L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.


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Kaleidoscope (1604)

Free Lance International Press

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January 25, 2026

  

January 24, 2026

Dalla fine dell’ultima guerra l’Italia non è più un Paese sovrano. E’ diventato un corpo acefalo, governato e condizionato da forze al medesimo estranee. E’ il prezzo che il Paese paga a causa della sua sconfitta.

Ne consegue che i rappresentanti delle istituzioni sono condizionati dalle potenze vincitrici dell’ultimo conflitto. Considerati gregge siamo guidati da pifferai che considerano il bel Paese ricca terra di conquista. Informazione, politica, giustizia, economia… tutto è sapientemente coordinato alla loro azione predatoria.

Mentre la nostra Costituzione dichiara che il popolo è sovrano, nello stesso tempo dichiara che i trattati internazionali vengono decisi dai parlamentari, e qui casca l’asino! Il popolo non può decidere nulla, tutto è demandato ai rappresentanti delle istituzioni che hanno mani e piedi legati dai vincoli imposti sia nel trattato di pace che l’Italia firmò a Parigi nel ’47 e che dagli altri trattati che la legarono all’Europa, figlia di quei banchieri che da secoli applicano l’arte dello strozzinaggio. Quindi è inutile farsi illusioni, il popolo è guidato da squallidi personaggi che per avere successo sono scesi a compromesso con il potere vero. Quel potere che per secoli ha depredato il mondo.  Guerre, pandemie, rivoluzioni, tutto è lecito purché si riesca a trarne profitto. Inutile dilungarsi in questa analisi che oramai i più hanno compreso abbastanza bene nonostante le menzogne imposte dalla narrazione ufficiale.

Per il futuro bisogna fare attenzione perché tutto quello che sembra cambiare non rimanga come prima: cambiano le generazioni, è subentrata la nuova, ma la mafia al potere è sempre quella. L’ultima nuova generazione, che si esprime soprattutto nell’industria dell’hi tech, è stata posta al centro della politica americana dall’attuale presidente Trump, che nello scorso cinque settembre ha invitato a pranzo alla casa Bianca i maggiori rappresenti del settore perché possano coordinarsi con la sua politica. Di questo bisogna che il nostro Paese ne tenga conto.

Quindi come riappropriarci del nostro destino e prepararci alle nuove sfide? Il tempo e l’esperienza ci hanno insegnato che è inutile partecipare a manifestazioni di piazza, potrebbero esserci infiltrazioni allo scopo di sovvertire l’intento di chi protesta in buona fede. Inutile seguire il main stream, generato e finanziato da pifferai. Unica possibilità, almeno fino a quando non ci inseriranno un microchip nel cervello, è quella di osservare e prendere consapevolezza di essere guidati da “zombi” privi di spessore, servi sciocchi o interessati dei loro padroni, e cosi ritrovare la nostra centralità, unica arma che abbiamo. Lo possiamo fare proteggendo quel barlume di libertà di pensiero che è rimasta non a molti.  Le future lotte per la sopravvivenza verteranno sulla tecnologia, sulle riserve di acqua dolce che serviranno per l’intelligenza artificiale (si noti bene che la Groenlandia reclamata da Trump, oltre ad avere terre rare, petrolio etc.  è un immenso serbatoio di acqua dolce), sul controllo dell’informazione che mediante l’hi tech controllerà sempre più il nostro vivere quotidiano, cosa che del resto già avviene.

E se è vero quindi che la sovranità appartiene al popolo, come è scritto nella Costituzione, ne discende che anche e soprattutto l’informazione deve avere a riferimento i bisogni dei cittadini e non altri interessi. Questa la priorità in uno stato che voglia tutelare sostanzialmente il suo popolo, non ci possono essere trattati internazionali che tengano, e se questi verranno proposti dovrà essere il popolo a decidere, non quattro politici corrotti.  Anticamente l’informazione era delegata solitamente a gran sacerdoti o ad alti dignitari che affiancavano chi aveva il comando effettivo sul popolo; aveva una funzione importantissima, quella dell’educare ai valori, alla saggezza, al bene comune, alla bellezza. Pare che i nostri media e soprattutto le nostre scuole e università abbiano smarrito quest’alto valore aggiunto. Ci sono poi tante altre attribuzioni da recuperare alla sovranità del popolo; delle tante imprescindibile è il recupero della moneta sovrana perché si riacquisti la dignità perduta.

Il tempo e l’esperienza ci hanno anche insegnato che corruzione e malaffare hanno sempre albergato nella storia dell’umanità e i politici non ne sono immuni, quindi è bene che vengano messi sotto sorveglianza da movimenti o associazioni che ne controllino l’operato e, soprattutto, abbiano strumenti idonei per far rispettare la volontà popolare e rimandarli a casa.

Ne va della nostra sopravvivenza: bisogna ricostruire gli uomini, impresa non facile…

 

 

Seconda e ultima parte

 

Quello che colpisce di questo museo è la cura con cui sono esposti i reperti. Frederick Stibbert era un grande collezionista e chiaramente anche un amante appassionato di arte. La sua collezione vanta circa 50.000 pezzi provenienti da molte parti del mondo ed ogni oggetto viene valorizzato, nonostante l’enorme quantità di articoli presenti.

