
L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni. |
This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
![]() |
Aldo Moro e Peppino Impastato |
08.05.2018 - Il 9 maggio è la Giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi. Sono passati 40 anni da quando nello stesso giorno, il 9 maggio 1978, sono stati trovati morti Aldo Moro e Peppino Impastato. Il primo ucciso dai terroristi che volevano abbattere lo Stato e l’altro dalla mafia che si presentava come Stato alternativo.
Di Aldo Moro sono fissate nella memoria collettiva le immagini del corpo fatto ritrovare nel bagagliaio di una R4 rossa a pochi passi dalle sedi dei due partiti popolari italiani del dopoguerra, la DC e il PCI. Di Peppino Impastato furono ritrovati soltanto brandelli del corpo, dilaniato dall’esplosivo, sparsi nel raggio di decine di metri.
Aldo Moro è stato il politico che più di tutti ha cercato di costruire un ponte tra cattolici e comunisti, che ha consentito di approvare riforme importanti per i diritti nel lavoro, nella scuola e nella sanità. Peppino Impastato si è ribellato al sistema mafioso, che abitava a 100 passi di distanza, che permeava la sua famiglia e il suo paese (Cinisi), denunciando gli interessi economici perseguiti dai clan con la connivenza di apparati dello Stato.
Aldo Moro fu tra coloro che scrissero la Costituzione e fu il primo firmatario dell’Ordine del giorno approvato all’unanimità l’11 dicembre del 1947 in cui si dice: “L’Assemblea Costituente esprime il voto che la nuova Carta Costituzionale trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico della scuola di ogni ordine e grado”. Nel 1958, quando Moro fu nominato Ministro dell’Istruzione, mantenne la promessa Costituzionale e istituì l’insegnamento obbligatorio dell’Educazione Civica nelle scuole medie e superiori. Peppino Impastato è nato nel gennaio del 1948 insieme alla Costituzione della Repubblica Italiana. Nel 1967 partecipò alla “Marcia della protesta e della speranza”, organizzata da Danilo Dolci, dalla Valle del Belice a Palermo, così descritta: “gruppi di giovani, con cartelli inneggianti alla pace e allo sviluppo sociale ed economico della nostra terra, confluiscono con incredibile continuità nella fiumana immensa dei manifestanti”.
Aldo Moro trascorse le ultime settimane di vita in un cubicolo di 2 metri quadrati, senza spazio per camminare. Fu ucciso per una sentenza pronunciata da un sedicente “tribunale del popolo”, che intendeva colpire il cuore dello Stato. Peppino Impastato non sopportava le ingiustizie, soprattutto quelle autorizzate dallo Stato. Negli anni ’70 fu in prima linea nelle lotte contro la speculazione edilizia, l’apertura di cave da riempire di rifiuti, la realizzazione di un villaggio turistico su un terreno demaniale, la costruzione di una nuova pista dell’aeroporto. L’art. 9 della Costituzione stabilisce che la Repubblica “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.
Aldo Moro nelle lettere scritte dalla “prigione del popolo” mise a nudo la logica aberrante del potere, con il suo “assurdo e incredibile comportamento”, a tal punto di arrivare a chiedere alla moglie di “rifiutare eventuale medaglia”, essendo ben consapevole della fine. Peppino Impastato contrastò le collusioni della politica con la mafia, con grande creatività, organizzando un carnevale alternativo, con una sfilata di cloni che dileggiavano i potenti del paese e con la trasmissione radiofonica “Onda pazza”, in cui si raccontavano in modo dissacrante le storie di “mafiopoli”.
Il funerale di Aldo Moro venne celebrato senza il corpo dello statista per esplicito volere della famiglia, che non vi partecipò, ritenendo che lo Stato italiano poco o nulla avesse fatto per salvare la sua vita. Al funerale di Peppino Impastato parteciparono migliaia di giovani compagni, nell’indifferenza della gente del paese di Cinisi, nascosta dietro l’omertà delle finestre chiuse. Nelle prime indagini si ipotizzò che Peppino Impastato fosse saltato in aria mentre stava compiendo un attentato. In nome del popolo italiano furono i giudici Rocco Chinnici e Antonino Caponnetto a riconoscere la matrice mafiosa dell’omicidio di Peppino Impastato.
Aldo Moro fu rapito mentre si stava recando in Parlamento, il giorno della presentazione del nuovo Governo, sostenuto da un’alleanza innovativa, che si era “tanto impegnato a costruire”. Il 6 maggio 1978 il gruppo politico di Peppino Impastato, con riferimento ad Aldo Moro, diffuse nel paese di Cinisi un volantino in cui si leggeva: “Di fronte alla possibilità, che trapela dal modo in cui si conclude il comunicato delle B.R., che l’assurda condanna a morte non sia stata ancora eseguita, rivolgiamo un ultimo appello alla trattativa in nome della vita e per la difesa del diritto a lottare delle masse popolari”. Peppino Impastato, candidato nella lista di Democrazia Proletaria, alle elezioni del 14 maggio 1978 fu eletto consigliere comunale da morto.
Le immagini di Aldo Moro e di Peppino Impastato, persone molto diverse, per una coincidenza di data, per un destino che li accomuna, tendono ad avvicinarsi. Tutti noi siamo in debito verso entrambi, uomini coerenti e attenti al nuovo che avanza, assetati di giustizia e con la voglia di cambiare, ognuno nel proprio contesto, al di fuori e dentro le istituzioni.
Aldo Moro scrisse che commemorare significa “non solo ricordare insieme, ma ricordare rendendo nuovamente attuale” e parlò della necessità di “pulire il futuro”.
Oggi sarebbe un segno dei tempi se un Comune italiano intitolasse una via ad “Aldo Moro e Peppino Impastato”, uniti nella memoria. Facile immaginare che quella strada ogni anno il 9 maggio sarebbe inondata da tanti giovani, per rendere vive le vittime della violenza, per promettere impegno e dare gambe a quelle speranze che Aldo Moro e Peppino Impastato hanno cercato di realizzare.
Per gentile concessione dell'agenzia di Stampa PRESSENZA
Eleonora Bordonaro è una cantante siciliana di Paternò in provincia di Catania.
L’occasione al Teatro Vascello, in prima assoluta a Roma, è la presentazione del nuovo disco “Cuttune e lamè - Trame streuse di una canta storie”.
La Bordonaro abbandona momentaneamente il progetto dell’Orchestra Popolare Italiana di Ambrogio Sparagna di cui è la voce, per dedicarsi a questa parentesi solistica.
La cantante siciliana si muove tra sonorità folk con predilezione allo stile dei cantastorie (quelli che con chitarra e cartellone giravano le piazze con il tetto dell’auto come palco), tra brani originali, tradizionali e poesie popolari dell’800 interpretati in lingua siciliana, nello stile ricorda molto Rosa Balistreri e Carmen Consoli quando quest’ultima canta nel proprio dialetto.
Il concerto inizia con “Sentimi Rosa” brano di apertura anche il suo ultimo disco, qui eseguito in una veste scarna solo chitarra e voce, per continuare, con l’arrivo della band sul palco con “La tassa di li schetti” che racconta (fatto realmente accaduto nel ventennio fascista) di una giovane fidanzata molto esigente che chiede al proprio spasimante una vita agiata con tanto di servitù e l’aspirazione al lusso più sfrenato; lo sventurato che non può permettersi quel tenore di vita alla fine chiederà indietro l’anello di fidanzamento, che gli servirà per pagare la tassa mussoliniana (inflitta al celibe) che lui ribattezza “ tassa per la mia libertà”.
Arriva anche “Tri tri tri” con un ospite d’eccezione il percussionista Arnaldo Vacca con la sua inseparabile tamorra, che vanta collaborazioni con Antonello Venditti, Edoardo Bennato e Teresa De Sio solo per citane alcune.
La produzione di questo nuovo disco “Cuttuni e Lamè” è affidata a Puccio Castrogiovanni membro de I Lautari, polistrumentista, presente anche lui sul palco che interviene in voce nel bel duetto “E poi ci su i paroli”, sfoggiando tra i tanti strumenti anche uno strano scacciapensieri (marranzano in siciliano) ucraino.
Il concerto prosegue con la canzone “Li fomni” (le femmine) cantato nel dialetto di San Fratello paese dei monti Nebrodi occupato fin dall’ invasione Normanna da una popolazione proveniente dalla Francia( Provenza, Bretagna e Normandia) e dall’ Italia del nord (Piemonte e Liguria),dove si parla un sorta di dialetto né francese né italiano detto anche gallo-italico utilizzato solo in questa zona, le sonorità del canto di questa misteriosissima lingua ricordano uno struggente 'fado' portoghese.
Dopo aver ascoltato i canti della tradizione del venerdì santo “Lamento di Maria”,
“Ucch’i l’arma” e ”Maria passa pi na strata nova“ si arriva alla title track in stile tango
“Cuttuni e Lamè” brano con cui l’autrice divide l’universo femminile in due categorie “donna-Cuttuni” una donna al naturale con un’innocenza disarmante, fragile e sempre in cerca di protezione e di comprensione, una sorta di vittima inconsolabile e la “donna-Lamè” astuta sofisticata con abiti eccentrici, trucco pesante, sicura di sé - la cosiddetta mangia-uomini -, ma nessuna delle due donne troverà una degna redenzione e una realizzazione personale.
Concludono il concerto una struggente “Vuci” e “A partita” quest’ultima con una chiara impronta blues.
La cantante concede il bis proponendo un brano della sua prima formazione musicale quella dei Majaria Trio “Niura mi dicisti”.
Ho assistito a una serata ricca di tradizione, musica folk, melodia e suoni contemporanei al profumo degli agrumi di Sicilia.
Annunciati a Murcia i narratori e i poeti delle quattro lingue ufficiali vincitori del Premio conferito dall’Associazione Spagnola dei Critici letterari
Come ormai da tradizione a fine aprile sono stati proclamati i vincitori dei Premi Nazionali di poesia e narrativa decisi dall’Associazione Spagnola dei Critici Letterari, l’unico premio nazionale che dal 1975 include a pari merito gli scrittori delle quattro lingue ufficiali dello Stato spagnolo: castigliano, catalano, basco e galiego.
Il Premio della Critica che era sempre convocato a Saragoza, Barcellona e Madrid ha iniziato a proporsi in diverse città spagnole cambiando ogni anno sede di conferimento. Le ultime città che lo hanno accolto, tra le altre, sono Soria, Santa Cruz de La Palma, Pontevedra, Logroño, Cáceres, Santander, La Coruña, Sevilla, Lugo.
