - dice il filosofo perugino - è vita, è maggiore vita, è migliore vita” 7). E la vita non dovrebbe essere percepita negli angusti confini di quello che Schopenhauer chiama “principium individuationis”, ma come una tensione bergsonianamente intesa verso un “oltre” che trascenda perennemente i limiti della realtà attuale.

     La cosa più bella della concezione capitiniana di religione aperta è la sua commossa e commovente convinzione che un mondo come quello in cui siamo gettati, sia per quanto riguarda le cosiddette leggi della natura (selezione del più forte, “pesce grosso mangia pesce piccolo”, ecc.), sia per quanto riguarda il vivere dell’uomo insieme agli altri (con tutte le incalcolabili violenze ed ingiustizie), non meriti di continuare ad esistere, non potendo degnamente ambire alla eternizzazione di sé. L’animo autenticamente religioso non può non vedere la realtà presente come qualcosa di provvisorio, come qualcosa, cioè, di destinato ad essere trasformato, ad essere trasceso. Religione aperta è, quindi, prima di ogni altra cosa, desiderio, volontà, capacità di rifiutare quanto attacca l’unità del Tutto e cerca di sottrarsi alla unificante potenza cosmica dell’Amore. E’ ribellione al male e a tutto ciò che semina dolore. E’ schierarsi sempre dalla parte degli sconfitti, dei sofferenti, degli esclusi, in vista di altri mondi possibili. E’ cercare di costruire “una società senza classi, fondandone religiosamente sia le motivazioni sia il metodo di avvicinamento, nonviolento, amorevole anche verso i ricchi, anche verso gli oppressori, ma non in quanto ricchi e oppressori, bensì in quanto esseri umani, peccatori, da amare non accettando però il loro peccato, e con la fermissima apertura che essi stessi, prima o poi, si avvedranno del loro peccato, aiutati in ciò da una lotta che usa un metodo puro, amorevole, di sacrificio, facente appello alla comune e intima realtà di tutti, e alla speranza di una realtà liberata di cui siamo partecipi tutti, quale che sia stato il passato di ciascuno.” 8)

   Quando Capitini elaborava e generosamente divulgava le sue tesi, la Chiesa di allora (anni ’50 dello scorso secolo) lo trattava - assai comprensibilmente - come un pericoloso nemico, meritevole delle più severe rampogne e deprecazioni. Il suo Religione aperta (1955), senza alcun dubbio una delle opere più interessanti dell’ intero panorama filosofico novecentesco, venne messo prontamente all’Indice da Pio XII, e il decreto - come lo stesso filosofo tenne a ricordare con amara ironia - uscì “proprio nel giorno anniversario 1956 della Conciliazione tra il Vaticano e il Governo fascista” 9).

     Ma i tempi, si sa, cambiano. A volte, fortunatamente e alquanto inaspettatamente, anche in meglio. E il papa venuto da molto lontano, che, non certo per caso, ha scelto di chiamarsi Francesco, ora ci parla di una Chiesa “chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre”, di una Chiesa che “non è una dogana” bensì “la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa” 10), e dichiara di considerare anche coloro che non si riconoscono in alcuna tradizione religiosa, ma che sinceramente ricercano verità, bontà e bellezza, “come preziosi alleati nell’impegno per la difesa della dignità umana, nella costruzione di una convivenza pacifica tra i popoli e nella custodia del creato”. 11)

     Piace pensare che un papa così, che, oltre a ravvivare e sviluppare la svolta epocale di Giovanni XXIII 12), sembra voler far risorgere il sogno tragicamente naufragato di Celestino V, che non perde occasione per insegnare che la misericordia è, nella Sacra Scrittura, la parola-chiave per indicare l’agire di Dio verso di noi” 13), che l”’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia” 14), che tale virtù è “il più stupendo attributo del Creatore e del Redentore” 15) e che la misericordia del Padre “non ha confini” 16) e “dura in eterno” 17), se avesse la ventura di imbattersi negli scritti capitiniani (nel caso non gli fossero già di occulta ispirazione), potrebbe anche, senza troppe esitazioni (e scandalizzando non pochi alti prelati), citarli nei suoi appassionati discorsi e nelle sue splendide encicliche.

     E piace anche molto immaginare che il mite e pugnace filosofo della nonviolenza, di fronte a tante affermazioni di papa Francesco, in merito alla “pienezza del perdono di Dio” (a cui nessuno potrà mai porre un limite) e alla sua misericordia che “sarà sempre più grande di ogni peccato” 18), si sarebbe trovato festosamente in sintonia, e che, magari, gli sarebbe corso incontro, offrendogli in dono un irenico affratellante abbraccio …

NOTE                                                                                               

  1. Aldo Capitini, Religione aperta, Editori Laterza, Bari 2011, p, 11.
  2. Ibidem, p. 19.
  3. Ib. p. 21.
  4. Ib. p. 10.
  5. Ib. p. 16.
  6. Ivi.
  7. Ib. p. 8
  8. Ib. pp. 44-5
  9. Aldo Capitini, Discuto la religione di Pio XII, edizioni dell’asino, Roma 2013, pp. 19-20.
  10. Evangelii gaudium, 47.
  11. Ivi.
  12. In apertura di Concilio, papa Giovanni XXIII volle contrapporre nuova a vecchia strategia della Chiesa: “la medicina della misericordia” alle “armi del rigore”.
  13. 13)Misericordiae vultus,
  14. 14)Ibidem, 10.
  15. 15)Ib, 11.
  16. 16)Ib, 26.
  17. 17)Ib, 32.
  18. 18)Ib, 3.

