L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

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Andrea Signini
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June 28, 2016

“La felicità è la nostra condizione naturale, l’estasi è insita nella nostra natura”.
Abbiamo bisogno di “libri-ponte”: testi che siano collegamento tra Oriente e Occidente, tra medicina alternativa e medicina allopatica. In questa direzione si sono mosse le ricerche di autori quali Watts, Capra, Narby: con il risultato di un incontro (seppur con molto ritardo da parte dell'occidente scientifico), tra la scienza moderna e le culture antiche yogiche e sciamaniche. Anche il libro di Candace Pert si colloca in questo ambito.
A lei si deve la scoperta delle molecole che sono la base biochimica delle emozioni: i peptidi.
Dove nascono le emozioni? Nascono nel corpo o solo nel cervello? Entrambe le risposte sono corrette perché il processo viaggia in doppia direzione: i peptidi, le molecole messaggere, infatti, vengono prodotte da più parti del corpo. Ne è ricco il cervello, ma anche l'intestino crasso e l' intestino tenue sono rivestiti da un fitto strato di neuropeptidi e recettori. Queste molecole, per attivare delle modifiche cellulari, devono avere un recettore adeguato. È il recettore che permette a qualsiasi farmaco di fissarsi. Le molecole del recettore sono in costante vibrazione e si trovano all'esterno della cellula, sulla membrana. Qui esse danzano nell'attesa di incontrare il legante. Quando avviene l'incontro il legante trasmette il messaggio al recettore, il recettore lo trasmette alla cellula dove il messaggio può modificare lo stato della cellula stessa dando luogo ad eventi biochimici.
Nel cervello i neuropeptidi sono concentrati soprattutto nel limbico, sede delle emozioni. Dal libero flusso di peptidi tuttavia dipende il nutrimento del prosencefalo che è la sede delle funzioni cognitive superiori (questa parte del cervello raggiunge il suo pieno sviluppo non prima dei vent'anni). La pianificazione del futuro, la capacità di prendere decisioni e di formulare l’intenzione di cambiare sono tutte funzioni del prosencefalo. Quando ci sentiamo passivi, statici, “in gabbia”, ripetendo vecchi schemi di comportamento, è segno che le emozioni non trovano il loro libero flusso, e, di conseguenza, il prosencefalo malnutrito non riesce a promuovere un cambiamento.
“Se le nostre emozioni sono bloccate a causa di negazioni, repressioni o traumi, il flusso del sangue può diventare cronicamente limitato, deprivando la corteccia frontale del suo nutrimento”.
Come si traduce in termini scientifici il blocco delle emozioni? Il CFR è il peptide delle aspettative negative che può essere stimolato dalle esperienze traumatiche che abbiamo vissuto nell’infanzia . Se il livello di CFR è alto, le fluttuazioni degli altri peptidi risultano limitate. Quando il crf aumenta i recettori si desensibilizzano e diminuiscono di numero: la memoria del trauma, dunque, è fissata a livello del recettore dei neuropetidi.

Un blocco, quello delle emozioni, che ci predispone all'insorgere di malattie più o meno importanti: il reovirus del raffreddore usa lo stesso recettore della norepinefrina che è secreta da uno stato d’animo felice. Quando siamo felici, quindi, il virus non entra perché tutti i recettori sono occupati.
L'autrice conferma la validità della PNEI: la PsicoNeuroEndocrinoImmunologia nasce circa trent' anni fa come incontro di discipline scientifiche quali le scienze comportamentali, le neuroscienze, l'endocrinologia e l'immunologia. La PNEI studia le interazioni reciproche tra attività mentale, comportamento, sistema nervoso, sistema endocrino e reattività immunitaria, con lo scopo di riunire sistemi psico-fisiologici che da 200 anni sono stati separati nel loro studio e approccio.
Due fasci di fibre nervose sono collocate ai lati della spina dorsale, ciascuno dei quali è ricco di peptidi che trasportano informazioni: queste fasce corrispondono ai punti dei chakra della tradizione orientale.
Le parti scientifiche sono intervallate dalle parti biografiche, in cui vengono narrate in prima persona le difficoltà che l'autrice ha dovuto affrontare per riuscire a continuare la sua ricerca; le parti biografiche, anche se possono risultare meno interessanti, sono utili per comprendere quanto ostracismo si cela dietro un tipo di ricerca scientifica (e medica) che promuove l'uso delle terapie naturali.
“io credo che la felicità sia ciò che proviamo quando le componenti biochimiche alla base delle emozioni cioè i neuropeptidi e i loro recettori sono aperte e possono circolare liberamente nella rete psicosomatica interagendo e coordinando sistemi, organi, cellule in movimento continuo e ritmico. La felicità è la nostra condizione naturale l’estasi è insita nella nostra natura.

CANDACE PERT : MOLECOLE DI EMOZIONI
in ristampa per edizioni Tea

May 30, 2016

200 giovanissime vite di soldati “seppellite” senza nome dal Segreto Militare di Stato


