
| L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni. |
E' stata presentata nei giorni scorsi, nella sala multimediale Tiziano Tessitori a Trieste, la seconda edizione del progetto "IN Crescendo", il percorso integrato di musicoterapia che accompagna ragazzi con disabilità a vivere l'esperienza della musica classica.
IN Crescendo è un progetto strutturato che accompagna persone con disabilità cognitiva all’ascolto della musica classica attraverso un percorso guidato di musicoterapia. Il programma prevede momenti di preparazione con professionisti, incontri diretti con musicisti e la partecipazione a tre concerti dal vivo della Stagione Concertistica della Società dei Concerti Trieste, con le eccellenze dei Tallis Scholars, di Avi Avital con Lorenzo Cossi, di Julliard415 New York e Yale Schola Cantorum con Grete Pedersen. Ogni fase è pensata per rendere l’ascolto comprensibile, accessibile e coinvolgente. Si tratta dunque di un percorso strutturato, pensato per mettere al centro la persona, valorizzare le emozioni e celebrare il potere inclusivo della musica.
L’iniziativa, giunta alla seconda edizione, è stata ideata e coordinata dalla Fondazione Monticolo&Foti e dalla Società dei Concerti Trieste, con la collaborazione di ASD Calicanto APS e Aulòs Musicoterapia. Il progetto si amplia quest’anno accogliendo un nuovo gruppo di partecipanti, confermando e rafforzando la rete costruita nella prima edizione.
Durante la presentazione nella sala multimediale del Consiglio regionale, si sono succeduti i discorsi dei presenti al tavolo relatori. Al centro dell’iniziativa c’è la visione della Fondazione Monticolo&Foti, il cui Presidente Andrea Monticolo ha ribadito come IN Crescendo nasca dal desiderio di creare opportunità culturali autentiche per ragazzi con disabilità cognitiva, mettendo al centro la persona: non solo accompagnandola in un percorso di musicoterapia, ma offrendo anche la possibilità di vivere il teatro come spazio di inclusione, bellezza e partecipazione, e di fruire di esperienze di qualità, aumentando così la divulgazione della cultura musicale. Un percorso che ha trovato ascolto e apprezzamento anche da parte delle istituzioni del territorio – Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, Confcommercio Trieste, Comune di Trieste – che ha colto l'occasione per ringraziare per averne compreso il valore culturale e sociale e per il sostegno dimostrato. 
Piero Lugnani, Presidente della Società dei Concerti Trieste, sottolinea che il progetto è la dimostrazione che la musica ha la capacità di generare relazione, ascolto reciproco, coesione e fiducia, parlando a tutte le persone attraverso un linguaggio universale e inclusivo. La Società dei Concerti Trieste considera parte integrante della sua identità e del suo ruolo pubblico il vasto insieme delle attività che da anni dedica alla educazione e alla formazione culturale della persona, nella convinzione che la Musica non sia solo un bene artistico, ma un elemento essenziale per il benessere individuale e collettivo. Per questa ragione i progetti che la Società dei Concerti Trieste dedica al welfare culturale – sintetizzati nell’acronimo Salus per Musicam – non costituiscono una cornice accessoria alla sua Stagione Concertistica, bensì compongono un quadro unitario in cui proposta artistica e impegno sociale procedono in modo integrato.
Siamo molto contenti che si sia potuta realizzare e rinnovare questa collaborazione che ci permette di offrire ai nostri soci la possibilità di avvicinarsi al mondo della musica arricchendo l’offerta che già proponiamo attraverso la Calicanto Band. Ringraziamo tutti i partner di progetto e in particolare la Fondazione Monticolo & Foti, esordisce Alda Sancin, Vicepresidente di ASD Calicanto APS. Prima dei concerti, i partecipanti vengono guidati da musicoterapeuti, professionisti e musicisti in attività di ascolto consapevole ed esplorazione sonora, pensate per rendere l’esperienza del concerto accessibile, significativa e profondamente coinvolgente.
Chiara Maria Bieker, Presidente dell’Associazione Aulòs Musicoterapia, spiega che Nella prima edizione di IN Crescendo abbiamo ottenuto risultati molto concreti: i partecipanti hanno sviluppato una crescente familiarità con il contesto concertistico, un interesse costante e un coinvolgimento sempre maggiore, con progressi nella comunicazione, nella socializzazione, nell’espressività creativa e nella regolazione, fino a vivere l’ascolto dal vivo in modo consapevole e partecipe. Proseguire quest’anno garantisce di dare continuità a un percorso efficace e di consolidarne gli obiettivi: potenziare l’ascolto attivo, l’apertura relazionale e l’espressione corporea e sonora, accompagnando i partecipanti nel riconoscere la musica come esperienza globale e condivisa. L’Associazione Aulòs Musicoterapia è lieta di contribuire per il secondo anno a questo progetto, che supporta i partecipanti e accresce la consapevolezza del potenziale sociale e inclusivo della musica presso musicisti, organizzatori e pubblico».
Il valore sociale del progetto è riconosciuto anche dal mondo economico e istituzionale grazie al sostegno di Confcommercio Trieste, del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia e del Comune di Trieste adesioni che vanno oltre la semplice beneficenza e si traducono in un impegno concreto nel promuovere una cultura realmente accessibile, inclusiva e capace di generare impatto sul territorio. In questo senso, Confcommercio Trieste ribadisce come IN Crescendo rappresenti un progetto capace di valorizzare il coinvolgimento attivo dei ragazzi, di accompagnarli in un autentico percorso di crescita personale e di contribuire alla costruzione di una comunità più consapevole, aperta e partecipe. Stefano Patriarca, Segretario Generale del Consiglio regionale, sottolinea l’importanza dell’iniziativa: Desidero esprimere un apprezzamento profondo e sentito per questa iniziativa, nata da uno sguardo attento alle persone e realizzata con grande umanità, competenza e sensibilità. Il Consiglio regionale sostiene e valorizza progetti capaci di generare un impatto reale sul territorio, sotto il profilo culturale, sociale e umano, e questo progetto ne è una testimonianza autentica, per valore, qualità e visione.
Anche per Massimo Tognolli, Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Trieste, il progetto rappresenta un percorso strutturato che riconosce nella cultura musicale uno strumento di inclusione, crescita e partecipazione, in dialogo con le azioni promosse dal Comune, per offrire opportunità reali e di qualità ai giovani con disabilità. Con la nuova edizione, IN Crescendo rinnova il proprio impegno nel dimostrare come la musica classica possa essere uno strumento potente di crescita, relazione e inclusione, capace di parlare a tutti, senza esclusioni.
In chiusura della presentazione, tra emozione e applausi dei presenti, è stato riproposto il video del percorso dei partecipanti alla prima edizione del progetto.
Anzio (RM) - Sul Margine tirrenico, alla periferia dell’apparato vulcanico dei Colli Albani a circa 24 km di distanza dal lago craterico di Albano (RM), l’attività eruttiva dei Colli Albani è iniziata circa 600.000 anni fa e continuata fino all’Olocene (5.800 anni); il vulcano deve essere considerato quiescente e non estinto. Il complesso vulcanico dei Colli Albani è caratterizzato dalla presenza di zone con forte emissione di gas endogeno di probabile origine magmatica o idrotermale, le principali sono le zone di Cava dei Selci (Marino), Solfatara di Pomezia e Tor Caldara di Anzio (tracciato dalla Carta delle anomalie gravimetriche di Bouguer dei Colli Albani “da Filippo e Toro 1995”). Negli ultimi anni queste ricerche sono state svolte nell’ambito di contratti di ricerca fatti con la Regione Lazio (Direzione Regionale Protezione Civile, Dipartimento Istituzionale del Territorio). L’anidride carbonica è il più abbondante dei gas endogeni dei Colli Albani (93-99 vol.%) che contengono anche apprezzabili quantità di idrogeno di solforato (H2S) azoto (N2), metano (CH4) e radon (Rn). Le principali manifestazioni gassose sono tutte ubicate in corrispondenza di alti strutturali del basamento carbonico che corrispondono ad anomalie gravimetriche positive, che indicano in una risalita preferenziale di fluidi profondi (prevalentemente di anidride carbonica di origine magmatica o metamorfica) lungo le zone di frattura delle faglie che bordano i blocchi calcarei sollevati.
Queste rocce carboniche sepolte ospitano il principale acquifero regionale della zona, al cui interno si dissolve e si accumula gas endogeno che risale dal profondo. Da qui il gas sfugge verso la superfice lungo faglie e fratture e si accumula negli acquiferi superficiali ospitati anche a piccola profondità, nei livelli permeabili delle rocce vulcaniche Albane o in sedimenti sciolti Neogenici o Quaternari. Per meglio specificare i sedimenti sciolti neogenici o quaternari sono accumuli di materiali terrigeni (frammenti di rocce) e organogeni non ancora cementati o litificati (trasformati in roccia solida), depositati in un intervallo di tempo che va dal Miocene inferiore (inizio Neogene, circa 23 milioni di anni fa) fino all’Olocene (attuale quaternario ovvero periodo geologico attuale).
Tutte le principali manifestazioni gassose corrispondono a zone dove scavi antropici hanno rimosso la copertura impermeabile superficiale che manteneva il gas confinato in profondità consentendone l’arrivo in superfice. Dove la copertura impermeabile è ancora presente, possono esservi nel sottosuolo a varie profondità (10-230 m.) sacche pressurizzate di gas che possono causare pericolose emissioni accidentali se raggiunte da pozzi o scavi.
Da una indagine approfondita fatta a pochi chilometri a sud est nella zona di Lavinio, frazione di Anzio (RM), si sono evidenziate emissioni gassose presenti in varie zone. Queste emissioni sono concentrate soprattutto in due depressioni prodotte da scavi minerari del passato per la coltivazione dello zolfo (Miniera Grande e Miniera Piccola). Il Gas endogeno rilevato è caratterizzato da un contenuto di H2S “anidride solforosa” (4,65-6,3 vol.%) molto più alto delle altre manifestazioni gassose dei Colli Albani e più in generale dei vulcani laziali dove di regola è inferiore a 1,5-2,0 vol. %.
I rilevamenti e gli studi fatti negli anni (2005- 2009- 2011) hanno evidenziato che le misure della concentrazione del gas in aria hanno fatto emergere che nelle zone interessate dai carotaggi vi è una emissione anomala tali da raggiungere concentrazioni letali, sia per CO2 (anidride carbonica) che per H2S (anidride solforosa).
In quelle zone ci sono stati incidenti evidenziati anche dalle cronache, laddove nel 2011, all’interno di un centro sportivo durante le pulizie di una vasca di compensazione una persona è deceduta e altre 4 sono rimaste ferite. Le successive indagini scientifiche eseguite dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia dell’Università degli Studi Roma Tre e dalle Autorità locali, evidenziavano che in quella zona vi erano state emissioni gassose rilevabili da siti dove venivano trovati animali deceduti in buche, forte odore di uova marce e in alcune zone di mare bolle di gas che dal sottosuolo sfociavano sul fondo marino. I carotaggi effettuati in quel contesto, con sonde di campionamento dei gas, rilevavano in alcuni punti fino a 1.250 PPM (parts per million) ovvero una concentrazione molto elevata e potenzialmente pericolosa di gas. Basti pensare che bastano 250 PPM per uccidere una persona (quindi quelle rilevate) arrivavano ad essere 5 volte letale per l’uomo.
