L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

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Barbara Tognarelli
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vito:

Il retroscena

Una mail in arabo acquisita dalla procura di Roma alla vigilia del vertice tra investigatori in programma domani: “Può averla scritta solo qualcuno molto informato”

“Ecco chi ha ucciso Giulio” l’accusa anonima ai vertici che svela tre dettagli segreti.

C’è ora un Anonimo nel caso Regeni. E racconta una storia che ricostruisce cosa sarebbe accaduto a Giulio tra il 25 gennaio e il 3 febbraio. Una storia che porta dritta al cuore degli apparati di sicurezza egiziani, civili e militari, della polizia di Giza, del Ministero dell’Interno, della Presidenza. L’Anonimo scrive a Repubblica da qualche giorno da un account mail Yahoo, alternando, nei testi, l’inglese, qualche parola di italiano, e la sua lingua, l’arabo. Si dice della polizia segreta egiziana. Lascia intendere di essere collettore e veicolo di informazioni di chi non può esporsi in prima persona, se non a rischio della vita.

Delle sue mail sono in possesso il pm Sergio Colaiocco e il legale della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini. E, come ogni Anonimo, l’attendibilità del suo racconto va presa con assoluto beneficio di inventario. Se non fosse per una circostanza. L’Anonimo svela almeno tre dettagli delle torture inflitte a Giulio Regeni mai resi pubblici e conosciuti solo dagli inquirenti italiani, perché corroborati dall’autopsia effettuata sul cadavere di Giulio nell’Istituto di medicina legale di Roma. Chi scrive, insomma, chiunque esso sia, sapeva e sa qualcosa che potevano conoscere solo i torturatori di Giulio o chi dei suoi tormenti è stato testimone.

IL SEQUESTRO

«L’ordine di sequestrare Giulio Regeni — scrive l’Anonimo — è stato impartito dal generale Khaled Shalabi, capo della Polizia criminale e del Dipartimento investigativo di Giza», il distretto in cui Giulio scompare il 25 gennaio. Lo stesso ufficiale con alle spalle una condanna per torture che, dopo il ritrovamento del cadavere, accrediterà prima la tesi dell’incidente stradale e quindi quella del delitto a sfondo omosessuale. «Fu Shalabi, prima del sequestro, a mettere sotto controllo la casa e i movimenti di Regeni e a chiedere di perquisire il suo appartamento insieme ad ufficiali della Sicurezza Nazionale». E «fu Shalabi, il 25 gennaio, subito dopo il sequestro, a trattenere Regeni nella sede del distretto di sicurezza di Giza per ventiquattro ore».

“SCIOGLIETEGLI LA LINGUA”

Nella caserma di Giza, Giulio «viene privato del cellulare e dei documenti e, di fronte al rifiuto di rispondere ad alcuna domanda in assenza di un traduttore e di un rappresentante dell’Ambasciata italiana», viene pestato una prima volta. Chi lo interroga «vuole conoscere la rete dei suoi contatti con i leader dei lavoratori egiziani e quali iniziative stessero preparando». Quindi, tra il 26 e il 27 gennaio, «per ordine del Ministero dell’Interno Magdy Abdel Ghaffar», viene trasferito «in una sede della Sicurezza Nazionale a Nasr City».
Di fronte ai suoi nuovi aguzzini, Giulio continua a ripetere di non avere alcuna intenzione di parlare se non di fronte a un rappresentante della nostra ambasciata. «Viene avvertito il capo della Sicurezza Nazionale, Mohamed Sharawy, che chiede e ottiene direttive dal ministro dell’Interno su come sciogliergli la lingua.

E così cominciano 48 ore di torture progressive», durante le quali, per fortuna, Giulio comincia ad essere semi-incosciente. Viene «picchiato al volto», quindi «bastonato sotto la pianta dei piedi», «appeso a una porta» e «sottoposto a scariche elettriche in parti delicate», «privato di acqua, cibo, sonno», «lasciato nudo in piedi in una stanza dal pavimento coperto di acqua, che viene elettrificata ogni trenta minuti per alcuni secondi». «Bastonature sotto i piedi». Il dettaglio svelato dall’Anonimo era sin qui ignoto ed è confermato dalle evidenze dell’autopsia effettuata in Italia. Non è il solo.

NELLE MANI DEI MILITARI

Tre giorni di torture non vincono la resistenza di Giulio. Ed è allora — ricostruisce l’Anonimo — che il ministro dell’Interno decide di investire della questione «il consigliere del Presidente, il generale Ahmad Jamal ad-Din, che, informato Al Sisi, dispone l’ordine di trasferimento dello studente in una sede dei Servizi segreti militari, anche questa a Nasr city, perché venga interrogato da loro». È una decisione che segna la sorte di Giulio. «Perché i Servizi militari vogliono dimostrare al Presidente che sono più forti e duri della Sicurezza Nazionale ».

