
L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni. |
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Frammenti che orbitano qua e là, individuati, carpiti; li commento e condivido con voi.
La Riflessione!
AIUTO!!! Non ci capisco più niente. Green Pass, Super Green Pass, Super super extra Green Pass, Virologi contro Virologi, Talk Show con i soliti che fanno finta di litigare, i vari Tg (sia chiaro, tutti) che in ogni edizione “spaventano e creano panico”, i NO VAX che imbrogliano le carte per non vaccinarsi, le mamme che hanno paura a vaccinare i loro bambini, i tri-vaccinati che non hanno più certezze, le farmacie prese d’assalto, i medici di base che non sanno cosa fare e, in questo caos completo, l’economia che cresce (così dicono i “colti”). Noi, nel nostro circoscritto mondo della ristorazione, dei produttori di vino, organizzatori della tanto sospirata ed attesa “ripresa”, registriamo: cali impressionanti di presenze nei ristoranti, un latente coprifuoco nei centro città dopo una certa ora, corsa spasmodica a fare tamponi per potersi “muovere”, i rinvii a raffica delle manifestazioni programmate, piani organizzativi delle aziende e dei produttori che finiscono “a schifio”, l’Europa mai così disunita (ahimé). Continuare ancora? AIUTO!!! Non ci capisco più niente e non so a chi dare retta.
Frammento n. 1
Gennaio, febbraio. Annullate le manifestazioni.
Al grido di “La pandemia corre di nuovo” riproposti alcuni grandi eventi,
programmati nel mese di febbraio, a marzo confidando che “omicron” esaurisca i suoi effetti e sia permesso circolare con maggiore libertà. Alcuni addirittura annullati per l’anno in corso come ViniVeri Assisi 2022. Riprogrammiamo le date nelle nostre agende:
- PrimAnteprima, quella organizzata dai Consorzi toscani si effettuerà sabato 19 marzo a Firenze, Fortezza da Basso;
- Chianti Lovers sempre a Firenze, Fortezza da Basso, domenica 20 marzo;
- Chianti Classico Collection, Firenze Fortezza da Basso, lunedì 21 e martedì 22 marzo;
- Anteprima Vernaccia di San Gimignano nelle storiche sedi nel centro di San Gimignano mercoledì 23 marzo;
- Anteprima Vino Nobile di Montepulciano, nella fortezza di Montepulciano giovedì 24 marzo;
- Anteprima l’Altra Toscana (la sede non è stata comunicata) venerdì 25 marzo.
- Grandi Langhe presso l’Ogr di Torino il 4 e 5 Aprile;
- Anteprima Amarone dal “freddo inizio febbraio al caldissimo mese di giugno (le date ancora da confermare”.
I problemi sono duplici: i mesi scelti sono impegnativi per le piccole aziende a carattere familiare che non dispongono di personale specifico addetto alle vendite e spesso le date coincidono con altri eventi a cadenza “naturale”. Gli addetti ai lavori di fronte a difficili scelte e conseguenti rinunce.
Frammento n. 2
Gli Stati Uniti e la Francia invece…
confermano le date programmate pronti ad accogliere tutti gli operatori nazionali ed internazionali del settore wine and spirit predisponendo le migliori condizioni possibili al grido: “non si può attendere di morire d’altro”. In particolare la Francia ha confermato che il 14 febbraio prossimo si apriranno i cancelli di Wine Paris & VinExpo Paris. Ma la Francia non è messa peggio di noi?
Frammento n. 3
Riceviamo dalle aziende
Il Gruppo Vinicolo Santa Margherita investe sul futuro della Maremma Toscana DOC
Acquisita la cantina Pieve Vecchia a Campagnatico. Con questa acquisizione il Gruppo vinicolo veneto della Famiglia Marzotto investe sulla Denominazione DOC Maremma Toscana e sui vini unici per stile e tradizione. La cantina Pieve Vecchia confluirà nella già conosciuta Tenuta Sassoregale contando così su di una estensione totale di 80 ettari. Oggi il Gruppo Santa Margherita conta ben 720 ettari vitati.
Frammento n. 4
Il Grignolino nipote del Nebbiolo e della Freisa.
L’avanguardistica cantina Hic et Nunc di Vignale Monferrato ha ospitato recentemente una tavola rotonda tecnica sul Grignolino e sulle inaspettate ipotesi di parentela con il Nebbiolo e Freisa. Anna Schneider, ricercatrice del Consiglio Nazionale delle Ricerche, genetista di fama internazionale, nel suo intervento ha precisato: “La nascita di un vitigno è frutto di un momento e di un luogo ben precisi, potenzialmente svelabili con l’analisi genetica del DNA. Il Grignolino è figlio di un genotipo ricostruito, estinto o forse non ancora recuperato, a sua volta figlio del Nebbiolo e della Freisa”.
Frammento n. 5
Erbaluce: in vent’anni i vigneti aumentati del 77 per cento.
Rappresenta a mala pena l’0,5% del vigneto Piemonte eppure, questa piccola Docg, sta conquistando quote di mercato italiano ed estero. Tre le versioni prodotte con questo vitigno: fermo, spumante e passito. Quest’ultimo entrato a pieno titolo nelle “gemme enoiche italiche”. I numeri di questa Docg della zona morenica eporediese: 227 ettari di vigneti coinvolgendo circa 300 operatori tra produttori, vinificatori e imbottigliatori per una produzione annua di circa 1 milione e mezzo di bottiglie. Il passito 2021 che si potrà bere dal 2025 pare che sia una vera e propria “bomba”.
Osservo, scruto, assaggio e…penso. (urano cupisti)
Renata Mazzei è attrice dal 1998, insegnante di teatro dal 2002 e PhD in Performing Arts presso l'ECA-USP. Nel 2009 ha completato il suo master all'ECA-USP con la ricerca "Aikido e il corpo dell'attore contemporaneo", un'arte marziale praticata per 13 anni. Come risultato pratico, ha ideato il monologo "Separação de Corpos", di cui è autore e che è stato presentato a São Paulo (BR), Ouro Preto (BR), São José (Costa Rica) e Città del Messico (Messico). Nel 2007 è entrato a far parte del CEPECA (Centro di ricerca e sperimentazione scenica degli attori) con sede presso l'ECA-USP e insieme agli altri membri del CEPECA ha lanciato i libri “CEPECA: Uma Oficina de Pesquisas 1 e 2” (2010/2014) . Nel corso della sua carriera ha partecipato a spettacoli che spaziano dal realismo al teatro fisico come "Medo...desejos", sempre di lei e Uma Questão de Tempo, di Alberto Guiraldelli.Nel 2011 ha vissuto in Inghilterra dove ha partecipato al corso “Act Creation Course” al Circomedia-Bristol e ha tenuto workshop con rinomate compagnie teatrali britanniche come Complicitè e Trestle. Nel 2012 ha partecipato al film "Do Lado de Fora" di Alexandre Carvalho (2013), nel telefilm "A Grávida da Cinemateca" di Christian Saagard (2015) e un episodio della serie HBO brasiliana “O Negócios” (2015) Per undici anni ha insegnato in corsi professionali come Recriarte e Teatro Escola Macunaíma. Nel 2017 si ‘e trasferita a Firenze e ha fatto diversi corsi e workshop di approfondimento come una specializzazione sulla tecnica di Meisner all'Accademia di Inflorence, un workshop con Thomas Richards su Grotowski, e lo workshop - La voce nella dimensione gestuale e performativa con Francesca della Monica. Nel 2018 e 2019 a Roma ha partecipato allo spettacolo Le Tre Sorelle, adattamento del testo di Anton Chekov, per la regia di Daniele Nuccetelli.
Conosciamo meglio Renata:
D- Vuoi parlarci dei tuoi inizi?
Ho iniziato a fare teatro amatoriale quando ero adolescente perché ero appassionata di teatro fin da bambina. Quando ho sperimentato nella pratica, ho visto che essere un'attrice era la mia più grande passione. Questo mi ha portato a seguire un corso tecnico professionale e subito dopo ho avviato una compagnia teatrale col marito di allora e altri due attori a Sao Paolo. È stato un inizio difficile perché non avevamo i soldi e nemmeno un posto per lavorare, ma poco a poco abbiamo ottenuto riconoscimenti, uno spazio per i laboratori e presentare spettacoli, abbiamo ottenuto alcuni bandi e abbiamo iniziato a vendere spettacoli. In quell'inizio, parallelamente al teatro, insegnavo inglese e portoghese. Era molto dura perché spesso lavoravamo tutto il mese senza alcun profitto, ma piano piano venivamo ricompensati per quello sforzo. Nel 2006, dopo il divorzio, ho lasciato questa compagnia teatrale e ho iniziato ad agire in autonomia. Questa é stata un'altra fase difficile, portandomi comunque molte soddisfazioni. È stato durante questo periodo che ho iniziato ad insegnare al Teatro Escola Macunaima, la piu grande scuola di recitazione a San Paolo, dove ci sono rimasta per 10 anni.
D- Molte sono state le tue esperienze teatrali, vuoi parlarcene?
Ho concluso il corso professionale in Teatro nel 1998 e poco tempo dopo ho iniziato la prima Compagnia di teatro. Con questa compagnia di cui ho fatto parte dal 2000 al 2007, ho creato insieme agli altri attori "Nasus e Flora- una storia d'amore" (2003-2006), presentato in Brasile e in Australia, "Solitudine" (2004) di Steven Berkoff, spettacolo presentato al 9 ° Festival de Cultura Inglese in cui sono stata anche traduttrice e produttrice, "A Proposito di Sogni e di Speranza" (2006) spettacolo ispirato alle opere di Paulo Freire e "Itas Odu Medea" (2006) adattamento del mito di Medea, ispirata dai rituali del Candomblé.
