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ICAN (Campagna internazionale per abolire le armi nucleari) e la sua organizzazione partner Pax hanno pubblicato un rapporto con i profili completi di 28 aziende legate alla produzione di armi nucleari.
Queste sono le 28 aziende della lista nera.
Aecom (Stati Uniti)
Aecom si appoggia al Lawrence Livermore National Laboratory, è coinvolta nella ricerca, progettazione, sviluppo e produzione di armi nucleari, incluso il programma di estensione della vita della bomba nucleare B6110 e della testata nucleare W80-1 per missili da crociera lanciati per via aerea. Aecom detiene un contratto di 45,5 milioni di dollari USA (40,1 milioni di euro) all’anno dal 2007.
Aerojet Rocketdyne (Stati Uniti)
Aerojet Rocketdyne è coinvolta nella manutenzione dei sistemi di propulsione per i missili balistici intercontinentali Minuteman III per gli Stati Uniti, nell’ambito di un contratto da 28,9 milioni di dollari USA (25,5 milioni di euro) inizialmente aggiudicato nel 2013. Produce anche sistemi di propulsione per i missili del Tridente II (D5) per gli Stati Uniti e il Regno Unito. Aerojet Rocketdyne è anche un subappaltatore del nuovo Ground Based Strategic Deterrent per l’arsenale americano. Nel 2018, Aerojet Rocketdyne si è aggiudicata un ulteriore contratto quinquennale per 20 milioni di dollari USA (17,6 milioni di euro) per la tecnologia di spinta solida che sarà applicata alla prossima generazione di sistemi d’arma.
Airbus (Olanda)
Airbus è una società con sede in Olanda che si occupa della manutenzione e dello sviluppo di diversi missili nucleari armati per l’arsenale nucleare francese attraverso ArianeGroup, una joint venture con la società francese Safran. Airbus fa inoltre parte della joint venture MBDA che fornisce missili a medio raggio aria-superficie, anche per l’arsenale francese.
BAE Systems (Regno Unito)
BAE Systems ha un contratto del valore massimo di US$ 368,7 milioni (€ 328 milioni), originariamente da ottobre 2014, che durerà fino al 2021, pagato dai governi degli Stati Uniti e del Regno Unito per i componenti chiave dei missili del Tridente II (D5). BAE ha anche un contratto da 951,4 milioni di dollari USA (830,8 milioni di euro) da parte dell’aviazione militare statunitense per il sistema Minuteman III Intercontinental Ballistic Missile (ICBM), che durerà fino al 2022. BAE è inoltre coinvolta direttamente nell’arsenale francese, attraverso MBDA Systems, per lo sviluppo del missile a medio raggio aria-suolo ASMPA e del suo successore, ASN4G. Nel luglio 2017, la BAE ha ottenuto una nuova variante da 45,2 milioni di dollari (39,6 milioni di euro) di un contratto esistente per lo sviluppo del programma di sostituzione dei missili balistici intercontinentali di terra del Ground Based Strategic Deterrent (GBSD).
Bechtel (Stati Uniti)
Bechtel è un’azienda a conduzione familiare impegnata nello sviluppo di armi nucleari presso il Lawrence Livermore National Laboratory, il complesso Y-12 e la centrale di Pantex. Bechtel ha attualmente circa 1.174 milioni di dollari USA (1.035 milioni di euro) di contratti in essere in questi impianti. Bechtel è anche coinvolta in una delle nuove armi nucleari in fase di progettazione negli Stati Uniti, il Ground Based Strategic Deterrent, anche se non è chiaro a quanto ammonti il loro contratto.
Bharat Dynamics Limited (India)
Bhrat Dynamics Limited produce componenti chiave per i missili nucleari Prithvi-II e Agni-V per l’arsenale indiano.
Boeing (Stati Uniti)
La Boeing sta costruendo nuove armi nucleari per gli Stati Uniti. Tra queste, per un contratto del 2017 di 349,2 milioni di dollari (297 milioni di euro), è incluso il deterrente strategico a terra in sostituzione del Minuteman III ICBMs. Boeing è anche coinvolta nello sviluppo di armi da stallo a lungo raggio e si è aggiudicata diversi contratti dal 2017 per questa nuova arma nucleare, per un valore di 344,5 milioni di dollari USA (304 milioni di euro). Boeing è titolare di diversi contratti relativi ai missili balistici intercontinentali a lungo raggio nucleari statunitensi, Minuteman Intercontinental Ballistic Missiles (ICBM). Boeing ha attualmente contratti per un valore di oltre 703,3 milioni di dollari USA (620 milioni di euro) per i componenti chiave del sistema Minuteman. Uno di questi contratti comprende lo sviluppo di “kill switch” che causa l’autodistruzione del missile dopo il lancio. Boeing ha ricevuto un nuovo contratto di 26,7 milioni di dollari (23,0 milioni di euro) dagli Stati Uniti e dal Regno Unito per i lavori del Tridente II (D5) nell’ottobre 2018. Ciò si aggiunge ai contratti in essere per lavori relativi al sistema per un valore di oltre 88,9 milioni di dollari (79,0 milioni di euro). Boeing sta inoltre producendo il tail-kit per le nuove bombe B61. Più della metà di tutte queste bombe sono attualmente dispiegate dagli Stati Uniti in cinque paesi europei (Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi e Turchia). I 185 milioni di dollari (163 milioni di euro) in contratti significheranno che le nuove bombe B61-12 saranno pronte per l’uso entro maggio 2019. Non è ancora chiaro quando le nuove bombe saranno consegnate alle loro sedi europee, poiché altre società stanno modificando gli impianti di stoccaggio nei paesi ospitanti.
BWX Technologies (Stati Uniti)
BWX Technologies ha un nuovo contratto da 76 milioni di dollari (70,8 milioni di euro) per i componenti del Tridente II (D5) per le marine statunitensi e britanniche. BWXT ha inoltre ottenuto un contratto da 505 milioni di dollari USA (427,5 milioni di euro) per preparare la produzione di materiali nucleari supplementari per le armi nucleari, che inizialmente riguarderà la produzione di trizio, ma prevede anche di produrre materiali nucleari supplementari nel breve termine. BWXT è anche coinvolta nella partnership che supervisiona il Lawrence Livermore National Laboratory, compreso il programma di estensione della vita della bomba nucleare B61 e della testata nucleare W80-1 per missili da crociera lanciati per via aerea. La partnership riceve 45,5 milioni di dollari USA (37,6 milioni di euro) all’anno per questo lavoro.
Laboratorio Charles Stark Draper (Stati Uniti)
Il Charles Stark Draper Laboratory ha un contratto da 370,2 dollari (350,5 milioni di euro), pagato da Stati Uniti e Regno Unito, per i lavori sul sistema Trident II (D5). Nel 2018, Draper ha ottenuto un altro contratto di 109,5 milioni di dollari (95,9 milioni di euro) per ulteriori lavori sul sistema Trident, tra cui la guida ipersonica e il supporto per gli esperimenti di volo ipersonico, da concludersi entro settembre 2019.
Costruzioni Industrielles de la Méditerranée (Francia)
Constructions Industrielles de la Méditerranée è stata inclusa per la prima volta poiché sono disponibili maggiori informazioni sui componenti chiave specificamente progettati per l’arsenale nucleare francese. CNIM progetta e produce i sistemi di lancio sottomarini progettati per i missili M51 con armi nucleari.
Fluoro (Stati Uniti)
Fluor è coinvolta in diversi impianti di produzione di armi nucleari degli Stati Uniti. Attraverso una joint venture, Savannah River Nuclear Solutions (SRNS) ha un contratto da 8 miliardi di dollari (7,1 miliardi di euro) per gli sforzi relativi ai componenti chiave del programma W88 Alt 370, la testata nucleare dispiegata sul Tridente II (D5).
General Dynamics (Stati Uniti)
General Dynamics ha una serie di contratti sulle componenti chiave per i sistemi Trident II (D5) del Regno Unito e degli Stati Uniti. Un contratto iniziale di 30,6 milioni di dollari USA (28,2 milioni di euro) aggiudicato nel 2015 è stato ripetutamente modificato (anche cinque volte tra novembre 2017 e dicembre 2018) portando il valore totale del contratto a oltre 174,4 milioni di dollari USA (155,6 milioni di euro). Un’altra filiale di General Dynamics, General Dynamics Electric Boat, ha ricevuto nel settembre 2017 un contratto del valore massimo di 46,5 milioni di dollari (43,4 milioni di euro) per i lavori di integrazione per la produzione di kit di supporto alle armi strategiche del Regno Unito per i sottomarini della classe dei missili balistici Columbia. Nel 2018 tale contratto è stato significativamente modificato, prima nel mese di aprile, per 126,2 milioni di dollari USA (102,4 milioni di euro), e di nuovo per 480,6 milioni di dollari USA (414 milioni di euro) nel settembre 2018.