Giulio «viene colpito con una sorta di baionetta» e «gli viene lasciato intendere che sarebbe stato sottoposto a waterboarding, che avrebbero usato cani addestrati» e non gli avrebbero risparmiato «violenze sessuali, senza pietà, coscienza, clemenza ». «Una sorta di baionetta». È un secondo, importante dettaglio. Corroborato, anche questo, dal tipo di lesioni da taglio sin qui non divulgati dell’autopsia effettuata in Italia.

L’orrore non ha fine.

«Regeni entrò in uno stato di incoscienza. Quando si svegliava, minacciava gli ufficiali del Servizio militare dicendogli che l’Italia non lo avrebbe abbandonato. La cosa li fece infuriare e ripresero a picchiarlo ancora più violentemente ». Gli stati di incoscienza di Regeni sono a questo punto sempre più lunghi. Come confermeranno i versamenti cerebrali riscontrati dall’autopsia. Ma la violenza non si interrompe. «Perché i medici militari visitano il ragazzo e sostengono che sta fingendo di star male. Che la tortura può continuare».

Questa volta «con lo spegnimento di mozziconi di sigaretta sul collo e le orecchie». Finché Giulio non crolla «e a nulla valgono i tentativi dei medici militari di rianimarlo».

«I segni di sigaretta su collo e orecchie». È il terzo dettaglio, riscontrato dall’autopsia italiana, che l’Anonimo dimostra di conoscere pur essendo pubblicamente ignoto. Ed è quello che spiega il perché nella prima autopsia al Cairo il corpo di Giulio venga mutilato con l’asportazione dei padiglioni auricolari.

IN UNA CELLA FRIGORIFERA

Dopo la sua morte, sempre secondo quello che sostiene l’anonimo, «Giulio viene messo in una cella frigorifera dell’ospedale militare di Kobri al Qubba, sotto stretta sorveglianza e in attesa che si decida che farne». La «decisione viene presa in una riunione tra Al Sisi, il ministro dell’Interno, i capi dei due Servizi segreti, il capo di gabinetto della Presidenza e la consigliera per la sicurezza nazionale Fayza Abu al Naja », nelle stesse ore in cui il ministro Guidi arriva al Cairo chiedendo conto della scomparsa di Regeni. «Nella riunione venne deciso di far apparire la questione come un reato a scopo di rapina a sfondo omosessuale e di gettare il corpo sul ciglio di una strada denudandone la parte inferiore. Il corpo fu quindi trasferito di notte dall’ospedale militare di Kobri a bordo di un’ambulanza scortata dai Servizi segreti e lasciato lungo la strada Cairo-Alessandria».

L’Anonimo promette di scrivere ancora e si affida a un verso del Corano. «Dio non ti chiediamo di respingere il destino, ma ti chiediamo di essere clemente».

Carlo Bonini Repubblica 6 aprile 2016

Il caso

 

Questa sentenza sembra davvero arrivare da Strasburgo, dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo. Ma in realtà è dal tribunale civile di Roma che è stata pronunciata.

Parliamo di diritto di famiglia e di un caso molto lungo e complesso passato per più di dieci anni nella aule dei tribunali romani.

In questa sentenza, tra le prime in Italia- badate bene- si racconta la storia di un padre a cui vengono riconosciuti, come calpestati e violati, i suoi diritti come padre, in una lunga separazione giudiziale contro la sua ex moglie.

Per questo motivo, tra i primi casi in Italia, la donna, viene riconosciuta colpevole e condannata al pagamento dei danni all’ex marito, per aver deliberatamente e coscientemente separato dall’affetto, il padre dal figlio allora minore.

Una madre, tra le prime in Italia-lo ripetiamo- che viene condannata per aver esercitato quella che gli psichiatri forensi ormai definiscono come PAS, la sindrome di alienazione genitoriale, ai danni del figlio minore e del padre.

Sono serviti DIECI anni di battaglie in tribunale e una sentenza di divorzio, più ulteriori battaglie legali civili e penali ( questioni per lo più economiche, di richieste di pagamenti vari, tra cui l’abitazione dell’uomo che da sempre è stata affidata alla donna come affidataria del minore; la scuola privata del figlio, le spese di mantenimento della casa etc..) per arrivare sin qui.

La storia di questo professionista romano è stata uno di quei casi di malagiustizia all’italiana, di lentezza nelle decisioni, di sentenze che arrivano tardi e non riparano i danni, soprattutto quelli più gravi dei figli dei separati e che non leniscono né i cuori e né le menti dei più piccoli.

Una storia italiana, passata dalle aule civili a quelle penali per le tante accuse messe in campo dall’ex coniuge con un unico scopo: l’allontanamento del figlio dal padre e dalla famiglia paterna e la sicurezza di una vita agiata a spese dell’ex coniuge.