Dopo la mia esperienza con questa compagnia ho fatto diversi corsi per migliorare sia come attrice sia come insegnante di recitazione. Per cui dal 2006 al 2009 ho fatto un Master in Arte Scenica presso l'Università di São Paulo (USP) con la ricerca "Aikido e il corpo dell’attore contemporaneo”, arte marziale praticata per 15 anni. Come risultato pratico ho realizzato il monologo “Separação de Corpos", il cui debutto è avvenuto nel maggio 2009. Questo spettacolo è stato presentato a São Paulo (BR), Ouro Preto (BR), San Jose (Costa Rica) e Città del Mexico (Mexico). Da questo lavoro ho sviluppato il workshop "Aikido e la poesia del corpo dell'attore", che ho insegnato in Brasile nelle officine culturali Oswald Andrade, SP Escola de Teatro, vari campi della USP per attori e non-attori. Dal 2013 al 2018 ho fatto il Dottorato di ricerca in Arte Scenica con la ricerca "Aikido e capoeira come fonti di ispirazione per la drammaturgia dell'attore" presso l'Università di São Paulo (USP). Durante questa ricerca ho realizzato “Amleto", spettacolo basato sul lavoro omonimo di William Shakespeare.
Nel 2007 sono entrata a far parte di CEPECA (Centro di Ricerca e Sperimentazione Scenica dell'attore) con sede presso ECA-USP. Insieme con gli altri membri del CEPECA, ho contribuito ai libri "CEPECA: Uma Oficina de PesquisAtores" (2010) e "CEPECA: Uma Oficina de PesquisAtores 2" (2014).
Dal 2007, quando ho iniziato il percorso autonomo, ho realizzato gli spettacoli di teatro fisico “Separação de Corpos”, "Medo ... desejos” ed ho partecipato a Uma Questão de Tempo", di Alberto Guiraldelli, regia Monica Granndo. La drammaturgia di tutte e tre gli spetacoli fu il risultato di una creazione collettiva.
Nel 2012 sono entrata a far parte del gruppo di cinema AP 43 come attrice ed ho partecipato al film “Do Lado de Fora” di Alexandre Carvalho (2013), al telefilm “A Grávida da Cinemateca” di Christian Saagard (2015) e ad un episodio della serie brasiliana HBO “O Negócio" (2015).
Nel 2015 ho fondato con Christiane Lopes la “Das Duas Cia” ed in teatro il primo spettacolo fu “Memorie Postume di Brás Cubas” di Machado de Assis, uno fra i piú grandi scrittori brasiliani.
Nel 2011 mi sono recata in Inghilterra dove ho partecipato del corso di teatro fisico “Act Creation Course" a Circomedia- Bristol e ho partecipato a workshop con rinomate compagnie teatrali britanniche come Complicitè e Trestle.
Per undici anni ho insegnato recitazione e linguaggio del corpo in corsi professionali in Brasile come Recriarte e Teatro Escola Macunaíma.
Nel 2017 mi sono trasferita a Firenze per fare corsi e workshop con Francesca della Monica, Thomas Richard e Tim Daish e nel 2018 sono stata invitata a fare parte dello spettacolo Le Tre Sorelle, un adattamento del testo Ti Anton Tchekov, a Roma.
Dal 2019 impartisco lezione privata di recitazione e oratoria e collaboro con la Associazione Sconfinando come insegante di teatro in Inglese ai bambini.
D- Non è sempre facile che la meritocrazia aiuti chi della sua professione metta anima e corpo: tu hai trovato difficoltà?
Si è vero. La meritocrazia non è sempre presente in questo settore ed è per questo che è sempre molto difficile lavorare col teatro. Sono pochi soldi per molti artisti e in questa competizione non sempre vince il progetto migliore. Ma non mi sono mai abbattuta. Anche se non ho guadagnato o vinto premi come meritavo, ho sempre fatto del mio meglio perché a prescindere da questi aspetti, il pubblico merita sempre il meglio dell'artista.
D- Nella tua lunga esperienza di attrice cosa ti è entrato più nel cuore?
Il rapporto con il pubblico è ciò che apprezzo di più in questo lavoro. Mesi di fatica, crisi, problemi, vengono sempre premiati quando siamo davanti a quelle persone che sono venute a vedere cosa è stato fatto. E questa connessione è sacra.
D- Cosa consiglieresti ai giovani che si apprestano a studiare per essere un giorno attori?
Fare del proprio meglio e fallo sempre con il cuore. Essere un attore di teatro è un lavoro che richiede molto sudore e se non è fatto con tanto amore e dedizione, o se è fatto solo per il perseguimento della fama, è meglio non farlo. Prima che il pubblico provi piacere nel vedere il lavoro di un attore, credo che l'attore debba provare molto piacere in ciò che fa. E inoltre, deve leggere molto, andare a mostre, vedere film, guardare spettacoli, osservare la gente per strada, viaggiare, conoscere culture diverse e tutto ciò che serve ad ampliare la prospettiva di se stesso e del mondo che ci circonda.
D- Vuoi raccontarci del pro e del contro che s’incontrano nella tua professione?
Ci sono molti pro e contro. Come contro, vedo la mancanza di meritocrazia e principalmente la mancanza di apprezzamento dell'arte nel suo insieme in diversi paesi. L'arte è spesso vista solo come un intrattenimento superfluo che ne possiamo fare anche a meno. È necessario guardare all'arte come a qualcosa di essenziale per l'educazione di chiunque perché l'arte ci aiuta a vedere meglio il mondo e le persone. Così come può essere un vantaggio per tutti, può essere un vantaggio anche per l'attore. Come attrice ho imparato a vedere l'essere umano più profondamente. Viviamo così tante vite diverse che questo ci fa capire la complessità degli esseri umani. Penso sia una esperienza molto ricca. Inoltre, riuscire ad avere questo rapporto vivo ed energico con il pubblico, solo il teatro te lo può dare, e questo non ha prezzo.
Cara Renata, lascio sempre una “domanda bianca” che non contiene quesiti ma solo uno spazio libero perché ogni artista da me intervistato, possa avere libertà di parola e di richiesta.
Per tanto scrivi i tuoi desideri, le tue paure, le tue gioie o incertezze.
A te la parola…
Come artista teatrale vorrei che il teatro, nella sua accezione più artigianale, fosse valorizzato come una grande arte. L'attore riconosciuto e aprezatto è di solito il famoso, quello che lavora con i grandi media. L'artista teatrale stesso dovrebbe essere valutato per la qualità del suo lavoro, indipendentemente dal suo nome. Gli operatori teatrali hanno diritto ad una vita dignitosa come qualsiasi altro professionista.
Un'altra cosa che vorrei dire sul teatro è che il teatro è uno strumento con un forte potenziale di trasformazione e consapevolezza sociale. Può affrontare in profondità i problemi sociali e umani al fine di sensibilizzare le persone a determinate questioni. Ha il potere di sollevare le persone dall'inerzia e farle pensare a ciò che le circonda. Ma non credo sia sfruttato in questo modo come dovrebbe. E uno dei motivi è la mancanza di fondi. Secondo me dovrebbero esserci più spazi teatrali con finanziamenti per mantenere gli attori nella produzione di spettacoli, ricerche, insegnamento, promozione di discussioni e dibattiti. Questo aiuterebbe anche la formazione del pubblico che spesso non ama il teatro perché non lo conosce.
E infine, vorrei parlare di qualcosa di più personale. Fare l'attore o l'attrice non è facile, richiede molti sacrifici e abdicazioni per la mancanza di risorse, le ore di prove, la natura stessa del teatro chè creare usando il proprio corpo, e a volte, mi sono chiesta se fosse la decisione giusta seguire il teatro o se sarebbe stato meglio optare per qualcosa che mi desse una maggiore sicurezza finanziaria. Non mentirò che ci ho pensato più volte, anche per la paura del futuro in un mondo capitalista che punisce l'invecchiamento. Ma finisco sempre con la stessa conclusione, che non avrei avuto le meravigliose esperienze che ho avuto nella vita se non fosse stato per il teatro.
07.01.2022 - La cosa che mi colpì di più nella mia ultima visita del Kazakistan due anni fa fu l’assoluto senso di esasperazione (fra tutte le categorie sociali) nei confronti di una mafia politica parassitaria e sovente senza ritegno nella spreco delle risorse pubbliche. Con l’ulteriore impoverimento causato dalle restrizioni pandemiche, la massa critica per l’esplosione di rabbia proletaria osservata questa settimana era pronta ad attivarsi.
Se quest’ultima, che resta la ragione vera delle proteste, non doveva stupire più di tanto, rimane che nel definire gli equilibri di un paese strategico quale il Kazakistan intervengono molti fattori legati alla dimensione estera.
Spalleggiato dalla Russia e dagli altri regimi dell’area CSI, il Presidente Tokaev ha imputato il disastro a sedicenti “forze esterne”. Vi è sicuramente l'oligarca in esilio Muktar Ablyazov (già protagonista delle cronache italiane nel 2013, quando il governo Berlusconi acconsentì alla deportazione della famiglia su richiesta kazaka), il quale dispone di risorse e reti attivabili sul terreno per sfidare le autorità. Di certo esiste anche la rete transnazionale delle “rivoluzioni colorate”. Questa parodia liberale del “Comintern”, si compone di migliaia di (ormai neanche più tanto) giovani oppositori dei suddetti regimi che trovano in Polonia, nell’Ucraina post-Maidan e in altri avamposti della NATO, strutture di supporto e mobilitazione per cambi di regime pilotati. Data l’attuale politica aggressiva che gli USA conducono contemporaneamente verso Russia (fronte ucraino) e Cina (Taiwan, AUKUS), gli anglo-americani hanno sicuramente ogni interesse a destabilizzare un paese importante per il partenariato strategico russo-cinese quale il Kazakistan.
Tale dato spiega la rapidità con cui la Russia ha risposto all’appello di Tokayev per far intervenire le forze dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC), la “NATO orientale” a guida moscovita. Putin vuole evitare sorprese nell’enorme territorio confinante del paese, sorta di “ventre molle” per la potenza russa. Ma l’intervento OTSC costituisce un passo estremamente rischioso, che potrebbe innescare linee di conflitto interetniche fra kazaki, russi ed altre minoranze. Esso può aver senso solo se resta limitato alle infrastrutture strategiche (cosmodromo di Baikonur in primis) in modo da alleggerire il carico per le forze di sicurezza nazionali.
