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Economics (218)

Roberto

Roberto Casalena
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Non volevo credere ai miei occhi domenica scorsa leggendo l'editoriale di Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano La Repubblica e dominus incontrastato di quel giornale che, dopo di lui, ha visto avvicendarsi alla guida della prestigiosa testata Ezio Mauro e Mario Calabresi, due ottimi giornalisti ma che non sono assolutamente in grado di influire sulla linea di un giornale che, a novanta anni suonati, è ancora legato alle posizioni di un uomo le cui idee affondano nelle radici del partito d'azione e protagonista, non so quanto pentito, della nascita del partito radicale di Marco Pannella.

Quale era il motivo della mia sorpresa? E' presto detto: dopo il solito e lungo sproloquio domenicale, Scalfari affronta di petto un tema delicatissimo quale la posizione che la Germania, in vista del voto politico dell'anno prossimo in cui la Merkel si trova ad affrontare una ultradestra in forte crescita nel voto regionale e nei sondaggi politici nazionali e che soprattutto nasce dal movimento dei professori contrari alla politica della Banca Centrale Europea e alla stessa adesione della Germania all'euro, potrebbe annunciare l'intenzione di uscire dalla moneta unica europea o di promuovere la nascita di un euro a due o più velocità.
Come autore da nove anni di un blog sulla crisi finanziaria, ho più volte espresso visioni non ortodosse o in qualche caso estreme, visioni che a volte si sono dimostrate realistiche, quali il fallimento molto annunciato della Lehman Brothers o la vera natura della potente e molto preveggente Goldman Sachs, a volte meno, ma mai, così come la maggior parte dei miei colleghi, avrei osato parlare di una mossa della nazione più potente dell'Unione europea che punterebbe a scardinare, probabilmente in unione con l'Olanda e altri paesi del Nord Europa, la Banca Centrale Europea e l'euro, che sono una delle poche ed effettive cessioni di sovranità che la maggior parte dei paesi europei, non tutti in verità, hanno compiuto in favore dell'Unione, una scelta che, ove dovesse essere vera, insieme alla alla sempre possibile Brexit e alla bomba a scoppio ritardato rappresentata dalla questione del tutto irrisolta dei migranti e di un'equa ripartizione degli stessi tra i 28, o 27 se in Gran Bretagna il 23 giugno prevarranno i leave, paesi membri.
Su una cosa, invece sono d'accordo con Scalfari ed è quando parla di aumenti dei tassi di interesse USA archiviati per quest'anno, ipotesi che avevo già avanzato qualche giorno fa e che, anche dopo l'intervento di lunedì di Janet Yellen, sembra cifrata nell'improvviso indebolimento del dollaro che ha preceduto e seguito le sue parole!

Si avvicina il 9 giugno, la data fissata per il consiglio di amministrazione di Unicredit che dovrebbe scegliere il nome del nuovo Chief Executive Officer della banca più internazionale d'Italia che sta attraversando un momento molto difficile dopo che vigilanza della Banca Centrale Europea ha chiesto di innalzare l'indice patrimoniale dal 10,5 per cento attuale al 12,25 giudicato più adeguato per fronteggiare i rischi che per il gruppo milanese non sono solo quelli comuni alla maggioranza delle banche italiane, Non Performing Loans e stato dei conti, ma sono anche quelli propri di una banca globale con presenze significative in Germania, Austria, Polonia e altri paesi dell'Est Europa, Turchia e via discorrendo.

Molti hanno giudicato originale che le dimissioni di Federico Ghizzoni non fossero state precedute dall'individuazione del suo successore, ma in verità il problema è molto complesso, perché dal nuovo del nuovo numero uno operativo di Unicredit si capirà anche molto delle strategie che sottendono a quello che potrebbe rivelarsi come l'inizio di un riassetto ai piani alti della finanza italiana, un riassetto che potrebbe riguardare anche quella Mediobanca che ha Unicredit come primo azionista e le Generali che hanno a loro volta Mediobanca come primo azionista, con la presenza alquanto ingombrante di Vincent Bolloré in tutti e tre questi soggetti e che spinge fortemente per un riassetto che potrebbe nascondere molti dei problemi di cui tutte e tre queste istituzioni finanziarie soffrono da tempo.