Cosa va segnalato, qui ed ora, a monte di questa vicenda che rende un po’ di giustizia ad un uomo che da tantissimi anni non vede e non sente più il figlio ormai maggiorenne?

Non certo il riconoscimento economico, che pur si attesta intorno ai ventimila euro (pensate le spese legali e di istruttoria che questo padre ha dovuto sostenere in dieci anni di separazione) ma il riconoscimento morale di un danno a lui perpetuato e al figlio- che ha rinunciato al suo affetto e alla sua presenza- e che nessun tribunale in Italia, per dieci anni è riuscito a condannare, prima di adesso.

In questi lunghi anni, si è permesso che una donna separata usasse, a suo uso e consumo, ogni espediente per separare nella frequentazione un figlio da un padre e dalla famiglia paterna, dai nonni, dagli zii e dai cugini suoi coetanei, per motivi di cieca vendetta e di assoluta opposizione nei confronti di tutti.

E che soprattutto nessun tribunale, nessun Servizio Sociale (incaricato a lungo in questa vicenda) prima di questa sentenza, sia intervenuto prima in maniera definitiva, sanzionando la donna, richiamandola ai suoi doveri, imponendole la frequentazione coatta dei servizi (affidatari della minore per lunghi anni), fermandola con tutti i mezzi e gli strumenti possibili.

Va solo ricordato che paesi più avanti di noi in questo campo, da anni, come gli Stati Uniti, usano applicare multe economiche salate agli inadempienti, in casi come questi.

In quest’epoca di famiglie liquide non è l’atto della procreazione a fare di un essere umano un genitore, ma la qualità del tempo e il tempo che dedica a suo figlio. Biologico, adottivo o acquisito, importa poco.

Ma se si parla di padri e madri separati e di figli minori in campo, la risposta può essere solo una:“Salvaguardare gli interessi del minore e garantire la normale ed assidua frequentazione del genitore separato” come recitano le sentenze in materia. Ma di fatto. Con tutti i mezzi possibili. Punendo chi non rispetta queste norme senza perdere tempo e perdersi in lungaggini burocratiche.Importa che la paternità e la maternità siano diventati valori da condividere. Persino in tribunale. Parola di un avvocato di diritto di famiglia, la dott.ssa Marina Marino.

Il 24 dicembre, sul Gazzettino, compare un articolo, di cui al link sotto, in cui si evidenzia la scarsa vaccinazione da parte dei medici stessi. Si parla del solo 7 %.

http://www.ilgazzettino.it/PAY/PORDENONE_PAY/influenza_vaccinati_7_medici_su_100/notizie/1752862.shtml

L’articolo però, se lo si va a cercare oggi: online, sul Gazzettino, non esiste più! Link rimosso, dopo solo 3 settimane circa. Però ne è rimasta la traccia fisica e altri blog hanno riportato la notizia, citando la fonte. Cosa se ne deve dedurre? Ecco i link dei blog che hanno ripreso la notizia ed in allegato uno stralcio del Gazzettino:

http://curiosity2015.altervista.org/influenza-perche-i-medici-non-si-vaccinano/

http://ilnuovomondodanielereale.blogspot.it/2016/01/influenza-i-medici-sono-i-primi-non.html

il gazzettino sui vaccini

Malgrado la malaugurata coincidenza con il grave attentato terroristico di Parigi, si è svolta con successo la manifestazione organizzata a Roma dall’associazione animalista Tara Green World, tra le più attive nel Paese, lo scorso Novembre.

La manifestazione, organizzata per rivendicare e sbloccare la messa in atto di leggi e decreti per la tutela e i diritti degli animali, fortemente caldeggiate da tempo da varie associazioni, voluta in particolare da Giuliana Mangnano della Tara Green World, è partita dalla sede del Ministero della Salute, con lo scopo di contrastare e combattere gli orrori che vedono come protagonisti gli animali, da nord a sud.

La Tara Green World ha individuato e posto all'ordine del giorno della manifestazione i principali punti da trattare e presentare alle istituzioni preposte, condivisi e approvati da tutti i partecipanti:

1) Guardie eco-zoofile specializzate in ogni Provincia: il compito di tutelare gli animali dovrà essere riservato a questo nucleo speciale;

2) Punizioni molto severe per chi maltratta o non denuncia casi di maltrattamento, divieto di detenzione di animali per coloro che hanno già ricevuto denunce in tal senso;

3) Medici veterinari e Asl veterinarie, dovranno essere sanzionati o radiatidall'albo in caso (secondo la gravità del fatto) di mancata denuncia verso clienti che non hanno utilizzano il microchip, animali maltrattati o abusati;

4) Sterilizzazione anche per i cani padronali. La sterilizzazione sarà pagata dal comune per il 60% dell'importo totale. I proprietari che si opporranno a sterilizzare il proprio cane dovranno pagare al comune una tassa di 30,00 euro l'anno. Esenzione da tasse di sterilizzazione per gli allevatori;

5) Obbligo dell'anagrafe felina con sterilizzazione e microchippatura;

6) No agli animali commercializzati, cioè venduti nei negozi o da privati cittadini, No agli animali utilizzati nei circhi e negli spettacoli a uso di lucro;

7) Riqualificazione degli attuali canili e realizzazione di Oasi;

8) Qualsiasi Ente pubblico o privato, e associazione che non rispetti e non applichi le normative a tutela degli animali, sarà sanzionabile penalmente;

9) Ogni comune della Sicilia applichi la legge 15/2000 sulla prevenzione al randagismo;

10)Tutte le Regioni a statuto speciale dovranno adeguarsi a tali regolamenti.

