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Economics (218)

Roberto

Roberto Casalena
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Piano Padoan per svendere i gioielli di Stato. Alternativa, patrimoniale forzosa su immobili e c/c bancari e postali. Dunque,dopo Renzi il banchiere ( è stato il governo che ha dato più regalie alle banche rispetto a tutti i precedenti), ora anche Gentiloni, seguendo la guida del maestro, si starebbe preparando ad effettuare altre regalie , ben più corpose, alle banche. Si tratta di un piano segreto che prevede la cessione alle più grandi banche internazionali di tutti i gioielli di famiglia rimasti ancora nelle mani pubbliche. Intanto, però, ancora non si sa a chi appartenga l’oro di Bankitalia (circa 120 miliardi di euro), se alle banche che la controllano o allo Stato. A cercare di dipanare la matassa ci ha provato anche il M5S, senza però portare a casa nessun risultato (sembrerebbe ci sia il segreto di Stato).Dunque il piano del governo, ancora a livello embrionale, prevede la cessione in blocco alle più grandi istituzioni bancarie internazionali delle partecipazioni statali rimaste, Eni, Enel, Poste, FS, Fincantieri, Leonardo (ex Finmeccanica) , Terna, Anas, Enav, ecc, il tutto a prezzi scontati (tra il 20-30% del valore), per cercare di ridurre il debito pubblico, che ormai ha raggiunto i 2.281 miliardi di euro (solo 30,6 miliardi da gennaio ad oggi) e che incide sul Pil per il 132%.

 

Il ministro dell’Economia avrebbe già contattato alcune tra le più grandi banche mondiali, come Goldman Sachs, Rotschild, Credit Suisse, Societè Generalè e l’italiana Mediobanca, per fare il punto della situazione. E per dar via le partecipate tutte insieme, si sarebbe pensato di creare una holding dove inserirle insieme. Per cui cedendo la holding , chi l’acquista prende tutto ed in un sol boccone, con tempi molto più celeri se invece le partecipate venissero vendute singolarmente, oltre che con un incasso corposo. Sicuramente il piano di riordino delle Ps ruoterà attorno alla Cdp ( Cassa depositi e prestiti, controllata dal ministero dell’Economia). L’altra strada , rimane anche quella di fare meno cassa e vendere singolarmente i beni di Stato, ed in tal caso lo sconto sarebbe molto limitato, ma anche l’incasso.

 

Ma all’orizzonte ci sarebbe anche di peggio, perché al Mef starebbero studiando , in alternativa alle cessioni delle Ps, una patrimoniale forzosa ( una tantum) su immobili ( aliquota al 10%), e su c/c bancari e postali ( aliquota del 15%) , per un ammontare stimato in 400 miliardi di euro, come già annunciato in un nostro articolo del 3/2/ 2017.

Minniti ora pensa a sequestrare le case sfitte da dare ai migranti, dal momento che i centri di accoglienza sono strapieni, e non si sa più dove mettere i dormienti in strada ( anche perché tra poco arriverà l’Inverno). Ormai l’Italia governata dal Pd mette a segno quasi quotidianamente un sopruso dietro l’altro. E’ di qualche giorno fa la notizia che i c/c bancari dormienti, cioè i soldi non ritirati dagli eredi ( che però le banche si sono ben guardate da cercare), per un ammontare di circa 2 miliardi di euro, sono finiti nelle tasche dello Stato, invece che agli eventuali diritto. E’ di ieri, invece, la notizia che è partita la schedatura delle vittime delle banche, in particolare di coloro che intendono ancora protestare sotto i palchi da cui parla Renzi. E già ci sono stati i primi allontanamenti durante i comizi, da parte delle forze dell’ordine, anziani compresi , che nei fallimenti delle varie banche, Etruria in testa, hanno perso tutti i risparmi di lavoro e sacrifici. E tornando alle case, ora il Viminale starebbe studiando un piano per requisire momentaneamente gli immobili pubblici e privati sfitti, soprattutto quelli privati, perché quelli pubblici rappresentano ben poca cosa.

