L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.


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Kaleidoscope (1434)

Free Lance International Press

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Secondo Tiberio Graziani, presidente del Vision Global & Trends, le sanzioni imposte a Mosca dall’amministrazione Trump boicotterebbero la ricerca di un rimedio al virus. Comunicazione, propaganda e concreti interessi dietro alla mossa della Casa Bianca in vista delle prossime elezioni presidenziali di novembre

Nell’elenco degli enti della Federazione russa sottoposti a sanzioni da parte statunitense, il dipartimento al Commercio di Washington ha incluso anche alcuni centri di ricerca che operano nel campo della chimica e della farmaceutica.

Tra questi figura il 48º Istituto di ricerca Ministero della Difesa, cioè uno degli enti che, in collaborazione con il Gamaleya National Research Centre, ha preso attivamente parte allo sviluppo del vaccino contro il Covid-19 denominato «Sputnik V».

È evidente che certe azioni di politica internazionale rispondono a vari interessi, non soltanto quelli direttamente connessi con il contrasto della potenza o del Paese rivale, ma anche di natura esclusivamente economica e commerciale quando non di politica interna.

Stante la graduale perdita di efficacia di strumenti come le sanzioni internazionali – infatti spesso gli embarghi o vengono violati e, comunque, le economie dei vari paesi non sono più così strettamente legate a quelle dell’Occidente come una volta, stante in ogni caso il predominio globale del dollaro -, permane egualmente interessante approfondire una tematica del genere, vieppiù se strettamente legata alla drammatica realtà determinatasi a seguito della recente diffusione della pandemia di coronavirus.

Ebbene, nell’intervista realizzata da insidertrend.it con il professor Tiberio Graziani, presidente di Vision Global & Trends – International Institute for Global Analyses, è stato trattato il tema relativo al possibile rallentamento dello sviluppo e della produzione del vaccino russo contro il Covid-19 a opera degli Usa, nel quadro del confronto tra potenze che sta caratterizzando questa «nuova guerra fredda» nell’era della seconda globalizzazione.

«Attraverso queste sanzioni – ha affermato Graziani – Washington sta combattendo un’assurda lotta per la supremazia scientifica, il che è anche paradossale, se si pensa che tale iniziativa viene assunta da una Amministrazione, quella guidata da Donald Trump, che per mesi ha minimizzato la gravità della situazione sanitaria».

Come è logico immaginare, diversi sono gli interessi in gioco dei vari protagonisti di questo scontro.

Sempre secondo Graziani, «le sanzioni imposte dagli Stati Uniti agli istituti di ricerca che si stanno applicando al vaccino in Russia costituiscono un grave attentato alla libertà di autonomia della scienza. Non solo, perché si tratta anche di un delitto contro l’intera umanità, giacché pone in difficoltà un centro di ricerca all’avanguardia nella realizzazione dei vaccini».

Egli ha aggiunto che Washington starebbe politicizzando la lotta alla pandemia proprio in un momento nel quale le intelligenze dei più brillanti scienziati e le strutture tecnologiche dei paesi più avanzati dovrebbero invece operare in una stretta e proficua sinergia.

«Gli Usa e il cosiddetto “sistema occidentale” –  ha proseguito il presidente di Vision Global & Trends – strumentalizzano la grave situazione sanitaria a fini geopolitici, economici e di potenza, molto probabilmente anche per sostenere le grandi corporations del settore farmaceutico».

Secondo questa logica il motivo alla base delle sanzioni sarebbe dunque pretestuoso, poiché, come ha sottolineato Graziani, esso apparterrebbe alla narrativa occidentale e si inserirebbe nel quadro della guerra ibrida che «almeno a partire dalla Guerra del Golfo ha costituito la trama delle azioni aggressive degli Stati Uniti d’America contro i paesi che sfuggono al loro controllo».

Washington in questa fase storica teme di perdere la leadership scientifica e tecnologica mondiale, inoltre, questa manovra va messa in relazione anche con la infiammata (nel vero senso del termine, purtroppo) campagna elettorale per le presidenziali del prossimo novembre, che decideranno quale sarà il futuro inquilino della Casa Bianca, con un Trump in difficoltà anche col suo elettorato e quindi deciso a giocarsi tutte le carte che gli rimangono in mano.

August 27, 2020

A Roma fino al 20 settembre all’Ara Pacis

 

 

C’era una volta Sergio Leone: è il titolo evocativo della grande mostra all’Ara Pacis con cui si celebra, a 30 anni dalla morte e a 90 dalla sua nascita, uno dei miti assoluti del cinema italiano e internazionale. Il percorso espositivo racconta di un universo sconfinato, quello di Sergio Leone, che affonda le radici nella sua stessa tradizione familiare: il padre, regista nell’epoca d’oro del muto italiano, sceglierà lo pseudonimo di Roberto Roberti, e a lui Sergio strizzerà l’occhio firmando a sua volta “Per un pugno di dollari” con lo pseudonimo anglofono di Bob Robertson. Nel corso della mostra un interessante viaggio attraverso l'immaginario creativo di un artista irregolare e rivoluzionario, popolare e sperimentale, capace di rielaborare miti e sogni d'infanzia utilizzando la memoria del cinema e la libertà della fiaba, attraverso il filone cinematografico storico-mitologico, il western, per culminare con “C’era una volta in America” e con un film incompiuto dedicato alla battaglia di Leningrado, del quale rimangono, purtroppo, solo poche pagine scritte prima della sua scomparsa. Leone, infatti, non amava scrivere.

