L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Kaleidoscope (1616)

Free Lance International Press

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Tra i miti della cucina emiliana, pochi luoghi raccontano con altrettanta forza il passaggio del tempo come la Trattoria Campanini di Madonna dei Prati, un piccolo angolo della Bassa Parmense dove storia e tradizione gastronomica si intrecciano in un racconto che sembra non conoscere fine. Qui, nel cuore della pianura che ha visto crescere il giovane Giuseppe Verdi e non lontano dai poderi che Giovannino Guareschi amava frequentare, la famiglia Campanini ha saputo trasformare una modesta locanda in un’autentica icona della tavola italiana, tramandando per generazioni piatti, storie e sapori di una civiltà contadina che, pur avendo resistito al passare del tempo, si rinnova continuamente.

Le origini di questa trattoria risalgono ai primi decenni del Novecento, quando fu fondata come una semplice sosta per i pellegrini diretti al santuario di Madonna dei Prati. Con il passare degli anni, però, il luogo si è trasformato in un punto di riferimento per tutti, dove contadini, artisti e personalità locali si ritrovavano a condividere non solo il cibo, ma anche momenti di vita e di memoria. Le pareti della trattoria, adornate da fotografie in bianco e nero, continuano a raccontare volti e storie di un’altra epoca, come se il tempo non fosse mai veramente passato, ma vivesse in ogni piatto, in ogni gesto e in ogni ricordo condiviso attorno a una tavola.

Fu proprio qui che la celebre torta fritta, un tempo riservata alle cucine domestiche della Bassa Parmense, cominciò a farsi strada sulle tavole più ampie, accompagnata dai salumi, in particolare dal Culatello di Zibello, il re dei salumi parmensi. Questo prodotto, tutelato dal Consorzio e stagionato con cura nelle cantine attigue alla trattoria, è un altro simbolo di una terra che, pur attraversando il tempo, non ha mai smesso di custodire i suoi sapori più autentici. Il Culatello diventa protagonista in un menu che non solo celebra la gastronomia locale, ma è anche un viaggio nel passato, che risuona di storie e tradizioni tramandate di generazione in generazione.

Il Culatello di Zibello è il più importante "marcatore di cultura" delle terre parmensi che costeggiano il Grande Fiume, terre caratterizzate da una storia alimentare plurimillenaria. Un intreccio di storie alimentari, gastronomiche ed artistiche si rifanno ai poli che si sono succeduti, amalgamandosi, nelle terre parmigiane che costeggiano il Po e che con le loro culture ne hanno plasmato e trasformato il territorio. Si va dagli ancora misteriosi popoli delle terramare che già cacciavano il maiale selvatico, ai Celti che svilupparono la cultura del maiale e la salagione delle sue carni; dagli Etruschi prima e dai Romani poi che si dedicarono alle tecnologie della maturazione delle carni suine salate, ai Longobardi che affinarono le tecniche di cottura delle carni suine fresche e salate, anche attraverso le cotture multiple.
(da Elogio del Culatello - Il salume dei Re - Tra storia letteratura e gastronomia)

La filosofia della cucina qui è semplice, sincera e profondamente radicata nella tradizione: ogni stagione porta con sé piatti che parlano di

stagionalità e autenticità, dalle paste ripiene parmigiane — caramelle di taleggio con culatello e toma, cappelletti di pasta verde con salsa alle noci, agnolotti di patate con funghi — ai secondi di carne e specialità locali come la mariola cotta con purè e mostarda, piatti difficili da trovare altrove ma custoditi con orgoglio dalla famiglia Campanini.  Ogni piatto racconta la storia di una terra che si nutre di stagionalità e di autenticità, con specialità che sono ormai difficili da trovare altrove, ma che la famiglia Campanini custodisce con un orgoglio che si percepisce in ogni dettaglio, dal più piccolo ingrediente alla tecnica più raffinata.