 

Ed ecco, dunque, l’dea geniale. Dal momento che occorre far rispettare la legge, che vieta l’occupazione di case di privati, l’ostacolo verrebbe aggirato con la requisizione d’emergenza, che non consiste nell’esproprio della proprietà privata ( che verrebbe garantita secondo i dettami della Costituzione), ma solo di un sequestro momentaneo, giustificato appunto dall’emergenza, cioè da motivi di pubblica utilità. A riprova del piano, c’è la circolare del capo di gabinetto del ministro dell’Interno, Mario Marcone, ai prefetti, con cui intima un censimento degli edifici pubblici in disuso e delle case private sfitte, così da poter avviare entro tempi brevi una mappatura dei possibili alloggi disponibili, e ciò per poter garantire un tetto a tutti gli immigrati, probabilmente anche a quelli che ancora non si sa se abbiano diritto a rimanere in Italia. Il piano prevederebbe che si inizi dagli edifici pubblici in disuso, e che i Comuni in affanno finanziario, non hanno ristrutturato. E comunque, dal momento che gli edifici pubblici abbandonati sono pochi , si passerà subito dopo a quelli privati, che non si sa per quanto tempo verranno assegnati ne quali rimborsi potranno avere gli aventi diritto, cioè i proprietari, ne in base a quali criteri. La politica dell’accoglienza generalizzata è stata gestita, dai governi a guida Pd, al limite dell’incredibile, senza alcuna pianificazione , ma solo dando in pasto alle cooperative, spesso truffaldine, come la recente storia insegna, le centinaia di migranti sbarcati sul suolo italico. E pantalone, cioè tutti noi ne pagano le conseguenze, sia per l’invasione abnorme che in denaro .

Il benchmark

Nel sistema bancario italiano vi sono circa 200 miliardi di sofferenze lorde (cioé prestiti che le banche non riescono più a recuperare dai loro debitori) a fronte delle quali le stesse banche hanno accantonato in bilancio perdite per il 55-60%. Dunque le sofferenze nette sono pari a circa 85 miliardi valutate al 40-45% del loro valore nominale. Ecco, quando a fine novembre 2015 Banca d’Italia ha disposto la risoluzione delle famose quattro banche, Pop Etruria, CariFerrara, CariChieti, Banca delle Marche, le sofferenze di questi istituti sono state svalutate fino al 18% del loro valore e questa percentuale ha fissato il punto di riferimento (benchmark) per le valutazioni di tutte le altre banche da parte di analisti finanziari e investitori. Di colpo, quindi, quegli 85 miliardi di sofferenze nette nel sistema sono diventati 40, con 45 miliardi che dalla sera alla mattina mancano all’appello e di conseguenza devono essere coperti con altrettante ricapitalizzazioni.

 

Il crollo di Borsa

Da quel momento in poi per chi ha investito sui titoli bancari di Piazza Affari si è aperta una fase di lunga agonia che oggi è ancora in corso. Le performance da fine novembre 2015 a martedì 29 novembre 2016 mostrano meglio di qualunque altra cosa la dimensione di questa debacle. Mps meno 89,2%, Carige meno 84,7%, Banco popolare meno 82%, Banca popolare di Milano meno 69%, Ubi Banca meno 67%, Unicredit meno 65%, Intesa Sanpaolo meno 38%. A queste si aggiungono Veneto Banca e Banca popolare di Vicenza le cui azioni non sono quotate in Borsa ma a cui fanno capo diverse obbligazioni quotate che hanno subito forti perdite nonostante la rete di salvataggio predisposta tempestivamente dal fondo Atlante (un fondo partecipato dalle principali banche e assicurazioni italiane). Nel luglio scorso, con il varo del piano di ricapitalizzazione di Mps da 5 miliardi, e che prevede la cessione proprio al fondo Atlante di circa 28 miliardi di sofferenze, si è cerato di mettere un argine a questo diluvio fissando un nuovo benchmark. Il prezzo implicito a cui Atlante ha accettato di accollarsi tali sofferenze è pari a 28 centesimi, ma la situazione non è migliorata più di tanto poiché la soluzione finale per Mps è stata prolungata almeno fino all’esito del referendum costituzionale.

 

