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Economics (218)

Roberto

Roberto Casalena
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Nel giro di pochi giorni, due in realtà, abbiamo assistito ad una strage di grandi proporzioni in Francia, un attentato pare messo in atto da un uomo solo, e ad un tentativo di golpe nella Turchia di Erdogan e che puntava ad eliminare fisicamente un presidente che ha mostrato negli anni non poche ambiguità nei confronti dell'estremismo islamico (Isis da un lato e Hamas dall'altro) e che ha giocato una partita perdente nel sanguinosissimo conflitto che sta da alcuni anni toccando la Siria e l'Irak.

Questi due eventi hanno toccato in modo davvero marginale i mercati azionari occidentali che hanno in realtà oscillato di poco intorno alla parità, così come sostanziale tranquillità ha caratterizzato i mercati delle valute e delle materie prime, fatta eccezione ovviamente per la lira turca e per il mercato azionario di quel paese.
Ma la giornata di ieri è stata caratterizzata da un annuncio alquanto atteso, quello del Chief Executiva Officer di Deutsche Bank, John Cryan, che ha reso note le intenzioni del colosso tedesco sui tagli miranti a risparmi di 4 miliardi di euro su base annua, nonché un ridisegno del perimetro di attivata, un ridisegno che renderà Deutsche molto meno globale di quanto sia stata sinora.

Tradotto in soldoni, Deutsche ha annunciato che taglierà di un quarto il numero delle filiali, con correlativa perdita di diverse migliaia di dipendenti, e trasformerà molte delle dipendenze residue da agenzie che fanno di tutto ad entità che si occuperanno fondamentalmente di assistenza finanziaria alla clientela, una scelta, quella di Deutsche, che dovrebbe essere imitata dalle banche italiane, francesi, spagnole e, ovviamente, dalle concorrenti tedesche della banca di Francoforte.

Ma il riordino della banca tedesca non finisce qui ed è stato annunciato il ritiro da dieci paesi, mentre, per quanto riguarda le attività di Corporate&Investment Banking, non sono state ancora scoperte le carte ma già in comunicazioni precedenti il numero uno operativo di Deutsche aveva chiarito che la cura per il ramo di attività che più ha portato guai alla banca di Francoforte sarebbe stato molot, ma molto radicale.

A sentire le cronache riportate dai giornali, vi è un certo numero di banchieri che hanno ricoperto, spesso per lungo tempo incarichi di massima responsabilità in banche che sono tecnicamente fallite e spesso salvate solo dall'invenzione di un fondo come Atlante o chiude e poi rinate dopo che azionisti, obbligazionisti e depositanti oltre la soglia dei 100 mila euro erano stati debitamente tosati; ebbene questi banchieri si risentono quando giornali importanti come il Corriere della Sera ospitano un articolo a firma Ferruccio de Bortoli (già direttore di quel quotidiano) che attacca con un certo grado di veemenza Gianni Zonin, per decadi presidente della Banca Popolare di Vicenza, sì di quella banca che si è presentata all'appuntamento con l'aumento di capitale da 1,5 miliardi di euro andato praticamente deserto e che ha reso necessario l'intervento del Fondo Atlante che con quella cifra ha acquisito il 99,3 per cento del capitale sociale e che, prevedibilmente, farà di quella banca e di Veneto Banca carne da macello per poter rientrare dell'investimento effettuato.
Sono certo che De Bortoli, come ovviamente ho sempre fatto io, ha espresso un giudizio basato sul fatto che non si può ricoprire la carica di presidente di una banca per un ventennio circa e poi dire che dello sfacelo che è sotto gli occhi di tutti non si ha alcuna responsabilità, essendo in questo in buona compagnia con il precedente presidente di Carige, l'ex amministratore delegato della stessa, Piero Montani e personaggi di spicco di Apollo che si sono altrettanto risentiti per la richiesta che i nuovi vertici della banca hanno mosso nei loro confronti nel tentativo di recuperare la bella somma di 1,2 miliardi di euro per responsabilità nella vendita del ramo assicurativo del gruppo creditizio ligure che solo un giudice, ed è questo anche il caso di Zonin, dovrà eventualmente accertare.