Honeywell International (Stati Uniti)
Honeywell International gestisce e amministra il National Security Campus (NSC) (ex Kansas City Plant), l’impianto responsabile della produzione di circa l’85% dei componenti non nucleari per le armi nucleari statunitensi nell’ambito di un contratto quinquennale di 900 milioni di dollari USA (817,4 milioni di euro) aggiudicato nel luglio 2015. È inoltre comproprietario di Savannah River Nuclear Solutions (SRNS), che ha un contratto da 8 miliardi di dollari (7,1 miliardi di euro) per gli sforzi relativi ai componenti chiave del programma W88 Alt 370, la testata nucleare dispiegata sul Tridente II (D5). Honeywell è inoltre associata ad altri impianti di produzione di armi nucleari statunitensi, tra cui un contratto da 5 miliardi di dollari (4,6 miliardi di euro) per il Nevada National Security Site e un contratto da 2,6 miliardi di dollari (2,5 miliardi di euro) per il Sandia National Laboratory. Entrambi gli impianti sono responsabili della produzione, del collaudo e della progettazione delle testate. Inoltre, Honeywell ha ricevuto nuovi contratti nel 2018 per un valore di 19,0 milioni di dollari USA (16,2 milioni di euro) per lo strumento di guida PIGA per il Minuteman III.
Huntington Ingalls Industries (Stati Uniti)
Huntington Ingalls Industries ha rilevato la gestione e le attività del Los Alamos National Laboratory nel 2018 con un contratto quinquennale del valore stimato di 2,5 miliardi di dollari USA (2,2 miliardi di euro) all’anno. Huntington Ingalls Industries fornirà “personale, sistemi, strumenti e servizi di ritorno dell’azienda nelle aree di produzione dei pozzi, produzione di plutonio, scale-up della produzione, operazioni e produzione nucleare”. Huntington Ingalls Industries partecipa inoltre a un contratto da 5 miliardi di dollari USA (4,6 miliardi di euro) presso il Nevada National Security Site, e da 8 miliardi di dollari USA (7,1 miliardi di euro) presso il Savannah River Site and Savannah River National Laboratory in South Carolina.
Jacobs Engineering (Regno Unito)
Jacobs Engineering fa parte del UK Atomic Weapons Establishment, che attualmente ha un contratto di 25 anni per la manutenzione dell’arsenale del Tridente britannico, per un valore di 25,4 miliardi di sterline (29,6 miliardi di euro). Jacobs faceva anche parte del gruppo che nel 2017 ha rilevato la gestione e le operazioni del Nevada National Security Site nell’ambito di un contratto decennale di 5 miliardi di dollari USA (4,6 miliardi di euro).
Larsen e Toubro (India)
Sono coinvolti nella produzione di componenti chiave per l’arsenale nucleare indiano. Tra questi, il sistema di lancio del missile nucleare Prithvi II. È anche coinvolto nel Dhanush, la variante navale del Prithvi-II.
Leidos (Stati Uniti)
Leidos è socio di minoranza di Consolidated Nuclear Services LLC (CNS), che ha rilevato nel 2014 la gestione e l’esercizio del National Security Complex Y-12 in Tennessee e della centrale di Pantex in Texas sulla base dello stesso contratto da US$ 446 milioni (€ 326,5 milioni). Questi impianti sono coinvolti nella produzione di trizio per le armi nucleari statunitensi e nelle modifiche alle testate M76/MK4A, W76-2, W80-1 e W88.
Leonardo (Italia)
Leonardo è una società italiana (precedentemente nota come Finmeccanica) coinvolta nell’arsenale nucleare francese attraverso MBDA-Systems. A partire dal 2016, MBDA ha iniziato la progettazione e lo sviluppo dell’aggiornamento a medio termine dei missili Aria-suolo di media portata (ASMPA) per mantenerlo nell’arsenale francese fino al 2035. Nel bilancio del Ministero della Difesa francese del 2019, sono previste tre consegne di ASMPA aggiornati dopo il 2019. MBDA è inoltre coinvolta nei lavori sul sistema futuro (ASN4G) che dovrebbe essere operativo dopo il 2035.
Lockheed Martin (Stati Uniti)
Lockheed Martin detiene i contratti del Tridente II (D5) per un valore di circa 6.550,1 milioni di dollari (5.730,4 milioni di euro). Di questi, 918,9 milioni di dollari (801,9 milioni di euro) sono stati assegnati tra marzo 2018 e gennaio 2019. Inoltre Lockheed ha almeno 495 milioni di dollari (413,6 milioni di euro) di contratti in sospeso relativi al Minuteman III ICBM. È coinvolta in un contratto di ricerca e progettazione per 900 milioni di dollari (764,2 milioni di euro) per il nuovo missile LRSO (Long-Range Standoff) dell’Aeronautica Militare statunitense. Le attività associate alle armi nucleari di Lockheed Martin non si limitano alla sola produzione missilistica statunitense. Fa anche parte del contratto di 25 anni di 25 miliardi di sterline (29,6 miliardi di euro) per la UK Atomic Weapons Establishment.
Moog (Stati Uniti)
Moog ha sviluppato veicoli di lancio e controlli missilistici strategici per i missili Minuteman III e Trident (D5). Moog fa inoltre parte del team Boeing che nel 2017 si è aggiudicato un contratto da 349,2 milioni di dollari USA (297,0 milioni di euro) per la crescita tecnologica e le attività di riduzione del rischio per il nuovo Deterrente Strategico di Terra.
Northrop Grumman (Stati Uniti)
Northrop Grumman sta attualmente cedendo le responsabilità a BAE Systems come principale appaltatore del sistema Minuteman III ICBM. Questo processo è iniziato nel 2013, ma ci sono stati ripetuti contratti “ponte” per un valore di oltre 165,0 milioni di dollari (128,3 milioni di euro), l’ultimo dei quali nel settembre 2018. Ora il processo di consegna dovrebbe essere completato nell’aprile 2019. Sebbene Northrop Grumman non sia più l’appaltatore principale dell’ICBM, ha ancora altri contratti relativi all’ICBM negli Stati Uniti, compresi quelli che ha rilevato quando ha acquisito Orbital ATK. Questi contratti aggiuntivi sono stati aggiudicati principalmente nel 2015, per un valore totale di circa 1.852,9 milioni di dollari USA (1.642,9 milioni di euro). Northrop Grumman, tramite ATK Launch Systems, si è inoltre aggiudicata un altro contratto relativo a Minuteman per 86,4 milioni di dollari (74,5 milioni di euro) nel settembre 2018. Northrop Grumman è inoltre coinvolta nei sistemi del Tridente II (D5) per gli Stati Uniti e il Regno Unito, con contratti in essere per un valore di circa 531,3 milioni di dollari (493,2 milioni di euro). Molte di queste attività produttive relative al Tridente II (D5) dovrebbero concludersi nel 2020. Northrop Grumman è inoltre collegata agli impianti di armi nucleari di Pantex e Y-12 attraverso un contratto da 446 milioni di dollari (326,5 milioni di euro) alla joint venture Consolidated Nuclear Services (CNS).
Raytheon (Stati Uniti)
Raytheon ha un contratto di 33,4 milioni di dollari USA (24,8 milioni di euro) per i lavori relativi al Minuteman III ICBMs. Raytheon è anche coinvolto nello sviluppo di nuove armi nucleari per gli Stati Uniti. Fa parte del team Boeing che lavora sul Ground Based Strategic Deterrent e nell’agosto 2017 Raytheon ha ricevuto un contratto quinquennale per 900 milioni di dollari (764,2 milioni di euro) per la nuova arma stabilizzatrice a lungo raggio.
Safran (Francia)
Safran è una società francese e due delle sue controllate (Snecma e Sagem) stanno sviluppando componenti chiave per i missili M51 per l’arsenale francese di armi nucleari. Safran fa anche parte della joint venture con la società olandese Airbus, responsabile della produzione in corso e della manutenzione dell’intero sistema missilistico. L’impresa comune è anche incaricata di svolgere i compiti previsti dal bilancio 2019 del ministero della difesa francese per tre consegne di ASMPA aggiornati dopo il 2019.
Serco (Regno Unito)
Serco è una società britannica impegnata nella gestione e nelle operazioni dell’Atomic Weapons Establishment (AWE) con un contratto di 25 anni (dal 1999 al 2024) per un valore di 25,4 miliardi di sterline (29,6 miliardi di euro).
Textron (Stati Uniti)
Textron ha un contratto da 17,2 milioni di dollari (12,5 milioni di euro) per convertire fino a sei veicoli di rientro Minuteman III MK 12A nella configurazione Mod 5F.
Thales (Francia)
Secondo il ministero della Difesa francese, Thales è uno dei subappaltatori di MBDA che fornisce missili a medio raggio aria/terra ASMPA alle forze aeree francesi.