Nel corso della manifestazione era presente in prima fila la palermitana Laura Girgenti, per l’associazione animalista UGDA, testimone dell'assenza costante delle istituzioni nel contrastare il fenomeno del randagismo nel sud della penisola, e in particolare in Sicilia. Laura Girgenti, con la portavoce dell’associazione Tara Green World, ha sottoposto i vari punti proposti durante un incontro accordato nella giornata della manifestazione, al segretario del Ministro.

E’ un dato di fatto che in Italia i volontari e i privati amanti degli animali debbano far fronte personalmente, sia dal punto di vista economico che fisico, alla straziante e continua corsa in difesa dei randagi vaganti sul territorio, spesso vittime di avvelenamenti, incidenti stradali, o sottoposti asevizie di ogni genere.

Tra i più attivi testimonial presenti, il presidente di “Cuore Randagio OnlusAntonio Borrello, animalista tra i più attivi soprattutto per la sua battaglia contro la zooerastia, lo sfruttamento sessuale, per realizzare video porno o vendere gli animali a strutture, soprattutto all’estero dove vengono stuprati, torturati e uccisi. Un abominio poco noto all’opinione pubblica italiana, gestito da un vero e proprio rackett internazionale del malaffare, che si avvale di finti gruppi animalisti, finti canili, finte adozioni, in Italia e all’estero. Antonio Borrello ha presentato, in occasione della manifestazione svoltasi a Roma, una petizione che oltre a spiegare ulteriormente in cosa consiste questa ignobile pratica, ne cita e testimonia diversi episodi di cronaca avvenuti sul nostro territorio, e insiste affinchè la proposta di legge già presentata nel Luglio del 2013 (l’iter del decreto è fermo all’assegnazione alla II Commissione Giustizia, al parere della I Commissione Affari Istituzionali e XII Commissione Affari Sociali) sia finalmente votata e approvata.

Sempre a questo proposito, i deputati del Movimento 5 Stelle: Loredana Lupo, Silvia Benedetti, Massimiliano Bernini, Filippo Gallinella, Chiara Gagnarli, Giuseppe L’Abbate, Paolo Parentella,hanno presentato un Ddl alla Camera: "Modifiche al codice penale - titolo IX del libro II del codice penale".

“La civiltà di un popolo si misura dal modo in cui tratta gli animali” (M. Gandhi)

È bene tenerlo a mente.

E’ proprio vero che “un viaggio di qualche minuto è sembrato una macchina del tempo”, come ha affermato qualcuno nei giorni scorsi usufruendo dello storico treno Ad 803 costruito nel1957 e realizzato da FUC - Ferrovie Udine Cividale in collaborazione con Adriafer, chepermetterà di fruire più comodamente delle iniziative ospitate nei pressi e all'interno della Centrale Idrodinamica. Tali iniziative sono realizzate dall'Autorità Portuale di Trieste in collaborazione con vari soggetti, tra cui Barcolana e Fuori Regata.

Questo nuovo sistema di mobilità sostenibile, peraltro, agevolerà il traffico cittadino, consentendo di posteggiare nei nuovi parcheggi gratuiti del Porto Vecchio e di raggiungere le rive in pochi minuti se lo scopo sarà recarsi alla Centrale idrodinamica, alla Sottostazione elettrica e anche al già noto Magazzino 26, con partenza dal Molo IV, che quest’anno ospita una parte del Villaggio Barcolana, è opportuno precisare che il collegamento viene effettuato a titolo gratuito con un ritmo continuo circa ogni mezz'ora.

Lo speciale convoglio che attraversa il Porto Vecchio sui binari che collegano appunto il Molo IV alla Centrale Idrodinamica, consente anche l’avvicinamento al luogo dove visitare la mostra "Borea e i suoi Mondi. Passato e presente del vento di Trieste", una rassegna di carte, strumenti, curiosità, incentrata sul tema della Bora, il ben noto vento a raffiche dal nord est. La mostra viene introdotta da una guida che attende gli ospiti, dopo la loro passeggiata di un centinaio di metri lungo un percorso tra i magazzini del porto dal “capolinea” del mitico treno, per raccontare le funzioni delle enormi macchine in ferro di fine Ottocento della Centrale, ristrutturate lo scorso anno.