Chiarito questo, è altrettanto evidente che la lunga teoria di decision makers bancari si sta allungando sempre di più, a partire da Mussari e Vigni, rispettivamente presidente ed amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena ai tempi della sciagurata nonché costosissima acquisizione di Banca Antonveneta, per passare ai vertici di Banca Etruria e delle altre tre banche su cui è intervenuto il provvedimento governativo che ha applicato per la prima volta in Italia e due mesi prima della sua entrata in vigore il bail in con le conseguenze descritte sopra cui si metterà una pezza con i risarcimenti avviati proprio in questi giorni, per giungere poi a Zonin e ai vertici del passato di Veneto Banca.

Ripetendo che non si vuole anticipare nessun pronunciamento giudiziario eventuale, invito i lettori a guardare le numerosissime interviste rilasciate in passato da questi banchieri e vedere come essi presentavano se stessi come i deus ex machina delle rispettive banche, altro che quello che dicono ora quando presentano se stessi come persone che ricoprivano incarichi senza quasi nessun potere decisionale!

Scrivo dall'estero e con la morte nel cuore per l'ennesimo attacco terroristico compiuto dall'Isis in Francia, la strage di Nizza che ha fatto decine e decine di morti in un giorno di festa nazionale culminato in tragedia!
Come ho scritto nelle puntate precedenti del Diario della crisi finanziaria, il mercato sembra prendere sul serio gli stringenti negoziati in corso a Bruxelles per individuare gli strumenti attraverso i quali il Governo italiano può intervenire a sostegno del proprio sistema bancario nazionale senza incorrere negli strali della normativa che impedisce gli aiuti di Stato.
Mancava una risposta alla domanda posta nel titolo della puntata di ieri sul perché i falchi tedeschi e olandesi hanno assunto nei confronti delle richieste del Governo italiano in sede comunitaria ed è quella data dal fatto che, con la fine della crisi politica britannica e la nascita del governo May-Johnson, è ormai chiaro a tutti che non si può favorire la crisi di grandissime banche italiane, una crisi che avrebbe oltretutto un effetto sistemico sull'intera area dell'euro.

Sistemata la partita delle banche venete, con la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca ormai saldamente in mano al Fondo Atlante e il Banco Popolare che pare essere riuscito a portare a termine il suo aumento di capitale, la vigilanza europea presso la BCE è passata ai due obiettivi grossi che sono rappresentati dal Monte dei Paschi di Siena che, su ordine di Francoforte, sta trattando la cessione di 10 miliardi di euro di sofferenze al Fondo Atlante, mentre sarebbe questione di ore l'invio della lettera a Unicredit nella quale la Mouy chiederà ai nuovi vertici della banca di colmare quel gap di due punti percentuali nei requisiti patrimoniali già segnalato in una missiva precedente e alla quale l'istituto di Piazza Cordusio ancora non ha risposto in modo fattivo.
Intanto gli amministratori di Intesa-San Paolo e di Ubi Banca, le uniche due del quintetto di testa del sistema bancario italiano a essere state escluse dalle attenzioni della Nouy, non stanno dormendo sonni tranquilli perché sanno che presto o tardi la letterina da Francoforte arriverà anche a loro.


Proprio ieri, un'altra delle banche attenzionate dalla vigilanza della Banca Centrale Europea, la Carige, ha messo in piedi un'azione di responsabilità contro i precedenti amministratori della banca ligure, in primis l'ex presidente e padre padrone della banca, chiedendo agli stessi 1,2 miliardi di euro di risarcimento.
Nel frattempo sono arrivate le procedure per risarcire i truffati di Banca dell'Etruria e delle altre tre banche fallite, e in una di queste, Cariferrara, l'indagine della magistratura sta compiendo passi in avanti.

Alle orecchie di Padoan e di Renzi sono suonate come miele le parole concilianti sulle possibilità che l'Italia trovi un accordo con l'Unione europea sullo spinoso argomento del salvataggio delle banche italiane senza dover ricorrere ai meccanismi di risoluzione previsti dall'apposita direttiva europea, una direttiva che prevede il bail in, ossia la partecipazione degli azionisti, degli obbligazionisti e dei depositi per la parte eccedente ai 100 mila euro (in Italia, secondo la nostra banca centrale, ve ne sono per 425 miliardi di euro) il tutto entro il limite massimo dell'otto per cento del totale dell'attivo della banca in questione.