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Ultimamente un dibattito in televisione è stato concentrato sull’apertura sociale verso gli animali al punto da inserirli nel piano di famiglia con il  diritto di assentarsi dal lavoro in caso di necessità, diversamente si potrebbe configurare il reato di maltrattamento. L’esperto di turno riteneva che l’affetto verso gli animali da compagnia è una caduta di valori: cioè, l’essere umano cerca negli animali  quell’affetto che non trova tra i suoi simili. Naturalmente è una visione del tutto errata. L’amore ed il rispetto per gli animali che va manifestandosi nella società contemporanea è tutt’altro che causata  da una caduta di valori: è la nuova coscienza umana che, progredendo sul piano civile, morale e spirituale, si apre alla capacità di condivisione, di empatia, di sensibilità e rispetto verso tutte le forme di  vita, e si esprime più giusta, più sensibile e finalmente capace di capire che gli animali, esseri come noi, hanno per natura, il nostro medesimo diritto ad essere tutelati da coloro che vogliono avere il beneficio di godere della loro preziosa compagnia.

“Non posso essere vegetariana, devo necessariamente mangiare la carne perché non posso consumare verdure e legumi”.Questo è ciò che dicono alcuni quando in un dibattito si parla di diete  vegetariane e vegan. Noi riteniamo che per ogni problema di salute occorre intervenire sulle cause che li hanno determinati. Non c’è persona che non possa adottare l’alimentazione vegan perché questa   la sola dieta compatibile con la nostra vera natura, morfologicamente e biologicamente strutturata per alimentarsi in modo vegano. Come conferma l’eccellente salute dei vegani. flm   Per ciò  che riguarda la salute, il benessere della persona, quello che ci darà credibilità non sarà la nostra conoscenza in fatto alimentare, il nostro saper calcolare il quantitativo di nutrienti necessari, ma il modo in cui ci porremo nei confronti degli altri: l’esempio personale, la coerenza e la chiarezza di pensiero sarà il nostro fiore all’occhiello, il nostro distintivo.

Il nostro intento non deve essere solo quello di suggerire il modo migliore  di recuperare il benessere, ma quello di indicare lo stile di vita che consente di non ammalarsi; non sarà quello di liberare dalla  medicina convenzionale le persone bisognose di salute per vincolarle agli esperti della medicina naturale ma quello di aiutarle ad essere medici di se stessi.

Il nostro scopo è di promuovere una nuova coscienza umana, un nuovo modo di pensare, di sentire, di condividere, con maggiore responsabilità verso se stessi e verso la collettività, consapevoli che  nessun sintomo ha un’unica causa, che la guarigione viene dal di dentro, che quando il corpo si ammala è l’anima che ha fame di conoscenza e verità. Questo renderà credibile la nostra missione e avremo contribuito a rendere migliore questo mondo.

Un’energia cosmica sembra pervadere e spingere verso l’evoluzione tutto ciò che esiste. Un essere umano, come qualunque essere vivente, risulta essere la sintesi chimica, fisica, energetica di organismi animali o vegetali che lo hanno preceduto  lungo la via della manifestazione nello scenario della Vita. Dalla deflagrazione iniziale di 14 miliardi di anni fa venne a generarsi questo pianeta in forma gassosa che col passare dei tempi si solidificò fino a consentire agli elementi chimici base di  formare la materia: minerali, rocce, acqua, terra, i primi organismi viventi, le prime rudimentali forme di vita vegetale e poi animale.

L’essere umano, come ogni organismo vivente, si nutre dei “frutti” della terra dove sono depositati i resti di organismi vissuti precedentemente e trasportati dalle correnti d’aria da ogni parte del globo: polveri di organismi passati che a loro volta si  sono nutriti di altri organismi: macro nutrienti, acqua, minerali, luce solare ecc. In sostanza ognuno di noi si nutre di organismi vegetali o animali che a loro volta si sono nutriti di altri organismi vegetali o animali vissuti prima; cosicché il nostro organismo risulta costituito dei resti di innumerevoli organismi che lo hanno preceduto nel tempo. Questo porta alla consapevolezza che:

- Tutti gli esseri sono “figli” di un principio comune, sono fatti della medesima sostanza che si manifesta in forme differenti e differenti funzioni.

- Ogni forma/contenuto appartiene a differenti livelli di manifestazione.

- L’integrazione delle differenze, formali e sostanziali, consente alla Vita di manifestarsi.

- Ne consegue che ogni specie ha l’identico valore nel piano della Vita e che ogni visione parziale, considerata preminente, risulta dannosa per l’armonica convivenza degli esseri viventi.

Tutte le cose, nel procedere nel loro piano evolutivo, tendono a sviluppare ulteriormente le stesse peculiarità dell’essere umano: intelligenza, sentimenti, coscienza, apertura alla dimensione spirituale. Probabilmente  tra mille anni, o un milione di anni, molte specie avranno le medesime capacità espressive del genere umano. Se la specie umana sparisse dalla faccia della terra tutto continuerebbe come prima, se non meglio, allo stesso modo se il pianeta terra o addirittura la nostra galassia,  si dissolvesse nel nulla questo non causerebbe la purché minima crepa nel Mare Cosmico. Considerare la nostra relatività nei confronti del Tutto, il valore anche delle cose più minime, ci aiuterà a considerare la nostra relatività nei confronti del  tutto e a superare l’assurda, anacronistica e perniciosa visione antropocentrica.

Senza la conoscenza dei problemi non c’è presa di posizione. E senza la sensibilizzazione delle coscienze non c’è spirito di condivisione e spinta partecipativa.

Lo sviluppo del pensiero positivo, unito alla sensibilità della coscienza umana, procede in modo inarrestabile secondo l’eterna legge della natura che attua l’evoluzione di tutte le cose. Ed è inevitabile che ciò accada. La compassione (che caratterizza la nuova coscienza universalista/vegan/animalista e viene estesa a tutti gli esseri viventi) in passato è stata sfiorata solo dai grandi dello spirito. In questa evoluzione integrale l’umano è destinato ad allontanarsi sempre più dalla primordiale violenza verso gli animali e verso il suo stesso simile.