United Technologies Corporation (Stati Uniti)
United Technologies Corporation ha acquisito Rockwell Collins nel novembre 2018 e l’ha rinominata Collins Aerospace Systems. Questa società ha un contratto da 76 milioni di dollari USA (67 milioni di euro) per la sostituzione del sistema di controllo del lancio aereo per i missili Minuteman III ICBM.
Walchandnagar Industries Limited (India)
Walchandnagar Industries Limited produce sistemi di lancio per la serie indiana Agni di missili nucleari armati.
per gentile concessione dell'agenzia di stampa Pressenza
Se non è un caso, e caso non è, l’ Alitalia in campagna promozionale per uscire dalle note strettoie finanziarie, non sembra curarsi di rendere la propria immagine adeguata almeno alle aspettative dei viaggiatori. Si è trattato di oltre 40 persone i cui bagagli sono stati lasciati a terra.
Questo è l’ennesimo disservizio della nostra Compagnia di bandiera che da un lato, continua a impegnare risorse economiche a non finire per evitare il fallimento, mentre dall’altro, mostra disinvoltura e noncuranza a creare estremi disagi ai passeggeri.
“Tutti giù per terra”
E’ vero che si trattava solo di bagagli ma questo fatto richiama un po’ per la ripetizione, l’ ultima strofa del noto ritornello.
Per la cronaca, si è trattato dello scarico di massa dall’ aereo Alitalia di tutti i colli di questi passeggeri che il 28 aprile scorso, da Nizza, si recavano a Roma con volo Az335 tra cui, il gruppo di 32 persone in ritorno dalla Francia che come italiani si erano affidati ad Alitalia.
Sarebbe interessante capire quale sia lo spirito che anima la attuale dirigenza Alitalia sul marketing del confort di volo, tanto da indurre i turisti a preferire la nostra Compagnia di bandiera Alitalia anziché un'altra. Guardando la situazione dall’esterno, sembra infatti, di trovarsi di fronte non a qualcuno, ma a molti dipendenti Alitalia, almeno in tacito accordo di mancata coesione con la loro Società. Non pochi infatti, sono le persone coinvolte in pesanti disservizi, sicuramente per i passeggeri, ma che dal punto di vista del risultato, nessuno sembra beneficiare.
L’ aereo sbilanciato
L’assurdo della vicenda è che dopo aver preso posto a bordo, l’aereo ha ritardato di 20 minuti la partenza prevista alle ore 19,15. Da informazione del personale di volo è stato appreso che il ritardo era imputabile ad uno sbilanciamento di carico per cui era necessario riposizionare le valige nella stiva, come se l’inserimento dei bagagli sull’aereo, aggiungiamo noi, fosse avvenuto con una ruspa che ha lasciato il tutto in un mucchio a caso, in un punto sbagliato.
D’altra parte gli addetti all’imbarco avevano avvertito che i bagagli a mano dovevano essere lasciati insieme agli altri più pesanti nella stiva, tanto che sull’aereo gli alloggiamenti dei bagagli leggeri erano rimasti praticamente vuoti.
Prima di partire viene annunciato a bordo che qualcuno dei colli consegnati, per questioni di peso “è dovuto rimanere a terra”, ma probabilmente nessuno pensava che al di sotto delle dimensioni massime previste, la qualcosa potesse riguardare le proprie valigie e tanto meno, il bagaglio a mano.
La sorpresa a Roma
Il coronamento di tanta disinformazione sulle reali cause del presunto sbilanciamento dei bagagli, è avvenuto dopo l’arrivo, quando i viaggiatori sono andati a ritirare le proprie valige. Altro che qualche valigia rimasta terra, come era stato annunciato alla partenza da Nizza. Si trattava invece di tutti i bagagli consegnati dal menzionato gruppo.
E’ allora che il lavoro degli addetti alla partenza si è rivelato nella sua piena disinvoltura nei confronti di chi a seguito di prenotazione, aveva pagato anticipatamente il biglietto.
I bagagli erano rimasti a Nizza perché erano stati scaricati, così è stato detto, per compensare questo fantomatico sbilanciamento di carico.
L’eccesso di peso
Vi era, come detto, tra i passeggeri del volo AZ 335 anche un gruppo di 32 partecipanti ad un convegno in Francia, che tornava a Roma. Poiché portavano i loro bagagli del peso previsto, non si poteva trattare di una condizione di eccesso di carico.
D’altra parte, non si dovrebbe neppure dedurre che per ragioni interne Alitalia, i responsabili della Compagnia aerea avevano preferito anticipare un nuovo carico di carburante in luogo del peso delle valige. Questo perché tutti gli aerei di dotazione nelle tratte assegnate prevedono il rispetto del margine di sicurezza a pieno carico dei passeggeri e di carburante. Quindi, regge poco l’ipotesi che i bagagli siano stati scaricati per imbarcare una maggiore quantità di carburante. Resta allora il mistero che Alitalia deve chiarire, perché non è possibile concepire un disguido accidentale dello scarico di oltre 50 valige mentre i passeggeri vengono disinformati dal personale di bordo che i bagagli erano stati riposizionati per equilibrare la stiva dell’ aereo.
Inutile attesa
Nel modo in cui tutto ciò è avvenuto, oltre al danno a cui i passeggieri sono stati sottoposti, è subentrata anche la beffa; la beffa di aspettare inutilmente per interminabili minuti i propri bagagli all’arrivo sul nastro scorrevole fino allo stop del servizio automatico, senza che alcuno avvisasse almeno quanto era avvenuto.
Oltre a questo, vi è stata l’ attesa di ore senza altra informazione se non quella che si evince da un comportamento di questo genere. Nel corso della notte infatti, i passeggeri hanno dovuto attendere pazientemente il turno per segnalare formalmente alla Compagnia, quanto la stessa avrebbe dovuto spontaneamente riferire ai propri sfortunati clienti.
A guisa di merce
Nessuna informazione, nessuna indicazione, nessuna persona della Compagnia per riferire ai passeggeri che il loro bagaglio era rimasto a Nizza.
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I passeggeri del volo Az335 |
Questo è stato appreso solo dopo che il gruppo dei malcapitati utenti Alitalia, sono andati a chiedere spiegazione agli uffici aeroportuali di Fiumicino, e a presentare una prima denuncia per questo stato di cose agli addetti dell’Assistenza bagagli dell’ aeroporto.
L’altra ipotesi possibile è che, in assenza di ulteriori notizie, un fatto del genere possa essere imputato ad una sorta di boicottaggio nei confronti della stessa Compagnia. Ma se così fosse non si comprenderebbe la disinformazione dell’equipaggio di volo prima della partenza sulla vera causa di questo inconveniente.
Dal momento però, che in tutto l’ universo nulla accade senza un fine, non è possibile che in una organizzazione così meticolosamente funzionale, come dovrebbe essere quella di una compagnia aerea, gli eventi avvengano per fatalità. E il caso di cui si parla non è certo, quello accidentale della forza maggiore.
L’ Alitalia che specialmente in questo momento avrebbe motivo di dimostrare al mondo intero la propria efficienza e in specie nei voli internazionali, si presta invece attraverso i propri dipendenti al discredito, che ora per un motivo, ora per un altro, senza apparente vantaggio, rende sempre più penalizzanti i freschi investimenti di capitale per portare la società al suo effettivo valore di marcato.
Per un verso o per un altro
A conclusione di quanto avvenuto, è importante che Alitalia esprima in modo corretto quali sono stati i motivi di questo grave disguido, che a quanto è dato sapere, si avvale a Roma di uno o più servizi in pianta stabile per recapitare successivamente a domicilio i bagagli non consegnati all’arrivo. Un tale disguido ed in particolare quello di cui si tratta, incide pesantemente sulla sicurezza delle stesse persone che arrivano a destinazione nel cuore della notte e non si trovano neppure quanto hanno lasciato di indispensabile nei bagagli a mano per le loro immediate esigenze tra cui quasi certamente, le chiavi per entrare in casa nonché i farmaci di periodica assunzione, come ad esempio, i cardiaci e gli insulinici.
Qual è il motivo di tanta negligenza? E, se di negligenza si tratta, ci troviamo di fronte all’ auto discredito di una Compagnia che da una parte, chiede soccorso per non fallire per colpa dei suoi dipendenti responsabili, mentre dall’ altra, si espone alle meritate critiche dei suoi benefattori, perché se anche è “Pantalone” che paga, sono sempre i contribuenti che ripianano i debiti.
Alberto Zei
Il fondatore di WikiLeaks Julian Assange è stato arrestato stamattina presso l’ambasciata ecuadoriana a Londra, dove si era rifugiato nel 2012, mentre si trovava libero su cauzione nel Regno Unito per accuse di aggressione sessuale mosse contro di lui in Svezia.