In ogni caso, per capire la crisi in corso bisogna porsi nella prospettiva dei gruppi oligarchici nazionali cresciuti alla corte dell’ex-Presidente Nazarbayev nei tre decenni del suo regno. Da questo ibrido fra elementi di “dispotismo orientale” e modelli liberali e liberisti anglosassoni, grazie alla gigantesca dotazione di risorse energetiche, si sono originati enormi capitali, oggi sotto chiave in banche occidentali. A mano a mano che il dittatore invecchiava, parenti, amanti e cortigiani vari hanno messo le mani su parti del bottino sottratto al popolo. Secondo una versione circolata sui social locali, la scintilla principale della rivolta sarebbe stato il decesso di Nazarbayev (che da fine dicembre è scomparso dallo spazio pubblico) con il conseguente scatenarsi della faida interna per le sue ricchezze. In tale scenario, i gruppi oligarchici avrebbero interesse ad indebolire il governo di Tokayev per impedirgli di prendere il controllo delle risorse. Una tale lettura spiegherebbe perché l’apparato di sicurezza abbia dato una tale pessima prova di sé nel mantenimento dell’ordine pubblico. Su tali linee vi è anche chi vede un interesse russo a mettere il paese sotto chiave per impedire una deriva pro-occidentale.
La situazione è in ogni caso critica. Nella migliore ipotesi, Tokayev dovrebbe riprendere il comando sulle strutture di sicurezza tenendo separate le forze OTSC dai rivoltosi. Su tali basi, previa prosecuzione delle figure più odiose del regime (o almeno riconducendo in Patria le enormi fortune da esse sottratte al bene pubblico), il Presidente potrebbe avviare un processo di riconciliazione in cui leader in esilio quali Ablyazov reintegrino l’arena politica.
Ma la realtà del Kazakistan è dominata da una profonda frammentazione geografica ed antropologica. I Kazaki, oltre ad essere un popolo volitivo ed esasperato, sono anche estremamente divisi su linee regionali e tribali. In un tale paese, senza un potere forte è quasi impossibile mantenere le molte articolazioni socio-politiche sotto un quadro unitario. Data la presenza dei citati (e numerosi) spoilers esterni non mancheranno dunque occasioni in cui la situazione tenderà a sfuggire di mano. In particolare, i soldati OTSC potrebbero venirsi a trovare a rivivere la sorte dei loro padri sovietici in Afghanistan dopo il 1979, bersagli di rappresaglie supportate dalle reti islamiste, ben presenti in Kazakistan.
da Il Manifesto
l'Europa e la NATO, ne è stato confermato il presidente Putin, che durante la sua consueta conferenza stampa di fine anno ha confermato le buone relazioni con Mosca e Roma. Fra i temi più caldi, l'Ucraina, l'allargamento ad Est della NATO e la pandemia.
Quasi quattro ore di domande per il capo del Cremlino da una sala gremita di giornalisti, anche se la platea era limitata a causa delle restrizioni imposte dal Covid. Durante l'appuntamento abituale con la stampa, il presidente ha sollevato i temi più diversi, dalla politica interna ai grandi dossier internazionali. Focus sulla tensione con l'Ucraina e sui rapporti con la NATO. Un tema molto caldo affrontato da Putin è stato l'aumento dei prezzi del gas.
L'Italia ha ricevuto un'attenzione particolare dal presidente russo, che ne ha sottolineato il ruolo importante per la normalizzazione dei rapporti fra la Russia e l'Occidente. Sputnik Italia ha incontrato, per un'intervista in merito, Tiberio Graziani, Chairman di Vision&Global Trends.
- “L'Italia potrebbe avere un ruolo chiave nella normalizzazione dei rapporti fra la Russia e l'Unione Europea, fra la Russia e la NATO”, ha dichiarato Putin durante la sua conferenza stampa. Tiberio Graziani, possiamo dire che il presidente russo ha confermato i buoni rapporti fra i nostri due Paesi?
- È una conferma. Vi è un rapporto consolidato storicamente fra Roma e Mosca. Fin dai tempi dell'Unione Sovietica, l'Italia ha sempre avuto un approccio equilibrato con Mosca. Ricordiamoci che l'Italia ha svolto un ruolo importante come mediatore nei rapporti fra NATO e Russia ai tempi degli accordi di Pratica di Mare. Erano rapporti improntati ad una distensione e ad un dialogo. L'Italia potrebbe ricoprire questa funzione di ponte.
L'Italia potrebbe svolgere questo ruolo anche fra Bruxelles e Mosca. L'Italia ha sempre mantenuto con la Russia degli ottimi rapporti, sia per motivi culturali sia per motivi storici. L'ha fatto con governi molto diversi, con l'allora primo ministro Prodi, oppure con Berlusconi. C' un problema che bisogna sottolineare: l'Italia avere questa funzione se anche il nuovo presidente che avrà tra febbraio e marzo manterrà un'attenzione particolare nei confronti della Russia.
- Fra i temi affrontati durante la lunga conferenza c’è anche il gas. Il capo del Cremlino ha dichiarato che “la Russia è pronta ad aiutare gli europei nella situazione attuale con i prezzi del gas”, smentendo le accuse dell’Europa nei confronti di Mosca. La Russia in realtà non chiude i rubinetti, ma aumenta le forniture verso l’Europa. Che cosa ne pensa di questo tema molto caldo? Qual è l’importanza del gas russo?
- Da un lato abbiamo la narrazione mediatica, dall’altra dei rapporti concreti fra Russia e paesi europei. La Russia non chiude i rubinetti, ha bisogno del mercato europeo, quanto gli europei hanno bisogno delle fonti energetiche russe. È un discorso fatto a sostegno di alcune tesi occidentali, che tendono ad aumentare il divario fra la Russia e i paesi membri dell’Unione Europea. Alcuni paesi mettono il loro contributo a peggiorare il divario, così come fa la Polonia, nonostante i buoni rapporti con la Germania, che con la Russia ha avuto dei legami in materia energetica improntanti all’interesse comune. Tornando a ciò che leggiamo nei mass media, devo dire che si tratta di una lettura la quale non corrisponde ai fatti concreti.
La conferenza stampa di Vladimir Putin prevede un dialogo libero con la stampa "fino all'ultimo".
La conferenza stampa generale di Vladimir Putin è un appuntamento annuale che si svolge dal 2001. Questo sarà il 17° incontro del presidente della Russia con i giornalisti con un tale formato.
La conferenza stampa del presidente russo prevede un dialogo libero con la stampa "fino all'ultimo", ha riferito il portavoce del presidente Dmitriy Peskov. Di solito, all'inizio il capo di Stato illustra i principali dati di carattere economico-sociale, dopodichè i giornalisti hanno la possibilità di fare domande.
Quest'anno la conferenza si tiene il 23 dicembre dalle 10:00, ora italiana. Il portavoce ha fatto notare che la decisione di tenere una conferenza stampa diretta è stata presa dallo stesso capo di Stato. Ha spiegato anche che le domande a Putin non possono essere preparate in anticipo, ma si può facilmente prevedere il contenuto, quando gli organi di governo preparano il materiale di supporto per il presidente.
Quest'anno, a causa della pandemia di coronavirus, all'evento non ci accesso libero, il numero dei giornalisti è stato limitato. Sarà comunque presente la maggior parte dei giornalisti stranieri accreditati in Russia. Per partecipare, i rappresentanti dei media hanno dovuto effettuare tre test PCR.
Frammenti che orbitano qua e là, individuati, carpiti; li commento e condivido con voi.
La Riflessione!
Previsioni facili che si stanno avverando. Non siamo in lockdown ma questo spettro aleggia sopra di noi. Restrizioni già ufficializzate ed altre entrare in vigore. La terza dose di vaccino non basta più, prossimamente il via alla quarta. Il Super Green
Pass è superato. Ne serve uno ancora più selettivo e al momento siamo succubi dei tamponi che, per molti italiani, sono il primo appuntamento mattutino. Che dire? Le aziende dell'enogastronomia vivono nella totale incertezza e programmare l'anno che verrà risu lta estremamente difficile. “In questa valle di lacrime” cerco comunque di sopravvivere continuando l'umile “lavoro” di “raccoglitore di frammenti cosmici” da comunicare a coloro che mi seguono. Con le lacrime sul volto auguro a tutti “Buone Feste”.
Frammento n. 1
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La Caviro di Forlì |
Fatturato CAVIRO oltre quota 390 milioni
La notizia non può che far piacere. Questa Cooperativa romagnola, la più grande d'Italia, ha raggiunto e superato l'obbiettivo prefissatosi alcuni anni fa. “In ogni casa degli italiani, in frigo, dovrà esserci una confezione di Tavernello” . Oggi non più una profezia ma una certezza. E il Tavernello, insieme alle altre produzioni di vino in tetra pack, insieme all'altro fenomeno tutto italico rappresentato dal Prosecco, portano la produzione vinicola italiana a salire (aggiungo trionfalmente), ogni anno, sul gradino più alto del podio mondiale come paese che produrre, in termini di quantità, “più vino al Mondo”. Ognuno è libero di pensarla come vuole!
Frammento n. 2
Wine Spectator ancora riferimento per le aziende.
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Il Pinot Grigio di Lageder |
La rivista statunitense Wine Spectator, ancora una volta, è il riferimento mondiale per molte aziende. Quando pubblica la TOP 100 annuale inizia ad arrivare in redazione i comunicati. Come quello, “meritatissimo”, della tenuta altoatesina Alois Lageder. Il “loro” Terra Alpina Pinot Grigio Vigneti delle Dolomiti 2019 tra i 100 vini migliori al Mondo. “Questo vino nasce dalla collaborazione con numerosi viticoltori del territorio sempre più vicini alla coltivazione biologica e/o biodinamica che ci conferiscono le uve dando alla fine, con questo lavoro di squadra grandi soddisfazioni”. Questo quanto dichiarato da Alois Clemens Lageder alla notizia dell'inserimento nella TOP 100.
Frammento n. 3
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vino albanese |
Alla scoperta del Vino Albanese
Ai più sconosciuto il vino albanese è oggi una realtà della quale sentiremo parlare spesso. Grazie alla collaborazione con AIS Lazio si è svolta a Roma “Alla scoperta del vino albanese”, una degustazione basata su 8 vini presentati da 7 cantine. Con i suoi 26.000 ettari vitati l'Albania ha iniziato a far conoscere la sua potenzialità viniviticola. Accanto ai tradizionali vitigni internazionali troviamo i numerosi autoctoni, quelli maggiormente sotto osservazioni per le loro potenziale peculiarità. Shesh, Kallmet, Vlosh, Debinë, Serinë, Pulës, Manakuq, tra i maggiormente coltivati. Albania, un territorio tutto da scoprire!