Il rituale si ripete dal 1956 quando un gruppo di critici spagnoli propose di organizzare un premio indipendente, dal prestigio riconosciuto, che sottolinea l’influenza della critica letteraria in contrasto con i premi più commerciali. Infatti la peculiarità di questo Premio è che viene assegnato senza alcun compenso in denaro o altro riconoscimento materiale; addirittura i premiati sono assenti perché sanno del premio soltanto cinque minuti prima che la Giuria lo annunci alla Stampa.
E’ veramente singolare assistere allo spoglio delle preferenze espresse dalla giuria dei critici spagnoli che via via si assottiglia eliminando i meno votati fino alla discussione sui due più votati che devono arrivare allo spareggio!
Serietà e continuità nel tempo caratterizzano così questo Premio che conta tra i suoi vincitori i più affermati scrittori nelle lingua della Spagna: dal premio Nobel Camillo José Cela a Torrente Ballester e Delibes fino a Luis Mateo Díez passando per Ana Matute, Vargas Llosa, Aldecoa, Cristina Fernández Cubas e Aramburu, tra gli altri grandi narratori di ieri e di oggi; Vicente Aleixandre, Luis Rosales e Blas de Otero, José Ángel Valente, José Hierro, Caballero Bonald e María Victoria Atencia, passando per Guillermo Carnero, García Montero, tra gli altri poeti di prima linea.
Così anche i più importanti poeti e narratori catalani, baschi e galieghi hanno vinto il Premio della Critica tra cui Cunqueiro, Méndez Ferrín, Celso Emilio Ferreiro, Carlos Casares e Manuel Rivas tra i galieghi Salvador Espriu, Mercè Rodoreda, Josep Pla, Joan Margarit e Pere Gimferrer tra i catalani e Ramón Saizarbitoria, Bernardo Atxaga, Kirmen Uribe e Anjel Lertxundi tra i baschi.
Per il 2018 I Premi della critica sono andati, per la lingua castigliana al narratore Javier Marías per il libro Berta Isla e al poeta catalano Luis Bagué Quílez per Clima Mediterráneo; per la lingua catalana in narrativa, Els fills de Llacuna Park di María Guasch e in poesía, Convivència d'aigüe di Zoraida Burgos; in lingua galiega Emma Pedreira, per Bibliópatas e fobólogos,ey Lupe Gómez in poesia, per Camuflaxe; in lingua basca Aingeru Espaltza, perr Mendi-joak e Luis Garde, per la poesia Barbaroak baratzean.
Il Presidente della Giuria Angel Basanta ha sottolineato come pochissimi nei lunghi anni del Premio lo hanno vinto due volte, tra cui proprio Javier Marìas che giusto 25 anni fa ha vinto per un altro racconto ed oggi è annoverato tra i massimi scrittori spagnoli.
Come Presidente internazionale dell’Associazione Internazionale dei critici letterari sono stata invitata, così come già a Soria, dal presidente Angel Basanta a seguire i lavori della Giuria e la premiazione. Mi ha entusiasmato e profondamente colpito la serietà di questa scelta critica e soprattutto mi pare che sia da onorare una selezione che prescinde dalla visibilità commerciale e mondana per privilegiare invece soltanto la qualità letteraria del testo.
Angel Basanta e tutta la Giuria mi dicono che dopo l’annuncio di questo riconoscimento anche le vendite dei libri premiati vola perché i lettori si fidano del giudizio dell’Associazione Spagnola dei Critici Letterari.
Mi adopererò per portare in Italia questo modello grazie anche all’aiuto di Angel Basanta che oltre ad essere il Presidente dell’Associazione Spagnola dei Critici Letterari è anche il Segretario generale dell’Associazione Internazionale dei Critici Letterari .
Murcia, con il suo prestigioso Sindaco José Ballesta, già Magnifico rettore dell’Università di Murcia e lo splendido barocco delle sue piazze e della Cattedrale, con l’ottima ospitalità offerta, sarà la culla del Premio della Critica letteraria italiana?
Lattanzio: grande emozione dopo anni di lavoro
Mosca, 7 mag. (askanews) – Concerto al Cremlino e tra i cantanti c’è anche una voce italiana. Si tratta di Luca Lattanzio, di Numana (Ancona) invitato a partecipare al concerto dello scorso 5 maggio. L’artista, attivo da anni in Russia, si dice fiero di aver avuto l’onore di rappresentare l’Italia. Ha cantato la celebre canzone Russa “Katiuscia” sia in italiano che in russo, accompagnato dal celebre coro dell’Armata Rossa e dalla grande orchestra del Cremlino. “Una grande emozione dopo anni di lavoro e studio all’estero” ha detto. “Un momento della mia carriera che ricorderò per sempre” ha aggiunto.
L’esibizione molto applaudita ed apprezzata dal pubblico in sala verrà trasmessa sul primo canale della Tv russa in prima serata davanti a oltre 60 milioni di telespettatori.
Dal 7 al 13 maggio, presso il Teatro Palladium di Roma, si terrà la XIII edizione del Roma Tre Film Festival, tra omaggi ai 50 anni del ’68 e a C’era una volta il West, incontri con grandi personaggi e il doveroso ricordo di Vittorio Taviani, recentemente scomparso, che insieme al fratello, Paolo Taviani, ha realizzato pellicole che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del cinema, capace di influenzare intere generazioni.
Un programma ricco di appuntamenti e riflessioni culturali caratterizza la nuova edizione della rassegna, ideata e diretta da Vito Zagarrio, nata come "Carta bianca Dams", all'interno del Festival romano "Arcipelago", per valorizzare i cortometraggi degli studenti, per poi evolversi gradualmente e conquistare, ormai da tredici anni, un proprio spazio di rilievo, diventando il Festival del cinema dell’Università di Roma Tre. Da manifestazione per gli studenti si è trasformata in un laboratorio aperto a giovani professionisti provenienti dai Dams italiani o dalle scuole di cinema, ma anche ad autori di varie generazioni.
Negli anni il Festival ha monitorato l'immaginario di una generazione, seguito l'irruzione del digitale, tastato il polso di un "cinema espanso", di un’immagine in movimento che, attraverso numerose contaminazioni, ritrova la propria vitalità.
E anche quest’anno la manifestazione si propone come punto di incontro di appassionati di cinema attraverso proiezioni, anteprime e dibattiti alla presenza di studiosi nazionali ed europei, addetti ai lavori, operatori del settore e studenti delle discipline audiovisive.
Placido, Montaldo, Bellocchio, sono solo alcuni dei nomi che contribuiranno a rendere gli appuntamenti della kermesse avvincenti. E poi Giovanna Taviani, Claudio Sestieri, Wilma Labate, tutti illustri rappresentanti della Settima Arte, accompagnati dalla nuova generazione emergente, tra documentario e fiction, come Bellino, Bertozzi e Aiello.
Si parte lunedì 7 maggio alle 20.30 con Il cratere di Luca Bellino e Silvia Luzi, alla presenza dei registi del film e di Luciana Della Fornace. Martedì 8 maggio, il DAMS dell’Università Roma Tre (via Ostiense, 139, aula 1) dedica un omaggio ai 50 anni del ’68 con la proiezione del provocatorio Teorema di Pier Paolo Pasolini, cui seguirà una tavola rotonda a cura di Giacomo Martini con la partecipazione, tra gli altri, di Giacomo Marramao, Enrico Menduni, Stefania Parigi, Wilma Labate, Daniele Vicari, Simone Isola, Paola Dalla Torre, Vito Zagarrio. In serata, alle 20.30, incontro con Michele Placido al Teatro Palladium dove verrà proiettato Il grande sogno per la regia dello stesso attore.
Mercoledì 9 maggio continuano le proiezioni dei film realizzati o prodotti da “Quelli del DAMS” mentre in serata, a partire dalle 20.30, per i 50 anni di ’68, al Teatro Palladium, Giuliano Montaldo, uno dei grandi maestri del cinema, racconta la nascita e i retroscena del film La morte legale: Giuliano Montaldo racconta la genesi del film Sacco e Vanzetti, di Silvia Giulietti e Giotto Barbieri. Dopo quasi cinquant’anni, nel 1971, il regista Giuliano Montaldo realizza un film sul commovente e straziante racconto dei due italiani finiti ingiustamente sulla sedia elettrica, nel penitenziario di Charlestown, che diventa immediatamente un manifesto contro l’intolleranza, l’ingiustizia, la pena di morte, oltre a un grande successo internazionale; la colonna sonora, “Here’s to you”, di Ennio Morricone e Joan Baez è il simbolo della libertà e difesa per i diritti umani. Giovedì 10, giornata dedicata alle proiezioni dei film in concorso (dalle 15.30), come pure quella di venerdì 11, che ha il suo clou, alle 20.30, nell’incontro con Paolo Taviani e la proiezione dell’ultimo film girato insieme al fratello Vittorio, Una questione privata, una storia toccante e struggente, tratta dal romanzo di Beppe Fenoglio. L’omaggio a Vittorio Taviani continuerà la domenica pomeriggio con una master class (h. 18.00) di Giovanna Taviani e la proiezione di estratti da I nostri trent’anni. Generazioni a confronto (2004) e Fughe e approdi (2011) della documentarista, figlia di Vittorio Taviani
Sabato 12 si segnala alle 18.30 una master class su "La fotografia nel cinema di Sergio Leone” a cura di Patrizia Genovesi in collaborazione con Libera Università del Cinema, mentre alle 20.30 Christian Uva e Vito Zagarrio introdurranno la proiezione del capolavoro di Sergio Leone C’era una volta il West, in pellicola grazie alla collaborazione con la Cineteca nazionale. Sarà un’occasione di “cinema- vintage”, in cui il pubblico potrà vedere il film di Leone in 35 millimetri cinemascope. Ospite d’onore Dario Argento, soggettista del film.
Domenica 13 maggio gran finale del Roma Tre Film Festival. Alle 20.30 incontro con il regista Marco Bellocchio, storico interprete del ’68, che proporrà un director’s cut del suo Nel nome del padre.
La manifestazione si concluderà con la premiazione dei vincitori del Concorso Carta Bianca DAMS e l’assegnazione del premio del pubblico, con conseguente proiezione del corto vincitore.