All’epoca secondo il Guardian Assange sosteneva che se fosse stato estradato in Svezia avrebbe potuto essere arrestato dagli Stati Uniti e accusato per la pubblicazione da parte di WikiLeaks di centinaia di migliaia di dispacci diplomatici statunitensi. Tali accuse avrebbero potuto costargli lunghi anni di carcere, se non peggio.
Nonostante la Svezia abbia ritirato le accuse, il Regno Unito ha ostinatamente mantenuto il mandato d’arresto, con la motivazione che Assange non si era presentato in tribunale.
Durante il governo di Rafael Correa, l’Ecuador ha rispettato il dovere di mantenere l’asilo di Assange, ma dopo l’elezione di Lenin Moreno, suo successore ed ex vicepresidente, il clima politico è cambiato e l’Ecuador ha cercato legami più stretti con gli Stati Uniti. Il presidente ha iniziato a sostenere che Assange aveva violato le regole dell’asilo e ha limitato il suo accesso a Internet e ai visitatori. Sembra anche che Wikileaks lo abbia menzionato nei Panama Papers e che Moreno abbia accusato il sito di aver pubblicato fotografie private.
Un errore degli atti giudiziari americani mostra che le accuse penali contro Assange potrebbero essere state preparate in segreto.
Come riportato da Russia Today, l’arresto, durante il quale Assange è stato praticamente trascinato di peso fuori dall’ambasciata dell’Ecuador, è avvenuto dopo che il capo redattore di WikiLeaks Kristinn Hrafnsson aveva parlato durante una conferenza stampa di una vasta operazione di spionaggio condotta contro Assange nell’ambasciata, sostenendo che tale operazione puntava a ottenere la sua estradizione.
“L’Ecuador ha revocato illegalmente l’asilo politico concesso in precedenza a Julian Assange in violazione del diritto internazionale” si legge in un comunicato diffuso stamattina da WikiLeaks, mentre un portavoce del Ministero degli Esteri russo ha definito l’arresto di Assange “un duro colpo alla democrazia”.
Il fondatore di WikiLeaks è stato condotto in custodia nella sede centrale di Scotland Yard. Secondo un aggiornamento diffuso alle 13, Assange è poi comparso davanti ai magistrati. La procedura di estradizione verso gli Stati Uniti è stata confermata, nonostante il presidente ecuadoriano Lenin Moreno avesse assicurato che non sarebbe stato estradato in un paese dove vige la pena di morte. Il mandato di arresto lo accusa di cospirazione per aver pubblicato materiale segreto che rivelava crimini di guerra statunitensi commessi nel 2010.
Rafael Correa, ex presidente dell’Ecuador, ha definito nel suo profilo Twitter l’attuale presidente del paese, Lenín Moreno, “il più grande traditore della storia dell’Ecuador e dell’America Latina,” per aver permesso “alla polizia britannica di entrare nella nostra ambasciata di Londra per arrestare Assange”.
Secondo Correa il governo aveva l’obbligo di proteggere Assange, che oltretutto è cittadino ecuadoriano dal 2017. La decisione di Lenin Moreno “non sarà mai dimenticata dall’umanità” ha concluso Correa, denunciandola come “un atto atroce, frutto di servilismo, viltà e vendetta”.
Per gentile concessione dell'agenzia di stampa Pressenza
Si è svolto da venerdì a domenica scorsi al Monastero del Bene Comune a Sezano vicino Verona l’incontro nazionale di Pressenza che concludeva la serie di eventi per i 10 anni dell’Agenzia Internazionale per la Pace e la Nonviolenza e riuniva giornalisti ed attivisti con lo scopo di lanciare la rete tra giornalisti indipendenti ed attivisti sociali.
Sono stati tre giorni molto intensi, affettuosi, produttivi e che tutti i partecipanti hanno registrato come momenti di grande sintonia.
L’incontro, che ha avuto diversi momenti di lavoro plenario e a gruppi, ha ospitato una videoconferenza da Barcellona con Riccardo Gatti di Open Arms che ha risposto alle domande di molti dei partecipanti (una sintesi di quest’intervista collettiva sarà disponibile nei prossimi giorni su Pressenza); altri momenti importanti sono stati il mini corso di storytelling video di Sarah Marder e la sezione dedicata al Reddito di Base con la presenza di Juana Perez e del suo documentario e di Natale Salvo con il suo libro.
Ma il filo conduttore che ha percorso l’intero incontro è stato quello della costituzione della rete tra giornalisti indipendenti e attivisti che aveva già animato i precedenti incontri di città; forti di quelle esperienze già alcune concrete iniziative erano in moto come quella di creare pacchetti di RSS con informazione tematica certificata, un calendario condiviso di eventi sociali e culturali come quello già in moto sul sito di PeaceLink, materiali formativi tecnici su come migliorare la visibilità delle informazioni che veicoliamo, un ebook e un seminario gratuito per le associazioni che vogliono imparare a comunicare i propri contenuti in modo efficace, l’ipotesi di realizzare un periodico gratuito che venga distribuito nei bar come risposta alla disinformazione e come modo di uscire dalla “nicchia” degli addetti ai lavori.
Infine si è elaborato e dibattuto un testo fondativo della rete, se ne è cercato un nome e un logo in modo che, dopo le opportune e veloci consultazioni ai membri della rete che non sono potuti essere fisicamente presenti si possa iniziare una campagna di adesioni a questa rete aperta a persone, collettivi, associazioni e media grandi o piccoli che siano.
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Giancarlo Fassina |
Venerdì 29 marzo, all’età di 84 anni, è morto a Milano Giancarlo Fassina, noto designer italiano.
A darne la notizia l’Adi - Associazione per il disegno industriale-. E così il “Mago della luce” è passato alle tenebre.
Il nome di Fassina è indiscutibilmente legato ad Artemide, l’altrettanto nota azienda di lampade e sistemi di illuminazione che lo ha visto protagonista, insieme a Michele De Lucchi, nella progettazione della lampada Tolomeo. Progetto che gli valse, nel 1989, il “Compasso d’Oro”, il più importante premio Italiano per il design.
Grazie alla collaborazione con Artemide, Fassina partecipa al progetto per l’illuminazione della mostra su Hayez a Palazzo Reale di Milano e a quello per l’Aula Magna dell’Accademia di Brera.
Ma è proprio la Tolomeo, l’iconica lampada, a conferire a Fassina l’indiscussa notorietà che oggi ce lo fa ricordare e, a buon diritto, annoverare fra i mostri sacri che hanno lasciato un’impronta permanente nella storia del nostro design.
Lombardo di origine, si era diplomato all’istituto superiore di ingegneria a Friburgo, in Germania e dopo laureato al Politecnico della stessa città.
Formazione d’oltralpe quindi ma talento tutto italiano.
Architetto, ancorché designer, entrò in Artemide nel 1959 con il ruolo di direttore Ricerca e Sviluppo, poco dopo la fondazione dell’azienda stessa, avvenuta grazie all’opera di Ernesto Gismondi, ingegnere aerospaziale e Sergio Mazza, architetto.
La filosofia del Gruppo Artemide è chiara sin dagli esordi. Un’azienda che avrebbe dovuto posizionarsi nella fascia alta del mercato, avendo come target di riferimento gli utenti sensibili al valore estetico degli oggetti.
Non a caso è il periodo di Ettore Sottsass e di Memphis che non poca influenza hanno avuto sulla formazione culturale di De Lucchi, coproggettista, insieme a Fassina,del best seller di Artemide.
Innegabile: Memphis ha segnato un prima e un dopo cultura nel nostro Paese.
In un’intervista proprio sulla nascita della Tolomeo, De Lucchi, classe 1951, racconta del rapporto con Gismondi e di una ristretta cerchia di giovani architetti, pieni di speranze che faceva capolino a Ettore Sottsass in via Dei Fiori Chiari a Milano “a quel tavolo dove mangiava ogni giorno a pranzo e a cena”.
E tra questa ristretta cerchia di progettisti con lo sguardo proiettato al futuro nasce l’idea della Tolomeo. Perché la Tolomeo più che un prodotto è un’idea!
L’idea di creare e inventare un nuovo meccanismo, l’idea di usare la Luce.
Sicuramente nell’idea, nel sogno sta il segreto di un oggetto che già nel 2017 ha festeggiato i suoi primi 30 anni, occasione per la quale è andata ad Amburgo, vestita d’oro e che è ancora attualissima.
Oggi infatti la lampada, nelle sue varie versioni, la troviamo nelle case, negli uffici, negli alberghi, sui tavoli degli architetti, persino in ambientazioni cinematografiche e negli studi degli investigatori americani.
Icona del suo tempo, icona di ogni tempo.
Tecnica e domestica, dalla prima versione da tavolo, la Tolomeo ha dimostrato di sapersi evolvere nel tempo pur rimanendo se stessa. Una sfida difficile ma possibile a giudicare dalle statistiche di mercato. Il Gruppo, infatti, ha dedicato alla Tolomeo un’intera azienda.