 
 Sergio Leone

Era, piuttosto, un narratore orale che sviluppava i suoi film raccontandoli agli amici, agli sceneggiatori e ai

 
 Federico Fellini con Sergio Leone

produttori ma ciò nonostante il suo lascito è enorme, un’eredità creativa di cui solo oggi si comincia a comprenderne la portata. I suoi film sono, infatti, “la Bibbia” su cui gli studenti di cinema di tutto il mondo imparano il linguaggio cinematografico, mentre molti dei registi contemporanei, da Martin Scorsese a Steven Spielberg, da Francis Ford Coppola a Quentin Tarantino, da George Lucas a John Woo, da Clint Eastwood ad Ang Lee continuano a riconoscerne l’insegnamento e gli spunti creativi ricevuti dal suo stile cinematografico. Visitando la mostra si percepisce chiaramente come il cinema di Sergio Leone affondi le proprie radici nell’amore per i classici del passato, rivelando un gusto per l’architettura e l’arte figurativa che ritroviamo nella costruzione delle scenografie, delle inquadrature e dei campi lunghi dei paesaggi metafisici suggeriti da De Chirico. Grazie ai preziosi materiali d’archivio i visitatori entreranno nello studio del regista, dove nascevano le idee per il suo cinema, con i suoi cimeli personali e la sua libreria, per poi immergersi nei suoi film attraverso modellini,

 
 Ennio Morricone con Sergio Leone

scenografie, bozzetti, costumi, oggetti di scena, sequenze indimenticabili e una costellazione di magnifiche fotografie di Angelo Novi, che ha seguito tutto il lavoro di Sergio Leone a partire da C’era una volta il West. La mostra potrà essere visitata fino al 20 settembre presso lo spazio espositivo del Museo Ara Pacis di Roma. Da non perdere.

 

Per infowww.arapacis.it

 

 

 

Frammenti che orbitano qua e là, individuati, carpiti; li commento e condivido con voi.

La Riflessione!

Dopo la pausa agostana riprendiamo la ricerca dei frammenti cosmici che nel frattempo sono stati oggetto di attenzione da parte dei “media”. Un agosto con notizie altalenanti: il Chianti è pronto per una buona vendemmia, i fallimenti hanno portato alle aste numerosi poderi, i vignaioli portano il loro vino in banca per avere anticipi,in Danimarca l’ostrica safari, il miglior giovane enologo d’Italia e ahimé il recente nubifragio che ha distrutto i vigneti in Valpolicella (come dire piove sul bagnato). Spunti, critiche e autocritiche sul mondo del vino italiano. Non ci resta che sperare in una ottima vendemmia. I presupposti ci sono tutti!

 

 

Frammento n. 1

Nubifragio a Verona. L’acqua trascina via 400 ettari di vigneti in Valpolicella. Il Governatore del Veneto firma lo stato di crisi.

Il nubifragio ha colpito il 5% della superficie vitata della Valpolicella. Un numero che sembrerebbe ridurre il danno se non fosse che quel 5% rappresenta l’eccellenza di tutta la valle. San Pietro a Cariano e i vignaioli di quel comune simbolo dei migliori amaroni è completamente distrutto. “Una tragedia” il commento del Governatore del Veneto in visita tra quello che resta dei vigneti. “Ora serve rimboccarsi le maniche e fare quello che appare più urgente: risistemare i vigneti e ripartire”.

 

 

Frammento n. 2

Annata ottima nel Chianti ma “siamo senza soldi”.

Così Giovanni Busi, presidente del Consorzio Vino Chianti, quello ormai conosciuto come Chianti Lovers. Annata felice, ottima vendemmia ma:” le aziende vitivinicole sono

 
 Giovanni Busi

senza soldi e i fallimenti sono all’ordine del giorno. Andiamo avanti solo con le nostre forze”. C’è battaglia sulle rese e i finanziamenti governativi risultano bloccati. Il vino toscano nella bufera burocratica. Cose che non dovrebbero accadere in situazioni di crisi come questa. Mentre l’uva rigogliosa, che non conosce covid, è pronta per il rito annuale della vendemmia.

 

 

 

Frammento n. 3

Toscana, Puglia e Sicilia: record di fallimenti e aste di vigneti.

Nell’immaginario collettivo si pensa che il mondo del vino sia esente dalle conseguenze della crisi dovuta dalla pandemia e dai mancati “soccorsi”. Di recente sono finiti all’asta il controvalore di 250 milioni di euro di vigneti. In testa a questa classifica la Toscana (100 milioni), seguita dalla Puglia (18 milioni) e Sicilia (17,5 milioni). Il restante diviso tra le rimanenti regioni. In Toscana non si sono salvate zone come Montalcino e Scansano, in Puglia territori con i vigneti di Negroamaro, Primitivo e in Sicilia le perle vinicole che rispondono ai nomi di Pantelleria, Lipari e terre del Marsala. Allarmante!

 

Frammento n. 4

In banca ad ipotecare il vino.

Se da una parte significa chiedere “anticipi” sulla produzione di vino che verrà, dall’altra la notizia si presta a facili ilarità. S’immagina i vignaioli con i motocarri d’uva pronta per la vinificazione, nell’ufficio di un qualsiasi direttore del Monte dei Paschi di Siena, ad impegnare il vino che verrà per avere liquidità. Questo in buona sostanza l’accordo raggiunto dal Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano con il Monte dei Paschi di Siena, Istituto bancario da sempre presente sul territorio “poliziano”. Non è una novità ma la conseguenza “prevista” dal Decreto Cura Italia quando i decreti attuativi vedranno la luce. Un pegno rotativo dove la proprietà del bene non viene ceduta (non avremo caveau delle banche piene di bottiglie d’uva). In attesa di quanto previsto dal Governo, MPS e Consorzio del Nobile hanno raggiunto un accordo , formula di credito agrario, come pronto-intervento in un settore particolarmente colpito dalla crisi. Il vino in banca, chapeau!