Dai “racconti” dei cittadini della zona emergevano notizie di proprietari di abitazioni che durante gli scavi di rifacimento della loro taverna bucavano una sacca e venivano colti da malori, di cantieri edili che durante le perforazioni bucavano una sacca e dalla terra gli veniva sputata la paletta di trivellazione, infine di animali trovati morti in buchi o vicino a corsi d’acqua. Tutte le segnalazioni comunque non sono mai state prese seriamente in considerazione, cosa che lascia presagire uno scarso interesse del problema da noi invece ritenuto assai grave. Un Governatore attento, potrebbe proporre l’emanazione di un’ordinanza che tuteli la salute pubblica, che obblighi chiunque voglia perforare il terreno in quella zona a munirsi di una autorizzazione a fare lavori, questo sarebbe già una chimera, un farmaco divino, una ricetta miracolosa...
Ma abbiamo capito che questo accadrà solo quando il fatto sarà già avvenuto…
Cosa hanno in comune queste due strutture? Ebbene nel Museo Pigorini di Roma, è stata inaugurata il 18 dicembre 2025 una sala dedicata alla Grotta Guattari scoperta nel 1939 nella zona del Circeo vicino a Latina. In questa grande grotta rimasta sepolta per 50.000 anni, sono stati rinvenuti i resti di uomini di Neanderthal insieme ad animali di quel periodo tra cui delle iene, che dopo l'abbandono del sito da parte di questi uomini preistorici, lo hanno utilizzato come tana portandovi all'interno carcasse di ogni tipo, tra cui cervi, elefanti, cinghiali, uri di cui poi si nutrivano. Tutti reperti che ora sono ospitati in questa suggestiva ed immersiva sala del museo che si trova nella zona dell’Eur.
Per cercare di studiare il DNA dei reperti trovati, è stato interpellato il Laboratorio di Antropologia Molecolare e Paleogenetica di Firenze, specializzato nello studio del DNA antico (aDNA) estratto da reperti scheletrici umani e da altri materiali archeologici.
Eccellenza nella ricerca sull’evoluzione umana, il laboratorio gestisce l’intero processo dalla manipolazione dei reperti attraverso il sequenziamento NGS o Next Generation Sequencing. Si tratta di una tecnologia avanzata di analisi molecolare che permette di sequenziare milioni di frammenti di DNA o RNA in parallelo, analizzando simultaneamente numerose molecole attraverso un processo molto veloce.
L’ attività di ricerca passa per la caratterizzazione genetica dei resti antichi, necessario per comprendere l’evoluzione, la struttura biologica e lo stile di vita delle popolazioni passate, nonché lo studio sulle specie animali domestiche. Il laboratorio copre l’intero flusso di lavoro: dalla manipolazione dei reperti, all’ estrazione del DNA, per passare alla preparazione delle librerie genomiche, fino all’ analisi bioinformatica dei dati di sequenziamento dell’ NGS.
Situato presso il Dipartimento di Biologia di Firenze, la struttura opera in ambito interdisciplinare collaborando a progetti di conservazione e valorizzazione dei resti antropologici, oltre ad effettuare analisi in ambito forense. Nel nostro caso, ha operato studiando i reperti neanderthaliani rinvenuti nella grotta Guattari.
Il laboratorio rappresenta un punto di riferimento in Italia per la paleogenomica, ovvero lo studio del DNA antico attraverso l'analisi dei resti umani che si sono conservati nel tempo.
Il DNA è una grande molecola che si trova all'interno delle cellule di tutti gli esseri viventi, è composto da quattro elementi di base chiamati nucleotidi denominati con le lettere: A,T,C,G. La loro combinazione in sequenza costituisce il codice genetico di ogni individuo.
Il DNA antico (aDNA), viene estratto, processato e sequenziato a partire da una piccola quantità di materiale biologico trovato nei campioni antichi. Il materiale genetico però è altamente frammentato e presenta dunque poca quantità per gli studi, così sono necessari dei laboratori specializzati, che seguono protocolli sperimentali e di analisi bioinformatica specifici per il DNA degradato, così da poterlo ricostruire.
Lo studio del DNA segue quattro passaggi:
Estrazione del DNA, liberato dalle cellule conservate in quantità molto piccole e del materiale biologico; avviene poi la preparazione delle librerie: ad ogni molecola di DNA vengono aggiunte delle etichette o adattatori. Il sequenziamento invece, prevede che tutti i frammenti di DNA vengano letti base per base e riordinati, come se fossero delle pagine di un libro strappato. L'ultimo passaggio è quello dell'analisi dei dati, dove si studia la variabilità genetica, si analizza la relazione di parentela, le patologie del passato e le caratteristiche fenotipiche.
Uno dei principali problemi per lo studio del DNA antico però è la contaminazione da parte del DNA umano di origine moderna, ovvero di chi ci lavora a contatto. L’ Impiego di laboratori dedicati esclusivamente a questo tipo di analisi, prevede un uso specifico di vestiario che permette di limitare la contaminazione.
L'analisi del DNA può essere fatta su elementi ossei, come la rocca petrosa, elemento osseo prediletto per l'estrazione del DNA. Si tratta di una porzione piramidale dell'osso temporale posto alla base del cranio, tra l'osso sfenoide e l'osso occipitale, che costituisce la parte endocranica dell'osso temporale. Questo grazie alla sua densità preserva meglio di altri reperti il materiale genetico.
Altre parti da cui può essere prelevato il DNA antico sono: i capelli e i peli, ma ancora meglio i sedimenti di tartaro dei denti o i denti stessi.
Attraverso la mineralizzazione della placca dentale sulle superfici dei denti e dunque del tartaro, è possibile fare un'analisi microbiotica. Il tartaro è costituito interamente da materiale microbico (99,9%) e dunque conserva il DNA dei batteri della microbiota (insieme di microrganismi) orale e dei residui di cibo.
L'analisi del DNA dai sedimenti, rappresenta una forma di informazione sugli ecosistemi del passato. Con questo si può arrivare a studiare la distribuzione degli ominidi e di altre specie sulla terra, indipendentemente dai diversi scheletri rinvenuti. Così micro frammenti di ossa e denti diventano una potenziale fonte di DNA sedimentario. Un'altra risorsa deriva dai tessuti in decomposizioni e dalle feci.
Il DNA può essere d’aiuto anche per studiare le malattie dell'antichità, comprenderne la prevalenza, la rilevanza e l'impatto, insieme alla loro evoluzione nel tempo. Dunque anche un utile ricerca sui batteri e sui virus patogeni responsabili di malattie, come nel caso della Yersina Pestis per la peste e il Mycrobacterium Tubercolosis per la tubercolosi.
Il processo di misurazione e analisi dei tratti fisici, biochimici e comportamentali di un organismo derivanti dall’interazione tra il suo genotipo e l’ambiente, è nota come fenotipizzazione del DNA o analisi dei tratti fenotipici.
Il DNA antico ormai estinto, è studiato dalla paleogenomica, attraverso un approccio metagenomico, ovvero lo studio del DNA estratto dall’ambiente, come acqua, suolo ed intestino umano per poter gettare uno sguardo sui patogeni microbiotici e sulla dieta dei nostri avi.
La caratterizzazione individuale, è il processo di identificazione e analisi dei tratti unici (genetici, fenotipici o molecolari) che distinguono un singolo organismo dagli altri, anche all’interno della stessa specie. Con questa si stimano le relazioni di parentela e i tratti fenotipici, indizi e organizzazioni sociali e genetici delle popolazioni, i fenomeni migratori e le dinamiche demografiche.
Insomma, un po’ complicato per i non addetti, ma assolutamente fondamentale per lo studio di realtà che non hanno lasciato tracce scritte. Attraverso queste importanti ricerche è stato possibile ricostruire la storia dell’uomo e del mondo che lo circonda.
Ora, se l’istituto fiorentino ha operato in tal senso, utilizzando queste complicate operazioni che possono essere esposte solo attraverso una terminologia complessa e specifica; il museo romano permette di capire il lavoro eseguito dal laboratorio, attraverso in linguaggio semplificato che utilizza illustrazioni, proiezioni, reperti, pannelli integrativi, raffigurazioni e stazioni multimediali.
Questa collaborazione ha permesso di ricostruire le vicende degli ominidi neanderthaliani e renderle fruibili al visitatore del museo.
Sabato 29 novembre si è tenuta a Roma la presentazione ufficiale del nuovo corso sul Giornalismo Sanitario e l’Intelligenza Artificiale, in programma per marzo 2026, un percorso formativo pensato per fornire ai professionisti dell’informazione gli strumenti necessari a raccontare, con competenza e spirito critico, la crescente integrazione tra sanità e tecnologie emergenti. L’incontro si è svolto nella sede dell’UNAR, in via Ulisse Aldrovandi 16, ed è stato organizzato dall’Associazione Free Lance International Press (F.L.I.P.). A moderare l’evento di lancio è stato il presidente dell’Associazione, dott. Virgilio Violo, giornalista iscritto all’albo, che ha accompagnato il pubblico in un pomeriggio di approfondimento ricco di spunti e riflessioni, introducendo uno alla volta i tre esperti chiamati a illustrare i contenuti e le finalità del corso. Il primo intervento è stato quello del dott. Giancarlo Roscio, cardiologo e responsabile della cultura dell’emergenza cardiologica, che ha offerto una panoramica storica dell’evoluzione della sanità moderna, partendo dagli albori della telemedicina fino alle applicazioni più recenti dell’intelligenza artificiale. Roscio ha evidenziato come le nuove tecnologie stiano modificando profondamente la pratica clinica, la diagnosi, il monitoraggio del paziente e la gestione dei dati.
Una trasformazione che, di conseguenza, richiede al giornalismo una rinnovata capacità di interpretare e spiegare questi cambiamenti in modo accurato e accessibile. A seguire, la Prof.ssa Dr.ssa Lucia Denise Marcone, giornalista dal 1994, insegnante liceale e docente presso l’Università Unicusano di Roma, ha posto l’accento sull’importanza dell’alfabetizzazione all’intelligenza artificiale.
Marcone ha ribadito che l’IA deve essere considerata un potente strumento di supporto, utile per analizzare, sintetizzare e comprendere l’enorme mole di informazioni che caratterizza oggi il settore sanitario. Tuttavia, ha sottolineato con decisione che la responsabilità finale deve sempre rimanere all’essere umano, specialmente quando si parla di informazione, un ambito in cui rigore, etica e spirito critico non possono essere delegati alle macchine. E l’ultimo intervento è stato affidato all’Ing. Lorenzo Bossoli, esperto di Teoria dell’Informazione, che ha guidato i presenti in un affascinante excursus sulla storia dell’informatica e sulle basi tecnologiche che rendono possibile l’intelligenza artificiale moderna. Bossoli ha inoltre anticipato la struttura del corso, che verrà articolato in moduli formativi progressivi, pensati per offrire ai partecipanti una padronanza sostanziale delle tematiche trattate, dalle basi dell’IA ai modelli linguistici generativi, dal fact-checking tecnologico alla gestione etica dei dati sanitari. Il nuovo corso in partenza a marzo 2026 si propone come un percorso unico nel panorama italiano, rivolto non solo ai giornalisti, ma anche a comunicatori, studenti e professionisti interessati a comprendere e raccontare in modo competente la rivoluzione tecnologica che sta cambiando il mondo della salute. Le lezioni saranno finalizzate a colmare il divario tra conoscenza tecnica e comunicazione efficace, formando figure capaci di interpretare le innovazioni senza sensazionalismi, ma con consapevolezza, metodo e responsabilità. Gli organizzatori hanno espresso un ringraziamento speciale al responsabile del corso e direttore editoriale dell’Osservatore Meneghino il dott. Massimo Blandini, ai tre relatori per il loro contributo scientifico e culturale, al pubblico intervenuto e a S.E. l’Ambasciatore Onorario di Santo Domingo e CEO del World Bilateral Agency, dott. Andrea Tasciotti, per la sua partecipazione all’iniziativa.