“Mulazzo (Massa Carrara), capitale in Italia della Cultura nel 2017 !” Lo ha annunciato alla stampa Claudio NOVOA, sindaco appunto della piccola Mulazzo. Parole che hanno suscitato una certa perplessità in chi immagina di accostare alla cittadina della Lunigiana una Bologna “la dotta”, una Firenze del rinascimentale splendore Mediceo o ancora, una Roma imperiale. Ma Novoa intende riferirsi alla cultura del “libro”, infatti la provincia lunigianese è famosa nel mondo per la sua plurisecolare tradizione libraria. Dai “bancarellisti” di Montereggio alle mitiche librerie di Pontremoli fino a giungere ad editori conterranei come BIETTI, SALANI, CORBACCIO, DALL’OGLIO, fino ad arrivare alla gloriosa SONZOGNO ecc.. Tutte fiorenti imprese dell’Editoria italiana sviluppatesi nella potente ed industriale Milano ma con un cuore che batte nella lunigiana. Insomma, tutto partì da quei “bancarellieri” che peregrinando per e diverse province parmensi, emiliane, toscane e romagnole seppero diffondere quei classici scaturiti nientemeno che dalla penna di un Macchiaveli, di un Boccaccio o ancora da un Petrarca, per non parlare dei grandi romanzi di Deledda, Salgari, Serao, Verne, fino ad arrivare a Leon Tolstoj, Victor Hugò, Guy de Maupassant, Emil Zola, Fedor Dostoevskij, Diumas padre e figlio ecc. ecc. Insomma Novoa in piena polemica con l’editoria attuale lancia la sua sfida:« Come si fa a criticare i giovani perché si interessano solo a telefonini, computers o tabet, e non leggono ....? Come si fa a dire che c’è una crisi di valori ....?.. Se si è voluto deliberatamente uccidere la cultura con un’editoria lanciatasi nella “politica libraria” del “facile consenso”, con libri che vanno dalle barzellette di Francesco Totti fino all’assurda volgarità di Zalone ?... Cosa insegniamo ai nostri figli ...? Il turpiloquio ?! » e lo fa ad alta voce presentando un libro edito proprio a Mulazzo dall’ editore TARKA, appunto “I librai Pontremolesi” di Gian Battista Martinelli, che dimostra eloquentemente come proprio da quell’importantissima funzione svolta dai librai nel favorire la vendita di una buona “stampa” sono poi emerse firme come Montanelli, Fallaci e Buzzati. Ma non basta. Novoa annuncia la scoperta di un fortunato ritrovamento documentale sulla Grande Guerra.

Un “carteggio” top-secrett gravato ancor oggi, in tempo di celebrazioni del “Centenario”, dal “Segreto Militare di Stato” . Una storiaccia di quelle “all’italiana” che ha torbidamente nascosto alla Magistratura di Stato ma soprattutto agl’italiani, la morte di circa 200 ragazzi, tra i 18 e i 20 anni. Sottraendo l’inchiesta ed affidandola fraudolentemente alla giurisdizione del Tribunale Militare adducendo false motivazioni causate da “fatti di guerra” e non invece dei reali motivi. Rivelazioni storiche di portata Europea che saranno comunicate in una Conferenza che si terrà prossimamente a Mulazzo da parte di un noto giornalista d’inchiesta specializzato “cacciatore” di documenti occultati. Ne nascerà un libro che racconterà con documenti secretati alla mano, tutto quanto è ignobilmente accaduto. E come per portar via i poveri resti dei giovani soldati, sono occorsi 36 cassoni (camions militari) della Croce Rossa, per raccogliere le innumerevoli membra umane dilaniate dall’esplosione dolosa..

Aspettiamo di sapere la verità. Anche di quest’altra “Piazza Fontana” di ... sangue, d’inizio secolo.

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May 30, 2016

Descrivendo in modo mirabile la vita di un uomo che consacrò la vita a fare del bene in nome e per conto dell’ Amore Universale Enrico Malatesta pone in risalto, in maniera altrettanto documentata, le tenebre che tentarono di ostacolare il volere del Signore.

Negli stessi anni in cui venivano gettate le fondamenta dell’opera grandiosa dovuta alla carità e che si chiamava Casa della Solidarietà, fondazione voluta da P. Pio, cominciò a nascere un’altra impresa che mirava a finanziare, con metodi e mezzi diversi, la costruzione di chiese, di conventi, di seminari, di ospedali e di scuole cattoliche. Era l’impresa di Gianbattista Giufrè, un ex piccolo impiegato di banca, che divenne celebre con il soprannome “Il banchiere di Dio”.

copertina libro enrico 2015Il caso Giuffrè, che ebbe una notevole risonanza nella penisola e diede un bel da fare ad una commissione parlamentare incaricata di definirne la responsabilità, cadde nello stesso tempo sotto il colpo del codice penale italiano e del codice di diritto canonico.

La tecnica delle operazione di Giuffrè era la seguente: quando gli organi religiosi – vescovi, ordini monastici o congregazioni – volevano costruire degli edifici a scopo religioso o sociale e avevano stabilito il preventivo della spesa e il termine della costruzione (due, tre anni o più) , esortavano i fedeli ad affidare i loro risparmi al Giuffrè per una somma e delle scadenze all’incirca uguali ai su detti preventivi e scadenze. Il Giufrè offriva ai fedeli degli interessi variabili tra il 5% e 10% annui. Ma, e qui che la cosa diventa grave, su questi stessi fondi, affidati dai fedeli a Giuffrè, egli doveva offrire agli organi religiosi che gli avevano così raccolti degli interessi variabili tra il 50 ed il 100% annui.

Tali operazioni non rientravano nella nozione di usura che la Chiesa, come il mondo laico, non ha cessato di denunciare e di condannare da secoli?
Furono dunque gli organi religiosi che praticavano l’usura e non il famoso banchiere. Essi incassarono interessi favolosi su capitali che non gli appartenevano, non corsero alun rischio, potendo spiegare un qualunque “prezzo del servizio reso”. Non prestarono nulla e si limitarono ad offrire la loro “garanzia morale” all’operazione e, così facendo a incoraggiare gli imbrogli di questo Giuffrè, il quale,evidentemente, non poteva pagare a lungo andare degli interessi così enormi a meno di non attingere da nuovi depositi.
Pi ù la spirale si allargò, più grave divenne il pericolo. Gli indizi non passarono inosservati e Pio XII che, informato della situazione, fece inviare nell’aprile 1957 una circolare al clero italiano per metterlo in guardia contro i rischi e il carattere illecito di queste operazioni, ma non fu sempre ascoltato. C’è di peggio: certi ecclesiastici,certi religiosi giunsero ad incoraggiare alcuni loro amici e penitenti laici ad affidarsi, con la complicità di Giuffrè, a tali operazioni.