Le colpe dei banchieri

Occorre ammettere che nel corso del 2016 i banchieri italiani non hanno fatto molto per rassicurare i mercati finanziari, anzi hanno peggiorato la situazione. Prendiamo qualche caso concreto, partendo dalla fusione tra Bpm e Banco popolare, la prima operazione nata sulla scia del decreto governativo del gennaio 2015 che obbliga le banche popolari a trasformarsi in società per azioni entro la fine di quest’anno. La banca veronese guidata da Pier Francesco Saviotti ha in pancia una quantità di sofferenze non banale, con un Texas ratio (rapporto tra crediti deteriorati e patrimonio più accantonamenti) che a fine 2015 arrivava a 158, più elevato di Mps (147), mentre la Bpm è molto più virtuosa sotto questo profilo, essendo a quota 87. Prima di unirsi in matrimonio la Banca centrale europea ha dunque obbligato il Banco a lanciare un aumento di capitale da un miliardo, anche se si dice che la richiesta della Bce già allora era di 2 miliardi. Saviotti e la Banca d’Italia sono riusciti a contenere la ricapitalizzazione a 1 miliardo in seguito alla quale l’azionariato della nuova banca è stato suddiviso in 54% (soci del Banco), 46% (soci della Bpm). Ma il mercato ha fin da subito cominciato a scontare il fatto che la nuova banca ha bisogno di un altro aumento di capitale affossandone il corso dei titoli in Borsa (se ci si aspetta l’emissione di nuove azioni quelle esistenti varranno di meno). A essere arrabbiati sono soprattutto gli azionisti di Bpm che in presenza di un nuovo aumento di capitale si sentirebbero raggirati dall’amministratore delegato Giuseppe Castagna, che in sede di fusione avrebbe acconsentito a un rapporto di concambio tra le azioni delle due banche come se l’aumento di 1 miliardo fosse sufficiente. Essendo ormai una spa comandano gli azionisti e nel caso arrivasse un nuovo aumento di capitale per Bpm-Popolare è molto probabile che Castagna sarebbe costretto alle dimissioni.

Ma anche Victor Massiah, ad di Ubi Banca, ha molto da farsi perdonare. Nonostante la banca, con solide basi tra Bergamo e Brescia, abbia indici patrimoniali soddisfacenti, Massiah è riuscito a far trascinare Ubi nel gorgo della speculazione di Borsa associandola al salvataggio di Mps. Quando a giugno il Tesoro ha chiesto a Massiah e Castagna di unirsi per salvare il Monte, il banchiere di Bpm ha prontamente declinato l’invito mentre quello di Ubi ha creduto nel progetto a tre salvo poi comprendere l’impossibilità della sua realizzazione. Ma nel frattempo il mercato ha avuto buon gioco a buttare giù il titolo nel timore che Ubi volesse marciare da sola verso Siena. Poi, non contento di questa performance, Massiah ha risposto al nuovo appello di Bankitalia per evitare che le quattro banche salvate finissero nelle mani dei fondi avvoltoio per pochi euro. Così Ubi ha presentato un piano per accollarsele a prezzi vantaggiosi, ma anche così ha bisogno di un aumento di capitale da circa 500 milioni. E il titolo Ubi è andato giù ancora, reagendo a questa notizia.

Che dire poi di Unicredit. Per almeno un anno e mezzo, e cioè fino al giugno 2016, l’ex amministratore delegato Federico Ghizzoni non ha fatto altro che ripetere al mercato e alle autorità che la banca non aveva alcun bisogno di un aumento di capitale. Ma quando gli azionisti si sono infine decisi a dare il benservito a Ghizzoni affidandosi alle cure di Jean Pierre Mustier, il mercato ha scoperto che in realtà l’aumento di capitale ci vorrà e sarà anche molto ampio, nell’ordine di 8-12 miliardi. E come poteva reagire il titolo in Borsa a una notizia del genere, per di più associata al fatto che occorre svalutare pesantemente i 57 miliardi di sofferenze lorde che sono ancora in pancia a Unicredit? Male, ovviamente.

 

Se poi si aggiunge:

•che Veneto Banca e Popolare di Vicenza sono state salvate dal fondo Atlante in quanto non sarebbero riuscite a mandare in porto i rispettivi aumenti di capitale, ma che è molto probabile servano altre risorse fresche da iniettare in vista di una fusione tra i due istituti veneti.

•Che la Carige ha respinto un’offerta del fondo Apollo di acquisto di sofferenze e contestuale ricapitalizzazione poichè il principale azionista della banca, la famiglia Malacalza, non voleva farsi prendere per il collo e alla bisogna ha le risorse per far fronte a un aumento di capitale.

•E che il Monte dei Paschi, terza banca italiana in forte difficoltà, da almeno sei mesi è sulla graticola per un piano di rafforzamento del patrimonio da 5 miliardi che però deve passare per le forche caudine del referendum,

allora si può ben capire che i banchieri italiani e l’Abi possono anche gridare al mondo che il sistema bancario italiano è sano e che i fondi stranieri speculano sulle sofferenze italiane; ma è anche vero che nessuno di lorsignori, né Bankitalia né il governo, è stato in grado di porre un argine a questa deriva, mettendo in sicurezza almeno l’istituto più vulnerabile, cioé il Montepaschi. Hanno preferito trascinare la situazione e sperare in un ravvedimento del mercato, col risultato che la perdita di valore delle banche in Borsa nell’ultimo anno è stata di circa 60 miliardi, cifra di gran lunga più elevata delle centinaia di milioni che sarebbero serviti a promuovere un “bail in” controllato del Monte.