Certo, il momento è molto propizio per un'operazione così complesse che comprende tre campioni della finanza italiana con un elevato standing internazionale e uno degli elementi più favorevoli è dato dai corsi di borsa di Unicredit che mercoledì scorso ha toccato un nuovo minimo storico a 2,74 euro e che favorirebbe un integrazione con Mediobanca molto spostata a favore degli azionisti dell'istituto di piazzetta Cuccia e l'accresciuto peso dell'entità risultante in Generali renderebbe il gioco ancora più facile.

Ma quale sarà il segnale che dalle parole e dai progetti più o meno riservati si intende passare ai fatti? Potrebbe venire proprio dalla nomina a nuovo amministratore delegato di Unicredit di Alberto Nagel, attuale numero uno di Mediobanca, un uomo molto determinato che ha fatto fuori tutti gli avversari nella storica banca di affari milanese e uno dei massimi esperti di complesse operazioni societarie come si prospetta quella che ho appena descritto.

Cosa può fare l'azionista di Unicredit? Purtroppo poco o nulla, perché uscire in questo momento rappresenterebbe una perdita certa, mentre può attendere che un'operazione che si prospetta come una delle più strombazzate sul mercato italiano consenta, in prospettiva, la possibilità di realizzare un profitto da cogliere al volo per non rimanere impantanati in una serie di operazioni che raramente vengono realizzate nell'interesse degli azionisti!

Chi segue da nove anni il Diario della crisi finanziaria sa bene l'importanza che attribuisco all'indicatore denominato Non Farm Payrolls, ossia il saldo positivo o negativo degli occupati nel settore non agricolo negli Stati Uniti d'America, un indicatore che secondo molti analisti dà il vero polso dell'andamento congiunturale di quella grande nazione in uno con il tasso di disoccupazione che, tuttavia, va letto con grande attenzione tenendo conto degli ingressi e delle uscite dal mercato del lavoro, due dati che vengono diffusi contemporaneamente all'inizio del mese (normalmente il primo venerdì del mese) e che hanno un grande impatto sull'andamento delle borse e dei cambi e, di riflesso, anche sul prezzo dell'oro.

L'importanza di questi due dati è addirittura aumentata durante gli otto anni di presidenza di Barack Obama, anche più dei dati relativi alla crescita del Paese e ai dati sulla produzione industriale, perché è nella crescita pressoché costante dell'occupazione mese dopo mese e nel dimezzamento del tasso di disoccupazione che risiede la vera cifra della presidenza del giovane avvocato di Chicago, anche se qualche critico, a mio avviso a ben vedere, ha obiettato che la qualità della nuova occupazione non è stata in molti casi di buona qualità rispetto ai posti persi nella prima fase della tempesta perfetta, ma, comunque, è sempre vero che a caval donato non si guarda in bocca e che un tasso di disoccupazione che oscilla intorno al cinque per cento è di un livello che in termini keynesiani indica la piena occupazione.

Ebbene, quando venerdì scorso sono stati diffusi dal Dipartimento del Lavoro statunitense i dati relativi al dato di maggio sui mercati a stelle e strisce sono state gettate secchiate di acqua gelata perché è emerso che i nuovi occupati a stelle e strisce sono cresciuti di sole 38 mila unità (il dato più basso dal settembre del 2010 anche se spiegato, per 30 mila unità, dallo sciopero della Verizon verificatosi nel mese e che ha reso temporaneamente questi lavoratori dei disoccupati) e che il tasso di disoccupazione è sceso da 5 al 4,7 per cento solo perché 600 mila americani si sono ritirati dal mercato del lavoro, dati che dovrebbero far riflettere Yellen e compagni sull'opportunità di aumentare a breve i tassi di interesse, cosa che chi mi segue sa che avevo previsto qualche puntata fa quando prevedevo che il secondo rialzo sarebbe stato posposto addirittura a dopo le elezioni presidenziali di novembre.