IMG 7016La mostra “Borea e i suoi mondi. Passato e presente del vento di Trieste”, che proseguirà anche a Barcolana conclusa fino a domenica 18 ottobre, è stata curata da Renata Knes e Giorgio Coppin. Vi sono raccolti pezzi antichi, moderni e contemporanei sul vento più forte del Mare Nostrum, la bora appunto. Nelle bacheche sono raccolte cartoline ironiche, fotografie d’epoca, cartografia e strumenti per ogni genere di misurazione. Mondi e mappamondi di ogni epoca prestati da collezioni private.

Nel luglio scorso è stato firmato l’atto per la sdemanializzazione del Porto vecchio di Trieste ed ora è possibile accedervi. I triestini, in particolare, hanno la possibilità di vedere una parte di città destinata a subire un radicale cambiamento nei prossimi decenni. Certo la vista attuale del Porto vecchio può risultare deprimente trovandosi in mezzo a file di costruzioni fantasma che furono magazzini di un porto attivo, ma grazie agli allestimenti del Villaggio Barcolana a terra e al continuo arrivo delle centinaia di imbarcazioni che parteciperanno all'evento 2015 della “regata più affollata del mondo”, la visita a bordo dello storico treno riesce a coniugare il passato e il futuro con ottimismo.

“Non v’è fetore al quale l’olfatto non finisca coll’abituarsi, né crimine che l’uomo non s’abitui a considerare con indifferenza… Nel costante suicidio morale è il male supremo della caccia” (L. Tolstoj)

Franco Libero Manco

Nonostante gli animali selvatici (secondo la legge 157/92) siano considerati proprietà indisponibile dello Stato, e nonostante il 75% degli italiani sia favorevole alla chiusura di questa attività insensata, stupida e crudele, in Italia si registra la più alta concentrazione europea di cacciatori. E a causa di questo una specie su 5 di animali   selvatici è in pericolo di estinzione, come la lince, i lupi, le starne ecc. grazie anche a sistematiche deroghe che autorizzano a sparare anche su specie in via di estinzione.

E’ di questi giorni la notizia dei danni all’agricoltura in Toscana causati dalla eccessiva presenza di cinghiali, caprioli, daini e cervi. La soluzione proposta dagli esperti in termini di fauna selvatica è quella di abbattere gli animali. Difficilmente in natura una specie riesce a svilupparsi in sovrannumero (madre natura ha le sue regole equilibratrici), ma quando succede la colpa è dell’uomo che ha alterato gli equilibri con la caccia o l’immissione di animali incompatibili con nuovo ambiente. In questa prospettiva le istituzioni pubbliche, che sono più propensi a favorire la confraternita dei cacciatori che la salvaguardia di un bene comune, non vanno alle cause del problema ma intervengono sugli effetti prodotti: invece di spostare gli animali in sovrannumero in aree in cui scarseggiano, intervengono con risarcimenti agli agricoltori danneggiati.

Oltre alla vergogna della caccia convenzionale, ormai con vere e proprie armi da guerra, c’è la vergogna del bracconaggio, l’uccellagione, la falconeria, i richiami vivi e la altrettanto vergognosa concessione data ai cacciatori ad invadere spazi privati se armati di fucile, mentre questo non è concesso a persone disarmate. I cacciatori, ridicolmente armati come Rambo, con armi micidiali in grado di colpire fino 3 km di distanza, sparano in prossimità delle case, dei centri abitati, nei campi coltivati, certi degli scarsi controlli e le eventuali trascurabili sanzioni, perché mancano i controlli da parte del Corpo Forestale dello Stato e della Polizia Provinciale.

Senza contare il costante pericolo per la popolazione civile, le centinaia di feriti e decine di morti all’anno tra i cacciatori e non solo, ci sono le tonnellate di piombo riversato nell’ambiente e le cartucce vuote lasciate nei campi e nei boschi. Vi è poi l’assurda ipocrita pretesa da parte dei cacciatori di considerarsi tutori della natura e quando la selvaggina in una zona è stata annientata s’improvvisano equilibratori ecologici e a scopo venatorio immettono selvaggina come fagiani, lepri e cinghiali di grossa taglia che non avendo predatori possono svilupparsi in sovrannumero causando danni alle coltivazione degli agricoltori.

I cacciatori, gente che si sente forte con un fucile in mano contro un inerme leprotto e che si apposta come un ladro dentro capanne d’osservazione, gente che si alza la mattina alle 3 per andare a portare terrore, dolore e morte nell’incantevole scenario naturale, vere e proprie cattedrali viventi, si servono di cani da caccia i quali nelle loro mani vivono in media 6 anni, perché uccisi dai cinghiali, da ferite o dispersi dopo le battute di caccia.

Tra gli altri crimini della caccia vi è quello di educare i bambini alla pratica dell’uccisione di animali, spegnendo nella coscienza dei giovani in senso della compassione e la sensibilità verso la vita e la sofferenza altrui, cioè la parte migliore dell’animo umano.