A pronunciare queste parole sono persone come Angela Merkel, come l'arcigno presidente olandese dell'eurogruppo, come lo stesso ministro tedesco delle finanze, tutte persone che fino a poche ore prima si trinceravano dietro il mantra dell'inviolabilità delle regole, pur avendo, in tempi assolutamente non lontani, utilizzato centinaia di miliardi di euro di fondi pubblici, cioè soldi dei contribuenti per ripianare le perdite delle banche olandesi e tedesche appunto, cosa fatta anche dai governi di altri importanti paesi dell'area euro, in particolare Francia e Spagna.

Poiché è molto improbabile che i suddetti personaggi siano stati illuminati sulla via di Damasco, credo proprio che siano stati invece convinti da considerazioni molto più prosaiche al limite degli interessi di bottega e che sono rappresentate da un lato dalle difficoltà incontrate da un numero crescente di banche tedesche a rispettare le dure previsioni della vigilanza europea presso la Banca Centrale Europea (è di pochi giorni fa la notizia che la Deutsche Bank avrebbe fallito gli stress test della Federal Reserve, cui è soggetta in quanto banca globale, e sia in attesa di quelli disposti dall'EBA, mentre è nota a tutti la difficoltà che sta vivendo la Landesbank di Brema), mentre, dall'altro lato, vi è un timore crescente di rischio di controparte per le loro banche derivante dall'eventuale default di qualche importante banca italiana, compresa tra le cinque che sono state sottoposte agli stress test il cui esito sarà noto il 29 giugno.

D'altra parte, il fatto che l'accordo sia pressoché cosa fatta lo dimostra la mossa del fondo Atlante che si è offerto di rilevare 10 miliardi di euro di sofferenze nette dal Monte dei Paschi di Siena, una mossa che esaudisce i desiderata della vigilanza BCE ma che apre il problema della ricapitalizzazione della banca senese per colmare le perdite derivanti dalla cessione.

E' stata davvero una giornata surreale quella di lunedì, seguita sullo stesso tono da quella successiva, con tutti i giornali italiani e anche parecchie testate di altri paesi europei che discettavano sui possibili accordi e probabili scontri in seno alla riunione dell'eurogruppo prima, presieduta dal falco olandese dal cognome impronunciabile, e quella dell'Ecofin a seguire, accordi o scontri sul non marginale argomento dei possibili salvataggi delle banche europee derogando dalle regole sui processi di risoluzione e bail in stabiliti da una direttiva che gli eurodeputati italiani prima e i parlamentari del nostro paese poi hanno approvato pressoché all'unanimità senza dibattito alcuno.

Si è creato così un clima di attesa tale da costringere il ministro dell'Economia italiano, Piercarlo Padoan, a improvvisare una sorta di comizio nell'atrio del palazzo dove si tenevano gli incontri per ribadire che l'argomento degli aiuti pubblici alle banche non era presente nell'ordine del giorno di nessuna delle due riunioni, ma approfittando dell'occasione per ribadire che i provvedimenti precauzionali sono in parte stati già presi, mentre altri sono in dirittura d'arrivo, sempre in sintonia con gli organismi decisionali di Bruxelles e sempre a scopo esclusivamente precauzionale, anche se non sfugge nelle parole di Padoan e nei passaggi della lunga intervista del premier Renzi al Corriere della Sera che i meccanismi di garanzia sarebbero orientati a proteggere i depositanti e gli obbligazionisti intesi come persone fisiche ma non gli azionisti e gli obbligazionisti intesi come investitori istituzionali.

Ma a rinfocolare le polemiche sulle banche italiane ci ha pensato un breve ma feroce articolo del Financial Times, forse il più autorevole quotidiano finanziario del mondo, che sostiene che, nonostante la riforma delle banche popolari e di quelle di credito cooperativo, l'Italia ha perso più occasioni per dare una raddrizzata al proprio pletorico sistema bancario come fatto dalle banche tedesche, da quelle francesi e, in ultimo, da quelle spagnole, possibilità ora precluse dalle nuove regole che bloccano di fatto gli aiuti di Stato, e che il nostro paese ha più filiali di banche che pizzerie e che, quindi, una delle soluzioni è quella di ridurre il numero degli istituti di credito mediante fusioni che mettano mano drasticamente ala rete distributiva e tagliando, a livello di sistema, decine di migliaia di posti di lavoro.