Almeno così la notizia è stata letta dai mercati con cali di tutti e tre gli indici azionari principali americani, un balzo dell'oro che cedeva da trenta giorni, ma soprattutto una flessione del cambio del dollaro con l'euro di quasi due punti percentuali in una sola seduta, anche se il grosso della flessione si è verificata in pochi minuti dopo che gli analisti delle sale cambi delle banche di tutto il mondo hanno avuto il tempo di metabolizzare la doppia notizia e impartire disposizioni agli operatori.

Al termine di un lunghissimo e a tratti drammatico consiglio di amministrazione, è stata fissata la forchetta di prezzo per l'aumento di capitale e concomitante richiesta di ammissione alla quotazione di borsa di Veneto Banca e, come era stato largamente previsto in tempi non sospetti dal Diario della crisi finanziaria e da molti analisti e commentatori, si va da un minimo di 10 centesimi ad un massimo di 50 con azzeramento di fatto del capitale di una banca le cui quote avevano toccato gli alquanto irrealistico 42 euro per azione ma che quasi nessuno degli investitori e risparmiatori in larga parte veneti aveva potuto realizzare perché la banca di Montebelluna aveva di fatto chiuso quasi subito alle negoziazioni che, per statuto, potevano essere realizzate solo con la banca stessa.
Le analogie con le vicende della Banca Popolare di Vicenza sono davvero impressionanti e se, come è largamente evidente, il prezzo finale sarà di 10 centesimi e non vi saranno richieste di adesione all'aumento di capitale tali da garantire almeno un 25 per cento di flottante, la CONSOB negherà alle azioni della banca l'ammissione ai mercati regolamentati e non si aprirà altra strada che quella dell'intervento del Fondo Atlante che così avrà impegnato 2,5 dei 4,2 miliardi di euro del suo fondo di dotazione e manca ancora all'appello l'aumento da un miliardo di euro del Banco Popolare di Verona e Novara che è stato già deliberato dal consiglio di amministrazione, ma almeno il Banco Popolare in borsa c'è già.


Ai detentori delle azioni di Veneto Banca non resta che leccarsi le ferite e interrogarsi su quanto hanno fatto nell'ultima assemblea dove molti di loro, per rabbia e sconforto, hanno appoggiato il ribaltone al vertice dell'istituto con l'arrivo al potere di una improbabile cordata infarcita di persone che dovevano alla banca somme per centinaia di milioni di euro e declassando Carrus da amministratore delegato a direttore generale, cosa alla quale ha in parte posto rimedio la vigilanza della Banca Centrale Europea, intimando che venissero restituite le deleghe al manager che tanto si era adoperato nella mission impossible di risollevare le sorti di una banca che è quasi un eufemismo definire tecnicamente fallita.


Ho scritto più volte delle responsabilità della vigilanza della Banca d'Italia sulla gestione, o meglio sulla mancata gestione, di quella situazione veneta che poi si è rivelata il buco nero del credito in Italia, ma di tutto questo il Governatore Visco, nelle conclusioni finali lette il 31 maggio, non ha speso parola, né tantomeno ha accennato ad una sorta di autocritica, suscitando le ire degli esponenti di numerosi partiti politici, anche di quelli che dal credito facile in Veneto hanno avuto un grande ritorno in termini elettorali!

Ha fatto molto scalpore nel mondo finanziario italiano l'irruzione di un gruppo di funzionari della CONSOB assistiti da militari della Guardia di Finanza nella storica sede della banca d'affari Mediobanca sita nella storica Piazzetta che da qualche anno è intitolata al suo storico fondatore e per anni regista di tutte le sistemazioni ai piani alti della finanza italiana, Enrico Cuccia lo storico avversario del banchiere Mattioli.