Ma questa grande innovazione esistenziale trova refrattario e impreparato il mondo religioso cristiano, e specialmente la religione cattolica che più di ogni altra giustifica lo sfruttamento e l’uccisione degli animali: quale posizione adotterà quando l’umanità, per amore e senso di giustizia, approderà al regime vegano? Dirà che erano tempi in cui non era possibile ampliare i codici del diritto anche agli animali? Oppure rispolvererà testi antichi (per es. vangeli apocrifi) in cui emerge la figura di Gesù in difesa degli animali e a condanna al consumo di carne? Questo sarebbe sufficiente a far desistere coloro che non intendono rinunciare alla bistecca? Sarebbe sufficiente dimostrare che i vangeli sono stati alterati, che gli originali manoscritti riportano il vero pensiero di Gesù? Che i testi originali sono esenti da interpretazioni personali dello scrittore nell’intento di far emergere una figura di Gesù più conforme alle proprie aspettative?

Certo non si favorisce lo sviluppo di un futuro migliore restando ancorati al passato. E’ necessario lasciar parlare il cuore non le pergamene. A mio avviso dibattere sui molteplici i punti di vista delle varie comunità, movimenti religiosi e chiese è sicuramente improduttivo. Ciò che serve è aprirsi alle esigenze dello Spirito in cammino che non può più essere quello dei profeti di 5000 anni fa.

Che senso ha arrampicarsi sugli specchi per cercare di dimostrare che Gesù, contrariamente a quanto riportato nei vangeli canonici, fosse vegetariano? Se realmente lo fosse stato sarebbe emerso negli scritti di alcuni storici del tempo, o dal pensiero dei discepoli e seguaci o nei documenti che appartengono ad altre culture religiose e che invece ricalcano i contenuti dei vangeli ufficiali, cioè quelli in cui in nessuna circostanza vi è una prescrizione a favore del rispetto per gli animali e il non mangiare carne.

Nel tentativo di giustificare l’amore di Gesù per gli animali, alcuni affermano che i vangeli siano stati alterati. Molto probabilmente tra traduzioni amanuensi, trascrizioni arbitrarie ed errori inconsapevoli nelle migliaia di trascrizioni dal greco e dall’ebraico, molte cose hanno subito delle varianti, anche se, io credo, il significato del pensiero sia rimasto fondamentalmente inalterato. Se così non fosse come spiegare che anche le Chiese d’Oriente, considerate eretiche dalla chiesa di Roma riportino lo stesso pensiero e gli stessi contenuti dei vangeli canonici?

Ritengo improbabile che sia stata messa in moto una macchina gigantesca per eliminare dall’enorme mole di scritti ogni riferimento al vegetarismo di Gesù da parte della Chiesa e da Costantino che forse non vedeva di buon occhio la rinuncia ad uno dei piaceri fondamentali della vita. Ma questa è solo un’ipotesi. Il clero e l’imperatore, presa in mano la situazione, non avevano bisogno di conferme ufficiali scritte per giustificare il loro comportamento. Non solo. Nella manomissione dei Testi avrebbero eliminato anche le profezie di Gesù che non si sono avverate, come il Matteo 16,28: “In verità vi dico,: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno”.

La chiesa d’Oriente è giunta alle stesse conclusioni adottando i vangeli canonici senza alcuna coercizione da parte della chiesa d’Occidente (cattolica) o da parte di Costantino. Anche le altre chiese ortodosse e protestanti, scelsero i vangeli sinottici e rifiutarono gli altri. Gli stessi Padri della Chiesa, che invitano ad astenersi dalla carne, citano migliaia di volte i Vangeli canonici ma mai quelli apocrifi (Origene, Tertulliano, Eusebio di Cesarea, Clemente Alessandrino, Ireneo, Ippolito, Giustino di Nablus).

Ma come spiegare che molto tempo prima altri grandi iniziati si siano espressi in favore degli animali e contro il consumo di carne? (Krisnha, Pitagora, Buddha, Zoroastro, Teofrasto, Empedocle ecc.) Questo ci fa capire che la Verità non è mai prerogativa di una sola dottrina ma serve invece a spingerci ad integrare le verità relative al fine di avvicinarci alla Verità assoluta.

E se l’amore è il vessillo del messaggio di Gesù, in cui nella visione scatologica tutto dovrebbe essere incluso, anche il rispetto per gli animali, non doveva per primo dare l’esempio o se non altro esprimere un pensiero, dire una sola frase in tal senso?

In sostanza sembra che Gesù avesse principalmente a cuore la salvezza del popolo ebraico come si evince nel vangelo di Matteo 15,4: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d’Israele”; e sempre in Matteo 10,6: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. E se il Suo Messaggio non includeva neppure tutto il genere umano pensare al mondo animale forse era chiedere troppo in quel contesto storico sociale. Diversamente è difficile accettare l’ipotesi che i seguenti episodi siano stati costruiti di sana pianta per eclissare qualunque pensiero di Gesù in difesa degli animali e far emergere una visione completamente diversa:

- “Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la legge di Mosè, portarono il Bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore … e per offrire in sacrificio una coppia di tortore e di giovani colombi come prescrive la legge del Signore” (Lc: 2, 22).

- “Non date le vostre cose sante ai cani e non gettatele vostre perle avanti ai porci perché non le calpestino con le loro zampe e poi si rivoltino per sbranarvi” ( Mtt: 7, 6).

.- “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini” (Mtt: 15,26).

- Due indemoniati uscendo dai sepolcri, gli vennero incontro…”Che cosa abbiamo noi con te, figlio di Dio?” A qualche distanza da loro c’era una numerosa mandria di porci a pascolare. E i demoni presero a seguirlo e a scongiurarlo dicendo: “Se ci scacci mandaci in quella mandria”. Egli disse loro: “Andate”! Ed essi usciti dai corpi degli uomini entrarono in quelli dei porci: ed ecco tutta la mandria si precipitò dal dirupo nel mare e perirono nei flutti (Mtt: 8, 32).

- “Due passeri non si vendono forse per un soldo?...Non abbiate dunque timore, voi valete più di molti passeri” (Mtt: 10, 29)

Mentre non è riportato chiaramente che Gesù in qualche circostanza abbia mangiato della carne, il pesce è stato da Gesù sicuramente consumato:

- “Avete qui qualcosa da mangiare”? Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro (Lc: 24, 41).

