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Economics (218)

Roberto

Roberto Casalena
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Il normalmente silenzioso Governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, ha fornito venerdì in un paio di interviste la sua verità sulle vicende che hanno portato al quasi dissesto il Monte dei Paschi di Siena, puntando l'indice sulle scelte dissennate fatte dal duo Mussari-Vigni, rispettivamente presidente e direttore generale che, tra l'altro, decisero l'acquisto in una notte di Banca Antonveneta dal Banco Santander di Emilio Botin per un corrispettivo non lontano dall'intero patrimonio della banca senese e che cercarono di occultare le perdite correlative con due derivati denominati Alexandria e Santorini a loro volta forieri di ulteriori perdite, nonché guai giudiziari per i due banchieri.

Ebbene, cosa dice di nuovo Visco? Afferma che, venute alla ribalta la questione dei due derivati (per i quali sono indagate anche le banche che li hanno montati), Mussari e il numero uno operativo di MPS hanno deciso di ricorrere alla cosiddetta platea dei gonzi, emettendo obbligazioni subordinate per diversi miliardi di euro, obbligazioni che, come è scritto nel prospetto informativo che la banca si è premurata di far firmare ai sottoscrittori e che, in caso di default o di applicazione del bail in, seguono la sorte delle azioni, così come non è un mistero che è proprio sulla sorte di questa categoria di obbligazioni che si sta ragionando tra Governo, Commissione europea e vertici del Monte dei Paschi di Siena, in quanto è quasi certo che non verranno toccati gli obbligazionisti appartenenti alla categoria retail, mentre è ancora incerta la sorte dell'ingente quota di obbligazioni in mano agli investitori istituzionali.

Fatta la storia di quello che è avvenuto in quel di Siena fino alla fine della gestione Mussari, sotto processo insieme a Vinci e altri per quelle vicende, il Governatore affronta di petto il piano proposto da Fabrizio Viola, amministratore delegato di MPS, che, come ho scritto in diverse puntate del Diario della crisi finanziaria, ha rilanciato rispetto alle richieste della vigilanza bancaria europea, proponendo un azzeramento immediato delle sofferenze lorde e nette e lanciando un aumento di capitale da 5 miliardi di euro, un piano sostiene Visco che rappresenta una rivoluzione copernicana rispetto alle scelte della passata gestione, perché le perdite derivanti dalla cessione di sofferenze vengono coperte da un aumento di capitale e non da emissione di carta dalla sorte incerta e dal combinato disposto delle due mosse ne verrà fuori una banca ancora più solida e più patrimonializzata.

Nelle due interviste, Visco ammette poi quello che tutti sanno e cioè che oramai la vigilanza non abita più in Via Nazionale, essendo ormai passata da due anni nelle mani di Madame Daniele Nouy, domiciliata in quel di Francoforte!

Il titolo della puntata di oggi del Diario della crisi finanziaria non mi è venuto del tutto a caso, perché dalle statistiche del blog di cui dispongo ho rilevato un'anomalia, in quanto ero abituato a visite contemporanee di centinaia di visitatori statunitensi, ma è da un mese circa che lo stesso accade con visitatori russi, e in entrambi i casi le visite avvengono nello stesso momento, come se un docente stesse mostrando ai suoi alunni le puntate topiche relative alla prima fase della tempesta perfetta e ciò risulta dalle pagine visitate in quel momento e devo dire che la cosa, così come quando riguardava i visitatori en bloc a stelle e strisce mi sta inquietando non poco così come quando il blog ai tempi del fallimento molto pilotato di Lehman Brothers e le altre vicende topiche della finanza globale verificatesi al di là e al di qua dell'Oceano Atlantico, riceveva anche sei mila visite al giorno, in prevalenza dagli Stati Uniti d'America, ma anche da parte di visitatori provenienti da un centinaio di paesi, il tutto grazie alle magie del traduttore di Google.