La visita congiunta è stata disposta dalla CONSOB per indagare su quanto è accaduto tra l'annuncio della Offerta Pubblica di Scambio lanciata dall'editore Urbano Cairo su Rcs, la società che edita, tra l'altro, il Corriere della Sera e quel 16 maggio nel quale viene annunciata una contro OPA da parte di Andrea Bonomi e altri soggetti tra i quali, appunto, Mediobanca che aveva, per bocca del suo amministratore delegato, Alberto Nagel, annunciato che non avrebbe partecipato a cordate volte ad ostacolare il tentativo di Cairo che è, tra le altre cose, l'editore del gruppo televisivo la 7, un annuncio che non aveva convinto i più ma che sembrava dettato dalla voglia di Mediobanca di non trovarsi coinvolta nell'ennesima guerra ai piani alti del capitalismo italiano per il controllo del Corriere della Sera.

Quello che è accaduto dopo l'annuncio dell'OPA totalitaria lanciata da Bonomi, Della Valle e Mediobanca a 70 centesimi per azione è cronaca, con scambi enormi che hanno portato il valore dell'azione a livelli superiori a quelli offerti dalla cordata che ha come partecipante e advisor Mediobanca ed è su questi scambi e sull'incremento vertiginoso dell'azione del gruppo editoriale che la CONSOB ha acceso un faro e bloccato l'iniziativa, ufficialmente per la richiesta di un'integrazione delle informazioni fornite dal gruppo connorrente, dando invece il semaforo verde all'offerta di Urbano Cairo che potrà raccogliere le adesioni degli azionisti in un periodo che va dal 13 giugno al 7 luglio.

E' difficile dire come andrà a finire, anche se il precedente dei documenti nascosti da Mediobanca in un improbabile nascondiglio posto nella storica sede non depone bene, ma quello che è certo è che il ruolo della storica banca milanese non è più quello di un tempo, quando gli imprenditori italiani andavano a baciare la pantofola di Enrico Cuccia prima di intraprendere qualsiasi operazione rilevante, anche per la concorrenza dei soggetti stranieri, a partire dalla potente e molto preveggente Goldman Sachs!

Appena reduce da un G7 in Giappone dove ha trovato molta solidarietà nei leader mondiali rispetto alla sua battaglia per mantenere il Regno Unito nell'Unione europea e dopo lusinghieri sondaggi che dicono che la maggioranza dei sudditi della novantenne Elisabetta seconda sono dalla sua stessa parte, David Cameron ha scoperto al rientro in patria che un numero imprecisato di parlamentari del partito conservatore sta tramando per defenestrarlo anzitempo, dopo non aver colto l'occasione quando Cameron risultò coinvolto nei Panama Papers.

Questa notizia, che indica implicitamente l'ormai svanita possibilità di liquidare il leader conservatore tramite Brexit, sta ridando fiato alla sterlina che aveva perso molto terreno contro euro e contro dollaro quando il risultato del referendum del 23 giugno sembrava molto più incerto e sta interrompendo quello sciopero degli investimenti che gli industriali hanno messo in atto da qualche mese in attesa che lo scenario divenga più chiaro e si chiarisca se l'orizzonte della Gran Bretagna è quello dell'Unione a 28 paesi o quello, molto più angusto e procelloso, degli angusti confini nazionali, con il rischio connesso di un secondo referendum per l'uscita della Scozia dal Regno Unito e contestuale richiesta di ammissione alla UE da parte dell'ex regno di Maria Stuarda.

In pochi casi come in questa campagna referendaria, il mondo intero ha fatto a gara nell'interferire, a mio avviso giustamente, in una competizione elettorale interna a un Paese, anche se la più clamorosa è stata quella del presidente degli Stati Uniti d'America, Barack Obama, che, in visita a Londra, ha apertamente ammonito i cittadini britannici dal votare per far uscire la Gran Bretagna dall'Unione, una sortita che ha fatto diventare ancora più rosso il viso di Boris Johnson, quell'ex sindaco di Londra che viene visto come l'ispiratore dell'attuale complotto in corso per rovesciare David Cameron e prenderne il posto.

