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Economics (218)

Roberto

Roberto Casalena
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Come avevo scritto nelle puntate precedenti, Daniéle Nouy e la sua fidata collaboratrice tedesca incaricata di seguire il dossier delle procedure di risoluzione delle banche appartenenti all'area dell'euro non si accontentano più di pressare, in certi casi molto giustamente, le banche venete o Carige o Monte dei Paschi di Siena ma puntano dritte dritte al cuore del sistema bancario, invitando la seconda banca italiana e la prima per internazionalizzazione, Unicredit appunto, a fare uno sforzo rilevante sul capitale, non bastando i livelli attuali di Cet1 fully loaded che attualmente è al 10,85 per cento, ma chiarendo che non basterebbe nemmeno portarlo, come prevede il piano aziendale, al 12,6 nel 2018, perché la vigilanza della Banca Centrale Europea vuole molto di più anche se non è stato reso noto a quale livello vuole che il gruppo di Piazza Cordusio debba salire, ma quello che è certo è che lo vuole molto prima di quella data.


La notizia delle pressioni della Nouy aumenta il malcontento dei soci di Unicredit nei confronti dell'amministratore delegato del gruppo creditizio milanese, Federico Ghizzoni, un manager un po' grigio che non si è distinto per azioni eclatanti, concentrato come era a garantire la tenuta dei conti che, però, non è sufficiente a garantire lo sviluppo di una banca molto forte in Germania e in Austria e fortissima in alcuni paesi dell'Est dell'Europa, così come evidentemente non è bastato il piano di allontanamento di 18 mila dipendenti annunciato lo scorso anno.


Da quello che si apprende dai giornali, Ghizzoni sarebbe disponibile all'uscita purché la stessa sia onorevole e non si capisce se alluda alle condizioni economiche, certamente generose, o ad una sua eventuale ricollocazione nel panorama economico nazionale, cosa che prevede molto probabilmente un intervento del Governo che, secondo la stampa, sarebbe molto preoccupato per quello che sta accadendo in Unicredit.
Per chi ricorda quanto avevo scritto nelle numerose puntate sulla vigilanza della BCE, uno dei punti più dolenti sollevati dalle banche italiane era proprio la discrezionalità delle regole applicate, una discrezionalità che ora si estende al livello dei requisiti patrimoniali richiesti alle banche dell'eurozona, perché è evidente che i requisiti di Unicredit soddisfano perfettamente quelle stabilite dalla normativa, anche se non siamo a conoscenza dell'esito dello stress test cui è stato sottoposto l'istituto alla fine dell'anno scorso e se questo esito sia alla base delle pressioni attualmente esercitate nei confronti del gruppo milanese.

Riguardavo gli ultimi articoli ul sistema bancario italiano e ho notato che erano uniti da una visione pessimistica, in buona parte dovuta al pressing e all'inedito attivismo della vigilanza della Banca Centrale Europea sulle nostre banche, in particolare quelle più fragili, se non disastrate, e segnatamente quelle con sede legale in Veneto. Ma va detto che, nell'era dei tassi bassi, se non negativi, non tutto va male e a testimoniarlo è l'esplosione dei mutui a fronte dell'acquisto degli immobili da parte delle famiglie, cresciuti nel 2015 del 90 per cento circa (60 per cento al netto delle rinegoziazioni di mutui già esistenti) e del cosiddetto credito al consumo che, nell'aprile di quest'anno, è cresciuto di poco meno del 14 per cento e si è portato ai livelli più alti da quel 2011 che segna l'inizio della tempesta perfetta su quelle banche italiane che avevano superato pressocché indenni la prima ondata della crisi ifnanziaria in quanto molto poco esposte ai rischi connessi ai derivati e ai titoli tossici e che non avevano richiesto interventi di salvataggio da parte del Governo fino ai Monti Bonds che sono successivi a quella data e dei quali sarà, in buona sostanza. unico fruitore il molto mal messo Monte dei Paschi di Siena.