 

Frammento n. 5

Ostrica safari

In Danimarca a caccia delle bivalve seguendo il ritmo delle maree.

Le maree, in una parte del mare di Wadden (ci troviamo nel profondo Mare del Nord), ogni giorno rendono fangosi i litorali e liberano banchi di ostriche. Pensate, sono considerate da quelle parti alla stregua delle cavallette perché distruggerebbero l’eco-sistema. Quindi il via alla “caccia delle ostriche”. Senza limiti di numeri. Fino alla loro estinzione di presenza a quelle latitudini. “Valore aggiunto della consapevolezza di fare del bene all’ambiente”. Organizzati veri e propri “safari”, con tanto di guida conoscitrice delle maree. È permesso portare dietro bottiglie di spumante per gustare sul luogo questi particolari molluschi. Si tengono anche lezione per bambini. Roba da danesi!

 

 

Frammento n. 6

Vinoway ha proclamato il “Miglior giovane enologo d’Italia 2020.

 
 Nicola Biasi

È Nicola Biasi. Dopo anni di esperienza in affermate cantine italiane ed estere, nel 2015 fonda la Nicola Biasi Consulting che, avvalendosi di noti professionisti del settore, riesce a dare alle aziende una assistenza e consulenza a 360°. Ha partecipato e partecipa tutt’ora a sperimentazioni ed innovazioni nel settore enologico. Da ricordare la realizzazione di vigneti di Johanniter, varietà locale della Val di Non (incrocio tra Riesling e Pinot Gris), resistente alle malattie fungine della vite. Il 10 ottobre a Bari la premiazione ufficiale!

 

Osservo, scruto, assaggio e…penso. (urano cupisti)

August 25, 2020

Minsk 

 
 AUDIO

 

“Ormai queste rivolte erano già attese e pianificate. I disordini in Bielorussia sembrano come un tentativo di 'Rivoluzione corlorata' piùttosto che una manifestazione spontanea e l'intelligence americana è stata sempre dietro a tutte le rivoluzioni corolorate …Ci sono ovviamente anche le ingerenze straniere..." queste le parole di Eliseo Bertolasi, dottore di ricerca in antropologia culturale, russista, nonchè Senior Analyst del Vision & Global Trends ed anche corrispondente di diversi media  russi sugli ultimi avvenimenti in Bielorussia.Per ascoltare versione integrale cliccare qui sopra

August 19, 2020

Come l'Artico e l'Indo-Pacifico, il Mediterraneo orientale rappresenta una linea di faglia tutt'altro che stabilizzata, dove si scontrano gli interessi strategici di potenze regionali e mondiali: Russia, Turchia, Francia, ma anche Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita; la distensione tra Abu Dhabi e Tel Aviv offre ad Ankara un nuovo appiglio per ergersi a paladina dei diritti dei fratelli musulmani (e dei Fratelli musulmani), mentre Riyadh preferisce per ora la linea del silenzio; potrà la retorica espansionista mettere a tacere le tensioni sociali?

 

Mentre i tre principali rivali per la supremazia globale, Cina, Stati Uniti e Russia, si contendono l’egemonia e il controllo del cyberspazio, nello spazio fisico diversi paesi aspirano al ruolo di potenze regionali, taluni con l’obiettivo finale di ritagliarsi il proprio spazio nell’ordine (o disordine) mondiale che si sta delineando da almeno un decennio. La potenza statunitense, eredità del secolo scorso e dell’implosione del sistema sovietico, sembra ne stia uscendo indebolita, mentre assiste agli scricchiolii che incrinano la solidità, peraltro mai del tutto affermata, della sua sfera di influenza, istituzionalmente rappresentata dall’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO). Lo stesso organismo che secondo il presidente francese Emmanuel Macron versa in condizioni di morte cerebrale. Anche perché la testa, con sede fisica a Bruxelles, ma idealmente situata a Washington, stenta a controllare le ambizioni di quelle che avrebbero dovuto essere le sue membra. Il deterioramento delle relazioni tra Grecia e Turchia, ma anche tra quest’ultima e la Francia, non sono che il sintomo della metamorfosi del rapporti di forza all’interno di un organismo, la NATO, istituito nell’intenzione di creare un fronte compatto contro un nemico comune, che allora era l’Unione sovietica. E la percezione indotta di tale minaccia era già di per sé un efficace strumento di coesione, o meglio di controllo e di dominio, come dimostra la complessa e ramificata rete di cellule stay behind presenti nei paesi alleati (ad esempio, Gladio in Italia). Di conseguenza, non vi era alcuna esigenza di mobilitare realmente l’arsenale bellico, anche perché una simile mossa sarebbe risultata suicida. Non è quindi affatto casuale che le prime operazioni militari NATO, presentate all’opinione pubblica come interventi umanitari, siano state lanciate dopo la fine della guerra fredda, quindi una volta venuta meno, per il blocco vincitore, la necessità di compattezza e coesione. In altri termini, dopo l’imposizione dell’assoluto dominio mondiale della superpotenza USA, se ancora nel

 1990-91, quando Washington, seguita da qualche alleato, lanciò le operazioni Desert Shield e Desert Storm contro l’Iraq di Saddam Hussein, la NATO non fu chiamata in causa. Tutt’al più, allora si andava affermando la tendenza ad agire a colpi di risoluzioni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), come appunto quella che legittimò l’operazione Desert Storm.