Artemide è oggi un marchio di riferimento in tutto il mondo, vanto del design made in Italy.
La sua filosofia si è sintetizzata nella frase “The Human Light”, l’uomo al centro della performance di ogni apparecchio per l’illuminazione.
Il Gruppo ha sede a Fregnana Milanese, impiega attualmente circa 750 dipendenti e i suoi prodotti vengono distribuiti in 98 Paesi diversi.
L’ispirazione al progetto venne, come riferisce De Lucchi, nell’osservare i pescatori che pescano con la lenza. Decisive poi alcune sostituzioni di parti metalliche con nylon ad opera di Fassina. Curioso particolare: la lampada conta una sola vite in tutta la struttura e viene tenuta assieme grazie alla tensione delle molle.
Il nome poi…scelto e deciso solo la sera prima che venisse presentata al Salone del Mobile di Milano. E quale poteva essere per un progetto così ambizioso e dalle pretese quasi scientifiche se non quello del famoso astronomo e matematico di Alessandria d’Egitto?
“La Tolomeo è una formula, una filosofia di prodotto”, così la definisce il suo creatore in un’intervista pubblicata su “Lighting Frields” n.6 di Artemide.
Un prodotto capace dopo 30 anni di illuminare con la sua stessa forza il futuro.
E proprio mentre Fassina lascia la scena, Abitare ha deciso di celebrare i 50 anni del deign italiano, dal 1961 al 2011, in occasione del Salone del Mobile di Milano, indiscussa kermesse di riferimento mondiale, del prossimo 14 aprile.
“Un lungo fiume” che inizia con Giò Ponti e termina con gli artisti del nosro decennio. E in mezzo tanta storia fra rivolta e rivoluzione in senso etimologico.
Se guardiamo alla nascita del design italiano, tutto, in un certo senso, ebbe inizio quando venne riconosciuto da chi ci guardava oltreoceano. Era il 1972 e la mostra “Italy: The New Domestic Landscape” curata da Emilio Ambasz al MoMA di New York sanciva il primato del mobile italiano.
Talvolta accusato di elitari età, come avvenne nel caso di Tafuri, tuttavia ad oggi il design italiano rimane comunque una delle più solide strategie anticrisi: nel 2017 le oltre 192.446 imprese europee di design hanno prodotto un fatturato pari circa a 25 mld di euro. Di queste quasi una su sei parla italiano. E’ anche grazie al design se il made in Italy è oggi il terzo marchio più conosciuto al mondo (dopo Coca Cola e Visa).
E mentre il Ministro per i Beni e le attività culturali, Alberto Bonisoli, auspica la possibilità della nascita del primo Museo del design in Italia, il report Design economy conferma che il nostro Paese mantiene un ruolo di leadership nel settore design.
Volendo parafrasare Le Corbousier, secondo un suo concetto espresso “ante litteram”: l’oggetto diventa di design nella misura in cui riesce ad abbandonare la forma semplice e porta la forma nell’ambito di una visione del mondo.
L’oggetto è quello che rimane anche dopo che è crollato il sogno.
Un ribaltamento del punto di vista, una visione che da un piano estetico passa ad un piano etico.
E in siffatto contesto non suonerà certo anacronistico il vecchio, caro adagio: “La bellezza salverà il mondo”?
Emilia Di Piazza
Che cosa sono la cronaca, la storia, la realtà, la comunicazione, la verità, il potere, la politica, il linguaggio? Come funzionano? Come sono cambiati nel tempo? Come sono ora? Che cosa stiamo vivendo? E come?
Sono solo alcune delle domande che, forse, più o meno consciamente ci poniamo, o, forse, ci dovremmo porre.
E, forse, se non per dare delle risposte, ma almeno per suggerire, se non imporre, delle ipotesi, più o meno accreditate, nascono i nuovi mezzi di comunicazione o media.
Cartelloni pubblicitari con lo slogan «Cambia canale. Unisciti alla resistenza» e infine una presentazione ufficiale, hanno annunciato l’arrivo di NSL Media.
In onda dall’11 febbraio 2019 su digitale terrestre, Sky e radio FM, è la prima emittente ibrida italiana, cioè televisione e visual radio insieme.
I contenuti del palinsesto riguardano i temi sensibili della difesa dell’ambiente e del mondo animale, dei diritti umani, della valorizzazione delle arti, delle culture, delle scienze e delle nuove tecnologie. Per tali temi la collaborazione è con le associazioni non governative più conosciute e attive da lunga data, come Medici senza Frontiere, Greenpeace e Sea Shepherd.
Il linguaggio scelto per la comunicazione è quello rock, diretto, libero, ma non per questo superficiale o non professionale.
Sia i fondatori che i conduttori vengono da esperienze variegate e miste che uniscono il sociale con la natura e con lo spettacolo.
Attualmente NSL è in onda sul canale 74 del digitale terrestre nel Lazio, 194 in Lombardia, 816 della piattaforma Sky e 57 di Tivùsat. In radio la frequenza da sintonizzare è 90.0 FM per Roma e per il Lazio. In streaming e tramite App il sito da raggiungere è www.nslradiotv.it. Inoltre è presente su Facebook, Instagram e Twitter.
L’obiettivo da raggiungere per il 2019 è il passaggio al digitale terrestre nazionale.
Per ricordare i tre giornalisti turchi, ieri, condannati da Erdogan (L'efferato) all'ergastolo. Con una ora di libertà (di luce) per ogni giornata di carcere (peggio del 41/bis: carcere duro) Evviva al grande Erdogan (Il Macellaio), ricevuto con tutti gli onori dal "Papa Bergoglio", dal Capo di Stato "Mattarella" , dal Capo del Governo "Gentiloni". Ma esiste la dignità o la vergogna ???? Cicerone affermò che “Socrate fu il primo a fare scendere la filosofia dal Cielo" . Fantastica l'affermazione di Socrate : “io so di non sapere”. È stato il primo che volle morire di "sua volontà", affinché non si proibisse la creatività del sapere e la libera espressione. Sia sulle questioni religiose e sia sulla "Polis", essenza politica della sua Atene. Il processo a lui intentato fu, in primo luogo, un processo politico contro i pensieri di un uomo considerato "nocivo e pericoloso ", perché portava idee nuove ( etica e sofismo morale) e mostrava l’inadeguatezza dei politici (Meleto) al governo della città di Atene. Idee, concetti, discorsi che rappresentavano la Laicità assoluta, abbinata al concetto "primario" della onestà degli stoici. Unita al movimento dei Sofisti, con il quale Socrate era legato. Ciò perché i giovani condividesserro l’interesse per il libero pensare e per le nuove scuole filosofiche, stoiche e sofiste. Che differenza c'è tra Stoicismo e Sofismo??? In senso morale ed eticola Laicità è l'indipendenza asso luta del cittadino da qualsiasi tipo di autorità, l'autorità opprimente politica o l'autorità oppressiva religiosa. Le quali credono di essere le uniche depositarie del diritto divino e civile. Riguardo al diritto divino, infinitamente è stato scritto su Dio. Il Dio che ha creato il nostro Universo. Quindi esiste Dio ma il Dio di tutti. Conseguentemente Dio non può appartenere a una sola religione ma a tutte le religioni. Penso, come persona dotata di una coscienza laica, che bisogna stare sempre in "allerta" quando una politica o una religione o un nuovo modo di governare si trasforma in uno strumento di governo"autoritario" della società.(Basta pensare a Meleto di Atene e alla sua democrazia, già inaridita nella 'Agorà ateniese , e guardare " oggi " alla grande Turchia del massone Ataturk, paese nato laico e massonico e ora Ultra mussulmano e Ultra totalitario ) La laicità di uno Stato si concilia sulla differenziazione tra il potere temporale e il potere spirituale. Il potere temporale è demandato agli stati che sono sovrani e padroni di se stessi.Il potere spirituale è appannaggio della Chiesa. L'importante è che si rispetti la libertà di pensiero e la libertà di culto, per tutti. Sempre e per sempre. Evviva al grande"delinquenziale" Erdogan.
Nel 2016 Enzo Bianco, Sindaco di Catania, come sempre patrocinato dall’avv. prof. Giovanni Grasso (che è anche avvocato pagato dal comune), decise di denunciare penalmente “Catania Bene Comune”, uno dei pochi soggetti di opposizione all’amministrazione comunale. Oggetto della denuncia un comunicato inviato alla stampa nel quale si esprimeva l’opinione politica di un soggetto politico. Un comunicato diffuso all’indomani della pubblicazione dell’intercettazione della telefonata tra il su detto sindaco Enzo Bianco, allora candidato Sindaco, e Mario Ciancio, in attesa di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa, in merito all’approvazione del PUA, progetto di cementificazione del litorale catanese. E Insieme a “Catania Bene Comune”, il Sindaco di Catania, denunziò il quotidiano “Iene Sicule”, diretto da Marco Benanti, colpevole di essere una delle testate giornalistiche ad aver riportato le parole di “Catania Bene Comune”.