Ad accompagnare questi piatti, la trattoria offre una carta dei vini che, pur essendo radicata nei grandi vitigni locali, sa anche abbracciare il panorama enologico internazionale. Vini come il Lambrusco, insieme a champagne e bollicine provenienti da piccoli produttori, esaltano ogni portata senza mai sovrastarla, aggiungendo quella nota di raffinatezza che non fa mai perdere di vista la tradizione. La varietà e la qualità della selezione vinicola rispecchiano la cura che la trattoria dedica a ogni aspetto del pasto, dal servizio all'atmosfera, fino alla scelta dei piatti e degli ingredienti. Il vitigno e vino però paradigmatico è certamente il Fortana: rosso mosso e di moderato, naturale, tenore alcolico.

Oggi, la Trattoria Campanini è molto più di un semplice ristorante. È un luogo di pellegrinaggio per chi cerca non solo un pasto, ma un’esperienza sensoriale e culturale, un’occasione per immergersi in una tradizione che non è fatta solo di cibi e ricette, ma di storie e di legami. Il servizio è sempre accogliente e sorridente, come quello di casa, mentre le pareti della sala, decorate con fotografie d’epoca e ritratti di personaggi legati alla storia locale, invitano ogni commensale a sentirsi parte di quella stessa storia. Ogni piatto è una narrazione, ogni sapore un ricordo di un tempo che non passa mai, ma che continua a vivere nelle persone che siedono attorno alla tavola. Non è un caso, infatti, che ogni lunedì e domenica la torta fritta diventi protagonista assoluta, attirando chi ama i sapori genuini della Bassa e la convivialità di una tavola che, da decenni, ha attraversato il tempo senza mai perdersi.

Sedersi a questa tavola significa fare un viaggio indietro nel passato, tra le memorie di Verdi e Guareschi, tra salumi dal carattere profondo e piatti che raccontano le generazioni che si sono susseguite. Qui, la vera tradizione non è un museo da ammirare, ma una casa da cui tornare sempre, un luogo che accoglie e fa sentire a casa chiunque vi entri, come se il tempo, in fondo, non fosse mai davvero passato.

 

 

 

 

 