yoirdyIl governo sta pensando di scaricare i prossimi terremotati che perderanno la propria abitazione. Come? Con una assicurazione obbligatoria sulla casa contro i terremoti. E per le frane o quant’altro? Ci si penserà strada facendo, anche se di strada da fare per questo esecutivo ne è rimasta ancora poca, per fortuna. La polizza, a quanto è dato capire, potrà essere detratta dalle tasse. La nuova normativa antisimica che si sta preparando prevede anche che in caso di vendita di un immobile non in regola con la legge ci saranno pesanti sanzioni economiche per chi ha venduto, mentre per le alte zone sismiche ( 1 e 2) il contratto di vendita sarà nullo. Tali misure andranno ad aggiungersi ai benefici fiscali già esistenti ed al così detto “sisma bonus”. La norma , però, per le abitazioni, alberghi ed immobili di pertinenza pubblica, dovrebbe entrare in vigore non prima di cinque anni dal suo varo, per dare il tempo di poter adeguare i fabbricati alla nuova legge, mentre per gli altri casi al di fuori di quelli sopra descritti, il periodo di adeguamento sarà di sette anni. Sarà compito del venditore di presentare , prima della firma della vendita, un attestato di conformità alla normativa sulla idoneità statica del fabbricato, con riferimento alla sismicità della zona. L’attestazione sulla staticità dell’immobile dovrà essere rilasciata da un tecnico specializzato, abilitato ad effettuare verifiche di stabilità. Il notaio, dopo aver controllato il rispetto degli obblighi, potrà stipulare l’atto di compra-vendita. A fronte dell’assicurazione obbligatoria il titolare del bene immobile potrà ottenere una detrazione dell’imposta lorda pari al 65% dei premi versati.

E sempre per rimanere sul tema della casa, il governo starebbe preparando un pacchetto di misure per una super sanatoria per le costruzioni abusive, in cui è previsto che chi abbattesse l’immobile per poi ricostruirlo con licenza regolare, verrebbe addirittura premiato per un quinquennio , senza pagare Tasi ed Imu. Inoltre , nel pacchetto di misure già pronte, a cui probabilmente occorrerà ancora dare qualche limata, prima del varo da parte del governo,ci dovrebbe essere anche la possibilità di detrarre le spese dalla dichiarazione dei redditi, per dare un altro aiuto alle spese sostenute per la ricostruzione dell’edificio. Ed a questo punto c’è da chiedersi cosa ne penseranno i terremotati veri, a cui lo Stato, non mantenendo le promesse fatte,ha inviato le cartelle esattoriali ? La legge attualmente in vigore prevede per gli abusi edilizi due vie: la demolizione o la confisca. Ed ora invece ci sono addirittura gli incentivi , nel totale disprezzo di chi,invece, ha sempre rispettato la legge. Il sospetto è che tutto sia nato per cercare di ottenere consensi alle prossime elezioni. Ormai siamo in un Paese dove l’illegalità diventa la regola, e la legalità è solo per i fessi che la rispettano.

13.07.2017. I soldi producono soldi, ovvero i ricchi diventano sempre più ricchi. Potrebbe essere questa la sintesi del report “Global Wealth 2017: Transforming the Client Experience” pubblicato dal Boston Consulting Group (BCG), una società di consulenza che ha stilato la 17esima edizione del documento sulla ricchezza finanziaria a livello globale.

L’analisi quantitativa conferma che la ricchezza finanziaria privata continua a crescere in tutto il mondo: a livello globale nel 2016 il valore totale di azioni, obbligazioni, depositi e conti bancari corrisponde alla cifra di 166.500 miliardi di dollari. Rispetto al 2015 si tratta di un incremento del 5,3%, mentre l’anno precedente l’aumento era stato del 4,4%. Secondo la proiezione del BCG nel 2021 si dovrebbe raggiungere la quota di 223.100 miliardi di dollari, con una crescita media annua del 6%.Come era facilmente prevedibile, il maggior aumento della ricchezza si rileva nell’area dell’Asia-Pacifico: nel 2016 l’incremento è stato del 9,5% (nell’anno precedente era stato addirittura del 12,3%), passando da 35 a 38,4 migliaia di miliardi di dollari.

Subito dopo c’è l’America Latina, che è salita da 5 a 5,4 migliaia di miliardi di dollari con un aumento dell’8,7% (nel 2015 +6,3%). Cresce di molto anche la ricchezza nell’area del Medio Oriente e dell’Africa, passando da 7,5 a 8,1 migliaia miliardi di dollari con un incremento dell’8,5% (nel 2015 era stato soltanto dell’1,9%).