 

Un discorso ben diverso riguarda il disordine mondiale attuale, che dura all’incirca da un quindicennio, caratterizzato dall’assenza di attori in grado di imporre la propria egemonia su tre dimensioni: il globo terraqueo, lo spazio e il cyberspazio. Questa fluidità degli equilibri di forze sullo scacchiere mondiale è terreno fertile per coltivare aspirazioni a restaurare vecchi imperi o a crearne di nuovi. In tale contesto, diversi paesi hanno colto l’occasione per perseguire i propri interessi strategici, sia pure senza esplicite dichiarazioni di rottura. In primo luogo la Turchia, che con l’attuale presidente Recep Tayyip Erdoğan, ha saputo trarre vantaggio dal ruolo di gendarme regionale affidatole dagli Stati Uniti negli anni ‘90, per rinvigorire le proprie mire imperiali neo-ottomane; in secondo luogo la Germania, attualmente attore economico regionale di un certo rilievo (è la seconda finanziatrice della NATO dopo gli USA), alla quale dopo la caduta del muro, la superpotenza aveva concesso di proiettare il proprio soft power sui Balcani e sull’Europa orientale, in una sorta di ripresa-rielaborazione dell’Ostpolitik di Willy Brandt; in terzo luogo la Francia, l’alleato riluttante ma economicamente rilevante (è il terzo dei suoi finanziatori), che dal comando unificato NATO è rimasta fuori dal 1966 al 2009, e che di recente ha rilanciato i propri tentativi di affermazione su scacchieri regionali di grande interesse strategico: basti citare, a titolo di esempio, Nord Africa, Africa subsahariana (la Françafrique essendo stata ridotta ai minimi termini dall’espansionismo economico cinese), Medio Oriente (si pensi alla visita di Macron a Beirut dopo la recente devastante esplosione) e Mediterraneo orientale (dove Parigi ha aumentato la sua presenza militare, per fronteggiare l’intraprendenza turca, e non solo nei confronti della Grecia), con un occhio alla Bielorussia; dulcis in fundo, il Regno Unito, che alla NATO diede i natali e che ne ha fatto da sempre il perno della propria strategia difensiva, spesso in linea con la sua antica colonia, divenuta in seguito più potente della madrepatria, al pari di quanto fece anticamente Cartagine rispetto a Tiro.

 

 

All’elenco dei paesi che mirano a trarre profitto dall’attuale disordine mondiale, si potrebbe aggiungere il Giappone, con le dispute marittime che lo oppongono a Cina e Russia e con un’alleanza con gli USA che, se lo protegge dalle potenze rivali, gli ha imposto finora pesanti restrizioni in tema di armamenti. Tokyo potrebbe quindi approfittare del timore statunitense dell’espansionismo di Pechino nel Mar Cinese Meridionale, una paura condivisa inoltre dall’India e dall’Australia. Dal canto suo, dopo decenni di quiescenza nel ruolo di fedele alleato e oggetto di protezione di Washington, l’Arabia Saudita, negli ultimi anni, fronteggia le insidie della Turchia nel ruolo di guida dell’islam sunnita. In merito all’accordo tra Israele ed Emirati Arabi Uniti del 13 agosto 2020, negoziato con la mediazione di Trump, Riyadh non ha ancora commentato ufficialmente, ma da anni ha instaurato con Tel Aviv una cooperazione ufficiosa in funzione anti-iraniana (come ha fatto, peraltro, il Bahrein). Relazioni che sono risultate proficue anche al di fuori della disputa con Tehran, dato che il giornalista Jamal Khashoggi, ucciso il 2 ottobre 2018, era stato sorvegliato mediante il malware di produzione israeliana Pegasus. Malgrado il sostegno assoluto di Trump e di Jared Kushner, suo genero e consigliere, il principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS) ha sperimentato gli strali del Congresso USA all’epoca dell’uccisione di Khashoggi all’interno del consolato saudita a Istanbul. Inoltre, il 14 agosto ha ricevuto dal tribunale distrettuale di Washington DC una convocazione in merito alle accuse lanciategli da Saad al-Jabri, ex funzionario dell’intelligence saudita residente in Canada dal 2017. Al-Jabri, consigliere dell’ex ministro dell’interno saudita Mohammed bin Nayef, grande rivale di MBS, sostiene infatti che quest’ultimo, nel settembre 2017, ha adottato nei suoi confronti un metodo assai simile a quello scelto per eliminare Khashoggi. Intanto, pur essendo improbabile che gli USA rinuncino all’alleanza con la monarchia saudita, Riyadh è ora sotto i riflettori dell’intelligence statunitense, che nutre sospetti a proposito del suo programma nucleare, in particolare per un probabile coinvolgimento della Cina. L’Arabia saudita, che ufficialmente nega di voler produrre, con la cooperazione di Pechino, combustibile nucleare utilizzabile per costruire armi atomiche, ammette tuttavia di aver siglato con l’Impero centrale contratti per la ricerca di uranio yellowcake in diverse regioni del regno. L’obiettivo, ha spiegato il ministero dell’Energia saudita, è diversificare l’economia e produrre uranio per scopi civili, in linea con il Trattato di non proliferazione nucleare del 1986. Intanto, Riyadh ha annunciato l'avvio della sperimentazione umana di un vaccino contro il Covid-19, come parte di un accordo di cooperazione con la Cina.

