
L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni. |
22.04.2017 -Lo scorso 21 aprile è stato presentato a Torino presso il Centro di Studi Sereno Regis il primo libro in italiano dell’agenzia stampa internazionale per la pace e la nonviolenza Pressenza. Un libro che raccoglie editoriali, interviste e alcune foto del periodo 2014-2016 dell’edizione italiana di Pressenza, sull’esempio delle due edizioni già uscite in spagnolo negli anni scorsi.
Un incontro molto stimolante che tanto per gli interventi dei relatori quanto per quelli del pubblico presente ha dimostrato una volta di più l’importanza e il valore di offrire, specie in questo momento storico, un giornalismo per la nonviolenza e un tipo d’informazione sganciata dal mainstream e dalla subordinazione alle logiche di sistema.
Tra gli intervenuti Olivier Turquet, coordinatore della redazione italiana dell’agenzia, ha dapprima parlato della nascita di Pressenza nel 2009 per l’esigenza di accompagnare l’esperienza della prima Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza e successivamente ha sottolineato l’efficacia d’informare, su tematiche molto spesso oscurate, se non addirittura censurate, tessendo una rete internazionale di professionisti che prestano gratuitamente la propria opera.
Murat Cinar, giornalista turco, ha raccontato delle sua esperienza di crescita personale e professionale all’interno di Pressenza che gli ha consentito di vivere e praticare un ambito di lavoro libero, orizzontale e partecipativo dove molto spesso l’informazione si costruisce intorno ad una vera e propria intelligenza collettiva. “Una vera palestra professionale per me” ribadisce a più riprese Murat Cinar che conclude sottolineando come l’approccio giornalistico di Pressenza lo abbia anche invogliato a “impegnarsi a scrivere di quelle realtà positive e sconosciute della Turchia delle quali nessun scrive e che non riescono ad emergere nel panorama distruttivo dell’informazione tradizionale”.
Ed è proprio questo uno dei punti di forza di Pressenza così come sostiene nel suo intervento un’altra redattrice, Anna Polo, che da anni porta avanti un’idea di giornalismo divenuto essenziale per chi lavora e collabora con l’agenzia. “Illuminare l’oscurità, raccontare delle tante luci esistenti, ma sottaciute dal giornalismo del vecchio mondo, che danno una speranza all’umanità” dice ripetutamente riportando puntualmente degli esempi concreti di cui ha scritto e e di cui si è occupata quasi esclusivamente Pressenza.
Fare Rete e fare giornalismo per la nonviolenza denunciando da un lato su tematiche cruciali spesso dimenticate dal mainstream e dall’altro valorizzare il cammino di tante donne e uomini del mondo che militano e si attivano concretamente e quotidianamente per costruire un nuovo mondo e un nuovo umanesimo.
Infine è la volta del professor Massimo Zucchetti che esalta il valore sociale e culturale del lavoro svolto giorno per giorno da Pressenza che inolte lo colpisce positivamente per la capacità di copertura internazionale su temi primordiali come la nonviolenza, il disarmo, la non discriminazione, la pace e i diritti umani.
“Fare informazione come fa Pressenza serve ad altri per fare azione e condividere le conoscenze”, dice il prof. Zucchetti che continua poi “anche attraverso il giornalismo nonviolento la nonviolenza s’insedia nell’interno della coscienza collettiva. Questo è un cammino cruciale di cambiamento”.
Un lavoro minuzioso, quello di Pressenza, che dà luce alla diversità e dà spazio alla speranza. Un lavoro le cui fondamenta risiedono nella passione delle intelligenze e nel credo umanista dei suoi collaboratori.
Dario Lo Scalzo
Giornalista, scrittore e videomaker. Ha un background professionale nel mondo bancario, del microcredito e dell'organizzazione aziendale e da anni si occupa principalmente di Diritti Umani e Nonviolenza. Ha scritto per Terranauta e per Il Cambiamento (editorialista e ideatore della rubrica "Storie Invisibili") e ha anche collaborato con altre testate on-line (Girodivite) e cartacee (Left Avvenimenti, Il Clandestino con permesso di soggiorno). Attualmente fa parte della redazione italiana di Pressenza.
26.04.2017 - Pubblicato da Reporters Senza Frontiere il Rapporto mondiale sulla libertà di stampa, giunto alla sua 16° edizione. Nella classifica dei 180 paesi esaminati l’Italia è al 52° posto, guadagnando 25 posizioni dal 77° posto in classifica dello scorso anno. Norvegia, Svezia e Finlandia ai primi posti, ultima la Corea del nord. Tuttavia il rapporto rileva un crescente numero di paesi in cui la libertà di stampa è gravemente indebolita dall’erosione della democrazia, e non solo in paesi sotto regimi dittatoriali o autoritari: “Abbiamo raggiunto l’era della post-verità, della propaganda e della soppressione delle libertà – specialmente nelle democrazie”, afferma il rapporto.
I criteri utilizzati per la compilazione del rapporto sono il pluralismo e l’indipendenza dei media, l’autocensura, il quadro normativo di riferimento, la trasparenza e la qualità dell’infrastruttura a supporto della produzione di notizie e informazione. I dati vengono acquisiti grazie a un questionario tradotto in 20 lingue e inviato a giornalisti e specialisti del settore nei 180 paesi coinvolti dalla ricerca. Esiste anche un indicatore relativo all’intensità degli abusi e delle violenze esercitati contro operatori del settore nel periodo valutato. Un colore diverso è assegnato a ogni categoria: bianco (buono), giallo (abbastanza buono), arancio (problematico), rosso (non buono), nero (pessimo).
La situazione in Italia, secondo il rapporto, vede i giornalisti messi sotto pressione dai politici, oltre che da gruppi mafiosi e bande criminali locali, e sempre più portati all’autocensura, con una nuova legge che punisce con 6-9 anni di carcere chi diffama politici, giudici o pubblici funzionari. In Italia, inoltre, “il livello di violenza – includendo intimidazioni verbali e fisiche – è allarmante”.
Per gentile concessione dell'agenzia di stampa Pressenza
Giovedì 20 aprile 2017 è una data che gli studenti deI Liceo Artistico “F. Russoli"di Pisa ed i ricercatori dell’Area della Ricerca del C.N.R. di Pisa, non dimenticheranno mai.
Salvatore Borsellino, fratello di Paolo Borsellino, magistrato “eroe” ucciso dalla mafia nel 1992, è stato il ‘protagonista’ dell’evento “I giovani e la legalità”. L’incontro tenutosi nell’Auditorium del C.N.R., patrocinato dalla Prefettura e dal Comune di Pisa, si è aperto con la proiezione di un toccante cortometraggio sulle stragi mafiose di Capaci e di Via D’Amelio .
Il breve documentario proiettato in sala, è una cronistoria dell’attività di lotta alla criminalità mafiosa svolta dai due magistrati ed amici Falcone e Borsellino, prima che la mafia stessa li uccidesse.
Dopo l’apertura del convegno, introdotto dal Responsabile dell’Area della Ricerca di Pisa, Ing. Ottavio Zirilli, ed il successivo intervento del Prof. Alberto di Martino, Docente Diritto Penale Scuola Superiore Sant’Anna Pisa, ha iniziato a parlare Salvatore Borsellino.
L’emozione ed il ricordo di quei tragici giorni hanno rapidamente coinvolto tutti i presenti, ed è stato come fare un salto indietro nel tempo di 25 anni. Gli studenti - ragazzi che in quegli anni non erano ancora nati - sono rimasti in silenzio, attoniti, impietriti e profondamente colpiti dalla memoria urlata con ‘rabbia’ e ‘sete di giustizia’ da Salvatore Borsellino. Il fratello di Paolo, ha chiesto ancora una volta ‘giustizia’, la stessa che chiede e pretende da anni e che ancora non ha avuto.
I vari processi e le indagini sulla strage di Via D’Amelio sono infatti ancora in corso e la verità sui ‘veri’ mandanti di questa strage e quella di Capaci, non è ancora stata accertata. Il riferimento è al processo sulla trattativa “Stato - Mafia”.
Salvatore Borsellino è riuscito a trasmettere in modo netto, incisivo ed emozionante quella che è diventata la sua Missione di vita, ossia trasmettere alle giovani generazioni una cultura della legalità, contro tutte le mafie.
Borsellino prosegue come in un ‘passaggio di staffetta’ l’impegno verso i giovani intrapreso dal fratello Paolo. Ne porta il peso con passione, incitando gli studenti ad avere una responsabilità profonda verso la denuncia e l’annientamento dei sistemi mafiosi che incancreniscono il nostro Paese.
Il C.N.R. di Pisa e le scuole pisane a fine convegno hanno invitato nuovamente Salvatore Borsellino per un prossimo incontro, che certamente abbraccerà non solo il Liceo Artistico, bensì tutte le scuole superiori pisane e di nuovo le Istituzioni.
Da quarant’anni si dedica all’informazione radiofonica e, c’è da dire, che se i media prendessero esempio da Filippo D’Agostino, vivremmo nel benessere diffuso, in un paese dove la giustizia non verrebbe considerata ingiustizia, dove i politici servirebbero il popolo e non loro stessi e la questione della criminalità verrebbe risolta alla grande. Filippo D’agostino è il titolare di “Radio BR2”, che trasmette da Sant’Arcangelo, paese di 6.500 anime in provincia di Potenza. E’ ben voluto da tutti, sa come si fa una radio, sa bene che i migliori giornalisti sono le persone che da quarant’anni ascoltano le sue trasmissioni, rifiuta qualsiasi tessera di partito, compresa quella dell’ordine dei giornalisti: è per la libera informazione senza se e senza ma. Dal 2005 è socio della Free Lance International Press. La terra di Basilicata deve molto a quest’uomo che, con caparbietà e tenacia, da decenni difende la dignità e l’onore delle sue genti. E’ un personaggio scomodo.