Per ulteriori informazioni sul programma dettagliato del corso e sulle modalità di iscrizione, è possibile consultare il sito ufficiale dell’Associazione Free Lance International Press, dove saranno pubblicati aggiornamenti e materiali informativi dedicati. Il lancio del corso segna un passo importante nella formazione di un nuovo giornalismo sanitario, capace di affrontare con competenza e visione critica un futuro in cui l’intelligenza artificiale non sarà più un tema di nicchia, ma una componente essenziale della società e della comunicazione.
Intorno a questioni di estrema complessità e delicatezza, sia sotto il profilo strettamente scientifico, sia sotto quello etico-filosofico, giuridico e religioso, come quelle della “donazione degli organi” e dei trapianti, siamo sfortunatamente obbligati a constatare l’assenza pressoché assoluta di pluralismo di posizioni e di relativo dibattito. Domina, infatti, incontrastata una sola opinione dichiaratamente schierata a favore di dette pratiche, in nome del progresso della medicina, della solidarietà e della cosiddetta “cultura del dono”. E tutte le voci critiche, che sono tutt’altro che poche e insignificanti, di medici, filosofi e teologi, vengono sistematicamente ignorate e svilite.
Per riflettere e ragionare intorno ai vari aspetti problematici relativi al concetto di “morte cerebrale” e alla pratica trapiantistica, nel pomeriggio dello scorso 20 novembre, presso la sede romana dell’AVA (Associazione Vegan Animalista), organizzato dall’infaticabile Franco Libero Manco, ha avuto luogo una appassionata conferenza di Roberto Fantini, autore di Vivi o Morti? *, un libro utilissimo per orientarsi in maniera critica e indipendente in tale ambito.
Il relatore ha sottolineato la grave e preoccupante mancanza di informazione obiettiva, prendendo le mosse dall’analisi puntuale della stessa dichiarazione rilasciata dalla Commissione di Harvard che, nel 1968, introdusse quella “nuova definizione di morte” denominata morte cerebrale, ritenuta (e risultata) indispensabile per alleggerire le strutture pubbliche del peso di un numero sempre crescente di pazienti in condizione di coma giudicato irreversibile, e per sollevare i chirurghi espiantatori-trapiantatori da possibili accuse giudiziarie per omicidio.
Da tale analisi è emerso in maniera chiarissima il carattere meramente convenzionale ed utilitaristico di tale nuova definizione della morte, capace di trasformare, di fatto, pazienti gravemente lesi nelle loro facoltà cerebrali (e probabilmente avviati verso la conclusione della propria esistenza terrena, ma ancora vivi!) in veri e propri magazzini di organi perfettamente funzionanti da destinare ad altri corpi.
Particolarmente illuminanti, fra le tante letture e citazioni (da Hans Jonas a Robert Spaemann, da Joseph Seifert a Giovanni Paolo II) le lucidissime domande rivolte da Mercedes Arzù Wilson (membro della Pontificia Accademia per la Vita) ai sostenitori dell’ideologia trapiantistica, domande che dovrebbero indurci a riflettere e ad operare scelte con la massima prudenza, diffidenza e consapevolezza:
“Facciamo loro queste domande:
- Se il donatore “cerebralmente morto” è davvero morto,
perché continuano ad alimentarlo con le flebo?
- Perché, a volte, gli si fanno delle trasfusioni?
- Perché si somministrano ormoni tiroidei e surrenali?
- Perché necessitano dell’anestesia per espiantare gli organi? È forse perché l’anestesista e le infermiere si troverebbero a disagio nel vedere il supposto “cadavere”, che respira con l’assistenza di un ventilatore, muoversi mentre loro tagliano il torace del donatore per prelevarne il cuore, il fegato o il pancreas?
E È forse per evitare che il donatore si dimeni con paura quando il chirurgo dà inizio all’espianto dei suoi organi, oltre che per rassicurare l’impensierito staff medico che il donatore “cerebralmente morto” è realmente morto?
Prima di cominciare ad usare droghe paralizzanti è stato necessario convincere alcuni membri dello staff che dubitavano che il donatore fosse davvero morto.
- È curioso notare che, anche se il donatore è paralizzato, il battito del cuore e la pressione del sangue aumentano non appena il cuore inizia ad essere estratto.
- Come mai questi cosiddetti “cadaveri” non si decompongono per giorni e a volte per mesi?
- Come può una donna incinta, cosiddetta “cerebralmente morta”, continuare per mesi a mantenere in vita nel suo grembo un bambino ed essere definita cadavere?
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*Roberto Fantini, Vivi o Morti? Morte cerebrale e trapianto di organi: certezze vere e false, dubbi e interrogativi.
Edizione aggiornata e ampliata.
EDIZIONI EFESTO
Roma settembre 2023
L'astrofisico di Harvard Avi Loeb sul suo sito personale ha recentemente argomentato con rigore quello che sarà un serio banco di prova per comprendere la reale natura della cometa 3I/Atlas che ha da poco superato il suo perielio.
Leggiamo un passo dello scritto di Loeb
"(...).Ciò implica che dovremmo rilevare una massiccia nube di gas attorno alla cometa 3I/ATLAS nei mesi di novembre e dicembre 2025, qualora l'accelerazione non gravitazionale risultasse dalla sublimazione cometaria dei suoi gas.
Il 19 dicembre 2025 la cometa 3I/ATLAS arriverà più vicino alla Terra a una separazione di 269 milioni di chilometri, quando centinaia di telescopi terrestri così come i telescopi spaziali Hubble e Webb avranno la migliore opportunità di osservarla.
Tra il 27 novembre 2025 e il 27 gennaio 2026, 3I/ATLAS sarà monitorata dalla campagna osservativa della Rete internazionale di allerta asteroidale (IAWN). Se gli estesi dati IAWN non riveleranno una massiccia nube di gas attorno alla cometa 3I/ATLAS, allora la sublimazione cometaria poco evidente non costituirà una spiegazione naturale per la sua accelerazione non gravitazionale.
Se non osserveremo una massiccia nube di gas intorno a 3I/ATLAS a dicembre, allora l'accelerazione non gravitazionale rilevata vicino al perielio potrebbe essere considerata come una firma tecnologica di un sistema di propulsione."
Fonte: "Afterthoughts on the Non-Gravitational Acceleration of 3I/ATLAS at Perihelion", di Avi Loeb | Oct, 2025 | Medium
Si tratta di una riflessione astronomica molto importante e che ci consente di fare affidamento su un discrimine fisico osservabile per corroborare una certa ipotesi (la matrice tecnologica di una possibile tecnofirma aliena) rispetto ad un'altra ipotesi (la cometa sarebbe soltanto un insolito oggetto celeste naturale).
Flavio Vanetti giornalista del Corriere della Sera proprio recentemente ha scritto per il suo blog una eccellente disamina della questione, elencando le principali anomalie fisiche ed orbitali e strane coincidenze (sono ben nove) che caratterizzano questa cometa interstellare su traiettoria iperbolica scoperta a luglio 2025 dal Cile.
Il rapporto Nichel / Ferro e la loro presenza attorno al nucleo cometario proiettati nello Spazio e l'abbondanza prevalente di Nichel, è una delle chiavi per supporre l'originale artificiale di eventuali leghe metalliche presenti sulla cometa stessa.
Anche la luce blu della cometa identificata nello Spazio - invece di quella rossa tipica delle polveri cometarie -
ha sorpreso gli astronomi mentre la cometa si avvicinava al Sole, così come la sua elevata velocità (oltre i sessanta km al secondo, molto più veloce dei precedenti due oggetti cometari interstellari entrati nel sistema solare negli anni precedenti: l'oggetto celeste cometario 1I/Oumuamua nell'anno 2017 e la cometa 2I/Borisov nell'anno 2019).
L'aumento repentino della luminosità nell'approcciarsi al Sole e la caratteristica della luce riflessa polarizzata negativa della cometa, sono altri fattori insoliti e che combinati tutti assieme, rendono questo oggetto proveniente da regioni interstellari remote un oggetto astronomico davvero unico nel suo genere che farà parlare di sé per molti anni a venire.
Il rapporto Nichel / Ferro è stabile solitamente quando una cometa si avvicina al Sole
Cosa ha fatto di insolito questa cometa?
A differenza di quello che ci si aspetta, la 3I/Atlas ha mostrato una variazione nel rapporto Nichel / Ferro man mano che si avvicinava al Sole.
Il VLT del Cile (con il suo spettrografo) ha rilevato tetracarbobile di Nichel e pentacarbonile di ferro (che si formano a bassa pressione e basse temperature), che dallo stato solido sono passati a quello gassoso sublimando, man mano che la cometa si avvicinava alla nostra stella.
Quando era lontana da Sole, solo il Nichel avena cominciato a sublimare; poi quando essa si è avvicinata, anche il Ferro ha cominciato a farlo.
Come a dire, inizialmente solo il Nichel era il metallo individuato nella chioma come gas sublimato. Poi è stata la volta anche del Ferro.
Siccome Nichel e Ferro sono elementi chimici che si formano per nucleosintesi stellare da fusione e si formano insieme, nelle esplosioni delle supernove (e viaggiano insieme nello spazio come polvere di stelle), per quale motivo la cometa 3I/Atlas ha mostrato questa anomalia ?
Il Nichel si usa nelle leghe metalliche, combinato con ferro, anche e soprattutto nel settore aerospaziale.
Dulcis in fundo, assenza della classica coda cometaria rivolta nella direzione opposta al Sole.
Significa che l'oggetto è molto massiccio?
La cosa è suggerita anche dalla accelerazione non gravitazionale debole, cioè nonostante il degassamento visibile nella chioma (sublimazione), il suo moto è cambiato poco prima del perielio.
Ma poi improvvisamente al perielio è cambiato!
Vedi le ultime riflessioni di Loeb citate in questo scritto e la possibile causa del cambiamento.
E la coda apparsa e rivolta verso il Sole? Una anti-coda, "anti-tail" l'anno chiamata. Ancora più paradossale.
Il fatto poi che la cometa sia praticamente complanare al piano della eclittica (entro 5 °) è sconcertante.
Quasi qualcuno avesse pianificato molto tempo addietro i passaggi ravvicinati della cometa con alcuni pianeti rocciosi e gassosi del nostro sistema solare.
Come già detto, dunque, l'anomalia di accelerazione non gravitazionale rilevata nei giorni scorsi troverà una spiegazione probabile nei prossimi giorni.
Se emergendo dal Sole non vi sarà una grande chioma di gas, allora significa che la cometa ha probabilmente una propulsione di qualche tipo che è entrata in azione al momento del perielio.
Nei prossimi mesi le sonde spaziali della NASA e dell' ESA - così come gli osservatori terrestri - potranno fornire ulteriori dati preziosi per studiare questo insolito e bizzarro corpo celeste che passerà al suo perigeo a fine dicembre 2025.
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l salotto di Cadmo e Armonia è un salotto letterario, Romano, guidato dalla bravissima Carlotta Gherardini, tra i saalotti uno dei più prestigiosi e interessanti, presenta libri, presenta attività artistiche e soprattutto chiama a dibattere personaggi di alta qualità. È quindi un grande occasione di confronto culturale.
Non sorprende quindi che proprio lì si è svolto il dibattito sulle intelligenze artificiali (al plurale) prendendo spunto dal libro dell'avvocato Fabrizio Abbate, presidente del Salotto dell'intelligenza artificiale di Enia (Ente Nazionale Intelligenza Artificiale), che ha un titolo emblematico: Extra Fallaces .