Ma veniamo al titolo di oggi, che poi non fa che registrare quello che sta accadendo ai titoli bancari, in particolare Unicredit, MPS e Banco Popolare, per non parlare di Carige, azioni che registrano forti impennate e subito dopo tracolli stratosferici e tutto perché non si sa quali saranno, né sul piano qualitativo, né sul piano quantitativo, saranno i provvedimenti che il Governo italiano, d'intesa con la Commissione europea, adotterà, un'attesa che dura oramai da alcuni mesi e che sta rendendo le notti dei numeri uno esecutivi delle principali banche italiane alquanto insonni e talvolta popolate da incubi.

L'unico che ha rotto gli indugi e che non sta dietro ai boatos del mercato è Fabrizio Viola, amministratore del Monte dei Paschi, un banchiere combattivo che ha preso il toro per le corna, rilanciando su quelle che erano le richieste della vigilanza europea, giungendo a pianificare l'azzeramento di 27 miliardi di sofferenze lorde che poi, al netto degli accantonamenti già effettuati sono poco più di 9 e che chiederà al mercato (leggi banche internazionali impegnate nel consorzio di garanzia) cinque miliardi di euro che porteranno il patrimonio della banca senese a undici miliardi e mezzo dai nove e mezzo attuali e che la dovrebbe portare a un cet1 superiore al 15 per cento contro il poco più del 10 per cento previsti dalla normativa e il 14 per cento attuale certificato dagli ultimi stress test.

Archiviata la pratica degli stress test dell'EBA che per colma dell'ironia è guidata da un italiano, così come al nostro paese appartiene il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi in arte Supermario, le banche italiane, quelle promosse e quelle bocciate sono dovute passare al vaglio della borsa dove stanno combattendo, in particolare Monte dei Paschi, Unicredit e Carige, per non toccare nuovi minimi storici, come invece oggi è capitato alla loro sorella di sventura tedesca, la Deutsche Bank.
Il problema dei problemi è come al solito quello dello smaltimento accelerato di una parte significativa di quei 360 miliardi di euro di Non Performing Loans che hanno in pancia, un'impresa nella quale MPS si è già cimentata con la benedizione della vigilanza della BCE, questa a guida di una signora francese, Madame Daniel Nouy, che si è detta felice della temerarietà del CEO di MPS, Fabrizio Viola che va ad eliminare in un colpo solo tutte le sofferenze lorde e nette, mantenendo solo i crediti deteriorati che hanno speranza di recupero migliori delle incancrenite sofferenze e che non solo non approfitta dell'orizzonte temporale quasi triennale offerto dalla vigilanza, ma chiede al mercato, si fa per dire, cinque miliardi di euro quando ne bastavano solo tre, ma come non approfittare di un consorzio di collocamento e garanzia come quello che si è andato formando in questi ultimi giorni.

Non mi ripeterò con Unicredit che al mercato finirà per chiedere un'altra cifra mostruosa, chi dice 7 chi dice 9 miliardi, anche se credo che come Viola anche Mustier finirà per fare cifra tonda e di miliardi ne chiederà dieci, anche perché, al netto delle varie dimissioni che sta effettuando, deve sempre salire di due punti percentuali nel coefficiente patrimoniale ed è utile avere un cuscinetto per le richieste prossime venture di Madame Nouy!
Ma se volgiamo l'attenzione all'intero sistema bancario, torna utile ricordare quanto prevedeva uno studio di una banca straniera nel quale si sosteneva che per affrontare il problema degli NPL e fare fronte alle correlative perdite, sarebbero necessari dai 50 ai 100 miliardi di euro di ricapitalizzazione, una cifra enorme per un mercato che di azioni bancarie non vuole assolutamente sentir parlare, ma che fa il paio con un altro corno del problema: quello dell'enorme numero di dipendenze bancarie e del correlativo necessario taglio sia di alcune migliaia di filiali, sia di un numero di dipendenti bancari che va dalle 30 alle 50 mila unità.