February 08, 2026

 
Sulla via Nomentana sorge questa bella villa in cui abitarono prima i proprietari principi Torlonia, poi Mussolini e tra il 1944 e il 1947 gli Alleati, che qui insediarono il loro Comando.
La villa rimase poi chiusa per molti anni per essere infine acquisita nel 1978 dal Comune di Roma che la aprì al pubblico.
In quel periodo la Casina delle Civette, era in disuso e ridotta ad un rudere. Circondata da una recinzione, questa veniva profanata da piccoli gruppi di adolescenti che vedevano in quella struttura fatiscente una casa abitata da streghe e fantasmi.
In seguito la struttura subì un attento ed accurato restauro e venne abbellita con delle vetrate create da Duilio Cambellotti. L'edificio si affianca agli altri presenti nel sito: il Casino Nobile, il Casino dei Principi e la Serra Moresca. Tutti poli museali siti all'interno della villa, che oltre a raccogliere vestigia storiche e ruderi, è completamente immersa nel verde composto dalle più diverse specie di piante.
La casina che ospitò il principe Giovanni Torlonia jr. fino al 1938 (anno della sua morte), ha nel tempo subito una lunga serie di trasformazioni. Così quella che era l’ Ottocentesca Capanna svizzera, che costituiva originariamente un luogo di evasione rispetto all'ufficialità della residenza principale, si trasformò in una singolare, accogliente ed elegante dimora.
La Casina nascosta da una collina artificiale collocata sul bordo sinistro del parco rispetto al Casino Nobile, posto all’entrata principale sulla via Nomentana, venne ideata nel 1840 da Giuseppe Jappelli su commissione del principe Alessandro Torlonia. Originariamente appariva come un manufatto rustico, con paramenti esterni a bugne di tufo, dipinto a tempera con l’intento di imitare delle rocce e dei tavolati di legno.
Due sono gli edifici che compongono il complesso: il villino principale e la dipendenza. Questi sono collegati tra loro da una piccola galleria in legno e da un passaggio sotterraneo che si differenziano dal romantico rifugio di ispirazione alpestre ideato dallo Jappelli, se non fosse per le strutture murarie principali disposte ad "L", per l'impronta volutamente rustica e l'uso dei diversi materiali costruttivi lasciati a vista come la copertura a falde inclinate.
Già dal 1908, la cosiddetta Capanna svizzera, cominciò a subire una progressiva e sempre più radicale trasformazione voluta dal nipote di Alessandro, Giovanni Torlonia jr, che ne trasformò l’aspetto in una sorta di piccolo fiabesco Villaggio medioevale. I lavori furono diretti dall'architetto Enrico Gennari e l’edificio si tramutò nella raffinata residenza oggi visibile. Grandi finestre, loggette, porticati, torrette, con decorazioni a maioliche e vetrate colorate la rendono suggestiva ed accattivante.
Dal 1916, l'edificio cominciò ad essere chiamato Villino delle Civette, questo per la presenza di una vetrata raffigurante due di questi rapaci stilizzati posti tra dei tralci d’edera. Si tratta di un’ opera eseguita da Duilio Cambellotti nel 1914. In tutta la struttura persiste costantemente il tema della civetta; questa viene raffigurata nella gran parte delle decorazioni e nel mobilio voluto dal principe Giovanni, un uomo dal carattere scontroso ed amante dei simboli esoterici.
Nel 1917, l’architetto Vincenzo Fasolo aggiunse al complesso le strutture poste sulla parte meridionale della Casina, arricchendola con una fantasiosa decorazione in stile Liberty a cui si aggiunge una grande varietà di materiali e particolari decorativi, tra cui la suggestiva tonalità grigia del manto di finitura delle coperture, composto da lavagna in lastre sottili diversamente sagomate, che si contrappongono elegantemente alla variegata cromia delle tegole in cotto smaltato.
Lo spazio interno si sviluppa su due livelli, tutti curati nelle opere di finitura con decorazioni pittoriche, stucchi, mosaici, maioliche policrome, legni intarsiati, ferri battuti, stoffe parietali e sculture in marmo.
I punti forti della dimora sono sicuramente le decorazioni delle vetrate, tutte installate tra il 1908 e il 1930, prodotte dal laboratorio di Cesare Picchiarini su disegni Duilio Cambellotti, Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi e Paolo Paschetto.
Il degrado dell'edificio iniziò nel 1944, durante l’ occupazione delle truppe anglo-americane, che durò oltre tre anni.
Quando il Comune di Roma acquisì il complesso, la Villa, gli edifici e il parco erano in condizioni disastrose. Il tutto venne aggravato da un incendio nel 1991. Furti e vandalismi completarono l’opera di devastazione.
Solo dopo un lungo, paziente e meticoloso lavoro di restauro, eseguito tra il 1992 e il 1997, che sfruttò quanto conservato sulla base delle numerose fonti documentarie, si è potuto la restituire uno dei più singolari e interessanti manufatti dei primi anni del secolo scorso, qualcosa di unico che non ha eguali nel panorama nazionale.
 