La Procura di Catania chiese l’archiviazione non ravvisando alcun reato, ma Enzo Bianco si oppose e il 4 febbraio è arrivata la decisione del GIP Salvatore Ettore Cavallaro: Benanti e Iannitti devono andare a processo. Per il Gip la notizia e' "tale da'suggerire' e diffondere una 'notizia' nuova ed ulteriore, tuttavia non riscontrata, ossia la contiguita' di Bianco con ambienti mafiosi".
Il tentativo di utilizzare la giustizia penale come strumento di intimidazione politica e di censura dell’informazione è gravissimo, inaccettabile, incompatibile con qualsiasi sistema democratico.Un sindaco che pensi di reagire a critiche ed opposizioni con l’arma intimidatoria della querela, arrivando persino ad opporsi alla richiesta di archiviazione della Procura non è indice di saggezza. Sono passati oltre due anni e due cittadini per bene, il leader politico di opposizione Matteo Iannitti ed il giornalista Marco Benanti, sono ancora sotto processo per una cosa assurda, mentre chi ha causato il dissesto della città e, come ormai acclarato dalla Corte dei Conti, falsificato per anni i bilanci pubblici, risulta ancora a piede libero e neanche indagato.
In Italia i giornalisti che hanno subito minacce, abusi e altri attacchi dal 2006 a oggi sono 3.722. Troppi per ricordarli tutti. La libertà di stampa è sotto attacco: 445 aggressioni fisiche nell'Ue dal 2014 al 2018, con l'Italia in testa alla classifica. E poi, secondo il report Demonishing The Media, ci sono gli omicidi e le molestie online. E nel mondo, spesso, i più in pericolo sono i cronisti locali.
La Free Lance International Press esprime tutta la sua solidarietà agli indagati per diffamazione, sapendo bene quanto costi, anche solo in termini di tempo, subire queste violenze spesso intimidatorie: giorni e giorni, mesi, anni persi tra notifiche, identificazioni, interrogatori, udienze. Uno scandalo!
l'associazione, non essendo in grado di valutare realmente i fatti , e l'attendibilità di chi ha proposto l'articolo, non essendo iscritto alla medesima, si dissocia dai contenuti del medesimo.
Il presente elaborato, ha lo scopo di analizzare quanto appreso dalle videolezioni del corso di giornalismo investigativo organizzato dalla Free Lance International Press, con la realizzazione finale di un articolo dal taglio di giornalismo investigativo. Ho scelto di occuparmi del caso Donato Bergamini, giovane promessa del Cosenza calcio, che per quasi tre decenni, fatto passare per suicidio.
Premesso che l’Italia, in particolare, non è un Paese abituato all’inchiesta. Eppure, nonostante tutto, non sono pochi gli ardimentosi giornalisti che intraprendono il malagevolo sentiero dell’inchiesta. Il giornalismo d’inchiesta ha temperamenti ben specifici, e prima di ogni cosa non va confuso con la cronaca giudiziaria: essa semplicemente divulga un’inchiesta svolta da altri organi, come, per esempio, la magistratura.
Gli ingredienti del giornalismo d’inchiesta sono pochi ma importantissimi:
Il primo, è la curiosità. Una buona parte di occhio interessato e critico porta a voler scavare in profondità i fatti del nostro sentire quotidiano, se la loro superficie non è limpida come dovrebbe.
Secondariamente, le altre fondamentali materie prime sono le fonti. Quanto più dirette e confidenziali possibili, le fonti rappresentano per ogni giornalista d’inchiesta la base del lavoro e la prova di veridicità riguardo le tesi sostenute. La materia di indagine si ricava tramite ricerca in database pubblici, attività di ricerca presso Enti dello Stato fino ai contatti con i diretti interessati, in cui il giornalista non manca di giocare d’astuzia per ottenere le informazioni che suppone esistere. La ricerca della verità passa anche attraverso il bluff e sottili espedienti, che permettono spesso al giornalista di crearsi da sé le fonti necessarie.
A grandi linee, va aggiunto il coraggio. Il coraggio di indagare e denunciare i “poteri forti”, che siano essi lo Stato, la Chiesa o la mafia; ma soprattutto il coraggio di assumersi personalmente tutte le variabili del rischio. Infine, come per ogni cosa, è la passione che unisce il tutto. Benché i titoli delle grandi inchieste tormentino le nostre menti a causa della ripetitività con la quale sono riportati nei giornali e alla tv, spesso non conosciamo chi ha contribuito a portare alla ribalta questi scandali.
Capita perché il giornalista d’inchiesta è per sua natura silenzioso, lascia che sia il suo lavoro a imporsi e parlare per lui. Ha compreso, prima degli altri, che fare rumore è caratteristica delle buone notizie, non dei buoni giornalisti. Ecco perché, rivalutando il giornalismo investigativo, potremo riscoprire l’essenza più genuina e profonda del giornalismo stesso.
Allora Perché dovrebbe interessarci il giornalismo d’inchiesta? Discuterne significa riflettere sul passato, ma più di ogni altra cosa sul presente e sul futuro del mondo della comunicazione giornalistica. Il giornalismo d’inchiesta è diverso dal normale giornalismo d’informazione in quanto ipotizza un lavoro di ricerca della “notizia” con un approfondimento ben superiore a quello che è necessario nel trattare qualsiasi altra notizia o evento di cronaca. E’ quel giornalismo che non si salda ai comunicati stampa e alle dichiarazioni ufficiali, ma scava in profondità alla ricerca di notizie importanti per la collettività.
Il giornalismo per essere investigativo, deve essere approfondito e legato all’indagine del cronista, il quale deve analizzare documenti e intervistare testimoni. Quello che più conta, tuttavia, è l’attendibilità delle dichiarazioni: l’autore di un’inchiesta raccoglie più fonti possibili per mettere insieme elementi inconfutabili su un tema di rilevanza pubblica di cui, spesso, qualcuno vuole tenere segreti alcuni particolari. Certo, non mancano i professionisti che sostengono che tutto il giornalismo sia per sua natura investigativo, in quanto la ricerca delle notizie implica la ricerca dei fatti.
In realtà, la differenza esiste. Infatti, il termine inchiesta implica un’indagine approfondita, volta a carpire quanto normalmente sfugge alla cronaca e il giornalismo investigativo si caratterizza proprio per la volontà di rivelare vicende nascoste. A tutto ciò si aggiungono altri fattori che rendono il giornalismo investigativo particolarmente difficile, quali la necessità di avere a disposizione molto tempo, un’adeguata preparazione, disponibilità finanziaria della testata, nonché un solido editore di riferimento.
Per capire meglio la differenza si potrebbe affermare che mentre il lavoro del reporter ordinario è riportare che qualcosa è accaduto, la sfida del reporter investigativo, al contrario, sta nello scoprire il perché. Il giornalista d’inchiesta ha come punto di riferimento il lettore al cui servizio si pone con l’unico fine di fornirgli un’informazione approfondita, puntuale e corretta, fatta di dati oggettivi, ma anche di notizie analizzate, in base ai costumi della società del momento.
Il fatto che il giornalista d’inchiesta si ponga come obiettivo principale quello di essere al servizio del lettore significa che egli, pur indagando e acquisendo documentazione su quanto è oggetto del suo interesse, non è un inquirente e non può e non deve sostituirsi alle forze di polizia giudiziaria né tanto meno alla magistratura. Il suo fine, infatti, è promuovere una presa di coscienza dell’opinione pubblica riguardo ad una particolare situazione o vicenda, al fine di far maturare in essa una certa capacità critica di discernimento della realtà.
Luigi Schiavone
Dopo il crollo, a Genova, del Ponte Morandi, sembra che all’improvviso si sia risvegliato l’interesse per lo stato delle infrastrutture nel nostro Paese. Come al solito, purtroppo, solo una tragedia (spesso drammaticamente annunciata) riesce a smuovere gli animi e, soprattutto, le istituzioni. Ancora peggio che il giusto risalto ai problemi si debba consegnare all’operato di trasmissioni televisive, piuttosto che a quello degli specialisti del settore, che da sempre si occupano di monitorare e denunciare il degrado di strade e ponti (ma non solo). Un mal costume tutto italiano che in quest’occasione vogliamo “rovesciare”, chiamando in causa un attivista da anni in prima linea con progetti che si occupano della tutela ambientale, con un occhio di riguardo all’Abruzzo dell’ormai famigerata Strada dei Parchi, Augusto De Sanctis.
Augusto, chiariamo subito la questione A24/A25, il rischio di crolli è davvero così imminente e probabile, come abbiamo scoperto in queste ultime settimane?