L’Albania, paese sicuramente sotto questo aspetto più civile dell’Italia, ha vietato almeno per 2 anni la pratica della caccia. In Ecuador e Bolivia addirittura la natura è considerata soggetto di diritto. Nulla da eccepire per la caccia tra cacciatori.

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Da quando per estreme necessità di sopravvivenza la specie umana si nutrì della carne degli animali abbattuti l’uomo è diventato il più crudele dei predatori; continuare a mangiare la carne significa perdurare nello stato malattia e di primordiale ferocia. flm

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“Un uomo cattivo farà infinitamente più male di una bestia cattiva”

(Aristotele)

Franco Libero Manco

Il dramma quotidiano dei migranti è la testimonianza (se mai ce ne fosse bisogno, anche grazie alla globalizzazione telematica) che tutto è inevitabilmente connesso, al punto che disinteressarsi delle condizioni di una parte del Tutto significa votarsi agli effetti prodotti da una ferita che mette in pericolo l’intero organismo.. Può sembrare semplicistico parlare del grande dramma delle migrazioni in termini di coscienza, ma ciò che succede di negativo nel mondo è conseguenza dell’indifferenza umana verso chi soffre  e la nostra visione delle cose ci porta alle cause che determinano le tensioni sociali che sempre risiedono nella coscienza umana malata, priva o scarsa di solidarietà e compassione verso le popolazioni bisognose.

L’umanità è identificabile ad una grande massa in una sala gremita in cui pochi componenti, più forti e furbi, hanno occupato l’unico lato dotato di finestre; in tale contesto è consequenziale che il resto della comitiva (spesso in lotta per tensioni interne) cerchi di spostarsi verso zone che consentono la sopravvivenza. La soluzione di porre barriere di separazione o impedire con la forza alla massa di avvicinarsi nelle aree più fortunate è una bomba destinta ad esplodere con l’inevitabile aumento del numero dei disagiati.

L’unica soluzione possibile è quella di aiutare la massa ad aprire finestre nei lati oscuri dell’ambiente e soprattutto cercare soluzione ai conflitti interni. E di questo progetto possono farsi carico solo i governi e grandi capitalisti che dovrebbero intuire che i loro stessi interessi sono in pericolo e che l’unica soluzione è quella di investire nelle zone più indigenti del pianeta in modo che le popolazioni più povere possano trovare sostentamento e dignità di vita senza la necessità di fuggire dalla miseria, persecuzioni, dittature, guerre, verso paesi in cui c’è lo spiraglio di un’esistenza migliore. Ma i grandi dell’economia mondiale, come le multinazionali della chimico farmaceutica, petrolifera, agroalimentare ecc. (alcune delle quali con un fatturato annuo di 30 miliardi di dollari), non interessa improntare progetti a scopo umanitario, perché manca nella loro visione delle cose la componente umanitaria, e questo probabilmente sarà la loro stessa rovina.

Un ruolo determinante potrebbe venire dalla Chiesa cattolica se tornasse alla sua antica missione caritativa. Ritengo incomprensibile l’incalcolabile ricchezza dello Stato Vaticano, gli immensi possedimenti del clero che consente ai vescovi di vivere come principi, mentre Gesù ed i primi Padri della Chiesa condannavano la ricchezza come impedimento alla realizzazione spirituale. Anche se è innegabile l’impegno della Chiesa a favore dei poveri, quando per mezzo dei missionari lotta contro la povertà e le malattie delle popolazioni indigenti. Ma scavare un pozzo o aprire un’infermeria sono solo palliativi che non scalfiscono il dramma della povertà e dell’emarginazione. Unitamente ai grandi della terra la Chiesa dovrebbe impegnarsi a risolvere il problema alle sue radici magari: la realizzazione di grandi infrastrutture nei paesi, magari non cristiani, in cambio della costruzione di alcune chiese: ma questa è solo l’idea di uno come me digiuno di politica economica.

Un libro prodotto negli anni 60 da Karlheinz Deschner dal titolo“Il Gallo cantò ancora” Massari Editore, riporta questi dati.