Ma Obama non è stato il solo a intervenire a gamba tesa nell'agone elettorale britannico, allo scopo si sono prodotti anche i vertici dell'Unione europea, il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, più o meno tutti i leader dei paesi europei che contano e chi più ne ha più ne metta. Una serie di doccia fredde sui cittadini britannici che hanno fatto prevalere gli inviti a ragionare sullo status speciale di cui godono nell'ambito della UE, inviti fatti dalla Confindustria nazionale, dalle banche e dalla City nel suo complesso, un coro che sembra non avere mai fine e che ripeteva Remain, Remain.

Do molto credito ai sondaggi, ma credo proprio che dovremo aspettare la sera del 23 giugno per dire la parola fine su questa vicenda!

Si fa un gran parlare dell'autonomia delle banche centrali dalla politica e dagli interessi nazionali, ma un breve volgere all'indietro lo sguardo sulle vicende dell'ultimo mezzo secolo rivela che questa convinzione è né più né meno che una superstizione, basti vedere quello che la banca centrale statunitense sotto la guida di Bernspan, al secolo Ben Bernanke, ha fatto durante gli anni più bui della tempesta perfetta e quello che il suo predecessore e Maestro Alan Greenspan fece ai tempi dello scoppio della bolla speculativa azionaria, quella del Nasdaq se la ricordate, inondando letteralmente di liquidità i mercati dopo la rottura impetuosa del listino tecnologico dal livello di 5.000 punti che poi è quello attorno al quale sta ondeggiando da qualche mese.

Ma non è che in Europa, Gran Bretagna compresa, e in Asia si scherzi su questo, con una politica dei tassi a zero e sottozero che è tutta rivolta a far partire più che lo sviluppo l'inflazione, anche se i risultati in tal senso sono del tutto sconfortanti, al punto da far dire a Supermario e compagni che, senza i loro interventi, chissà dove sarebbe gli indici dei prezzi all'ingrosso e quello dei prezzi al consumo.
L'attuale presidente della Fed, una signora dai modi tranquilli e che risponde al nome di Yellen, è cresciuta alla scuola di Greenspan prima e di Bernspan poi ed è usa a sentire il canto delle sirene di Washington e a far di tutto per non innescare un brusco voltafaccia dei mercati prima delle combattutissime elezioni presidenziali di novembre, elezioni nelle quali le uniche speranze di Hillary Clinton risiedono nel fatto che la congiuntura economica sia favorevole, con il tasso di disoccupazione ai minimi storici e vicino a quella che viene definita disoccupazione frizionale (composta per lo più da persone che non hanno intenzione di trovare un lavoro), con le borse vicine o al di là degli attuali massimi storici e poco importa se uno speculatore puro come George Soros sta scommettendo sulla caduta del più importante indice azionario statunitense lo Standard&Poor's 500!

Ma anche se dovesse andare come dico nel titolo, ciò non verrebbe visto come un problema dal Federal Open Market Committee della Fed, l'organismo decisionale della banca centrale americana, organismo il quale, o meglio i suoi componenti a turno, alternerebbero doccia fredde e calde per far capire che il tanto temuto rialzo dei tassi è più lontano o più vicino e, comunque, gli osservatori specializzati (i cosiddetti Fedwatchers) hanno già spostato la data più probabile per la ferale decisione da giugno a settembre.