Il Roma Tre Film Festival è realizzato con il patrocinio della Regione Lazio e della Fondazione Roma Tre – Teatro Palladium in collaborazione con Università di Roma Tre, Dipartimento Fil.Co.Spe., DAMS, Centro Produzione Audiovisivi Università Roma Tre, Università di Enna – Kore e Libera Università del Cinema.
Maggiori informazioni al sito: http://romatrefilmfestival.wixsite.com/romatrefilmfestival
Consumare latte per assicurarsi il calcio è come bere acqua salata per estinguere la sete. Più latte e latticini si consumano e più viene sottratto calcio ai muscoli e al sistema scheletrico e a predisporre l’organismo all’osteoporosi; i latticini, infatti, sono sostanze altamente acidificanti e questo costringe l’organismo a sottrarre calcio alle ossa per tamponare l’acidità prodotta. Le statistiche mostrano che più le popolazioni consumano latticini più sono colpite da osteoporosi e da fratture.
Non è la quantità di calcio presente in un alimento ciò che conta ma la quantità che il nostro organismo è in grado di assimilare. Il calcio dei latticini è scarsamente utilizzabile perché reso inorganico dalla bollitura o dalla pastorizzazione. Solo il 30-35% viene utilizzato contro il 40-60% delle verdure. Il mondo vegetale è ricchissimo di calcio (verdure a foglia verde, legumi, semi ecc.) ma soprattutto è privo degli effetti collaterali del latte (che è una specie di discarica di tutti gli inquinanti consumati dall’animale), da quello che mangia ai residui dei medicinali e alle malattie dell’animale. Tra il latte umano e quello vaccino vi è la stessa differenza tra una donna ed una mucca.
Nessuno si sognerebbe di consumare latte di una donna; nessuno darebbe al proprio bambino il latte di una donna che fuma, che si droga, che prende medicinali, ormoni o ammalata; eppure si ritiene logico e salutare dare il latte di una mucca, in catene dalla nascita alla morte, disperata, ammalata. Il calcio noi vegani lo prendiamo dalle stessa fonte dove lo prendono gli animali erbivori e frugivori, cioè dal mondo vegetale. Un quarto della popolazione mondiale non usa bere latte e gode di una salute migliore delle popolazioni che ne fanno uso. Ma la fissazione del calcio richiede la presenza di vitamina D che un’adeguata esposizione giornaliera alla luce sole è in grado di assicurare.
IL CALCIO nei vegetali: (mg/ 100 gr)
Tarassaco: 316
Ruchetta: 309
Soia secca: 257
Fichi secchi: 286
Mandorle: 240
Prezzemolo: 220
Farina di soia: 210
Spinaci: 170
Nocciole secche: 150
Cicoria: 150
Ceci secchi: 142
Fagioli secchi: 135
Pistacchi: 131
Agretti:131
Bieta bollita: 130
Radicchio verde: 115
Crusca di frumento integrale: 110
IL CALCIO nei prodotti animali: (mg/ 100 gr)
Grana: 1169;
Pecorino siciliano: 1162;
Parmigiano: 1159;
Emmental: 1145;
Latte vacca parz. screm.: 1124;
Groviera: 1123;
Latte di vacca, intero: 1050;
Fontina: 870;
Caciocavallo: 860;
Provolone: 720;
Crescenza: 577;
Stracchino: 567;
Scamorza: 512;
Formaggino: 430;
Cacio ricotta: 396;
Ricotta di bufala: 340;
Cioccolato al latte: 262;
Latte di bufala: 198;
Frammenti che orbitano qua e là, individuati, carpiti; li commento e condivido con voi.
La Riflessione!
Langhe shock. Mezzo ettaro di terreno nel Barolo venduto per due milioni di euro. E giù fiumi di parole che hanno invaso i social e la carta stampata. Notizia descritta come “orrore” in un mondo che ci ha abituato da tempo a simili “pazzie”. Ci dimentichiamo i limiti di decenza superati nel mondo della “pelotas”, dei cachet pagati per attori, presentatori televisivi e giornalisti opinionisti. Ci meravigliamo della vendita di un “pezzettino di Barolo” (ancora lontano dai prezzi della Borgogna) e lasciamo passare inosservati gli accordi multimilionari di acquisizioni del Made in Italy sempre meno Italy. E poi Farinetti che esclama :”sono un po’ preoccupato”. Chapeau!
Frammento n. 1
Il mondo del vino in lutto. Ci ha lasciato Leonildo Pieropan
![]() |
Leonildo Pieropan (il gazzettino) |
Viticoltore del Soave, fondatore della FIVI (Federazione italiana Vignaioli Indipendenti). La scomparsa di Leonildo avvenuta alla vigilia del Vinitaly, ha scosso moltissimi produttori e wine lovers che hanno, da sempre, apprezzato l’uomo e i suoi vini. Commovente la menzione di amici e vignaioli che hanno deciso di ricordalo nel suo “mondo”, il padiglione della FIVI.“ Tutti a ricordare Leonildo Pieropan dedicandogli un momento di raccoglimento e silenzio.
Frammento n. 2
Langhe sotto shock
![]() |
Langhe Barolo (foto sfbest.com japan) |
La notizia motivo della mia riflessione. Mezzo ettaro del Cru Cerequio de La Morra ceduto per 2 milioni di euro. I prezzi che circolano in Borgogna sono sempre molto lontani. Basti pensare che i cugini vendono a filari e conseguentemente un ettaro oscilla tra i 7 e 8 milioni di euro. Quindi “avanti Savoia”( per l’origine del barolo nelle langhe), ci sono “margini di crescita” (o lievitazione). La notizia è stata commentata da Oscar Farinetti nel totale “no comment” dei grandi produttori come Gaja, Chiarlo, Voerzio, Damilano e altri. Il nostro guru di Eataly ha detto:” In realtà sono un po’ preoccupato. Temo l’effetto bolla, ci vuole equilibrio. Non si può andare oltre certi limiti”. E se lo dice lui c’è da crederci. (Sic!)
Frammento n. 3
Cambiamenti climatici. Finalmente se ne parla.
![]() |
Bodega Colomé 3.150 mt nel Salta (Argentina) foto aziendale |
Finalmente se ne parla attribuendo al fenomeno nomi maggiormente identificativi. Il cambiamento climatico permette alla vite di “sfondare quota 50” (cinquantesimo parallelo sia nord che sud considerato limite invalicabile). A dire il vero gli antichi Romani, nell’espandere l’Impero, arrivarono a coltivare la vite a ridosso del Vallo Adriano. Ma venne considerata impresa al limite con risultati altamente scadenti. Oggi la produzione di chardonnay e pinot noir in Inghilterra è significativa per la produzione degli sparkling (spumanti). Non solo latitudini ma anche altezze. L’asticella si è alzata: dai tradizionali 800 mt (limite ritenuto insuperabile) agli attuali 1.200/1.300 mt slm (di media con picchi fino a 2.200 metri).
Finalmente se ne è parlato ufficialmente al Convegno dell’Alleanza delle Cooperative tenutosi a Roma alla fine del mese di Marzo. Il meteorologo Luca Mercalli ha precisato:” siamo nella situazione in cui un vigneto trova le stesse condizioni di un secolo fa a circa 250 metri più in alto e a 200 chilometri più a nord”. Da diversi anni, nei miei incontri, lezioni, parlo di cambiamento e che le “fasce climatiche” non esistono più, superate dal concetto Terroir. In tal senso possiamo giustificare quanto avviene in Argentina, nello Stato Salta, dove il vitigno a bacca nera Malbech viene allevato a ben 3.150 metri di altezza (Fazenda La Caloma).
Frammento n. 4
Adotta un filare.
Non è proprio una novità ma comunque fa sempre scalpore, notizia. Ultimamente è accaduto ad opera di una giovane vignaiola piemontese nella Langa Barolo, Sara Vezza a Monforte d’Alba. L’adozione di
![]() |
Filari d'uva numerati |
un filare in una vigna, secondo Sara, rappresenta la salvaguardia dell paesaggio vitivinicolo (insomma) e garantisce la sopravvivenza dei piccoli produttori (ecco, ci siamo. Attestato di adozione con relativo bonifico). Il tutto ammantato dalla finalità di creare degli itinerari turistici e culturali. Sì perché nell’adozione è compresa la visita alla cantina, partecipare alle varie fasi sia in vigna che altrove fino alla degustazione dei vini. Insomma, sono nati i “benefattori del vino”.
![]() |
Durello metodo classico |
Frammento n. 5
Il Durello anche con Metodo Classico
Svolta storica: dal metodo charmat (grandi recipienti) al metodo classico (rifermentazione in bottiglia). Lo spumante dei Monti Lessini cresce ed aspira a ricoprire posizioni di eccellenza. Per aiutare il consumatore nella scelta, in etichetta, sarà ben evidenziato “Lessini Durello” a significare Metodo Charmat e “Monti Lessini” a significare Metodo Classico. La quinta DOC spumantistica italiana che ha superato 1.000.000 di bottiglie. Esigenza di fare chiarezza in questa evoluzione di eccellenza.
Frammento n. 6
La Street Art Romana ispira i Cocktail
Alessandro Antonelli, barman dello Sky Stars Bar dell’A.Roma Lifestyle Hotel, ha presentato, alcune sere fa, sette drinks ispirati da sette murales della Città di Roma. Gli abbinamenti:
![]() |
Cecafumo - foto autorizzata C. Dutto |
Inutile ribadire il successo dell’iniziativa. Christian Marazziti,regista di turno:”il connubio tra arte di strada e cocktail l’ho trovato originale, geniale”. Un evento davvero al di fuori delle serate classiche romane. Comunque la si pensi sorseggiare un cocktail dal panoramico Sky Stars Bar con la incantevole vista dall’alto della città di Roma non ha prezzo! (Fonte: Uff.St. Carlo Dutto)
Osservo, scruto, assaggio e…penso.
![]() |
(Foto di Democracy Now) |
29.04.2018 - Credo che la “Dichiarazione di Panmunjom per la pace, la prosperità e l’unificazione della Penisola Coreana” (https://www.pressenza.com/it/2018/04/dichiarazione-panmunjom-la-pace-la-prosperita-lunificazione-della-penisola-coreana/) scaturita dallo storico summit fra le due Coree meriti alcune riflessioni ulteriori, oltre la pioggia di commenti che vi è stata. Intanto dissolve una minaccia che è stata agitata per quasi 30 anni, ed ha prodotto l’effetto esattamente contrario a quello che si diceva di volere.
Personalmente ho sempre ripetuto e argomentato da un anno a questa parte la convinzione:
Mi soffermerò solo su qualche punto che, se pure è stato considerato nei tanti commenti, merita una riflessione più specifica.