February 06, 2026

Portare in scena temi di forte impegno sociale rischia spesso di far scivolare la narrazione nella retorica o in un’eccessiva enfasi interpretativa. Non è questo il caso di "Le salsicce erano pessime", la pièce di Michele Donadio con la regia di Iacopo Brogioni, andata in scena giovedì 5 febbraio 2026 al Teatro di Cestello per conto di Laboratorio Arca. Qui, ogni attore è riuscito a penetrare nelle pieghe del proprio personaggio con una naturalezza tale da mantenere il pubblico in uno stato di costante tensione emotiva, fino a un epilogo che si rivela come un quadro di nuda e dolorosa verità. Il testo si ancora profondamente al solco tracciato da Franco Basaglia, lo psichiatra veneziano che scardinò le porte dei manicomi italiani. La sua visione — "La libertà è terapeutica" — fa da sfondo ideale a una vicenda ambientata durante lo sgombero progressivo del Vincenzo Chiarugi, il manicomio di San Salvi, luogo simbolo della memoria fiorentina.
La scena si apre nella primavera del 1995. L’aria di Firenze è tiepida, ma su una panchina di un giardinetto di periferia si consuma un rito quotidiano fatto di noia e spietatezza adolescenziale. Un gruppo di amici ha scelto come bersaglio i "matti" del vicino istituto, colti nei loro rari momenti di libera uscita. È un gioco crudele, figlio di un’immaturità che non sa ancora dare un nome al dolore altrui.
La forza dello spettacolo risiede proprio nel contrasto tra i protagonisti: uniti da un legame cameratesco, ma profondamente distanti nella sensibilità interiore. La commedia procede sul filo di un equilibrio delicatissimo, oscillando tra l’irriverenza scanzonata degli scherzi ai danni di tre pazienti — ognuno portatore di una propria, toccante bizzarria — e la lenta, inesorabile crescita interiore dei ragazzi. Il climax della vicenda conduce a un’inevitabile collisione tra la realtà distorta dei degenti e quella, solo apparentemente integra, degli amici. Attraverso lo scontro e l’incontro, le maschere cadono: i quattro giovani scoprono che, al di là delle diagnosi e dei comportamenti stravaganti, batte un cuore identico al loro.
L’interpretazione del cast è magistrale; nessuno risulta marginale e ogni ruolo contribuisce a nutrire il senso profondo del testo. Lo spettacolo diventa così una riflessione necessaria sulla malattia mentale come stato dell'anima, spesso aggravato dall'abbandono sociale e dalla solitudine.
L’epilogo è una lezione di empatia pura: non esiste muro di manicomio capace di soffocare le emozioni. La vera "normalità", ci suggerisce questa pièce, risiede unicamente nel saper riconoscere l’umanità negli occhi dell’altro.

Gli attori:
Interpreti: Chiara Collacchioni- Filippo Macigni-Raffaele Totaro-Alessio Alloi- Antonio Timpano- Romina Bonciani- Filippo Catelani- Massimo Blaco- Claudia Bugianelli- Luca Palmieri

 

Cinema e devianza giovanile: vent’anni di osservazioni sul confine tra città e società

Il 20 marzo alle 18:30 la Libreria Tomo di San Lorenzo ospita la presentazione della Trilogia della Devianza di Gianfranco Tomei, un progetto cinematografico che attraversa vent’anni di lavoro e mette a fuoco ciò che spesso evitiamo di vedere: le tensioni sotterranee, il disagio urbano, le regole non scritte della città.

Quella che emerge non è una Roma da cartolina, quanto piuttosto un organismo complesso attraversato da codici invisibili e codici che raramente trovano spazio nel racconto pubblico contemporaneo.

Lontano da facili conferme o rassicurazioni, l'esperienza proposta intende svelare una realtà che pulsa sotto la crosta della vita quotidiana, rivolgendosi a chi desidera confrontarsi direttamente con le zone d'ombra della dimensione metropolitana.

Questa esplorazione dei rapporti umani nasce dal lungo percorso di Gianfranco Tomei, docente di Psicologia presso l’Università “La Sapienza” di Roma, la cui competenza accademica sui comportamenti collettivi e sullo stress sociale diventa qui una chiave di lettura visiva.

Accanto al lavoro accademico, Tomei trasforma la ricerca in cinema, uno strumento di osservazione concreto, e nella scrittura trova un’altra forma di indagine. In questi mesi sta completando un volume sulla devianza, che intreccia riflessione, immagini e analisi urbana, restituendo un ritratto della città e delle nuove generazioni più diretto e complesso di quanto ci si aspetti.