Molte vittime dell’affare Giuffrè – si calcola la cifra di 25mila – si trovarono in situazioni disperate.
Tutti i mezzi furono messi all’opera per impedire alla vittime di iniziare delle procedure penali contro i responsabili. Cosa incredibile e che spiega la potente influenza delle forze in gioco, è che solo una dozzina di persone chiese la messa in fallimento del Gioffrè. Restarono gli ecclesiastici e i monaci che avevano prestato la mano a queste operazioni finanziarie e a delle pratiche usuraie a spese dei fedeli. Avrebbero dovuto sentirsi obbligati di indennizzare le vittime.

L’ordine dei cappuccini fu il più compromesso da questa triste vicenda. Al momento del crak esso avrebbe dovuto rimborsare delle somme che oltrepassavano dieci volte le sue possibilità di pagamento. La provincia monastica di Foggia fu toccata più delle altre; essa avrebbe dovuto far fronte ad un debito di più di un miliardo e mezzo di lire, ma non aveva in cassa che un milione.
E’ importante sottolineare che il caso di questa provincia era particolare. Essa non era coinvolta nell’affare Giufré che per una somma relativamente modesta, ma adottò a suo modo i metodi del banchiere fuggitivo. I monaci si fecero prestare il denaro dei fedeli e assunsero delle spese sconsiderate con imprese di costruzione per riedificare alcuni monasteri, seminari e chiese, traendo profitto dal credito che portava loro la presenza di P. Pio nella loro provincia.

Ma il fallimento di Giuffré fu anche il loro fallimento. I fedeli, sconvolti, reclamarono la restituzione dei depositi e i monaci di Foggia non poterono resistere alla tentazione di attingere alla cassa della Casa Sollievo per colmare il deficit. I superiori dell’Ordine , compromessi a loro volta attraverso tutta l’Italia, finirono con il subire la medesima tentazione.
Prevedendo il pericolo di atti illeciti con cui essi avrebbero potuto compromettersi in nome della Santa Ubbidienza, Pio XII presentò un rescritto che confermava P. Pio quale amministratore e direttore perpetuo della Casa Sollievo. Il rescritto equivaleva a dispensare il santo monaco dal voto di povertà. A lui si accordò il diritto di usare e di disporre dei beni fino alla morte. Questo rescritto è del 4 aprile 1957.
Vale la pena sottolineare che in questo mese il Pontefice fece inviare una prima diffida contro Giuffrè, come è stato detto sopra.
Ciò che il Papa aveva previsto non tardò a verificarsi: dapprima il Provinciale, poi la Curia Generalizia vollero servirsi della Casa Sollievo per pagare i loro debiti. Ma il rescritto pontificio mise, da quel momento in poi P. Pio al riparo da ogni pressione arbitraria esercitata in nome della Santa Obbedienza.
Si poteva sperare che anche dopo la morte di Pio XII, sopraggiunta nell’ottobre 1958, il carattere “perpetuo” del rescritto sarebbe stato rispettato secondo la tradizione della Chiesa.
Tale non fu, tuttavia, l’opinione della Commissione amministrativa delle Opere di Religione, sulla quale incombeva il pesante compito di liquidare i postumi dell’affare Giuffrè e, pertanto, di regolarizzare il bilancio dell’ordine dei cappuccini. Poiché questi ultimi proposero di far entrare in tale bilancio l’attivo della Casa Sollievo, essa aderì a questo IMGespediente e decise di approvarlo.
Presieduta dal Cardinale Segretario di Stato, diretta di fatto dal Cardinale Di Iorio, grande esperto di finanza, la Commissione era responsabile delle finanze del Vaticano e custode del buon ordine amministrativo di tutte le opere religiose. Molto potente, questa provvedeva ai bisogni dello stato del Vaticano, operava degli investimenti all’estero, trattava, come il direttore di una banca, affari di cui non avrebbe dovuto render conto né tantomeno pubblicava i suoi bilanci, e per di più su tutto ciò “regnava” il segreto diplomatico.

Costatato che P. Pio restava irriducibile a ogni tentativo mirante a fargli abbandonare il suo mandato e a deviare i fondi della Casa Sollievo, si pensò di aggirare l’ostacolo con l”espropriazione” pura e semplice dell’ Opera. Ma questo non era possibile senza l’abrogazione, almeno de facto, del rescritto di Pio XII. Il suo successore, Giovanni XXIII° non avrebbe consentito a sancire una misura inconsueta di questa natura, a meno di non fornire le prove dell’incapacità intellettuale o morale di P. Pio a esercitare le funzioni perpetue che gli conferiva il rescritto.
Per ottenere l’abrogazione di questo rescritto , bisognò nascondere bene e modificare tutti questi elementi prima di presentarli al nuovo pontefice. Si adoperarono due modi:
1) Si cominciò con l’attaccare la persona e le opere di P. Pio. Questa azione fu condotta dal vescovo cappuccino di Padova, Mons. Bortignon, confidente e amico di Mons. Loris Capovilla, il segretario del Pontefice.
2) La violazione del segreto sacramentale, ordinata dai superiori – cappuccini ed altri – di P.Pio, al fine di cercare qualche prova di immoralità o di disubbidienza a suo carico.