Che cosa implica la denuclearizzazione?
Penso che l’aspetto che più ha richiamato l’attenzione del pubblico sia quello della “denuclearizzazione”: il modo in cui esso viene impostato merita un commento approfondito, perché chi non segua da vicino questi problemi può non cogliere alcuni punti fondamentali .
In primo luogo si deve osservare che non si parla di smantellamento dell’arsenale nucleare di Pyongyang, di “denuclearizzazione della Corea del Nord”, come era richiesto finora come condizione dagli Stati Uniti. Si parla invece dell’«obiettivo comune di realizzare, attraverso la completa denuclearizzazione, una Penisola Coreana libera da armi nucleari» (the common goal of realising, through complete denuclerization, a nuclear-free Korean Peninsula). Questo è un obiettivo ben diverso e di portata molto maggiore, e non solo per la penisola coreana. Non è solo Pyongyang, infatti, ad avere introdotto le armi nucleari nella penisola: gli Stati Uniti inviano regolarmente aerei e navi con capacità nucleari verso la Corea del Sud per esercitazioni militari. È un aspetto che parla direttamente anche a noi, che ospitiamo tra le 40 e le 70 testate termonucleari statunitensi, e abbiamo 11 porti che ospitano visite di navi a propulsione nucleare, che dai primi anni Novanta non dovrebbero più trasportare bombe nucleari, ma non possiamo averne la certezza in caso di crisi internazionali, come per esempio l’attacco alla Libia.
La questione poi delle Nuclear Free Zones[1] è di scottante attualità perché richiama direttamente la regione nella parte opposta del continente asiatico – il Medio Oriente – dove minaccia di riesplodere la crisi riferita all’Iran, con la prospettiva sempre più concreta che Trump non certifichi nuovamente in maggio l’accordo sul nucleare JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) del luglio 2015. In questa regione sono in ballo l’arsenale di Israele e le testate termonucleari statunitensi schierate in Turchia. Vale la pena richiamare alcuni fatti che forse non molti hanno presenti. In primo luogo la “Dichiarazione di Teheran” sottoscritta il 21 ottobre 2003 da Francia, Germania e Gran Bretagna con l’Iran, a fronte dell’impegno di Teheran di sviluppare solo tecnologia nucleare civile: la UE si impegnava a cooperare per la realizzazione di una “Zona Libera da Armi di Distruzione di Massa in Medio Oriente”[2]. Senza contare quello che era stato praticamente l’unico risultato positivo nel fallimento della VIIa Conferenza di Revisione del TNP del maggio 2005, l’impegno a convocare per il 2012 una Conferenza Internazionale per rendere il Medio Oriente «Zona Libera da Armi Nucleari e di Distruzione di Massa», con esplicito riferimento (per la prima volta) all’arsenale nucleare di Israele, e l’invito esplicito ad aderire al tnp e ad accettare le ispezioni della iaea. Israele, dopo avere esercitato pressioni fortissime sugli usa, reagì in modo furioso, dichiarando che mai avrebbe partecipato a questa conferenza[3], che poi di fatto non fu mai convocata. Insomma, promesse di marinaio!
La Dichiarazione di Panmunjom parla quindi anche di altri problemi e indica la strada di possibili soluzioni. Ed propone anche un percorso concreto, con l’affermazione che “La Corea del Sud e del Nord hanno concordato di cercare attivamente il sostegno e la cooperazione della comunità internazionale per la denuclearizzazione della Penisola Coreana”.
Questa è la vera posta in gioco. L’impegno della chiusura del centro nucleare di Punggye-ri nel nordest del Paese, dove sono stati condotti i sei test nucleari, sarà probabilmente un segnale positivo, d’immagine, ma certamente non risolutivo.
Quale “pace” e “sicurezza”?
È già stato ampiamente sottolineata l’importanza storica dell’obiettivo di concludere finalmente, a distanza di 65 anni dalla Guerra di Corea (1950-1953), un Trattato di Pace. Così come l’intenzione di “stabilire un permanente e solido regime di pace nella Penisola Coreana”, che però dovrà affrontare e risolvere alcuni nodi cruciali e complessi. In primo luogo la presenza in Corea del Sud di circa 25.000 soldati statunitensi. Per non parlare delle esercitazioni militari che si svolgono periodicamente nelle acque limitrofe alla Corea del Nord, e che non danno certamente un segnale di “sicurezza”.
Queste brevi considerazioni rafforzano l’importanza storica dell’incontro di Panmunjom.
[1] Esistono attualmente quattro trattati che contemplano divieti in parte diversi, ma come minimo proibiscono lo schieramento, la sperimentazione, l’uso e lo sviluppo di armi nucleari all’interno di una particolare regione geografica: Trattato per la Proibizione di Armi Nucleari In America Latina e nei Caraibi (Trattato di Tlatelolco, 1985); Trattato per la Zona Libera da Armi Nucleari del Pacifico del Sud (Trattato di Rarotonga, 1985; la Nuova Zelanda ha un’ulteriore legislazione interna che vieta l’ingresso nei suoi porti di imbarcazioni a propulsione nucleare, o che portino armi nucleari, che non è invece vietato dal trattato di Rarotonga: questa norma ha creato problemi con gli Stati Uniti); Trattato per la Zona Libera da Armi Nucleari del Sud Est Asiatico (Trattato di Bangkok, 1995); Trattato per la Zona Libera da Armi Nucleari dell’Africa (Trattato di Pelindaba, 1996). Vi sono poi altri trattati che vietano specificamente esplosioni nucleari di qualsiasi tipo e lo smaltimento di scorie radioattive: il Trattato sull’Antartide (1959), il Trattato sullo Spazio Esterno (1967), e il Trattato sui Fondi Marini (1971).
[2] Ma un voluminoso documento della UE del 5 dicembre 2005 (http://ue.eu.int/uedocs/cmsUpload/st14520.en05.pdf) sulle strategie contro la proliferazione di armi di distruzione di massa, pur premettendo un riferimento ai tre pilastri del TNP (non-proliferazione, disarmo e usi pacifici), non faceva poi più alcun riferimento agli obblighi di disarmo nucleare nel corpo del documento e nelle azioni e i finanziamenti che proponeva! Evidentemente la UE ha un grosso problema interno costituito dagli arsenali e dai progetti nucleari della Francia e della Gran Bretagna. Ma – come per molti altri aspetti dei rapporti internazionali – avrebbe un grosso peso una decisione dell’Europa di procedere al disarmo nucleare: una decisione unilaterale in questo senso, concordata possibilmente con altri Stati nucleari, metterebbe nell’angolo anche gli Stati Uniti e renderebbe per loro assai problematico proseguire da soli sulle linee attuali.
[3] Sulla pervicace ambiguità mantenuta da Israele sul proprio arsenale nucleare v. ad es. A. Cohen, Israel’s Nuclear Future: Iran, Opacity and the Vision of Global Zero, in C. McArdle Kelleher, J.V. Reppy (eds), Getting to Zero, Stanford University Press, Palo Alto, 2010.
Per gentile concessione dell'agenzia di stampa Pressenza
Leggiamo in un articolo pubblicato nel sito PRI di Mineapolis ( USA.), che Lee Johnson, un abitante di Vallejo (California) di 46 anni, nel 2014 manifestò una grave eruzione della pelle, due anni dopo aver iniziato a usare il Roundup nell’ambito del suo lavoro di manutenzione nel comprensorio scolastico di Benicia. “Lesse le scritte sul contenitore”, ha detto il suo avvocato Timothy Litzenburg , "e seguì tutte le istruzioni di sicurezza prescritte dalla Monsanto".
L’eruzione si trasformò in una forma invasiva di linfoma no Hodgkin, un cancro del sistema linfatico. I medici non dettero a Johnson più di sei mesi di vita; aveva moglie e due figli. La sua è una delle 2.400 cause proposte contro la Monsanto dalle vittime del cancro dinnanzi alle corti di tutto il paese; la causa di Johnson sarà la prima a essere discussa in giudizio.
Tutte le vittime chiedono l’accertamento della responsabilità della Monsanto, sostenendo che è stato il glifosato –sostanza attiva compresa nell’elenco dei componenti del popolare erbicida Rondup - a causare il linfoma no Hodgkin.
"Circa la metà dei casi [per quanto riguarda il nostro studio] si riferiscono a soggetti che hanno usato il Roundup in comprensori scolastici o in parchi mentre gli altri riguardano soggetti che ne hanno fatto un uso domestico", dice Litzenburg. Un altro studio legale, che rappresenta 600 ricorrenti, afferma che i suoi clienti sono per il 60 per cento consumatori domestici di glifosato, per il 10 per cento incaricati della manutenzione di parchi e scuole e per il 30 per cento proprietari di orti e agricoltori.
I ricorrenti chiedono nelle corti di giustizia risarcimenti che potrebbero ammontare a migliaia di milioni di dollari, tali da azzerare i 2,8 mila milioni di dollari che la Monsanto spera di ricavare dal Rondup solo in quest’anno. Con più di 276 milioni di libbre di glifosato utilizzati in fattorie, negozi, scuole, parchi e ambienti domestici in tutto il mondo, la posta in gioco è ingente.
Dall’esito delle cause si vedrà se dai tribunali sarà possibile ottenere quello che le autorità regolatrici degli Stati Uniti non assicurano: controllo o responsabilità riguardo all’uso del glifosato, un agente chimico che i competenti organi internazionali in ambito ONU hanno considerato un probabile agente cancerogeno.
All’inizio di questo mese, a San Francisco, il giudice federale Vince Chhabria ha iniziato un processo volto a stabilire se gli scienziati che conducono queste ricerche stiano utilizzando metodi affidabili per giungere alle loro conclusioni, nonché a verificare la possibilità di chiamarli a testimoniare nei prossimi giudizi federali.
Le 2.000 cause pendenti dinnanzi alle corti degli stati non sono soggette alla decisione pregiudiziale di Chhabria e la prima causa, quella di Johnson, avrà inizio nel mese di giugno.
Per decidere riguardo all’attendibilità degli scienziati e della pratica scientifica, Chhabria ascolterà i 10 avvocati esperti nella materia presentati dai ricorrenti e dalla Monsanto in udienze probatorie. A Daubert la chiamano “Settimana della scienza”; le udienze saranno una sorta di corso intensivo riguardo al modo in cui gli esperti di livello mondiale procedono a una valutazione del rischio di cancro.