Noi abbiamo un enorme problema, che in termini economici ha una rilevanza pari a circa tre miliardi di euro. I viadotti in questione non sono adeguati alle nuove normative antisismiche, come d’altronde moltissime altre infrastrutture sparse per l’intero territorio nazionale. Purtroppo molti piloni sono al momento degradati, perché le opere furono edificate negli anni ’70 e da allora non sempre sono state sottoposte a un’adeguata manutenzione. I necessari lavori hanno ovviamente bisogno di una certa tempistica che è condizionata proprio dallo stato attuale dell’usura. Eventuali terremoti, di conseguenza, potrebbero fare al momento danni laddove la manutenzione è stata finora insufficiente. Attualmente le autostrade in questione, nei tratti sottoposti a verifica da parte del gestore, hanno valori dell’indice di sicurezza in molti casi di poco superiori al minimo e in tre casi addirittura al di sotto. Dati, peraltro, ritenuti non attendibili dai tecnici del Ministero.
Come si è potuti arrivare a una tale, catastrofica, situazione?
Bisogna precisare che noi ci occupiamo delle autostrade già da molti anni, impedendo il mega progetto che avrebbe bucato tutte le montagne abruzzesi per un nuovo tracciato. I cittadini ci avevano già segnalato alcuni viadotti fatiscenti, come quelli di Isola del Gran Sasso, ma solo pochi giornali locali ne avevano divulgata la notizia. Poi c’è stato il crollo del Ponte Morandi, che ha creato un effetto mediatico tale da far muovere anche le testate più famose, come la trasmissione Le Iene. Io mi sono recato personalmente a visionare questi viadotti, con un nostro ingegnere e tornando a casa, benché sia abituato a seguire situazioni notoriamente dolorose, come la mega discarica di Bussi, devo ammettere che mi sono sentito sconvolto. Anche le immagini, che pur da sole fanno indignare, non possono traumatizzare quanto toccare con mano il calcestruzzo e vederlo sgretolare. Oltre all’impatto emotivo, va rilevato che si solleva anche un moto di rabbia, perché queste autostrade furono realizzate dai nostri padri, a fronte di enormi investimenti di denaro pubblico. Vederle ridotte in tali condizioni, tra l’altro con pedaggi così esosi, indigna parecchio. Si è discusso molto dell’operato di Danilo Toninelli, ma chi dovrebbe dare delle risposte sono soprattutto i suoi predecessori. L’attuale ministro ha però parlato di situazione eccezionale, dopo aver inviato i suoi ispettori, come se questi controlli non si potessero eseguire, ma non è così, basta leggere la convenzione per appurare che, in fondo, chiunque si poteva recare, in qualsiasi momento, a visionare lo stato delle infrastrutture. A nostro avviso ora il Ministero dovrebbe ordinare una verifica da parte di un organismo completamente pubblico.
Qual è quindi la prospettiva futura per questi tratti?
Visti gli indici di rischio citati, ammesso e non concesso che descrivano l’esatto livello di sicurezza, certamente c’è bisogno di un intervento radicale. Che la manutenzione ordinaria sia mancata è sotto gli occhi di tutti, quindi il fattore tempo incide parecchio, perché non possiamo sapere quando il territorio sarà sottoposto a un nuovo terremoto. In Abruzzo ciclicamente avvengono scosse telluriche che possono raggiungere anche i 7.5° della scala Richter, molto rare in verità, mentre più frequenti sono quelle al di sotto dei 6°, per cui la questione è sapere se anche in seguito a queste le strutture potranno cedere. Oltretutto il degrado non si arresta mentre noi ne stiamo discutendo, ma proseguirà finché non s’interviene, di conseguenza appare evidente come i rischi aumentano, per l’appunto, con il trascorrere del tempo. Ecco perché la tempistica degli interventi a mio avviso sarà fondamentale. Auspico quindi un nuovo e motivato impegno civile da parte di tutti i cittadini, se davvero si voglia provare a risolvere questa e altre drammatiche situazioni. Non si può pensare che il peso, vi garantisco molto oneroso, di denunciare tutto ciò che non
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Augusto DeSanctis (a sin.) e Fabio Rosica |
funziona, debba passare solo attraverso il lavoro delle associazioni, ormai gravate di un peso eccessivo, visti anche i tanti impegni cui bisogna far fronte.
I recenti avvisi di garanzia che la Procura di Teramo ha emanato nei confronti di sei tecnici, hanno definitivamente legittimato la necessità di fare chiarezza sui supposti inadempimenti manutentivi delle autostrade A24 e A25. Dalle parole di Augusto De Sanctis, comunque bilanciate e avulse da facili speculazioni di carattere “spettacolare”, che evidentemente non gli appartengono, abbiamo percepito quali e quanti siano i rischi che stiamo correndo. Infatti, oltre a quelli, facilmente immaginabili, che ci inducono a temere altre tragedie annunciate, ci sono le possibili ripercussioni economiche e sociali, dovute a un’eventuale chiusura, anche se temporanea, di quei tratti. Lì dove transita una linea ferroviaria con un unico binario, è facile immaginare che tale prospettiva riporterebbe l’Abruzzo e gran parte del Centro-Sud Italia, indietro nel tempo fino agli anni ’50. Anche da parte nostra, pertanto, l’invito rivolto alle istituzioni e ai concessionari si concentra in quest'unica frase: fate in fretta e fate bene.
“Occorre avere la modestia e la prudenza di riconoscere che non tutto è per noi spiegabile”
Tra Etruschi e Appiani - Da qualche tempo a questa parte, a seguito delle precisazioni sempre più a carattere stringente sulla arbitrarietà della decisione di trasformare l’ipogeo di Marciana in una fantasmagorica zecca del Principato di Piombino, appare del tutto evidente che le azioni che la Pubblica Amministrazione della Provincia e della Regione dovranno intraprendere saranno quelle di ripristinare un patrimonio archeologico del nostro Paese, sottraendolo all’uso a cui finora è stato destinato. Anche nella passata stagione estiva i fantasmi dei Principi Appiani, evocati dagli artefici della zecca, hanno guidato i visitatori a pagamento, all’interno del museo colà allestito, dove di sicuro gli accompagnatori avranno saputo illustrare la storia di questa fucina nella quale venivano coniate le preziose monete.
Chi ha contribuito direttamente o indirettamente a mantenere le cose come stanno all’interno dell’ipogeo in cui è stato allestito il museo della zecca, è il Prof. Luigi Donati, che com’è noto è un esperto di archeologia etrusca, il quale è stato incaricato dalla Soprintendenza di Firenze di esprimersi sulla natura dell’ipogeo di Marciana.
Egli si è quindi recato in trasferta all’isola d’Elba prendendosi il tempo necessario per esprimere in modo compiuto il risultato della sua indagine tecnica e, aggiungeremo noi, logica del suo pensiero.
L’ esperto incaricato - Che cosa poteva mai rappresentare oltre la stessa evidenza, anche agli occhi del professor Donati quel luogo tetro a Marciana, nella rievocativa via della Tomba, scavato nel profondo del durissimo granito e improntato evidentemente dal committente alla indistruttibilità, per non dire all’eternità? Sembrava, infatti, una delle solite formalità da confermare piuttosto che da analizzare, a meno che non fossero subentrati ulteriori dettagli che al momento non sono conosciuti e che hanno indotto il Prof. Donati a decidere di non decidere.
Dalla lettura di alcuni passi della sua relazione e di un suo articolo su questo argomento, si evince infatti che egli sia stato colpito da una sorta di sindrome di Stendhal in negativo, tanto da non saper esprimere ciò che per le sue formali qualità professionali, è stato ritenuto capace di gestire nell’interesse pubblico in qualità di segretario generale dell’Istituto di Studi Etruschi di Firenze.
In conclusione egli inoltra alla Soprintendenza di Firenze una sorta di relazione nella quale, dopo aver avuto la possibilità di vedere e rivedere in lungo e in largo tutti i particolari architettonici – compresi i graffiti di Fig. 2 - all’interno delle pareti, non si pronuncia. Proprio il contrario di quanto ha fatto il Prof. Michelangelo Zecchini in una mirabile opera di archeologia comparata, nella quale ad esempio, vengono confrontati, finanche nell’orientamento, i particolari architettonici della tomba etrusca di Castellina in Chianti, più uguale che simile a quella di Marciana, Fig 3.
La ratio del quesito - ll Prof. Donati, si è soffermato sui dettagli che non ha visto, anche se avrebbe potuto in qualche modo osservare un po’ meglio, ma che non superano come dimensioni circa il 5%, dell’intero ipogeo, per affermare: «Forse, da un'accurata esplorazione degli ambienti che esistono sul lato sinistro del complesso (che non ho potuto visitare) potrebbe venire qualche ulteriore informazione”.
Ma quell’ altro 95% comprensivo dei particolari architettonici e decorativi che invece ha visitato, non è stato sufficiente? Lo stesso Prof. Donati è divenuto così, modestamente insicuro da non essere in grado di riferire sulla natura dell’ipogeo?