L’area del Nord America (comprendente Stati Uniti, Canada e Messico) nel 2016 ha segnato un aumento del 4,5% (nel 2015 +2,0%), accumulando in assoluto la ricchezza maggiore: da 53 a 55,7 migliaia di miliardi di dollari. L’Europa orientale cresce del 4,7% (l’anno precedente +7,2%), passando da 3,4 a 3,6 migliaia di miliardi di dollari. In Europa occidentale la ricchezza è aumentata del 3,2% (nel 2015 +2,4%), salendo da 39,2 a 40,5 migliaia di miliardi di dollari. In coda alla classifica c’è il Giappone, che è cresciuto soltanto dell’1,1% (nel 2015 +1,8%), da 14,7 a 14,9 migliaia di miliardi di dollari.

Dal report del Boston Consulting Group emerge che nel mondo il numero di famiglie milionarie (cioè con una disponibilità mobiliare superiore al milione di dollari) è cresciuto in un anno del 7%, arrivando a circa 17,9 milioni. Si tratta di circa l’1% delle famiglie del pianeta, che detengono il 45% dell’ammontare finanziario totale dei privati.

Una quota rilevante della ricchezza delle famiglie milionarie si trova nei cosiddetti paradisi fiscali. La stima effettuata dagli esperti del BCG è di 10,3 migliaia di miliardi di dollari. Analizzando la geografia dei possessori dei conti offshore, prevale l’area asiatica (compreso il Giappone) con 2,9 migliaia di miliardi, seguita dall’Europa occidentale con 2,6 migliaia di miliardi. Consistente anche la presenza di Medio Oriente e Africa con 1,9 migliaia di miliardi e dell’America Latina con 1,5 migliaia di miliardi. Scarsa la propensione a depositare su questi conti, di norma poco trasparenti, da parte dei ricchi dell’Europa orientale e dell’America settentrionale, con 0,7 migliaia di miliardi per entrambe le zone.

Oltre alla provenienza è interessante verificare la destinazione dei capitali, cioè quali sono le località offshore più gettonate. Al primo posto svetta la classica Svizzera, dove ricchi cittadini stranieri hanno collocato 2,4 migliaia di miliardi di dollari (quasi un quarto del totale della ricchezza dei paradisi fiscali). Altri 2,4 migliaia di miliardi si trovano in paradisi fiscali irlandesi (Dublino) e britannici (comprese le isole del Canale). Seguono Singapore e Hong Kong, che insieme arrivano a 2,0 migliaia di miliardi. I paradisi fiscali di Panama e dei Caraibi totalizzano 1,3 migliaia di miliardi. Le località offshore degli USA custodiscono 0,9 migliaia di miliardi, mentre in Lussemburgo si stimano 0,4 migliaia di miliardi di dollari.

Dalla distribuzione territoriale dei milionari si vede che il 42,5% dei ricchi (7,6 milioni di famiglie) vive nell’America del Nord, mentre il 21,2% (3,8 milioni) sta in Asia come anche in Europa occidentale. Il 6,7% (1,2 milioni di famiglie) abita in Giappone, il 4,5% (0,8 milioni) in Medio Oriente e in Africa, il 2,8% (0,5 milioni) in America Latina e soltanto l’1,1% (0,2 milioni di famiglie) nell’Europa orientale.

Nel gruppo dei ricchi c’è quello dei ricchissimi, cioè le famiglie con un patrimonio finanziario superiore a 100 milioni di dollari: si tratta dell’8% del totale dei milionari, cioè quasi 150 mila famiglie nel mondo. È interessante notare che in percentuale la maggiore concentrazione di super ricchi è nell’Europa orientale con il 19%. Al contrario sono pochissimi in Giappone: soltanto 1 famiglia ricchissima su 100 famiglie ricche.

Osservando i dati dei ricchi suddivisi per nazioni, al primo posto ci sono le famiglie statunitensi, con oltre 7.085 migliaia di milionari. Al secondo posto la Cina con 2.124 migliaia di famiglie e al terzo il Giappone con 1.244. A seguire:  Gran Bretagna con 821, Canada con 485, Germania con 473, Svizzera con 466, Francia con 439 e Taiwan con 370 mila famiglie milionarie.

L’Italia si colloca al decimo posto della classifica con 307 mila ricchi. Nelle mani dell’1,2% delle famiglie italiane si concentra così il 20,9% della ricchezza finanziaria, che in totale è di circa 4,5 migliaia di miliardi di dollari (che corrispondono al doppio del debito pubblico italiano). La stima del Boston Consulting Group è che nel 2021 le famiglie milionarie italiane raggiungeranno quota 433 mila, cioè l’1,6% del totale, mentre la ricchezza a disposizione salirà al 23,9%, superando 5 mila miliardi di dollari.