In una recente intervista a Bloomberg, il vice ministro dell'Economia, Enrico Morando, ha ventilato l'ipotesi che il pagamento degli ultimi interessi sui Monti Bond per 4 miliardi di euro ricevuti dalla banca senese nel 2012 e interamente rimborsati al Tesoro potrebbe essere pagata in azioni invece che in denaro e questo porterebbe lo Stato italiano a passare dal 4 al 7 per cento del capitale dell'un po' disastrato Monte dei Paschi di Siena, diventandone così il primo azionista in una fase non proprio felice della banca guidata dal bravissimo Fabrizio Viola ma ancora gravata da Non Performing Loans per una cifra che, secondo il Financial Times si aggira sui 40 miliardi di euro e che ha suscitato l'attenzione della vigilanza europea presso la BCE e richiederà senz'altro misure straordinarie per essere affrontato in tempi non biblici.
Agli attuali corsi di borsa, l'operazione si presenta sicuramente come un affare, ma denota innanzitutto, come ha sostenuto nell'intervista citata lo stesso Morando, la volontà dell'esecutivo italiano di cooperare al rafforzamento del gruppo senese, rappresentando al contempo un atto di fiducia nell'operato dei vertici che hanno preso il posto di quelli precedenti e sotto inchiesta della magistratura con accuse molto pesanti legate a una fase molto oscura del gruppo che ha visto anche la morte ancora inspiegata del giovane direttore della comunicazione di MPS.

Nella puntata di mercoledì del Diario della crisi finanziaria, parlavo del Veneto come buco nero del credito in Italia, ebbene gran parte delle imputazioni di Mussari e compagni nascono proprio dalle operazioni messe in piedi per nascondere il buco, o la voragine, aperti nei conti in precedenza solidi del gruppo creditizio senese dalla sciagurata e rapidissima acquisizione della Banca Antonveneta che il Banco Santander aveva acquisito dall'olandese ABN Amro per rivenderla in tempo reale al Monte dei maschi di Siena con plusvalenza miliardaria, le famose operazioni Alexandria e Santorini, la prima delle quali ha pesato ancora sui conti del 2015 della banca senese e non se in via definitivamente risolutiva.

Ebbene, quell'acquisizione non è stata molto costosa, ma ha coinvolto anche il Monte dei Paschi di Siena in una zona d'Italia che proprio in quel momento stava vedendo esplodere il fenomeno dei Non Performing Loans e quindi la banca si è trovata di fronte, contemporaneamente, a un deflusso di depositi e ad un aumento degli incagli in una zona del Paese che da locomotiva dell'economia si trasformava nello scenario dei capannoni vuoti e dei capitali degli imprenditori spesso fuggiti all'estero, il tutto con conseguenze disastrose per la banca e con l'unico corollario felice dell'uscita di scena della omonima Fondazione!

Come era largamente previsto e come avevo anticipato in diverse puntate del Diario della crisi finanziaria, nel corso del consiglio di amministrazione straordinario del colosso creditizio italiano Unicredit svoltosi martedì scorso, l'amministratore delegato del gruppo, Federico Ghizzoni, ha annunciato la sua disponibilità a rassegnare le sue dimissioni prontamente accettate dai consiglieri che hanno dato mandato al presidente, anche lui in odore di uscita, di trovare un nuovo numero operativo entro la riunione del 9 giugno del CdA, anche se, a quanto si sa, il candidato sarebbe già stato individuato nelle convulse giornate che hanno preceduto il passo indietro del non troppo rimpianto Ghizzoni.

Ma perché Unicredit cambia in corsa il proprio Chief Executive Officer? La risposta è presto detta, in quanto, sotto attacco da parte delle donne e degli uomini che rispondono agli uomini che rispondono agli ordini di Daniele Nouy, capo della vigilanza bancaria europea presso la Banca Centrale Europea, la resistenza di Ghizzoni a procedere al rafforzamento patrimoniale per 5-7 miliardi di euro e la sua ostinazione a trovare misure alternative sotto forma di alienazioni di pezzi dell'impero internazionale del gruppo di Piazza Cordusio sono state giudicate dai soci non più proponibili e di qui la ricerca di un nuovo numero uno più obbediente alle scelte dei soci stessi che tutto vogliono meno che trovarsi in un conflitto con la Nouy e il suo braccio destro operativo che chiedono alla banca di passare dal coefficiente patrimoniale del 10,5 per cento a quello più solido del 12,25, misura già prevista per la Deutsche Bank.