Il discorso cambia e di parecchio se volgiamo lo sguardo agli impieghi bancari alle imprese non finanziarie e qui le banche italiane nel loro insieme continuano a procedere con i piedi di piombo, gravate come sono di 360 miliardi di Non Performing Loans, un aggregato che è vero che non si trasforma del tutto in sofferenze che sono intorno ai 200 miliardi, mentre, al netto di rettifiche e accantonamenti, sono finalmente scese a 83 miliardi, ma, purtroppo, questo aggregato non viene preso in considerazione dalla vigilanza della BCE che sostiene che, in caso di dissesto, quegli accantonamenti e quelle rettifiche non potrebbero essere utilizzati per la crisi di liquidità che sopravverrebbe inevitabilmente, in particolare se si tratta di gruppi bancari di grandi dimensioni.

Ma il ritorno del credito al consumo a livelli precedenti la crisi, una crisi che non è stata solo e forse non tanto finanziaria quanto economica, è una buona o una cattiva notizia? Per poter rispondere bisognerebbe disporre di dati di dettaglio che dividano per lo meno tra finanziamenti finalizzati all'acquisto di un bene e finanziamenti finalizzati alla costituzione di scorte monetarie, mentre l'unica cosa che ho potuto vedere dalla notizia è che i richiedenti appartengono alle classi centrali di età, le due che vanno dai 25 ai 45 anni, a dimostrazione che le classi di età più anziane hanno una minore propensione all'indebitamento, in particolare nei confronti di questo tipo di finanziamenti a tassi normalmente non leggeri erogati dalle finanziarie di ogni ordine e grado.

In un brillante articolo, Nicola Porro, giornalista e intrattenitore televisivo, ha illustrato i risultati di una ricerca di ImpresaLavoro sulle perdite subite dagli azionisti, e, nel caso delle quattro banche tecnicamente  fallite a novembre dello scorso anno, anche dai risparmiatori, a partire dall'inizio della tempesta perfetta nell'agosto del 2007, e ne viene fuori una cifra mostruosa di 210 miliardi di euro così ripartito: 150 miliardi di minor valore delle azioni per le 17 banche quotate in Borsa, 50 miliardi di aumenti di capitale delle stesse e 10 miliardi circa tra le quattro banche di cui al decreto governativo del 23 novembre 2015 e il resto  ascrivibile alle Banca Popolare di Vicenza, mentre mancano all'appello nello studio citato le perdite legate a Veneto Banca, con relativo aumento di capitale da un miliardo e il miliardo richiesto dal Banco Popolare di Verona, entrambi richiesti ultimativamente dalla vigilanza della Banca Centrale Europea, insieme a tante altre misure da adottare in concomitanza.

Pur trattandosi di cifre mostruose, va tuttavia detto che i rischi per i risparmiatori legati alle banche italiane non finiscono qui, in quanto, come ricordavo in una recente puntata del Diario della crisi finanziaria,  secondo uno studio della Banca d'Italia, sono esposti a rischio bail in più di 400 miliardi di euro tra obbligazioni non garantite e, per 225 miliardi, da depositi oltre la soglia dei 100 mila euro, questi garantiti da uno sforzo cooperativo delle banche sopravvissute al salvataggio dall'interno di una o più di loro mediante il Fondo interbancario di garanzia, Fondo che al momento ha in cassa solo quanto serve a far fronte ai rimborsi degli obbligazionisti di Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e Cariferrara, ma che avrebbe qualche difficoltà a reperire i fondi se il default riguardasse qualche big del settore o un fenomeno di fallimenti a catena.

Vorrei sommesamente ricordare che la strada del passato per il rafforzamento del settore creditizio, quella che ha visto fondersi nelle due più grandi banche del sistema, Unicredit e Intesa-San Paolo, decine e decine di banche e casse di risparmio di ogni dimensione, non ha dato grandi frutti, anche perché ci sono voluti tempi lunghissimi per rendere efficienti qusti carrozzoni ed ora, quindi, il Governo pensa di percorrere la strada degli sgravi di costi, in primis di quelli relativi al personale, per un ammontare pari a 30-40 mila unità, come sta già avvenendo, in vista della fusione con la Banca Popolare di Milano, al Banco Popolare di Verona e Novera che ha appena annunciato 1.800 esuberi di personale.