Egli tuttavia qualcosa fa, riportando il pensiero di altri secondo cui, l’ ipogeo potrebbe essere un luogo di conservazione della neve, ovvero una neviera, tralascia di indicare, come superflui, i particolari e le caratteristiche tipiche di una neviera come qui in Fig.1; caratteristiche che avrebbero sicuramente dissuaso con raccapriccio molti altri dal riportare un’ ipotesi di questo genere.
Ma non finisce qui. Il Prof. Donati, non riuscendo a esprimersi nella sua materia, per la quale è stato inviato all’Isola d’Elba, riferisce anche di un’altra tesi, secondo cui l’ipogeo in questione, scavato a mano nel granito sicuramente in molti anni di duro lavoro, poteva essere stato concepito ad uso di “un approntamento, una sorta di caveau, facente parte della locale zecca” Fig. 1.
Ovviamente, si potrebbe anche aggiungere che a prescindere dalla porta, le pareti dell’ ipogeo sono a prova di furto e non solo; avvalendosi infatti, della forma tipica degli ambienti costruiti per questo scopo, alla fine del corridoio vi è anche la scelta preferenziale della cella di destra o di quella di sinistra che danno maggior senso all’architettura per depositare in una il materiale da conio e nell’ altra le monete realizzate; Fig.3.
Neviera, zecca o tomba di pari dubbio - Per le ragioni viste sopra, il Prof. Donati impronta alla prudenza il suo pensiero, dando appunto la medesima probabilità di errore ai suoi “dubbi che in definitiva hanno ragione di esistere ma che non sono più circostanziati e numerosi di quelli che impediscono ad un etruscologo di riconoscere un monumento di sua competenza”.
Per renderci conto quali siano i particolari architettonici che esprimono per il Prof. Donati il medesimo livello di dubbio interpretativo, basta osservare la differenza architettonica tra l’ipogeo di Marciana e una tipica neviera; poi la differenza tra l’ipogeo e una zecca dove all’ interno poteva esserci, come detto sopra, una sorta di caveau e infine, l’ipogeo di Marciana e la tomba etrusca di Castellina che al Prof. Donati ha suscitato i medesimi dubbi del caveau della zecca e della neviera.
Sono proprio questi amletici scrupoli professionali, per i quali egli conclude con questa responsabile decisione che ricorda quella che nei tempi di Cristo a Gerusalemme divenne celebre, e che egli esprime in questi termini : “In conclusione, di fronte a casi complessi come questo, occorre avere la modestia e la prudenza di riconoscere che non tutto al momento è per noi spiegabile, nella speranza che qualche confronto o qualche novità fortunata portino altri elementi chiarificatori».
Abbia speranza il Prof. Donati.
Perché le banche non fanno la concorrenza alle fondazioni e alle case d'asta sul mercato dei dipinti del 900?
Le banche sembra abbiano poca visione del futuro. In Italia, per esempio non ve ne è una che sia in grado di concorrere sul mercato dei dipinti del 900. Eppure potrebbero guadagnare di più. E allora?
Facciamo delle considerazioni chiarificatrici, tanto per sgombrare il campo da ogni dubbio.
In Italia ed in Europa, ma non negli Usa, fondazioni e comité di artisti del 900 hanno il potere di sentenziare, in esclusiva, su quadri e sculture di artisti del periodo, perché, altrimenti, senza una loro approvazione le case d'asta non accetterebbero la vendita delle opere.
Le fondazioni sono gestite dai parenti degli autori, che le hanno fondate, e fanno il buono e cattivo tempo sul mercato, con esperti scelti da loro stessi. Perché?
Le case d'asta, invece, che hanno i loro esperti, non contano nulla, se non solo per indicare il valore di vendita dell'opera. Ma come è possibile che ciò accada?
Cosa succede, quindi, se per caso si eredita un'opera del 900 non autenticata, e le case d'asta si rifiutano di venderla, anche se si presentano attestati di esperti d'arte nazionali o internazionali?
Che gli esperti esterni alle fondazioni sembrano non contare nulla.
La legge italiana sulle fondazioni è ancora ferma al periodo del fascismo, per cui avrebbe bisogno di una bella revisione, ma tra i vari parlamentari, a nessuno interessa. Perché?
Giochini di potere. Qualche piccola casa d'asta, in presenza di attestati di primari esperti, provano a vendere l'opera a quattro soldi rispetto al reale valore di mercato, se ci fosse l'avallo della fondazione di riferimento. Poi, può accedere che su segnalazione alla fondazione di competenza, questa acquisti l'opera sottobanco, ancor prima di essere messa all'incanto, e successivamente approvi l'opera stessa per poi rivenderla al di mercato, guadagnandoci un sacco di soldi.
E su queste storture del mercato, forse, sarebbe necessario l'intervento della magistratura.
Negli Usa, invece, le fondazioni, per legge, non possono rilasciare alcuna autenticazione , ma solo promuovere le opere degli autori di loro pertinenza, con convegni, esposizioni,ecc.
Dunque, il mercato, italiano ed europeo, risultano drogati dal potere che hanno le fondazioni, senza alcun merito, e da case d'asta accondiscendenti che seguono come cagnolini il loro padrone.
E le banche? Se si dessero una smossa, forse il mercato dell'arte potrebbe essere più fiorente, e scalzare il potere delle fondazioni.
Come? Facendo valutare le opere da propri esperti, scavalcando le fondazioni stesse, ed inoltre, su stime fatte dai loro esperti, concedere un anticipo sul valore presunto a chi lo richiede.
Ma come sopravvivono le fondazioni? Per ogni quadro, già catalogato da loro, e che viene venduto all'asta ricevono il 4% sul valore di acquisto, praticamente a vita.
Chi è in grado di spezzare questa catena dell'arte?
Dulcis in fundo. Le opere ante 900, dove non esistono fondazioni, si vendono all'asta solo con l'avallo degli esperti qualificati esistenti sul mercato.
E' bene ricordare che recentemente un'opera attribuita a Leonardo da Vinci è stata venduta negli Usa a 450 milioni di dollari, proprio da una casa d'asta internazionale. E se per caso, ci fosse stata una fondazione, l'opera poteva anche valere quattro soldi.
Ed allora, perché le fondazioni debbono avere l'esclusiva del mercato?
Dove non ci sono fondazioni gli esperti valgono, altrimenti no. Qualcuno è in grado di interrompere questo gioco delle parti?
“Premio Italia diritti umani 2018” ®
Dedicata alla memoria dell’ ex Vice-presidente della Free Lance International Press Antonio Russo.
Aula Magna della facoltà valdese di teologia
Via Pietro Cossa 40 (piazza Cavour) ROMA
ROMA 14 Ottobre 2018
Il Premio Italia Diritti Umani nasce dall’esigenza da parte delle associazioni coinvolte di voler dare un giusto riconoscimento a coloro che, per la loro attività, si sono distinti nel campo dei diritti umani. In un mondo in cui il profitto sembra essere lo scopo ultimo di ogni intento, bisogna sostenere chi lotta veramente, sacrificando spesso gran parte (o del tutto) la propria esistenza per aiutare il prossimo. I Mass Media spesso non prestano la dovuta attenzione al tema dei diritti umani, se non in maniera superficiale. È giunto quindi il momento, non solo di dare un giusto riconoscimento a chi lotta per la difesa dei più deboli, ma anche di parlare su come possano essere tutelati meglio questi diritti che, anche in paesi come l’Italia oltre che all’estero, sono sistematicamente violati, soprattutto nei confronti dei più deboli.
In collaborazione con - Amnesty International – sezione italiana e Cittanet
PROGRAMMA
Moderatrice e presentatrice del premio: Neria De Giovanni, Free Lance International Press, Presidente dell’Associazione Internazionale dei Critici Letterari.
Interventi
Antonio Cilli: Cittanet founder
Mobile e video, un nuovo modo per fare giornalismo - Ore 16.10
Emanuela Scarponi - agenzia di stampa Africanpeople
Diritti umani in Africa - Ore 16,20 –
Maria Elena Martini – Presidente Ass. Arte e Cultura per i Diritti Umani
Educare ai Diritti Umani - Ore 16.30
Riccardo Noury - Portavoce Amnesty Italia
Le periferie dimenticate del mondo - Ore 16,40
Buffet ore 16.50
Ore 17.10 - L’associazione Artisti civili presenta un estratto da
“Denunciami pure”
di e con Ferdinando Maddaloni e Katia Nani
ore 17,30
PREMIO ITALIA DIRITTI UMANI 2018
- Consegnano i premi e leggono le motivazioni gli attori:
Elena Di Cioccio, Alessandra Izzo, Domenico Macrì, e lo scrittore Paolo Di Orazio
Donate opere degli artisti:
Isabella Scucchia, Nastasya Voskoboynikova, Liliya Kishkis Marotta, Guia Muccioli
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