 

Dalla rivalità turco-saudita per la guida dell’islam sunnita (che Ankara, al contrario di Riyadh, vorrebbe unificare, eliminando la divisione tra arabi e non arabi), era rimasto fuori l’Egitto laico e militarista di Abd al-Fattah al-Sissi, che con l’islam politico aveva chiuso i conti appena insediatosi, dopo il colpo di Stato che aveva rovesciato il presidente Mohammed Morsi. In buone relazioni sia con le petromonarchie del Golfo, sia con Israele (al-Sissi, come il presidente israeliano Benjamin Netanyahu, consigliava Trump di non rompere le relazioni con l’Arabia Saudita a seguito dell’affaire Khashoggi), il Cairo è intervenuto negli equilibri regionali del Mediterraneo orientale solo quando ha percepito il pericolo del progetto neo-ottomano di Erdoğan, sull’onda dei successi turchi in Siria e in Libia. Minacciato dall’intervento di Ankara in Libia a sostegno del governo di Fayez al-Sarraj (peraltro riconosciuto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite – ONU), l’Egitto ha reagito dichiarandosi pronto a inviare a sua volta un contingente militare in aiuto del generale Khalifa Haftar. Una mossa bollata come illegale dalle autorità turche, che inoltre hanno accusato al-Sissi di aver inviato truppe in Siria per sostenere l’esercito di Assad. Contestualmente, il Cairo cerca di costruire un consenso tra i paesi arabi sulla linea da seguire per risolvere il conflitto libico. Tra la fine di luglio e gli inizi di agosto, infatti, l’Egitto ha promosso gli incontri tra il portavoce del parlamento libico di Tobruk (che fa riferimento a Haftar) ed espon

enti dei governi marocchino, tunisino e algerino. Tale iniziativa ha seguito i colloqui di inizio giugno tra al-Sissi e Haftar, durante i quali il presidente egiziano ha annunciato un piano di pace (Cairo initiative) per la Libia, lanciando un appello a tutte le parti coinvolte per il cessate il fuoco e il ritorno all’unità del paese. Al-Sissi ha inoltre invitato tutte le potenze straniere implicate nel conflitto a ritirarsi. Una strategia radicalmente diversa dall’interventismo monolitico turco, la cui minaccia viene percepita dal Cairo anche nel Mediterraneo orientale. Infatti Ankara, che lo scorso luglio ha condannato il sostegno di Egitto ed Emirati Arabi Uniti al generale Haftar, ha ribadito, insieme al Qatar, il suo sostegno ad al-Sarraj, durante una visita dei ministri della Difesa dei due paesi a Tripoli, alla quale ha preso parte anche il ministro degli Esteri tedesco. Inoltre, la Turchia ha definito vano e vacuo l’accordo siglato il 6 agosto da Egitto e Grecia (e ratificato il 17 agosto dal parlamento egiziano) per la delimitazione dei confini marittimi e per la definizione di una zona economica esclusiva.

 

La battaglia per le materie prime nel Mediterraneo orientale, i conflitti per il controllo degli stretti e di altre aree strategiche, terrestri e marittime, le guerre commerciali o i cosiddetti interventi umanitari in difesa di opposizioni politiche o di minoranze etniche o confessionali (che spesso celano intenzioni o velleità imperialiste), sono alcuni degli strumenti utilizzati per ridefinire gli assetti geopolitici mondiali a seguito di fasi di saturazione dei vecchi equilibri. Ma si tratta altresì di stratagemmi per distogliere l’attenzione delle opinioni pubbliche sulle diseguaglianze e sull’ingiustizia sociale che negli ultimi anni si sono sensibilmente aggravate. Una potenza regionale come la Turchia, ad esempio, è colpita da una grave crisi economica, acuita dall’impatto dell’emergenza sanitaria da Covid-19. L’allarme relativo alla pandemia, d’altronde, ha sprofondato le economie mondiali nell’incertezza, in un momento in cui non erano stati completamente superati i postumi della crisi finanziaria del 2008. Una situazione difficilmente gestibile, a meno di non imprimere svolte autoritarie rischiose, soprattutto nella prospettiva della transizione verso un futuro digitale.

 

August 13, 2020

Nessuno ha creduto al presidente Aleksandr Lukashenko quando ha affermato che gli agenti stranieri erano dietro le rivolte a Minsk scoppiate subito dopo il rilascio dei risultati elettorali, ma ora è giunto il momento di rileggere gli eventi della Bielorussia per quello che sono veramente: una protesta di massa a cui l'Occidente si è infiltrato nel tentativo di trasformarla in una rivoluzione colorata. Il governo denunzia un presunto ruolo svolto dalla Gran Bretagna, dalla Polonia e dalla Repubblica Ceca,e conferma che a dozzine di stranieri è stato impedito di entrare illegalmente in Bielorussia per prendere parte alle rivolte, mentre per altri è stato possibile entrare. Ci sono paesi entrati in gioco e non nascondono nemmeno la faccia con la maschera: Lituania e Ucraina. Il primo è il paese in cui il principale avversario di Lukashenko, Svetlana Tikhanovskaya, ha trovato un rifugio sicuro; quest'ultimo è il Paese a cui appartengono alcune persone arrestate durante i disordini - e anche il Battaglione Azov ha confermato la sua presenza a Minsk sui suoi canali Telegram. C'è anche da dire che il rapporto tra Lukashenko e il suo omologo russo, Vladimir Putin,  nello scorso anno non è stato molto idilliaco, ma la verità è che non lo è mai stato.