In conclusione, dal report del BCG emerge che la ricchezza globale è in crescita ad ogni latitudine e in particolare nei cosiddetti paesi in via di sviluppo. Questo dato è sicuramente positivo, ma è anche evidente che sta aumentando la disuguaglianza, poiché sta salendo la percentuale di risorse detenute da un ristretto numero di famiglie ricche e ricchissime. In fondo sono le due facce del sistema capitalistico, che produce ricchezza ma anche disuguaglianza. Non si tratta soltanto di una teoria: i dati corrispondono in realtà a persone in carne e ossa, che vivono da nababbi o che invece rischiano di morire di fame. Un problema enorme, che pone domande ineludibili al sistema finanziario globale e alle istituzioni mondiali.

 

Per gentile concessione della'agenzia di stampa Pressenza

SACE (Gruppo Cassa depositi e prestiti) e Banca Akros (Gruppo Banco BPM) hanno annunciato un importante accordo di collaborazione per sostenere la crescita internazionale delle eccellenze italiane del settore agroalimentare, mettendo a disposizione un pacchetto di soluzioni assicurativo-finanziarie per valorizzare i beni a magazzino e 150 milioni di euro di nuovelinee di credito da destinare a percorsi di sviluppo estero.

Grazie all'accordo – rivolto in particolare alle aziende di media dimensione (Mid-Cap) ed estendibile anche ad altri comparti di punta del Made in Italy (come quelli dei gioielli, delle pelli, del legno, della farmaceutica e della chimica) – le imprese interessate potranno accedere a condizioni vantaggiose a finanziamenti anche consortili, organizzati da Banca Akros e garantiti da SACE, per supportare investimenti per la crescita internazionale ed esigenze di capitale circolante; potranno noltre beneficiare degli strumenti assicurativo-finanziari sviluppati da SACE a protezione del business come le coperture contro i rischi di mancato pagamento dei crediti commerciali, i rischi tecnologici e di deterioramento del magazzino.

La prima operazione realizzata nell’ambito dell’accordo riguarda una realtà d’eccellenza del settore lattiero-caseario: Ambrosi Spa, azienda bresciana leader in Italia e all’estero nel segmento premium del mercato dei formaggi tradizionali italiani (tra cui Grana Padano DOP e Parmigiano Reggiano DOP), ha ottenuto, grazie alla collaborazione tra Banca Akros e SACE, un finanziamento in pool da 13 milioni di euro destinato a sostenere l’approvvigionamento delle materie prime, nonché lo sviluppo del magazzino prodotti finiti, per crescere ulteriormente nei mercati esteri, con particolare attenzione a quelli francese e statunitense.

L’operazione prevede anche la collaborazione del Consorzio per la Tutela del Grana Padano, sempre disponibile ad operare a favore del sistema e dei propri consorziati, e potrà, inoltre, sfruttare la nuova garanzia del Pegno Mobiliare non Possessorio recentemente introdotta dal legislatore e iscrivibile sul magazzino di prodotti DOP.

Ancora sacche di disagio e difficoltà economiche per gli italiani, tanto che quasi la metà delle famiglie non riesce a far quadrare i conti e arrivare a fine mese. L'impasse emerge dal Rapporto Italia 2017 diffuso i dall'Eurispes. Secondo l'Istituto di Studi Politici Economici e Sociali, ben il 48,3% delle famiglie non riesce ad arrivare alla fine del mese e il 44,9% per arrivarvi sono costrette a utilizzare i propri risparmi, così solo una famiglia su quattro risparmia.

Le rate del mutuo per la casa sono un problema nel 28,5% dei casi, mentre per il 42,1% di chi è in affitto lo è pagare il canone. Il 25,6% delle famiglie ha inoltre difficoltà a far fronte alle spese mediche. Molti hanno dovuto mettere in atto strategie anti-crisi come tornare a casa dai enitori (13,8%), farsi aiutare da loro economicamente (32,6%) o nella cura dei figli per non dover pagare nidi privati o baby sitter (23%).