Anche la sua abitazione è ricca di opere d'arte provenienti dalle più disparate regioni della terra. Soprammobili, mobilia, quadri, arazzi, porcellane, bandiere, vasi, piatti, libri, statue…

Ma sicuramente il suo punto forte rimane la collezione delle armature, soprattutto  quelle europee, estremamente varia ed efficacemente esposta. I pezzi non sono contenuti in teche e questo permette di poterli apprezzare meglio nel dettaglio, tutto sotto l’attenta visione dei responsabili sempre presenti durante la visita.

Nella prima sala sono esposte come fossero indossate da soldati sull'attenti, una vasta gamma di armature, sia da cavaliere, che da fante pesante o da guardia armata. Poi troviamo un'altra sala, questa è ricolma di armi con al centro ricostruita la figura di un condottiero che indossa insieme al suo cavallo un'armatura gotica tedesca stupenda.

Ma la sala più bella è sicuramente quella della cavalcata, qui troviamo dodici cavalieri con diversi tipi di armatura tra cui quelle italiane, francesi e tedesche come la massimina o massimiliana, quella che nel tempo sostituì la già citata gotica. I cavalieri sembrano davvero andare all'attacco, alcuni impugnano armi, altri le stanno per sfoderare. Davanti ad essi troviamo un uomo appiedato che sembra essere un capitano di ventura o un nobile comandante. I cavalieri posti in coda sono invece dei catafratti ed indossano armature di fattura orientale. I loro cavalli sono coperti da un’ armatura costituita da piccole placche di metallo rettangolari fissate su un resistente tessuto. Dietro di loro ci sono dei fanti appiedati ben armati.

Gli altri cavalli, quelli Cinquecenteschi, sono sistemati con i loro cavalieri in testa al gruppo. Gli animali sono coperti da un tessuto pesante, che nasconde una sorta di coperta imbottita atta a proteggere ed assorbire i colpi ricevuti in battaglia. Queste coperture sono riccamente colorate, ma dopo tanti secoli ovviamente hanno perso la loro brillantezza. Avevano in origine colori sgargianti e particolarmente brillanti, perché a differenza dei soldati di oggi che indossano delle mimetiche per confondersi con l’ambiente, al contrario all'epoca il combattente doveva essere ben visibile per testimoniare la propria presenza sul campo di battaglia.

Ovviamente quella esposta è una carica fantasiosa, perché tra loro ci sono cavalieri con armature di diversi tipi e periodi storici, ma il risultato è comunque emozionante. Queste due file di combattenti possono essere osservate sfiorandole con il naso e non è una cosa da poco. In tutti i musei queste opere d'arte militari sono sempre ben conservate all'interno di teche, che spesso nascondono i loro particolari più interessanti e curiosi a causa dei riflessi delle luci circostanti.

Sempre nella stessa sala verso l’uscita, troviamo altri due cavalieri e dei fanti lanzichenecchi con il loro abbigliamento tipico e l’immancabile doppio soldo, la spada da due mani che in questo caso presenta una lama flambergata (che imita a zig zag, l’andamento di una fiamma, probabilmente un richiamo alla spada infuocata dell’Arcangelo Michele).

Sul lato, stavolta conservato in una teca, c’è il corsaletto funebre con cui venne sepolto Giovanni de’ Medici, detto dalle Bande Nere. Il capitano di ventura era così soprannominato perché con i suoi uomini portava in segno di lutto per la morte di papa Leone X suo parente, delle fasce di questo colore. Giovanni, il padre di Cosimo I, morì per setticemia nel 1526 a Mantova a causa di una ferita alla gamba ricevuta a seguito di un colpo di falconetto dei lanzi di Carlo V mentre questi attraversavano il mantovano dirigendosi a Roma per saccheggiarla. Un pezzo unico, ma che Frederick non vide, perché fu acquisito dal museo dopo la sua scomparsa.

Bella l'armatura delle guardie di Alessandro Farnese con le loro decorazioni a sbalzo, tecnica usata sulle armature italiane del primo Cinquecento. Un'altra armatura è invece lavorata con sottili cannellature rilevate e che risale allo stesso periodo. Si tratta di un’ opera di Konrad Treyz il giovane, attribuitagli grazie al suo riconoscibile marchio impresso sull'ala del ginocchio. La lavorazione è piuttosto particolare ed innovativa. Oltre ad essere decorativa, aveva anche uno scopo pratico, quello di irrigidire la piastra attraverso la corrugazione, dunque a parità di spessore e di peso si otteneva una protezione migliore. La massimina tedesca è caratterizzata e riconoscibilissima proprio grazie a queste particolari ed uniche decorazioni a rilievo ondeggianti, tra loro parallele e disposte verticalmente.

Ci sono anche armature lavorate con acquaforte (acido nitrico), una tecnica usata per lasciare incisioni decorative sul metallo che trattengono il colore applicato al loro interno.

Uno dei cavalieri indossa un’ armatura di Pompeo della Cesa, un armaiolo milanese della fine del Cinquecento, realizzata per la famiglia Borromeo.

Interessanti sono anche le armi da fuoco esposte con i loro singolari meccanismi di accensione, molti dei quali sono proprio italiani. Non esistendo ancora le cartucce, bisognava utilizzare dei sistemi alternativi per far esplodere la polvere introdotta nella canna.

Si faceva così raggiungere la polvere all’interno dell’arma con una fiammata provocata da una polvere più sottile contenuta in un piccolo scodellino esterno. La polvere poteva essere accesa o con un ferro infuocato o con una miccia.