Lukashenko ha sempre amato giocare con il suo potente alleato approfittando della paura del Cremlino che la Bielorussia diventasse europea per ottenere alcune concessioni e crediti extra, ma è discutibile se Lukashenko sia davvero interessato a rompere una simbiosi secolare con l'Occidente - che significherebbe democratizzazione e fermare qualsiasi piano per far ereditare la leadership da suo figlio -. Non c'è dubbio che gran parte della società vuole un cambiamento profondo e il malcontento nei confronti di Lukashenko è stato abbastanza visibile fin dai primi giorni e, sebbene sia vero che agenti stranieri siano attivamente coinvolti nelle proteste, questo fatto non cancella la verità: quello che sta succedendo in Bielorussia è una protesta di massa, e l'Occidente la sta abilmente sfruttando con l'obiettivo di ridimensionare ulteriormente la sfera di influenza della Russia nell'Europa orientale. La grande scacchiera di Zbigniew Brzezinski è ancora valida e l'Occidente è vicino allo scacco matto. La perdita dell'Ucraina nel 2014 ha posto le basi per l'effettiva espulsione della Russia dall'Europa e per la perdita della sua dimensione europea, i prossimi passi sono Serbia, Moldova e Bielorussia. Mentre la posizione della Serbia nell'orbita russa sembra per ora inamovibile, la Moldova è sempre più esposta all'influenza esercitata dalla Romania - e al suo sogno sempreverde di unificazione - , dall'Ucraina, dalla Turchia - che sta armando la Gagauzia -, dall'Unione Europea e dagli Stati Uniti. Ma c'è un motivo per cui la Bielorussia è più importante della Serbia e della Moldova messe insieme: all'indomani di Euromaidan, Minsk si è trasformata nell'ultimo ostacolo all'accerchiamento UE-NATO della Russia da parte europea, ed è in questo contesto che deve essere letto il riorientamento strategico della Casa Bianca che passa dall'Ucraina (il cui protettorato è stato dato a due alleati fedeli, vale a dire Polonia e Turchia) alla Bielorussia.

Se l'insurrezione post-elettorale dovesse mai diventare una rivoluzione colorata in stile euromaidan, portando all'attuale caduta di Lukashenko, assisteremmo all'ascesa di una nuova leadership politica, tanto liberale quanto filo-occidentale, la quale non ha fatto mistero dei suoi obiettivi: riavvicinamento all'UE, de-russificazione, stop definitivo ai piani di fusione con la Russia. La conseguenza ultima e naturale sarebbe l'ingresso della Bielorussia nella sfera d'influenza occidentale: il rapporto tra Lukashenko e Putin non è mai stato idilliaco e l’ultimo braccio di ferro ne è la migliore prova: l'alternativa al cosiddetto ultimo dittatore d'Europa è uno scenario che si rifà a quello ucraino. La nuova leadership politica rappresentata da Tikhanovaskaya mira infatti a sostituire completamente la vecchia classe politica e alla rottura con il passato (cioè con la Russia); ecco perché un tentativo di infiltrarsi nel processo di transizione potrebbe rivelarsi tanto difficile quanto controproducente, dal momento che le possibilità di esito positivo sono ampiamente inferiori alle prospettive di fallimento e c’è anche da considerare che la crisi in corso possa produrre l’effetto di riavvicinare Lukashenko a Mosca. Altro fattore da considerare: le rivolte stanno dimostrando quanto sia impopolare Lukashenko - gli agenti stranieri rappresentano una minuscola minoranza - e la società vuole un cambiamento; sostenendo Lukashenko il Cremlino legherebbe la sua immagine a un regime visto con crescente avversione dalla nuova generazione, cioè da coloro che assumeranno la guida del Paese nel prossimo futuro.

 per gentile concessione di Vision & Global Trends. 

Al tempo di Gesù la Palestina pullulava di movimenti e sette religiose. Tra queste gli Esseni,  un movimento spirituale di derivazione ebraica tra i più conformi ai dettami della legge dei grandi profeti. La loro presenza storica va dal 2° sec. a.C. al 1° secolo d.C. La loro scomparsa resta un mistero, probabilmente perché transitarono nel cristianesimo e divennero cristiani col nome di Ebioniti e Nazorei. S. Epifanio dice che gli Esseni erano vegetariani ed Egisippo dice che Pietro essendo Nazireo era di conseguenza vegetariano come Giovanni, Giacomo e Stefano. Filone scrive: “Sono votati interamente al servizio di Dio e non sacrificano animali”.  Simone, prima di essere discepolo di Gesù, era discepolo di un certo Dositeo che era Esseno. Pare che Giovanni Battista abbia avuto contatti con gli Esseni e che lo stesso Giovanni evangelista prima di essere discepolo di Gesù sia stato discepolo di Giovanni Battista. Plinio il Vecchio chiama questo popolo silenzioso e mirabile. Si presume che gli Esseni fossero circa 4000. La loro filosofia è riportata oltre che da molti cronisti del tempo anche nei famosi manoscritti, in paleoebraico ed aramaico, composti da 800 rotoli e 15.000 frammenti, prodotti tra il 170 a.C. ed il 60 d.C. trovati nel 1947 in 30 grotte a Qumran nei pressi del Mar Morto, quartiere esseno sul Sion dove Gesù celebrò l’Ultima Cena. Gli Esseni vivevano, pensavano, pregavano ed operavano allo stesso modo di Gesù per questo è plausibile pensare che Gesù abbia seguito o abbia risentito di questo movimento. Alcuni Padri della Chiesa Latina e Greca affermavano che Gesù, come tutti gli uomini spirituali del tempo, si astenevano dal mangiare carne. C’è una profonda analogia tra il pensiero di Gesù con quello degli Esseni, e se questi erano vegetariani è ragionevole supporre che anche Gesù lo fosse, anche perché diversamente gli Esseni incarnerebbero un  sentimento di rispetto, carità e compassione più elevato di quello di Gesù che limita tale sentimento ai soli membri della specie umana.