Frammento n. 4
Oltrepò Pavese, un serbatoio di Pinot Nero.
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Oltrepò |
Oltrepò ovvero al di là del Po per i lombardi. Qui, da illo tempore, si produce il Pinot Nero che con il Riesling Italico, rappresentano i due vitigni meglio allevati. Il Pinot Nero con le sue tre anime . La prima, importante, limitata alla produzione per conferire le uve ad aziende fuori il tradizionale territorio, anche fuori regione; la seconda quella legata alla vinificazione in rosso; la terza per la produzione dei Metodi Classici. Se ne è parlato all'evento organizzato recentemente a Milano: “Talk'n'Toast-Conversazioni sul Pinot Nero”. Fare squadra per valorizzare e far conoscere il territorio ei propri vini.La rinascita dell'Oltrepò è iniziata.
Frammento n. 5
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Cesari |
Cesari, la nuova cantina in Valpolicella
La storica azienda veronese, dal 2014 di proprietà del Gruppo CAVIRO (quello del Tavernello), ha inaugurato a Fumane la nuova cantina frutto di un investimento che si aggira intorno ai 20 milioni di Euro . Finalità è il raggiungimento di una produzione annua di 4 milioni di bottiglie suddivise nelle diverse tipologie: Amarone, Valpolicella Classico, Ripasso. “La nuova cantina di Fumane unisce insieme la tradizione e l'innovazione”. Ovvio che il tutto rientra nella logica dei grandi numeri. Con l'acquisizione di Caviro non poteva che essere così.
Osservo, scruto, assaggio e…penso. (urano cupisti)
Isola di Lampedusa (arcipelago delle Pelagie, Agrigento);
Autunno avanzato che non sembra tale, 2021
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Una volta sognai
di essere una tartaruga gigante […]
e tutti si aggrappavano a me […]
Ero una tartaruga che barcollava
sotto il peso dell’amore
molto lenta a capire
e svelta a benedire.[…]
questa testuggine marina
è la terra
che vi salva
dalla morte dell’acqua.
(Una volta sognai, Alda Merini; inaugurazione Porta d’Europa, Lampedusa 28 Giugno 2008).
1. Verso Lampedusa
Spinti/stipati disperati su natanti diversi – di cui già solo i nomi attribuiti evocano rotte incerte/insicure (barchini/barconi/carrette del mare) - come fantasmi scivolano a centurie verso Lampedusa, ingresso Sud condiviso di Italia e Vecchio Continente (35° nord e 12° est circa di coordinate): un nuovo mondo per second life agognata, troppo spesso a rischio in mare di subli-mare in altra vita (per chi crede) troppo presto ultraterrena.
Tra i fari dei Capi Ponente e Grecale e quello del Porto s’apre davvero un altro orizzonte, anche se – gran parte libero su deserto a rocce bianche e polvere rossa marziana – in certi arrivi può apparire spesso in qualche modo familiare. Su suolo proprio tanto accidentato, tenta ribattere l’Ariosto nel Furioso a chi – vista appunto “Lipadusa” – trovava tale isola “montuosa e inegual”/“alpestre scoglio”teatro non agibile per scontri a cavallo, come quello Cristiani-Saraceni che il Poeta aveva in loco appunto ambientato.
Tra le rive di Barberìa/Africa settentrionale e Sicilia, “A metà del cammino vi è un'isola chiamata Lampedosa” ebbe a dire in seguito Alonzo de Contreras spagnolo (XVI-XVII secolo), novello Odisseo/seriale maestro d’avventure, che suggestivamente ebbe a rilevare sul Porto “una grandissima torre (volgarmente detta sin dall'antichità Torre d'Orlando) abbandonata che dicesi incantata.”
Oggi l’isola è turismo e supercofine, presidiata a terra da Polizia e Carabinieri, Guardia di Finanza e Costiera invece a mare.
2. Lampedusa da bere
Ad Autunno inoltrato - nel pacchetto Caraibi dietro casa per abbronzature fuori stagione, indubbio ossigeno per economia locale di vacanze e pescato - frequentazioni ancora intense di spiagge (Guitgia, dei Conigli di fronte all’isola omonima) e di scogli (baia Mare Morto); giri d’isola su imbarcazioni turistiche con vista delfini e spaghettate (con possibili soste impreviste transito migranti); frequentazioni d’arabeggianti dammusi riadattati e - a Cala Creta - pure pretesa pizzeria “La più a sud d’Europa”; mini-struscio infine in via Roma (orchestrine, shopping e quant’altro) attenuabile forse un po’ visto il contesto, con benestanti in età soprattutto del Nord e tanti giovani vivaci locali… Una Lampedusa moderatamente da bere, osando riciclare l’espressione-tendenze su Milano anni ’80, secolo scorso.
3. Salvezze e naufragi a Lampedusa
Non sembrano trovare invece mai tregua qui da omeriche tenzoni con l’onda, sia respinti/salvati al largo sia – fortunosamente approdati – dopo triage sanitario trasferiti confusi all’hotspot di Contrada Imbriacola; e neppure quando meteo o politiche avversi spingono a ridurre/deviare/smorzare partenze/rotte/speranze, o peggio ancora - a sé stessi malauguratamente perduti – con nomi/senza nomi, diversi si trovano in fine affiancati al cimitero locale .
°°°
Tanti i luoghi/manufatti legati a fughe di salvezza e naufragi, presso cui – anche se solo evocati – continuano a suscitare così pietas, più che mero pietismo.
Al Santuario della Madonna di Porto Salvo storia narrata d’Andrea Anfosso ligure prigioniero dei Saraceni (seconda metà XVI sec.), avventurosamente tornato in patria con l’ausilio di un’immagine mariana scoperta nell’isola. Nell’effigie-sintesi della vicenda, il marinaio innalza a mo’ di vela il sacro dipinto, facendosi sospingere così dal vento a bordo d’improvvisato naviglio . Ma altri racconti aleggiano ancora qui di sbarchi e d’avventure, tra grotte disposte intorno al luogo consacrato
.
Sul lungomare in paese - poi - la dinamica fusione Trionfo sul mare” di Geny Scalzo ; le scritte evidentemente antagoniste (probabilmente “Proteggere noi e i nostri confini” e “Proteggere le persone”)
vergate/sovrapposte in sequenza incerta al Porto, tra l’ingresso del Molo Favarolo e le tante faccine (fantasmi di chissà quanti viaggi) che animano un murale colorato
; i natanti soccorsi/sequestrati di vario tipo che cigolano ammassati lungo il canale
, con senso di naufragio che cerca di trascolorare però la vita quotidiana del Porto.
In Contrada Cavallo Bianco – menzione di quello perso in battaglia dall’epico Orlando – infine la Porta, detta d’Europa : creazione guarda caso d’un altro Paladino - Mimmo scultore - incrostata di simil-oggetti quotidiani salvati/persi (come le vite) in tanti approdi tentati. Passaggio così aperto verso cielo e mare da togliere/affannare in alternanza il respiro, come capita pure al mare stesso di Lampedusa, che a volte col marrobbio (tsunami minimale) esprime le sue emozioni sulle rive dell’isola.
La grande Pelagia in qualche modo resiste – quando può/quanto può - a non fare di tale sogni soltanto incubi, portando ospitalità mediterranea in angosciose contese tra pietas individuale ed esigenze collettive, iniziative locali e protocolli istituzionali, confini di centro abitato/isola e di Paese/ Continente; anche se capita rilevare comunque in loco qualche controcanto deluso, per disparità di concessioni - ad esempio - in tempo di lockdown (vedi annullamento processione per l’amatissima Madonna di Porto Salvo il 22 Settembre, e l’ospitalità concessa invece al sit-in pro-migranti a inizi d’Ottobre),
Beati comunque coloro che possono esprimersi al riguardo con (relativa) libertà come Pontefice, cantautori, intellettuali e poeti… Chissà se anche a questo alludeva la Merini – tanto ermetica eppure lucida - con “Ero una tartaruga che barcollava/sotto il peso dell’amore/molto lenta a capire/e svelta a benedire”: perché se occorre al riguardo non dimenticare mai le persone quando si fa politica e legislazione, è da promuovere pure nel contempo modi equi di comportamento che – una volta applicati a tutti - costituiscano davvero buona pratica per migranti e comunità di residenti relative.
Proprio come la tartaruga marina allora che, se nei versi di Alda appare salvifica, viene salvata però a sua volta presso l’Isola dei Conigli: là dove Caretta Caretta gode appunto di zona d’ovodeposizione protetta nell’ambito della “Riserva naturale orientata Isola di Lampedusa”.
4. In fine
Tra tanti luoghi frequentati da sbarchi sull’isola, colpisce Cala Pisana per somiglianza forte con sbocco del Tevere a Fiumicino di Roma, là proprio dove in Commedia dantesca l’Angelo addetto imbarca anime per soggiorni sofferti (con speranza però) in Purgatorio: “l'angel di Dio […] sen venne a riva/ con un vasello snelletto e leggero,/ tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva./ Da poppa stava il celestial nocchiero […] e più di cento spirti entro sediero”…
E vero purtroppo che - prima di salvamenti d’alto mare o presso costa – non mancano di regnare però su scafi affollati d’anime ben altri, meno angelici nocchieri come sembra ricordare sempre l’Alighieri“Caron dimonio, con occhi di bragia/loro accennando, tutte le raccoglie;/batte col remo qualunque s'adagia”.
In sintonia evidentemente con tali richiami, il presente reportage (come facile notare) è stato proposto senza il fulcro essenziale delle vicende, il soggetto/protagonista narrativo cioè delle stesse: ché circostanze drammatiche dei tanti sbarchi tentati o riusciti hanno reso/rendono difficile perfino dar nome a chi soffre o viene a mancare, riducendo così tutti questi a nulla più che naufraghi fantasmi, che s’aggrappano a migliaia ad altre parti del discorso come a scogli…
Ad allusiva riempitura di tale assenza, tre oggetti sono sembrati proporsi con pretesa di dare qualche morale al racconto: una lavatrice, una panchina e una bandiera. Se immagine di disumana solitudine e abbandono sofferti in battello appare qui un relitto di lavatrice, incomprensibilmente abbandonato in una spianata (si fa per dire) desertica di centro isola, non è difficile sentirsi ugualmente piccoli di fronte a tanto mare e tanti drammi, nonché all’enorme panchina verde isolata presso il faro di Capo Grecale: issandosi su di essa a fatica, sembra far parte - infatti - davvero d’un Piccolo Popolo!