Più tardi appariranno i primi meccanismi a ruota, a chiave e a molla, che premendo il grilletto, faranno girare velocemente un meccanismo che producendo scintille provocherà l'accensione della polvere. Questo avveniva attraverso un ruotino dentato o zigrinato che sfregava contro la pirite tenuta tra le ganasce di un cane. La pietra focaia strusciando violentemente provocava le ambite scintille. Ancora più in là si concepirono i primi meccanismi a percussione, il cane si abbassava violentemente proprio dove era posta una capsula fulminante.

La fiammata arrivava direttamente nella camera di scoppio e incendiando la polvere da sparo provocava la brusca uscita del proietto. Nelle vetrine sono raccolti molti di questi interessanti meccanismi e le armi su esse applicate.

Con il perfezionamento delle armi da fuoco, inevitabilmente tramontò quello delle armature. Nessuna, anche la più  resistente poteva resistere soprattutto a distanza ravvicinata a queste nuove temibili armi. Essendo piuttosto facili da usare, era veloce anche l’addestramento del soldato che doveva usarle, sicuramente meno impegnativo e lungo che imparare l’arte dell’uso della spada.

Questa immensa collezione che raccoglie numerosi pezzi che coprono un grande arco temporale, conserva addirittura un elmo etrusco ed uno da legionario romano, assieme ad alcuni pezzi longobardi e dell'Alto medioevo.

Molto generosamente Frederick Stibbert nel suo testamento nominò  come erede delle sue proprietà come la villa, il grande giardino circostante e tutta la collezione il Comune di Firenze che oggi gestisce con cura questo stupendo museo.

 

 

Nel pomeriggio  del 18 Gennaio, a Partinico (PA), si è svolto l'evento Cultura Fest. L'evento è stato promosso dall'Accademia della cultura Teatro Giani, guidata da Giuseppe Di Trapani. Sotto i riflettori la cultura e le eccellenze del nostro territorio. Un bagno di folla ha partecipato all'evento. Coinvolti tutti i settori della vita sociale. Una spallata alla cultura, quella autentica, quella che ogni giorno riempie la vita di ognuno di noi. Tante le eccellenze premiate e tante le motivazioni espresse.  E, come per la prima edizione, è  stato eletto l'uomo dell'anno e la donna dell'anno . Il premio è stato consegnato al dirigente scolastico del IIS Danilo Dolci - Partinico, Prof. Gioacchino Chimenti e al dirigente Regionale del corpo forestale, ing. Dorotea Di Trapani. Eletto altresì l'artista dell'anno. A ricevere il premio il bravissimo artista Cocò Gulotta. Presente l'amministrazione di Partinico, guidata da Pietro Rao - Sindaco di Partinico. 

Tra le eccellenze premiate la testata giornalistica Video Informazione Partinico con la quale collaboro da tanti anni, con alla guida la giornalista e sceneggiatrice la Dott.ssa Francesca Currieri affiancata dai suoi validi collaboratori  giornalisti.  Francesca Currieri, a nome di tutto il team dichiara: Per tutti i componenti della redazione di Video Informazione Partinico è stato un onore essere tra i premiati del " CULTURA FEST" , promosso e diretto dall'Accademia Della Cultura Teatro Giani guidata da Giuseppe DI Trapani . Ricevere questo premio, per la nostra testata giornalistica, rappresenta per noi ulteriore conferma che il lavoro svolto viene apprezzato e ciò,  ci onora profondamente.  Ricevere tale attenzione da un'accademia illustre, è  motivo di orgoglio e ci stimola a continuare responsabilmente,  con passione,  attenzione e onestà il nostro impegno informativo.  Grazie per aver riconosciuto il ruolo di giornalismo come strumento di: riconoscenza,  partecipazione,  e coesione sociale. Ci impegniamo e promettiamo di continuare a dare informazione con cura, ascolto e senso di responsabilità,   di restare vicini alla comunità e fedeli alla realtà, alle persone e alle storie che ogni giorno raccontiamo.  Sul palco Francesca Currieri coglie l'occasione per ringraziare  i suoi collaboratori/giornalisti Gioacchino Brugnano,  Rosita Brugnano,  Marina Brugnano,  Piero Melissano, Ferdinando Cagnina,  Maria Concetta Tornetta, Cettina Pellitteri  e i collaboratori esterni.

Auspico che la fiaccola accesa sulla nostra comunità e sulla cultura, possa continuare ad essere alimentata ed ad illuminare tutti gli angoli, anche quelli più bui della nostra città.

 

January 18, 2026

 

Nel cuore della Valpolicella Classica, là dove la viticoltura non è mai stata semplice produzione agricola, ma atto culturale tramandato nei secoli, Corte Bravi rappresenta una delle espressioni più coerenti e consapevoli di un ritorno alla centralità del territorio, della memoria e del gesto agricolo come forma di conoscenza, inserendosi nel paesaggio di Gargagnago come un organismo vivo che dialoga costantemente con la storia, la geografia e l’identità profonda di queste colline. Siamo in una valle naturale che si apre tra le propaggini dei Monti Lessini e l’influenza mitigante del Lago di Garda, un corridoio climatico unico in cui le correnti fresche serali scendono dalla montagna incontrando l’aria più temperata del bacino gardesano, creando escursioni termiche significative che incidono direttamente sulla qualità delle uve, rallentandone la maturazione e favorendo la complessità aromatica, mentre i suoli calcarei, le marne bianche e le stratificazioni sedimentarie antiche raccontano una storia geologica millenaria che si traduce, nel bicchiere, in tensione, verticalità e una spiccata impronta minerale.