Filippo, Le tue vittorie , i tuoi scoop principali?
Forse il più importante da un punto di vista mediatico ma, di converso, abbiamo subito in famiglia minacce e altro, è stato il caso dell’usura in Val D’acri nel quale allora fu coinvolto il cardinal di Napoli Giordano. Questa inchiesta, se non erro, scoppiò nel 97’, proprio attraverso le denuncie che partivano da questa emittente, attraverso gli usurati stessi che lamentavano un certo comportamento da parte di un ex direttore di una filiale del Banco di Napoli, collegato con alcuni componenti della famiglia del cardinale. Ciò comportò grande pericolo per me e la mia famiglia.
Hai subito minacce?
Si, molte minacce: una sera ero in radio, ricordo che c’era la neve fuori; all’improvviso entrarono nella vecchia sede della radio due elementi di cui uno era un tossico con un coltello. Riuscii a sfuggire per un attimo e ad avvicinarmi all’ingresso della radio, in quanto l’ambiente era molto piccolo, e a scappare fuori, ma uno di loro mi rincorse per il paese con il coltello in mano e, cosa che più mi colpì, nessuno alzò una mano per aiutarmi anzi, alcuni negozi abbassarono le saracinesche, mentre io correvo e il tossico con il coltello mi inseguiva. Poi accadde che riuscii di nuovo ad entrare nella sede della radio e a chiudermi da dietro, e da li lanciai degli allarmi, azionai il microfono della radio fino a quando si radunò molta gente intorno alla sede e intervennero i carabinieri che arrestarono i due. Lo stesso personaggio preso con il coltello in mano dichiarò ai carabinieri che mi voleva uccidere. Si avanzarono tante ipotesi, fatto sta che l’accaduto avvenne in concomitanza della denunzia che la nostra radio faceva nei confronti del caso Giordano. Ma ciò che è avvenuto non è stata l’unica minaccia, ne ho avute tante, tanto che le forze di sicurezza volevano far trasferire me e la mia famiglia sotto protezione a Pisa, facendoci addirittura cambiare cognome. Ma rifiutammo e allora si predispose una protezione in loco la quale prevedeva la visita da parte delle forze dell’ordine alla nostra radio otto volte al giorno per vedere se avevamo bisogno di qualcosa. Le mie figlie sono state minacciate, abbiamo trovato teste di capretto sgozzato alla porta della radio….. insomma un sacco di altre cose ma, ringraziando Dio, riusciamo ancora a sopravvivere.
La trasmissione di più successo?
E’ quella che attualmente conduco ogni mattina e si chiama “Gran mattino” , imperniata soprattutto sull’informazione locale che pertanto è la più seguita e in cui diciamo, soprattutto, quello che gli altri non dicono.
Mi risulta che hai fatto un’inchiesta sulle scorie nucleari qui in Basilicata, com’è nata?
Siamo abituati a dire che i nostri veri giornalisti sono i nostri ascoltatori, sono loro che ci forniscono le notizie. Tu poi mi chiedi di un caso che non solo ha fatto discutere l’Italia ma anche il resto del mondo. Nel novembre del 2003, mentre ero in radio a preparare le solite notizie prima della messa in onda, verso le 9.00 mi giunse una telefonata da parte di una signora la quale mi disse: “Filippo, sulla Jonica (la statale Jonica n.d.r.) hanno bloccato tutto perché a Scanzano Jonico (un centro nelle vicinanze, a una quarantina di km. Da Sant’Arcangelo n.d.r.) vogliono allocare il cimitero delle scorie nucleari.” Naturalmente mi metto in movimento, comincio a telefonare, a sollecitare i vari sindaci della statale Jonica, tra cui il sindaco di Policoro, Nicola Lo Patriell. Da quel momento scatta l’allarme in Basilicata, la voce si allarga e la regione va in fermento, e non soltanto la nostra, anche le regioni comunicanti, la Puglia e la Calabria. Scanzano Jonico è a metà strada tra Puglia e Calabria. Volevano creare un cimitero delle scorie nucleari in un luogo dove c’è un mare bellissimo, agricoltura fiorentissima, e dove il turismo potrebbe dare veramente dei grossi introiti.
Il seguito della vicenda?
Da quel momento nasce un gran movimento fino a quando subentra un amico, un giornalista, ma vero giornalista, di quelli che fanno il mestiere per passione, e cosa accade? Accade che spinti dall’eco sulle scorie, si organizzano altri blocchi stradali e i sindaci della Basilicata decidono di andare a Roma a palazzo Chigi, a protestare; all’epoca c’era il governo Berlusconi. In quell’occasione dissi che bisognava fare dei collegamenti anche con Roma e allora chiamai un amico che si interessava delle vicende, non solo di questa, ma anche di altre locali, Antonio Ciancio, anche lui iscritto alla Free Lance International Press, e gli dissi che forse era il caso di andare a Roma a fare delle dirette per questo caso. Così il caro Antonio Ciancio si recò a Roma e naturalmente mi passò al micrifono i vari sindaci che stavano protestando, ogni novembre ancora mando in onda la registrazione, per ricordare a chi vuole dimenticare queste vicende. Successe un casino enorme all’epoca, eravamo l’unico organo d’informazione a seguire costantemente questa vicenda che portò a quel famoso decreto che annullò il cimitero delle scorie nucleari a Scanzano Jonico, città deputata ad essere il cimitero della Basilicata. Dove portare le scorie ancora si sta discutendo.
Come è nata la radio, è stata una passione, è stata una casualità? E’ nata a Sant’arcangelo?
E’ stato per una passione, ma non per l’informazione, devo essere sincero, bensì per la canzone. Per tanti anni, da giovane, sono stato il cantante solista di un gruppo all’epoca molto in voga, “Le Onde”, e allora abitavo in Puglia, a Bari, pur essendo lucano; poi smisi di cantare, ma la canzone volevo viverla ancora…. . Nel 76’ Nasce la radio libera. Ero all’epoca a Bitonto, in provincia di Bari, e così aprii la prima radio, credo una delle prime in Puglia, il nome era “Bitonto radio international ”, radio che si interessava soprattutto di canzoni; prima di allora era soltanto la Rai a mandare in onda canzoni. In seguito, per questioni legate alla mia vita familiare ritornai in Basilicata, sono nativo di Missanello, in provincia di Potenza, e trasferisco quindi la radio che era a Bitonto qui, a Sant’Arcangelo, in Basilicata. Vivendo qui mi resi conto di vivere in una terra un po’ diversa dalla Puglia, forse meno libera, forse più mortificata nella sua libertà, notavo che soprattutto l’informazione, a quell’epoca, era completamente assente. Vi era soltanto qualche testata giornalistica, comunque la Rai, ma vedevo che tanti fatti che vivevo non venivano fuori ed allora, in quel momento, capii che l’informazione in Basilicata doveva esserci e soprattutto bisognava dire quello che gli altri non dicevano, ed è così che nacque questa mia grande passione per l’informazione, e che ancora mi coinvolge, sfidando i consigli dei più: “ma chi te lo fa fare! Tu sei amico del potere, hai i soldi, ti trovano il posto, e che te ne frega! “ Purtroppo da queste parti questa è la mentalità!
Quindi siete in pochi qui ad onorare la verità!
Non so, non ho idea, la cosa più importante per me sono i miei ascoltatori.
Qual è l’ascolto della radio?
Una delle indagini parlava di circa 18 mila ascoltatori al giorno, come giorno medio, senza contare quelli del web: notiamo che siamo ascoltati molto anche su smartphone e quant’altro. Quindi non possiamo sapere esattamente quanti siano in totale, però abbiamo una specie di ricompensa: innanzi tutto perché i fatti più eclatanti di cui parliamo gli apprendiamo dagli stessi nostri ascoltatori che diventano i veri giornalisti della radio, e poi devo dire che parecchie imprese locali si fidano di noi e ci danno la pubblicità. Io ringrazio soprattutto loro, soprattutto grazie a loro riusciamo a fare libera informazione. Noi dalla Regione, dai potenti della politica, non vogliamo assolutamente nulla. Li dobbiamo sorvegliare.
Tre anni fa scrivevo per un periodico che consigliava itinerari turistici europei e quindi fui spedita nel paese di Amleto. Da lì, una mia corrispondenza semiseria su vizi e virtù di una nazione per molti aspetti a noi ancora sconosciuta.
Sulla guida Lonely planet c’è scritto che la capitale danese è una delle migliori destinazioni culinarie di tutta Europa. Secondo la guida Michelin il miglior ristorante del mondo 2014 è il Noma nel quartiere orientale della città. Ebbene tutto può essere, ma la sottoscritta trova la cucina danese ridotta, pesante , ripetitiva e inspiegabilmente costosa.
Non che sia male se vi piace lo stile Mcdonald hamburger, patatine fritte e salse strane, solo più saporite e genuine al costo minimo di almeno 50 euro in due, oppure le zuppa di anguilla per antipasto o la gustosa smørrebrød una fetta di pane di segale imburrata e ricoperta di carne o pesce.
Anche il pesce va per la maggiore aringhe, merluzzo impanato e salmone quello vero, ma insomma la domanda che ricorre nella mia mente mentre cerco un ristorante per il pranzo è questa: “Perché in Italia non trovi ogni 400 metri un ristorante danese mentre qui è un florilegio di pizzerie, ristoranti e bar italiani ad ogni angolo e quando non si trova un esercizio commerciale si legge comunque un piatto della cucina italiana anche nel menù del pub più sperduto sulla costa del mare del nord?