Al casotto-ristoro di Cala Madonna infine - d’una bandiera una volta tricolore - sventolano solo brandelli di Verde-speranza aggrappati all’asta; il Bianco e il Rosso chissà dove sono volati, anch’essi persi oramai sul mare…
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Sabrina Capurro |
Sabrina Capurro nasce a San Giovanni Valdarno il 10.09.1968. Inizia la sua avventura artistica quasi per caso, grazie all'artista Carmelo Librizzi che vede una sua opera. Le propone una mostra personale. Il successo è immediato; la pittura di Sabrina è molto apprezzata sia dalla critica che dalla stampa.
Cinque le collettive con pittori Americani e Indiani; espone a Firenze al Teatro della Pergola e alle Giubbe Rosse
Nel 1998 Sabrina crea una nuova tecnica di pittura denominata “tecnica diamante” lavorata con gli smalti cosmetici da unghie. Altro successo immediato dal 2000 al 2005 Sabrina espone alla Fortezza Da Basso a Firenze e al Borro presso lo stilista Ferragamo.
Nel 2006 l'artista si ferma con mostre personali e collettive tornando sulla scena nel 2014 con la seconda nuova tecnica di pittura personalizzata “Oil_Seta” eseguita con i colori ad olio e gli ombretti per il trucco. . Nuovo successo. Dal 2014 al 2017 la Capurro espone in otto mostre personali, sette collettive e tre mostre /concorso.
Nel 2018 espone per sei mesi alla Galleria d'Arte Rocca Gallery a Firenze; nello stesso anno partecipa alla biennale a Venezia in una collettiva a Capri ea Napoli, sempre nel 2018 è presente sul CAM catalogo Arte Moderna per la Cairo Editore.
Nel 2020 in piena pandemia covid mentre il mondo si ferma, la Capurro dà vita alla sua terza tecnica personale “Cristal” elaborata con cristalli e ombretti da trucco; tecnica unica al mondo tanto che per evitare plagi, l'artista decide di autenticarla con la propria impronta digitale dando vita così a dei quadri-gioiello.
Nel 2019 partecipa per pura curiosità ad un concorso di pittura su internet: viene in seguito contattata per la sua arte moderna e particolarmente innovativa oltre che unica nel suo stile. Le viene proposto di farsi conoscere nel mondo. L'artista prende tempo molto tempo nella sua carriera ha incontrato profeti che le hanno proposto e promesso in realtà che non hanno mai mantenuto le promesse fatte.
Ma qualcosa le dice che stavolta non sarà così e ricontatta la persona interessata e accettando l'allettante proposta. Il suo istinto aveva ragione; oggi la sua arte è certificata a livello europeo e mondiale con stima economica. Attualmente parte del suo lavoro si trova in Austria, a dicembre 2021 sarà a Miami.
Sabrina però non si ferma: attualmente sta creando dei veri quadri- gioiello dove non usa colori e pennelli ma perle per creazioni. Ecco che nasce”Fantasy new art”. Sarà la sua ultima tecnica?.
La Capurro è stata definita genialità e cuore: All'attivo ci sono premi a molti concorsi nazionali e internazionali; molti vinti, altri con menzioni di merito e di onore. Sabrina Capurro è anche poetessa e creatrice di gioielli ma questa è un' altra arte...
D- Quando hai iniziato a scrivere poesie?
Qui sorrido: ho iniziato a scrivere da bambina; mia madre raccontava le favole e io riscrivevo a modo mio quelle che non amavo. Avevo circa 7 anni. Col passare degli anni essendo di natura una persona molto timida ho scritto le emozioni che provavo, con frasi e pensieri; a 14 anni ho partecipato ad un concorso per una casa editrice di fotoromanzo. Si trattava di scrivere una breve storia d'amore: Eravamo 400 partecipanti ed io sono arrivata al decimo posto vincendo prodotti cosmetici e il mio nome venne pubblicato sui giornali poi sono passata a scrivere in prosa i miei libri
D- Quali libri hai pubblicato?
Ho pubblicato fino ad oggi tre libri; due auto auto il primo nel 1999 dal titolo “Parole e immagini” d'amore il secondo nel 2015. Entrambi sono stati dei successi il terzo, nel 2018 “la rosa nera” pubblicato da una casa editrice che ad oggi, posso dire un vero flop dal momento che la casa editrice non gli ha dato la giusta attenzione. In programma ho altri tre libri: uno di cucina, un romanzo e la mia autobiografia ma prima vorrei tornare a ripubblicare “la rosa nera” perché ci credo con tutta me stessa.
Vuoi condividere una tua poesia con noi?
La rosa nera
Eri una rosa bellissima
di un colore unico e raro:
nera.
Eri ammirata e amata
in tutto il tuo mistero
ma qualcuno non ha sopportato
tutto quel risonante interesse
intorno a te,
ti voleva negare.
Ha cominciato a strapparti
i petali e le foglie con rabbia,
dovevi soffrire.
Ha tagliato i tuoi rami
ed infine ti ha strappato alla terra
e lasciata lì a morire,
su di te sono passate
tempeste, freddo e gelo,
nella totale indifferenza di tutti.
Ma una mattina hai avuto
una nuova vita,
sei rinata
da una piccola radice rimasta
più forte e robusta di prima, sei rinata
di un colore diverso
rosso fuoco
i tuoi petali sono puro velluto.
Si, sei rinata
contro la società cinica
in cui viviamo.
Lotta e vinci
non permettere
che ti uccidano ancora.
Hai una manualità invidiabile. Quando hai iniziato a creare oggetti?
Qui torno a sorridere e torno bambina, ho iniziato con le bambole, il cotone la lana le perline ei bottoni.
Mi spiego meglio: a 10 anni creavo i vestiti ad uncinetto per le Barbie, poi pupazzi che lavoravo con la lana, ricordo che adoravo fare le lumache ei polpi. Creavo poi i braccialetti col nome a telaio ma non usai mai i telai benché mi aiutavo con i libri. Credo di avere la manualità nel mio DNA.
D- Che tipi di oggetti crei adesso?
Adesso creo gioielli di alta bigiotteria frutto del mio ingegno creativo con perle e cristalli. Gioielli particolari e pezzi unici che indossano le miss del concorso di bellezza denominato “Miss bellezza Latina e questo dal dal 2016. Poi creo oggetti particolari e unici di uso comune con le mollette di legno ma solo su richiesta…
D- I tuoi quadri hanno la particolarità di un genere che non credo sia attuato da altri.
Vuoi parlarcene? Quali sono i materiali che usi?
Sì faccio un tipo di arte personalizzata; amo creare, non mi piace fare parte della massa artistica etichettata. Sono autodidatta e gestisco da sola i miei eventi e le mie mostre personali: Le ho sempre organizzate e gestite personalmente. Dipingo su tela, vetro, muro, legno. Oltre ad usare colori da pittura, uso cosmetici per il trucco: smalti, ombretti, cipria, adesso uso anche cristalli e perle.
D- Hai fatto mostre? Colomba?
Nel mio percorso artistico fino ad oggi ho fatto molte mostre, tante personali, collettive mostre concorso viaggiando per tutta Italia e adesso in Europa.
D- So che hai novità importanti nel settore dei gioielli e dei quadri/gioiello. Vuoi parlarcene?
Nel settore dei gioielli il mio obiettivo quello è diventare stilista e avere un atelier personale per la mia linea di gioielli. Adesso sto creando gioielli dove in genere si usa il telaio mentre io uso un’altra tecnica che non svelo. A dicembre la mia nuova collezione denominata “Sogno ed Eleganza” sarà presente in una rivista artistica a Miami e di questo sono molto contenta.
D-Adesso vorrei fossi tu in prima persona a dirci dei tuoi propositi, le tue scelte e cosa ti aspetti da questo fantastico e matto mondo artistico.
Qui tocchiamo una nota dolente. Nel mio percorso artistico ho incontrato tanti pagliacci, profeti, chiacchieroni. E’ vero non sempre c'è meritocrazia, molto spesso si va avanti con le conoscenze e le spinte. Personalmente ho creduto molto nella mia potenzialità artistica e sono andata avanti. Ho incontrato persone che dicevano di non potermi recensire perché non sono famosa, molti che non credevano nelle mie potenzialità e nelle mie qualità Oggi dimostro il contrario e a futuri artisti dico di andare avanti, di perseverare negli obiettivi previsti e molto importante di non farsi illudere da nessuno ma credete solo in se stessi..
D-In questo mondo artistico spesso vi sono vari tipi di ingiustizie o comunque di una scarsa meritocrazia. Sei d’accordo? Vuoi spiegarci la tua personale esperienza?
Cara Marzia, dopo quasi 25 anni in questo mondo fatto di luci e ombre i miei progetti sono decisi e concreti. Sono determinata a fare conoscere la mia arte nel mondo in tutti i miei riflessi artistici:pittura, gioielli, scrittura. Resterò comunque me stessa anche se più forte perché l’arte si ama e si difende!
PS dimenticavo: è in cantiere un cd di canzoni fatte dalle poesie ed un lavoro teatrale ma... ne parleremo più avanti.
E noi dopo avere ascoltato dalle parole di Sabrina le auguriamo tutto il meglio possibile n questo mondo artistico non sempre puro come l’acqua di fonte.
Di seguito una mia recensione personale fatta a Sabrina qualche tempo fa ma che riassume un po' il suo viaggio fra parole e colori.