Un italiano su 4 si sente povero - Dai dati raccolti dall'Istituto, circa una persona su quattro afferma di sentirsi 'abbastanza' (21,2%) e 'molto' (3%) povero. L'identikit di chi denuncia la propria povertà disegnato dalla ricerca Eurispes mostra in primo piano il single (27,1%) o monogenitore(26,8%) che vive al Sud (33,6%) ed è cassaintegrato (60%) o in cerca dinuova occupazione (58,8%). La ricerca evidenzia inoltre che alla domanda 'Conosce direttamente persone che definirebbe povere?', il 34,6% degli italiani risponde 'alcune', il 20,1% risponde 'molte', il 33,2% risponde 'poche' e solo il 12,1% 'nessuna'. Nella povertà, segnala il rapporto, sisprofonda soprattutto a causa della perdita del lavoro (76,7%), ma anche aseguito di una separazione o un divorzio (50,6%), a causa di una malattiapropria o di un familiare (39,4%), della dipendenza dal gioco d'azzardo(38,7%) o della perdita di un componente della famiglia (38%).Sale potere acquisto ma tagli a cibo e medicine - Anche se la maggioranza delle persone (51,5%) sostiene di non aver perso il proprio potere d'acquisto, un dato in crescita rispetto al 46,8% dello scorso anno, allo stesso tempo per l'acquisto degli alimentari sale dell'1,7% la percentuale di consumatori che cambia marca di un prodotto se più conveniente e ben il 3,9% in più delle persone è costretto a tagliare le spese mediche. E nel corso dell'anno si è risparmiato sui pasti fuori casa (70,9%), l'estetista, il parrucchiere, gli articoli di profumeria (66,2%), i viaggi e le vacanze (68,6%). Sono rimasti pressoché stabili, evidenzia l'Istituto, i tagli sui regali (75,6%) e per il tempo libero (64,8%). Stabile anche il ricorso ai saldi (80,6%) mentre diminuisce la quota di risparmio che incide sulle nuove tecnologie (5 punti: dal 69,4% del 2016 al 64,4% del 2017). Si riduce, rileva ancora il report, il numero dei consumatori che per l'abbigliamento prediligono punti vendita più economici come grandi magazzini, mercatini e outlet (73,2%; -2,8%)".

La Sentenza della Commissione Tributaria Regionale di Milano, la n. 3831/01/16, ha decretato che, nel caso in cui Equitalia non esibisce la cartella di pagamento “originale” al contribuente che ne fa richiesta, il debito vero il Fisco decade.

La stessa Sentenza si è espressa a favore del contribuente, il quale, sosteneva come ““la mera riproduzione fotostatica delle presunte cartelle non assume alcun valore giuridico trattandosi di meri documenti di parte, non muniti di alcuna attestazione di autenticità proveniente da pubblico ufficiale, che non garantiscono alcuna prova certa in ordine alla loro corrispondenza all’originale”.

Nello specifico è accaduto che la contribuente era venuta a conoscenza delle cartelle emesse nei suoi confronti solo dopo aver chiesto a Equitalia un estratto di ruolo al fine di verificare i propri debiti col Fisco. Ebbene, dopo aver appreso la presenza di numerose cartelle a suo carico, la contribuente chiedeva di poter visionare gli atti esattoriali nonché le prove attestanti la corretta notifica; al rifiuto del concessionario di fornire tale documentazione (Equitalia si limitava a esibire solamente un estratto di ruolo, ossia un mero elenco dei debiti) la contribuente veniva costretta ad agire in giudizio per tutelare i propri diritti.

La Commissione Tributaria ha deciso che: “nonostante la richiesta da parte del contribuente sin dal ricorso introduttivo del giudizio di produzione degli originali (o valide copie) degli atti e della documentazione inerente la rituale notifica delle cartelle … la società Equitalia non ha prodotto anche in questa sede alcun originale relativo sia alle cartelle (non prodotte anche in mera fotocopia) che alla loro notificazione” (pagina 3 della sentenza).

Ovviamente in mancanza di prove e soprattutto circa l’esistenza degli atti e della loro regolare notifica, i Giudici non hanno potuto fare altro che constatare l’illegittima pretesa dal Fisco con conseguente annullamento del debito tributario.

Ricordiamo che vi sono state altre Sentenze in merito come: Sent. Tar Napoli n.3820/2015, Sent. Comm. Trib di Parma n.15/07/10 e n.40/01/10.

Finisce cosi il potere eccessivo di Equitalia.

Il colosso bancario britannico HSBC ritiene che l’economia mondiale sia in recessione, con il commercio globale in calo del 8,4 % da giugno 2014 a giugno 2015 e il Pil mondiale, espresso in dollari, in calo del 3,4 %. Il denaro fugge dai mercati emergenti a un ritmo sostenuto.

Inoltre, le grandi banche sono danneggiate da prestiti enormi che non verranno mai rimborsati e sembra sia in atto una contrazione importante del credito a livello globale.
Il Fondo monetario internazionale, le Nazioni Unite, la Bank of International Settlements di Basilea e Citibank avevano avvisato che una crisi economica sarebbe imminente, ma la maggior parte delle persone pensa che tutto andrà bene. Il livello di fiducia cieca nel sistema è stupefacente.