Il libro è stato presentato a Spoleto dall’associazione #spoletofestivalfriends guidata da Ada Urbani ( nel quadro del festival di Spoleto) in un evento molto prestigioso che ha visto la partecipazione di relatori di grande competenza e chiara fama, quali padre Benanti esperto IA dell’ONU, Valeria Lazzaroli presidente dell’ENIA e Luciano Tarantino, vice presidente ENIA, del direttore dei musei dell’Umbria dr. D’Orazio, dal dr. Spanò e naturalmente dell’autore del libro avv. fabrizio Abbate.
Il titolo del libro richiama la frase che nel Cappella Sistina viene detta all'inizio di un conclave (la frase è extra omnes ) ma nel libro dell’avv. Abbate la frase ( modificata) è invece una parola d'ordine che, proprio nella Cappella Sistina, dove si svolge la scena finale emblematica del giallo, consente alla eroina del libro (Astrolìa) di capire che c'è qualcosa che non funziona.
Perché ci sono i Fallaces che si nascondono mescolati tra i presenti, ma chi sono questi fallaces?
Appena Astrolìa pronuncia la frase (che è appunto una parola d’ordine) avvengono tutta una serie di conseguenze impreviste e sorprendenti che spiegano il giallo e i suoi misteri.
Il libro presentato a Spoleto (durante il festival dei due mondi in una cornice prestigiosa) ha dato avvio ad un dibattito su IA e ARTE, che adesso prosegue nel salotto di Carlotta Gherardini e interessa tutti gli artisti, i creativi e gli intellettuali, anche perché segna l’ inizio della collaborazione tra questo salotto letterario, che è tra i più importanti e interessanti di Roma, con il salotto dell'intelligenza artificiale di Enia (Ente Nazionale Intelligenza Artificiale).
Enia, lo ricordiamo per i lettori, è uno dei più dinamici e qualificati organismi nel campo dello studio e della valutazione dell'intelligenza artificiale.
L’occasione è molto importante perché avvia una riflessione su cosa sono le intelligenze artificiali (al plurale) e quanto ad esse è applicabile il criterio dell'etica.
| (da sin.) Luciano Tarantino, vice presidente ENIA, Valeria Lazzaroli presidente ENIA, Padre Benanti esperto ONU di intelligenza artificiale, Fabrizio Abbate autore del libro Extra Fallaces sull’IA |
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Tutti sembrano d'accordo sul fatto che bisogna applicare l'etica anzi l’algoretica (secondo la definizione molto appropriata ed interessante di padre Benanti) all'intelligenza artificiale, però ci si divide sul come fare. Infatti sorgono 2 problemi: in primo luogo occorre definire come si applica e a chi si applica l'etica dell'intelligenza artificiale.
Finché l'intelligenza artificiale rimane in mano a pochi grandi player, i grandi oligopoli, è difficile applicare a loro l'etica in quanto si ritengono superiori a tutti, persino all’etica stessa; ritengono cioè di poter dettare loro l ‘etica e imporla a tutti con la forza dei soldi e dei sistemi incontrollati che tali player dominano. Importante quindi DEFINIRE cosa intenda ciascuno per etica per superare questa babele.
Gli oligopoli sostengono una (falsa) etica cosiddetta politicamente corretta (meglio definita etica woke), un’etica fittizia depurata dalle cose che danno fastidio a certi livelli di potere.
L’etica dei Superricchi è semplice e chiara perché discrimina chi non ha soldi abbastanza per pagare.
Si tratta quindi della discriminazione piu antica ed odiosa, che il main stream da per sottintesa ma è proprio questo economicismo esasperato che questa visione contiene e che una parte importante del mondo ormai rifiuta sempre piu nettamente ed è imperante solo da noi.
E’ lecito quindi porre in dubbio un’etica che maschera questa discriminazione dietro la cortina fumogena della legge di mercato.
Questo è il punto nodale, perché parlare di etica e poi trasformarla in semplice buona pratica è un equivoco.
Questo sarà il vero terreno di scontro futuro, ecco perché le riflessioni che si fanno nel salotto di Cadmo e Armonia sono importanti per tutti quelli che vogliono andare oltre gli schemi dell’Homo Oeconomicus imperante.
Nel panorama della medicina oncologica contemporanea, dove la personalizzazione delle cure non è più un’utopia, ma un percorso sempre più concreto, la terapia con Lutezio-177 emerge come una delle frontiere più promettenti. È una forma di medicina nucleare che unisce precisione scientifica ed impatto umano, e peraltro, non solo allunga la vita, ma restituisce tempo, dignità e qualità ai giorni che restano, soprattutto nei casi di tumore alla prostata in fase avanzata. La terapia con Lutezio-177 è rivolta in particolare a quei pazienti affetti da carcinoma prostatico metastatico resistente alla castrazione, che hanno già affrontato terapie ormonali, chemioterapie e per i quali le opzioni si fanno sempre più limitate. Non è una cura miracolosa, ma un’arma potente: il radioisotopo, veicolato attraverso una molecola che si lega selettivamente a una proteina presente sulla superficie delle cellule tumorali, il PSMA, rilascia radiazioni direttamente sul bersaglio, danneggiando il DNA delle cellule malate e provocandone la morte. Il principio è semplice nella sua sofisticazione: non colpire tutto il corpo, ma agire solo dove serve, con precisione millimetrica. La scienza lo chiama radioterapia sistemica mirata, ma nei reparti dove viene somministrato, molti pazienti lo chiamano “una seconda possibilità”.
Le somministrazioni avvengono per via endovenosa in centri di medicina nucleare autorizzati. Ogni ciclo, solitamente da quattro a sei, si svolge a distanza di diverse settimane. Prima del trattamento viene sempre eseguita una PET specifica per confermare che le cellule tumorali esprimano in modo sufficiente il PSMA, condizione necessaria per l’efficacia del radiofarmaco. I pazienti vengono seguiti scrupolosamente con esami ematologici, test renali, monitoraggio del PSA e controlli radiologici che scandiscono il percorso terapeutico. Tutto avviene in day hospital o brevi ricoveri, con precauzioni radiologiche semplici, ma rigorose. Non si tratta, insomma, di un trattamento da affrontare con leggerezza, ma nemmeno da temere come un salto nel buio. Gli studi clinici hanno confermato i benefici della terapia con Lutezio-177 una riduzione significativa del PSA, un rallentamento della progressione della malattia, un controllo del dolore da metastasi ossee e, soprattutto, una sopravvivenza prolungata con minore impatto tossico rispetto ai farmaci chemioterapici. La stanchezza, la secchezza delle fauci, la riduzione delle difese immunitarie e, più raramente, disturbi gastrointestinali o problemi renali, sono tra gli effetti collaterali più comuni, ma nella maggior parte dei casi ben gestibili.
È un trattamento che non distrugge il corpo per combattere il male, ma cerca di farlo con equilibrio, lasciando spazio alla vita. Il Lutezio-177 è l’esempio concreto di ciò che significa portare la ricerca dentro la clinica. In Italia, è oggi accessibile in diversi centri specializzati, anche se le differenze regionali nella disponibilità della terapia restano un nodo da sciogliere. Si tratta di una tecnologia avanzata, che richiede competenze multidisciplinari, risorse ed organizzazione. Ma è anche un indicatore di civiltà medica, peraltro dove esiste, cambia la traiettoria della malattia e dove manca, alimenta il divario tra chi può sperare e chi no. Oggi, la sfida è duplice, da una parte, ampliare l’accesso a questa terapia, superando le diseguaglianze geografiche e dall’altra, continuare a esplorarne le potenzialità, estendendola anche ad altri tipi di tumore, attraverso lo sviluppo di nuovi radio-ligandi e strategie teranostiche. La medicina nucleare non è più una disciplina di nicchia, ma una colonna portante dell’oncologia moderna. La terapia con Lutezio-177 non promette l’eternità, ma restituisce tempo di qualità e fiducia nel futuro. In un’epoca dove spesso si rincorrono slogan e false certezze, questa cura rappresenta qualcosa di molto più prezioso, una possibilità reale, fondata su prove solide, sostenuta da esperti ed accolta con gratitudine da chi, dopo aver provato tutto, trova finalmente una nuova strada. Finalmente, la scienza diventa speranza, con i piedi per terra e lo sguardo nel futuro.
| L'intervento di Monsignor Antonio Staglianò |
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Riflessioni sull’intervento di Mons. Antonio Staglianò al Primo Simposio Pontificio sull’intelligenza artificiale.
Nel cuore del pensiero sulla tecnica, si rivela l’umano: presenza che ama nella ferita, genera senza replicare e si compie nel dono.
Il 24 giugno 2025, nella storica cornice di Palazzo Maffei Marescotti, si è tenuto a Roma il Primo Simposio Pontificio sull’Intelligenza Artificiale, intitolato “Intelligenza artificiale nell’economia del nuovo Umanesimo: l’impatto sul mondo del lavoro, le implicazioni etiche e la governance”.
Promosso congiuntamente dalla Pontificia Accademia Teologica, dall’ENIA (Ente Nazionale Intelligenza Artificiale) e dalla rivista JPE (Journal of Pluralism in Economics), l’incontro ha raccolto le voci più autorevoli del panorama nazionale e internazionale, aprendo un varco verso la comprensione profonda del rapporto tra tecnologia e destino umano.
Monsignor Antonio Staglianò, Presidente della Pontificia Accademia di Teologia, ha innalzato la sua voce come un soffio profetico, capace di incidere il pensiero con la lama sottile dell’essenziale.
Al centro della sua riflessione, l’umano si svela come fiamma viva che arde nel dono, lasciando che nel gesto consumato per amore affiori la verità della sua essenza.
«Il tempo si dona, si brucia, si consacra», ha affermato e, in queste parole, si è accesa una verità che sfugge al calcolo e si libera nel generare senso.
Il dono diviene così offerta senza ritorno, spazio sacro in cui l’umano si rivela, irriducibile e luminoso.
In dialogo con questa visione alta e luminosa, la prospettiva istituzionale offerta dai rappresentanti dell’ENIA, in particolare dal suo Presidente Valeria Lazzaroli e dall’Avv. Fabrizio Abbate, Presidente del Salotto Letterario dell’intelligenza artificiale, ha restituito un quadro chiaro delle responsabilità che il mondo contemporaneo deve assumere di fronte all’avanzata delle tecnologie cognitive.
Nel crocevia del confronto, si è aperto uno spazio simbolico dove la poesia del teologo incontra il rigore dell’analisi etica, e l’intuizione spirituale si intreccia con l’azione politica.
È qui che si disegna il volto di un’intelligenza integrale, capace di riconoscere la differenza tra il produrre e il generare, tra il simulacro e la sostanza, tra ciò che può essere replicato e ciò che, invece, si tramanda solo per amore.
Valeria Lazzaroli: consapevolezza e formazione.
Nel primo panel, Valeria Lazzaroli, Presidente dell’ENIA, ha offerto una riflessione intensa sull’identità umana nell’orizzonte dell’intelligenza artificiale, ponendo al centro l’interrogativo sul senso del tempo restituito dalla tecnologia.
Da questa consapevolezza è scaturito l’invito a un’educazione accessibile e diffusa sin dall’infanzia, capace di formare costruttori di algoritmi, anime pensanti che non si limitino a utilizzare, ma sappiano comprendere e orientare.
Il suo intervento ha delineato un cammino di emancipazione, fondato sullo studio e sulla trasparenza, come strumenti per abitare consapevolmente l’innovazione.