LA VERA STORIA DI PADRE PIO
L’unica biografia completa con i documenti segreti esclusi dal processo di beatificazione
MURSIA EDITORE

ENRICO MALATESTA

May 22, 2016

L'autrice di Medichesse torna a stupire con un saggio di profonda cultura ed eleganza sulla mitologia delle piante medicamentose.
“Tutto è pieno di Dei”, affermava Talete: nelle religioni antiche il senso del sacro permeava il vivente e si esprimeva attraverso riti, preghiere, racconti mitologici.
Gli uomini manifestavano profonda gratitudine verso quelle piante o alberi che svolgevano un'azione curativa, e la pracatio omnium herbarum, preghiera che veniva recitata prima della raccolta delle piante officinali, ne è una testimonianza.
L'azione farmacologica della pianta era legata non solo alle sostanze in essa contenute ma anche al rito della raccolta che prevedeva purificazione, attenzione alla posizione del sole, invocazione, incantesimo rivolto al Dio al quale essa era consacrata.
Trasferire il principio curativo dalla pianta all'uomo assume il senso di gesto sacro, rivelatore del legame amoroso tra natura e creatura.

Le piante e la sfera del sacro erano indissolubilmente legate: i primi santuari furono le foreste, templi vegetali a tutti gli effetti; il timo porta, nella sua etimologia, il significato delle fumigazioni sugli altari. Gli Alberi sacri abitano le mitologie antiche con topoi simili: nei poemi mesopotamici l'albero Khuluppu è disturbato da un'aquila e da un serpente, proprio come accade al frassino Yggdrasill della tradizione nordica, due animali che esprimono forze opposte ma complementari; anche l'albero del giardino delle Esperidi è sorvegliato dal serpente, così come quello della conoscenza del giusto e dello sbagliato che troviamo nella Genesi.
Nella mitologia greca non assistiamo ad una metamorfosi effettiva di Dei in creature vegetali, sono piuttosto le ninfe ad essere mutate in alberi o piante.
La ninfa rappresenta la memoria di un'età più vicina allo stato di natura, dove il femminile era il paradigma delle forme vegetali: nel mito greco incarna un ideale femminile di vita libera e selvaggia , condotta nei boschi in armonia con i cicli naturali.

Dalle lacrime e dal sangue, fluidi di vita e di morte, nascono piante significative, come la viola di Attis o l'anemone di Adone.
Dee legate alle piante curative erano Era e Afrodite, che rappresentano le polarità dell'amore in costante tensione: ne è testimonianza la storia del giglio, nato dal latte di Era, ma modificato da Afrodite con l'aggiunta di un pistillo malizioso. Dee legate alle piante officinali erano anche Artemide, Kore e Demetra. Nella storia della ninfa Mintha, (amante di Ade trasformata nella pianta di menta da Demetra), risulta evidente la correlazione tra la storia narrata e il suo aspetto fitoterapico: la “freschezza” dell'amore libero entra in contrasto con la castità matrimoniale di Demetra/Kore.
Dee pharmakides legate al Sole sono Calipso, Circe e Medea (quest'ultima accoglie nel nome il verbo mèdomai che significa “io curo”).
Maga pharmakides è anche Elena di Troia, che viene chiamata in alcune fonti “dendrite” ovvero “arborea”, è lei che maneggia erbe consolatrici che dissolvono il dolore.
In Afrodite, Era, Demetra, Kore, Artemide, come anche in Dafne, Medea, Circe riecheggiano le antiche Dee Madri preindoeuropee, dee della vita, ma anche dee della morte.

Il libro di Erika Maderna, arricchito da immagini di antichi erbari e da quadri della pittura moderna è un'opera necessaria per restituire alle piante la loro dimensione narrativa. Vedere la pianta solo come un insieme di principi attivi è come vederla con un occhio solo, quello che la lega alla sfera dell'utile. Apriamo dunque anche l'altro occhio, perché Gustare la bellezza di un racconto può essere una prima forma di avvicinamento; aprire lo scrigno che ne contiene i segreti equivarrà ad affacciarsi alla soglia del mistero. Forse, se riusciremo a sciogliere qualche enigma, ma anche a recuperare un po' di quell'antico sguardo innocente, torneremo a cercare nella natura l'ispirazione per un nuovo modello di vita, più sensibile ai valori spirituali. Potremo allora credere che abbattere una foresta equivalga a violare le ninfe che vi dimorano.

 

Erika Maderna
Le mani degli Dèi
Mitologie e simboli delle piante officinali nel mito greco
Aboca 2016