Qualcuno potrebbe rispondere: perché sono gli italiani ad andarsene in giro per il mondo, però io pronta ribadisco che molti di questi esercizi sono gestiti da danesi non da nostri compatrioti quindi la nostra cucina è un articolo che va per la maggiore a prescindere.
Da amica voglio quindi darvi un consiglio se capitate a Copenhagen e pensate che la cucina danese non faccia per voi andate pure in uno dei tanti ristoranti italiani presenti in loco, ma attenzione che siano gestiti da connazionali. Io ho voluto festeggiare in un finto ristorante italiano. Mai mossa fu più sbagliata. A parte il modo fantasioso in cui vi presentano i piatti, antipasti secondi e primi che chiamano “paste” e relativo costo che rasenta il furto, vi renderete conto che le strane pietanze che sono capaci di produrre non sono solo quelle che leggete sul menù come la pizza al ragù o alla ricotta, ma anche obbrobri camuffati che fiduciosi avete ordinato fidandovi di quanto scritto.
Sapete come erano composte le mie pappardelle al ragù? Tagliatelle, lesso rifatto al sugo e noccioline messicane. Complimenti alla fantasia del cuoco ma roba che se la servivano a mia nonna sarebbe andata in cucina con un mattarello per farsi giustizia.
E ci risiamo tra neppure un mese la Francia sceglierà il suo nuovo Presidente della Repubblica. Chi tra i candidati vincerà? E soprattutto terrà alta la bandiera dei presidenti fedigrafi ?
Perché va detto che se la storia americana fornisce esempi di tutto rilievo vedi Kennedy e Marilyn Monroe l’icona dell’amore proibito presidenziale, e i giochi erotici di Monica e Bill hanno fatto sorridere il mondo, è bene ricordare che la patria dei presidenti “traditori “ rimane comunque la Francia.
L’ultimo scandalo ha coinvolto il presidente Hollande che dopo aver tradito la soave Ségolène Royale madre dei suoi quattro figli per la risoluta giornalista Valérie Trierweiler quest’ultima si è vista inserita in un triangolo che la coinvolgeva con il compagno e l’attrice Julie Gayet , vicenda finita con un suo ricovero in ospedale per esaurimento nervoso, seguita dal suo libro al vetriolo sul presidente.
E sorge spontanea la domanda: Hollande sarà davvero l'ultimo presidente “traditore” nella nazione della rivoluzione?
La storia fa presagire di no. Il capostipite legittimato fu Luigi XIV , il celeberrimo Re Sole, del quale non si parlava di tradimento , nessuno avrebbe mai osato e la pratica era diffusa e comune. Si iniziò a storcere il naso nel puritano XIX secolo con Napoleone III e la ventottenne , bellissima contessa di Castiglione all’anagrafe Virginia Oldoini, oltre alle numerose cortigiane e le due buone samaritane Madame Gordon e Miss Howard che finanziarono il suo colpo di Stato.
Il più invischiato nel tema fu Félix Faure, presidente dal 1895 al 1899, noto per le sue scorribande notturne una delle quali gli costò la vita. Faurè morì infatti tra le braccia della sua amante Marguerite Steinheil, per un orgasmo troppo violento durante un rapporto orale e fu oggetto nei secoli di battute salaci.
Durante la V Repubblica le relazioni extraconiugali dei presidenti sono diventate di ordinaria amministrazione. A partire da George Pompidou con l’affare Markovic nel 1968 e poi il suo successore Valéry Giscard d'Estaing, il quale si vanta ancora oggi del suo potere di seduzione fino a farsi bello per una presunta relazione con lady Diana. Nel 1974, fu scoperto un suo flirt con una celebre attrice e con la fotografa Marie-Laure de Decker.
Francois Mitterand ha svelato al mondo l’esistenza di una figlia illegittima frutto del suo amore con la storica Anne Pingeot, ma pare abbia accumulato relazioni con giornaliste e altre personalità mondane. Se molte sono rimaste segrete, altre sono state rivelate al grande pubblico come quella con la cantante Dalida nel 1981.
Ma il vero casanova dell’Eliseo è Jaques Chirac . Da quando divenne presidente nel 1995, la sua reputazione di seduttore aumentò vertiginosamente. Il suo ex autista ha parlato di numerose deputate, consigliere e altre politiche con le quali l’incontro si concludeva in 5 minuti “doccia compresa.”
Lo strapotere, la presupponenza e l’arroganza delle Istituzioni non hanno limiti. Il popolo sovrano che dovrebbe avere queste ultime a proprio servizio, ne è letteralmente vittima. Pubblichiamo la lettera contenente un accorato appello denunzia di Orazio Fergnani.
“Gentilissimi,
Premesso che a tutela dei diritti del cittadini si applica sempre la legge o normativa a costoro più favorevole, occorre delineare il succedersi degli eventi e le leggi che ne normano l’applicazione.
Dal 1980 … nonostante infinite richieste, solleciti e diffide di ogni genere, a tutt’oggi subisco le conseguenze dell’effetto dell'inerzia della pubblica amministrazione in ordine ad infinite istanze presentate.
Vale la pena ricordare che nel procedimento amministrativo che abbia pregiudizio per il richiedente … una volta decorso il tempo prestabilito, occorre da parte della P.A. la notifica all’interessato di un atto amministrativo espresso e motivato. La legge 69/2009 riconferma l’articolo 1 della L. 241/90, mediante la quale accanto ai criteri di economicità, efficacia, pubblicità e trasparenza, viene inserito anche il criterio di imparzialità tra i principi generali che informano l’attività amministrativa, a sottolineare il diritto dei cittadini al rispetto dei tempi di conclusione dei procedimenti.
Il nuovo articolo 2-bis della legge 241 (introdotto dall’articolo 7 della legge 69/2009) prevede, a carico di tutte le amministrazioni pubbliche, l’obbligo del risarcimento del danno ingiusto cagionato al cittadino in conseguenza dell’inosservanza dolosa o colposa del termine di conclusione del procedimento.
Nonché la responsabilità, …La mancata emanazione del provvedimento nei termini previsti costituisce elemento di valutazione ai fini della responsabilità dirigenziale, anche al fine della corresponsione della retribuzione di risultato. Integrazione apportata dal D.L. 5/2012, che precisa che l’inerzia dell’amministrazione costituisce elemento ai fini della valutazione della responsabilità disciplinare, della performance individuale e della responsabilità amministrativo-contabile. Infatti : <Ove il procedimento consegua obbligatoriamente ad un’istanza, ovvero debba essere iniziato d’ufficio, la Pubblica Amministrazione ha il dovere di concluderlo mediante l’adozione di un provvedimento espresso>.
Anche fin dal terzo comma dell’art. 7 della legge n° 1034 del 1971, nel testo modificato dall’art. 7 della legge n° 205 del 2000, è previsto il risarcimento del danno in ogni caso di giurisdizione del giudice amministrativo e, dunque, anche nel caso di comportamento silente della Pubblica Amministrazione. Inoltre l’articolo 20 della legge n° 241/1990 stabilisce il principio generale che, nei procedimenti a istanza di parte, per il rilascio di provvedimenti amministrativi, il silenzio dell’amministrazione competente equivale a provvedimento di accoglimento della domanda, se la medesima amministrazione non comunica all’interessato nel termine previsto il provvedimento….
Occorre evidenziare che, poiché all’epoca ero piuttosto giovane, e che ero venuto a sapere che a Formello, vicino Roma, esistevano terreni edificabili a prezzi abbordabili, nell’estate del 1979, tramite un conoscente comune, entrai in contatto con il Direttore dell’Ufficio Urbanistico, il quale mi suggerì un terreno in enfiteusi detenuto dal padre … il lotto di terreno piacque a mia moglie e decidemmo di acquistarne cinquemila metri quadri. Redigemmo un atto di compromesso di transazione del diritto enfiteutico, fu registrato al Comune e io e mia moglie subentrammo.
Nell’aprile del 1980 presentammo una prima domanda di concessione edilizia …. Il Comune di Formello ce la respinse in quanto l’area vincolata dei cinquemila metri quadri in mio possesso non era di dimensioni sufficienti per la cubatura dell’edificio da realizzare…Ricontattai allora il precedente detentore del terreno e trovammo l’accomodamento per la residua porzione di terreno rimastogli comprando il diritto di “cubatura” su tutto il lotto di circa 10.000 metri quadri. Quindi a metà maggio ripresentammo tutta la documentazione corretta a corredo del progetto. La Commissione Edilizia del Comune di Formello finalmente approvò, fra gli altri anche il mio progetto.
Per completare gli adempimenti il Comune di Formello richiese il pagamento dei contributi di urbanizzazione eseguito tramite fideiussione della mia assicurazione … e soprattutto l’atto d’obbligo notarile del vincolo della superficie dei diecimila mq. dell’intero lotto. Presentata al Direttore dell’Ufficio Urbanistica tutta la documentazione dietro rassicurazione che non avremmo subito sanzioni (in quanto tutte le procedure erano state espletate) … iniziammo la costruzione della nostra casa andandoci ad abitare, non appena appena terminato l’essenziale.