L'altra strada, quella dell'aggressione della massa da 360 miliardi di euro dei Non Performing Loans, richiederà molto più tempo e l'adozione di misure molto più coraggiose di quelle intraprese sinoad ora con il Fondo Atlante e con lo schema di garanzia dei pacchetti senior di sofferenze delle banche elaborato dal ministero dell'Economia.

Ho dedicato diverse puntate del Diario della crisi finanziaria alle vicende della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, due banche che sono un vero e proprio ricettacolo di Non Performing Loans (una sigla che rappresenta i crediti deteriorati che ha come sotto insieme le sofferenze lorde e, al netto delle verifiche, le sofferenze nette) con un incidenza sugli impieghi vivi e sul patrimonio a livelli stellari, per poi affrontare il problema rappresentato dal Monte dei Paschi di Siena che, con i suoi 40 miliardi di euro circa di Non Performing Loans, è davvero la grande malata nella pattuglia di vertice delle banche italiane e, tramite l'acquisizione di Antonveneta, è una delle banche leader di questa disgraziata regione dell'Italia, ma ho finito per dimenticare un gigante a livello regionale come il Banco Popolare di Verona, banca che sta per fondersi con la banca Popolare di Milano, come in precedenza aveva fatto con la Popolare di Novara.

Ebbene, la somma degli NPL delle quattro banche non è lontana da quella che caratterizza quella delle banche di una nazione europea di medie dimensioni ed è considerata con grande attenzione, e lettere ultimative, da parte delle donne e degli uomini alle dipendenze del capo della vigilanza presso la Banca Centrale Europea, organismo che ha imposto aumenti di capitale per complessivi 3,75 miliardi di euro, il primo dei quali, quello da 1,75 miliardi, della Banca Popolare di Vicenza è andato notoriamente deserto e ha costretto il neonato Fondo Atlante (mentre il comitato direttivo di Borsa italiana dichiarava l'inammissibilità alla quotazione dell'azione nei mercati regolamentati) a immobilizzare in questa singola banca la metà delle sue disponibilità volte a tale scopo, mentre Veneto Banca ha chiesto tempo per il suo aumento da un miliardo e, per il Banco Popolare, i non lusinghieri dati di bilancio e l'annuncio ufficiale dell'aumento di capitale da un miliardo hanno spinto l'azione a registrare mercoledì una perdita del 15 per cento (poi limata a poco più del 9 per cento in chiusura.)

E' evidente che da una situazione del genere non si esce con misure normali e che le tre banche con sede legale nella regione richiedono una cura di cavallo, che, per il Banco Popolare, coinvolgerà inevitabilmente anche la sposa Banca Popolare di Milano, una cura che passerà attraverso un radicale taglio dei costi operativi, leggi costi del personale, multiplo di quella sensibile sforbiciata prevista dal Governo a livello nazionale, un taglio che comunque non basterà se non verranno adottate misure altrettanto straordinarie sul fronte dei Non Performing Loans per le quali Atlante non ha i mezzi e le misure previste dal Governo sono solo parzialmente applicabili, in quanto riguardano solo gli NPL di buona qualità e ho proprio l'impressione che da queste parti di crediti incagliati di categoria senior ve ne siano non tanti!

Dopo una ripresa effimera dopo l'annuncio della costituzione del Fondo Atlante guidato da Alessandro Penati, economista prestato alla finanza, è ripresa quella corsa allo squarciamento delle quotazioni in borsa dei titoli elle principali banche italiane, con Monte dei Paschi di Siena che dopo aver sostato nella parte bassa della soglia dei 70 centesimi ora si ritrova nella parte alta della quota dei 50 centesimi e Unicredit che dopo aver rivisto a portata di mano i 4 euro, ora si trova a lottare per tornare a quella dei 3 euro, per non parlare poi delle promesse spose, Banco Popolare e Banca Popolare di Milano, con la prima alle prese con un periglioso aumento di capitale da un miliardo di euro e la seconda che la segue a ruota nei ribassi sempre più consistenti.