La banca britannica nota al mondo per essere stata oggetto di un salvataggio pubblico da 20 miliardi di sterline ai tempi della prima ondata della crisi finanziaria quando gli inglesi e gli scozzesi assalivano gli sportelli di Northern Rock e di altre banche sospette di poter essere travolte da una crisi di liquidità, è uscita allo scoperto giovedì annunciando per bocca del suo Chief Executive Officer spagnolo, tale Horta, un taglio di 3 mila dipendenti e la chiusura di ben duecento filiali nell'ambito di un piano di ristrutturazione che fa esplicito riferimento alle conseguenze economiche e, soprattutto, finanziarie derivanti dalla decisione degli elettori britannici di approvare l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea.
Il drastico ridimensionamento degli organici e delle filiali di Lloyds fa seguito al taglio di 4 mila dipendenti annunciato nei mesi scorsi, due sforbiciate ravvicinate che toccano poco meno del 10 per cento dell'organico della banca che è pari a 75 mila unità, né vi sono segnali che l'operazione di ridimensionamento sia finita qui, perché le previsioni sul calo dei finanziamenti e in particolare modo dei mutui sono tutt'altro che rassicuranti ed è così prevedibile che altre banche inglesi e scozzesi si metteranno in scia per giungere a quel ridimensionamento degli organici compreso tra un 20 e un 30 per cento previsto per le banche poste sia al di qua che al di là della Manica, così come la consistenza degli sportelli dovrebbe essere ridotta in media di un terzo.

Come ricordavo qualche settimana fa, il numero dei dipendenti del settore finanziario britannico e di circa un milione di persone, uomini e donne che si dividono tra un esercito di persone addette a mansioni ripetitive e poco qualificate e un manipolo, comunque consistente, di addetti alla cosiddetta finanza, con differenze di status e di stipendi, nonché di premi, estremamente elevate. Per dare un'idea, i dipendenti di banca in Italia si aggirano sulle trecentomila unità, un numero non molto difforme dai loro colleghi tedeschi e francesi, il che porta a dire che i dipendenti del settore finanziario britannico sono grosso modo pari a quello della somma dei loro omologhi nei tre paesi più importanti dell'area dell'euro, mentre è possibile ritenere che nei quattro paesi considerati dovranno uscire da qui a pochi anni circa 200 mila dipendenti, mentre dovrebbero chiudere qualche migliaio di dipendenti.
Sono stato di recente in Inghilterra e ho volutamente scelto di arrivarci poco dopo il referendum e avevo notato un certo clima di euforia che non capivo visto che le previsioni economiche in caso di Brexit erano tutt'altro che brillanti, ma poi ho letto in questi giorni la notizia che sono state vendute in pochi mesi 31 milioni di pinte di birra in più e ho capito molto di più!

E alla fine sono arrivate le ventidue di venerdì 29 luglio, la data e l'ora scelte dall'EBA (si doveva tenere conto della chiusura dei mercati azionari statunitensi perché molte banche globali sono quotate anche al New York Stock Exchange), l'organismo europeo chiamato a verificare la solidità patrimoniale delle banche europee aventi rilevanza sistemica, cinque per l'Italia, 51 banche in tutto tra le quali spiccano una pattuglia di banche globali con sede in Francia e Germania, ma anche le due italiane al vertice della graduatoria del nostro paese, Unicredit e Intesa-San Paolo, in quanto a dimensione e presenza all'estero non scherzano.
Ormai tutti sanno come è finita e che in pratica 50 banche hanno superato il test di solidità patrimoniale non solo, e questo era scontato, nello scenario inerziale, ma anche nel cosiddetto scenario avverso che prevede il verificarsi di condizioni di mercato estremamente difficoltose ed è in questo, superata molto brillantemente la verifica a bocce ferme, che il Monte dei Paschi è caduto rovinosamente, passando da un Cet1 di oltre il 14 per cento ad uno che presentava valori negativi, per la precisione di -2,2 per cento, anche se il dato rovinoso era preceduto, come ho già scritto nei giorni passati, dal comunicato della vigilanza europea che accoglieva il piano del Monte dei Paschi sulla cessione totale delle sofferenze (27 le lorde e 9,6 le nette) e l'aumento di capitale da 5 miliardi di euro, aumento garantito da un pool di banche internazionali e che vede la potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs con un importante ruolo di appoggio.