- “Il regno dei cieli è simile anche ad una rete gettata nel mare che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e gettano via i cattivi” (Mtt: 13, 47).

-“…Non abbiamo che 5 pani e 2 pesci… Ed egli disse: “Portateli qua”. E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i 5 pani e i 2 pesci e alzati gli occhi al cielo pronunciò la benedizione, spezzò i pani i li diete ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla (Mtt: 14, 17).

- “…Va al mare, getta l’amo e il primo pesce che viene prendilo, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento” (Mtt: 17, 27).

- “Gettate le reti dalla parte destra della barca e troverete”, la gettarono e non potevano tirarla su per la gran quantità di pesci (Gv 21, 4).

- Appena scesi a terra videro un fuoco di brace con del pesce sopra e del pane: “Portate un pò del pesce che avete preso or ora”. Allora Simon Pietro salì sulla barca e trasse a terra la rete piena di 135 grossi pesci…Gesù disse loro: “Venite a mangiare”…Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro e così pure il pesce (Gv: 21, 9).

Nel prossimo episodio si rimarca la poca importanza di ciò che l’uomo usa mangiare e si trascura l’azione cruenta necessaria ad utilizzare prodotti animali.

            Gesù dice: “Non quello che entra dalla bocca rende l’uomo impuro ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo” (Mtt: 15, 11). Ma poi evidenzia l’importanza di un singolo animale, anche se è difficile pensare che l’atteggiamento del pastore sia di amore verso la pecorella smarrita e non per il suo valore venale.

- “Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le 99 sui monti per andare in cerca di quella perduta”? (Mtt: 18, 12).

         La poca considerazione di Gesù anche verso il regno vegetale è manifesta nell’episodio dell’albero di fico che tra l’altro, pare, verificatosi in un periodo in cui non potevano esserci frutti: Vedendo un fico sulla strada, gli si avvicinò, ma no vi trovò altro che foglie e gli disse: “Non nasca mai più frutto da te”, e subito il fico seccò (Mtt: 21, 19).

Dopo aver guarito il lebbroso, Gesù gli dice: …”Va, mostrati al   sacerdote e fa l’offerta che Mosè ha prescritto”, cioè         sacrifica un animale (Mtt. 8,4).

La chiara indicazione che per Gesù gli animali non sono che un bene di utilizzo a vantaggio dell’uomo viene dalla parabola del figliol prodigo:

- Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate il vestito più bello, portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc: 15, 22).

         E’ difficile dire che la reazione di Gesù verso i venditori di animali a scopo sacrificale sia dovuta al rispetto per gli animali e non al Tempio trasformato in una sorta di mercato.

- Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle scacciò tutti fuori dal tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi e ai venditori di colombe disse: “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato” ( Gv: 2,14).

Il Vangelo Esseno della Pace scritto Edmond Bordeaux Szekely (che pare fosse un pluri- falsario-plagiatore), tradotto poi negli Usa come il Nuovo Testamento da una fantomatica essene chiamata Crist Church.

Poi c’è il cosiddetto Vangelo dei Dodici Apostoli, scritto all’inizi del 900 dal reverendo Gideon Ousely (a seguito di una rivelazione onirica), conforme, pare, all’originale in aramaico trovato nella comunità di Qumran nel 1947, conservato in Tibet e propagato come il vero vangelo dalla profetessa Gabriele, capo di un gruppo noto come “I cristiani delle origini”. Questo vangelo fa riferimento ad un Maestro di Giustizia che viene identificato come Gesù. In sostanza questo vangelo non è altro che una sinossi dei quattro vangeli canonici a cui sono stati aggiunti dei passi riguardanti gli animali e l’astinenza dal consumo di carne.

Conclusine. Per le religioni antropocentriche l’etica laica animalista/vegan/universalista probabilmente sarà la prova del fuoco con cui confrontarsi in un futuro non troppo lontano. Quando l’umanità laica incarnerà una coscienza più giusta e sensibile verso la condizione degli animali, la Chiesa continuerà a proporre la frase del sogno di Pietro che gli comanda “ammazza e mangia” o riconoscerà l’evoluzione dello spirito umano superando la profetica frase del gesuita teologo Teilhard de Chardin che diceva;”Quando l’etica sociale è superiore alla morale religiosa quella religione è perduta”?

        “In generale, la prova dell’esistenza di funzioni intellettuali negli esseri animati, per i filosofi, consiste nell’esistenza di intenzioni, di capacità di pianificazione, di memoria, di emozioni, di capacità di prendersi cura dei figli, di sentimenti di gratitudine nei confronti dei benefici ricevuti, di risentimento nei confronti dei mali subiti. Ci sono, inoltre, le capacità di procurarsi ciò che è necessario alla vita e le manifestazioni di virtù, quali per esempio il coraggio, la socievolezza, la temperanza, la generosità.”

                                                                               PLUTARCO

   Dice Victor Hugo che

Torturare un toro per il piacere, per divertimento, è molto più che torturare un animale, è torturare una coscienza.”

Quando si parla di rispetto degli animali, di tutela dei loro diritti, e quindi di scelta vegetariana o, ancor meglio, vegana, non si parla soltanto di buoni sentimenti, di cibi che giovano o che avvelenano, di cibi che ci aiutano a star meglio o di cibi che ci regalano malattie … Parliamo, prima di ogni altra cosa, di coscienze che si desidera vedere rispettate o di coscienze che non sono riconosciute come tali, ritenute non reali, equiparate a cose, allontanate, espulse dalla dimensione che avvertiamo come nostra.

Perché, se la coscienza è soltanto nostra, di noi umani, allora gli animali (gli “altri” animali) non hanno nulla a che vedere con ciò che ci appartiene e che più sentiamo caratterizzarci … i pensieri, le emozioni, il soffrire … Non possono avere nulla a che fare con il mondo nostro e noi possiamo sentirci liberati da ogni forma di responsabilità nei loro confronti.