Sabrina Capurro è un’artista che spazia in più dimensioni creative. Nasce a San Giovanni Valdarno dove vive. La sua dote e particolarità è il comunicare la propria interiorità in qualsiasi arte si appresti. Una fine poetessa che attraverso la musicalità dei versi rende il proprio pensiero forte o delicato, di monito o di soffusa femminilità. Spesso sono poesie introspettive dove non nasconde mai le proprie debolezze o la rabbia strappata a morsi dai ricordi che le hanno fatto male. Non si nasconde, anzi si apre al mondo quasi per bisogno vitale, non mente, non indora la parola per piacere ma la produce per testimoniare la sua presenza in questo mondo dove tutto non è rose e fiori, ma dove la lotta è spesso il male odierno. Poetessa d’amore, di rabbia e dolore, poetessa del tempo che scorre, che toglie e che a volte pietoso qualcosa regala. Un’artista di grande talento anche attraverso l’arte dei gioielli di ricca bigiotteria. Elaborazioni eleganti, sofisticate, indubbiamente di alto livello sia di materiale che di impatto visivo dove bellezza del risultato artistico, chiara a tutti le rende il giusto successo di pubblico. Pietre di ogni colore, modelli unici spesso abbinati in parure di un’eleganza unica. I monili sono richiesti anche per concorsi di bellezza. Sabrina Capurro è inoltre creatrice di oggetti di utilizzo comune ma con quell’eleganza che la contraddistingue in qualsiasi attività di adoperi. Sabrina non è solo una particolare artista ma anche una creatrice di eventi. Sua è la promozione dell’estemporanea di poesia che ha portato avanti per alcuni anni in modo encomiabile e con la grande umiltà che la rende ancora migliore di quello che già in realtà è. Pittrice appassionata e di grande inventiva. Ha creato nuove tecniche: “tecnica diamante”dove il materiale è lo smalto per unghie, “tecnica oil seta”dove l’artista usa principalmente colori ad olio in miscellanea a ombretti per il maquillage. Palette di colori che lei sfuma con grande maestria e dimestichezza riuscendo a comporre pezzi unici nel suo genere. E’ di questi giorni la nuova tecnica che Sabrina Capurro va a sperimentare e dalle richieste pare che sarà un successo; si tratta della “tecnica cristal”dove la pittrice dopo avere disegnato il soggetto, lo rende attraverso luci ed ombre fatte di cristalli colorati, un dipinto dalla luce multicolore. Una policromia che attira. Se il dipinto verrà esposto sotto riflessi naturali(finestre) o sintetici (lampade) l’effetto sarà sorprendente. L’eleganza dell’oggetto può fare arredamento in qualsiasi ambiente, anche per i negozi, ambulatori, sale d’intrattenimento, abitazioni di città e di campagna. Un punto luce che non può mancare. Un dipinto/gioiello da avere. Ogni quadro con questo tipo di tecnica, sarà apportato da una firma particolare e unica come l’artista: la propria impronta digitale e il logo che le appartiene. Sabrina Capurro, una donna dalla grande sensibilità e dal grande valore umano, porta se stessa in ogni lavoro che crea, ogni volta pare di vedere passo, passo, parte del suo carattere. Elegante, femminile, forte ma dalla sensibilità illimitata.
Marzia Carocci
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Il logo |
Bertolt Brecht ebbe a dire: “Prima la pancia piena e poi la morale”.
La coscienza di molti è a posto ripagando anche la disgrazia della crisi. Crisi di turismo, di frequentazione nei locali, crisi di valori. È proprio così?
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coniglio 2020 |
Anche, ma non proprio del tutto perché spesso è la mancanza di professionalità piuttosto che quella delle palanche. Frequentando i Ristoranti sono i dettagli, strettamente legati alla professionalità, che fanno la differenza.
Ci sono coloro che mangiano per la pancia piena ed allora il contenuto e l'abbondanza nei piatti portano alla soddisfazione. Ci sono invece chi vuol vivere di emozioni, ama l'arte nella cucina, coniuga bello e bravo (sempre più difficile), chi ama toccare con mano la professionalità nel servizio, l'accoglienza, tutto frutto di studi, di conoscenze per chi offre , insomma “quella classe” che, come si suol dire, fa la differenza,
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l'esterno |
Ed ecco trovarmi in un Ristorante dove ho potuto vivere quelle emozioni date dall'accoglienza, dalla professionalità del servizio e da una cucina “artistica” che è riuscita a stupirmi per la passione, dedizione data dal giovane Chef Antonio Guerra.
Mi riferisco al Ristorante Vitique situato a Greve in Chianti, precisamente nella frazione di Greti, a pochi chilometri da Firenze, precisamente nel Cuore del Chianti Classico (Quello contraddistinto dal Gallo Nero). Ristorante ricavato all'interno dell'ex distilleria storica Bonollo.
Affacciato sulla terrazza panoramica delle colline chiantigiane, strettamente legato al mondo del vino del Gruppo Santa Margherita di cui ne fa parte.
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una sala |
Ad accogliermi Roberto Pernacchiotti , Restaurant Manager.
Ha colpito da subito l'eleganza di uno stile architettonico minimale basato su chiari e scuri, luci diffuse, che fanno da cornice ad una accoglienza discreta. Apparecchiatura elegante pronta ad ospoitare i piatti preparati per stupirmi opera dello chef brianzolo, di origine pugliese, dal talento indiscusso.
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insieme allo chef Antonio Guerra |
Semplicità, genuinità e un'innata vocazione per tutto ciò che è buono e bello ; alcuni dei valori cardine riscontrati in questa giovane realtà.
Una bomboniera di pochi coperti (25 in tutto) che è riuscita a vivere un'esperienza coinvolgendo tutti i sensi in una atmosfera di fascino e discrezione.
Questa la cornice in cui ho assaggiato i piatti di Antonio con il minimo comune denominatore della leggerezza e originalità, senza trascurare presentazione e gusto.
La proposta gastronomica ha esplorato i sapori della tradizione toscana, reinterpretandoli in chiave moderna, arricchendoli con ispirazioni e sfumature dal carattere più nazionale come il Coniglio 2020 .
Battuta di coniglio, prugne fermentate, estrazione di salvia e rosmarino con crumble di olive nere e polvere di olio alla brace. chapeau!
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vini |
Antonio Guerra non è solo oggettivamente bravo ma anche incredibilmente modesto e schivo. Non se la tira, piuttosto sorprende.
E dell'abbinamento dei vini proposti dal sommelier di sala, ne vogliamo parlare?
Provenienti dal firmamento Santa Margherita è stato proposto, come benvenuto, un calice di spumante millesimato Alto Adige Doc, Metodo Classico di Pinot Grigio 2014 proveniente dalla Cantina altoatesina Kettmeir. Continuando con un calice di Giunco, Vermentino di Sardegna della Cantina Mesa , con Vigne della Brà di Filippi Soave 2017 , una sorprendente Vitovska 2018 Zidarich , per poi chiudere con Lamole Chianti Classico 2016 e l'immancabile, omaggio alla terra di Toscana, Vin Santo Lamole 2017 abbinato ad un spettacolare quanto insolito dessert, una rivisitazione sul tema “i cantucci”.
Ristorante Vitique, a Greve in Chianti frazione Greti, dove al centro c'è l'ospite coinvolto in un viaggio enogastronomico capace di emozionare, coinvolgere e stupire. chapeau!
Urano Cupisti
Visita il 2 dicembre 2021
Ristorante Vitique
Via Citiglia, 43 b,
50022 Greti FI
Tel: 055 933 2941
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LA COMMISSIONE MEDICA INDIPENDENTE SPIEGA PERCHE’ I BAMBINI NON DOVREBBERO ESSERE SOTTOPOSTI AI “VACCINI” ANTICOVID*
Mentre le forze governative, alacremente supportate da una informazione che ben poco spazio lascia al confronto civile e al democratico dibattito, spinge, ogni giorno di più, per coinvolgere adolescenza e infanzia all’interno della campagna vaccinale, la Commissione Medica Indipendente, con un prezioso comunicato, indica con chiarezza i motivi per cui i bambini non andrebbero vaccinati.
Ecco i principali:
La Commissione Medico-Scientifica (Paolo Bellavite, ematologo; Marco Cosentino, farmacologo; Vanni Frajese, endocrinologo; Alberto Donzelli, Igiene e medicina preventiva; Patrizia Gentilini, oncologa; Eugenio Serravalle, pediatra), al fine di discutere in merito alla urgenza e alla necessità della vaccinazione pediatrica anticovid, ha fatto richiesta in modo formale di un confronto scientifico urgente con il CTS del Governo.
*Per maggiori informazioni:
http://www.assis.it/richiesta-di-moratoria-della-vaccinazione-anti-covid-19-ai-bambini/
Lo zucchero bianco, o saccarosio, (considerato uno dei cibi killer) viene depurato con latte di calce e per eliminare la calce in eccesso viene trattato con anidride carbonica, poi con l’acido solforoso per eliminare il colore scuro; poi viene filtrato e decolorato con carbone animale e infine trattato con il blu oltremare (proveniente dal catrame e quindi cancerogeno). Rimane una sostanza bianca cristallina senza vitamine, sali minerali, enzimi e oligoelimenti che può causare stress pancreatico, fermentazioni intestinali, gas, alterazione della flora batterica, picchi glicemici, aggressività nei bambini, diabete, obesità, debolezza, problemi visivi, carie, osteoporosi, perdita di capelli, alterazione del sistema endocrino; inoltre può paralizzare i moti peristaltici intestinali, generare acidità gastrica, alterazione del sistema endocrino, sottrarre calcio alle ossa e può essere causa di cancro allo stomaco.
Il saccarosio si “caramella” sulle mucose intestinali rallentando le funzioni digestive e bloccando la funzione degli enzimi. Di conseguenza lo stomaco è obbligato a fabbricare quantità sempre maggiori di acido cloridrico e il pancreas si atrofizza nell’assorbire l’eccesso di acido prodotto ed il fegato s’incrosta perché non può eliminare questa sostanza.
Per essere assimilato il saccarosio preleva dal nostro organismo vitamine e sali minerali al fine di bilanciare il pH del sangue a causa del suo forte potere acidificante causando indebolimento delle ossa, carie, artrosi, osteoporosi, cuscinetti adiposi, cellulite, ritenzione idrica, alterazione della flora batterica, coliti, diarrea, oltre naturalmente il diabete. Inoltre, un eccessivo consumo di zucchero può causare irritabilità, depressione, candidosi, picchi glicemici che compromettono il pancreas costringendolo a produrre insulina rischiando crisi ipoglicemiche.