Va notato che quasi tutte le banche presentano, nello scenario avverso, un forte contrazione del coefficiente patrimoniale, mentre Intesa-San Paolo presenta la minore differenza tra i due valori, confermando così la solidità che le viene riconosciuta; va anche detto che il Monte dei Paschi avrebbe superato ampiamente lo stress test se fossero già stati realizzati i due capisaldi del piano approvato dalla BCE e cioè l'aumento di capitale e la pulizia di bilancio così massiccia che la porterà ad essere l'unica banca italiano libera da sofferenze e con "solo" venti miliardi di euro di credit deteriorati, dai 47 miliardi precedenti l'operazione con il Fondo Atlante che, lo ripeto con questa operazione prosciuga del tutto il suo fondo di dotazione e deve usare anche se non per molto l'effetto leva.
Insomma se questa fosse una favola potremmo dire che tutto è finito nel migliore dei modi e che tutti vissero felici e contenti!

I lettori più affezionati del Diario della crisi finanziaria ricordano bene le gesta di Corrado Passera, ex consulente Mc Kinsey nonché direttore generale della Olivetti, ma a quel tempo, la prima ondata della tempesta perfetta,, Chief Executive Officer di Intesa-San Paolo, il massacratore della prima banca italiana, la Banca Commerciale Italiana, persasi nei meandri dei vari processi di distruzione creativa del grande gruppo creditizio milanese fino a scomparire anche dal logo, ma e forse soprattutto manutengolo di Silvio Berlusconi nell'affossamento del possibile e quasi formalizzato merger tra Air France-KLM e Alitalia, un'operazione che sfumò dopo che Silvio vinse a mani basse le elezioni politiche anticipate in Italia nel 2008 e che vide la nascita di quella cordata capitanata da Colonnino padre, anche lui con un passato in Olivetti, un'operazione che vide miliardi di costi addossati allo Stato e che ha rappresentato uno dei più chiari esempi di come, facendo un'operazione non per realizzare qualcosa ma per contrastare qualcuno, si possa determinare una delle più grandi distruzioni di valore che la storia economica contemporanea ricordi.

Poi il nostro entrò in politica con Mario Monti come suo ministro dello sviluppo economico e fu poi uno dei pochi suoi ministri tecnici a scegliere di restare, senza un grande successo in realtà, sulla scena politica, dove alla prima prova in prima persona, le elezioni per l'importante carica di sindaco di Milano scelse, nella costernazione dei suoi, di fare un endorsement in favore del candidato di centro-destra Stefano Parisi che, come tutti ricorderanno è stato battuto, anche se non in modo esaltante, ma è stato battuto da Giuseppe Sala.

Ebbene costui, mentre l'amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena si stava giocando la partita della sua vita con niente poco di meno che la vigilanza bancaria europea presso la Banca Centrale Europea sulla cessione en bloc di 9,6 miliardi di euro (che poi sono più o meno ventisette se si contano gli accantonamenti già effettuati) e il correlativo, ma non del tutto visto che di miliardi ne bastavano due di meno, aumento di capitale da 5 miliardi di euro, si presenta tomo tomo cacchio cacchio al presidente di MPS, tale Tonini con quattro paginette quattro nelle quali si dichiara un interesse per la banca senese e si fa il nome della UBS (You and I come recitava la pubblicità della banca svizzera nel corso della prima ondata della tempesta perfetta) non si capisce se come mandante, se come acquirente, insomma una mossa probabilmente prevista dal numero uno di MPS, Fabrizio Viola, e che forse spiega perché si sia precipitato a tagliarsi i ponti alle spalle sia con il Governo che con la Politica più in generale. Forse Viola perderà, come gli è già successo in passato, ma si può proprio dire che se l'è giocata alla grande

Per ora ha incassato il via libera di Madame Nouy, capo della vigilanza europea, sia alla cessione ad Atlante delle sofferenze sia alle modalità del maxi aumento di capitale, mentre il consiglio di amministrazione di MPS ha rigettato il piano di Passera senza neanche discuterlo.