Un ente privo di coscienza non può provare dolore. Quindi, se io lo incateno, lo bastono, lo squarto, lo macello, lo mangio … non sono, non posso essere un torturatore, un assassino, un massacratore, un cannibale … Sono soltanto un essere dotato di coscienza che si serve, per i suoi “giusti” fini e interessi superiori, di esseri che coscienza non hanno e che, come tali, non possono accampare diritti, pretendere di essere rispettati, di essere percepiti come nostro “prossimo”.

Credo che abbia colpito perfettamente nel segno Schopenhauer nel dire che l’intelligenza (e, così, ancor più la coscienza) venga negata agli animali soltanto da coloro che ne hanno assai poca. Non è tanto la consapevolezza della nostra coscienza a farci sentire, infatti, incommensurabilmente al di sopra degli “altri” animali. E’ la pochezza del nostro comprendere. E’, soprattutto, la pochezza del nostro sentire.

La nostra miope percezione della vera natura dell’animale è soltanto la meschina conseguenza della miseria del nostro pensiero, della miseria della nostra (piccola e angusta) coscienza che vuole difendere i propri privilegi, che non vuole farci rinunciare al ruolo di avidi e incontrastati, unici e assoluti, tiranni della Natura …

Davvero geniale colui che disse che, ad aver fatto diventare l’oca simbolo per antonomasia di stupidità, sono state le montagne di sciocchezze che gli uomini “dotti” sono stati capaci di scrivere, secolo dopo secolo, servendosi delle sue povere penne …

Come ogni particella in simbiosi con le altre non può vivere separata dall’organismo di cui è parte, allo stesso modo l’organismo non può esistere senza le cellule che lo compongono. Una cellula (l’uomo) che ivesse in antagonismo con le altre cellule metterebbe in pericolo se stessa e l’organismo (la società) di cui fa parte. Una cellula impazzita può generare il cancro come un uomo malvagio può mettere in pericolo la sua vita e quella dei suoi simili.

L’io individuale è un frammento dell’Io assoluto. La coscienza collettiva è parte della Coscienza cosmica; il pensiero individuale è un frammento dell’Intelligenza universale. Come la materia si esprime attraverso le forme così la Coscienza cosmica si manifesta attraverso la moltitudine di coscienze individuali. In sostanza la coscienza individuale è la parte più piccola dell’unica Coscienza cosmica che esiste e di cui fa parte, perché non può esistere materia, energia, percezione o intelligenza isolata: tutto ciò che esiste fa parte dell’Uno, del Tutto armonico.

La materia di cui è fatto il nostro organismo è parte della materia di cui è fatto l’intero universo. I nostri singoli corpi sono parti dell’umanità e l’umanità è una. Se una sola parte di un organismo è sofferente l’intero organismo ne risente ed è in pericolo di vita. Come esiste il corpo singolo, il corpo collettivo e il corpo cosmico così esiste il pensiero singolo, collettivo e cosmico.
Ogni organismo vivente è la sintesi formale ed energetica di utto il contesto planetario. Un animale erbivoro nutrendosi di piante si utre di tutto ciò che la pianta ha sintetizzato per la sua esistenza: dai raggi cosmici ai minerali, dall’acqua ai residui di altri esseri viventi che si sono polverizzati nella terra. Come gli animali carnivori, che nutrendosi di animali erbivori assorbono ogni elemento di cui è formatogfnhth6 il loro organismo, allo stesso modo l’essere umano nutrendosi di vegetali o di animali si nutre della sintesi di tutto ciò che esiste nell’universo.

L’essere umano è chiamato dall’evoluzione ad ampliare la sua sfera percettiva, a non concepire le cose come entità isolate ma come tessere di un solo grande mosaico, come note della stessa sinfonia, come membra del medesimo organismo e a capire che l’esistenza di ognuno è assicurata grazie alla coesistenza con tutto ciò che lo circonda. Senza la diversità chimico-biologica nulla esisterebbe nell’universo. Da questo se ne deduce che finché una sola parte dell’umanità è sofferente, malata, denutrita o violentata, l’intera umanità è in pericolo di vita.
Finché gli animali sono sofferenti, imprigionati o uccisi dall’uomo le vibrazioni di terrore che ne scaturiscono ricadono pesantemente sull’intero contesto umano, perché tutto è inscindibilmente ed intrinsecamente collegato.

Per la stragrande maggioranza degli esseri umani la sofferenza degli animali, l’ingiustizia della loro schiavitù, il loro millenario sistematico sterminio, è semplicemente un problema che non esiste: è talmente degenerata  l’attenzione sul valore della vita degli altri esseri viventi che nessuno o  pochi si accorgono non solo dell’inferno degli allevamenti intensivi e dell’immane olocausto che si consuma giornalmente nei mattatoi, nei mari, nei boschi, tenuto volutamente lontano dagli occhi e dalla coscienza della gente.

Gli umani, deviati dalla loro vera natura di esseri fondamentalmente pacifici, vivono e si nutrono da predatori e, di conseguenza, come tali si comportano, come tali pensano (anzi non pensano) per poi lamentarsi delle malattie e della violenza che  dilaga, indifferenti alle leggi della natura che sempre esige il suo riscatto, e la carne degli animali uccisi ci condanna accorciandoci la vita; ci danneggia sul piano morale rendendoci insensibili verso la sofferenza dei nostri stessi simili; ci abitua alla sonnolenza, perché preferiamo non sapere chi abbiamo nel piatto, e a negare il suo diritto all’esistenza. Ammalati, insensibili e chiusi alla conoscenza sperare poi nel proprio benessere, nella pace, nel diritto, nella giustizia
è pura illusione.

L’uso del mangiar carne è la prova del fuoco per tutti, ma soprattutto per chiunque dice di lottare per un mondo migliore; di chi parla ipocritamente di amore, giustizia, di pace, libertà mentre affonda il coltello nelle viscere di una creatura fatta  come egli stesso per divorargli una gamba, il fegato, il cuore dopo averlo insaporito in padella, che è come mangiare i resti di un’operazione chirurgica. Come può una persona, degna di questo appellativo, sensata, sana di mente, razionale non sprofondare nell’orrore, nel disgusto e nella vergogna di considerare buone da mangiare le parti anatomiche di un animale identiche alle sue stesse parti anatomiche?