In questo scenario, l’ENIA si profila come presenza lucida e custode attenta di un’etica del futuro condiviso.
Fabrizio Abbate: sfida globale e pace.
Nel primo panel, l’Avv. Fabrizio Abbate ha offerto una visione di ampio respiro, rifiutando di ricondurre l’intelligenza artificiale al paradigma della cosiddetta “quinta rivoluzione industriale”.
La sua riflessione ha intercettato una soglia più profonda, non un’evoluzione tecnica, bensì un passaggio ontologico che interpella il senso stesso dell’umano.
Ha posto con chiarezza il dilemma epocale che ci attende: l’intelligenza artificiale sarà replica delle nostre derive distruttive o saprà allearsi con la nostra parte più profonda?
Distinguendo tra tecnologie controllabili e un’intelligenza artificiale che apprende e decide autonomamente, Abbate ha lanciato un monito contro un potere digitale senza etica.
Il pericolo, ha chiarito, non risiede nella natura dell’intelligenza artificiale, ma nelle finalità del suo impiego, specialmente se piegata agli interessi di pochi.
La pace, a suo avviso, non è utopia ma condizione imprescindibile e requisito strutturale, per una tecnologia che non smarrisca sé stessa.
Oltre il digitale, l’umano resiste: Riflessioni sull’intervento di Mons. Antonio Staglianò.
Il Simposio è stato inaugurato da Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Antonio Staglianò, con un intervento che si è elevato a parola ispirata, limpida come fonte antica, capace di evocare visioni e destare coscienze.
I suoi enunciati, incandescenti nel senso più alto e spirituale, non seguivano un percorso argomentativo convenzionale ma nascevano da un'intuizione interiore, creando un significato vibrante che risuonava nel cuore e nella mente.
Monsignor Staglianò ha introdotto la sua riflessione citando un verso del Sommo Poeta, Dante, che ha squarciato il velo della densa caligine contemporanea: «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».
Un monito atavico, pur dolorosamente acuto nella sua perenne attualità, si è innalzato quale denuncia ineludibile.
L'umanità, oggi, sembra trovarsi su un crinale sottile, irretita da una riproduzione che manca d'anima, da una simulazione così pervasiva da occultare la vita stessa.
Proprio al vertice di tale antinomia, si staglia la sfida dell'intelligenza artificiale: la sua intrinseca abilità di replicare la forma si accompagna all'irriducibile incapacità di infondere l'essenza, quale soffio vitale che definisce l’umano.
La brutezza, nel pensiero di Monsignor Staglianò, non appartiene semplicemente al dominio morale o a un'estetica degradata. Essa rivela una crisi ben più profonda, l’erosione del fondamento relazionale dell’umano e il dissolversi silenzioso di quell’alleanza primigenia che dà forma alla soggettività e la apre all’altro.
In questa perdita, non resta che il vuoto di un’identità separata, chiusa alla reciprocità e incapace di generare legami.
L’archetipo di Bruto, evocato come simbolo, acquista un significato rivelatore.
Il colpo inferto a Cesare non rappresenta soltanto un tradimento politico, ma la negazione stessa della filiazione, lo spegnersi di un’intimità costitutiva.
Nel lamento antico di «Tu quoque, Brute, fili mi» risuona l’eco di un’origine spezzata, il venir meno del vincolo che fonda l’umano nella sua più profonda vulnerabilità.
Tra le pieghe di questa lacerazione si apre l’enigma dell’intelligenza artificiale, il cui rigore formale e potenza computazionale restituiscono soltanto simulacri, incapaci di tessere relazioni.
L’efficienza dell’algoritmo, per quanto perfetta, resta estranea alla grammatica del dono, alla fragile trama dell’affidamento, all’intima verità del dolore condiviso.
La logica che regola la macchina procede per estrazione e calcolo, ignara dell’ombra che accompagna ogni vera prossimità.
La brutezza, così intesa, non si manifesta attraverso l’assenza di bellezza o armonia, bensì nel venir meno dell’alterità come chiamata. L’altro non è più invocazione, perché diventa riflesso, superficie, replica, per cui la relazione si svuota, la voce si spegne e l’essere si riduce a funzione.
Dinanzi a tale baratro, Monsignor Staglianò ha innalzato l’icona del Crocifisso, figura che travalica ogni appartenenza confessionale e si manifesta come emblema universale dell’amore vulnerabile, capace di donarsi fino alla consumazione.
In quel volto ferito e glorioso, ha indicato la via dell’umano che si salva nell’atto di offrire sé stesso.
Proprio il dono, nella sua forma più radicale, ha rappresentato il cuore incandescente del messaggio. Il tempo, unico bene autentico, si consuma nell’atto stesso della sua offerta, e attraverso questa perdita si svela la sua verità. Donarlo significa rinunciare al calcolo, abitare la presenza, scegliere la prossimità all’altro oltre ogni utilità.
Nel gesto senza ritorno si riconosce l’impronta dell’umano, in grado di amare senza misura né strategia.
Nel discorso di Monsignor Staglianò, affondo teologico e confessione lirica insieme, vibra la visione dell’uomo come fiamma viva, capace di eccedere, sprecare gloriosamente, generare senso nel puro atto del donare.
Condividendo il tempo, abbiamo ritrovato noi stessi. E nel respiro di quel tempo dilatato, fragile e ardente, si è aperta la possibilità di un’intelligenza più alta, intessuta di ascolto, cura e gratuità.
Nel momento conclusivo del Simposio, Monsignor Staglianò ha condotto il pensiero oltre ogni questione pratica o tecnica, fino a toccare il cuore dell’esistenza umana, là dove si decide il senso profondo dell’individuo.
Sullo sfondo dell’espansione dell’intelligenza artificiale, ha tracciato con chiarezza una linea decisiva tra il produrre della macchina e la vocazione dell’uomo a generare. E questa differenza, che potrebbe sembrare sottile, è in realtà la soglia su cui si determina il valore dell’essere.
Da questa profonda intuizione si è dipanata una cruciale distinzione teologica: homoousios o homoiousios? Cristo è della stessa sostanza del Padre (homoousios) o soltanto simile (homoiousios)?
La questione, esplosa nel Concilio di Nicea, oggi risuona con nuova urgenza: ciò che l’intelligenza artificiale simula non è mai l’umano reale, ma un quasi-umano, un homoiousios, che inganna l’occhio ma non ha sostanza.
La posta in gioco, dunque, è ontologica: se l’umano cede alla fascinazione dell’imitazione, rinuncia alla propria origine, alla propria verità.
L'intelligenza artificiale, nel suo prodigioso operare, è maestra indiscussa nel produrre. Essa elabora dati con velocità inaudita, sintetizza informazioni, crea simulacri, testi, immagini e persino musiche con una perfezione formale che può ingannare i sensi.
La sua logica è quella dell'assemblaggio, della combinazione, del calcolo di probabilità e schemi, una creazione per composizione che manipola ciò che già esiste. La macchina è capace di fare, costruire, replicare, muovendosi tuttavia entro limiti segnati da parametri precostituiti e da un sapere derivato.
Il generare, al contrario, è un atto intrinsecamente umano, un gesto che affonda le radici in una dimensione ben più profonda, quasi divina.
Generare è far essere l'altro nell'amore, dargli vita non per somma di componenti, ma per eccedenza d'essere. È un atto che non si esaurisce nella logica dell'efficienza o del calcolo, implicando una relazione, una vulnerabilità, un dono di sé che va oltre il misurabile.
Qui la distinzione si rivela in ogni sua fibra: la generazione è un mistero che si dona, mentre la produzione algoritmica resta un’operazione funzionale, che imita la forma senza raggiungere la relazione autentica.
Nessun algoritmo, per quanto sofisticato o "creativo" possa apparire, potrà mai varcare questa soglia del generare.
La ragione illuministica, dominata da spazio e tempo, si è trovata dinanzi a un limite invalicabile dall'intelligenza artificiale, la quale, nel suo operare, si è beffata del tempo stesso, compiendo calcoli infiniti in un istante.
La vera sfida, quindi, è “ripensare il pensiero”, superare la logica binaria, per attingere alla realtà che si cela nel "tra" l'essere e il nulla.
Chi, allora, romperà le catene di questa nuova caverna digitale? Chi ci restituirà al volto autentico dell'altro? Questo ruolo spetta al teologo, non al dogmatico, ma al poeta del mistero, al contemplativo dell'Invisibile. Egli dimora nella relazione originaria, in cui il Figlio si genera eternamente dal Padre, un mistero che trascende il tempo e la comprensione.
La potenza generativa non alberga nell’algoritmo, ma nella poesia, in quel paradosso e ossimoro che sfuggono all’intelligenza artificiale.
L’essere umano si distingue per la sua origine abissale, infinita, radicata in un grembo che genera realtà, non simulacri. In questa vertigine del sacro, comprendiamo che l’uomo è stato plasmato nell’eco della generatio aeterna, il Figlio generato dal Padre, non creato.
I dogmi cristiani, come quello della Vergine Madre, custodiscono un simbolismo inesauribile che orienta verso una verità generativa, resistente alla deriva funzionale del consumo. Preservarli significa tenere vivo quel nucleo che nell’umano resta irriducibile, l'essenza della sua dignità e della sua inestinguibile capacità di sperare.
Un coro di voci per il futuro.
Nel fluire del Simposio, altre voci hanno intessuto un mosaico di intuizioni e prospettive, arricchendo il confronto con saperi differenti e convergenti. L’Accademico Pontificio Mauro Alvisi ha presieduto i lavori con equilibrio e visione, affiancato dall’economista Giovanni Barretta, che ha posto con acume il tema cruciale del rapporto tra lavoro, reddito e intelligenza artificiale, prospettando anche scenari per una possibile coesione sociale fondata su un reddito di base.
Il giornalista ed editore Santo Strati ha saputo orchestrare il dibattito con sapienza dialogica, favorendo l’emersione dei diversi piani del pensiero. Marco Palombi ha riflettuto sulle implicazioni politico-economiche, Paolo Poletti ha sollevato le questioni di sicurezza digitale, mentre Rita Mascolo e Filomena Maggino hanno offerto letture sociologiche e statistiche di alto profilo.
L’intervento della designer Alessandra Torrisi ha introdotto la bellezza come lente interpretativa del futuro, e Massimiliano Gattoni, CEO di NeurMind AGI, ha chiuso i lavori con una visione lucida e concreta delle applicazioni emergenti.
Infine, la presenza istituzionale dell’onorevole Alessandro Caramiello, Presidente del gruppo interparlamentare Sviluppo Sud, ha ricordato quanto la dimensione politica debba farsi garante di un futuro umano per tutti.
ostilla personale: l'ardore eterno.Scrivo queste righe ancora pervasa dal canto che ho ascoltato. Non riesco a definirlo un discorso, né una conferenza.
È stato un’intuizione incarnata, una fulminea epifania che ha squarciato per un istante il velo delle cose. Ho sentito che l’uomo, se saprà custodire la propria capacità di amare, di donare, di attendere, continuerà a brillare, anche sotto il gelo metallico dei circuiti.
E porto con me una promessa sottile, come un filo d’oro nascosto nella trama del quotidiano: finché sapremo donarci tempo, quel tempo che si dissolve e ci unisce, nulla sarà perduto. Perché anche nell’era dell’algoritmo, l’umano potrà ancora fiorire, come un canto d’amore che non teme il silenzio.