È un paesaggio agricolo segnato da terrazzamenti, muretti a secco, corti rurali e pergole, un mosaico che affonda le sue radici nell’epoca romana e che attraversa il Medioevo, quando queste terre erano già celebrate come luogo di vini preziosi, come attestano documenti e cronache. Il paesaggio agrario di questo lembo di provincia veronese, circondato da possenti tenute storiche, tra cui quelle dei conti Serego Alighieri, discendenti del Sommo Poeta, ancora oggi conserva un equilibrio fragile, mantenuto solo grazie al lavoro quotidiano dell’uomo. In questo contesto, nel 1990, il padre di Andrea e Ivano Brunelli, settimo di sette fratelli, compie una scelta controcorrente acquistando alcuni appezzamenti in una zona allora marginale rispetto ai circuiti commerciali, intravedendo però il potenziale di una valle che chiedeva solo di essere ascoltata e rispettata; inizia così un lento processo di recupero agricolo fatto di lavori manuali, di ricostruzione dei muri a secco, di cura delle pendenze e di piantumazioni condotte secondo il sapere contadino, un lavoro silenzioso che diventa per i figli una vera scuola di vita. Andrea e Ivano crescono tra le vigne, imparando a osservare il comportamento delle piante, a riconoscere i segnali della terra, a comprendere che ogni scelta, dalla potatura alla vendemmia, ha conseguenze che si riflettono nel tempo, maturando una visione agricola fondata sull’equilibrio e sulla responsabilità, lontana da ogni forzatura produttiva; quando nel 2011 nasce ufficialmente Corte Bravi, non si tratta quindi di un inizio, ma della formalizzazione di un percorso già tracciato, di un’eredità trasformata in progetto consapevole, con l’obiettivo di produrre vini che siano testimonianza sincera della Valpolicella Classica, senza scorciatoie tecnologiche e senza compromessi stilistici. I vigneti si estendono attorno ai 200 metri sul livello del mare e sono allevati prevalentemente a pergola veronese, una scelta identitaria che risponde a esigenze precise di protezione dei grappoli, ventilazione naturale e produzione di acini spargoli, particolarmente adatti sia alla vinificazione tradizionale sia all’appassimento, mentre la selezione varietale privilegia i vitigni storici del territorio – Corvina, Corvinone, Rondinella, Molinara e Oseleta – affiancati da Merlot e Cabernet Sauvignon, interpretati non come elementi internazionali, ma come parte integrante del racconto agricolo aziendale. Dal 2015 Corte Bravi è certificata biologica, ma la conduzione dei vigneti va oltre il protocollo, abbracciando una visione olistica che considera il vigneto come ecosistema complesso, attraverso inerbimenti spontanei, lavorazioni minime del suolo, trattamenti con decotti vegetali, attenzione alla biodiversità e alla vitalità microbiologica dei terreni, un percorso che trova ulteriore coerenza nell’adesione a VinNatur nel 2019 e nella scelta, dal 2020, di alimentare l’intera azienda con energia proveniente da fonti rinnovabili. In cantina, questa filosofia di sottrazione e rispetto si traduce in scelte precise, tra cui l’introduzione dei vasi vinari TAVA, che rappresentano non un esercizio di stile ma uno strumento tecnico e culturale capace di restituire centralità al vitigno e al suolo: realizzate artigianalmente con impasti di argille ad alta purezza e cotte ad alte temperature, i vasi vinari realizzati da Tava sono caratterizzate da una porosità calibrata che consente una micro-ossigenazione lenta e costante, favorendo l’evoluzione del vino senza apportare aromi esterni, e offrono un’inerzia termica che stabilizza le fermentazioni spontanee, rendendole più regolari e armoniche. Corte Bravi utilizza questi vasi vinari sia per la fermentazione, sia per l’affinamento di alcune etichette, in particolare quelle a base Corvina e Corvinone, vitigni che in questo ambiente riescono a esprimere una trama tannica più fine, una maggiore precisione aromatica e una lettura più nitida del terroir, evitando le note di tostatura o sovrastruttura che il legno potrebbe introdurre. Con l’arrivo lo scorso anno di un nuovo vaso vinario di Tava della linea Monolite, in cantina c’è un nuovo e diverso strumento per l’affinamento, che presenza una diversa porosità rispetto alle precedenti di argille TAVA, aumentando anche il volume a 25 ettolitri; così la conoscenza e lo sviluppo dei vini dei fratelli Brunelli, utilizzando questi vasi vinari, è sempre in attenta evoluzione.