Dalla convinzione che si consideri normale mangiare animali si valuta l’apertura mentale di un individuo, la sensibilità della sua coscienza, il suo senso critico, l’indifferenza nei confronti della sofferenza altrui, la capacità di valorizzare il bene della vita in  ogni sua espressione.

Quando i personaggi della storia contemporanea parlano di pace, giustizia, di rispetto dei deboli ma a cena divorano un animale che ha pagato con la prigionia a vita e l’agonia della morte violenta il prezzo del piacere umano non peccano forse di  ipocrisia, di indifferenza e di ingiustizia? Questo non dimostra forse mancanza di senso critico, capacità di analisi e soprattutto insensibilità verso la vittima del proprio piacere?

Ma l’ipocrisia non è “prerogativa” solo dei grandi personaggi. Molta gente  dice di amare i propri animali, darebbe la propria vita per il proprio cane o il proprio gatto, magari è un attivista per i diritti degli animali, ma ipocritamente usa mangiare il  pesce o il formaggio e la motivazione è spesso avvilente: “perché mi piace”.

Voi che parlate di pace tra i popoli, di giustizia sociale, di libertà, di rispetto per il prossimo; voi che usate mangiare la carne di un animale che ha subito l’inferno degli allevamenti intensivi, la prigionia fin dalla nascita e l’agonia della macellazione; voi  che ritenete prioritari i vostri diritti sui vostri doveri morali, considerate la vostra incoerenza, confrontatela con ciò che voi stessi quotidianamente causate a creature senzienti che come voi amano la vita, la libertà e hanno paura di morire,   considerate tutto questo e vergognatevi di essere cosi egoisti; vergognatevi se invocate la giustizia quando qualcuno vi ha scalfito un’unghia mentre giustificate la tortura e la morte di tanti animali per il piacere del vostro stomaco. A causa di questo un giorno le generazioni future guarderanno a noi con incredulità ed orrore.

Il digiuno, da sempre è stato praticato fin dagli albori della storia da tutti i popoli della terra allo scopo di purificare il corpo, la mente o per penitenza nei percorsi spirituali, per auto-disciplina, per scopi politici o come mezzo di guarigione.

Per i Veda e per la tradizione yogica era un mezzo di elevazione spirituale.
Nelle religioni primitive per propiziarsi la divinità, o per prepararsi a certi cerimoniali. Era usato dagli antichi greci, prima della consultazione degli oracoli, dagli sciamani africani per contattare gli spiriti, dagli indiani d’America per acquisire il proprio animale totemico, dai fenici, dagli egizi, gli assiri, dai babilonesi, dai druidi celtici e in tutti i paesi del Mediterraneo; i farisei erano noti per il loro digiuno. La legge mosaica ordinava agli ebrei il digiuno una volta l‘anno; i primi cristiani lo praticavano con riferimento a Gesù che digiunò per 40 giorni prima della sua missione; veniva consigliato dai medici arabi. In Italia i medici napoletani, fino a circa 150 anni fa erano soliti utilizzare il digiuno che a volte durava 40 giorni nei casi di febbre. All’inizio dell’Ottocento il digiuno venne praticato come terapia per guarire diverse malattie.

La storia del digiuno annovera molti santi: Benedetto, Francesco d’Assisi, Francesco di Paola, Caterina da Genova, Bernardo di Chiaravalle, Romualdo dei Camaldolesi, Tommaso d’Aquino, Ignazio di Loiola,  Francesco di Sales e altri. In tempi più recenti sono noti i digiuni di Gandhi, Aurobindo, Krishnamurti.

In particolare i musulmani digiunano per tutto il mese del Ramadan, cioè il 9° mese del calendario lunare, perché celebra la rivelazione dei primi versetti del Corano, che consiste nell’astenersi, dall’alba al tramonto,  dal mangiare, bere, fumare o praticare sesso. Il motivo è sostanzialmente l’autocontrollo per liberare l’anima dai desideri in modo da elevarsi verso Dio. Ma aiuta a comprendere il valore dei doni di Dio e permette di aprirsi con più compassione verso i bisognosi.

Per l’ebraismo il digiuno, in vari periodi di digiuno, ha lo scopo di espiare i peccati o innalzare le suppliche a Dio. Durante questo digiuno è proibito lavarsi, indossare scarpe di cuoio, usare oli, acque profumate, o avere rapporti sessuali.

Anche nell’induismo il digiuno è un sistema di purificazione che serve a riappropriarsi di tutta l’energia necessaria per cercare la vicinanza con la divinità.

Nel buddismo, la frugalità, l’essenzialità, la moderazione, l’austerità della vita, ha lo scopo di purificazione del corpo per raggiungere la chiarezza mentale, i poteri nascosti nella mente, la saggezza, e così liberarsi dal karma negativo.

Gandhi praticò innumerevoli digiuni a scopo politico-sociale, per fermare le violenze degli inglesi contro gli indiani, i massacri fra indù e musulmani: se il corpo si poteva depurare con il digiuno anche il corpo della nazione poteva essere liberata tramite lo stesso meccanismo. Per Gandhi il digiuno era una specie di preghiera intensa, slancio dell’anima.

Nel mondo animale gli animali digiunano quando sono feriti, ammalati, nel periodo di ibernazione o di letargo, alcuni digiunano durante il periodo di accoppiamento o di allattamento, durante i periodi di siccità, di nevicate, di freddo intenso, o quando c’è carenza di cibo. Alcuni uccelli digiunano mentre covano le uova, altri subito dopo la nascita.

Ma il vero fondatore della moderna digiunoterapia è l’americano di origine tedesca Herbert M. Schelton, autore di decine di libri, che ha seguito direttamente 45.000 digiuni ed è testimone della guarigione di moltissime patologie attraverso tale pratica.