Da questo macello si salva in qualche modo Intesa-San Paolo che, tra alti e bassi, rispetto all'inizio di quest'anno, permane nell'area dei due euro. Ma, a livello di sistema, siamo di nuovo a un calo delle quotazioni del 40-50 per cento rispetto a quelle registrate nel mese di dicembre che erano già in sensibile calo rispetto ai massimi toccati nella prima parte del 2015.
Certo, ha pesato il fallimento del tentativo di quotare in borsa la alquanto disastrata Banca Popolare di Vicenza e il ribaltone con vero e proprio ritorno al passato di Veneto Banca, con una nuova maggioranza raccogliticcia e inquinata dalla presenza di grandi debitori, spesso insolventi, della banca con sede a Montebelluna e con il nuovo consiglio di amministrazione che ha dovuto chiedere più tempo per procedere all'aumento di capitale da un miliardo di euro, ma anche il Monte dei Paschi di Siena che tanti crediti problematici ha ereditato dall'acquisita Antonveneta, tuttavia il buco nero delle banche venete o assimilate si riverbera su tutto il sistema bancario italiano per una serie di ragioni che tratterò di volata. Tra le banche venete, ho colpevolmente dimenticato Il Banco Popolare di Verona che ieri in borsa ha perso fino al 15 per cento per i conti in rosso e l'aumento di capitale richiesto dalla BCE.

La prima riguarda proprio il neonato Fondo atlante, con una dotazione di 4,2 miliardi di euro, quasi due in meno rispetto agli annunci, che ne ha 1,5 miliardi già immobilizzati in Banca Popolare di Vicenza e della quale si accorgerà ben presto che sarà molto difficile procedere a un a forte ristrutturazione. Ebbene, secondo fonti autorevoli, la parte del fondo dedicata agli aumenti di capitale è pari a 3 miliardi e ve ne sono in vista altri due per almeno 2 miliardi, quindi, le munizioni del fondo a questo scopo sono pressoché esaurite, mentre ne restano 1,2 miliardi per affrontare il problema dei Non Performing Loans (360 miliardi di euro circa) delle martoriate banche italiane, con la evidente conclusione che il Fondo Atlante è oramai bello che esaurito!
Agli investitori che hanno investito ai tempi d'oro nelle banche italiane non resta dunque che allacciare le cinture di sicurezza e sperare in tempi migliori.

Dopo essere stata indagata e multata per quasi tutto quello che una banca davvero globale può fare e in attesa per il processo che si terrà in Gran Bretagna dove, sulle manipolazioni dell'URIBOR sono indagati sette suoi top manager, ora il colosso tedesco è sotto indagine, presso la procura di Trani, per manipolazione di mercato, avendo venduto nel 2011 quasi tutti i BTP italiani in suo possesso proprio mentre consigliava ai suoi clienti di tenerli sia per la solidità dei conti pubblici italiani, sia perché lo spread tra questi e i Bund tedeschi era tutto sommato a valori limitati tra i 100 e i 200 punti base.
La vendita avvenne massicciamente nel primo trimestre del 2011, regnante Silvio Berlusconi e mentre al timone del ministero dell'Economia era Giulio Tremonti, l'uomo che ha svolto quell'incarico per ben tre volte, senza però lasciare grande traccia di sé, se non per i forti e frequenti contrasti con il suo capo di allora.
I fatti successivi sono noti a tutti, perché la mossa di Deutsche suonò come un campanello di allarme nelle sale operative all over the world e tutte le banche più o meno globali si misero a vendere i BTP italiani con il risultato che lo spread cominciò a salire inesorabilmente sino a raggiungere un picco a 576 punti base e costrinse Berlusconi a dimettersi per lasciare il posto ad un uomo della Trilateral ed espressione dei poteri forti italiani europei che adottò un programma lacrime e sangue senza neanche l'intervento della Troika, Fondo Monetario Internazionale-Banca Centrale Europea-Unione europea,, tanto anticipò i desiderata di questo organismo, in alcuni casi, vedi la riforma Fornero, li superò, portando il nostro sistema previdenziale ad essere tra i più sostenibili dell'Unione europea e frustrando al contempo le attese di milioni di italiane e di italiani che si credevano allora prossimi alla pensione.
Questi sono i fatti e, per chi potesse dubitare della mia fede antiberlusconiania invito a leggere il lungo pamphlet dal titolo Le conseguenze economiche di Silvio Berlusconi, recentemente ripubblicato sul Diario della crisi finanziaria, ma non posso non considerare il fatto che con una manovra delle banche globali europee, banche legate a doppio filo con i rispettivi governi, è stata decretata la fine di un Governo, per quanto pessimo, regolarmente eletto.
Non so quante e quali carte abbia a disposizione l'attivissima procura di Trani, anche perché è noto che il pool dei reati finanziari della procura di Milano ha lasciato cadere la cosa, ma certo ci sarà da divertirsi nel prosieguo di un indagine che vede indagati l'ex presidente Ackermann e altri uomini al vertice di Deutsche!