Lo zucchero, essendo una sostanza altamente acidificante, oltre a creare un ambiente adatto allo sviluppo di batteri, lieviti, muffe, funghi all’interno dell’organismo, è in grado di produrre acetaldeide (una tossina cancerogena) ed alcol. Più zucchero riceve l’organismo più microrganismi nocivi si sviluppano. Inoltre lo zucchero può danneggiare il nostro corredo genetico: una singola dose di zucchero può compromettere le cellule per una decina di giorni.
Lo zucchero è un prodotto senza vita: mancando di sostanze vitali e di minerali sottrae gli uni e gli altri all’organismo, in particolare le vitamine del complesso B necessarie al corretto funzionamento delle cellule cerebrali la cui carenza può essere causa di aggressività e comportamento violento dell’uomo. Quando il cervello non è alimentato di glucosio si genera difficoltà di attenzione e minore resistenza intellettuale e fisica.
Una ricerca clinica condotta su minorenni particolarmente rissosi, reclusi in 14 istituti di pena statunitensi, ha dimostrato che eliminando lo zucchero industriale dalla loro dieta le risse diminuivano del 40%. Analogo esperimento fu condotto in Inghilterra su 50 detenuti, con risultati pressoché analoghi.
Un’altra ricerca condotta in Virginia su 276 giovani delinquenti detenuti, ha dimostrato la riduzione del 50% del comportamento violento a seguito della soppressione dello zucchero industriale: annullando l’efficacia delle vitamine del complesso B si danneggia il corretto funzionamento delle cellule cerebrali rendendo l’individuo più irritabile, più soggetto allo stress e all’aggressività.
Quando si consumano troppi farinacei raffinati o zuccheri industriali viene secreta l’insulina che alla fine causa infiammazioni e, col tempo, obesità, diabete ed alcune forme di tumore. Questo perché l’insulina essendo un ormone della crescita può portare ad una proliferazione incontrollata delle cellule tumorali. Gli obesi ed i sedentari necessitano di molta insulina, per questo sono più degli altri soggetti al cancro del pancreas.
Lo zucchero ruba calcio e cromo per la sua digestione. Dà falsa euforia, eccitazione cui segue depressione, irritabilità, bisogno di altro zucchero. Viene velocemente assimilato nel sangue perché privo degli altri componenti nutrizionali: enzimi, minerali, vitamine, proteine, acqua. Il pancreas deve riequilibrare l’innalzamento repentino di zucchero nel sangue e questo causa stress ormonale e abbassamento delle difese immunitarie.
Lo zucchero di canna integrale biologico, il malto d’orzo o il succo di acero, sono meno dannosi dello zucchero bianco. Ma meglio ancora sarebbe non utilizzare zucchero industriale: lo zucchero di cui ha bisogno il nostro organismo è solo quello della frutta fresca ed essiccata. Il fruttosio è il vero, solo carburante della macchina umana. Quando si sente la necessità di qualcosa di dolce la cosa migliore è consumare datteri, prugne o albicocche secche, fichi secchi, uva passa… Le bevande che necessitano di essere addolcite (caffè, tè ecc.) non dovrebbero essere consumate.
"I nostri risultati dimostrano che ciò che si mangia influenza il modo di pensare", ha detto Fernando Gomez-Pinilla, professore di neurochirurgia presso la David Geffen School of Medicine presso la UCLA e un professore di biologia integrativa e fisiologia nel Collegio UCLA di Lettere e Scienze. "Mangiare un alto contenuto di fruttosio dieta a lungo termine altera la capacità del cervello di apprendere e ricordare le informazioni. Ma l'aggiunta di omega-3 acidi grassi ai vostri pasti può aiutare a minimizzare i danni. L'insulina è importante per l'organismo per il controllo di zucchero nel sangue, ma può svolgere un ruolo diverso nel cervello, dove l'insulina sembra disturbare la memoria e l'apprendimento. Il nostro studio mostra che una dieta ad alto contenuto di fruttosio danneggia il cervello e il corpo”.
Alternative allo zucchero bianco
1) Zucchero di canna integrale, possibilmente biologico;
2) Melassa (deriva dallo zucchero di canna o da barbabietola);
3) Sciroppo d’acero (liquido zuccherino);
4) La Stevia (ha zero calorie);
5) Lo sciroppo di mele;
6) Il succo d’agave;
7) Il succo d’uva;
8) Lo sciroppo di mais;
9) Il malto d’orzo;
10) Lo sciroppo di riso;
11) L’amasake (ottenuto dalla fermentazione del riso)
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fratel Jean-Pierre Schumacher |
Se ne è andato anche Jean-Pierre, l'ultimo monaco di Tibhirine, sopravvissuto alla strage del '96. Ci aveva raccontato la convivenza con i musulmani in Algeria, la notte dell'assalto islamista, la sua vocazione.
La settimana scorsa è morto fratel Jean-Pierre Schumacher, l'ultimo sopravvissuto al massacro avvenuto nel 1996 dei trappisti del monastero di Tibhirine, in Algeria, rapiti e poi uccisi da militanti islamici: due mesi dopo - la notizia fece il giro del mondo - le loro teste furono fatte trovare a un crocevia, dei corpi non si seppe più nulla.
Quella tragica notte fratel JeanPierre scampò al sequestro perché era di servizio in portineria, in un edificio adiacente al monastero. Se n'è andato all'età di 97 anni nel monastero di Notre Dame de l'Atlas a Midelt, in Marocco, dove allora dopo la strage: l'unica presenza trappista rimasta da in Nordafrica. Dove lo incontrai. Pubblichiamo parte di quel dialogo.
I sette monaci uccisi sono stati beatificati nel 2018 a Orano, insieme ad altri dodici martiri d'Algeria.
Perché ha scelto di farsi monaco?
«Ho sentito in me una chiamata per questa vocazione. Pensavo che Dio stesso mi chiamava, per dare totalmente a lui la mia vita. Mi piaceva molto vivere in un monastero: una vita di silenzio, di lavoro, di preghiera. Una vita fraterna, di comunità. Un cammino di comunione verso il Signore. Convertirmi a una vita sempre più disponibile verso Dio, e lasciarmi trasformare da Gesù. Sono arrivato a Tibhirine il 19 settembre 1964».
Com’era la vita laggiù all’epoca?
«Ci aveva chiamati il cardinale Duval, per conservare il monastero che stava per essere chiuso. Era dopo l’indipendenza dell’Algeria, l’ambiente era totalmente musulmano, non c’era un solo cristiano nei dintorni. Eravamo in montagna, sull’Atlante, a 1000 metri di altitudine. Questo era il progetto che ci hanno proposto: fare l’esperienza di una piccola comunità povera. In passato possedeva una proprietà di 150 ettari, ma era stata ceduta quasi interamente allo Stato. Erano rimasti una dozzina di ettari, di cui solo cinque coltivabili, e con quello bisognava vivere.
Dovevamo farci accettare come monaci e come francesi in un ambiente totalmente musulmano. Potevamo ispirarci ai documenti del Concilio riguardanti le religioni non cristiane, per poter instaurare un nuovo stile di relazioni.
Non cercavamo di convertire, ma solo una convivialità con la gente per progredire così nella mutua conoscenza, nella stima reciproca, e infine aiutarsi ad andare insieme verso Dio, ognuno con la propria fede. Per essere noi dei cristiani migliori e aiutare loro a essere musulmani migliori»
Qual è la sua idea sull’islam?
«È molto difficile da dire, perché l’Islam è qualcosa di molto vario.
Quello che ci è piaciuto molto a Tibhirine è stata la vicinanza alla gente, e il rapporto con dei Sufi che abbiamo conosciuto nel 1979. Ci incontravamo due volte all’anno da noi al monastero, partecipavamo ad un gruppo di spiritualità che si chiamava “il legame”. Ci avevano chiesto di non parlare di teologia perché non si poteva progredire molto così, dato che le nostre fedi erano differenti. Ci hanno proposto fin dall’inizio di pregare insieme, in silenzio. Eravamo riuniti in una saletta, con tappeti tutt’attorno e un tavolino in mezzo. Stavamo seduti per mezz’ora in comunione con Dio,».
Li chiamavate «i nostri fratelli musulmani».
«Sì perché volevamo che tutti fossero fratelli. Padre De Foucauld voleva essere il fratello di tutti gli uomini, qualunque fosse la loro religione e la loro ideologia. Questa è una meta verso la quale tendiamo incontrandoci con gente totalmente diversa da noi. A Tibhirine si diceva “i fratelli della montagna” e “i fratelli della pianura”: i fratelli della montagna erano i combattenti, che volevano un altro governo; i fratelli della pianura erano i militari. Chiamavamo fratelli sia gli uni che gli altri perché non volevamo prendere posizione nella battaglia che combattevano. Volevamo che tutti fraternizzassero».
Ci racconta il rapimento?
«Era la notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, verso l’una. Io ero portinaio notturno, mi sono svegliato al rumore delle voci davanti al cancello e ho pensato: “Ecco sono qua, sono quelli della montagna, i combattenti. Vorranno senz’altro vedere il dottore e ricevere delle medicine, avranno qualcosa da chiederci”. Toccava a me aprire il cancello, ma erano già entrati, erano vicini.
Allora vado a vedere alla finestra, senza accendere la luce, e ne vedo uno che entra con il suo turbante e il suo fucile in spalla dalla piccola porta del muro di cinta che dava sulla strada. Normalmente non sarebbe potuto entrare, visto che il cancello lo chiudevo tutte le sere con un grosso lucchetto. Fratello Christian, il priore, era uscito e ho pensato che fosse stato lui a farli entrare. Un quarto d’ora dopo sento la piccola porta che si richiude, quindi ho pensato che se ne fossero andati. Poco dopo qualcuno venne a bussare alla mia porta a vetro: apro e vedo padre Amedée che mi ha raccontato subito quanto era successo, e cioè che i padri erano stati rapiti e che eravamo rimasti da soli. Aveva trovato tutte le luci accese, e Frère Luc era sparito. Cristian anche lui era sparito.