L’organismo privato dal consueto apporto di alimenti è costretto con il digiuno ad assorbire e smaltire i residui incamerati, liberando l’organismo da scorie, pus, cellule morte, cisti ed anche tumori. Il digiuno  costringe il corpo a consumare (per mezzo dell’autolisi) tutti i tessuti superflui e le scorte nutritive: le tossine accumulate vengono immesse nella circolazione per essere portate agli organi escretori e quindi  eliminate. Le cellule subiscono una purificazione ed avviene la rimozione dal protoplasma delle sostanze estranee accumulate, le cellule si ringiovaniscono e svolgono le loro funzioni più efficacemente. Non esiste niente altro al pari del digiuno in grado di eliminare le sostanze di rifiuto accumulate nel sangue e nei tessuti e depurare l’organismo consentendogli di recuperare la salute.

Quando si inizia un digiuno ci si astiene dal fare uso di tè, caffè, alcol, sigarette, bevande gasate, condimenti, spezie, additivi alimentari, conservanti, integratori sintetici, medicine ecc., praticamente si interrompe l’abitudine di avvelenarsi. Vi sono testimonianze molto importanti in merito all’efficacia del digiuno attraverso il quale alcune persone hanno vinto anche mali incurabili.

L’etica profonda è la parte più nobile dell’animo umano alla quale raramente viene dato il suo giusto ed edificante valore che si esprime in tutta la sue essenza e bellezza mediante la compassione verso chi soffre a causa delle nostre troppo spesso irresponsabili scelte quotidiane.

Come può un religioso, un uomo di stato, di scienza, di cultura essere in profonda contraddizione con le stesso, con la propria coscienza quando a cena consuma le parti anatomiche di un animale e non accusare sensi di colpa per l’ingiustizia, il dolore e la morte causata? Come può giustificare, assolvere se stesso davanti alla vita? Come può non sprofondare nella vergogna per la propria incoerenza dal momento che molto probabilmente non avrebbe il coraggio di uccidere con le proprie mani l’animale che con ingordigia e insensibilità consuma a tavola?

La vita geme sotto il peso della violenza e del dolore che l’uomo causa a se stesso e all’ immenso oceano animale. Abbiamo barattato la nostra dignità, dimenticato il cielo, rinnegato la nostra anima, venduto il nostro pensiero al migliore offerente e la giustizia langue sotto la coltre del piacere dell’oggi; abbiamo barattato la nostra coscienza per un mortifero pasto di carne.

Abbiamo bisogno di una nuova civiltà che abbia come vessillo la vita in tutte le sue splendide manifestazioni; che promani il profumo del sole, dell’aria pulita, dell’acqua pura delle sorgenti, della terra incontaminata, dell’erba smeraldina; che magnifichi il volo degli uccelli, il canto del mare, il fruscio del vento che gioca tra le fronde degli alberi. Siamo ad un passo da una nuova aurora che esalti e proclami la vita e nello stesso  tempo dal baratro e dall’agonia.

L’uscita della storia dagli altari di sangue, dei campi di concentramento e di sterminio di umani e di miliardi di nostri fratelli animali, è possibile e con essa porre le premesse per la redenzione umana protesa verso le mete del divino. Non c’è bellezza, grazia, dolcezza, amore dove domina l’egoismo predace e nega il rispetto del diverso, della vita.

Non è più tollerabile chi giustifica e genera questa insaziabile sete di sangue e di dolore. Abbiamo bisogno di ingentilire questo plumbeo tempo moderno. Dobbiamo strappare gli artigli alla ferocia, al sopruso,  all’ingiustizia, all’indifferenza; anteporre all’oblio nichilista una nuova visione del mondo che combatta e superi il culto dell’avere ad ogni costo; che combatta la follia della guerra, della morte, della miseria, della fame, delle malattie, come espressioni identificative dell’umano. L’uomo è qualcosa che deve essere superata.

La terra ci avverte che l’enorme cumulo di sangue e di dolore causato a miliardi di miliardi di creature angeliche che conservano la vita sul pianeta, è al punto di ribellarsi. Il pericolo che l’umanità s’incammini verso l’era del progressivo annientamento di se stessa è più che mai concreto. Il mondo è cominciato senza l’uomo e finirà senza di lui.

Occorre rifondare i valori, innalzare la vera civiltà, amare la bellezza, la grazia, la gratitudine verso la vita che tutti accoglie e che fino ad oggi, con stupefacente generosità, ci ha assolto dal tradimento.

Bisogna affermare il Biocentrismo come vessillo dell’unica bandiera da appuntare sul cuore dell’universo e sostituire il dominio incontrollato dell’uomo con l’edificante visone della nuova coscienza umana,  biocentrica, riconoscendo la diversità come ciò che consente a tutti di esistere nell’incantevole oceano della vita.

Perché camminare in paludi fangose, e spesso strisciare, sugli inanimati pavimenti dell’egoismo quando possiamo volare, spaziare sugli orizzonti e i cieli sublimi della coscienza redenta?

Ognuno interroghi se stesso e metta sotto accusa la sua parte peggiore quando assolve se stesso dalla colpa di non aver contribuito a rendere migliore questo mondo.

“Ha vinto l’Italia, hanno vinto gli italiani di tutte le religioni e di tutte le provenienze, i cristiani, i musulmani e i laici che credono nell’apertura, non nella chiusura. E siamo stati uniti per abbattere il muro del silenzio, dell’indifferenza e della confusione, sviluppando il dialogo interreligioso e interculturale, e facendo crollare qualsiasi strumentalizzazione del mondo arabo e islamico”
Dottor Foad Aodi

Dopo i recenti attentati dell'integralismo islamico in Europa, 3 milioni di persone, complessivamente, hanno partecipato alla grande manifestazione "Cristiani in moschea" dell'11 e 12 settembre: esattamente simmetrica a quella di domenica 31 luglio, che, dopo lo stillicidio degli attentati un po' in tutta Europa, vide circa 23.000 mussulmani entrare nelle chiese italiane, manifestando solidarietà all' Occidente colpito. Contemporaneamente, in varie regioni d'Italia molte associazioni islamiche e moschee hanno aperto le porte a visitatori di tutte le fedi, liberi credenti e laici; organizzando, sempre in quest'ultimo fine settimana, migliaia di cene di fraternità (2.000 solo a Roma).