“A Daubert il giudice ha impiegato un’intera udienza per stabilire se debbano o meno essere presentate alla giuria prove non in corso di validità”, ha dichiarato il Dr. Steven N. Goodman, un osservatore esterno titolare della cattedra di epidemiologia, sanità, ricerca e politica nella Facoltà di Medicina di Stanford. Il Dr.Goodman è stato anche docente in corsi di pratica forense a Daubert.
Le udienze di Daubert consentono a entrambe le parti di presentare evidenze scientifiche e, nella maggior parte dei casi, gli avvocati presentano dati scientifici e ricerche a sostegno delle loro tesi. Gli scienziati che hanno testimoniato in aula sotto giuramento erano esperti in tossicologia, sperimentazioni su animali, biostatistica de epidemiologia, tutte discipline coinvolte nella valutazione del rischio di cancro.
Le udienze hanno visto per la prima volta scienziati della Monsanto a confronto in tribunale con tre dei migliori scienziati che hanno lavorato per l’ IARC (International Agency for Research on Cancer), l’Agenzia ONU che nel 2015 ha individuato il glifosato quale probabile agente cancerogeno. E’ stata anche la prima volta che tre scienziati dell’ONU hanno illustrato nel dettaglio i dati e le analisi a sostegno di tale decisione.
Testimoniando a favore dei ricorrenti, il Dr. Charles William Jameson, un esperto in tossicologia animale dell’Istituto Nazionale del Cancro ormai in pensione, ha spiegato come gli scienziati lavorano in gruppo per considerare la totalità delle evidenze pubblicate in studi revisionati inter pares. In primo luogo gli studi sugli animali. Se gli esperimenti sui roditori mostrano evidenza di carcinogenesi, gli scienziati passano alla sperimentazione sulla popolazione umana per verificare se gli essere umani nella realtà - a livelli di esposizione reali – ne risultano ugualmente soggetti.
Jameson ha dichiarato alla corte che l’IARC ha potuto disporre di quella che lui stesso ha definito una “quantità straordinariamente alta di risultati di studi su animali” riguardanti il glifosato e che tali studi hanno dimostrato costantemente che il glifosato provoca il cancro.
Dopo aver elencato una dozzina di studi che dimostrano la replicazione di differenti tipi di cancro in topi e ratti, Jameson ha concluso: “E’ mia opinione che l’esposizione al glifosato non solo può causare linfomi no Hodgkin [negli umani], ma lo sta effettivamente già facendo con l’esposizione ai livelli attuali”. Oltre agli esperti presentati come testi dai ricorrenti, il Dr. Chadi Nabhan, oncologo e direttore sanitario del Cardinal Health di Chicago, ha sottolineato la tradizionale prudenza dell’IARC nella sua storia di individuazione degli agenti cancerogeni.
In primo luogo, dice Nabhan, l’IARC è restio a procedere a delle verifiche. “Per ottenere l’interesse dell’IARC devi dimostrare che c’è una sufficiente esposizione umana e che disponi di dati sufficienti sugli animali”. Riferisce che nei 53 anni di storia dell’IARC, l’Agenzia ha analizzato 1.003 componenti e ha riscontrato che solo il 20 per cento di questi sono cancerogeni o probabili cancerogeni.
“Credo fermamente nelle conclusioni dell’IARC, e questo fa realmente una gran differenza per noi medici”, ha detto Nabhan, aggiungendo che raccomanda ai suoi pazienti di non usare Roundup e glifosato. “Questi sono fattori di rischio modificabili”, ha dichiarato.
La Monsanto ha reagito con forza alla falla aperta dall’IARC, investendo milioni di dollari in una vasta campagna volta a discreditare questi scienziati nonché la stessa IARC, qualificando la sua metodologia come “scienza spazzatura”.
Gli esperti della Monsanto, specializzati in biostatistica, medicina veterinaria e cancro della prostata, hanno contestato la validità dei dati e degli studi presentati dai ricorrenti e hanno presentato le loro controdeduzioni sui dati stessi nonché ricerche di segno opposto.
L’esperto in studi animali Dr. Thomas Rosol, professore di medicina veterinaria presso l’Università dell’Ohio, ha contestato il concetto scientifico largamente accettato di plausibilità biologica, secondo cui una sostanza che si scopre essere cancerogena sui topi dovrebbe esserlo anche sugli esseri umani, citando ad esempio un nuovo farmaco che induce il cancro nei topi ma non negli umani.
La Dott.ssa Lorelei Mucci, professore associato ad Harvard la cui ricerca è centrata sul cancro della prostata, si è basata in larga misura su un documento del 2017 che ha riportato i risultati di uno studio a largo raggio su 90.000 consumatori di pesticidi commerciali, agricoltori e coniugi di contadini dello Iowa e Carolina del Nord, non rilevando alcuna relazione tra l’esposizione al glifosato e il cancro. Gli esperti in epidemiologia dei ricorrenti, in risposta, hanno evidenziato gli errori contenuti in questo studio, riportando per contro numerosi studi che hanno dimostrato una correlazione tra il glifosato e un accresciuto rischio di contrarre un linfoma no Hodgkin.
Questa sorta di tira e molla, in cui ogni parte in causa presenta dati a supporto della propria tesi, è comune nelle udienze di Daubert, osserva il Dr. Goodman dell’Università di Stanford. ”E’ molto difficile per un giudice capire nel contesto avverso quali critiche siano legittime e quali no”, ha detto, “e poi capita spesso che le discordanze o le incertezze minori vengano accentuate per falsare i risultati”.
Aggiunge che, sebbene gli scienziati siano in condizione di “distinguere chiaramente tra le differenze scientifiche ragionevoli e quelle irragionevoli”, i giudici spesso non lo sono. Però, avverte, il compito del giudice in queste udienze non è decidere il caso in sé, bensì assicurare che la giuria ascolti degli esperti che soddisfino determinati standard professionali.
Quello che è successo dopo.
Alla fine della Settimana della Scienza, Chhabria ha condiviso quello che aveva appreso, sia nella sua prima udienza a Daubert che nel corso accelerato per la valutazione del rischio di cancro. Una settimana dopo, Chhabria ha invitato due degli esperti dei ricorrenti a ripresentarsi per un nuovo interrogatorio. Sebbene ritenesse scientificamente provato che il glifosato causa il cancro negli animali, le conclusioni epidemiologiche non gli apparivano altrettanto chiare.
“L’aspetto per me più importante è che l’epidemiologia è una scienza pigra e altamente soggettiva”, ha detto Chhabria, aggiungendo di aver trovato che le prove dello studio sulla salute della popolazione prodotte dagli istanti erano “abbastanza scarse”.
Ha detto Chhabria: “Mi è difficile capire come un epidemiologo possa concludere… che il glifosato sta effettivamente causando un linfoma no Hodgkin negli esseri umani… Però mi chiedo ugualmente se qualcuno potrebbe legittimamente concludere che il glifosato non sta causando un linfoma no Hodgkin negli essere umani”.
Quali che fossero le sue convinzioni di giudice, Chhabria ha dichiarato che esulavano dalla sua competenza nell’udienza di Daubert. “Il mio compito è decidere se le opinioni espresse dagli esperti dei ricorrenti rientrino nell’ambito della ragionevolezza”, ha detto Chhabria. “E i tribunali ci dicono che perfino un’opinione debole può essere ammissibile poiché… questo esperto sarà sottoposto a interrogatorio. E la giuria potrà ascoltare tutte le argomentazioni e decidere chi ha torto e chi ha ragione”.
L’epidemiologia, ha spiegato, “è lo strumento di cui disponiamo per individuare segnali a livello di popolazione. E quando un segnale risulta essere qualcosa come un linfoma no Hodgkin, esiste una ragione di interesse pubblico per cui dobbiamo cercare i fattori scatenanti o cause di questo tipo di epidemiologia”. Ricardo Salvador, scienziato senior e direttore del Programma alimentare e ambientale dell’Unione degli Scienziati Preoccupati (UCS), ha detto che è difficile per un non scienziato valutare la validità degli studi epidemiologici. “Credo che l’epidemiologia soddisfi standard che non può soddisfare in quanto scienza di osservazione”, ha detto un appartenente a Civil Eats. “La precisione delle misurazioni non potrà mai essere quella degli studi controllati e delle analisi di laboratorio”.
Secondo Goodman della Stanford, le udienze di Daubert richiedono che un giudice sia disposto a fare “molta lettura e molto lavoro fuori dell’aula di tribunale”. Dato che gran parte di quello che si dice in tribunale è anche parte delle argomentazioni, “gli avvocati possono sempre fare in modo che le piccole divergenze sembrino grandi, e le grandi sembrino invece piccole”.
Per esempio, alla fine della discussione orale gli avvocati della Monsanto hanno riepilogato il dibattimento contestando che gli esperti dei ricorrenti non avevano utilizzato in alcuno dei calcoli l’aggiustamento in base all’“odds ratio” [rapporto incrociato?]. Gli avvocati dei ricorrenti hanno replicato a loro volta citando i punti precisi in cui i propri esperti avevano utilizzato la metodologia corretta.
Questa tattica difensiva, secondo Goodman, è una delle più usate nelle udienze di Daubert. “Se un giudice non sta ancorato a qualcosa di esterno a quanto ascolta nell’aula di tribunale”, ha detto, “sarà per lui molto difficile accorgersi che cercano di gettargli sabbia negli occhi”. “E in effetti è molto, molto difficile”.
Intanto Michael Baum, difensore di alcuni ricorrenti, ha detto che i documenti della Monsanto – e-mail e note interne recepite dalla Monsanto come parte integrante del processo nel tentativo di discreditare l’IARC e la dottrina dominante - erano già stati usati in altre parti del mondo.
“E’ come nel Mago di Oz”, ha dichiarato Baum, “quando cala il sipario e mandiamo tutte queste prove agli organi decisionali della UE, ai legislatori e alle autorità regolatrici, questi cominciano ad accorgersi che sono stati ingannati. E cominciano ad adottare decisioni diverse.”
Nella UE si è votato nel 2017 per limitare il rinnovo dell’autorizzazione all’uso del glifosato per un periodo di cinque anni e molti paesi europei hanno annunciato piani per ridurre tale periodo a tre anni. Baum ha aggiunto che paesi come la Francia, l’Italia e l’Austria hanno dichiarato di non sperare di vietare l’uso del glifosato entro tre o cinque anni, ma di essere pronti a procedere non appena ci sarà un’alternativa praticabile.