I cassetti erano aperti, la stanza sottosopra; c’erano carte dappertutto per terra, e i fili del telefono erano tagliati. È salito al primo piano per vedere se c’era ancora qualcuno che non fosse stato preso, ma lì vede la stessa scena: le cinque stanze vuote e i cinque frati scomparsi. Padre Amedée e io abbiamo subito capito che i rapitori erano i combattenti islamici».
Cosa sente nei confronti di queste persone?
«Non so, è difficile per me giudicare, perché non so chi è responsabile. Da anni si indaga per sapere del rapimento dei fratelli e dove sono stati portati, come sono stati uccisi, chi li ha uccisi...Ancora non si sa. Le persone che hanno portato via i padri possono essere state utilizzate da altri. È difficile dare un giudizio. Noi ci aspettavamo che da un giorno all’altro succedesse qualcosa, dal 1993 vivevamo in una situazione di pericolo. Poteva accadere qualsiasi cosa in qualsiasi momento, e c’era talmente tanta gente nelle nostre stesse condizioni in tutta l’Algeria... Sono morte migliaia di persone».
Perché siete rimasti?
«Non eravamo unanimi all’inizio. Penso che la ragione principale sia la ragione stessa della nostra vocazione. Siamo stati mandati in Algeria per stabilire un contatto con l’Islam, per vivere con la gente una vita di convivialità e progredire in uno spirito di mutua fraternità. E la nostra vocazione, la nostra missione non era terminata nonostante quella situazione di pericolo. Nostro Signore è il nostro maestro, quello che ci ha mandati qua, ed è a lui che obbediamo. Penso che per noi andarsene sarebbe stato come per un soldato al fronte disertare. C’era una sola ragione che ci poteva far partire: la gente che viveva attorno a noi. Se loro ci avessero detto: “Dovete andarvene, perché la vostra presenza rappresenta un pericolo per noi” saremmo partiti. Ma era tutto l’opposto: volevano che noi rimanessimo, la nostra presenza era una sicurezza per loro, che erano in pericolo come noi. Uno ci disse: ”Se partite che cosa ci succederà? Siamo come l’uccello sul ramo: se si taglia il ramo dove si poserà?”. È stato un impegno nei confronti dell’Algeria e della popolazione locale, una sorta di matrimonio. Non eravamo lì per essere martiri, non era il nostro obiettivo. Il nostro obiettivo era rimanere con la gente, anche se si sapeva benissimo che si poteva finire uccisi».
Carlo Carretto si chiedeva: «Perché la fede è così amara?».
«Bisogna guardare alla vita di Gesù: è lì che si trova la risposta. Gesù ha vissuto una morte molto crudele e la ragione per la quale ha dato la sua vita liberamente si vede il Giovedì santo, quando ha preso il pane e ha detto: “Questo è il mio corpo offerto per voi, questo è il mio sangue versato per voi”. Ha dato la sua vita affinché noi avessimo la vita, la vita di Dio. Non ha esitato. Sapeva che poteva andare incontro a momenti molto difficili, ma non ha indietreggiato. Aveva paura della morte e delle sofferenze che lo attendevano; ha enormemente sofferto durante l’agonia ma alla fine ha detto: “Sia fatta la Tua volontà”. Allora, perché la fede è così amara? È a causa del male che c’è nel mondo».
Cosa può dire ai giovani?
«Oggi tanti giovani sono molto generosi, ma sono attratti da ogni sorta di oggetti in fondo inutili. E rischiano di dimenticare l’essenziale. L’essenziale è far sbocciare quello che c’è di meglio in noi, come dice Guy Gilbert, un educatore degli emarginati: “C’è in ogni uomo, nel suo profondo, qualcosa di intatto, che non è mai stato rovinato”. E questa parte, che abbiamo tutti, ognuno deve cercare di svilupparla. Ma per riuscire a farla sbocciare non è solo, c’è lo Spirito Santo che parla al suo cuore, lo può incontrare nella preghiera e gli indica il cammino. Ma ci sono anche le buone compagnie, ci sono le associazioni, i movimenti di giovani. Voglio usare un’immagine che mi ha offerto un Sufi: “Quando la farfalla batte le ali – mi diceva - produce delle onde che si ripercuotono fino in capo al mondo”. Chi cerca il bene, chi cerca di far sbocciare il meglio di se stesso è come questa farfalla: produce delle onde che vanno in capo al mondo, la sua vita non è inutile, partecipa a far salire il livello del bene e dell’amore. Nessuno è inutile con il Signore, non c’è disoccupazione, sia quando si è piccoli sia quando si è anziani: il cantiere è immenso e tutti sono invitati a lavorarci».
L'amore vince su tutto?
«Qualsiasi siano le difficoltà, le sofferenze, il male che c'è nel mondo, è l'amore che avrà l'ultima parola. Questo è un atto di fede; siamo fatti per l'amore; l'amore vincerà il maschio. Non con la forza, con le armi, l'amore trionfa sul male perché è più forte. Ma non basta la persona umana: l'amore è una relazione con Colui che è la sorgente dell'amore. Gesù ha patito sofferenze indicibili sulla croce, per ore e ore, ma le ha vinte restando amore. È così che ha trionfato sul male, è rimasto amore fino alla fine»
Il vino buono c'insegna molto su di noi. Fare vino è un privilegio, significa coltivare e produrre. E noi che ne scriviamo le gesta, accompagnando ogni riga, sapendo che ne siamo responsabili, agiamo su strati di vitalità.
Per proseguire nel lungo cammino ed esaltare le bellezze di un territorio, valorizzandone le eccellenze, c'è bisogno di interventi legislativi non solo di supporto ma di regolamentazione tra le diverse anime che compone quello che gli inglesi chiamano brand: l'offerta per un enoturismo sostenibile al passo dei tempi che viviamo, rispondente alla sempre maggiore richiesta che registriamo ogni giorno.
Di questo ne ho parlato recentemente con l'On. Mirko Bilò che oltre essere un collega è persona impegnata politicamente, facente parte della maggioranza che governa attualmente la Regione Marche .
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L'On Mirko Bilò |
Convinto assertore che l'enoturismo sia uno dei settori chiave per la ripartenza dell'economia a livello nazionale, proprio nelle sue Marche è stato protagonista della “Deliberazione Legislativa n. 44” approvata dall'Assemblea Regionale nella seduta del 9 novembre ultimo scorso.
- Mirko, che ruolo svolge l'enoturismo in quel modello di sviluppo ecosostenibile che la Giunta Regionale della tua Regione si è dato come obiettivo da valorizzare?
“ L'enoturismo è uno dei settori più vivaci e dinamici. Da tempo il numero dei turisti italiani che hanno visitato e visitano tutt'oggi le Marche è in continua partecipazione ad eventi o festival a tema. Ed è ancor maggiore il numero di turisti che cercano motivazioni ed esperienze emozionali da questa tipologia di viaggi. Necessaria quindi un'attenzione maggiore da parte di chi ha la responsabilità della gestione dei territori”.
- La Regione Marche ha un settore vitivinicolo estremamente vivace ed è meta continua di “pellegrinaggi culturali” unendo alla riscoperta di luoghi incantevoli ricchi di Arte e Storia, quelli rappresentati dalle tradizioni popolari in particolare dall'enogastronomia.
“Certamente. L'enoturista cerca di capire le caratteristiche dei cibi e vini degustati. Necessaria quindi questa Legge che consentire di definire itinerari enoturistici riuscendo così a mettere in rete le eccellenze, in particolare nel segno del vino. Eccellenze che vanno dalle promozioni naturalistiche alle culturali, artigianali e industriali per la promozione di azioni di comunicazione strategica per la e conoscenza di tali realtà in Italia ma anche all'estero”.
- Il mondo vinicolo marchigiano oggi è finalmente consapevole di essere protagonista dell'offerta turistica. Lo registriamo nelle azioni continua dei vari Consorzi dei produttori. Come la Legge 44 interviene e cosa regolamentare?
“ È doveroso precisare che il testo finale è il frutto di un articolato percorso con le rappresentanze delle categorie condivise e fieri, rappresentanti della politica che amministra la Regione, ne andiamo soprattutto nella stesura semplice, ben chiara e comprensibile dei contenuti. I 15 articoli che la compongono oggetto di studio anche da altre Regioni italiane pronte ad intervenire in questo settore”.
Diamo sinteticamente lettura ai 15 articoli per capirne i contenuti.
Arte. 1 Individuazione dell'oggetto e finalità dell'attività di enoturismo;
Arte. 2 definizione e descrizione delle attività da considerare enoturistiche;
Arte. 3 Individuazione delle tipologie di soggetti che possono essere operatori turistici;
Art 4 requisiti e standard minimi di qualità per poter svolgere l'attività enoturistica;
Arte. 5 Promozione, formazione, riqualificazione e aggiornamenti professionali degli operatori enoturistici;
Arte. 6 Disciplina l'attività di degustazione insieme ai prodotti di qualità tipici e tradizionali;
Arte. 7 (importantissimo) Attuazione sinergica della legge da parte delle strutture competenti in materia di agricoltura, commercio e turismo;
Art 8 Individua la SCIA quale presupposto per lo svolgimento dell'attività;
Art 9 Istituzione dell'Elenco Regionale degli Operatori Enoturistici;
Arte. 10 Il Comune come Ente competente di vigilanza e controllo;
Arte. 11 Violazioni e Sanzioni;
Arte. 12 Sospensioni e cessazioni di attività;
Arte. 13 Disposizioni transitorie;
Arte. 14 Invarianza finanziaria;
Arte. 15 Rimando alla normativa nazionale per quanto non regolamentato nella presente Legge.
“Non è un punto di arrivo per noi, ma un punto di partenza per diventare uno dei settori di nicchia in una chiave per la partenza dell'economia. Politicamente questa Legge non è un fine, ma è un mezzo della strategia di questa Giunta che intende porre la Regione Marche al centro dell'interesse nazionale”.
Come ebbe a dire Borges, “Il vino è l'invenzione della gioia”. Aggiungo che questa gioia vive nella costruzione di una vita in comune. Un percorso che coinvolge tanto l'agricoltura quanto la degustazione strutture e tradizioni. Mai lasciarle crescere in anarchia.
Urano Cupisti
Intervista tratta dalla relazione presentata in aula del Consiglio Regionale Marche dall'On. Mirko Bilò il 9 novembre 2021