Pure se in attesa della sospirata concessione edilizia e di tanto in tanto sollecitando il rilascio della concessione edilizia mi si tranquillizzava. Qualche tempo dopo però intervenne un procuratore d’assalto, il quale affermava che sui terreni ad uso civico non era possibile rilasciare concessioni edilizie, adducendo insussistenti motivazioni… Il tizio poi, a distanza di qualche tempo, fu trasferito a Civitavecchia dove successivamente fu arrestato in flagranza di reato mentre intascava una tangente…. Da allora nulla mi è stato più rilasciato, e neppure … e questo è ben più grave… Nulla mi è mai stato ufficialmente e regolarmente notificato in merito… Eppure nel nostro ordinamento vige ininterrottamente il principio generale secondo cui la P.A. ha il dovere di concludere ogni procedimento amministrativo, nei tempi previsti dalla legge, con un atto espresso.
Uscita la legge 47/85, dopo infinite traversie intercorse, solleciti e diffide varie verso il Comune, per tamponare la questione, aderisco alla legge e richiedo la concessione in sanatoria della mia casa…. Mai però abbandonando il proposito di entrare in possesso della mia concessione edilizia originale. Nel corso degli anni subisco ben cinque ordinanze di demolizione a cui mi oppongo ottenendo sempre l’annullamento in autotutela da parte del Comune… finché, stanco di questo stillicidio, nel 2003 mi rivolgo al Difensore Civico della Regione Lazio a cui fornisco la documentazione in mio possesso e lo sollecito ad intervenire per richiedere almeno il dovuto parere motivato sui motivi del mancato rilascio della concessione edilizia… Ebbene! dopo circa sei mesi di assoluta inerzia ho dovuto denunciare per omissioni d’atti d’ufficio lo stesso Difensore Civico…. Così, vista la piega della vicenda, finalmente il Difensore Civico, ed anche la Prefettura che nel frattempo avevo cointeressato.. intervengono presso il Comune di Formello.. (siamo già nel 2005) .. il cui Cosiglio Comunale adotta una “determina” che stanzia tremilasettecento € per il pagamento della parcella di un Perito Demaniale a verifica di eventuali lesioni di diritto… Non mi si comunica nulla (in violazione della legge 241/90 e successive)… Ma edotto del fatto, immediatamente mi attivo, e scopro che il Perito Demaniale prescelto è stato compagno di corso alla laurea in ingegneria del Direttore dell’Ufficio Urbanistica… Il Perito da me contattato ed edotto delle conseguenze penali che ne sarebbero potute derivare, intelligentemente rimette l’incarico..
La vicenda finisce nel limbo della memoria per anni, nonostante le mie continue ed imperterrite sollecitazioni, diffide ad adempiere… e querele di ogni genere..
Una mia vicina mi denuncia al T.A.R. del Lazio, e seguo per almeno cinque anni l’evoluzione del procedimento che ristagna (e che dopo quattro anni di inazione delle parti dovrebbe andare in perenzione…) e miracolosamente invece, ben nove anni dopo (senza che nulla mi fosse comuniaco - ma dicono che è legale così…) il T.A.R.del Lazio richiede documenti, ma il Comune non li fornisce dichiarando di averli smarriti… motivo per cui dal T.A.R. vengo condannatto per abusivismo edilizio… La condanna mi viene comunicata ad aprile del 2014, mi giunge prima l’ordinanza di abbattimento del Genio Civile (a cui controreplico con due denunce) e qualche settimana dopo l’ordinanza di abbattimento del Comune di Formello… Io imbestialito vado al Comune a cui fornisco le copie dei suoi stessi documenti che afferma aver smarrito ed il Comune è costretto a dover di nuovo annullare in autotutela l’ordinanza (la quinta) di abbattimento.. Dopo alcuni, vani, incontri con i Dirigenti del Comune per cercare di ottenere risposta sull’obligatoria ed espressa motivazione del mancato rilascio della mia originaria concessione edilizia del 1980… mi convinco a richiedere nuovamente l’intervento del Difensore Civico, e ad aprile del 2016 mi interfaccio con una sua collaboratrice capace e sinceramente motivata. Dopo ben tre lettere di sollecito aventi come oggetto la richiesta di motivazione in merito al mancato rilascio del progetto del 1980, alla fine il Comune tramite la Direttrice Generale, risponde su tutt’altro … in merito alla mia richiesta di concessione in sanatoria!.. e non al progetto di concessione edilizia originario..
La collaboratrice del Difensore Civico interviene sollecitando di rispondere all’oggetto della richiesta in merito alla concessione edilizia del 1980… Dopo ben due altri solleciti finalmente la Direttrice Generale risponde che, siccome sono passati trentasei anni, si sono persi i documenti…e quindi non possono rispondere alcunché di legalmente fondatto e motivato…. Ovviamente ho denunciato il fatto per falso in atto pubblico ed altro.. in quanto come già detto nel 2014 (in occasione della precedente dichiarazione di aver smarrito i documenti) io glieli avevo nuovamente forniti. Infine, il Difensore Civico e il suo collaboratore .. essendo stata la precedente trasferita ad altro incarico (chissà come e chissà perché)…. sono stati da me più volte redarguiti sul fatto dei loro obblighi di legge in quanto pubblici ufficiali che nell’esercizio delle loro funzioni, avevano (ed hanno) l’obbligo della denuncia all’autorità giudiziaria al minimo odore di illegalità … ed invece costoro sono stati del tutto inattivi e passivi ad ogni sollecitazione, quando invece avrebbero avuto l’obbligo di agire autonomamente.
Ho querelato pure loro… Adesso ho richiesto l’intervento della Prefettura affinché eserciti il “potere di sostituzione” alle amministrazioni che non adempiono ai loro doveri istituzionali… Staremo a vedere come va e vi terremo informati. Non demordo…
Orazio Fergnani"
Il Generale Mario Mori, oggi, alla'ITC di Santeramo in Colle, ha presentato ilnuovo saggio "Oltre il terrorismo" che indaga e riflette su come sia possibileuscire dall'angolo della minaccia del terrorismo islamista in Europa.
"Mario Mori, generale dei Carabinieri. All'opinione pubblica il mio nomeprobabilmente dirà qualcosa. Evocherà dei ricordi, vicende per certi aspettianche spiacevoli di cui si è molto scritto sui giornali e parlato nelle aulegiudiziarie. La mia, però, è una storia lunga. Da raccontare. E quella di un militare e dei suoi uomini che hanno combattuto per quarantanni terrorismo e mafia. Nei reparti d'eccellenza dell'Arma. E ai vertici dell'intelligence,quei Servizi segreti in Italia sempre così chiacchierati." Scritta con Giovanni Fasanella, questa è la straordinaria storia "professionale" di un uomo che è stato al centro di tutti i grandi eventi italiani. Ufficiale de controspionaggio al SID, il Servizio segreto militare nei primi anni Settanta, nei nuclei speciali comandati dal generale Dalla Chiesa dopo il delitto Moro, comandante della sezione Anticrimine a Roma durante gli anni di piombo, Mori è stato uno dei protagonisti della lotta al terrorismo. A metà degli anni Ottanta è a Palermo, con Falcone e Borsellino, a combattere la mafia; nel 1998 diventa comandante del ROS, il reparto speciale dei Carabinieri, che aveva contribuito a creare. Uscito dall'Arma, dirigerà infine il sisde, il Servizio segreto italiano, che ritrova un ruolo decisivo per la sicurezza nazionale dopo i fatti dell'll settembre. Nel corso della sua lunga carriera ha combattuto il terrorismo, arrestato Riina, messo a punto nuove tecniche d'investigazione, gestito infiltrati, ascoltato pentiti.
Dopo il successo editoriale di “Servizi e Segreti – Introduzione allo studiodell’intelligence”, il generale ex capo del SISDE e fondatore del ROS dei Carabinieri torna con un saggio illuminante sul terrorismo odierno,focalizzato in particolare sulla matrice islamista del fenomeno. Ripercorrendone la genesi, dai “pensatori del Jihad” d’inizio Novecento fino al Califfo Abu Bakr Al Baghdadi e agli altri principali protagonisti (con un’ampia sezione di schede biografiche e l’ausilio dei dati statistici), Mario Mori analizza i meccanismi all’origine della minaccia in Europa e Medio Oriente e rilegge l’evoluzione storica dei principali gruppi armati, proponendo al lettore soluzioni pratiche su come affrontare, contenere e superare d’ora in avanti questi sempre più pericolosi elementi eversivi. Una guida utile sia per i neofiti della materia sia per gli esponenti delle istituzioni, ai quali vengono offerti suggerimenti e indicazioni per combattere più efficacemente il terrorismo del nuovo secolo. Il saggio è in libreria e consiglio a tutti di acquistarlo.
Essere disoccupato a 28 anni e sentirsi un rifiuto della società. Un lettore di L43 scrive alla testata e punta il dito contro una selezione disumanizzante. «Vorrei un posto. Per essere vivo. Chiedo troppo?».
Mi chiamo Luca Biondi, ho 28 anni e non faccio niente: non studio e non lavoro, ma la cosa peggiore è che ho quasi del tutto perso le speranze di trovarlo, un lavoro decente, che possa effettivamente farmi sentire vivo e un cittadino normale, mentre ora sono solo un “peso” per la famiglia e uno scomodo intruso nella società. Forse un lavoro non lo voglio nemmeno più trovare: ne ho trovati troppi e troppi ne ho persi. Mi sono stancato. Qualcosa dentro di me si rifiuta di andare avanti. La chiamano depressione, ma è piuttosto voglia di fuggire lontano da tutti e da tutto.
Stavo per scrivere la solita lettera piena di rabbia e delusione, però vorrei essere più costruttivo rispetto ai tanti altri che hanno provato a parlare di questa forma di disagio. La mia storia è inutile che ve la racconti, già potete intuirla: è simile a quella di tanti precari che sono passati da un lavoretto all'altro senza mai trovare nulla di sicuro, nulla che potesse farli sentire parte attiva e viva di questa società, nonostante le tante illusioni e promesse mai mantenute. Ed è così che anno dopo anno si arriva al punto in cui si capisce che dietro a tutta questa ricerca e speranza di un posto non c'è altro che... il nulla.