Le vendemmie sono rigorosamente manuali, con selezioni severe e raccolte scalari; le uve vengono diraspate senza pigiatura per preservare l’integrità dell’acino e fermentano con lieviti indigeni, mentre le macerazioni sono calibrate vino per vino attraverso follature leggere e rimontaggi ridotti, con un uso estremamente contenuto di solforosa e imbottigliamenti senza filtrazione. Il Valpolicella Classico DOC nasce dall’equilibrio tra Corvinone, Corvina e Rondinella: fermenta tra acciaio e i vasi vinari TAVA e si distingue per freschezza, succosità e immediatezza territoriale; il Valpolicella Classico Superiore DOC, arricchito da una percentuale di Oseleta, beneficia di maturazioni più lunghe e di una struttura più profonda che ne amplia la capacità evolutiva; lo Scatto, Corvina in purezza, è il manifesto dell’approccio con l’utilizzo dei vasi vinari TAVA, con un profilo elegante, floreale, teso e di una evidente piacevole nota minerale; il Recioto della Valpolicella DOCG Tenero segue la tradizione dell’appassimento in cassette, interpretata con fermentazioni lente che si arrestano naturalmente, mantenendo equilibrio tra dolcezza e acidità; non banale il Timido, bianco ottenuto dai vitigni a bacca nera Rondinella e Molinara, che rompe gli schemi della denominazione offrendo freschezza, salinità e verticalità; ultimo nato lo spumante rosé Brut Nature Fuorisella da Corvinone, che  racconta la capacità dell’azienda di esplorare nuovi linguaggi mantenendo rigore e precisione; il Bagarre, da Merlot e Cabernet Sauvignon, esprime una struttura più decisa, ma sempre misurata; mentre il Bocia, ottenuto da uve Rondinella, rappresenta il vino della quotidianità, della tavola e della convivialità, quello che più di ogni altro restituisce il lato umano del progetto. In definitiva, Corte Bravi si configura come un’esperienza enologica che va oltre la bottiglia, un progetto culturale e agricolo in cui il vignaiolo torna a essere custode del paesaggio e interprete del tempo, e in cui strumenti come anche i vasi vinari ceramici diventano mezzi concreti per costruire un racconto profondo, stratificato e autentico della Valpolicella Classica, dimostrando come la modernità del vino possa nascere, ancora una volta, dall’ascolto paziente della terra.

 

Prima parte

Il museo in questione è molto particolare, si sviluppa in quella che era la casa di questo ricco uomo inglese nato proprio a Firenze nel 1838. Il padre Thomas, era tenente colonnello delle Coldstream Guards, ovvero un reggimento di fanteria inglese, la madre, Maria Rachele Candida Aurora Cafaggi, era di origine toscana, mentre il nonno Giles, era  comandante in capo delle forze della Compagnia delle Indie.

Dopo un’adolescenza turbolenta ed indisciplinata interruppe i suoi studi. Maggiorenne, alla morte del padre ereditò tutta la sua fortuna. Si dedicò così agli affari e al collezionismo più sfrenato, che grazie ai suoi viaggi per il mondo gli permise di entrare in possesso di pezzi unici. Si legò poi alle vicende politiche italiane, tanto che nel 1866 combatté con Garibaldi nel Trentino guadagnandosi una medaglia d'argento. Contribuì a diffondere l'interesse per l'antiquariato locale spendendo vere e proprie fortune per la sua collezione.

Alla fine dell’ Ottocento Frederick si insediò in questa villa che trasformò in stile neo gotico e neo rinascimentale, che così divenne una casa museo. Qui raccolse tutta la sua vasta collezione con grande disperazione della madre, che vedeva in questa sua passione una continua dissipazione delle fortune familiari.

Raccolse ben 50.000 pezzi, di cui 16.000 sono solo quelli che riguardano armi e armature europee, ottomane e giapponesi.

L'armatura si sviluppa in Europa nella prima metà del XIV secolo e conclude il suo ciclo dopo circa tre secoli. Nonostante tutto ha lasciato molte testimonianze della sua esistenza e del suo uso. Fino a poco prima della metà del Trecento veniva utilizzata come protezione l’ usbergo o cotta di maglia, in uso anche tra gli antichi romani. Si tratta di una fitta maglia di piccoli anelli snodati ed uniti tra loro da rivetti per formare una sorta di ragnatela protettiva da indossare su un ulteriore protezione, una giacca fatta solitamente di lino imbottito a più strati ed in alcuni casi indurita con bagni di sale. Questa protegge sia dal contatto con la maglia di metallo, che dai colpi nemici assorbendoli.

Man mano che la metallurgia progredì, si cominciarono a costruire singoli pezzi rigidi da indossare sopra questa maglia, come spallacci, pettorali, cubitiere e gomitiere, schinieri, manopole. Poi più avanti, questi pezzi vennero uniti formando dei veri e propri esoscheletri metallici impenetrabili in grado di proteggere efficacemente l'uomo in essi contenuto. Un uomo corazzato in questa maniera poteva fare anche a meno di uno scudo ed impugnare la spada con due mani, più lunga e pesante di quelle dei periodi precedenti.

Questo passaggio, stando alle iconografie e ai codici medievali soprattutto duellistici, avviene intorno alla metà del 1300, con la spada “bastarda” o da una mano e mezza, così chiamata perché poteva essere usata con una o due mani; nel secondo caso per colpire con più veemenza. Il manico era infatti leggermente più lungo di quelle da una mano, così da permettere di inserire “mezza mano” (sempre la sinistra) su di essa e le ultime due dita sul pomolo, esercitando una sorta di colpo di frusta colpendo.

Tra il Quattrocento e il Cinquecento, le armature diventano iperprotettive. Hanno subito nel tempo modifiche lente ma sempre più efficaci. Il centro Europa è il fulcro di queste innovazioni. Si tratta di un’area geografica particolarmente interessata da continui scontri militari tra Stati, che finiscono per stimolare il continuo sviluppo di nuove tecniche belliche e l’innovazione delle armi. Cosa che non avviene in Giappone, essendo un’area isolata ed interessata esclusivamente da lotte intestine. I giapponesi si confrontarono sporadicamente con altre popolazioni, le rare volte che questo accadde uscirono sempre sconfitti. Troppo legati alle tradizioni e vivendo in un ambiente chiuso, semplicemente non si evolsero. Le tanto declamate armi e armature giapponesi si rivelano così nettamente inferiori a quelle europee, così come le loro tecniche di battaglia. La tanto osannata katana, è probabilmente una tra le peggiori spade mai realizzate. Delicata a causa del pessimo e friabile metallo che le miniere giapponesi offrivano. Nonostante la certosina fabbricazione che prevedeva il continuo ripiegamento del metallo per indurirla, rimaneva comunque fragile, tanto da costringere i memorabili samurai a continue schivate dei colpi avversari per evitare di intaccare la lama o peggio rischiare che si rompesse. Cosa che non accadeva con le armi europee molto più elastiche e resistenti che permettevano di parare con la spada.