Come responsabile dell'ufficio studi di un sindacato del settore finanziario ho scritto decine di pagine su quelle che allora chiamavamo pressioni commerciali esercitate dai vertici sui dipendenti delle banche che avevano l'ingrato compito di piazzare a ignari clienti delle banche, ma anche nelle compagnie di assicurazioni non si scherza, prodotti più o meno a rischio di ogni genere e natura, prodotti che spesso hanno rovinato più di un malcapitato e hanno certamente messo a rischio la reputazione di più di una banca.

Non mi ha stupito dunque quanto è emerso ieri nel corso delle indagini sul crac di Banca Etruria, una delle quattro banche salvate dal Governo nel novembre dell'anno scorso con la prima applicazione del micidiale meccanismo del bail in che ha visto l'azzeramento del valore delle azioni, delle obbligazioni e dei depositi per la soglia oltre i 100 mila euro, un applicazione in anticipo di mesi sull'introduzione delle nuove procedure di risoluzione e che tanto è costato in borsa ai titoli dell'intero settore finanziario, è emerso, dicevo, che, secondo gli inquirenti della procura di Arezzo, esisteva nell'ambito della banca una cabina di regia volta a vendere anche ai piccoli risparmiatori, anzi in prevalenza a loro, decine e decine di milioni di euro di bond subordinati, quelli appunto più a rischio se le cose si fossero, come poi è puntualmente accaduto, messe male!

Con singolare tempismo, sempre ieri Giuseppe Vegas, presidente della CONSOB, l'organismo che dovrebbe appunto vigilare sul fatto che cose del genere non accadano, ha detto, nella sua relazione annuale, due cose: la prima è che i risparmiatori erano perfettamente informati, la seconda è che l'organismo da lui presieduto ha fatto (sic) tutto quello che doveva fare in questa circostanza, dimenticando che era stata emanata una disposizione che autorizzava le banche a non inserire più nei prospetti le simulazioni che indicavano esattamente i rischi connessi con gli stessi bond subordinati offerti ai risparmiatori e dimenticando, altresì, quello che era già emerso anche nei mesi scorsi su quanto era avvenuto in moltissimi casi, quando i risparmiatori erano stati volutamente raggirati in sede di sottoscrizione dei bond medesimi.
Non c'è, quindi, da meravigliarsi se, pur in un quadro di debolezza dell'intero sistema bancario europeo, le banche italiane quotate in borsa stiano soffrendo dall'inizio di questo anno disgrazia 2016 in modo ampiamente supplementare e i guai delle due non quotate venete hanno determinato l'azzeramento di fatto del valore delle loro azioni, con Veneto Banca che ha dovuto far slittare di una settimana le procedure per l'aumento di capitale.
Mi ponevo ieri l'interrogativo sulla solidità del sistema bancario italiano e credo proprio che vicende come queste, e soprattutto i retroscena delle stesse, non aiutino di certo!

Dal settembre del 2007 ho tenuto il diario di bordo del sistema finanziario all over the world sommerso dagli alti mari della tempesta perfetta nelle sue tre fasi principali, della quali la terza, quella che stiamo vivendo a partire dai mesi a cavallo del capodanno di questo anno di disgrazia 2016, risulta a mio avviso la più pericolosa e spero di averlo spiegato nelle puntate con le quali ho dato il via alla ripresa del Diario della crisi finanziaria dopo tre anni di voluto silenzio, e, in tutte e tre queste perigliose congiunture, ho sentito sempre un mantra dalle autorità monetarie e da quelle politiche italiane e questo mantra recitava che il sistema italiano era solido e per questo non era stato necessario ricorrere alle massicce ricapitalizzazioni facilitate dalla mano pubblica che in altri paesi europei avevano salvato i rispettivi sistemi creditizi e finanziari dal collasso; ma quanto c'è di vero in questo ritornello che non diventa più reale solo perché è stato ripetuto fino alla noia da governi di destra e di centro sinistra che si sono succeduti alla guida del nostro Paese?