Con un laconicissimo comunicato, Deutsche Bank ha reso noto di aver realizzato, si fa per dire, utili nel secondo trimestre in discesa del 98 per per cento rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente che aveva visto un utile di 756 milioni di euro, realizzati però in un contesto completamente differente e con Il Chief Operating Officer di importazione non aveva ancora messo in atto il suo piano di drastica ristrutturazione di quella che ancor oggi è la più importante banca europea, una ristrutturazione che vedrà l'uscita di Deutsche da 10 paesi in cui oggi opera e il taglio di un terzo delle dipendenze in Germania, dove la banca di Francoforte è leader assoluto del mercato creditizio interno e dove le concorrenti sia private che pubbliche sono alquanto ammaccate, compresa la HVB di proprietà del gruppo Unicredit, una banca che non ha portato grandi soddisfazioni a coloro che, a partire da Alessandro Profumo, si sono trovati al timone di questo colosso che non poche analogie ha con la banca di Francoforte, compresa la richiesta avanzata ad ambedue dalla vigilanza europea presso la BCE di portare al 12,25 il CET1, ossia il coefficiente patrimoniale che le banche devono rispettare e che, come si è scoperto, non è uguale per tutti ma dipende dalle valutazioni effettuate dalla Nouy e dai suoi più stretti collaboratori.

Certo, le attese degli analisti era ancora peggiori, visti i costi della ristrutturazione messa in atto dal CEO che comportano spese per la chiusura delle dipendenze e, soprattutto, per la dismissione di circa 7 mila dipendenti solo in Germania, mentre poco si sa di quanto costerà l'uscita di dieci paesi in cui Deutsche era presente, spese che varieranno caso per caso in relazione dei sistemi di welfare e di protezione dei lavoratori ivi vigenti.

Ma, come ben sa chi ha seguito le puntate del Diario della crisi finanziaria dedicate alla crisi del colosso creditizio tedesco, il problema dei problemi è rappresentato dalle due Corporate&Investment Banking di cui è dotata Deutsche. Un'anomalia che non trova riscontro nelle altre banche globali poste al di qua e al di là dell'Oceano Atlantico, che hanno sì alcune di loro due Chief Opaerating Officer, modello di derivazione Goldman Sachs e che ora è stato mutuato da Unicredit, per decisione del suo nuovo/vecchio CEO, ma il problema è che due CIB con due fabbriche prodotto non si erano mai viste e i risultati sono stati subito evidenti con un nozionale per prodotti derivati e titoli più o meno tossici asceso alla stratosferica cifra di 54 mila miliardi di euro, un comparto che, non si sa ancora come, verrà disboscato con il napalm!

Come tanti, ho fatto i conti in tasca ad Atlante, il fondo costituito con massicci oboli delle maggiori banche italiane e con il contributo determinante, in termini qualitativi più che quantitativi, della Cassa Depositi e Prestiti un'entità emanazione diretta del Ministero dell'Economia ma partecipata anche dalla maggior parte delle fondazioni bancarie, un fondo nato per aiutare lo smaltimento dei Non Performing Loans in carico alle banche italiane per 360 miliardi di euro, nonché, ed è quello che finora ha fatto, intervenire in quegli aumenti di capitale che il mercato ostinatamente rifiuta di sostenere, come ha fatto acquisendo pressoché integralmente gli aumenti di capitale della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, rispettivamente per 1,5 e 1 miliardi di euro, mentre va ricordato che per i vecchi azionisti delle due banche si è applicato un bail in alla matriciana perché si sono trovati in mano azioni del valore di dieci centesimi di euro avendo acquistato le stesse a 62 e 42 euro senza avere mai la possibilità di rivenderle e per loro non ci sarà altra possibilità di rivalsa che quella esperibile in via giudiziaria.