La katana poi era particolarmente sbilanciata in avanti, perché priva di pomolo per controbilanciarla. A dispetto delle spade europee, presentava un solo lato affilato e la sua curvatura la rendeva meno adatta ai colpi di punta. Seppur del tutto simile al nostro mannarino italiano o al messer tedesco (armi  simili a grossi coltelli);  questi si rivelavano più efficaci e resistenti. Spesso poi avevano una porzione di lama tagliente sull’altro lato della lama a dispetto della katana, che permetteva di tirare colpi anche di “filo falso” (nella glossologia schermistica per filo falso si intende la parte della lama rivolta verso chi impugna l’arma, quello dritto è invece quello rivolto verso l’avversario. Nelle armi con una sola parte affilata questo è sempre il filo dritto).

Alcuni esempi di questa arma (derivata da utensili agricoli come la roncola), sono conservati in alcune teche di questo museo.

Con l'avvento delle armi da fuoco, anche se poco precise perché a canna liscia, le armature perdono di efficacia e di importanza. Apriamo una piccola parentesi: la canna rigata compare per la prima volta sui campi di battaglia intorno al 1815. Ne farà le spese Napoleone. Gli inglesi adottano la canna rigata (una traccia interna a forma di spirale), che imprime al proiettile sparato un moto vorticoso che lo fa girare su se stesso. Fuoriuscendo violentemente buca letteralmente l'aria mantenendo una traiettoria dritta e piuttosto precisa. La canna liscia invece non impedisce al proiettile di sbandare e di seguire una traiettoria piuttosto imprecisa ed imprevedibile. Difficilmente  a lunga distanza riesce a raggiungere l’obbiettivo mirato. Avrete visto sicuramente quei film dove due duellanti di schiena si allontanano contando i passi e poi girandosi sparano all’avversario. Il più temerario sparava per secondo dimostrando così il suo ardimento. Questo perché difficilmente con le pistole dell’epoca e a quella distanza avrebbero fatto centro al primo colpo. Un duello di questo genere di protraeva nel tempo finché uno dei due non veniva colpito.

La grande svolta che conferma la supremazia dell’arma da fuoco, si avrà durante le Guerre d'Italia del XVI secolo. I francesi ancora radicati alla mentalità medievale, caricavano ancora i tedeschi e gli spagnoli con la cavalleria pesante frontalmente; questi li abbattevano a colpi di arma da fuoco disponendosi nascosti sui loro fianchi al loro passaggio. Le vecchie tattiche e le strategie militari medioevali si rivelavano così sempre più inefficaci ed anacronistiche. I nobili francesi poi si distinguevano e mantenevano altezzosi le distanze dai poveri fanti appiedati. Al contrario, i loro rivali avevano cominciato a collaborare combattendo coadiuvandosi. I risultati si videro con le sonore sconfitte francesi.

Nel Seicento ormai l'armatura serve solo per partecipare ai tornei o per sfoggiare il proprio elevato ceto sociale nelle parate. Le corazze si trasformano sempre più in meravigliose opere d’arte, particolarmente cesellate, eleganti ed egregiamente lavorate, come quella di Erik XIV di Svezia della fine del XVI secolo. Qualcosa di spettacolare.

Il prezzo di un’armatura era piuttosto rilevante. Solo un nobile molto ricco poteva permettersela. Se pensiamo che le fonti rivelano che un crociato secoli prima doveva impegnare tutti i propri possedimenti per avere il necessario per partire per la Guerra santa, immaginiamo quanto potesse costare un'armatura costruita su misura, come il vestito realizzato da un sarto di lusso. I suoi 25-30 kg di peso erano ben distribuiti su tutto il corpo, a dispetto della cotta di maglia che gravava soprattutto sulle spalle rallentando e appesantendo i movimenti.

Un cavaliere eseguiva una serie di prove indossandola, tra cui capriole, la ruota, la corsa o l’arrampicarsi su una scala. Questo permetteva di capire quanto si potesse essere agili con un'armatura fatta su misura.

È impensabile e dunque va sfatata la credenza che caduto da cavallo un cavaliere non riuscisse a rialzarsi a causa del peso portato… tutt'altro. Va aggiunto poi che un cavaliere veniva sempre seguito dalla sua “lancia”, ovvero il suo staff, la sua squadra solitamente formata da tre, cinque o sette uomini, tra cui un picchiere, un arciere, un balestriere, uno scudiero ed altre figure come fanti leggeri che lo sostenevano, difendevano e coadiuvavano durante il combattimento. Tutto quello che vedrete nello Stibbert è stato usato in situazioni analoghe.