May 09, 2016

Mentre tutto sta cambiando, con la riforma e l'accorpamento delle soprintendenze, nella prospettiva di una maggiore interazione, nel timore che, gattopardescamente, nulla cambierà e nella speranza che non cambi ciò che di buono c'era, è stato pubblicato per i tipi dell'Electa, il volume dedicato ad Amatrice, comune laziale della provincia di Rieti.
La soprintendenza dei Beni Storico, Artistici ed Etnoantropologici del Lazio aveva avviato e attivato un programma di valorizzazione, promozione e tutela del territorio di sua competenza, nell'ottica anche del decentramento del turismo gravitante su Roma e, specificatamente, su pochi siti bersagliati.
Le autrici, Anna Imponente Soprintendente alle Belle Arti e Paesaggio delle Marche (ma in precedenza del Lazio) e Rossana Torlontano dell’Università di Chieti, specificano che, Amatrice, forme e immagini del territorio, vuole rappresentare un «discorso coordinato a più voci e competenze specialistiche, tra soprintendenza e altri studiosi». La bellezza naturale e la situazione geografica hanno attirato l’attenzione sul luogo, che, l’intervento dell’uomo, ha assecondato e arricchito.
Questo discorso a più voci, tiene e rende conto delle culture e delle influenze che si sono incontrate nel territorio, crocevia di più regioni. Si dipana in modo cronologico, dal medioevo con la scultura dei portali di Sant’Agostino e di San Francesco, si passa alla pittura tra Trecento e Quattrocento. Nel XV secolo le oreficerie di Pietro Vannini, gettano luce sulla suppellettile liturgica, troppo spesso sottovalutata e sconosciuta. Mentre la pittura ha il suo campione in Pierpalma da Fermo nella chiesa della Filetta. Il XVI secolo vede gli esordi di Cola dell’Amatrice, la sua formazione è stata influenzata da grandi pittori precedenti e contemporanei come Antoniazzo Romano, Melozzo da Forlì, Perugino, ma anche meno conosciuti, ma non per questo meno importanti, come Saturnino Gatti. Un altro dei capitoli del Rinascimento è dedicato alla pittura, con Dionisio Cappelli e il Maestro della Madonna della Misericordia. Sempre il XVI secolo è protagonista di un capitolo che rende conto dell’incontro tra linguaggi artistici diversi nel territorio di Amatrice, nei borghi satellite come Varoni e Preta. Anche l’epoca barocca ha lasciato delle testimonianze. Ma forse la sorpresa più grande è quella che riservano il Novecento e la committenza religiosa in particolare. Dopo la Grande Guerra i problemi sociali del Mezzogiorno d’Italia si fanno ancora più pressanti, in risposta, il sacerdote Giovanni Minozzi, originario di Preta, paesino vicino ad Amatrice, e il barnabita Giovanni Semeria, fondano l’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia. Alla realizzazione e decorazione degli istituti di assistenza collaborarono gli artisti dell’epoca, come testimoniano la chiesa di Santa Maria dell’Assunta e la fontana delle Pecore ad Amatrice. Nella chiesa, Ferruccio Ferrazzi ha dipinto La Resurrezione nel 1956. Negli stessi anni Venanzo Crocetti, che stava già lavorando alla Porta dei Sacramenti della Basilica di San Pietro a Roma, realizzava sei formelle a bassorilievo.
L’ultimo capitolo è dedicato all’etnografia: tra le curiosità, il Libro dei secreti, che svelava soluzioni e rimedi a svariati problemi di ordine quotidiano. Ma forse ancora più accattivante è la sezione dedicata al cibo, dove un paragrafo svela i segreti della pasta all’amatriciana, diffusasi a Roma «almeno dalla fine del XVIII secolo».

Anna Imponente, Rossana Torlontano
Amatrice. Forme e immagini del territorio
Mondadori Electa, Verona 2015, €.50,00

April 17, 2016

Le piante sono intelligenti e dispongono dei 5 sensi (udito, olfatto, vista, tatto, gusto), anzi ne hanno altri 15 in più. Dalle piante dipende la nostre esistenza, eppure l'uomo si rifiuta di riconoscere il ruolo che esse hanno sul pianeta.
Sin dall'antichità ci sono stati uomini che si sono schierati apertamente dalla parte dei vegetali (Democrito, Linneo, Darwin padre e Darwin figlio, Delpino) e chi, invece, le considerava “immobili”, non degne di considerazione, esseri inferiori.

Cinquecento milioni di anni fa le piante scelsero per uno stile di vita stanziale, ricavando dalla luce, dalla terra, dall'aria tutto ciò che a loro occorreva per sopravvivere. Tale scelta ha comportato tutta una serie di modifiche per arrivare alla sopravvivenza, primo tra tutti la struttura modulare, ovvero il comporsi di parti divisibili allo scopo di resistere agli attacchi dei predatori. La pianta è un dividuo, dunque, a differenza dell'animale che è un individuo, ovvero indivisibile nelle sue parti. Nella struttura modulare la pianta non concentra un organo in un punto specifico ma lo dissemina su tutte le parti.

Oltre ai benefici universalmente noti (produzione di ossigeno, mitigazione del clima, aspetto fitoterapico, nutrimento), nuove ricerche coinvolgono le piante sul piano del benessere: la semplice vista di una pianta apporta calma e rilassatezza. I malati che, negli ospedali, hanno una finestra sul verde utilizzano meno analgesici e vengono dimessi in tempi più brevi, i bambini che, a scuola, godono della vista su piante e alberi hanno un miglioramento della capacità di attenzione.

Il terzo capitolo indaga i sensi delle piante, non senza sorprese.
La capacità di vedere è strettamente connessa al fototropismo, ovvero alla crescita in direzione della luce.
La pianta non solo riesce a distinguere la luce dall'ombra ma è anche in grado di riconoscerne la qualità in funzione della lunghezza d'onda dei suoi raggi. I recettori della luce sono concentrati soprattutto nelle foglie, ma si trovano anche nello stelo e nelle radici. Gli alberi caducifoglie vanno in letargo, dormono, per superare l'inverno.
Il senso dell'olfatto lascia davvero sorpresi perchè attraverso gli odori le piante comunicano in un avera e propria lingua vegetale: mandano messaggi di pericolo, di attrazione o repulsione.
La parte deputata al gusto sono le radici che si spostano assaggiando i nutrienti del terreno; un “gusto” a parte è dato dalle piante carnivore, che mangiano insetti nella ricerca di azoto, necessario per la produzione di proteine.

La pianta che “incarna” il senso del tatto è la “mimosa pudica” capace di chiudere in modo repentino le foglie se viene toccata. Alcuni fiori si chiudono sugli insetti impollinatori per “sporcarli” meglio di polline, mentre le piante che hanno i viticci tastano gli ogggetti intorno per scegliere da chi farsi sorreggere.
L'udito è dato dalle vibrazioni della terra , captate da tutte le cellule della pianta grazie a dei canali meccano-sensibili: la musica applicata all'agricoltura delle viti ha prodotto, a Montalcino, risultati sorprendenti: il vino di quelle viti era più ricco di sapore, colore e polifenoli.