La trilogia si apre con Notte in città (2000), che racconta una Roma notturna lontana da ogni cliché. Bande, appartenenze tribali, violenza come linguaggio condiviso e gruppo come prima forma di identità attraversano una città dove la notte diventa spazio di sopravvivenza e riconoscimento.

Questo percorso trova continuità in Sole Nero (2022), dove lo sguardo si restringe sui non luoghi della notte contemporanea, tra locali saturi di fumo, spazi chiusi e un disincanto diffuso. La generazione osservata appare sospesa, stretta tra vuoti educativi e assenze sociali, in un paesaggio urbano che parla più dei suoi silenzi che delle sue promesse.

Infine, l’anteprima assoluta di The Esoteric Crime (2026) porta lo sguardo ancora più in profondità, spostando la devianza dai margini verso contesti più rispettabili della città. Il crimine cambia forma, si fa rituale, assume un’estetica elegante e si mimetizza dietro le buone maniere. Così, ciò che sembrava prevedibile diventa inatteso, e l’illusione di un male sempre riconoscibile si sgretola davanti agli occhi dello spettatore.

Dopo aver attraversato le strade e i salotti di Roma, emerge con chiarezza che la città si comprende solo nei luoghi in cui la vita si mostra senza filtri. San Lorenzo non è una scelta casuale: quartiere di confine tra università e strade vive, diventa il contesto ideale per la presentazione della Trilogia della Devianza, un’occasione per immergersi in un cinema che rifiuta semplificazioni e mette a nudo ciò che spesso resta invisibile.

La serata del 20 marzo con la Trilogia della Devianza promette di trasformare la libreria in uno spazio dove la città respira tra le mura, il disagio urbano prende forma e le regole invisibili emergono in controluce.

Chi partecipa non si limita a osservare: viene immerso nel cuore del racconto, coinvolto nelle tensioni e nelle contraddizioni che attraversano la città.

Quando le luci si riaccendono, nulla resta come prima.

Solo il 20 marzo sarà possibile vivere questa esperienza intensa, diretta, senza filtri. La realtà, quando la osservi davvero, difficilmente resta neutra. E il cinema di Tomei lo sa.

 

February 03, 2026

 

Due giorni di Congresso Politico di DSP (DEMOCRAZIA SOVRANA E POPOLARE), il suo secondo congresso. Tanto diverso dal primo, più partecipato, più internazionale.

Eppure c'è chi entrando è stato fermato da gente vicino ai Servizi, da persone addentro al mondo della sicurezza che parla  con cognizione di causa, affidabile nel parere, e a cui è stato detto: "... ma lo sai che chiunque è qui dentro viene schedato dal Mossad..?" Bel dubbio...in una Democrazia Parlamentare direi!

E veniamo alla cronaca del primo giorno, 31 gennaio 2026, all'Hotel Ergife di Roma, con la sala convegni principale piena.

Per prima ha parlato Patrizia Caproni dell'Ufficio Politico DSP, dicendo che: "... dopo due anni dal primo congresso, DSP ha creato una "frattura" nelle competizioni elettorali. Una frattura politica insieme ad un sistema di destra e sinistra che ha avuto un tracollo dell' elettorato del 60% circa! Ma il Popolo Sovrano dov'è? C'è sempre qualcuno che decide per lui e bisogna quindi restituire l'umanità, la sovranità, fare critica al mondo dell'attuale politica, avere un pensiero critico da ricatti e dalla ricerca di poltrone.. "