Il museo presenta un'ampia selezione di armature del XV e del XVI secolo sulle quali avrete capito, preferisco soffermarmi tralasciando il resto della pur interessante e vasta collezione.  Personalmente ritengo questo periodo particolarmente affascinante ed interessante dal punto di vista oplologico. Tra le armature esposte ci sono sia quelle da battaglia che da torneo, le seconde riconoscibili per l’estrema cura dei dettagli artistici. Ciò non esclude che molte anche se sgargianti, siano state usate anche in guerra.

Tutte sono molto belle, particolarmente lavorate, cesellate ed abbellite anche con l'accoppiamento di diversi metalli che risaltano le decorazioni. Intorno a queste vi è una copiosa collezione di armi bianche, spade di ogni tipo e periodo, armi in asta come alabarde, partigiane, lance… poi archi, balestre, pistolotti, moschetti, focili e fucili, archibugi, spingarde, scoppietti, bombardelle e molto altro.

 

January 14, 2026

 

Non perdetevi questa commedia in scena dal 22 gennaio al 25 febbraio, che festeggia quest’anno il decimo anno di repliche in Italia. Un successo strepitoso che vede ormai un cast solido e consolidato. Per me tutti visi noti, che ho avuto il piacere di seguire con una certa assiduità singolarmente e in diverse apparizioni teatrali. Attori esperti e navigati, particolarmente affiatati in grado di strappare i vostri applausi spellandovi le mani e procurarvi una distorsione alla mandibola a suon di risate.

Un gruppo di attori prova una commedia ambientata in una sontuosa villa inglese dove viene ritrovato un cadavere adagiato su un divano della grande sala. La bufera tiene isolato il luogo, ma un intrepido ispettore riesce ad arrivare e cercherà il colpevole tra i presenti, i cui intrighi movimenteranno la storia, mentre continui imprevisti complicheranno le prove coinvolgendo parenti, amici, servitori e… anche i tecnici che dovrebbero garantire la riuscita della messa in scena.

Questa commedia è nata in Inghilterra e si è propagata come un virus in tutto il mondo riuscendo a mietere successi ovunque sia stata presentata. Funziona bene perché la sua comicità riesce a colpire chiunque.

In continua evoluzione, aggiunge sempre nuove trovate che sorprendono il pubblico. È così divertente che non è insolito incontrare spettatori che collezionano repliche. Nel mio caso credo di essere alla sesta o settima volta sia perché la trovo particolarmente divertente, sia perché adoro il sorprendente cast.

Massimo Genco, Valerio Di Benedetto, Alessandro Marverti, Viviana Colais, Matteo Cirillo, Marco Zordan, Igor Petrotto e Stefania Autieri si avvicenderanno sul palco, si sostituiranno, interferiranno, spariranno e riappariranno nei momenti più impensati come pasticcioni imbranati, grazie alle continue peripezie che questo spettacolo ginnico e difficile impone.

Il palco diventa un campo di battaglia pieno di insidie in cui ogni oggetto non è mai dove dovrebbe essere nel momento in cui andrebbe usato, mettendo in difficoltà questa sgangherata compagnia teatrale.

Loro sono semplicemente eccezionali. Vi faranno credere di essere negati per la recitazione, oltre che particolarmente maldestri. Mentre ogni intoppo tecnico li affligge, loro persistono stoicamente. Cercando di conservare integrità e serietà, portano avanti un… disastro. Uno spettacolo adatto a tutti, a grandi come a piccini, ad amanti del teatro e non.

Amerete la storia, il cast, questi improbabili ma deliziosi personaggi e porterete a casa un bellissimo ricordo. All’uscita vi troverete a commentare le scene, le battute e le trovate più divertenti, i personaggi e gli attori che più vi hanno colpito e forse, come molti altri, programmerete per l’anno venturo di tornare a trovare i vostri beniamini. Allora tornerete a ridere per le stesse sequenze, aspettando quella che vi è piaciuta di più, così come si aspetta un treno che assolutamente non va perso.

 

Teatro Nuovo Orione
“Che disastro di commedia”
Di Henry Lewis, Jonathan Slayer ed Henry Shields, traduzione di Enrico Luttman
Regia Mark Bell

Il Premio “Energie per Roma” è un prestigioso riconoscimento ideato dal Centro Europeo di Studi Culturali – CESC, su iniziativa del Prof. Fabio Pompei e del Consigliere di Roma Capitale (Municipio XII) Alessandro Alongi, per celebrare e valorizzare l’impegno, il talento e l’energia positiva dei cittadini, delle realtà associative e delle attività imprenditoriali che si sono distinte nella città di Roma. Lunedì 12 gennaio nella Sala della Protomoteca in Campidoglio è stata premiata l’associazione Aps Le Ragunanze presieduta da Michela Zanarella, alla vice presidenza Giuseppe Lorin. L’associazione, con sede a Monteverde, Roma, da ben dodici anni organizza il premio internazionale “Ragunanza di poesia, narrativa, pittura e fotografia” sulle orme di Cristina di Svezia che ideò le “ragunanze”, termine barocco che indica i “raduni” degli artisti. Nel tempo l’Aps Le Ragunanze ha cercato di valorizzare Roma e il suo territorio, premiando i talenti provenienti da ogni regione d’Italia e anche dall’estero. Forte della collaborazione con il Consiglio regionale del Lazio, Municipio Roma XII, Ambasciata di Svezia a Roma, Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, Flipnews, Latium di Madrid, Leggere Tutti, Actas Tuscania, Wikipoesia, Vivere D’Arte, PuntoZip la cultura in un piccolo spazio e Brainstorming Culturale. 