Se la vigilanza sul sistema creditizio italiano fosse ancora attribuita alla Banca d'Italia, sottoscriverei questa apodittica affermazione, ma sin dal 2014 le cose in materia sono radicalmente cambiate e la vigilanza sulle banche dell'eurozona è stata attribuita all'ex responsabile della vigilanza della Banca di Francia, Daniéle Nouy, che si avvale come braccio operativo di Frau Koening e che, dopo una fase relativamente breve di studio, ha fatto chiaramente chiarito con gli atti e con le interviste che l'aria era radicalmente cambiata e che le banche dovevano rapidamente attenersi alle prescrizioni delle draft con cui si intima, pena ricorso alla procedura di risoluzione, di riportarsi su parametri europei per quanto riguarda l'adeguatezza patrimoniale e la massa dei Non Performing Loans espressi in percentuale dei crediti sani che, per le banche italiane, è attualmente intorno a valori doppi se non tripli di quelli della media dell'eurozona.

Ovviamente, una pulizia, anche non radicale, dei bilanci delle banche italiane che, seppure a fatica, hanno superato gli stress test della Banca Centrale Europea nella passata edizione (mentre per la prossima si attende a breve il risultato) comporterà, nella maggior parte dei casi, di procedere ad aumenti di capitale necessari per restare nell'ambito dei parametri patrimoniali imposti e che, in alcuni casi, possono essere aumentati fino a valori intorno al 20 per cento, come si vocifera per un importante gruppo creditizio nostrano.
Ma quello che preoccupa davvero è lo stato delle casse del Fondo interbancario dei depositi, ossia l'organismo che deve garantire i depositi fino alla ormai arcinota soglia dei 100 mila euro, che pochi giorni fa, per bocca del suo direttore, ha dichiarato che i 300 milioni in cassa sono tutti impegnati per le obbligazioni subordinate delle quattro banche medie tecnicamente fallite e che le disponibilità precedenti sono state interamente utilizzate per garantire, appunto, i depositi di quelle stesse banche nella soglia garantita dei 100 mila euro. Ricordo sommessamente che, secondo la Banca d'Italia, i depositi fino a 100 mila euro a livello di sistema sfiorano i 500 miliardi di euro e non oso immaginare cosa accadrebbe se ad andare in procedura di risoluzione fossero una o più banche di grandi o grandissime dimensioni!

Al termine di una lunghissima e infuocata assemblea, gli azionisti hanno eletto con una maggioranza che sfiora il 60 per cento la lista antagonista a quella del presidente Bolla e che esprimeva anche l'attuale amministratore delegato Carrai, lista che ha ottenuto il 37 per cento, e ha dato, quindi, all'avvocato Stefano Ambrosini, ex commissario straordinario dell'Alitalia, la carica di presidente della disastrata Banca Veneta e dodici posti nel nuovo consiglio di amministrazione della banca.

La sorpresa è aumentata dal fatto che da parte degli uomini e delle donne della vigilanza presso la Banca Centrale Europea c'era stato nei giorni scorsi un intervento a banca tesa che ammoniva che sarebbero stati esaminati con grande rigore i requisiti di professionalità e onorabilità degli eletti nel nuovo consiglio di amministrazione della banca veneta, lasciando trasparire il sospetto, espresso a gran voce dall'ormai ex presidente Bolla che ha dichiarato che le due liste che appoggiavano Ambrosini erano infarcite di clienti della banca che dovevano alla stessa una cifra complessiva nell'ordine di centinaia di milioni di euro (938 di cui 738 a vario titolo a rischio e spesso concessi senza garanzie) crediti per i quali in molti casi non si sarebbe proceduto, nella molto discussa gestione Consoli precedente a quella di Bolla, con la solerzia e l'impegno dovuti ad un'attività di recupero crediti.