Le cifre attuali mostrano che l’economia mondiale non è mai stata così negativa dalla recessione del 2008. Il commercio mondiale è in calo, da giugno 2014 su un anno, di -8,4 %. Da un punto di vista tecnico siamo già in recessione. Il Pil mondiale espresso in dollari è negativo di 1.370 miliardi di dollari, o -3,4 %.

I maggiori problemi sono nei paesi emergenti, come si legge in un articolo del quotidiano britannico The Guardian :

Il terzo atto inizia in paesi meno capaci di concepire misure per bloccare il contagio finanziario e le cui banche sono più fragili. Durante la prossima crisi finanziaria, nelle economie emergenti come Turchia, Brasile, Malesia, Cina, l’aumento dei prezzi dei prodotti di base, già a livelli molto alti a causa del boom economico cinese (alimentato dal debito) sembra non volersi fermare. La Cina ha fabbricato più cemento in tre anni, dal 2010 al 2013, di quanto gli Stati Uniti abbiano prodotto nel 20esimo secolo. Questo non poteva continuare.”

Le banche cinesi sono il punto chiave : qualcuno dei grossi prestiti che hanno concesso non potrà mai essere rimborsato, in modo che oggi non possono prestare con la stessa facilità di prima, per mantenere il tasso di crescita, elevato ma illusorio. I prezzi delle materie prime sono crollati.
I soldi inondano le economie emergenti che però non dispongono di istituzioni finanziarie centrali per attuare piani di salvataggio. Eppure questi paesi rappresentano oltre la metà del Pil mondiale. Non sorprende che il Fondo monetario internazionale sia preoccupato.

Un recente articolo di CBNC è intitolato “La tormenta nelle economie dei paesi emergenti è la terza fase della crisi finanziaria?” La banca Goldman Sachs pensa sia vero e in una nota di settimana scorsa ha dichiarato :

I mercati emergenti non soffrono solamente della deriva dei mercati, si assiste a una nuova fase della crisi. L’incertezza aumenta circa la debolezza delle ricadute economiche dei mercati emergenti, mentre il calo delle materie prime e il potenziale aumento dei tassi d’interesse americani preoccupano.

Questa ondata sui mercati emergenti coincide con il crollo dei prezzi delle materie prime, che ha fatto seguito alla fase americana, segnata dagli effetti della crisi immobiliare e la fase europea, quando la crisi americana era dilagata sottoforma di problema del debito sovrano in Europa, ha indicato Goldman Sachs.
E’ noto che quando questo colosso bancario lancia l’allarme, di solito è già troppo tardi.

Fonte: The Economic Collapse.com

Nel 2017 si prevede un aumento del prodotto interno lordo (Pil) italiano pari allo 0,8% in termini reali, cui seguirebbe una crescita dello 0,9% nel 2018.

In entrambi gli anni, la domanda interna al netto delle scorte contribuirebbe in misura significativa alla crescita del Pil: 1,2 punti percentuali nel 2017 e 1,1 punti percentuali nel 2018; la domanda estera netta e la variazione delle scorte fornirebbero un contributo lievemente negativo.

Nel 2017 la spesa per consumi delle famiglie in termini reali è stimata in aumento dell'1,2%, alimentata dall'incremento del reddito disponibile e dal miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro. La crescita della spesa proseguirebbe ad un ritmo analogo nel 2018 (+1,1%).

Nell'anno in corso si prevede un rafforzamento degli investimenti (+2,0%) e una successiva accelerazione nel 2018 (+2,7%). Oltre che al miglioramento delle attese sulla crescita dell'economia e sulle condizioni del mercato del credito, gli investimenti beneficerebbero delle misure di politica fiscale a supporto delle imprese.

L'occupazione aumenterebbe nel 2017 (+0,9% in termini di unità di lavoro) congiuntamente a una riduzione del tasso di disoccupazione (11,5%). I miglioramenti sul mercato del lavoro proseguirebbero anche nel 2018 ma a ritmi più contenuti: le unità di lavoro sono previste in aumento dello 0,6% e la disoccupazione si attesterebbe all'11,3%.

Una ripresa più accentuata del processo di accumulazione del capitale potrebbe rappresentare un ulteriore stimolo alla crescita economica nel 2018. Tuttavia le incertezze legate al riaccendersi delle tensioni sui mercati finanziari potrebbero condizionare il percorso di crescita delineato. Le previsioni incorporano le misure descritte nel disegno di legge sul Bilancio di previsione dello Stato.

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