Nel “Vangelo degli Esseni” vi sono  molte similitudini con i Vangeli canonici: “L’amore è paziente, gentile, tutto sopporta, l’amore è più forte della morte…” Le tre grandi virtù dell’uomo: la fede, la speranza e l’amore, ma l’amore è la più grande di tutte. “Se uno dice “amo il Padre Celeste ma odio mio fratello” è un bugiardo: se non ama suo fratello che vede  come potrà amare il Padre Celeste che non vede”?  Altre analogie con lo spirito dei Vangeli: la santificazione dei pensieri, la povertà, l’abbandono in Dio. Per gli Esseni essere benevoli verso gli animali era una regola di vita. Significativo era il giuramento che l’adepto doveva pronunciare: “Giuro di adorare ed onorare Iddio, di serbare giustizia e carità alle sue creature, di non nuocere a nessuno…” Furono il primo popolo che condannò la schiavitù. Non mangiavano carne né bevevano liquidi fermentati. Suonavano vari strumenti musicali. Giuseppe Flavio dice che erano longevi, che i più di essi superava i 100 anni e che  a motivo della loro semplicità di vita godevano di ottima forza ed una notevole resistenza alle fatiche. Professavano la carità verso gli indigenti. Erano guaritori, esorcisti per imposizione delle mani.

Si chiamavano i poveri in spirito, misericordiosi. La loro casa era aperta a tutti. Edmond Bordeaux Szekerly, professore di filosofia e Psicologia Sperimentale in Francia, sosteneva che Gesù fosse un membro della setta essena. Fondatore nel 1928 della Società Biogenica Internazionale, con l’aiuto di Monsignor Mercati ebbe accesso agli archivi segreti del Vaticano, nonché agli archivi del monastero benedettino di Montecassino, dove scoprì antichi manoscritti originali ed inalterati che traduce dall’aramaico e assembla in “Il vangelo di pace di Gesù”, “I libri esseni sconosciuti”, “I  rotoli dispersi della comunità essena”, “L’insegnamento degli eletti”.Pitagora può essere considerato il fondatore dell’ordine degli esseni. Gli esseni infatti venivano chiamati neopitagorici e incarnavano le regole del grande filosofo. In sostanza si può dire che pitagorismo, essenismo e cristianesimo costituiscano diverse fasi di un unico movimento.

“Le belve”

 

Sono stati pubblicati alcuni articoli con i relativi commenti sul ritrovamento di un quadro del pittore francese André Derain, uno dei caposcuola della tecnica delle “fauves” ossia delle “belve”, così come sono stati tacciati pittori di questo stile nato alla fine del XIX secolo, per la violenza cromatica dei colori usati in modo quasi casuale, sia nei ritratti delle persone che nei paesaggi delle loro opere. André Derain era stato uno dei promotori di questa tendenza artistica insieme ai colleghi Matisse, Vincent van Gogh, Henri Manguin, Maurice de Vlaminck, Charles Camoin ed altri ancora.

Questi pittori, attraverso una sorta di protesta nei confronti della società adagiata sul vecchio stile, intesero esprimere con la loro intolleranza alla quiete, un incitamento al cambiamento: cambiamento di stile; cambiamento di valori; cambiamento di vita rivolto alla società conservatrice della tradizione del secolo precedente.

Anche i quadri di Derain nell’arco di tempo in cui il “fauvismo” è posto all’attenzione della società, sono stati caratterizzati da precisi tratti figurativi, apparentemente frettolosi e alquanto stilizzati, talvolta anche semplici ma mai semplicistici rispetto alla realtà delle figure rappresentate. Le inconfondibili zone cromatiche nello stile di Derain, acquistano però significato e vigore   in luogo delle sfumature delle linee ornate, caratteristiche di volti e corpo delle persone ritratte nello stile classico.

 

Gli inconfondibili tratti

Molto è stato detto negli articoli precedenti attraverso un’analisi semiotica comparativa tra il quadro in questione ed altri ritratti di personaggi eseguiti dallo stesso autore, nei quali sono state indicate tratto per tratto, le analogie di stile di colore e di forma tra le varie opere. La comparazione con il dipinto in questione è stata sorprendente per il numero dei riferimenti che hanno delineato l’inconfondibile mano pittorica dello stesso Derain.

Tra i commenti di approvazione delle conclusioni a cui l’ analisi semiotica comparativa è pervenuta, sono stati sollevati dubbi non sullo stile ma sull’effettiva autenticità del quadro per il fatto che mancando la firma dell’pera, non poteva essere attribuita per la congruenza dei tratti, sic et simpliciter, alla creatività di Derain.

Vale quindi la pena di approfondire questo aspetto e le varie sfaccettature del quadro, meritevoli di ulteriori precisazioni.

 

 

L’acquisto fortuito

La prima è che per definizione, la firma non può esserci in quanto tutto ciò che è stato detto è proprio per il fatto che l’opera non firmata è stata ritrovata tale e quale al momento dell’acquisto. L’ acquisto è avvenuto in Inghilterra a metà del secolo scorso in un mercato di Londra probabilmente per la singolarità dei segni cromatici del fauvismo che da parte del venditore e dell’acquirente, rimarcavano soltanto la stravaganza cromatica di irreale aderenza alle forme classiche di un ritratto.