Tutto il proprio percorso è basato su un foglio di carta, chiamato curriculum, che rappresenta una sorta di passaporto tra un'azienda e l'altra, ma che in realtà è l'essenza della nullità della nostra generazione: abbiamo continuamente bisogno di presentarci, parlare di noi, di far sapere al prossimo chi siamo e se siamo in grado di non deludere le sue aspettative. In poche parole ci sottoponiamo al giudizio altrui con una complicità sconcertante.
Il nostro carnefice è il selezionatore che improvvisamente diventa giudice di una condanna inappellabile da cui dipendono mesi di apparente serenità (in realtà sacrifici e sfruttamento) oppure di disperazione e depressione. Abbiamo sempre più bisogno di un lavoro e sempre meno possibilità di trovarlo (si va in pensione più tardi e ogni anno dalle scuole escono decine di migliaia di diplomati e laureati senza che vi sia crescita economica).
E SE SONO IO A ESSERE SBAGLIATO? Perché non si è stati in grado di superare il colloquio? Perché hanno preso un altro? Cosa ho sbagliato? E se sono io a essere sbagliato? Sono queste le domande che si rincorrono nella testa di chi il lavoro non riesce a trovarlo, e vi garantisco che pesa molto sulla propria psiche dubitare continuamente di se stessi. Ma è un dubbio instillato dall'altro, da uno sconosciuto che occupa una posizione di vantaggio e di forza.
«Le cose vanno così bene... Avete scommesso sulla rovina di questo Paese e avete vinto», dice, rivolgendosi al marito, Valeria Bruni Tedeschi nel film Il capitale umano. Fabrizio Gifuni, interpretando un rampante uomo d'affari, risponde: «Abbiamo vinto!». Eh sì perché mentre chi dava l'allarme che le cose si stavano mettendo male per una minoranza, la maggioranza si voltava dall'altra parte e ignorava il problema, senza pensare che un giorno anche essa avrebbe dovuto conoscerlo il problema.
Anni di politiche lavorative e industriali fallimentari hanno devastato l'Italia, ma le prove non bastano per dimostrarlo: solo chi detiene il potere ha la possibilità di cambiare direzione, chi non ce l'ha rimane in attesa. Dovrebbe essere vietato maltrattare psicologicamente le persone in questo modo e invece siamo noi stessi a cercare e a volerci sottoporre all'ingiurioso “processo” dei selezionatori pur di sperare di ottenere ciò a cui aspiriamo tanto: un semplice posto di lavoro.
Il sistema è disumano e disumanizzante poiché fondato sulla selezione, concetto in antitesi all'armonioso e naturale sviluppo psicofisico di una persona.
Sappiamo che è sbagliato, la prova ne è l'ansia che proviamo di fronte al selezionatore. Quella scomoda posizione di “candidato” ci riguarda da vicino, a livello personale, e l'ansia che proviamo, se ripetuta nel tempo, diventa uno stress esagerato che porta poi a depressioni e nevrosi. Se posso dare un consiglio ai tanti giovani che per la prima volta si mettono a cercare lavoro è quello di valutare attentamente, a loro volta, il selezionatore: se esso non vi piace alzatevi e andatevene. Non state al suo gioco: egli non può avere tutto questo potere su di voi. C'è altro là fuori e modi assai migliori di spendere il proprio tempo.
Il sistema è chiaramente disumano e disumanizzante poiché fondato su un concetto alienante: la selezione. Questo concetto è completamente in antitesi all'armonioso e naturale sviluppo psicofisico di una persona, in un contesto evoluto, inserito in una società democratica. Il modus operandi che continuano a propinarci è infatti anche contrario ai principi espressi nella nostra Costituzione (L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro... La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori...).
Penso piuttosto che questo sistema assomigli a quei pochi e spregevoli concetti su cui si basa l'ideologia nazista: l'uomo forte che prevale sul più debole. Solo la perfezione può essere accettata e solo colui che si annulla in nome dell'ideologia (in questo caso missione aziendale) è degno della considerazione del sistema. Si perde la propria accezione di persona per diventare una macchina, un servo, che desidera servire e desidera un padrone senza il quale è perso poiché non più in grado di tornare persona, le cui qualità non verrebbero comunque apprezzate ne considerate all'interno di una società alienata che si è svenduta di dignità e di autentiche relazioni umane.
Giovani e non più giovani “mangiati vivi” da aziende che in loro non ripongono più alcuna fiducia, ma che esigono tutto e anche quando hanno tutto non si fermano.
Allora mi io chiedo, da disoccupato, ma ancor prima da cittadino, se è è giusto continuare ad alimentarlo, questo sistema malato. Non si rende conto nessuno di quanti danni stia facendo? Il consumo di psicofarmaci tra i giovani ha raggiunto livelli mai prima sondati. Giovani e non più giovani “mangiati vivi” da aziende (esistono le dovute eccezioni) che in loro non ripongono più alcuna fiducia, ma che da loro esigono tutto e anche quando hanno tutto non si fermano: la minaccia di lasciare a casa incombe come una scure su quei poveri disgraziati.
Eccola, la “generazione usa e getta”: siamo pronti a tutto pur di evitare la disoccupazione, ma forse quella in fondo è il male minore. Trovare il tempo per ascoltarsi, capirsi e rialzarsi è un privilegio che solo i cittadini di Paesi in cui esiste il reddito di cittadinanza possono permettersi. Per tutti gli altri se sei fuori non vale la pena puntare su di te, anzi è giusto guardarti con sospetto: «Cosa ha fatto per meritarti di essere disoccupato?». Non voglio soldi, non voglio posizioni di prestigio, cerco solo di sentirmi vivo. Chiedo che mi si rispetti, chiedo semplicemente di lavorare. Chiedo troppo?
Lettera inviata alla testata “Lettera 43”
La società odierna è maleducata, disorganizzata: un pessimo esempio per tutti i giovani professionisti che puntano ad una carriera brillante poiché i valori fondanti la società stessa sono poco meno che concreti, materia effimera: esaltano la forma ed escludono per lo più la sostanza. Se volessimo considerarla un sostegno alle nostre potenziali capacità, la società dovrebbe ergersi su pilastri di moralità e ingegno: l’uno per essere giusta e l’altro per essere maestosa, onnipotente. Ed invece allo stato attuale i professionisti, sono sorretti dal subbuglio totale: non è chiaro come procedere ed organizzarsi per “spiccare il volo”. Ci si avvale della convinzione che possedere un titolo sia l’unico e solo strumento per farsi valere, per imporsi ed imporre: tutto ciò viene meno quando ci si scontra con la realtà, poiché Il titolo di studio altro non rappresenta che una peculiare attribuzione a cui devono susseguire azioni che lo convalidino.
Per restare in “AUGE” con il mio scritto, farò specifico riferimento alla professione di avvocato. Mi rendo conto che maggior parte dei laureati si sentono “formati” già solo con il conseguimento del titolo, ignorando che quest’ultimo altro non è che il punto da cui dover rigorosamente partire per avviare un nuovo percorso in linea con la giurisprudenza che, com’è ben noto, è sempre in continua evoluzione. L’avvocato non può esercitare sulla base di nozioni che già possiede, non deve fregiarsi come titolo d’ arrivo che ha acquisito con il percorso universitario se, il suo obbiettivo, è quello di una carriera longeva ed impeccabile. È noto: talvolta questi “professionisti” non possiedono la necessaria preparazione per svolgere il ruolo conferitogli a causa di studi non approfonditi o “percorsi agevolati” che non illustrerò in questo articolo, ma di cui sono certa, ne avrete bene in mente. Di conseguenza se la base da cui partire per svolgere una professione è fatiscente, non sarà difficile ipotizzare il risultato a cui si perviene: una prestazione che sarà per certo retribuita ma ben lontana dal risultato auspicato. A tal riguardo sarebbe opportuno capovolgere i capisaldi su cui poggia la società moderna per indirizzare i giovani laureati allo svolgimento di una professione eccellente.