 “La Chiesa cattolica riceve  annualmente circa 200 milioni di dollari tra obolo di san Pietro ed altri contributi. Solo dai sussidi dello Stato italiano incassa oggi 14 miliardi di lire l’anno. In Italia il  Vaticano dispone approssimativamente di mezzo milione di ettari di terra e per di più nei  territori più fertili. I possedimenti terrieri dell’alto clero in Spagna e Portogallo si aggirano sul milione di ettari, e così in Argentina. In questi paesi quasi il 20% delle terre appartiene alla gerarchia cattolica. Capitali vaticani vengono investiti nelle imprese più disparate: nelle società petrolifere francesi, nelle aziende del gas e dell’elettricità argentine, nelle miniere boliviane di zinco, nelle fabbriche brasiliane di caucciù, nelle acciaierie nordamericane, nelle grandi fabbriche italiane, tedesche, svizzere e persino nella speculazione in borsa e nei dividendi dei casinò, nelle compagnie telefoniche, delle ferroviarie, dell’Alitalia, della Fiat. Inoltre dipendono in parte o del tutto dall’alto clero una lunga serie di società assicuratrici ed edili. Il Vaticano e i gesuiti posseggono molte azioni della General Motors Corporation…La proprietà complessiva del Vaticano in azioni e in partecipazioni di capitali nel 1958 fu stimata all’incirca intorno ai 50 miliardi di marchi”.

Lavorare nella comunicazione e nei media al tempo della rete è un mestiere completamente differente da ciò che in genere si pensa.

I social hanno rivoluzionato i rapporti tra gli esseri umani ma anche e soprattutto cambiato la comunicazione. Facebook da qualche mese ha addirittura superato Google come fonte di notizie. Twitter è diventato un luogo dove un po' tutti si scambiano pareri e rivelano i loro punti di vista, dalle grandi firme del mondo del giornalismo, ai politici (Renzi) sino all'emerito nessuno.

Su quest'onda anche gli operatori dell'informazione si sono dovuti adeguare e cambiare: se prima le parole si leggevano in bianco e nero sulla carta, ora sono sul monitor e il tutto è feeling.

Nasce così la figura del web journalist, il giornalista della rete. In Italia questo il ruolo è ristretto a chi è iscritto all'Ordine dei Giornalisti, nel mondo, invece, le cose sono ben differenti, infatti dove non esiste l'Ordine trampolino di lancio è sempre più spesso la rete.

D'altra parte basta pensare all'importanza del giornalismo online, anche quello basic, dove sono i cittadini a dare le informazioni: attentato Torri Gemelle, tragedia della Costa Concordia e quasi tutti gli scenari di guerra nel mondo.

Un giornalismo differente, molto diretto, senza filtro e timore, un giornalismo libero e quasi friendly, un linguaggio che non è più quello colto e raffinato del classico giornalista italiano ma che diventa social, flessibile, ricco di slang e forme che possono apparire talvolta poco ortodosse.

Ma di webjournalism non si campa così come non si campa di cronaca ed allora è necessario essere flessibili, “riciclabili”.

E' necessario ed indispensabile rinnovarsi.

Scrivere in rete, ''riempire blog”, preparare testi fruibili e leggibili è un gran bel mestiere, è un nuovo modo di comunicare. Dietro ogni frase, ogni parola e persino ogni immagine c'è tantissimo lavoro, ore di studio e passione.

5 aggettivi Eleonora: quali useresti per descriverti?

Appassionata,innamorata, determinata, eclettica, stakanovista, ahimè per obbligo.

Raccontaci brevemente la tua storia. Come sei entrata nel mondo del web?

La storia inizia con il primo bip del mio modem, correva l'anno 1992, poi corsi, lezioni, studio, prove, errori. Poi è stato solo amore, dall'Html puro sono passata ai contenuti ed ai testi, alla comunicazione politica e commerciale, alle campagne marketing e non solo. La mia passione resta sempre quella del giornalismo ma... in Italia la strada non è praticabile ed allora, dopo varie collaborazioni scopro nuovi orizzonti, dove la chiave è, sì quella della scrittura, ma le tecniche sono differenti. Passo dall'articolo di cronaca giornalistica classica, al testo promozionale, al marketing sino ad una campagna personalizzata, uso l'Html, il Seo, studio i social e quanto altro è necessario per essere sempre molto profilata.

Cosa ti spinge a continuare il tuo percorso da freelance?

Passione ed amore per il mio lavoro, la voglia di continuare a mettermi in gioco quotidianamente, la curiosità innata e, ahimè, la necessità, in un Paese così come oggi, dove la mia generazione è “morta” tra le diverse leggi sul Lavoro, piani straordinari e quanto altro. L'unica possibilità rimasta è quella di essere freelance che in Italia vuol dire anche “avere la partita Iva con inquadramento INPS Gestione Separata”, niente di affascinante dietro al termine “freelance” ormai, nulla di quanto è generalmente pensato.

Rimpianti ?

Qualcuno sì, con la scrittura avrei desiderato occuparmi di tematiche sociali e di legalità, a metà tra il giornalismo di denuncia e quello investigativo, ma la realtà è diversa. L'unica possibilità che mi resta è quella di aspirare ad un contratto un po' più lungo dei classici 90 giorni, in cui il progetto lo si inizia a conoscere ma nulla più. Novanta giorni che nessuno mai rinnova perché servono sempre idee differenti e sopratutto perché cambierebbero le regole di ingaggio.

Da quando hai iniziato ad oggi, cosa pensi sia cambiato nel mondo ?