Tra gli addetti ai lavori, non è un mistero che il vero problema del sistema bancario europeo non è rappresentato dai Non Performing Loans che, per l'intera area dell'euro sono pari a circa 700 miliardi di euro, 360 dei quali concentrati nelle banche italiane, ma che la vera bomba ad orologeria risiede nella montagna di derivati per molte decine di migliaia di miliardi di valore nozionale, una parte dei quali fanno capo al colosso tedesco Deutsche Bank che, per ragioni che non sono state mai chiarite a sufficienza, rappresentano un multiplo del totale dell'attivo della banca tedesca e a sua volta pari a mille e settecento miliardi, una sproporzione tale da escludere che si tratti soltanto di operazioni di hedging, ma lascia pensare piuttosto ad un'intensissima attività di trading con un numero elevatissimo di controparti, per non parlare poi dei 32 miliardi di titoli a livello 3, comunemente definiti titoli tossici e che segnalano una crescita costante segno del fatto che non riescono proprio ad essere smaltiti.

Ma Deutsche Bank in questo non è sola, in quanto quasi tutte le banche globali del Continente, per quelle britanniche sarebbe necessario un discorso a parte, presentano situazioni analoghe anche se i loro multipli rispetto al totale dei rispettivi attivi non raggiungono il livello stratosferico toccato dalla banca con sede a Francoforte, una circostanza che tuttavia fa interrogare sul fatto che nello stabilire i criteri prudenziali sia stato assegnato un peso maggiore ai crediti, che nella maggior parte dei casi sono assistiti da garanzie reali e personali, e uno molto più basso ai derivati.
In questi mesi, le autorità governative tedesche si sono sgolate nel ripetere il solito mantra che recita che Deutsche è solida come una roccia e in questo si è distinto in particolare l'arcigno ministro delle finanze tedesco, Schauble, ma, nonostante quanto detto sopra sulla sottostima dei rischi da parte della vigilanza europea, Daniele Nouy ha richiesto a Unicredit e Deutsche di elevare i loro coefficienti patrimoniali da poco sopra il 10 per cento all'alquanto proibitivo 12,25 per cento, quasi due punti che significano uno sforzo considerevole per entrambe le banche in termini di aumento di capitale o cessione di attività, ma soprattutto un'implicita ammissione del fatto che il mantra sulla solidità del colosso tedesco era alquanto infondato.

Ma ecco che, in vista di una riunione decisiva dei ministri delle finanze dell'Unione Europea, Deutsche avanza a sorpresa la proposta di istituire un fondo di 150 miliardi di euro in favore delle banche in difficoltà, una proposta che è in apparente contrasto con la posizione ufficiale del governo tedesco che per ora ammette solo le difficoltà della più piccola delle Landesbanken, quella basata a Brema e che richiede interventi per poche centinaia di milioni di euro e che fa pensare che, mai come in questo caso, Deutsche abbia parlato come Cicero pro domo sua!

Doveva essere il giorno dell'Associazione Bancaria Italiana, con la relazione del presidente Patuelli e gli attesissimi interventi del ministro dell'Economia, Piercarlo Padoan, e del Governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, ma, da oltreoceano, è pervenuta una nota del Fondo Monetario Internazionale che invita le autorità monetarie italiane ad utilizzare tutta la flessibilità presente nella normativa europea sulle banche, quel processo di risoluzione delle stesse con annesso bail in che tanto sta facendo discutere anche perché è evidente a tutti che si tratta di norme che sono state introdotte in assenza di un'unione bancaria e, soprattutto, di un meccanismo di salvaguardia dei depositi a livello europeo.

Mentre Padoan, Visco e Patuelli intrattenevano una folta platea di banchieri, di giornalisti ed esperti del settore, tutti gli occhi dei presenti erano fissi sulle cifre riportate sui loro touchscreen che indicavano una netta inversione di rotta delle azioni delle banche che, in particolare dalla Brexit, sembravano ormai destinate a proseguire nella loro caduta libera, mentre ieri, in particolare per alcune di loro, è stato il giorno del riscatto, con il Banco Popolare, con un rialzo di oltre il 18 per cento, ha ritrovato il livello posto per l'aumento di capitale, 2,17 euro, livello che era stato fissato quando l'azione del Banco valeva oltre quattro euro, ma bene sono andate tutte le principali banche italiane, compreso il Monte dei Paschi di Siena, la cui azione non è riuscita però a chiudere oltre la soglia dei 30 centesimi con un rialzo del 5 per cento circa che è stato molto più basso di quello medio delle principali concorrenti.