Piu' dettagliatamente - precisa la Co-mai, Comunità del Mondo Arabo in Italia, tra gli organizzatori della manifestazione - a "Cristiani in moschea" hanno aderito 2300 comunità, associazioni e federazioni, su base nazionale e internazionale; e, su 1.400 associazioni e centri musulmani contattati, circa 1.200 hanno risposto. In pratica, il 93% del mondo arabo in Italia; e il 93% di tutte le comunità straniere (non solo arabe, cioè) esistenti in Italia. Mentre è 3 milioni circa, di cui un milione e mezzo di musulmani (in Italia ci sono complessivamente, 2 milioni di credenti islamici), il numero complessivo dei partecipanti a questa manifestazione dell'11- 12 settembre".

Un potente messaggio di pace, la cui data non è stata scelta a caso: l’11 settembre infatti, come tutti ricordiamo, cadeva il 15esimo anniversario dell’attentato alle Torri gemelle, mentre il giorno dopo era la festività musulmana di Eid Al Adha, che celebra i valori di fede e sottomissione a Dio, fondamentali nell’Islam. Festività, per la prima volta nella storia, onorata insieme a cristiani, laici, rappresentanti della Croce rossa, cittadini stranieri e rappresentanti delle istituzioni in numerosi luoghi d’Italia: dal parco di Dora di Torino alla Piazza d’armi di Como, dal Varco di san Giuliano a Mestre fino a Corciano in Perugia, passando per Piazza Garibaldi a Napoli, nel padiglione della fiera del Levante a Bari, nel centro sportivo di via Zurria a Catania, a Ladispoli (con l’intervento del presidente della comunità palestinese di Roma e del Lazio, l’imam Salameh Ashour), sul lungomare Garibaldi di Milazzo e in vari luoghi di Roma.

Nella Capitale, in particolare, le manifestazioni di pace si sono svolte in luoghi pubblici come Largo Preneste, Torpignattara (in cui è presente una numerosa comunità islamica), Piazza Vittorio (ormai vera icona dell’integrazione multi etnica) e in varie moschee, specialmente nella El Fath di via della Magliana.
“Con questa iniziativa, ispirata a princìpi e metodi di un’integrazione "porta a porta", che parte letteralmente dal pianerottolo di casa, per mettere in moto un movimento popolare”, ha commentato il dottor Foad Aodi, fisiatra, presidente di Co-Mai (Comunità del mondo arabo in Italia) e del movimento internazionale "Uniti per unire", oltre che punto di riferimento per l’integrazione, in Italia, per l’Alleanza delle civiltà (UNAoC), organismo ONU, “Abbiamo voluto dare scacco matto al terrorismo, in nome dei valori essenziali di democrazia, libertà, laicità, reciproco rispetto nei rapporti tra Stato, Islam e altre confessioni religiose. Ma anche all’individualismo e alla smania di protagonismo che spesso, purtroppo, hanno rovinato l’Islam italiano".
Altrettanto sincero l’intervento di Mohamed Hanout: “È stata, questa, un’iniziativa importante, per dare a tutto il mondo il messaggio che le moschee sono sempre aperte a tutti...” ha commentato infatti il membro del Consiglio direttivo della moschea El Fath e della Lega degli egiziani in Italia “...e che noi musulmani non abbiamo nulla da nascondere. E che, anzi, la nostra religione, se correttamente intesa senza strumentalizzazioni politiche o per interessi economici, permette di convivere pienamente con tutte le altre, senza incitamento all’odio o alla violenza. Voglio ricordare, poi, quel versetto del Corano che dice precisamente che, se qualcuno uccide un uomo, è come se uccidesse l’umanità intera (sura 5, Al-Māida, versetto 32, Nd E.F.Caruso). Versetto praticamente simmetrico a quello del Levitico, secondo cui chi salva una vita, è come se salvasse l’intera umanità.

La moschea El Fath della Magliana ha visto anche la partecipazione importante di Carmelo Barbagallo, segretario generale del sindacato UIL (Unione Italiana del Lavoro). “Da laico sinceramente non molto credente, penso però che tutti abbiano il diritto di esercitare pienamente la libertà di coscienza e di culto” ha commentato Barbagallo “Volevamo organizzare, con CISL, CGIL e i leader delle varie comunità religiose, un primo maggio interreligioso. Non ci siamo riusciti, ma senz’altro entro la fine dell’anno organizzeremo un’iniziativa interreligiosa”.

Sempre dai sindacati, anche la segretaria nazionale di CGIL, Gianna Fracassi, ha dichiarato “Come hanno giocato un ruolo importante, tanti anni fa, nella sconfitta del terrorismo rosso e nero, così le organizzazioni sindacali devono fare, oggi, contro il terrorismo su base etnico-religiosa, per l’abbattimento dei muri in tutti i sensi”.

Nell’occasione la presidente del Centro contro la violenza sulle donne del quartiere Tor Bella Monaca di Roma “Marie Anne Erize”, ha sottolineato l’importanza, oggi, di una vera “Rivoluzione culturale” in tutti i rapporti tra nazioni, popoli e sessi.

Sono intervenuti, inoltre, l’ambasciatrice di Malta in Italia Vanessa Frazier, il rappresentante della Lega araba, il presidente onorario di AVIS Roma, il pastore anglicano e segretario generale dell’Università Anglicano-Cattolica “San Paolo apostolo” padre Mauro Contili, altri esponenti di associazioni ed enti locali, tra cui i comuni di Ladispoli e Cerveteri, comunità come quella di Sant’Egidio e varie Ong italiane, arabe, straniere e su base internazionale.

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