Salvador avverte che le cose funzionano in modo diverso negli Stati Uniti. In Europa vige il principio di precauzione, per cui l’interesse pubblico, il benessere pubblico e la salute sono prioritari. “Negli Stati Uniti, sono prioritari gli interessi dell’industria e il suo diritto a conseguire profitti, punto di vista molto conveniente per coloro che traggono vantaggio economico dalla dispersione di prodotti chimici nell’ambiente”.
La settimana scorsa Chhabria ha programmato due udienze di monitoraggio il 4 e il 6 aprile per un interrogatorio più approfondito di due degli esperti di parte ricorrente riguardo alle conclusioni epidemiologiche. Si spera che a maggio decida riguardo alle prove scientifiche ammissibili e agli esperti escutibili. Intanto, le cause contro la Monsanto nei tribunali degli stati avranno inizio a giugno.
Zero Biocidas
Traduzione di Maria Grazia Cappugi
Per tanti anni, terminato il Vinitaly, promesse a fiumi mai mantenute. Viabilità, telefonia e connessioni, ubriachi a non finire e “operatori furbetti” che, già dalle prime ore del Mercoledì, ultimo giorno di Fiera, smontano lo stand e…via, insensibili verso chi ha pagato profumatamente il biglietto d’ingresso (€ 80,00)!
Da due anni, devo dire, che qualcosa è cambiato e molto sta cambiando. Le connessioni sono migliorate, gli ubriachi sono stati diluiti tra la Fiera e le vie della città, gli operatori furbetti hanno posticipato alle prime ore del pomeriggio la “fuga”. Ancora nota dolente la viabilità e gli accessi ai parcheggi.
Maurizio Danese, presidente di Verona Fiere e Federico Sboarina, Sindaco di Verona, hanno promesso interventi sostanziali su nuove aree di sosta, gallerie mercatali e un “Central Park”, tra la Stazione ferroviaria e la Fiera. Elementi innovativi che dovrebbero incidere sulla Manifestazione edizione 2019.
Felici di registrare queste innovazioni che ricadranno positivamente nel contesto generale mi chiedo:” lo studio viario per raggiungere le aree di sosta e uscirne in tempi accettabili? Aree all’esterno della città collegate con servizio navetta decente e non all’indiana non sono pensabili?”
![]() |
Vinitaly in città (Verona Wine Lover-VeronaFiere) |
Auspicabili certamente.
Pazienza, ci vuole pazienza. Del resto “Il Vinitaly racconta la passione del vino. E, ne sono certo, adesso ci sono nuove generazioni che lo faranno per altri 50 anni”. Parola di Maurizio Danese. Vale a dire:”largo ai giovani, ci penseranno loro”.
Veniamo a quelle che ho registrato come “pillole di eccellenza” per l’edizione 2018.
Sicuramente in testa ai sondaggi nel pubblico degli appassionati è stato Vinitaly and the City.
Verona si è aperta ed ha accolto migliaia di eno-appassionati in una invasione che ha reso la tranquilla città scaligera compartecipe della Grande Festa del Vino.
Vino, musica e arte uniti in scenari fantastici. La Fiera e la Città: un tutt’uno.
Circa 40.000 appassionati coinvolti nelle iniziative fuori dal quartiere fieristico in modo da controllare meglio le presenze dei visitatori nei padiglioni espositivi. Non solo. Diminuendo in parte gli appassionati ne hanno beneficiato gli incontri con i buyer in questa edizione. Volti nuovi, qualificati, selezionati, invitati da Veronafiere attraverso la propria rete presente in tutto il mondo. 1.000 nuovi professionisti che hanno partecipato alle iniziative dei Consorzi e ai grandi tasting come La magia delle vigne vecchie presentate dalle Donne del Vino, 30 anni di Amarone a Vinitaly dell’Azienda Masi, il confronto dei territori di Bolgheri e Pessac-Léognan (Bordeaux), i Cinque Terroirs del Barolo e Barbaresco raccontati dalle Cantine Ceretto e i 15 vini provenienti dal Mondo curati dell’enologo Riccardo Cotarella. Senza dimenticare i numerosi tasting effettuati da molte aziende che
![]() |
interno vinitaly (foto VeronaFiere) |
hanno di fatto occupato le agende degli addetti ai lavori.
In extrema ratio: Quartiere fieristico dedicato al business e Vinitaly and the City ai wine lovers.
Attenzione però a non estremizzare. Il rapporto produttore e consumatore è da salvaguardare. Lo ha dimostrato il successo di presenze fuori da ogni previsione delle aree FIVI, Vi.Vit e dei Consorzi delle Strade del Vino.
Quest’ultime veicolo, trade-union del turismo vitivinicolo che svolge un ruolo importantissimo nella quotidianità delle aziende.
Chiudo questa personale riflessione registrando, ahimè, una verità tutta italiana e ricordata dal Presidente Maurizio Danese all’apertura della Edizione 2018:” Per il vino italiano ci sono molte opportunità inesplorate. Se vogliamo cogliere queste occasioni e diversificare realmente i mercati, è necessario essere presenti come sistema Italia e non con individualità”.
![]() |
degustazione (VeronaFiere) |
Tra i “prodotti” mediorientali degli sviluppi geopolitici successivi al crollo dell'Unione Sovietica c'è la Turchia, aspirante membro dell'Unione Europea, ma anche pilastro dell'Alleanza atlantica (NATO): in Siria, Ankara raccoglie i frutti del suo pragmatismo politico dell'ultimo trentennio
Lo scorso 21 aprile, in un'intervista alla rete privata NTV, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha dichiarato che la principale minaccia per la Turchia sono i partner strategici, criticando gli Stati Uniti e i loro alleati per il loro sostegno ai curdi delle Unità di difesa popolare (YPG) nella guerra contro i cartelli del jihad del cosiddetto Stato islamico (IS). “Noi (turchi) non possiamo comprare armi dagli USA con il nostro denaro”, ha lamentato Erdoğan, “e purtroppo gli USA e le forze della coalizione danno gratuitamente queste armi, queste munizioni a organizzazioni terroristiche”. Quindi, ha accusato direttamente “i paesi occidentali” di strumentalizzare i terroristi dell'IS per sostenere “organizzazioni terroriste separatiste” curde. Dopo il suo commento ostentatamente equilibrato agli attacchi di USA, Francia e Gran Bretagna contro presunti siti di produzione e stoccaggio di armi chimiche in Siria, il presidente turco ha dunque marcato nuovamente le differenze tra Ankara e Washington: questa volta con il pretesto che dopo aver proposto all'ex presidente USA Barack Obama una collaborazione nella lotta contro il terrorismo, la Turchia è stata costretta ad affrontare questa guerra da sola, a causa della tattica temporeggiatrice degli Stati Uniti. Un riferimento all'operazione Ramo d'ulivo, lanciata da Ankara il 20 gennaio scorso: alcune regioni nella Siria settentrionale, tra le quali Afrin, ha precisato Erdoğan, sono state già “pulite” dalla presenza dei “terroristi”.
Per il presidente turco, la parola “terroristi” indica principalmente le YPG curde, che fanno riferimento al Partito dell'unione democratica (PYD), vicino al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Questo partito è ufficialmente ritenuto organizzazione terroristica anche dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea, che nondimeno hanno sostenuto le YPG nella guerra contro i cartelli del jihad. Contraddizioni simili hanno permesso alla Turchia di imporsi come attore protagonista nello scacchiere mediorientale, al punto tale da poter agire in piena autonomia da tutti gli altri attori regionali e mondiali. Questo è stato infatti il tono del ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu, la scorsa settimana, quando ha affermato che contrariamente alle aspettative del presidente francese Emmanuel Macron, il lancio di missili in Siria non è riuscito a “separare” la Turchia dal suo alleato russo. “Possiamo pensarla diversamente”, ha spiegato Çavuşoğlu, “ma le nostre relazioni con la Russia sono troppo solide per essere interrotte dal presidente francese”, anche se “non sono un'alternativa” a quelle con la NATO. Ankara conduce quindi una politica “conforme ai suoi interessi”, come ha puntualizzato il portavoce del governo turco, il vice primo ministro Bekir Bozdağ, senza schierarsi “pro o contro un paese”.
Sulla stessa linea si è espresso il 22 aprile il ministero degli Esteri turco a proposito dell'ultimo Rapporto sui diritti umani del Dipartimento di Stato USA. Il rapporto “privilegia i punti di vista di fonti legate ai terroristi”, “ignora i fatti” ed è “fondato su una considerazione distorta della responsabilità”, perché dà credito alle accuse di “circoli legati ai terroristi”. Esso inoltre ignora la lotta che la Turchia sta conducendo “contro il gruppo terrorista radicale FETÖ”, acronimo di Fetullahist Terrorist Organization, etichetta con cui le autorità turche bollano i sostenitori veri e presunti del predicatore islamico in esilio negli USA Fethullah Gülen. In proposito, il ministero degli esteri turco ha commentato che “non è una coincidenza che un simile rapporto, che riporta le parole di gruppi legati al terrorismo e descrive la lotta contro il terrorismo come un conflitto interno, è scritto in un paese dove vive il capo di FETÖ”. Sarà interessante ora osservare l'atteggiamento di Çavuşoğlu alla prossima riunione dell'Assemblea Generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) a New York, prevista per il 24 e 25 aprile, sul tema della pace.
Erdoğan è riuscito quindi a instaurare relazioni con tutte le parti coinvolte nel conflitto siriano i cui interessi siano compatibili, almeno in una certa misura, con quelli della Turchia. Anche al di fuori del complesso quadro mediorientale, Ankara si dice pronta ai negoziati per aderire all'Unione Europea, ma reagisce duramente a qualsiasi tentativo da parte di Bruxelles o di singoli paesi europei di mettere in dubbio i metodi autoritari delle autorità turche. Inoltre, dopo quasi due anni di tensioni con la Grecia, a seguito della decisione di Atene di concedere l'asilo agli ufficiali turchi fuggiti dopo il tentativo di colpo di Stato del luglio 2016, Erdoğan ha affermato la necessità di una “pace”, apprezzando la volontà del primo ministro greco Alexis Tsipras di “voltare pagina”.