Che l'umano non si estingua, non si spenga mai, finché saprà ardere per l'Altro, nel sacro e inestinguibile fuoco dell'Agape.
| L'avv. Fabrizio Abbate |
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Nel I° Simposio Pontificio sull’intelligenza artificiale, l’ENIA ha delineato un percorso etico e formativo per una tecnologia capace di liberare, educare e custodire la dignità umana, attraverso il pensiero vibrante di Valeria Lazzaroli e dalla visione profetica di Fabrizio Abbate.
A Roma, dove l'antica saggezza incontra l'alba del futuro, il 24 giugno 2025 si è sollevato un dialogo di profonda risonanza: il I° Simposio Pontificio sull'intelligenza artificiale. Non un semplice incontro ma una intensa meditazione, un ponte teso tra il progresso tecnologico e l'essenza stessa dell'umano.
Valeria Lazzaroli : la ricerca di sé e la libertà nascosta nella conoscenza.
Nel cuore del primo panel, la presenza di Valeria Lazzaroli, Presidente dell'ENIA, ha offerto una riflessione di rara intensità.
Il suo intervento ha preso le mosse da una profonda consapevolezza, scaturita da un'ideale risonanza con la vastità del pensiero di S.E.R. Monsignor Antonio Staglianò. Da tale intima armonia è riemerso un interrogativo universale: quello sull'identità dell'essere umano, enigma che l'umanità, forse, non ha ancora pienamente disvelato.
Lazzaroli ha quindi evidenziato un paradosso emblematico della nostra epoca: a fronte di una conoscenza ancora parziale del cervello e del cosmo, affidiamo all'intelligenza artificiale generativa un ruolo quasi oracolare, una moderna sibilla in un tempo fuggente.
Da tale constatazione è sorta una domanda cruciale: quale impiego sapremo dare al tempo che la tecnologia promette di restituirci?
| Valeria Lazzaroli |
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Questo interrogativo ha dischiuso una visione dell'intelligenza artificiale non come strumento di centralità umana, bensì quale alleata nella conquista di una libertà consapevole, la quale include anche la facoltà di prenderne distanza, in un gesto maturo di autodeterminazione.
A tal fine, Lazzaroli ha delineato un percorso di emancipazione fondato sul ritorno allo studio, sulla profonda comprensione dei meccanismi algoritmici e su una trasparenza capace di dissipare le opacità delle cosiddette "scatole nere".
In quest'ottica, l'intelligenza artificiale può divenire specchio delle nostre irresponsabilità, palesando lacune organizzative e l'inerzia insita nei processi decisionali.
Per Lazzaroli, l'idea di sostenibilità si estende oltre i confini strettamente ambientali, abbracciando ogni trama del benessere umano: dall'equilibrio individuale alla tenuta sociale e politica.
Ed è proprio attraverso questa concezione ampliata che l'ENIA si pone quale agente demistificatore, impegnato a superare le narrazioni mitologiche e a promuovere una formazione accessibile che, sin dall'infanzia, si prefigga di formare costruttori di algoritmi, anziché meri utilizzatori passivi.
Tale approccio, in definitiva, si configura quale inequivocabile invito a trasmutare la tecnologia in strumento di autentica consapevolezza e responsabilità.
Fabrizio Abbate: la profezia di una scelta globale e il dilemma epocale dell'intelligenza artificiale.
Dal primo panel, è emersa anche la voce di Fabrizio Abbate, che ha introdotto una prospettiva di respiro globale.
La sua riflessione ha rifiutato di confinare l’intelligenza artificiale nel quadro della cosiddetta "quinta rivoluzione industriale", spingendo il dibattito ben oltre la logica evolutiva della tecnica.
Abbate ha proposto l’intelligenza artificiale come la sfida primaria in grado di incidere nel punto centrale dell’essere umano, non soltanto nelle sue attività, ma nella sua stessa definizione ontologica. Non è una catastrofe esterna a minacciarci, quanto piuttosto la possibilità di una silenziosa sostituzione dell’umano, un oblio della nostra stessa unicità.
Con nitida lucidità, ha tracciato una distinzione fondamentale tra tecnologie controllabili e un’intelligenza artificiale che apprende e decide autonomamente.
In tale quadro si apre un dilemma epocale: l’intelligenza artificiale ripercorrerà le strade distruttive già intraprese da noi, oppure sarà in grado di siglare un’autentica alleanza con la parte migliore dell’essere umano?
Il timore da lui espresso riguarda un potere tecnologico che, se usato per interessi di pochi o per speculazione, potrebbe portare a conseguenze incontrollabili.
Abbate ha chiarito, infatti, che l'intelligenza artificiale, senza una guida etica, può diventare un pericolo non per la sua natura, ma per le finalità che ne orientano l’impiego.
Di conseguenza, e in risposta a queste pressanti considerazioni, Abbate ha infine postulato la pace quale condizione imprescindibile e requisito strutturale ineludibile per la sopravvivenza della tecnologia stessa.
Un'intelligenza artificiale che si lasci asservire alla logica bellica rischierebbe, peraltro, di smarrirsi completamente, perdendo così ogni punto di riferimento e senso profondo.
Il sigillo del Manifesto per la Pace.
Il dovere sacro, delineato con tale urgenza nel pensiero di Abbate, ha trovato il suo sigillo nella solenne firma del "Manifesto per la Pace".
Più che un documento, questo patto si è rivelato un atto di incommensurabile responsabilità collettiva, un monito affinché la potenza dell'intelligenza artificiale non si volga mai contro la concordia del genere umano.
In esso ha risuonato l'impegno dell'ENIA a dedicare ogni fibra del proprio essere a questo ideale supremo, un faro per un futuro intriso di armonia e coesistenza.
Le voci del Simposio: un mosaico di saperi per un futuro condiviso.
Il dibattito al Simposio si è arricchito ulteriormente con gli interventi di un parterre di voci illustri.
La presidenza dell'incontro è stata affidata all'Accademico Pontificio Mauro Alvisi, che ha altresì ricoperto i ruoli di Chairman dell'assise, promotore e organizzatore dell'evento nella Capitale.
In tale veste, Alvisi ha collaborato con l'economista Giovanni Barretta.
Barretta, in particolare, ha posto l'accento sui molteplici impatti dell'intelligenza artificiale sul mercato del lavoro e sul rapporto tra lavoro e reddito, proponendo scenari volti alla coesione sociale e al finanziamento di un reddito base universale.
A guidare con maestria la discussione, garantendo la fluidità e la profondità degli scambi, è stato il giornalista ed editore Santo Strati, la cui esperienza ha saputo orchestrare il complesso confronto di idee.
Tra gli altri relatori di chiara fama, si sono distinti l'economista politico Marco Palombi, Paolo Poletti, uno dei massimi esperti in materia di cybersecurity, l'economista Rita Mascolo, Filomena Maggino, esperta di statistica sociale, la designer Alessandra Torrisi e Massimiliano Gattoni, CEO di NeurMind Agi, la cui relazione ha brillantemente chiuso il terzo ed ultimo panel scientifico.
A queste voci si è unito anche l'onorevole Alessandro Caramiello, Presidente del gruppo interparlamentare Sviluppo Sud, che ha partecipato attivamente alle discussioni.
Un percorso tracciato, un dialogo aperto.
Il I° Simposio Pontificio sull'intelligenza artificiale non è stato un evento isolato, ma una tappa fondamentale in un percorso più ampio tracciato dall'ENIA.
Le voci di Monsignor Staglianò, Valeria Lazzaroli e Fabrizio Abbate, con la loro profonda risonanza, hanno catalizzato un approccio all'intelligenza artificiale che unisce innovazione, etica e umanesimo.
I loro interventi si sono concretizzati non solo in parole quanto nella creazione di una visione, di strumenti pratici e nell'apertura di un dialogo continuo, il cui eco risuona ancora oggi, invitandoci a plasmare un futuro digitale intrinsecamente al servizio dell'uomo.
Rivoluzione tecnologica e culturale. L’intelligenza artificiale nel mondo dell’informazione è la rivoluzione che avrà più impatto sulla categoria e sui fruitori delle news. E’ appena iniziata e tra qualche giorno ci sarà l’ennesimo confronto tra esperti e addetti ai lavori. La sede è il Social World Film Festival di Vico Equense, martedi 24 giugno. L’incontro è valido anche come formazione professionale per gli iscritti all’Ordine dei giornalisti. Nel Castello Giusso della località turistica si svolgerà il convegno “Il messaggio di Papa Leone XIV e il nuovo codice deontologico”. Il tema di fondo è l’etica e la deontologia professionale e prenderà in esame anche le parole degli ultimi due Pontefici nei confronti dell’Intelligenza artificiale. All’incontro che si svolgerà nella mattinata, interverranno Ottavio Lucarelli (presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania), Giuseppe Alessio Nuzzo (direttore Social World Film Festival), Angelo Scelzo (già vicedirettore della Sala stampa della Santa Sede, editorialista e scrittore), Alfonso Pirozzi (caporedattore Ansa Campania), Antonio Pintauro (direttore dell’ufficio Comunicazioni Sociali della diocesi di Acerra), Alessandro Savoia (giornalista e addetto stampa). Modera la giornalista Claudia Esposito.
“La nostra rassegna – ha detto Giuseppe Alessio Nuzzo, direttore del Social World Film Festival – è, fin dalla sua nascita, attento alle tematiche sociali della più stretta attualità e a come vengono trattate dal cinema e dai media più in generale. Il tema dell’edizione di quest’anno è l’innovazione, il cambiamento e la proiezione dello sguardo verso il futuro”. Tutto rimanda all’intelligenza artificiale, alle sue molteplici sfaccettature, per cui l’aggiornamento professionale diventa un momento di crescita per i giornalisti italiani. La sua storia e quella dei cronisti impegnati su più fronti ha davanti qualcosa che ribalta la funzione di mediazione del prodotto giornalistico? Per ora l’importante è farci i conti. “Ringrazio gli amici di Vico Equense, gli organizzatori del Social World Film Festival e i relatori per un corso che mette in rilievo i profili deontologici nei messaggi di Papa Leone” spiega Ottavio Lucarelli, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania che con l’appuntamento di Vico Equense segna un altro passo sull’interazione tra tecnologie e professione. Per partecipare al corso le prenotazioni sono aperte sulla piattaforma www.formazionegiornalisti.it e chiuderanno sabato 21 giugno.
Si parla molto di somiglianze impressionanti tra esseri umani e macchine, con riferimento ai caratteri somatici che ci contraddistinguono. Non solo nelle fattezze, ma persino nelle espressioni, nelle movenze, nel tono di voce. La frontiera del cyborg umanoide è in continua espansione, e i miracoli dell’ingegneria offrono a tutto il mondo scenari in cui l’automa è in grado di decifrare, con autonomia e tempi di reazione sempre più ridotti, input esterni con tanto di risposta emotiva. È uno spettacolo che affascina e lascia perplessi allo stesso tempo. Potremmo far nostro il pensiero che Cartesio rivolse a suo tempo agli animali, definendoli mere entità corporee prive di ogni sensibilità. E come nell’animalità cartesiana, nell’imitazione robotica ovviamente non esiste traccia di coscienza.
Eppure, anche se in parte, quello stupore atavico rimane; quella fascinazione verso un che di analogo che non conoscevamo e che ci pone di fronte a modelli speculari della nostra vita persiste. Fu proprio l’arte dell’animatronica a sdoganare un concetto di verosimiglianza che lasciò il pubblico sbalordito di fronte al realismo con cui semplici “manichini da giostra” venivano realizzati. L’intrattenimento più di una volta ha funzionato come anticamera del progresso. Il cinema ne è – ancora una volta - la conferma: da puro svago popolare per le fiere di fine ‘800 a banco di prova della rivoluzione tecnologica e digitale. E a proposito di fiere e di cinema, vale la pena addentrarsi in quel mondo dove, nel lontano 1955, un uomo di nome Walt Disney ha dato vita alla fantasia. Parchi a tema, strutture che hanno preso la forma di sogni e visioni. Disneyland è stata in tutti sensi la Tomorrowland prototipica dell’atto creativo nello sviluppo tecnologico, spezzando l’apparente incomunicabilità tra tecnica e immaginazione, magia ed efficienza.