La Commissione ha motivato il Premio con le seguenti parole:

«Per il prezioso contributo al miglioramento della nostra comunità, attraverso un impegno costante e concreto, affrontando con competenza, visione e responsabilità le sfide della contemporaneità. La Sua azione, orientata al bene comune e alla crescita culturale, civile ed economica del territorio, rappresenta un esempio virtuoso di cittadinanza attiva e amore per Roma, ispirando un modello di partecipazione e dedizione che arricchisce l’intera Città».

 

January 12, 2026

 

Dopo il folgorante, profondamente toccante e anche divertente “Cinque donne del sud” che rivelavano (se ce ne fosse ancora bisogno) tutta la forza espressiva, la padronanza del palco e la grande capacità di vestire in un frenetico monologo donne completamente diverse tra loro, torna questa grande interprete con una nuova proposta.

Lo spettacolo ha in comune con quello solo la camaleontica poliedricità di Beatrice Fazi, che porta in scena un bellissimo e sentito monologo in cui veste più personaggi femminili (e anche qualcuno maschile).

Il testo è ambientato nella Napoli del Settecento e si incentra non solo sulla figura di una donna che si barcamena tra scontri di potere, ribellione sociale, sentimenti e vita personale sullo sfondo della cultura e dei valori dell’Illuminismo che si scontrano con la tradizione religiosa e l’ingenuità dei ceti poveri di Napoli.

Beatrice è Gloria, figlia del proprietario della stamperia reale di Napoli. Colto, attratto dagli ideali illuministi che circolano attraverso i testi della sua stamperia, ha lasciato in eredità alla figlia il desiderio di conoscenza e di libertà. Gloria racconta il suo incontro con Assunta, figlia di una prostituta dei vicoli di Napoli che inizia a lavorare al suo servizio e che lei cercherà vanamente di istruire. Nonostante la diversità culturale e caratteriale, tra le due si instaura un rapporto che le porterà a confrontarsi e a contaminarsi.

Gloria sogna di cambiare la società napoletana, assorbita ai Borboni, e di salvare l’attività del padre.

Assunta è legata alla superstizione e alla religione più bigotta, Gloria si è formata leggendo Rousseau, Diderot, Voltaire.

Nessuna delle due uscirà vincente dalla Rivoluzione del 1799, perché entrambe saranno travolte dagli eventi insieme ai loro sogni e alle speranze.

Gloria ci accoglie a inizio spettacolo prigioniera in una cella oscura e malsana, graziata dalla pena di morte e pronta per essere mandata in esilio in America, lontana dalla sua amata Napoli. Affranta e distrutta, prepara le sue poche cose che raccoglierà in una valigia testimone di tutta la sua vita, custode e protettrice dei suoi ricordi e degli affetti sempre più lontani.

In maniera struggente, profonda e a volte violenta per il dolore provato ci rende partecipi delle sue vicissitudini, raccontandoci tutta la sua storia e le motivazioni che l’hanno condotta all’amaro destino. Lo farà dando vita ad una pletora di personaggi riuscitissimi, alcuni nobili spocchiosi e alteri, altri semplici e rozzi popolani. Un cappello, una giacca, un grembiule e una cuffia trasformeranno l’attrice di volta in volta mentre la voce cambia insieme al tono e alla mimica. Tante persone in una interpretate in maniera eccelsa, che raccontano la cruda realtà del tempo dove non c’è spazio per idee libertarie, figuriamoci se espresse da una donna.

Attraverso dialoghi serrati e coinvolgenti in una scenografia che ricostruisce una cella con poche suppellettili e mobilie utilizzate dall’attrice per dare movimento alla scena, la donna urlerà il suo credo senza temere le conseguenze e affronterà con coraggio la prigionia, la solitudine e la paura. Anzi, userà ogni stratagemma per far arrivare al pubblico il suo messaggio: credere in qualcosa di più grande di se stessi, credere nel bene comune. Nella cella l’unica presenza, oltre ai suoi ricordi, è un ratto che la fa sobbalzare di tanto in tanto, a spezzare per un istante l’atmosfera dolorosa dei pensieri che però tornano subito a riempire la cella vuota.

Per Gloria arriverà la rivalsa personale. Uscita di prigione,  potrà dedicarsi all’educazione dei giovani immigrati in America. A loro insegnerà come affermare i valori in cui ha sempre creduto.

Ho trovato particolarmente apprezzabili quei momenti in cui l’artista continua a parlare girando le spalle al pubblico, creando dei bei momenti introspettivi. O quando estrae da un separé o dalla valigia indumenti, bandiere, oggetti, anche burattini. Tutte trovate che arricchiscono la piece.

Beatrice ci regala un interpretazione avvincente, ricca di pathos, sanguigna, sentita, viscerale ed accorata, che esalta con grande maestria. È chiaro che vive con energia il suo personaggio e lo ama.

La regia di Marafante si sente e si vede, attenta ad ogni stato d’animo, movimento, espressione. Ha lavorato creando una bella sinergia con l’attrice sul testo di Palladino, ricco di sfumature, storia e umanità belle le musiche e gli effetti sonori che implementano il pathos. Insieme hanno lasciato il segno tenendo il pubblico con il fiato sospeso, immerso nell’ascolto di un pezzo di storia avvincente raccontata da un personaggio che trasuda forza, coraggio, speranza.

 

Napoli, donne e rivoluzione
Teatro 7 Off
Con Beatrice Fazi
Testo di Pierpaolo Palladino
Adattamento e regia Roberto Marafante

 

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