A questa “versatilità” in politica estera, corrispondono, sul fronte interno, l'impazienza di applicare la riforma costituzionale (approvata da un'esigua maggioranza al referendum del 2017) e la volontà di dare al nuovo sistema presidenziale una connotazione di massa. Per questo, consumata la rottura con l'antico alleato Gülen, Erdoğan cerca i consensi del tradizionale elettorato islamico (in buona parte conquistato proprio grazie a Gülen), pur mantenendo una solida alleanza con il Partito del movimento nazionalista (MHP) di Devlet Bahçeli. È a quest'ultimo che tende la mano quando, ad esempio, si scaglia contro USA e UE, perché i suoi voti potrebbero essere decisivi in vista delle prossime elezioni legislative e presidenziali. Una delle ragioni principali per cui il presidente turco ha voluto anticiparle al prossimo 24 giugno (erano previste per novembre 2019), su suggerimento di Bahçeli, è il rischio rappresentato da Meral Akşener, ex esponente dell'MHP che ha rotto con il partito e con Bahçeli a causa dell'atteggiamento di quest'ultimo, giudicato troppo compiacente nei confronti di Erdoğan. Soprannominata “la signora di ferro”, la Akşener ha fondato il Partito del bene (25 ottobre 2017), per proporre una forma di nazionalismo laico, critico nei confronti dell'islamizzazione della Turchia, ma anche della repressione scatenata da Erdoğan dopo il tentativo di colpo di Stato. Secondo le leggi turche, i partiti che non abbiano tenuto almeno un congresso nei sei mesi precedenti non possono partecipare alle elezioni: anticipando la data di queste ultime, la Akşener potrebbe essere esclusa dalla competizione.
Una scelta che è costata al presidente turco non poche critiche da parte delle opposizioni, che si sommano alle perplessità espresse dall'ONU a proposito della proroga (per la settima volta) dello stato di emergenza in Turchia. In proposito, Erdoğan ha chiarito che “lo stato di emergenza colpisce solo i terroristi”, quindi è una forma di tutela. Quanto alle elezioni, ha specificato che tutti i partiti potranno condurre la loro campagna con maggiore serenità e che “i brogli che si verificano alle elezioni americane non esistono nelle nostre elezioni”.
La due giorni altoatesina ha proposto come sempre un programma ricco e originale, che ha visto protagonisti temi d’innovazione e sperimentazione, in vigna e in cantina, sviluppati in diverse degustazioni speciali come Oops! Error. Wine mistakes e We are not ready yet.
Si è chiusa l’edizione 2018 della kermesse nata dalla mente eclettica di Alois Lageder. Non come antitesi al Vinitaly o come qualcuno scrisse anni indietro l’Antivinitaly. Ma manifestazione collaterale, aggiunta, specifica nei contenuti e di confronto rivolta ai wine lovers e non solo per una più distinta conoscenza dell’eccellenza vinicola proveniente anche da oltre i confini nazionali. Il confronto.
Manifesta volontà di allontanarsi dal concetto di fiera del vino per offrire a operatori del settore, stampa internazionale, agli stessi partner (inclusi i produttori) e agli appassionati, uno scenario di condivisione e di viticoltura sostenibile e vivibile, in una atmosfera familiare ed accogliente che solo l’Alto Adige e le sue genti sanno donare.
Magrè, l’ultimo comune della Bassa Atesina confinante ad ovest del fiume Adige con il Trentino, per due giorni si è vestita a Gran Festa.
Casòn Hirschprunn e Tòr Löwengang, quest’ultimo sede della Cantina Lageder, maestosa e unica nel suo genere per essere stata apripista di scoperte e applicazioni filosofiche legate alla biodinamica, sono stati ancora una volta invasi fino all’inverosimile da una moltitudine di persone. Più di 2.000 visitatori, circa 130 ospiti della stampa italiana e internazionale, 80 aziende vinicole: i numeri della “non fiera”.
La piccola stazioncina ferroviaria condivisa con altri minuscoli comuni della valle, divenuta per due giorni luogo di arrivo e partenza, ha vissuto appieno la sua funzione nell’ottica primaria di accoglienza vivibile e sostenibile (limitare le auto).
IL PROGRAMMA
Come ogni anno Summa ha offerto un ricco programma di degustazioni guidate e verticali esclusive, condotte dagli stessi vignaioli o da esperti veri.
Seminari e visite alla cantina Lageder insieme ai consueti ed irrinunciabili percorsi in vigna sui carri trainati dai forti cavalli altoatesini bardati a festa sono stati, come in tutte le edizioni, elemento folcloristico, immersione nelle tradizioni locali e conoscenza dei sistemi di allevamento dei vitigni.
“Parole chiave della ventunesima edizione: Sperimentazione ed Innovazione”.
Per Alois Clemens Lageder, sesta generazione della Famiglia Lageder, da pochi anni entrato in Azienda, sono argomenti molto cari che porta avanti con passione e dedizione. Sperimentazioni in vigna e cantina. Temi che, anche nella ventunesima edizione, sono stati trattati durante i wine tasting molto particolari, un po’ fuori dagli schemi.
I componenti del vino e le prove di botte in We are not ready yet (non siamo ancora pronti): sperimentare, a volte sbagliare, in Oops! Error. Wine mistakes (errori nel vino).
E ancora i Tasting Hidden Treasures, tesori della tradizione enoica dimenticati e recentemente riemersi, portavoce del proprio territorio d’origine che forse, dopo studi approfonditi, torneranno alla ribalta.
Senza dimenticare le scoperte, gli assaggi direttamente ai banchi dei produttori presenti disseminati nelle stanze storiche di Casòn Hirschprunn (Granaio e I°, II° piano del Palazzo ) e nelle sale di Tòr Löwengang.
Infine come sempre a disposizione di tutti la proposta gastronomica di pregio offerta da aziende leader del settore come il catering Hannah&Elia e il pastificio trentino Monograno Felicetti.
Senza dimenticare di menzionare i prodotti tipici delle malghe: formaggi, pane biologico, speck e le amatissime frittelle di mele “spadellate” in continuo, senza sosta, dalle contadine di Magré.
Insomma è stata una manifestazione incredibilmente incredibile che ha soddisfatto curiosità, interesse, desiderio di sapere, conoscere.
Summa 2018, Chapeau!
Conosco molti agricoltori con tumori renali e linfomi non hodgkin (che guarda caso non vengono considerati dall'EFSA nell'analisi degli studi sulla cancerogenicità del Glfosate)
la statistica è impressionante..
Per non parlare dell'esplosione delle malattie autoimmuni… visto che il glifosate da aminoacido artificiale crea caos biologico inserendosi nella materia vivente… tanto che il nostro sistema immunitario NON CI RICONOSCE PIU'
Sono almeno 20 anni che abbiamo avvisato di questo pericolo…
Ora ci sono le prove…
alla faccia del Principio di precauzione che vige nelle norme Nazionali ed Europee.
Siamo tutti fuori legge… anche chi non denuncia alle autorità campetenti … per OMERTA' !!!
Glifosato: uno studio dimostra l’arbitrarietà di Efsa ed Echa nell’analisi dei dati…
il prodotto è Cancerogeno secondo lo IARC - Organizzazioen Mondiale della Sanità e pertanto va immediatamente vietato !!!
http://jech.bmj.com/content/jech/early/2018/03/06/jech-2017-209776.full.pdf
… portiamo in tribunale Monsanto
come hanno fatto in California (vedi articolo a seguire in spagnolo… )
-------------------
GLIFOSATO: Monsanto se enfrenta a 2400 demandas de víctimas con cáncerPor Graciela Vizcay Gomez
"Lee Johnson, un residente de 46 años de Vallejo, California, desarrolló una erupción en la piel severa en 2014, dos años después de que comenzó a rociar Roundup como parte de su trabajo de mantenimiento en el Distrito Escolar Unificado de Benicia. "Leyó la etiqueta en el contenedor", dice su abogado, Timothy Litzenburg , "y siguió todas las instrucciones de seguridad, que fueron escritas por Monsanto", según un artíiculo publicado en el sitio PRI de Mineapolis USA.
La erupción se convirtió en una forma agresiva de linfoma no Hodgkin, un cáncer del sistema linfático. Los médicos estiman que a Johnson le quedan seis meses de vida; él dejará atrás una esposa y dos hijos. La suya es una de las 2.400 demandas presentadas contra Monsanto por víctimas de cáncer en tribunales de todo el país, y el caso de Johnson es el primero programado para un juicio con jurado.
Estas víctimas están demandando para hacer responsable a Monsanto, alegando que el glifosato, el ingrediente activo que figura en la lista, en su popular herbicida Roundup, causó su linfoma no Hodgkin.
"Aproximadamente la mitad de los casos [de nuestra firma] son de personas que rociaron Roundup para distritos escolares o parques, mientras que los otros son de personas que rociaron sus hogares", dijo Litzenburg. Otro bufete de abogados , que representa a unos 600 demandantes, describió a sus clientes como el 60 por ciento de los usuarios residenciales de glifosato, el 10 por ciento de los encargados de mantenimiento de parques y escuelas y el 30 por ciento de los propietarios de huertos y agricultores.
Los demandantes están buscando acuerdos monetarios en juicios con jurado que podrían ascender a miles de millones de dólares, acuerdos que podrían poner a cero los $ 2.8 mil millones en ingresos que Monsanto espera obtener del Roundup solo este año. Con más de276 millones de libras de glifosato utilizadas en 2014 en granjas, negocios, escuelas, parques y hogares en todo el mundo, lo que está en juego es mucho.
Las demandas plantean la cuestión de si los tribunales pueden lograr lo que los reguladores estadounidenses no tienen: control o responsabilidad sobre el glifosato, un químico que las autoridades internacionales en el principal grupo de cáncer de la ONU han considerado un probable carcinógeno .
A principios de este mes en San Francisco, el juez de distrito de los EE. UU. Vince Chhabria comenzó el proceso de determinar si los expertos científicos en estos ensayos están utilizando métodos sólidos para llegar a sus conclusiones, y qué expertos pueden recurrir al estrado durante los próximos juicios federales.
Los 2,000 casos pendientes en los tribunales estatales no están sujetos a las decisiones de control de Chhabria y ya se está procediendo con el primer caso, el de Johnson, que está programado para comenzar en junio.
Para decidir sobre la validez de los científicos y la ciencia, Chhabria escuchó de los 10 expertos abogados presentados para los demandantes de cáncer y Monsanto en audiencias probatorias. Llamó "Semana de la Ciencia" a las audiencias de Daubert y sirvieron como su curso intensivo sobre cómo los expertos de clase mundial llevan a cabo una evaluación del riesgo de cáncer.