Ma è davvero giustificata questa euforia dei mercati? Da un lato, vi è la certezza che il Monte dei Paschi verrà aiutato nella sua opera di pulizia delle sofferenze, ma soprattutto nel conseguente aumento di capitale che, a bocce ferme, è assolutamente indigesto per il mercato, così come è chiaro è che questo avverrà con il soccorso di Atlante o del Fondo bis in corso di costituzione, ma, d'altro lato, è sicuro che all'orizzonte si profila una fusione con una banca di cui si sa nome e cognome, ma il cui amministratore delegato minaccia querele se qualcuno gli attribuisce l'intenzione di compiere questo passo verso cui, e questo si può dire, lo stanno spingendo in tanti e, tra questi, vi sono persone a cui è difficile dire di no.
Ma il problema vero è rappresentato dal fatto che nessuno conosce le vere intenzioni di Madame Nouy e della sua fida collaboratrice tedesca, anche se è evidente che dal solo gruppo di testa dei cinque grandi gruppi bancari la responsabile della vigilanza europea può chiedere pulizie di bilancio per qualcosa come 30-40 miliardi di euro, una cifra che andrebbe ad aggiungersi ai 9,6 miliardi chiesti al Monte dei Paschi!

Dopo aver toccato ieri, in pieno blocco delle micidiali vendite allo scoperto disposto per tre mesi dalla CONSOB, un nuovo minimo storico nell'area dei 26 centesimi e aver incassato la doccia fredda dell'arcigno presidente olandese dell'eurogruppo che ha ribadito che per il salvataggio delle banche valgono le nuove regole, bail in incluso, continuano le febbrili trattative tra Italia e Commissione europea per trovare una soluzione alla ricapitalizzazione del Monte dei Paschi di Siena, un aumento da 2 forse 3 miliardi di euro necessari per eliminare in via definitiva sofferenze per 9,6 miliardi di euro come richiesto dalla vigilanza presso la Banca Centrale Europea nella sua recente lettera alla banca senese.
Al termine di un consiglio di amministrazione straordinario durato oltre sei ore, è stato diffuso un comunicato scritto a firma dell'amministratore delegato, Fabrizio Viola, un testo alquanto stringato nel quale si rende noto che è stata approvata la lettera di risposta alla vigilanza europea, ma che, sia i contenuti della lettera ricevuta dal Monte dei Paschi, sia quelli della risposta della banca senese saranno resi noti solo quando perverrà la lettera definitiva da Francoforte, lettera che dovrebbe tenere conto, almeno in parte, delle controdeduzioni contenute nella missiva che partirà oggi per Francoforte.
Nel comunicato, Viola rivendica i successi della gestione ordinaria della banca e, soprattutto, rimarca con forza il fatto che i cinque milioni di clienti sono rimasti legati alla banca, nonostante i rischi connessi al bail in, questo, ovviamente non lo ha detto esplicitamente ma, come si suol dire, intelligenti pauca...
Credo di aver fatto una cronaca fedele di quanto è successo ieri, ma quello che è certo è che l'istituto di Rocca Salimbeni non intende avvalersi dell'arco temporale offerto dalla vigilanza BCE e cioè non diluirà l'intervento da qui al 2018 perché una soluzione, quale che essa sia, deve essere trovata entro pochi mesi!

Sono di ritorno da un breve soggiorno in una città dell'Inghilterra che è stato un epicentro della rivoluzione industriale e una storica roccaforte del partito laburista ma dove, una settimana prima del mio arrivo aveva vinto il leave, seppur non in proporzioni drammatiche, lasciando intendere quanto sia stato profondo il sommovimento che ha portato, forse al di là delle stesse reali intenzioni dei promotori del fronte dell'abbandono dell'Unione europea, quasi un milione e mezzo di cittadini britannici a fare la differenza con quel 48 per cento di loro compatrioti che invece hanno votato per rimanere.
Ma è quello che è successo dopo il voto ad essere realmente surreale con le dimissioni a certo tempo data di David Cameron che ha dato due mesi e mezzo di tempo al suo partito, che gode alla Camera dei Comuni di una maggioranza solida, per individuare il nome del suo successore, aprendo di fatto una fase di estrema incertezza sul nome, anche se è quasi certa l'investitura al congresso dell'attuale ministro dell'interno, la non proprio carismatica May, ma quello che ha colpito davvero è stato il passo indietro del vincitore nell'ambito del partito conservatore, Boris Johnson, un uomo che tutti davano a Downing Street in sostituzione di Cameron e che è stato certamente vittima di una congiura di partito, ma che è sembrato sollevato all'ipotesi di non essere lui il primo ministro che dovrà trattare con la Commissione europea i termini della separazione.