Ho scritto più volte in queste settimane delle due alquanto traballanti banche venete, ma, mentre per la Banca Popolare di Vicenza c'è la soluzione rappresentata dal Fondo Atlante che ha investito un miliardo e mezzo di euro per entrare in possesso del 99,33 per cento del capitale e rivolterà quella banca come un calzino, nel caso di Veneto Banca quello che si apre, per usare le parole del neo presidente Ambrosini è un percorso ad ostacoli da compiere per di più avendo lo status di "vigilati speciali" da parte della ben poco accomodante vigilanza della BCE che controllerà le loro mosse passo passo, in particolare in vista di quell'aumento di capitale da un miliardo di euro per il quale la CONSOB ha inviato ieri una lettera nella quale si intima alla banca di avviare le procedure entro una settimana.

Se la regione Veneto fosse una nazione, il suo sistema bancario sarebbe già bello che fallito, ma per fortuna fa parte dell'Italia che, a sua volta, è nell'Unione europea e nell'eurozona, ma se i nuovi amministratori di Veneto Banca si illudono di avere sconti hanno fatto male i loro conti, perché non è più tempo di queste manovre all'italiana, spesso orchestrate per evitare che si riesca finalmente a scoprire gli scheletri nell'armadio.

Forse solo in Veneto poteva capitare che due grandi produttori di vino, Zonin e Bolla, avessero un ruolo di così grande rilievo nel mondo del credito, solo che il primo viene accusato da più parti di aver portato la sua banca sull'orlo del baratro, mentre il secondo ha cercato in tutti i modi di salvare il salvabile!

Come uno di quei fastidiosi mal di stagioni, torna ad esplodere la crisi greca, una nazione oppressa da un debito pubblico che, espresso in percentuale del prodotto interno lordo, non ha paragoni in Europa, nonostante la massiccia tosatura avvenuta pochi anni orsono per 100 miliardi di euro e che ora è alle prese con i mancati impegni nei confronti della Troika, Fondo Monetario Internazionale-Unione Europea-Banca Centrale Europea, impegni molto duri, in particolare sul caldissimo fronte della riforma delle pensioni, e che potrebbero pregiudicare la concessione della terza tranche di aiuti, fondamentali per ripagare i creditori per qualche miliardo di euro nel prossimo mese di luglio e, in assenza dei quali, si potrebbe verificare una situazione di default del debito pubblico dello stato ellenico.

Ho volutamente evitato di esprimere giudizi sull'operato della Troika in questi anni, anni che hanno catapultato un partito alquanto inesperto come quello di Tsipras al potere ad Atene, e non l'ho fatto anche perché bastano e avanzano le critiche espresse da due economisti dello stesso Fondo Monetario Internazionale in un paper che ha avuto risonanza mondiale e nel quale si mettono in evidenza i nessi tra la politica di austerità a dosi massicce e la recessione profonda in cui le stesse hanno precipitato l'economia greca, con costi sociali difficilmente quantificabili ma tremendi, così come si è visto che hanno contribuito a peggiorare gli stessi saldi di finanza pubblica. Insomma una cura peggiore del male!

Ma c'è una considerazione che indurrebbe i diversi soggetti chiamati al capezzale della Grecia a fare uno sforzo aggiuntivo ed è dato dall'approssimarsi della scadenza, il 23 giugno prossimo, del referendum sull'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea, e questo Tsipras, che sarà non esperto ma è molto, ma molto abile, lo sa e non è un caso che stavolta sia lui a fare fuoco e fiamme perché si tenga un vertice dei capi di Stato e di Governo per discutere le sue richieste in merito ai diktat della Troika, così come non è un caso che la Merkel stia facendo di tutto per non concedergli questa chance, non bastando più l'abbaiare del suo cane da guardia, il ministro tedesco delle finanze, Schauble che ha impedito ai ministri dell'economia e delle finanze dell'eurogruppo di discutere le richieste greche.

Per quanto riguarda la Brexit, non è bastato il fermo endorsment del presidente Obama in favore delle posizioni di quanti vogliono restare nell'Unione europea, in quanto l'autorevolezza del primo ministro Cameron è fortemente minata dal suo coinvolgimento nei Panama Papers, ma, nonostante questo, ha parecchie frecce al suo arco per vincere in questa difficilissima competizione referendaria.

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