"El papel del juez en una audiencia en Daubert es averiguar si alguna de las pruebas no debe presentarse ante un jurado porque carece de validez", dijo el Dr. Steven N. Goodman, un observador externo que es el jefe de epidemiología de salud. investigación y política en la Facultad de Medicina de Stanford. El Dr. Goodman también ha sido instructor en cursos de educación judicial sobre audiencias en Daubert.
Las audiencias de Daubert permiten que ambas partes presenten la ciencia, y en la mayoría de los casos, los abogados presentan a los científicos y estudios que respaldan su lado del argumento. Los científicos que testificaron bajo juramento y en cámara fueron expertos en toxicología, estudios con animales, bioestadística y epidemiología, todas disciplinas involucradas en la evaluación del riesgo de cáncer.
Las audiencias marcaron la primera vez que los científicos de Monsanto se enfrentaron en la corte contra tres de los mejores científicos que habían servido en la Agencia Internacional para la Investigación del Cáncer (IARC) de la ONU, que en 2015 etiquetó al glifosato como un probable carcinógeno. También fue la primera vez que los tres científicos de la ONU hablaron en detalle sobre los datos y análisis subyacentes a su decisión.
Testificando a los demandantes, el Dr. Charles William Jameson, un experto en toxicología animal retirado del Instituto Nacional del Cáncer y de los Institutos Nacionales de Salud, explicó cómo los científicos trabajan juntos para considerar la totalidad de la evidencia publicada en estudios revisados por pares. Los estudios en animales son lo primero. Si los estudios con roedores muestran evidencia de carcinogenicidad, los científicos recurren a estudios de poblaciones humanas para ver si los seres humanos en el mundo real -en niveles de exposición del mundo real- se ven afectados de manera similar.
Jameson dijo al tribunal que IARC se benefició de lo que dijo que era una "cantidad extraordinariamente alta de datos de estudios en animales" sobre el glifosato y que los estudios en animales demostraron consistentemente que el glifosato causa cáncer.
Después de enumerar una docena de estudios que muestran la replicación de diferentes cánceres en ratones y ratas, Jameson concluyó: "En mi opinión, la exposición al glifosato no solo puede causar linfoma no Hodgkin [en humanos], sino que actualmente lo está haciendo, con la exposición actual niveles hoy ".
Otro de los testigos expertos de los demandantes, el Dr. Chadi Nabhan, oncólogo y director médico de Cardinal Health en Chicago, atestiguó la naturaleza conservadora de la historia de IARC de compuestos de marcaje como carcinogénicos.
En primer lugar, dijo Nabhan, existen barreras para que la IARC emprenda un análisis. "Tienes que demostrar que hay suficiente exposición humana para obtener el interés de IARC, y que hay suficientes datos de animales", dijo. Sobre los 53 años de historia de IARC, dijo que el grupo había considerado 1,003 compuestos y encontró que solo el 20 por ciento de ellos son cancerígenos o carcinógenos probables.
"Creo firmemente en las conclusiones de la IARC, y eso realmente hace una gran diferencia para nosotros como médicos", dijo Nabhan, y agregó que les dice a sus pacientes que no usen Roundup y glifosato. "Estos son factores de riesgo modificables", dijo.
Monsanto se ha opuesto enérgicamente al fallo de IARC, gastando millones de dólares en una amplia campaña para desacreditar a estos científicos, así como a la propia IARC, calificando a su metodología de "ciencia basura".
Los expertos de Monsanto, que se especializaron en bioestadística, medicina veterinaria y cáncer de próstata, desafiaron la validez de los datos y estudios de los demandantes y presentaron sus propios puntos de vista de los datos, así como investigaciones conflictivas.
El experto en estudios animales Dr. Thomas Rosol, profesor de medicina veterinaria de la Universidad de Ohio, desafió el concepto científico ampliamente aceptado de plausibilidad biológica, que asume que una sustancia que se descubre que es carcinogénica en ratones también debería causar cáncer en humanos, citando uno ejemplo donde un nuevo medicamento que causaba cáncer en ratones no causaba cáncer en humanos.
La Dra. Lorelei Mucci, profesora asociada de Harvard cuya investigación se centra en el cáncer de próstata, se basó en gran medida en un documento de 2017 que analizó datos de un estudio a largo plazo de 90,000 aplicadores de pesticidas comerciales, agricultores y cónyuges de granjeros de Iowa y Carolina del Norte. no encontró ninguna relación entre la exposición al glifosato y el cáncer. Los expertos en epidemiología de los demandantes, en respuesta, destacaron las fallas que observaron en ese estudio, apuntando en cambio a múltiples estudios que mostraron una asociación entre el glifosato y un mayor riesgo de contraer linfoma no Hodgkin.
Este tipo de ida y vuelta, con cada lado presentando datos que respaldan su punto de vista, es común en las audiencias de Daubert, dijo Goodman de Stanford. "Es muy difícil para un juez entender en el contexto adverso cuáles son las críticas legítimas y cuáles no", dijo. "Y luego, a menudo, lo que sucede es que los desacuerdos o las incertidumbres menores o moderadas se explotan o magnifican para hacer que las distinciones realmente grandes parezcan juicios diferentes".
Añadió que, si bien los científicos pueden "distinguir claramente entre las diferencias científicas razonables y las diferencias científicas irrazonables", los jueces a menudo no pueden. Pero, advirtió, el papel del juez en tales audiencias no es decidir el caso en sí, sino permitir que un jurado escuche de todos los científicos expertos que cumplen con los estándares profesionales.
Que viene después
Al final de Science Week, Chhabria compartió lo que había aprendido de él, tanto como su primera audiencia en Daubert como en un curso acelerado sobre la evaluación del riesgo de cáncer. Una semana después, Chhabria invitó a dos de los expertos de los demandantes a volver para un nuevo interrogatorio. Si bien se sentía seguro de que la ciencia muestra que el glifosato causa cáncer en los animales, dijo, las conclusiones epidemiológicas no fueron tan claras.
"Mi punto más importante es que la epidemiología es una ciencia holgazana y que es altamente subjetiva", dijo Chhabria, agregando que encontró que la evidencia del estudio de salud de la población en el lado de los demandantes es "bastante escasa".
Chhabria dijo: "Me es difícil entender cómo un epidemiólogo podría concluir ... que el glifosato de hecho está causando un linfoma no Hodgkin en los seres humanos ... Pero también me pregunto si alguien podría concluir legítimamente que el glifosato no está causando linfoma no Hodgkin en los seres humanos ".
Cualesquiera que sean las creencias del juez, Chhabria notó que están fuera de su alcance dentro de una audiencia con Daubert. "Mi papel es decidir si las opiniones ofrecidas por los expertos de los demandantes están dentro del rango de razonabilidad", dijo Chhabria. "Y los tribunales nos dicen que incluso una opinión débil puede ser admisible porque ... ese experto estará sujeto a un interrogatorio. Y el jurado podrá escuchar toda la evidencia y decidir quién tiene la razón y quién está equivocado ".
La epidemiología, explicó, "es la herramienta que tenemos para detectar señales en el nivel de la población. Y cuando una señal resulta ser algo así como un linfoma no Hodgkin, existe una razón de interés público por la que debemos buscar desencadenantes potenciales o causas de ese tipo de epidemiología ". Ricardo Salvador, científico sénior y director del Programa de Alimentos y Medio Ambiente en la Unión de Científicos Preocupados , dijo que es difícil para un no científico evaluar la validez de los estudios epidemiológicos. "Creo que la epidemiología se cumple con los estándares aquí que no puede cumplir porque es una ciencia de observación", dijo a Civil Eats. "La precisión de las mediciones no será como estudios controlados y trabajo de banco de laboratorio".
Stanford's Goodman señala que las audiencias de Daubert requieren que un juez esté dispuesto a hacer "mucha lectura y tarea fuera de la sala del tribunal". Dado que gran parte de lo que se dice en la corte es parte de los argumentos, agregó, "los abogados siempre pueden hacer que los pequeños desacuerdos suenen a lo grande, y a veces los grandes desacuerdos suenan pequeños ".
Por ejemplo, al final de los argumentos orales, los abogados de Monsanto resumieron los procedimientos y le dijeron al juez que los expertos de los demandantes no habían utilizado odds ratios ajustados en algunos de sus cálculos. Los abogados de los demandantes respondieron citando las instancias precisas en las que sus expertos habían utilizado la metodología adecuada.
La táctica ilustra lo que Goodman dice es una de las que se usa a menudo en las audiencias de Daubert. "Si un juez no está anclado por algo fuera de lo que escucha en la sala del tribunal", dijo, "va a ser muy difícil, están tratando de arrojar arena a sus ojos". Y es muy, muy difícil de ver ".
Mientras tanto, Michael Baum, abogado de algunos de los demandantes, dijo que los Documentos de Monsanto -correos y notas internas recibidos de Monsanto como parte del proceso de descubrimiento de estos juicios, y que revelaban los esfuerzos de la compañía para desacreditar a la IARC y la ciencia dominante- tenían ya hizo olas en otras partes del mundo.
"Es como el Mago de Oz", dijo Baum. "Cuando cierras el telón, y cuando enviamos todas estas pruebas a los responsables de la toma de decisiones de la UE, a los reguladores y a los legisladores, empezaron a ver que los habían engañado. Los tomadores de decisiones están empezando a tomar decisiones diferentes ".
La UE votó en 2017 para limitar la renovación de la licencia de glifosato por un período de solo cinco años, y muchos países europeos han anunciado planes para finalizar su usodentro de tres años. "Países como Francia, Italia y Austria dicen que ... 'no esperamos entre tres y cinco años, nos estamos moviendo tan pronto como haya una alternativa viable'", agregó Baum.
Salvador advirtió que el proceso funciona de manera diferente en los Estados Unidos. En Europa, "el valor predeterminado es ser precautorio, de modo que el interés del público, el bienestar público y la salud sean primordiales", dijo. "En los Estados Unidos, la cosmovisión es que los intereses de la industria y su derecho a obtener ganancias son dominantes ... lo cual es muy conveniente para las personas que se benefician al arrojar productos químicos al medio ambiente".
La semana pasada Chhabria programó audiencias de seguimiento del 4 al 6 de abril para un interrogatorio más profundo de dos de los expertos del demandante sobre sus conclusiones epidemiológicas. Se espera que regule en mayo sobre evidencia científica y expertos permisibles en casos federales. Mientras tanto, las demandas contra Monsanto en los tribunales estatales comenzarán en junio.-
Zero Biocidas
Publicado y enviado por ZERO BIOCIDAS estamos en facebook, twitter and youtube