Oltre ai 5 sensi che abbiamo in comune, le piante ne hanno sviluppati altri 15.
Il quarto capitolo indaga la comunicazione delle piante, accenniamo al fatto, per esempio, che esse riconoscono i parenti e i batteri che possono essergli amici.

Ogni anno migliaia di specie di cui non sappiamo nulla si estinguono e, con loro si perdono definitivamente chissà quali regali per l'umanità. Forse, essere consapevoli che le piante sentono, comunicano, ricordano, imparano, risolvono problemi, potrà un giorno aiutarci a considerarle più vicine a noi e magari fornirci l'opportunità di studiarle e proteggerle con maggire efficacia.

Le piante meritano diritti, e la discussione su questo punto non è più rimandabile.

STEFANO MANCUSO E ALESSANDRA VIOLA
VERDE BRILLANTE: sensibilità e intelligenza del mondo vegetale
Giunti 2015

April 04, 2016

La prima volta in cui ho sentito parlare di un caso di pedofilia che fece molto scalpore in Albania e indignò l'opinione pubblica, fu nel 2004 in una casa famiglia per bambini orfani e abbandonati. La comunità si chiamava “I Suoi Figli” ed era gestita da una fondazione religiosa di cittadini inglesi, americani, olandesi e belgi.

Gli orrori che raccontarono i bambini quando tre componenti della fondazione, compreso il presidente inglese, furono denunciati da una volontaria olandese del centro, superarono i peggiori incubi che avessi mai avuto nella mia vita. Uno di loro, religioso, prima di abusare dei bambini, leggeva loro la Bibbia. Non riuscivo neanche a leggere fino in fondo le notizie che giravano in rete, che raccontavano testimonianze di bambini abusati e violentati brutalmente.

L'opinione pubblica in Albania rimase scioccata... Nell'Albania maschilista, chiusa per cinquant'anni sotto la dittatura di Hoxha e portatrice nei secoli di una cultura che imponeva regole rigide regolarizzate dal Kanun, un codice medievale, secondo il quale i bambini non si toccano, questo bruttissimo evento, purtroppo, non sarebbe rimasto l'unico.

La società albanese contemporanea deve fare i conti adesso con le problematiche sconosciutissime alla sua cultura secolare tradizionale: la pedofilia, l'incesto, la vendita come una merce qualsiasi di bambini destinati al mercato nero degli organi, la prostituzione minorile, l'adozione illegale. Si sono moltiplicati vertiginosamente i casi dei bambini scomparsi nel nulla. A questo si aggiunge un’altra inaudibile grettezza: si uccidono i bambini nel nome di Kanun e del debito di sangue, disonorando lo stesso codice che condanna fortemente questi orrori.

Io credo che parlare di queste storie, affrontate anche nel mio nuovo romanzo “I bambini non hanno mai colpe”, aiuti la società a prendere coscienza di questi fenomeni loschi che toccano tutti i paesi. Perché le richieste per il mercato nero degli organi, la prostituzione minorile e l'adozione illegale arrivano dai paesi più sviluppati e industrializzati del mondo, Italia compresa, approfittando della povertà della gente nei paesi poveri e in via di sviluppo. È matematico: se non ci fosse richiesta, si annullerebbe l’orribile tratta degli esseri umani. Ecco perché bisogna raccontarle senza tabù, esattamente come sono in realtà: la vergogna dell'umanità.

Il silenzio molte volte uccide.

Ismete Selmanaj Leba

01/04/2016



 Ismete
 Ismete Selmanaj Leba

Ismete Selmanaj è nata a Durazzo, in Albania. Nel 1991 si laurea all'Università di Tirana presso la Facoltà di Ingegneria Edile, ma la passione per la letteratura, che l’ha accompagnata sin da quando era bambina e che le ha fatto vincere medaglie e numerosi premi, non l’ha mai abbandonata. Vive sulla sua pelle la crisi politica albanese: nel 1992, infatti, decide di trasferirsi in Italia, risiedendo da allora in provincia di Messina.

Con Bonfirraro lo scorso anno ha pubblicato il libro di successo Verginità Rapite che segna il suo esordio in lingua italiana, adottato dalla cattedra di “Cultura e Letteratura Albanese” presso l’Università di Palermo. I bambini non hanno mai colpe è il suo secondo romanzo, in cui la fa da padrona l’attualità e la sua piaga più mostruosa, la pedofilia, a cui viene intersecato il Kanun, il codice di comportamento albanese di tradizione medievale che grida perennemente alla vendetta.

March 30, 2016

Il prossimo 27 gennaio esce per i Ricci delle Edizioni Gruppo Abele il nuovo libro di Daniele Poto "Italia diseguale. Poveri e ricchi nel Belpaese"

«L’Italia e un paese ricco abitato da poveri o un paese povero abitato da ricchi?».
La domanda, volutamente provocatoria, percorre il libro di Daniele Poto.
Il 28,4 per cento degli italiani e a rischio povertà e la Sicilia ha la quota più alta in Europa con un ragguardevole 55,3 per cento. I ricchi tengono le posizioni. La classe media s’inabissa, i poveri tradizionali si avvicinano a uno status infimo di pura sopravvivenza. Ma nonostante questi dati preoccupanti (e i molti altri che il libro riporta, nello stile giornalistico che contraddistingue la scrittura dell’autore) i governi sembrano continuare a posticipare la necessità di mettere al primo posto nell’agenda politica la lotta alla povertà.