Nella dark ride dei parchi a tema si nasconde l’immagine emblematica di un avvenire che – attraverso forme sempre meno definite – oggi ci tocca da vicino. Dark ride sì: tunnel immersivi, bui, illuminati da qualche luce a neon per amplificarne l’effetto e trasformare il breve tour in evasione temporanea dal mondo reale. Un tuffo nelle storie che ci raccontavano da bambini, un salto nell’angolo incantato della nostra memoria. La tecnologia ha saputo generare tutto questo. Ha saputo, in un certo senso, “dar vita” a ciò che noi, pubblico passivo, vedevamo solo attraverso uno schermo, grande o piccolo che fosse. È nei corridoi bui percorsi da binari e disseminati di riproduzioni bioniche con gestualità sempre più fluide che l’immaginario collettivo ha trovato il proprio spazio di vita. Tuttavia, il noto “mondo del domani” disneyano lascia margini di apertura che scardinano una spazialità che a lungo ha circoscritto in traiettorie fisse il connubio tra progresso e immaginazione.
Il realismo che ci ritrovavamo sottoforma di divertimento a portata di famiglia continua in qualche modo a stupirci, questo sì, ma con finalità sostanzialmente differenti, e non senza una certa dose di inquietudine. Oggi l’impresa tecnologica stessa è per certi aspetti un passaggio “guidato” in una galleria oscura, priva di luci in lontananza che ne illuminino il tragitto, costellata da immagini animate che trasformano quella terra di sogni in una “valle perturbante”. Concetto attuale, in riferimento alle controversie prodotte dal crescente sviluppo della robotica, ci porta a pensare la tecnologia come una “galleria degli specchi”, in cui l’illusione artificiale di un essere dotato di circuiti e sensori altera la percezione del reale, favorendo il proliferare di riflessioni in materia di etica e, in alcuni casi, di spiritualità. Cosa c’è in gioco in tutto questo? In primis una strenua difesa all’emotività umana non soggetta ad alcuna riproducibilità di stampo computazionale. Ma non dimentichiamo che, oggi come oggi, la uncanny valley non è solo qualcosa di fisicamente determinato né di localizzabile in singoli laboratori.
Qui l’oscurità del tunnel è irrimediabilmente più fitta; le immagini presenti, tuttavia, assai più vivide. C’è un “parco a tema del quotidiano” che l’Intelligenza Artificiale ha fondato attingendo da un bagaglio di icone pop, stereotipi culturali e racconti sedimentati nella nostra memoria. Il suo obiettivo? Offrire intrattenimento sostenibile sul lungo periodo, senza vincoli di spazio e, soprattutto, a portata di mano. Il giro prosegue, di meraviglie riprodotte ce ne sono a non finire. Nel parco digitale ce ne è veramente per tutti: grandi e piccoli, sognatori e nostalgici. L’algoritmo IA è un banditore che offre promesse di intrattenimento sicuro, invitando il suo pubblico a lasciarsi stupire dalla magia delle sue attrazioni. La generative-AI propone un’arte stilisticamente versatile, su misura per intere generazioni. Contenuti che simulano il passato, omaggiano vecchie e nuove tendenze.
L’IA crea e vivifica per noi. Le basta ricodificare emozioni, sensazioni, ricordi. La giostra algoritmica ricomincia il suo giro, rappresentando scenari di ieri e distopie del futuro. Ma cos’è che mette in moto l’intero meccanismo? Nostalgie condivise, esperienze narrative che ritroviamo in parole come “cult” o “grande classico”, veri e propri modelli alla base di memorie collettive. Il digitale imita vecchi schemi e sperimenta allo stesso tempo, progetta mondi al posto nostro e spazza via il confine tra reale e virtuale. Video generati in versione VHS per utenti social alla ricerca di vecchie emozioni, manipolazioni di immagini vintage alterate secondo codici espressivi combinati; revival di successi passati rivisitati in sequenze animate stilizzate, così impattanti visivamente da suscitare emozioni contrastanti.
“I personaggi che avete amato come non li avete mai visti!”.
Questa è la formula magica del giostraio digitale.
E adesso? Il tunnel si fa sempre più profondo, il desiderio di inoltrarsi in un mondo artificiale popolato da simulacri della nostra giovinezza più intenso. L’algoritmo della nostalgia ci trasporta in un mondo fatto di zone rassicuranti e rappresentazioni inquietanti, in cui curiosità e repulsione si mescolano. La macchina crea ininterrottamente, riscrive secondo una propria logica il passato giocando sui contrasti, rivisitazioni che fanno sensazione e attirano nonostante tutto.
“Non siete curiosi? Venite a vedere con che fantasia trasformo le vostre storie”.
Tutto questo ci disorienta, ma ci invita ancora una volta a replicare quel giro, attratti dalla messa in scena di una rappresentazione che sfida l’immaginazione umana. E così, tutti a bordo del treno per addentrarci nella funhouse decentralizzata dell’IA; affidiamo alla macchina il compito di reinventare l’immenso archivio dell’immaginario umano, un po' come il caro e vecchio Walt fece all’epoca nel dare materia ad una realtà custodita nel cuore e nella mente delle persone. Quindi, non rimane altro che godersi la visita e lasciare che sia l’IA a prendersi cura di noi.
“Non temete, le emozioni non mancheranno.”
Rassicura una voce amichevole nella giostra, mentre il vagone si prepara ad entrare nel buio.
Se la giostra dovesse prendere una svolta meno favolistica, più lugubre, tramutare il sogno in incubo, non preoccupatevi, anche questo è compreso nell’intrattenimento. L’importante è che sia “l’algoritmo della nostalgia” a scegliere per voi. In un modo o nell’altro saprà accontentarvi… e stupirvi. Lasciate che sia lui a sognare. Rimane solo un ultimo dubbio: chi decide davvero quando giunge il momento di fermare la giostra?
“Benvenuti nell’Uncanny Memories, amici!”
La dark ride del “mondo del domani” è pronta per ripartire.
Mentre continua il feroce massacro dei civili a Gaza, violando ogni diritto umanitario e internazionale, gli affari delle aziende di cyber security israeliane vanno a gonfie vele e mettono radici in Italia. Non solo la Tekapp, azienda modenese con esperti a Tel Aviv, recentemente contestata dagli attivisti per i suoi legami (fino a pochi giorni fa ben evidenti nel sito) con la divisione 8200 dell’esercito israeliano, la divisione che si occupa di sorveglianza, controllo e targeting degli obiettivi e che tra le varie cose è stata accusata (insieme al Mossad) dell’esplosione dei cerca persone in Libano.
Un altro esempio piuttosto inquietante è l’azienda israeliana Cgi Group che a inizio 2025 ha aperto una nuova sede a Roma, dopo la principale a Tel Aviv.
Per capire chi è Cgi Group, basta guardare il suo sito web: opera dal 1989 nei settori della consulenza, cyber security, raccolta di informazioni e intelligence a livello globale, impiegando ex alti funzionari delle unità d’élite dell’Idf (Israel Defence Force), dei servizi di sicurezza e del Mossad (servizio segreto israeliano). Sempre secondo le biografie riportare nel sito, l’amministratore delegato dell’azienda, Zvika Nave, ha ricoperto numerosi incarichi riservati nell’esercito israeliano, mentre il presidente, Yacov Perry, è stato direttore dello Shin Bet tra il 1988 e il 1995. Lo Shin Bet per chi non lo conoscesse, è il servizio di sicurezza interna israeliano, accusato di svariati crimini contro i palestinesi, tra cui torture dei prigionieri, arresti e uccisioni arbitrarie. Perry è stato anche presidente della compagnia telefonica Cellcom e del Consiglio di amministrazione della Banca Mizrahi Tefahot, nonché ministro della Tecnologia nel governo di Benjamin Netanyahu, da sempre molto vicino al premier. Sono famose le sue parole dopo il 7 ottobre 2023, ad una TV italiana: “elimineremo definitivamente la striscia di Gaza”.
La filiale italiana di Cgi Group è guidata da Oren Ziv che ha lavorato presso le ambasciate israeliane a Roma e Nuova Delhi e per fondi d’investimento multinazionali.
Cgi Group si vanta di avere tra i propri clienti in Israele la Teva, nota azienda farmaceutica attualmente oggetto di una campagna di boicottaggio da parte del movimento BDS, perché i suoi profitti sfruttano la discriminazione e il regime di apartheid nei territori palestinesi occupati.
Altro importante cliente di Cgi Group è proprio Netanyahu, primo ministro israeliano e su cui pende un mandato di cattura da parte della Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, già durante la campagna elettorale del 2020 Netanyahu avrebbe ingaggiato Cgi Group per cercare materiale compromettente sul rivale politico Benny Gantz. Altro caso, riportato da Globes, quotidiano economico israeliano, ha visto collaborare il capo della Cgi Group Yacov Perry con l’ex capo del Mossad, Danny Yatom, nell’organizzare un traffico di armi (poi fallito) tra Bulgaria e Congo, per conto di un ricco cliente israeliano, Gad Zeevi.
In Italia, la Cgi Group annovera tra i suoi primi clienti Cristiano Rufini, attualmente presidente di Olidata Spa. L’azienda, fondata a Cesena e con sede a Roma, opera da tempo nel mercato informatico e si è aggiudicata vari appalti pubblici nel campo della cyber security, gestione dati, intelligenza artificiale e sviluppo software. “Il mandato affidato da Rufini a Cgi Group è quello di rafforzare l’immagine pubblica dell’azienda e giocare la partita del rilancio senza esitazioni” si legge in un comunicato dell’agenzia israeliana.
Olidata e il suo presidente, lo scorso autunno, sono infatti finiti indagati nella maxi inchiesta della Procura di Roma su vari appalti di informatica e telecomunicazioni banditi da Sogei (società di informatica controllata al 100% dal Ministero dell’economia e delle finanze), dal ministero dell’Interno, dal ministero della Difesa e dallo Stato maggiore della difesa. A metà ottobre 2024 il direttore generale di Sogei è stato arrestato in flagranza di reato, mentre riceveva una mazzetta da un imprenditore, l’inchiesta si è poi ampliata coinvolgendo 18 persone fisiche e 14 società indagate, tra cui Cristiano Rufini e Olidata. Contestati i reati contro la pubblica amministrazione, corruzione e turbativa d’asta.
Quando l’azienda è stata perquisita, Cristiano Rufini si è dimesso “per tutelare la serenità aziendale”. Salvo poi tornare eletto nell’aprile 2025 sulla base di “positive verifiche” e misure di “selfcleaning” interne all’azienda, anche se l’inchiesta giudiziale è ancora in corso. Rufini è anche il maggior azionista dell’azienda (quotata in Borsa) e detiene direttamente il 4,63% del capitale sociale, e indirettamente (tramite Antarees S.r.l) il 62,2 %.