Ma perché la Nouy chiede ai due gruppi creditizi di stare circa due punti percentuali sopra i requisiti patrimoniali previsti dalla normativa vigente nell'eurozona? Mai si sono viste ragioni più divergenti per un identico risultato. per il colosso tedesco sono legate all'enorme esposizione in derivati e titoli più o meno tossici, rischi sui quali mi sono già soffermato diffusamente in passato, mentre per la banca italiana la ragione è duplice ed è data da un lato alla rilevante esposizione in Non Performing Loans e, dall'altro, nei rischi finanziari, ma anche geopolitici, legati alla presenza in decine di paesi diversissimi tra di loro, con posizioni importanti in Germania, dove Unicredit possiede la quarta e un po' traballante banca tedesca, in Austria e in numerosi paesi dell'Est europeo, in particolare in Polonia con Banca Pekao in procinto di essere ceduta pur essendo un'importantissima banca che fa un agguerrita e a volte vincente concorrenza alle banche tedesche attivamente operante in quel dinamico paese!
Se la mia lettura degli avvenimenti è giusta, vedremo nelle prossime settimane passi importanti di Unicredit in direzione dei desiderata della vigilanza bancaria europea e non è escluso che si assisterà ad un mix tra aumento di capitale e dismissioni.

Nella puntata del 13 maggio, avevo titolato: Il Veneto è il buco nero del credito? riferendomi alle quattro grandi banche operanti nella regione caratterizzata un tempo dall'economia più dinamica d'Italia, delle quattro tra hanno sede nella regione (Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca e, the last but not the least, quel Banco Popolare che presto convolerà a nozze con la Banca Popolare di Milano, previo un aumento di capitale da un miliardo di euro), mentre la quarta, il Monte dei Paschi di Siena, ha sede altrove ma ha acquisito i dolori della Banca Antonveneta per la modica cifra di poco meno di dieci miliardi di euro.
Sul Corriere della Sera di ieri, Federico Fubini ha pubblicato i risultati di una approfondita inchiesta sul credito nella regione Veneto e ha spiegato che ad avere i conti a pezzi sono ben tredici banche con sede nella regione, la maggior parte di piccole e medie dimensioni, banche che diventano quattordici includendo, come è doveroso, il Monte dei Paschi e ha anche chiarito che il meccanismo che ha portato a piazzare azioni non quotate a prezzi stratosferici seguito dalla Banca Popolare di Vicenza (in questo caso si è già avuta la prova della verità con il valore originario dell'azione di 62 euro passato, in sede di aumento di capitale, a 10 centesimi) e Veneto Banca, ebbene questo stesso metodo è stato seguito da quella Crediveneto, messa recentemente dalla Banca d'Italia in liquidazione coatta amministrativa, che ha convinto migliaia di clienti della banca, e moltissime imprese spesso in cambio di aperture di credito, a sottoscrivere azioni che oramai sono carta straccia.

L'elenco delle banche venete fallite e solo in alcuni casi salvate da concorrenti non sempre con sede nella regione è lungo e, anche se si tratta di realtà creditizie nella maggior parte piccole, il danno per il rapporto tra clientela e sistema bancario è bello che fatto, un danno che non è ancora perfettamente quantificato perché viene da chiedersi quanti dei 125 miliardi di crediti erogati torneranno realmente a casa, anche perché le normative italiane sulla classificazione delle sofferenze sono ancora troppo elastiche, non vigendo da noi e in Europa il principio statunitense secondo il quale un credito si trasforma in perdita dopo pochi mesi di insoluti.

Ma anche stando ai dati ufficiali, abbiamo sofferenze pari a svariate decine di miliardi di euro, a fronte dei quali spesso non ci sono garanzie di nessun tipo e il cui valore è persino inferiore a quel 20 per cento che viene corrisposto in sede di acquisizione di sofferenze da parte degli operatori specializzati, per non dire che con gli aumenti di Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Banco Popolare le disponibilità del Fondo Atlante previste a questo scopo sono pressoché finite.

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