Di quello che resta della dotazione di Atlante è presto detto, in quanto è a tutti noto che sarà il Fondo a incaricarsi di smaltire i 10 miliardi di euro circa (sono 9,7 per l'esattezza) di sofferenze nette che la vigilanza bancaria presso la Banca Centrale Europea ha intimato al Monte dei Paschi di Siena di cancellare dai suoi bilanci entro il 2018, ma che Fabrizio Viola, l'amministratore delegato di MPS, ha saggiamente deciso di far fuori in un colpo solo sapendo che questo farà bene alla credibilità della banca senese e sapendo altrettanto bene che si è aperta una finestra irripetibile sia per il fatto di trovare un acquirente che sembra disposto a pagare questi crediti ben il 30 per cento, se non qualcosina di più, così come difficilmente ripetibile è il contesto delle trattative avanzate, molto avanzate, tra il Governo italiano e la Commissione europea per trovare una strada per non fare apparire aiuti di Stato alle banche italiane quelli che inequivocabilmente proprio aiuti di Stato in realtà sono.

Il problema, tuttavia, è rappresentato dal fatto che, dopo il salasso degli aumenti di capitale delle banche venete e i 3 miliardi circa di euro necessari per acquisire le sofferenze del Monte dei Paschi, il Fondo Atlante avrà esaurito la sua dotazione di capitale, anzi avrà debiti per circa 300 milioni di euro e quindi negli ambienti governativi, in particolare in Via Nazionale, si è deciso di chiamare a raccolta tutti, ma proprio tutti, dalle casse previdenziali e gli altri fondi pensione, alle compagnie di assicurazione, alle banche straniere operanti in Italia a quelle tra le banche italiane che si erano sottratte agli appelli della prima ora, stabilendo anche delle cifre cumulative per comparto e poi, ovviamente di un nuovo ricorso alle disponibilità della Cassa Depositi e Prestiti che dovrà provvedere a quello che manca e tutto va bene se si arriverà a mettere insieme quello che serve a MPS per fare quell'aumento di capitale da 5 miliardi di euro anche se MPS pensa, come scrivevo ieri di raccogliere questa somma sul mercato!

Secondo fonti ben informate e riportate dall'edizione online di Repubblica nella serata di venerdì, l'amministratore delegato di MPS, Fabrizio Viola, avrebbe inviato una lettera alla vigilanza bancaria operante presso la BCE annunciando che la banca smaltirà 27 miliardi di sofferenze lorde, che al netto degli accantonamenti esistenti sono pari a 9,6 miliardi, cioè esattamente la cifra richiesta nelle settimane scorse da Daniele Nouy, e che la banca senese si appresta varare un aumento di capitale per la cifra tonda di 5 miliardi di euro, dopo che per giorni si era parlato di due-tre miliardi, per giungere fino a 4 miliardi, ma evidentemente i vertici di MPS sono consapevoli che questa è un occasione irripetibile per giungere ad un rafforzamento patrimoniale che, al netto delle perdite previste per lo smaltimento delle sofferenze, porterebbe denaro fresco per circa due miliardi di euro, una mossa che porterebbe il coefficiente patrimoniale della banca al 13 per cento, quasi tre punti in più di quanto richiesto dalle attuali disposizioni di vigilanza e di 75 punti base al di sopra di quanto richiesto di recente ad Unicredit e a Deutsche Bank.
Il nodo sta nel fatto che per giungere alla cifra richiesta dalla banca senese al mercato ci sarebbe un passaggio molto doloroso per gli attuali obbligazionisti subordinati, in quanto sarebbe previsto che le loro obbligazioni vengano trasformate in azioni e non si sa se ciò avverrebbe distinguendo tra i risparmiatori privati e gli investitori istituzionali o facendo di tutte le erbe un fascio anche perché le obbligazioni subordinate in mano alla clientela retail sono davvero tante e non vi è dubbio che, nonostante le venti banche di rango impegnate nel consorzio di collocamento, la domanda di azioni bancarie da parte del mercato è davvero molto, ma molto scarsa, un'ipotesi quest'ultima che determinerebbe un caso Banca dell'Etruria e delle sue tre sventurate sorelle moltiplicato per alcune volte.