Immaginiamo una società che esorti i professionisti alla crescita professionale mediante corsi di formazione anche gratuiti, che conceda loro gli strumenti idonei ed essenziali allo svolgimento della prestazione. Dunque ,cosa s’intende per formazione? Il Consiglio Nazionale Forense con regolamento n° 6 del 16 luglio 2014, “pone a carico dell’avvocato l’obbligo di curare il continuo e costante aggiornamento della propria competenza professionale al fine di assicurare la qualità delle prestazioni professionali e di contribuire al migliore esercizio della professione nell’interesse dei clienti e dell’amministrazione della giustizia, adotta un regolamento che disciplina le modalità e le condizioni per l’assolvimento dell’obbligo di formazione continua da parte dell’avvocato o del tirocinante abilitato al patrocinio nonché la gestione e l’organizzazione delle attività formative .(…) Le attività di aggiornamento sono prevalentemente dirette all’adeguamento e all’approfondimento delle esperienze maturate e delle conoscenze acquisite nella formazione” . Ad integrazione della disciplina regolamentare interviene la sentenza n° 24739/2016 S.U. della Cassazione per cui “il professionista che non partecipa ai corsi e non accumula i crediti imposti dalla legge e dalla deontologia rischia una sanzione disciplinare, nel caso di specie è stata individuata nella censura che consiste nel biasimo formale e si applica quando la gravità dell’infrazione, il grado di responsabilità, i precedenti dell’incolpato e il suo comportamento successivo al fatto inducono a ritenere che egli non incorrerà in un’altra infrazione”. Integrazione fondamentale che non lascia margine di discrezionalità: la formazione diviene obbligatoria. In Italia, l’Accademia Universitaria degli Studi Giuridici Europei Onlus, con sede a Roma ( AUGE,http://www.accademiauge.com) si prefigge lo scopo di diffondere la cultura giuridica nel contesto sociale attraverso la promozione di attività culturali e varie attività di formazione. I corsi di formazione sono finalizzati rispettivamente alla preparazione e formazione costante del Professionista. L’elevato livello della Scuola è confermato dal corpo docenti, costituito da Professori ordinari di ruolo, Consiglieri di Stato, Magistrati ordinari e amministrativi, e dal contenuto dei programmi strutturato in modo tale da affrontare in maniera sistematica ed organica le principali tematiche inerenti ai concorsi. In particolare, è prevista una serie di lezioni frontali, completate da continue prove pratiche, che hanno lo scopo di preparare adeguatamente i discenti in vista del superamento del concorso. Il Rettore dell’Accademia, Prof. Giuseppe Catapano, ci offre uno spunto prezioso che ho personalmente tratto dal suo discorso tenuto in occasione della puntata “Giudicate voi in tour” presso la sede di rappresentanza della Regione Abruzzo a Bruxelles, svoltasi con il Patrocinio dello Spoleto Meeting Art Bruxelles, diretto e curato da Paola Biadetti con la presidenza del Prof. Luca Filipponi. Il prof. Catapano ha più volte ribadito il termine “Vergogna!” con tono forte e deciso di un uomo, oltre che professionista, amareggiato dal comportamento dei colleghi che, se fossero mossi dal suo stesso spirito combattivo non avrebbero esitato un solo istante a condannarsi, a redimere un atteggiamento ambiguo, tipico di chi prova a sponsorizzarsi ma fallisce, miseramente. D’altronde un professionista serio dovrebbe essere un tutt’uno con la coerenza. Ne vale la sua figura: perde credibilità, genera sfiducia agli occhi di chi assiste ed ha assistito a tal modo di fare. Il titolo attinge precisamente dal discorso del Rettore ed è evocativo di una realtà compatta su cui puntare i riflettori perché non sia consentito che determinate categorie di professionisti,o pseudo tali, passino inosservati paragonati a chi è realmente formato, a chi pratica la professione e non a chi, semplicemente, razzola.
Al termine della puntata mi avvicino al Rettore per porgli qualche domanda in relazione al suo intervento, dinamico e trasparente, di critica efferata, nei confronti di uno strano comportamento adottato da una associazione di giovani professionisti riguardo, per l’appunto, l’argomento formazione .
D. Egregio Rettore Giuseppe Catapano, le domando: la vergogna che lei ha sottolineato con doverosità nel suo intervento, cosa intende precisamente richiamare?”
“Vergognatevi, non ha un destinatario specifico ne indirizzato ad un soggetto in particolare .Vergognatevi,è rivolto a tutti quelli che non sono pronti e niente fanno per far decollare i giovani professionisti che sono il vero polmone delle Professioni, è per loro e con loro che ci dobbiamo affacciare e condividere percorsi nuovi di far professione.Vergognatevi: Perche i giovani professionisti ci chiedono affiancamento; noi con gli anni più avanti sappiamo bene che non è facile in questo momento iniziare un nuova attività professionale in linea principale per giovani che non hanno ereditato studi avviati o formazioni di accompagnamento familiare.
Allora ripetoVERGOGNATEVIa tutti: a chi non fa niente per rendere più agevole il percorso di avviamento all’attività professionale di un giovane laureato.
Mi rivolgo a tutte le associazioni regolarmente costituite presso gli ordini professionali, ad un solo grido “FORMAZIONE per avvio al Lavoro “ non formazione per adempimento obbligatorio…..
I giovani ci chiedono di essere accompagnati per il percorso formativo perché ambiscono ad offrire il meglio della consulenza e dell’assistenza, perché il mondo delle professioni si indirizza verso una figura sempre più specializzata.
Vergognatevia chi non si adopera, a chi crede che l’associazione di una categoria professionale è il punto di aggregazione per iniziare un percorso politico, dialogando le problematiche di una categoria in un Bar oppure in un locale per feste.
Diceva un noto personaggio che quando per la porta entra la politica, la giustizia esce dalla finestra.
Con Auge (www.accademiauge.it), ho assunto l’onere di organizzare un percorso nuovo per fare formazione, ci rivolgiamo a tutti i professionisti, una formazione con accompagnamento, una formazione pratica con affiancamento nello svolgimento delle pratiche; una piattaforma per presentare nuovi clienti ai giovani professionisti. Docenti formatori che accompagnano il giovane professionista nella strategia difensiva. Auge non organizza incontri per vendere programmi di calcolo, ne per chiedere pagamenti, ne sollecita di vendere corsi a pagamento, ne chiede una quota per iscrizione: Auge è una ONLUS, si autofinanzia con i fondi di partecipazione dei soci fondatori e dei contributi spontanei di enti-istituzioni e imprese.
Vergognatevi, a chi cerca di non far passare questo messaggio e si nasconde dietro finte parole di perbenismo…”
D. Ho apprezzato il Suo intervento, come me tutti coloro che hanno colto l’essenza del suo discorso . Ma Lei è certo che in questo modo potrà “risvegliare le coscienze”? Si augura che, in futuro, gli avvocati prenderanno parte ai corsi di formazione, con dedizione e senza avanzare pretese?
“Come in tutto quello che faccio ce la metto tutta, al mio fianco ho una squadra di giovani professionisti che mi seguono con impegno, senza vedere ostacolo e muri ma per costruire ponti. In merito agli avvocati, le posso confermare che nella mia attività di docente Formatore in Nola, precisamente nella sala convegni del Hotel Belsito, nel 2013, nel 2014 e nel 2015 ho tenuto insieme ad altri colleghi corsi di formazione con una folta presenza di avvocati, e la gran parte sono attualmente aderenti e collaborano con assicont (www.assicont.eu).
Non posso che augurare alle Associazioni professionali di ritrovare la convinzione che fare squadra è il presupposto principale delle associazioni…La formazione, così importante, se vista da sola non resta che una cultura da applicare nella pratica da soli…Con AUGE, diciamo, siamo la formazione che applichiamo, nel caso pratico, insieme al Giovane professionista.
Invito a seguire il corso gratuito “
Se immaginassimo una massa di umani nudi in una cerimonia religiosa, politica o in qualunque evento mondano, li vedremmo come realmente sono, ci accorgeremmo che sono i paramenti, gli abiti o le divise a differenziare le persone: il capo di stato, il religioso, il regnante, il generale di qualunque armata non si distinguerebbe dall’operaio o dalla massaia, come non si distingue il capo di una qualunque specie animale, eccetto solo, forse, l’ape regina. In una simile circostanza emergerebbe solo la bellezza
fisica, l’energia di un organismo giovane.
Non è la divisa, l’ornamento, il posto a sedere a rendere grande un uomo, ma i suoi valori interiori, la sua saggezza, il suo equilibrio, la sua bontà d’animo, ma soprattutto la volontà di superare i propri limiti ed uniformarsi a ciò che è giusto, positivo e armonico nella vita. Non è la ricchezza, il titolo di studio, la posizione sociale a rendere unico nell’universo un essere vivente, ma il suo far parte, in modo insostituibile, del tutto nel piano dell’esistenza. Ma questo non deve farci dimenticare la relatività delle cose, di ognuno: se la specie umana si
estinguesse non si scalfirebbe l’ordine naturale dei sistemi; allo stesso modo se il pianeta terra si dissolvesse nel nulla questo non causerebbe la purché minima crepa nel mare cosmico.
In natura non c’è nulla di superfluo, di meno importante ai fini della manifestazione della Vita. Il Tutto funziona in virtù della differenza formale e funzionale delle diverse realtà che lo compongono. Senza voler ridurre ad un esagerato appiattimento di valore, la realizzazione di un concerto sinfonico richiede la presenza di tutti i differenti componenti dell’orchestra e il violino, ai fini del concerto, non è meno determinante del musicista.
L’uomo non dovrebbe mai umiliarsi, genuflettersi, piegarsi davanti ad un altro uomo; non dovrebbe mai accettare di essere servo di qualcuno, né mai dovrebbe accettare che un suo simile si manifesti in modo servile. Ogni essere umano, e non solo umano, ha dignità regali per il semplice fatto di appartenere alla folla dei viventi, di essere portatore del miracolo strabiliante della vita, per essere portatore di pensiero, sentimento, spirito. Ogni essere nasce per essere libero, non servo o sottomesso a qualcuno. Ma senza umiltà non c’è vera grandezza.
Mai umiliarsi nel chiedere la concessione di un diritto, che ci sia elargito come dono ciò che possiamo conquistare con la volontà e il sacrificio: la dignità è la sola vera ricchezza, il mezzo attraverso cui l’essere umano dimostra il suo valore e per questo non dovrebbe mai cadere in errore per non doversi poi umiliare nel pentimento. Né mai l’uomo dovrebbe degradare se stesso fino di essere succube dei propri impulsi, schiavo dei propri vizi, vittima dei propri piaceri.
Ma quando le esigenze vitali dipendono dagli altri l’uomo diviene debole e lo spirito di sopravvivenza lo costringe a soffocare la parte migliore di se stesso. Le contingenze estreme non dovrebbero mai costringerlo ad umiliarsi per mancanza di risorse, di lavoro, e su questo pesa inesorabilmente la responsabilità dello Stato, della comunità che non cura capillarmente i bisogni dei suoi cittadini.