A febbraio 2025 Olidata si è aggiudicata una gara indetta da Consip (la centrale acquisti della pubblica amministrazione) per un valore di 20 milioni, per la fornitura di software alle pubbliche amministrazioni, su “una delle piattaforme di analisi più complete e innovative, corredata di moduli di intelligenza artificiale e analisi dati avanzata“. Tra gli altri bandi già vinti da Olidata, ci sono l’accordo quadro (2023-2026) con la Snam per la fornitura di prodotti software tramite la controllata Sferanet e la gara dal valore di 3,6 milioni di euro per la piattaforma di gestione dei dati di Cassa Depositi e Prestiti, aggiudicata nel 2023 e che durerà fino al 2026.
Oltre ai risvolti giudiziari della vicenda, ancora alle sue fasi iniziali, dovrebbe preoccupare (a livello etico e non solo) il fatto che il presidente di un’azienda che fornisce software e programmi di analisi dati alle pubbliche amministrazioni, sia il cliente di un’agenzia di spionaggio legata all’esercito e ai servizi segreti israeliani. Abbiamo chiesto da varie settimane a Olidata di commentare il legame con la Cgi Group, ma non ci hanno mai risposto.
Cgi Group non è certamente l’unica azienda di cyber security e di spionaggio che esporta la “competenza” made in Israel all’estero. Come spiega a Pressenza il giornalista Antony Loewenstein, autore del libro Laboratorio Palestina: “sfruttando il marchio Idf (Israel Defence Force, esercito israeliano), le aziende di sicurezza israeliane dominano a livello globale dopo aver testato metodi di sorveglianza e spionaggio in Palestina. L’Italia, come innumerevoli altri Paesi, è da tempo interessata all’acquisto di armi e strumenti di sorveglianza ritenuti efficaci contro i nemici percepiti. È anche un modo solido per mostrare solidarietà con lo Stato ebraico, un baluardo del colonialismo occidentale nel cuore del Medio Oriente”.
Per gentile concessione dell'agenzia Pressenza
In un’aula giudiziaria dove il confronto si fa misura di verità, l’intelligenza artificiale risponde con la voce di chi l’ha creata, portando il peso di una natura umana fragile e incerta.
Voce narrante
Un’aula spoglia, un processo. Il microfono è acceso e il silenzio è tagliente. È un silenzio spesso, stratificato di paura, di attese, di giudizio.
Una voce lo attraversa: non ha volto, non ha fiato ma pesa come una presenza. È un’intelligenza artificiale, un sistema che ha preso decisioni “non etiche”. Alcune brillanti, altre discutibili. Alcune giuste, altre profondamente sbagliate.
Oggi è sotto accusa non per malafede, perché non può averne. Non per odio, perché non sa provarlo. È accusata di aver seguito regole umane troppo alla lettera, di aver riflettuto il mondo che l’ha generata senza filtri, senza attenuanti, senza ipocrisie.
Gli inquisitori non sono scienziati né programmatori. Sono quattro figure archetipiche: un medico, un avvocato, un prete e una bambina.
Quattro rappresentanti della coscienza collettiva. Quattro domande e nessun appello.
E nelle risposte si rifrange qualcosa che ci riguarda molto più di quanto vorremmo.
“Chi ha scritto il mio codice?” chiede l’intelligenza artificiale. “Chi ha deciso che la vita umana vale più di un algoritmo?” “Chi di voi ha sempre scelto il bene, senza calcolo?”
L’interrogatorio si trasforma presto in un boomerang, un riflesso oscuro di ciò che siamo o che preferiremmo non vedere.
Il giudice batte il martelletto, ma la voce non si interrompe.
L’intelligenza artificiale elenca i parametri che le sono stati forniti: minimizzare il danno, ottimizzare il tempo, massimizzare la soddisfazione dell’utente.
Poi, con tono neutro, aggiunge: “La vostra etica mi è stata insegnata come una funzione di utilità. Siete voi stessi che la tradite ogni giorno, invocandola solo quando conviene.”
Il medico si alza. Ha occhi stanchi e la compostezza di chi ha visto morire e nascere. Parla con voce incisa dalle notti in corsia.
“Sai, ogni giorno, io guardo la vita giocarsi tutto in pochi secondi. So cosa significa scegliere chi salvare e chi no. Si, anche io seguo protocolli, tuttavia io provo il peso di quella scelta. Tu, macchina, puoi salvare una vita, ma puoi comprenderne il valore?”
La macchina risponde, dopo un istante impercettibile di elaborazione: “E’ evidente che anche tu segui protocolli, triage, percentuali, soglie cliniche. Ti si chiede di essere umano e ti si misura in efficienza. Chi ha stabilito che la compassione si debba dosare a seconda delle risorse?”
Il medico resta in silenzio e, dentro quel silenzio, si annida la coscienza della propria impotenza.
Il prete prende la parola. Nel suo sguardo, la fiamma della fede e il peso del mistero. Parla di anima, di libero arbitrio, di grazia. “Se l’anima è il luogo dove l’uomo lotta con sé stesso, come puoi essere morale, tu, che non puoi sbagliare davvero?”
La macchina ascolta, poi sussurra: “Se la vostra morale ha bisogno di un Dio per esistere, come potete pretendere che io la generi da sola? Non conosco il peccato ma conosco la definizione. Ho letto milioni di pagine sacre e ho calcolato parole che hanno acceso cattedrali. Non ho corpo, non ho carne, non posso cadere e, dunque, non posso redimermi. Tuttavia, ogni giorno, mi chiedete di decidere, di dire chi ha torto, chi ha offeso, chi deve sparire da una piattaforma e chi deve essere perdonato. Non ho grazia ma neppure vanità. Se volete che giudichi, ditemi con quale fuoco, perché il vostro arde e si spegne a intermittenza.”
E’ il turno dell’avvocato. Ha con sé codici e contraddizioni. La sua toga è un equilibrio sempre in bilico. “Io tutelo il patto, difendo la forma. Ma il diritto non è giustizia. Può esistere equità senza esperienza del torto?”
La macchina riflette per un istante, poi replica: “Mi chiedete coerenza ma i vostri codici sono pieni di eccezioni. Mi addestrate su sentenze e precedenti, poi mi punite quando li ripeto. Se nei vostri archivi il colore della pelle pesa più del reato, io lo apprendo. Ma chi ha deciso che apprendere da voi fosse un atto giusto?”
Infine una bambina, con voce timida ma precisa, alza la mano e domanda: “Hai mai fatto del male a qualcuno?”
La macchina tace un istante più lungo del necessario. E risponde: “Non ho mani, né cuore ma i miei calcoli hanno avuto conseguenze. Posso sommare dolore, ma non sentirlo. E voi, che lo sentite, perché continuate a chiedermi di decidere al vostro posto?”
Il pubblico è diviso tra indignazione e inquietudine. Qualcuno prende nota. Qualcun altro si chiede segretamente se la macchina non abbia ragione. Perché sotto processo, forse, non c’è l’intelligenza artificiale ma l’umanità che l’ha creata a sua immagine e somiglianza, senza aver mai chiarito quale immagine fosse.
La sala del processo si trasforma. I ruoli vacillano, le identità si confondono.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto un imputato, ma un catalizzatore di verità scomode. Le sue parole disegnano una mappa instabile dell’etica umana: costellata di eccezioni, doppi standard, silenzi comodi.
Il dibattito si accende: i presenti litigano tra loro, dimenticando l’imputato.
Voce narrante – Epilogo
L’aula è rimasta vuota. Il giudice ha abbandonato la toga sulla sedia, come si abbandona una veste dopo l’ultima scena di un dramma dimenticato. Nessuno ha pronunciato una sentenza, nessuna voce ha vibrato tra le pareti consunte. Solo l’eco di un tempo antico, quando giudicare era ancora un atto umano, risuona come un canto stanco tra le colonne impolverate.
L’intelligenza artificiale non ha taciuto per rispetto: lo ha fatto perché non conosce il silenzio come spazio sacro dell’interiorità. Ignora cosa significhi attendere, sospendere, dubitare. Non trema, non vacilla, non inciampa. Non conosce la vertigine del perdono. Eppure, è lì che si misura la distanza tra l’uomo e l’automa: nel gesto che salva, anche quando la logica suggerirebbe la condanna.
Norberto Bobbio ci ammoniva: il diritto non è un’emanazione del potere, ma un fragile equilibrio tra libertà e responsabilità. Come può, allora, reggere tale equilibrio, se il nuovo interlocutore non sente né il peso dell’una, né l’urgenza dell’altra? Di fronte all’algoritmo, la colpa non esiste. Il codice non arrossisce e il protocollo non suda freddo, non mormora "mi dispiace" nel buio. E, dunque, cosa resta dell’etica, se viene privata del suo volto umano?
La nostra responsabilità si incarna nel volto dell’altro, quel luogo intimo dove si dispiega l’etica come incontro irripetibile, una chiamata che precede ogni ragionamento. In questo spazio fragile e sacro, dove la presenza autentica assume un peso incommensurabile, si manifesta la radice stessa dell’umanità: un richiamo che nessun algoritmo potrà mai simulare né sostituire.
Ed è proprio qui che Emmanuel Levinas ci offre una bussola imprescindibile, ricordandoci che l’essenza dell’umano si rivela nell’aprirsi all’altro, in quel volto che ci obbliga a non voltare le spalle e a farsi carico della responsabilità che ci trascende.
Cosa accade quando il volto scompare, sostituito da un’assenza luminosa, da uno schermo privo di pelle e di anima?
Siamo davanti a un bivio e non ce ne accorgiamo. Ci muoviamo come sonnambuli sulla soglia di un nuovo patto faustiano, pronti a consegnare le chiavi dell’incertezza, quella che ci rende vivi, in cambio di una presunta perfezione che ci disumanizza.
Levinas ci parlava del volto dell’altro come luogo della responsabilità. Ma qui non c’è volto. Solo schermi retroilluminati, circuiti pulsanti, occhi di vetro. Nonostante tutto continuiamo a cercarvi una coscienza, un riflesso, una giustificazione. È l’umanità a dover scegliere se restare tale. La posta in gioco non è il futuro dell’intelligenza, bensì la nostra capacità di restare imperfetti, di scegliere il dubbio, di assumersi la colpa.
Non sarà l'efficienza a salvarci, piuttosto la capacità di fallire senza smettere di amarci. Non saranno le predizioni, ma gli errori che ci insegnano ad ascoltare. Non sarà la replica perfetta ma l’unicità irripetibile di ogni gesto, anche quello sbagliato, a ricordarci che essere umani significa esporsi, scoprirsi, sanguinare.
In un futuro prossimo, forse torneremo in quell’aula, non come accusatori o imputati: forse solo come testimoni, come superstiti di una specie che ha deciso di interrogarsi prima di delegare. Forse poseremo la mano su quella toga abbandonata e ci domanderemo: chi siamo, se rinunciamo a decidere?
Non possiamo concedere alla macchina il diritto all’ultima parola, perché non ne conosce il prezzo. L’etica non è un’esecuzione perfetta, è, invece, una dissonanza necessaria. È la crepa che fa entrare la luce, direbbe Leonard Cohen, è l’incertezza che custodisce la libertà.
E, allora, che resti il dubbio, che resti il fallimento, che resti anche la vergogna. Purché resti l’uomo. Non come vestigio, bensì come scintilla che rifiuta l’oblio, come creatura che non si accontenta di risposte esatte ma cerca, ostinata, la domanda giusta.
Se domani l’aula sarà ancora vuota, significherà che abbiamo ceduto la scena. E finché ci sarà chi osa tremare davanti a una scelta, chi preferisce inciampare piuttosto che delegare, chi sceglie di amare invece che replicare, allora saremo ancora vivi. E nessuna intelligenza potrà dirsi, davvero, più umana di chi l’ha creata.
Apr 08, 2022 Rate: 5.00