Parecchio: nel 1992 i social non esistevano, oggi ci si districa tra social, seo, tecniche di posizionamento; ieri un testo, un articolo per la carta stampata o per la rete era lo stesso, uguale, identico, oggi no. Due tecniche di scrittura completamente differenti, una comunicazione di altro livello.

Un consiglio per chi vuole seguire la tua strada?

Essere bravi e sapersi “proporre”, “vendere” il proprio prodotto intellettuale nel miglior modo possibile, non arrendersi mai e continuare a migliorare, confrontarsi e studiare, soprattutto, ahimè! essere flessibili, perché comunque l'unico modo per affrontare un mercato competitivo come il nostro è quello di riuscire a offrire un prodotto nuovo, sempre, un servizio unico, sempre. Aggiornarsi, muoversi, implementare la propria professionalità e non fare mai affidamento sulle entrate previste.

 

per chi volesse consigli da Eleonora: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

La tortura ed esecuzione di Khaled Asaad mi ha colpito duramente. L'ho sentita particolarmente vicina. Non perché la morte di giornalisti, civili o migranti sia meno coinvolgente o sconvolgente. Ma perché ha colpito frontalmente la cultura, come la distruzione di opere d'arte. Ma non è neanche e solo questo.

Comunque ho avuto bisogno di tempo per elaborare ciò che volevo dire. Perché la rabbia e la folla di sentimenti si diradassero e le riflessioni sull'accaduto e su alcuni commenti potessero venire espresse in modo comprensibile.

La cultura è di tutti. Le opere d'arte sono di tutti.

Per la religione cristiana l'uomo è fatto a immagine di Dio. Ma anche i pagani si erano fatti degli dei ad immagine umana. Maggiori, ma umani anche i vizi. In più avevano solo la realizzazione del grande sogno dell'uomo: l'immortalità.

Alle Scuderie del Quirinale è in corso la mostra sull'Arte Islamica. Il mondo arabo sta aprendosi all'occidente, tra gli altri basti citare il progetto del Louvre Abu Dabi.

Gli storici dell'arte sanno che la loro disciplina si basa sull'osservazione di esemplari sopravvissuti a guerre, catastrofi e cambiamenti di gusto.

Durante la seconda guerra mondiale funzionari civili e soldati hanno nascosto e protetto opere d'arte, collaborando ad e in una resistenza culturale.

Succede anche ora nelle aree di conflitto.

Ma la prima reazione alla morte dell'archeologo e ai commenti sull'indifferenza "razzista" di certi occidentali, è stata un'altra: La cultura e chi se ne occupa, viene decapitato ogni giorno in occidente. Solo in modo più subdolo, per continuare, indisturbati, quest'azione sistematica.

Come chiamare l'impedire a storici dell'arte ed archeologi di fare il loro lavoro? Come chiamare la cancellazione della storia dell'arte dalla scuola? La riforma di quest'ultima? La non-politica e il disinteresse verso il turismo e la cultura in generale?

Ecco cosa ho pensato: finora ci hanno tagliato metaforicamente le gambe, ora, fisicamente, anche la testa.

Ma il messaggio più importante che Khaled Asaad ci ha lasciato, è che si può fare qualcosa per "spingere la notte più in là". Grazie per averci ricordato che resistere si può e si deve. Che non basta sopravvivere, ma è importante la qualità della vita.

La cultura muore, viva la cultura.

 

Elena Sidoni

 

Quanto è bello il ramo di pesco che fiorisce a primavera e quanto è bello il Mediterraneo, quant’è bella la natura che lo bacia, la sua vegetazione, i frutti che dona; dolce il suo clima, amiche le acque un tempo solcate dalle triremi. Quanto sei bello Mediterraneo, culla di grandi civiltà, maestre di vita per gli esseri umani, quanto è bella la tua cultura, la tua arte, la tua scienza. Quanto è grande l’amore che hai donato alle nostre menti, ai nostri cuori, quanto grandi le tue sorgenti, il tuo abbraccio. E quanto sei bella tu Italia, lievito delle genti, fucina di cultura e maestra di bellezza, serva e padrona per volere degli dei, quanto vibrante il fremito delle tue genti, acuto il tuo ingegno. Stella tra le stelle, la tua lucentezza è faro e guida per i cercatori d’amore, ai naufraghi morenti offri il tuo seno con abbraccio fraterno e indichi la via del firmamento. Quanto sei bella Italia, generata dalle acque del Mediterraneo, testimone del suo abbraccio, riflesso della sua luce. Motore immobile di noi mortali, mostri al mondo il tuo splendore, le tue ferite e le lacrime che solcano il tuo viso. Quanto sei bella Italia quando lavi le ferite a coloro che non hanno conosciuto solo che odio, disperazione e morte. Quanto sei bella Italia!I tuoi figli, stringendoti al cuore, ti testimoniano il loro amore.

 

Virgilio Violo

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