Ma se Atene piange Sparta di certo non ride e, con una schiacciante maggioranza di eletti in Parlamento, è stato chiesto al leader laburista, Jeremy Corbyn, di farsi da parte e lasciare il passo ad un nuovo leader che eviti, in caso di nuove elezioni, che i laburisti patiscano una cocente sconfitta, richiesta alla quale il pressoché neoeletto Corbyn ha opposto un netto rifiuto, effettuando un rapido rimpasto del governo ombra con pochissimi esponenti che hanno dovuto accettare doppi incarichi per sopperire ai vuoti lasciati dai dimissionari.

Ma quello che ha fatto più clamore è stato l'abbandono della scena politica da parte del vero vincitore del referendum, quel Nigel Farage che non ha convinto nessuno sui veri motivi del suo gesto e che ha dato l'idea di non volere essere coinvolto in quella oscura fase del dopo rispetto alla quale nessun politico britannico sembra avere le idee chiare, con la sterlina che continua ad essere ai minimi storici e mentre non si sa nulla delle intenzioni di imprenditori e finanzieri che, prima del voto, avevano minacciato di trasferire sul continente europeo la sede delle loro attività, con un impatto che è stato stimato, se alle parole seguiranno i fatti, come quantificabile nella perdita di qualche centinaio di migliaia di posti di lavoro!

E' stata un'altra giornata di fuoco sull'azione del Monte dei Paschi di Siena dopo altrettante giornate terribili seguite alla Brexit, un fuoco incrociato di vendite che si e' intensificato quando la banca senese ha finalmente ammesso di avere ricevuto una missiva da parte della vigilanza bancaria operante presso la Banca Centrale Europea, una lettera nella quale senza giri di parole si chiedeva di eliminare 10 miliardi circa di euro di sofferenze nette entro il 2018, un vero e proprio bagno di sangue per la banca guidata da Fabrizio Viola che produrrà miliardi di euro di perdite che dovranno giocoforza essere coperte da un aumento di capitale, il tutto mentre il mercato ha già mandato deserti due aumenti di capitale richiesto dalle due tecnicamente fallite banche venete e quando ancora non si hanno notizie dell'aumento da un miliardo di euro richiesto, sempre dalla vigilanza BCE al Banco Popolare.

Mentre sono in corso febbrili trattative tra il Governo italiano e la Commissione europea, quello che e' chiaro e' che quello che e' stato già concordato non risolve assolutamente il prolema del Monte dei Paschi di Siena, così come non risolve quello di Unicredit e delle altre banche italiane in attesa ansiosa di sapere se riceveranno a loro volta una draft piu' o meno ultimativa da Francoforte, perché in realtà il problema delle banche italiane e' molto semplice e consiste nel fatto che servono, come scrive la potente ma ancor piu' preveggente Goldman Sachs, circa 40 miliardi per coprire le perdite derivanti dalle pulizie di bilancio e, di questi tra i 7 e i 9 miliardi per la sola Unicredit, un fabbisogno che non ha niente a che vedere con quello scudo da 150 miliardi di euro che la Commissione ha autorizzato per garantire l'emissione di altrettanti bond da parte delle banche italiane, una possibilità che rischia di arrivare quando alcune delle maggiori banche potrebbero essere nel pieno della procedura di bail in che, lo ricordo, prevede che gli azionisti, gli obbligazionisti e i correntisti per la quota eccedente i 100 mila euro paghino il conto del default entro il limite dell'otto per cento dell'attivo della banca in questione.

Avendo a mente quanto e' accaduto con Banca Etruria e le altre tre anche coinvolte a novembre dello scorso anno in tale procedura, non voglio nemmeno pensare a cosa accadrebbe nel caso dello terza banca italiana e credo che altrettanto stiano pensando i nostri vertici governativi e il governatore della Banca d'Italia e sono quindi sicuro che alla fine uscirà un coniglio dal cilindro e che una simile eventualità verrà scongiurata nell'interesse nazionale!

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