In secondo luogo, in forza o meglio dire in debolezza della scarsa conoscenza pittorica dello stile delle “fauves”, l’ acquirente non è andato oltre la conoscenza artistica della sua immediata sensazione di folclore pittorico, soprattutto nei colori del volto.

Malgrado la dedica sul retro del quadro al Presidente americano Roosevelt, con una frase di un suo stesso discorso riabilitativo di qualsiasi forma di progresso, questa dedica non è stata ricollegata dall’ acquirente del quadro al fermento storico della recente entrata in guerra. Fu infatti con la riabilitazione del progresso artistico fino allora considerato futile e marginale che in America iniziò l’ acquisto per i musei di ogni genere di arte. Fu questa geniale idea di Roosevelt per creare subito da niente, un notevole valore di mercato attraverso la veloce circolazione di moneta pubblica e privata per gli impellenti investimenti di guerra.

 

La dedica

La delega a Roosevelt apposta nel retro del ritratto è un estratto del messaggio al Congrsso USA del 6 gennaio 1942.

“Noi lottiamo per la sicurezza e per il progresso e per la pace, non soltanto per la nostra ma per quella di tutti gli uomini, non per una generazione ma per tutte le generazioni”.

Questa dedica esprime il grande consenso di Derain per la riabilitazione che il Presidente USA di cui era un ammiratore, seppe dare al progresso con il  riconoscimento di ogni tipo di estro creativo, tra cui quello delle “fauves” ritenuto fino allora dalla critica, un arcaismo ormai esaurito. Da ciò si evince che il quadro incompiuto, sia stato interrotto nell’ aprile del 1945 nell’ imminenza della vittoria USA, a causa della inaspettata  morte del Presidente a cui Derain gli dedicava il ritratto probabilmente per consegnarglielo, proprio nello stile riabilitato dallo stesso Roosevelt.

Dunque l’intenzione dell’acquirente del quadro è stata solo quella di entrare in possesso del dipinto in funzione della piacevole stravaganza pittorica e non invece per un atto speculativo mai avvenuto, inteso a presentare sul mercato d’ arte il dipinto a fine di lucro.

Infatti solo qualche anno fa è stata convalidata con un’analisi approfondita, l’intuizione durante una cena in un appartamento della Roma romantica, che uno dei quadri visitati in soffitta fosse proprio quello di cui si sta parlando adesso.

 

 

Conclusione

Per queste ragioni e per altre ancora che sembra inutile aggiungere, si ritiene che il ritratto del Presidente Roosevelt non sia affatto un’imitazione, ma un’opera importante di André Derain; opera realizzata nel corso degli anni ‘40 con il vecchio stile delle “belve” inizialmente    incompreso, ma che il Presidente Roosevelt dette ragione e dignità artistica con il proclama che la stessa dedica riporta.

Senza pensarci e quasi controvoglia dopo mesi sono tornata ad entrare in un museo. Mi sono talmente concentrata nel tenermi occupata, in casa, al computer, che, quasi senza rendermene conto, ho interiorizzato il distanziamento.

Mi sono rifugiata, ancora una volta nello studio, però in qualche modo, stavolta l'arte ne era rimasta chiusa fuori, come tutto il resto.

Eppure ormai dovrei saperlo che se c'è qualcosa che mi consola e che mi da speranza è proprio lei.

Forse è che questa volta qualcosa è riuscito a togliermela, a tenermi lontano, a togliermi il gusto, almeno apparentemente.

Sono distratta in biglietteria, non so dove andare e che devo fare, non lo so più, non so più muovermi a casa mia.

Salgo le scale e la bella architettura del Palazzo dei Priori si insinua a poco a poco, sparisce il caldo, affiora il sorriso.

La custode spiega le regole di visita e il percorso, quasi si scusa per tutto questo, ma io sono già oltre, persa nella bellezza.

Comincio proprio con la mostra di Taddeo di Bartolo, mi attira quell'atmosfera rosso arancio, dalla luce calda e soffusa.

Subito mi catturano queste bellissime Madonne, fondo oro, colori tersi, ma soprattutto è il rosso, ali rosse intorno al trono. Rosso dappertutto, ali come fiamme, ma sono angeli, quelli che bruciano dell'amore di Dio, per Dio.

Procedo di rosso in rosso, rapita, torno in me quando scopro la tavoletta con S. Francesco e il Sultano, originariamente parte della predella della smembrata Pala di San Francesco al Prato. La quadratura del cerchio: è stata oggetto di uno dei corsi che ho seguito all'università quest'anno, tutto è tornato al suo posto, tutto ha di nuovo senso.

Attraverso il pianerottolo e torno a visitare la Galleria Nazionale dell'Umbria, non mi ricordavo tutte le magnifiche sculture policrome e anche molti dei dipinti.

C'è il piccolo (solo di dimensioni) dipinto perfetto di Raffaello. E un Santo Stefano che tiene, insolitamente, un sasso in mano, sembra quasi meditare con molta calma a chi tirarlo.

Un San Sebastiano un po' dandy, vestito di tutto punto, tiene una freccia come fosse un bastone da passeggio. Accanto a lui la Maddalena (?) ha lasciato a terra il vaso con l'unguento, chissà chi dei due, muovendo distrattamente il prossimo passo, lo rovescerà?

Taddeo di Bartolo

28.05-30.08.2020

Perugia, Galleria Nazionale dell'Umbria

Info: 075.58668436; This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

Catalogo: Silvana Editoriale €.35,15

July 31, 2020
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