Poi ha parlato Francesca Antinozzi, sempre dell'Ufficio Politico DSP dicendo che: "... le alleanze storiche sono superate..." ed infatti è stato a lungo presente sul palco Bruno Scafini, uomo con grande esperienza di ambasciatore, che poi qui ha presentato i vari invitati e le delegazioni estere, provenienti da diversi paesi del BRICS, ai fini di creare un mondo multipolare con gli USA e con la futura Europa (quella attuale è già nel baratro). Ha citato le presenze dell'Algeria, Cuba, Cina, Libano, Palestina, Sudafrica, Venezuela ma soprattutto dall'Ambasciata Russa in Italia. E' seguito infatti un lungo intervento dell'Ambasciatore in Italia, ascoltabile per intero su Vision TV. Scafini ha anche citato personaggi presenti dagli Stati Uniti e da vari paesi arabi. Molto importante ed emblematica, quasi simbolica è stata la presenza on-line di Rosangela Mattei, nipote di Enrico Mattei, coordinatrice del "Museo Enrico Mattei", che ha portato saluti al Congresso DSP, ricordando un grande uomo politico industriale italiano che voleva la sovranità di questo Paese e per questo fu ucciso; la quale ha ricordato anche l'antico partenariato Italia-Russia,..." assolutamente da ripristinare in vita per il bene della Nazione e finanche dell'Europa intera...". Noi siamo entrambi in Eurasia. 

Poi ha parlato Marco Rizzo, Coordinatore Nazionale DSP, che ha ricordato che queste ambasciate o rappresentanze estere rappresentano ormai più di un terzo del mondo, ricordando che questo Congresso DSP è costato molto di meno rispetto a certi congressi politici "sponsorizzati", perché DSP va avanti con donazioni del Popolo Sovrano Italiano principalmente. Sul palco han fatto parlare soprattutto esperti di settore "non iscritti" sui temi più attuali, ricordati anche da Rizzo e Scafini, come il Mercosur, il problema delle ONG speculative sui migranti, il problema della Giustizia (DSP è a favore del SI al referendum di fatto), della Sanità a protezione dei pazienti con lunghe liste di attesa e dando voce ad un medico che ha denunciato la triste situazione dei medici italiani meno pagati d'Europa e costretti a costose assicurazioni per le continue denunce di cittadini non più fiduciosi nella Sanità italiana. Han parlato poi della Geopolitica mondiale in grande stravolgimento verso -  finalmente -  un mondo multipolare e della necessità di un ritorno alla spiritualità rispetto al transumanesimo. Rizzo ha fatto anche un accenno agli Stati Uniti di Trump in rapida de-dollarizzazione, dicendo che: ".. sul problema immigrazione certo prima di lui non era "rose e fiori.".. (si ricorda qui peraltro che l'ICE è stato istituito in USA ben prima di Trump e che gli immigrati espulsi erano molto consistenti ben prima di lui!). Ha inoltre ricordato la guerra persa con la Russia da parte della NATO su interposto territorio dell' Ucraina, del fallimento dell'economia Europea, del fallimento della demografia Europea, rimanendo ora essa solo il 7% della popolazione mondiale e dell'enorme problema dei costi del gas naturale a discapito delle piccole medie imprese (PMI), visto che le grandi industrie sono già scappate, rimanendo di fatto solo le PMI, qui rappresentate da un lungo discorso del Presidente di CONFIMINDUSTRIA. Essa è rappresentativa di molte PMI italiane, ovvero il 74% -dice- del PIL italiano, "strizzate" da questa politica energetica ed economica Europea devastante.

Successivamente Marco Rizzo ha ricordato l'enorme profitto delle banche rispetto a tutti gli altri comparti dell' economia italiana, e della classe lavoratrice, citando gli enormi profitti di Eni ed Enel rispetto all'aumento delle bollette per i cittadini con il Governo - non solo quello attuale - che non ha fatto nulla su questa problematica e l'opposizione ancora meno, rendendo le classi medie schiacciate. 

Tutto questo sta accadendo con un mondo del lavoro privo ormai di coscienza politica, nonostante che di fatto il 95% del popolo italiano sia contro queste guerre inutili, che tolgono loro ricchezza e lavoro, mentre i mass media principali e la TV restano silenti, con poche eccezioni, su tutto questo, compreso sulla balla della "Green Economy".