L’autore, in queste pagine, riporta con lo stile snello e accessibile che contraddistingue la sua scrittura giornalistica, numerosi dati e esempi, mettendo in mostra mancanze e contraddizioni di questo nostro Paese, in cui i pochi ricchi si contrappongono sempre di più ad un numero crescente di poveri, il familismo impera, la corruzione e il potere delle attività criminali sembra non diminuire, la filantropia diventa metodo di arricchimento, in un excursus in grado di fornire una visione generale dell’attuale crisi in atto.
Al più famoso PIL si accosta il FIL (indice di felicità). Nella particolare classifica stilata del World Happiness Report l’Italia è al cinquantesimo posto; dopo di noi, in Europa, solo la Grecia, sconvolta da una crisi economica di dimensioni ben maggiori. Che ne è stato, quindi, del Belpaese?

Sei milioni di poveri: questo è il combinato disposto dei cancri che abitano il Belpaese. Corruzione, evasione fiscale, mafie declinate al plurale. Una tassa fissa di 550 miliardi di euro che impedisce un qualunque avanzamento nelle gerarchie di crescita dell’Unione Europea. Eppure le priorità dei Governi che si sono succeduti al potere nella seconda Repubblica inclinano ad altre distraenti priorità. Daniele Poto ne “l’Italia diseguale” risale alle cause endemiche della povertà, indicando con precisione i fattori di depauperamento della nazione, comprendendo nell’analisi il tiro al bersaglio, soprattutto fiscale, su alcune categorie facilmente colpibili come i pensionati e i lavoratori dipendenti. Il miraggio del rilancio grazie a Expo 2015 o alle velleitaria candidatura per l’Olimpiade del 2024 la dice lunga sulla volontà di sopravvivenza della casta politica che con questi target evoca obiettivi e conquiste che non mutano le difficili condizioni di vita di una larga parte di italiani. Un connazionale su sei oggi rinuncia a curarsi per l’impossibilità di provvedere al pagamento delle spese sanitarie. E nelle graduatorie di corruzione in Europa solo la Bulgaria ci batte. La resistenza all’introduzione del reddito di cittadinanza, la china obbedienza ai diktat europei descrive un paese immobile, sigillato da un apparato burocratico che lascia poche speranze.

L’analisi muove dalla povertà che attanaglia l’intero pianeta ma subito si addentra, come un racconto di avventura, nei meandri delle ragioni politiche e strutturali della crisi dell’Italia: un paese di vecchi e nuovi poveri, sei milioni in totale, con il rigonfiamento di una classe media che si inabissa portando involontariamente a fondo l’economia e che lo Stato colpevolmente non sostiene.
Per arrivare alla meta finale il testo affronta la povertà da molteplici punti di vista, che diventano altrettanti capitoli: la politica drogata dei derivati, l’accanimento sulle pensioni, la politica fiscale, lo “sfogo” della beneficenza, il mancato reddito di dignità o di cittadinanza, l’incidenza della criminalità e della corruzione a livello endemico, il familismo imperante, lo scenario internazionale, l’etero-direzione del Brussels Group e molto altro ancora.

 

L'autore

Daniele Poto, giornalista, scrittore e ricercatore, si occupa di legalità, socialità, sport e gioco d'azzardo. Ha all'attivo diciotto libri che oscillano tra letteratura e saggistica, tra cui Le mafie nel pallone (Edizioni Gruppo Abele, 2010). Impegnato in Libera (Associazioni, nomi e numeri contro le mafie), gira l'Italia cercando, con alterni risultati, di spargere semi di sensibilità civile e culturale.

Per saperene di più:
www.edizionigruppoabele.it
www.facebook.com/EdizioniGruppoAbele
@AbeleEd

March 26, 2016

 Rinascimento: sono gli anni di Leonardo, Botticelli, Michelangelo, gli anni della cultura umanistica. Ma sono anche gli anni nei quali si consuma la strage delle donne, bollate come “streghe”, anni nei quali inizia la dissociazione tra corpo e psiche, tra materia e spirito che dominerà fino ai nostri giorni.

1400 e 1500: è del 1426 il rogo di Matteuccia da Todi, è del 1589 il rogo di Crezia Mariani, e non sarà l'ultima ad essere torturata e bruciata.

Tra le donne accusate c'erano molte curatrici di campagna, unici punti di riferimento medico per molte persone. Perché la Chiesa e lo Stato si sono accaniti così tanto contro di loro? Il libro “Donne senza Rinascimento” è l'unico che indaga questa questione.

Nel medioevo l'attività curativa delle donne si affianca a quella di altri operatori, ed è ancora valutata positivamente, ne sono una testimonianza gli scritti della scuola medica salernitana, tra i quali vengono riportate ricette e preparati proprie della tradizione delle mulieres.

Nel rinascimento senza donne la malattia e il corpo entrano nelle Università, subentra una visione duale: si separa il corpo dalla totalità dell'essere umano, disanimandolo, per farne oggetto di osservazione, insieme alla malattia, anch'essa oggettivata, resa atemporale, da affrontare uniformemente.

La salute è sempre stato un terreno ambito dai poteri forti: la restrizione delle molteplici figure di guaritori e guaritrici (empirici, farmacisti, speziali, litotomi, levatrici, aggiustaossa, rinoplastici, herbari...) è cominciata con le “patenti” , una sorta di licenza con la quale si poteva continuare a lavorare.

Con l'avvento delle università si delinea la figura del medico addottorato (che sa il latino) che si distingue dal pratico empirico.

Nel 1511 lo stato di Milano stabilisce che chiunque voglia medicare debba essere approvato dal Collegio dei Fisici. Ad essere colpite sono le basi dell'autonomia e dell'uguaglianza sociale.