D'altro canto, che gli obiettivi del Governo italiano e quelli del top management di MPS non stessero del tutto coincidendo lo si era capito quando il massimo consigliere economico di Matteo Renzi, tal Gunfeld, aveva dichiarato che andavano ben distinte le due fasi dell'operazione, concentrandosi innanzitutto nello smaltimento delle sofferenze richiesto dalla vigilanza BCE e rinviando ad una seconda fase la questione dell'aumento di capitale, una posizione che sottintende anche che lo stesso aumento andrebbe proporzionato alle effettive necessità legate alla cessione dei crediti per la quale si sta costituendo il Fondo Atlante2, così come tra le righe sembra cogliersi una certa insofferenza per la decisione di Viola di effettuare lo smaltimento delle sofferenze in un'unica soluzione senza approfittare dell'arco temporale triennale indicato nella stessa missiva giunta nelle settimane scorse da Francoforte, ma è chiaro che, inviando la lettera alla vigilanza BCE, l'amministratore delegato di MPS si è tagliato i ponti alle spalle e ha messo il Governo di fronte al fatto compiuto!

Chi segue il Diario della crisi finanziaria sin dai tempi della prima ondata della tempesta perfetta, sa che è un mio vecchio pallino quello della possibilità che il molto malmesso Monte dei Paschi di Siena disastrato dalla gestione Mussari-Vigni potesse finire nelle mani di una banca globale straniera, anche se allora imperava ancora sulla banca senese l'omonima fondazione e il prezzo da pagare sarebbe stato più o meno dell'ordine che MPS aveva pagato per comprare, nel giro di 24 ore, la Banca Antonveneta e cioè più di quanto BNP Paribas aveva pagato per acquisire la Banca Nazionale del Lavoro.

Nel frattempo, lo scenario bancario italiano è radicalmente cambiato e gli sportelli che allora venivano contesi a 5-7 milioni di euro l'uno sono calati drasticamente di prezzo e i crediti deteriorati sono schizzati verso l'alto per giungere a 360 miliardi di euro a livello di sistema e a 47 miliardi per il solo Monte dei Paschi a fronte di impieghi vivi pari a 113 miliardi di euro e con un rapporto tra NPL e impieghi del 42 per per cento circa, un rapporto assolutamente abnorme e non mitigato dalla copertura per il 48 per cento delle sofferenze lorde.
Quello che è certo è che la banca senese si appresta, sentito il parere della vigilanza bancaria europea a cui ha scritto una lettera di risposta alla missiva nella quale si chiedeva una drastica riduzione delle sofferenze nette, a cedere sofferenze per 10 miliardi di euro circa al Fondo Atlante ad un prezzo che a sentire i bene informati dovrebbe aggirarsi sul 30 per cento del valore nominale dei crediti stessi, operazione che dovrebbe portare ad un aumento di capitale sino ad un massimo di 4 miliardi di euro, aumento che sarebbe garantito da un consorzio di banche, consorzio che, ovviamente, ancora non è uscito allo scoperto.

Il problema è che il Monte dei Paschi, pur avendo un patrimonio netto di 9 miliardi di euro, in questo momento non arriva ad una capitalizzazione di borsa di un miliardo e non si nota uno spasmodico interesse dei risparmiatori e degli investitori a mettere mano al portafoglio per concorrere all'aumento di capitale, il che apre la strada all'ipotesi che si profili all'orizzonte un cavaliere bianco che desideri crescere sul mercato creditizio italiano o entrarvi mediante questa acquisizione che sarebbe certo a buon mercato ma che presenta notevoli profili di rischiosità.
E' ovvio che tutto quanto precede sarà influenzato dalle intenzioni del Governo italiano e dall'esito della trattativa in corso ormai da settimane con la Commissione europea, che, come ha ricordato giovedì scorso Mario Draghi, ha l'ultima parola sugli aiuti di Stato alle banche.

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