Forte e libero è chi ha la possibilità e la volontà di essere artefice del proprio destino; chi non affida passivamente a terzi il bene supremo della propria salute, della propria anima; chi cerca la propria realizzazione con l’impegno e il sacrificio di se stesso attraverso le potenzialità che Madre Natura ha elargito ad ogni suo componente e che aspettano di emergere nell’impulso evolutivo della vita.
Riccardo Orioles è un giornalista antimafia, vittima di un’ingiustizia che oggi non gli permette di avere accesso a una pensione dignitosa per continuare le cure per le sue patologie cardiache e gli acciacchi dovuti all’età.
«La sua carriera vissuta da scrittore e giornalista con la “schiena dritta” non gli ha riconosciuto una pensione degna di questo nome», scrive il giornalista Luca Salici.
Il suo appello:
Mi chiamo Luca Salici e sono un giornalista nato a Catania 34 anni fa. Vivo e lavoro a Roma da un decennio. Ho un bimbo di 9 mesi, una splendida moglie e oggi mi sento sereno, anche se per la nostra generazione contraddistinta da una profonda precarietà – economica e quindi esistenziale – subisco gli alti e bassi di un Paese che ogni tanto dimentica di offrire sostegno ai suoi cittadini.
Da tempo non sopporto un’ingiustizia ai danni di una persona che reputo un grandissimo professionista, un maestro di vita per tanti giovani, un uomo che tutto lo Stato e il popolo italiano dovrebbero riconoscere come un grande intellettuale e scrittore. Mi riferisco a Riccardo Orioles, 67 anni, giornalista e fondatore de “I Siciliani” insieme a Pippo Fava – direttore della testata, ucciso dalla mafia il 5 gennaio 1984 – e ad una serie di “carusi” (giovani) nati e cresciuti alle pendici dell’Etna. [la storia del giornale > http://bit.ly/pippofava].
Riccardo Orioles oggi vive a Milazzo, sua città natale, con una pensione di vecchiaia che non gli consente di continuare le cure per le sue patologie cardiache e gli acciacchi dovuti all’età. La sua carriera – vissuta da scrittore e giornalista con la “schiena dritta” come si suol dire tra quelli che pensano a lui ogni tanto e magari gli danno anche una pacca sulla spalla – purtroppo non gli ha riconosciuto una pensione degna di questo nome: Riccardo ha ottenuto contributi pensionistici solo per quattro anni di lavoro.
La verità è che la libertà ha un prezzo, e quella di Riccardo – forse una delle penne (ancora in vita fortunatamente) più importanti d’Italia – è costata a lui più di qualunque altro, come racconta benissimo il videodoc di Elena Mortelliti (http://bit.ly/videodoc-orioles). Certamente le scelte professionali di Riccardo Orioles sono state diverse da tutte quelle dei suoi colleghi. Ma nessuno credo possa ritenerle giuste o sbagliate. Riccardo dal 6 gennaio 1984 ad oggi lavora per formare nuove generazioni di giornalisti: da Nord a Sud dell’Italia centinaia di cronisti, direttori e redattori di varie testate hanno trovato in lui un maestro della professione, della deontologia, dell’inchiesta. Soprattutto antimafia.
In questi anni a poco sono serviti gli appelli all’Ordine dei Giornalisti e alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Riccardo continua a non arrivare a fine mese, sebbene continui a “lavorare”, svolgendo un prezioso incarico di formazione e consulenza per tanti colleghi giornalisti. In un cassetto conserva solo quei quattro anni di lavoro retribuito e “in regola” che ha avuto nella vita: un giornale importantissimo per l’antimafia e il nostro Paese come “I Siciliani” – prima e dopo l’uccisione di Pippo Fava – non ha mai avuto la stabilità finanziaria ed economica sufficiente per regolarizzare le posizioni di tutti i redattori e collaboratori.
Per questo Vi chiedo di far accedere Riccardo Orioles alla “Legge Bacchelli”, norma che ha istituito un fondo a favore di cittadini illustri che versino in stato di particolare necessità. Sarebbe l’unico modo per far usufruire di un contributo vitalizio utile al suo sostentamento. Il giornalista milazzese gode di tutti i requisiti per accedere all'aiuto: la cittadinanza italiana, l'assenza di condanne penali irrevocabili, la chiara fama e meriti acquisiti nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell'economia, del lavoro, dello sport e nel disimpegno di pubblici uffici o di attività svolte. Come lo scrittore Riccardo Bacchelli, per il quale è stata approvata la legge n.440 dell’8 agosto 1985.
Mi piacerebbe che le Istituzioni riconoscessero in vita il valore di un intellettuale come Orioles, e non lo facciano ipocritamente solo dopo la sua morte.
Luca, de "i carusi" di Orioles
PS. E brindiamo «alla faccia dei cavalieri».
PS2. Qui ci coordiniamo www.facebook.com/groups/mandiamoinpensioneorioles/
Grazie,
Luca Salici via Change.org
In origine, il titolo di questo articolo era quello su riportato. Rivelatosi poi un po’ generico, si è evoluto da se in “Come si capisce se un sito di stampa alternativa sia valido?”
Col passare dei giorni, mi sono reso conto che, alcuni dei punti con cui ho sviluppato questo discorso, si potevano applicare alla stampa in toto.
Poiché questo articolo sarebbe la trascrizione di un intervento, recente, che ho fatto nel corso del Premio sui Diritti Umani 2016, della Flip, il primo vero punto da cui sono partito, sono proprio i diritti umani.
Parlando di verità o veridicità dell’informazione – che sia essa istituzionale o alternativa – è chiaro che il sostegno ai diritti umani non possa in alcun modo prescindere da questo aspetto che, dovrebbe, in primis, informare i media: la verità di quanto riportato da un giornale, di carta stampata, o sito internet che sia, indica la misura con cui “le parole sono il paragone dei fatti”.
E se non lo sono, non c’è alcuna buona causa da sostenere, perchè significa che l’informazione è diventata propaganda.
Ad ogni modo, qualunque disamina di elementi che riguardino la qualità dell’informazione, non può prescindere dal contesto in cui ci stiamo muovendo.
Oggi, il contesto si chiama “iper-neoliberismo”.
Alcuni affermano che esso sia l’evoluzione del liberismo, ma è falso: il liberismo si rifaceva al concetto chiave nella teoria macroeconomica, di “concorrenza perfetta”: il “mercato”, in quel caso, non può essere influenzato da alcun singolo operatore, poichè è il mercato stesso che fa il prezzo, ed il beneficio per il consumatore e l’utente, diventa evidente.
Nell’iper-neoliberismo invece sono alcuni grandi oligopoli che muovono le pedine fondamentali del mercato, col risultato di una distorsione continua dei prezzi e dei valori in campo, e lo snaturamento delle democrazie.
Come sta accadendo palesemente ai giorni nostri, con i vari “Patriot Act”, “Jobs Act”, che altro non sono, se non delle demolizioni controllate di diritti civili, ottenuti dopo decenni di lotte per ottenerli.
Si pensi, ad esempio, che nell’analisi di alcuni autori, negli Stati Uniti, tutti i media e i provider internet, farebbero capo, in ultimo, alla proprietà di soli sei grandi gruppi: alla faccia della concorrenza e della libertà d’informazione!
(Fonte http://www.businessinsider.com/these-6-corporations-control-90-of-the-media-in-america-2012-6?IR=T)
Quello che conta comunque, per l’informazione, è che, dietro al concetto di iper-neoliberismo, si celi ciò che Jean-Francois Kahn, in primis, e poi Serge Latouche (che ha sviluppato nei suoi libri il concetto) hanno definito come “pensiero unico”.
Dietro al pensiero unico, riportato incessantemente dalla stampa main-stream, nella sua famelica“agenda-setting”, si occulta la mancata applicazione, sistematica, direi, della “libertà di stampa”.
D’altra parte ci sarà un perché, dietro al fatto che l’Italia (per limitarsi giusto al nostro paese) si trovi al 73° posto nella classifica della libertà di stampa?
Un aspetto banale, bisogna aggiungere, ma mai sufficientemente riportato, sta poi nel fatto che “chi ha la tromba più grande, emette anche il suono più forte”, sovrapponendosi alle trombette più piccole.
Mi riferisco ovviamente a piccoli e grandi media.
La cosa incide sui cosidetti “bias” che ci costruiamo col tempo, i filtri fatti dalle conoscenze e dalle esperienze pregresse, che ci impediscono di cercare la verità (sui giornali, in questo caso) con la dovuta limpidezza mentale.
Tony Cartalucci, autore di “Come sopravvivere sul campo di battaglia della guerra di informazione” (comparso su controinformazione.info, il 31 marzo 2016), dice in proposito :” prima di tutto, bisogna che le persone si dedichino personalmente ad inseguire la verità, non importa dove, avendo il coraggio di accettare una realtà che potrebbe non necessariamente coincidere con la loro attuale percezione delle cose.”
Prima di tutto dunque, armarsi in proprio dello spirito di ricerca della verità.
Partiamo ad esaminare i punti che ci potrebbero aiutare ad individuare la bontà di una notizia comparsa su un sito di controinformazione, o cultura alternativa che sia, da una considerazione su Google.
Google, nel lavoro di indicizzazione del suo motore di ricerca, ha messo a punto un sistema (che ha dietro degli uomini, non solo algoritmi), che gli consente di proporre ai suoi utenti dei risultati utili, quanto più vicino possibile agli intenti che muovono la ricerca iniziale.