La medicina ufficiale è galenica, si basa sulla teoria degli umori e trova come strumenti di azione soprattutto salassi e purghe, pratiche contro le quali le herbarie e le medichesse si scagliavano, perché il sangue è vita e non va disperso, preferendo rimedi dolci, come i massaggi, le tisane, gli impacchi, senza far mancare l'ascolto attivo.

Le scoperte fisiologiche e i principi dell'umoralismo del tempo reintroducono e riconfermano il topos dell'inferiorità femminile: il corpo femminile è più cagionevole perché formato da elementi meno dinamici e privi di calore che implicano il prevalere, a differenza dell'elemento aereiforme e ligneo dell'uomo, di quello terracque che significa staticità, passività, freddezza, e soprattutto incapacità di procedere oltre l'intuizione.

La donna risulta “interessante” solo come strumento di riproduzione. Il corpo femminile si fa oggetto di conquista, e il primo passo è quello di “eliminare” le sapienti levatrici (pensiamo al Lucia Bertozzi, definita dagli stessi inquisitori “strega eccellentissima”). La ginecologia entra a far parte del settore specialistico controllato dagli uomini, la mollities fisica femminile va sostenuta perché impossibilitata a gestire il proprio corpo.

Nel frattempo la magia si va accostando al demoniaco, portando con sé tutte quelle pratiche di cura che non rientrano nei dettami istituzionali.

I roghi fanno comodo ai physici perché tolgono di mezzo avversarie spesso particolarmente efficienti, come accade nel caso di Crezia Mariani di Lucca, donna che curava con erbe, massaggi, unzioni, ma anche con parole e segni, caso storico che il libro indaga in dettaglio.

Una donna come Crezia, del sottoproletariato contadino, viene facilmente relegata tra gli scarti della storia (..) ma essa può anche servire quale testimonianza ed esemplificazione di una medicina empirica popolare un tempo a protagonismo femminile che ormai si è deteriorata e appare scomoda, anche perché presupponeva l'impossibile: che nel gruppo di riferimento e nel corpo sociale le donne mantenessero spazi in cui veder riconosciuto e rispettato un loro modo autonomo di operare, di fare.

Chiaramonte Enrica, Frezza Giovanna,Tozzi Silvia
Donne senza rinascimento
Eleuthera edizioni, 1991

March 10, 2016


Negli ultimi anni Roberto Fantini, da sempre attivo in Amnesty International, insegnante di filosofia e pittore sottilmente visionario, ha iniziato a pubblicare alcuni libri di piccole dimensioni, molto curati, densi ma leggibilissimi. Ricordo La morte spiegata ai miei figli, Dogliani 2010 e Vivi o morti? Efesto 2015, testi molto diversi tra di loro nonostante il tema comune – il secondo è sui trapianti d’organo, tema che nasconde alcuni aspetti oscuri, di cui mai si parla.

Questa volta Fantini ci invita a leggere uno dei pensatori italiani più rivoluzionari del Novecento, Aldo Capitini, conosciuto da pochissimi, al punto che è difficile reperirne i testi. Capitini (1899-1968) ebbe grande influenza sulla generazione degli intellettuali che hanno vissuto sotto il fascismo, ma avendo mantenuto una grande coerenza di comportamento e per il suo altissimo concetto della politica, rimase fuori da qualsiasi partito. Qualche anno fa fu ricordato nella trasmissione di RAI3 Uomini e profeti, dopo la sua morte sono usciti alcuni testi a lui dedicati, che dghhFantini cita e ai quali attinge, ma rimane un autore da scoprire.

Il contributo di Fantini, come egli stesso spiega nella prefazione, vuole essere appunto quello di avvicinarci a un pensiero vivificato da una vita gandhianamente costruttiva, cioè orientata a valori che ci si sforza di mettere in pratica. Quando Fantini scrive, nella stessa prefazione, dell’aiuto che ci può venire quando ci abbeveriamo alla sorgente capitiniana, parla esplicitamente di una schiavitù intellettuale e morale alla quale siamo vincolati. Con eleganza Fantini evita di fare riferimenti più precisi e conviene seguirlo, anche se si affollano alla mente tanti, ma veramente tanti, riveriti “maîtres à penser” il cui pensiero non ci aiuta per nulla ad affrontare costruttivamente le grandi sfide con cui ci dobbiamo confrontare. Quello di cui abbiamo bisogno non è l’ennesima analisi di ciò che non va e delle presunte ragioni per cui il mondo funziona così male, ma di una visione che ci sollevi e ci indichi una direzione diversa, da percorrere umilmente ma con tenacia e senso di affratellamento. L’idea del nemico ha già fatto abbastanza danni, è una costruzione mentale di chi non vuole vedere la fondamentale unità, se non del Tutto, quanto meno di tutti gli abitanti di questo pianeta, animali inclusi, e piante e perché no, minerali.
Fantini suddivide il libro in capitoli in parte biografici, in parte tematici. L’antifascismo, la religiosità autentica, singolare, profonda, perché aconfessionale, e infine un capitolo sul vegetarianismo di Capitini, espressione di rispetto e intuizione del fatto che una nonviolenza che comincia dai non umani è più vera. Molto utili sono le pagine in cui sinteticamente l’autore ricorda le moltissime fonti occidentali e alcune anche orientali della religiosità di Capitini.
In un testo tutto sommato davvero di dimensioni contenute, Fantini arriva così allo scopo che si era prefisso: invogliarci a leggere Capitini, a cercare e a reclamare i suoi libri quasi irreperibili, a far uscire la sua luce da sotto il moggio, a respirare le sue parole per assorbirle e trasformarci in persone attivamente efficaci nella ricerca di una migliore convivenza con tutti e fra di tutti.


Roberto Fantini. Aldo Capitini. La bellezza della luce.
Roma, Efesto 2015, pp. 104, € 12,90.

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