Han ricordato che Marco Rubio Segretario di Stato USA ha detto che: "... la guerra in Ucraina è la guerra tra USA e Russia..." La NATO morente si intende.

Sulla Palestina non è mancata l'ironia di Rizzo sull'ipocrisia in Italia: "... dove hanno detto che noi di DSP eravamo antisemiti ...gli stessi che si facevano fotografie con la flottiglia PROPAL... sono gli stessi che votano al Parlamento Europeo a favore dei mega-finanziamenti a nazisti ucraini...".

È stato detto che di tutto questo ai ministeri non interessa niente: pagando a testa bassa l'energia così alta, ogni prodotto è cresciuto e quindi anche l'inflazione... solo le banche hanno fatto utili senza prestare alle Industrie. Non hanno valutato i progetti: usano un meccanismo di "spia rossa/spia verde" preferendo algoritmi IA del tutto insensati, al posto di "consulenti umani", dal punto di vista della proiezione economica a lungo termine. E così le startup non possono in questo modo nascere; la Comunità Europea serve solo per fare ingrassare le assicurazioni, ora anche quelle sulle catastrofi, invece di rimediare dal punto di vista idro-geo-ingegneristico.

Molti industriali purtroppo si iscrivono ancora alla "Confindustria" - secondo l'oratore industriale suddetto - mentre destra e sinistra non hanno più senso: "... serve piuttosto che pensiamo di più all'essere umano e meno al capitale, per fare politica con la P maiuscola.. ".

Poi ha parlato Giannandrea Gaiani con la sua grande esperienza dal 1991 al 2014 in Somalia, Irak, Sael, etc...e nella direzione della rivista "ANALISI DIFESA". Ha citato le tre "C": "C" come Crisi delle alleanze; "C" come Credibilità della politica e della stampa; "C" come Contraddizioni, ricordando tutte le destabilizzazioni delle aree energetiche che facevano comodo all'Italia, Libia in primis e ricordando che le armi, se proprio dobbiamo "crearle", dobbiamo farlo con l'acciaio e la chimica italiana e non importarle dagli Stati Uniti d'America, sempre comunque puntando ad una primaria alleanza strategica con la Russia energetica, peraltro dotata di immensi territori ricchi in materie prime e di una grande cultura e spiritualità.

Di cultura e spiritualità ha parlato Monsignor Antonio Suetta mentre di "libertà e diritto" ha parlato Michele Nardi, con esaurienti spiegazioni sulla attuale polemica sulla Giustizia.

Il secondo giorno è stato improntato sulla rappresentanza locale e regionale di ogni Regione Italiana, dove sul palco hanno potuto esprimersi i vari pareri territoriali e successivamente vari interlocutori di settore che stanno costruendo una visione di partito, lasciando la parola anche a Francesco Toscano, Presidente DSP, che ha ricordato la difficoltà di non essere né di destra né di sinistra, ma semplicemente "sovranisti e democratici". Tutto questo è stato detto peraltro creando le premesse politiche nazionali per convincere "politicamente" e senza essere necessariamente schedati nei conti bancari perfino: i) coloro i quali vogliono sopprimere sui media "main stream" il parere DSP, ovvero in televisione o sui giornali SENZA DIBATTITO E CONTRADDITTORIO PUBBLICO e ii) quella parte della "Sicurezza" che dovrebbe fare gli interessi dell'Italia, ovvero che in realtà dovrebbe allearsi con uno dei pochi partiti sovranisti che vuole realmente il BENE dell'Italia, per cui LORO hanno giurato di prestare Servizio.

Sono seguite poi le votazioni per la conferma dell'Ufficio Politico DSP, del Senato DSP e dei rappresentanti regionali stessi, con grande apertura verso i giovani che hanno una propria organizzazione in via di costruzione.