Ora, capire la validità di un sito d’informazione, può prendere le mosse da quel metodo, poichè è indispensabile individuare dei criteri, quanto più oggettivi possibili, per identificare il nostro obiettivo.
L’indicizzazione di Google ha l’obiettivo di fornire, da un lato, dei risultati coerenti con la ricerca e, dall’altro, quello di riportare le migliori pagine web che se ne occupino.
Capire se un sito di stampa alternativa sia valido, deve partire necessariamente dal capire la validità del sito internet stesso, ancor prima di mettere a fuoco se quanto riportato nei contenuti dei suoi post sia veritiero.
Ecco che siti pieni di pubblicità, mal impostati graficamente e sopratutto siti in cui sono assenti i nomi e cognomi di chi pubblica, già, è ovvio che hanno solo l’intento di “lanciare il sasso e nascondere la mano”..
Il punto successivo sta nel chiedersi, leggendo un articolo sul web, quale effetto esso voglia realmente ottenere?
Così come è sempre esistita la pubblicità occulta, purtroppo, in un certo senso esiste anche “l’informazione occulta”, una informazione cioè che ha fini diversi, rispetto a quelli proposti in prima battuta al lettore.
“Gli spettatori avranno notato quante volte nel film si faccia riferimento alla rivolta, alla lotta, alla rivalsa popolare. Personalmente in alcuni frangenti non ho potuto fare a meno di pensare ad un'autentica istigazione alla sommossa violenta.”, dice questo articolo (http://www.anticorpi.info/2010/03/controinformazione-ed-istigazione.html)comparso su Anticorpi, facendo riferimento a quanto avviene nel cinema.
Ebbene, il concetto è lo stesso per gli altri media: se un articolo, un post, un video, mira, in ultimo, a sostenere una qualche forma di rivolta popolare, è chiaro che si tratta di fuffa, e va bannato all’istante, dato che non può essere mai la rivolta popolare, il vero fine del divulgatore.
“Ciò che personalmente temo è che il sistema stia alimentando e strumentalizzando la controinformazione per istigare una reazione da parte della base sociale, una reazione violenta capace di giustificare l'adozione di contromisure altrettanto violente e radicali che costituiscano un ulteriore giro di vite sulla repressione delle libertà individuali.”, dice ancora l’autore dell’articolo su citato.
La riflessione va a braccetto con la ricognizione del contesto suddetto, il sistema iper-neoliberista: uno stato ormai influenzato dalle elite finanziarie, che mira solo ad ottenere leggi liberticide, per decapitare ulteriormente i diritti civili, con qualsiasi mezzo, compresa questa forma ormai diffusa ma occulta di “divulgazione finalizzata” .
Entrando nel discorso delle fonti di informazione, dopo anni di lavoro, di lettura e di attenzione di siti di informazione alternativa, ritengo che non ci sia una sostanziale differenza, in prima battuta, sulla bontà e veridicità delle fonti.
Non è vero, come afferma sbrigativamente qualcuno, che nei siti di controcultura non ci sarebbero le fonti, anzi, spesso si fa riferimento ad ottime fonti, persino istituzionali, che sono però al di fuori di quelle usate e riusate dai grandi media. (Si veda questo video che segue, come esempio: http://www.redflagnews.com/headlines-2016/un-peace-council-the-us-media-is-lying-to-the-american-people-the-war-in-syria-is-not-a-civil-war-its-a-proxy-invasion-by-the-united-states)
Il focus qui, comunque, deve andare alla disamina obiettiva delle fonti e del loro valore.
Anche qui, per brevità, rimando alla lettura dell’articolo citato in testa di Cartalucci, il quale ricorda di prendere in considerazione innanzitutto la fonte originale, cioè mettendo da parte (cestinando) la fonte “presunta” o “trapelata”, su cui si appoggia effettivamente la disinformazione.
Così come importante è seguire “la traccia dei soldi”, vero e proprio bastione del giornalismo investigativo.
Cartalucci cita a modello di ottimo giornalismo che segue le regole di cui sopra, un articolo sul New Yorker del 2007, intitolato “Il reindirizzamento“, del giornalista emerito Seymour Hersh, da cui – aspetto tutt’altro che secondario – si spiega da dove ha preso le mosse la fatidica “guerra al terrore”, con cui oggi i telegiornali riempiono i loro spazi, omettendo peraltro, sistematicamente, parecchi elementi utili, come si vedrà.
C’è ancora un altro punto chiave su cui riflettere: la disinformazione travestita da controinformazione, che forse è la piaga più grande che attraversa longitudinalmente tutto ciò che compare sui media, che siano istituzionali o meno, che vadano in tv o sul web.
Dice infatti l’autore di questo articolo:” Come non mi sono mai illuso che la realtà sia quella rappresentata dai mass media, non mi illuderò che un personaggio stipendiato per dissentire sui mezzi di persuasione di massa, potrà mai venirmi a parlare dei veri problemi del mondo”
E aggiunge:” teniamo la mente bene aperta, perché stiamo inoltrandoci in una fase in cui sempre più spesso la disinformazione ci sarà somministrata sotto forma di controinformazione, e sarà sempre più difficile distinguere le denunce in buona fede da quelle che si spacciano come tali, ma che in effetti servono interessi occulti.”
(Si approfondisca il concetto dei “leftgatekeep” sul suo articolo http://www.anticorpi.info/2010/02/i-left-gatekeeper.html)
Infine, dopo l’analisi e la “critica”, concludo con una proposta.
Si potrebbe creare un ente indipendente, che abbia il compito precipuo di verificare e riportare agli utenti la verità nei media!
E stilare, ad esempio, dei rapporti, con un” indice di veridicità” di un articolo o di un programma televisivo.
Non so se questo sarebbe mai auspicabile, certo è che, se si è arrivati a concepire un’idea del genere, questo è dovuto ad un sistema dei media poco trasparente ed indipendente, ma la domanda che sorge spontanea è: ciò, non renderebbe ancora più complicato il sistema?
E, di seguito: chi dovrebbe presiedere questo ente? E ancora: quali potrebbero essere le regole obiettive, alla base dei suoi rapporti sul lavoro dei media?
Quanto ho scritto in questo articolo, è chiaro che dovrebbe essere oggetto di ben più ampia trattazione, ma spero aiuti l’utente, quanto il professionista dei media ad aprire gli occhi su una realtà che ha molti più strati di quanti non si vedano ad un primo sguardo.
il giornalista free lance non credeva negli ordini professionali, era uno spirito libero
Oggi Antonio Russo avrebbe avuto 56 anni se non fosse stato ucciso la notte tra il 15 e il 16 ottobre in Georgia, dove si trovava in qualità di inviato di Radio Radicale per documentare la guerra in Cecenia. Il suo corpo venne ritrovato torturato, ai bordi di una stradina di campagna a 25 km da Tblisi. Antonio Russo era stato per molti anni freelance e reporter internazionale di Radio Radicale. Tra le sue corrispondenze quelle dall'Algeria, durante gli anni della repressione, dal Burundi e dal Ruanda, che hanno documentato la guerra nella regione dei grandi laghi, e poi dall'Ucraina, dalla Colombia e da Sarajevo.
Russo fu inoltre inviato di Radio Radicale in Kosovo, dove rimase – unico giornalista occidentale presente nella regione durante i bombardamenti NATO – fino al 31 marzo 1999 per documentare la pulizia etnica contro gli albanesi cossovari. Nel corso di quelle settimane collaborò anche con altri media e agenzie internazionali. In quell'occasione fu protagonista di una rocambolesca fuga dai rastrellamenti serbi, unendosi a un convoglio di rifugiati kosovari diretto in treno verso la Macedonia. Il convoglio si fermò durante il percorso e Antonio Russo raggiunse Skopje a piedi. Di lui non si ebbero notizie per due giorni, nei quali lo si diede per disperso.
Perquisita dalla polizia georgiana, la sua abitazione fu ritrovata in soqquadro, mentre il telefono satellitare, il computer, la videocamera e il materiale di Russo inerente gli eccidi in Cecenia era stato sottratto. Le indagini della procura di Roma e della Digos, supportate anche da fonti del quotidiano The Observerer, dell'Ansa e del Corriere della Sera, collegarono l'omicidio di Russo con le sue scoperte giornalistiche. Aveva infatti cominciato a trasmettere in Italia notizie circa la guerra, e aveva parlato di una videocassetta contenente torture e violenze dei reparti militari russi ai danni della popolazione cecena. Secondo alcuni suoi conoscenti, Russo aveva raccolto prove dell'utilizzo di armi illegali contro bambini ceceni, con pesanti accuse di responsabilità del governo di Vladimir Putin.
Giornalista freelance, non si era mai iscritto all'ordine dei giornalisti italiano perché, come anche il gruppo dei radicali italiani di cui faceva parte, era ad esso contrario. Questo il ricordo di un collega Claudio Gherardini incaricato di visionare villaggi albanesi distrutti dai miliziani serbi per conto di una ONG. “Lo conobbi nel dicembre del 1998 , stavo concludendo la mia permanenza nei Balcani iniziata nel 1996. Ho passato una settimana con lui a Pristina. Ancora me lo vedo a tavola in pizzeria con i suoi ragazzini di strada, affamati e che mai sarebbero stati ammessi nel locale se non per lui. Mi pento solo di non averlo fotografato, chissà cosa mi avrebbe detto. Avevo un fuoristrada scassatissimo ma andammo un po’ in giro assieme. Uno che sentii subito come un fratello. Antonio metteva di buon umore subito. Era uno spirito libero e non aveva paura di niente.” Nel 2001 gli è stato assegnato postumo il premio Saint Vincent di giornalismo e il premio della Free International Press è dedicato alla sua memoria.