Infine si è citata l'importanza di iniziare seriamente con una "scuola politica" di esperti di settore per coprire le varie discipline e possibilmente - ma questo è un parere assolutamente personale che consiglierei a ciascun giovane partito da osservare - creare un "Governo Ombra" parallelo che faccia dei Comunicati Stampa tramite un Ufficio Stampa serio e rigoroso, che ad ogni atto governativo faccia corrispondere un atto "sovranista e democratico" parallelo a disposizione del Popolo Sovrano Italiano...il 60% ormai non votante per indignazione profonda da anni.

E quindi .... fieri di essere schedati dal Mossad ? Esso prima o poi - già diviso al suo interno magari - diventerà anch'esso SOVRANISTA, DEMOCRATICO E POPOLARE, magari come ai tempi dei primi kibbutz.

February 01, 2026

Esistono artisti che non si limitano a dipingere il mondo, ma lo costruiscono, lo insegnano e lo preservano. Giampaolo Beltrame, nato a Firenze nel 1943 e residente da decenni a Casellina-Scandicci, appartiene a questa rara stirpe di maestri poliedrici. La sua carriera è un viaggio attraverso le discipline visive, segnato da una coerenza stilistica e una maestria tecnica che gli hanno valso, di recente, il prestigioso Premio alla Carriera nell'ambito del Premio Artistico Letterario Ponte Vecchio, ideato da Marzia Carocci. Il percorso di Beltrame affonda le radici nelle istituzioni più prestigiose della sua città. Dopo il diploma di Maestro d’Arte nel 1963, si specializza in Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Questa disciplina ha influenzato profondamente la sua visione spaziale, portandolo a collaborare con il Teatro Comunale di Firenze e con la Compagnia "Città di Firenze". L'esperienza nel teatro, dove la luce e la prospettiva creano mondi effimeri, ha regalato alla sua pittura una profondità scenica unica. Oltre all'attività creativa, Beltrame ha dedicato gran parte della sua vita alla trasmissione del sapere. Dagli anni '70 ha insegnato Disegno e Storia dell'Arte, diventando una figura centrale all'Istituto "L. Tornabuoni" per la formazione di stiliste e figuriniste. Il suo contributo didattico è rimasto impresso anche sulla carta attraverso testi fondamentali come: Il Disegno del Figurino di Moda, la Decorazione su Stoffa.


La sua competenza tecnica lo ha portato persino nel mondo della comunicazione visiva degli albori, ricoprendo il ruolo di Art-Director per Teleliberafirenze tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80. Sebbene abbia iniziato a maneggiare i colori ad olio nel 1955, è dal 1968 che la sua attività artistica ufficiale decolla, costellata di premi e riconoscimenti. La sua produzione è vasta e tocca diverse corde: Le Riproduzioni d'Autore: Dal 1993 si dedica con successo alla riproduzione di opere antiche e moderne, un esercizio di umiltà e tecnica che pochi sanno padroneggiare con tale precisione. L'Arte Pubblica e Sacra: Le sue opere sono custodite in luoghi di grande prestigio, dalla Chiesa di Gesù Buon Pastore a Casellina alla Curia Arcivescovile di Firenze, fino alla Sala Consiliare del Comune di Signa. Il Legame con il Territorio: Beltrame è un interprete delle tradizioni toscane. Ha realizzato il logo per la "Guarda Firenze" nel 2016 e l'ambito Drappellone del Palio di Signa 2017.
Il Premio alla Carriera conferitogli al Premio Ponte Vecchio è il coronamento di una vita spesa al servizio del "bello". Come membro attivo di storiche realtà come il Gruppo Donatello, Gadarte e l'associazione Art-Art di Impruneta, Beltrame continua a essere un pilastro della comunità artistica fiorentina, unendo la precisione del tecnico alla sensibilità del poeta del colore.
C'è una nota dolente che, da freelance, sento il bisogno di condividere: Giampaolo Beltrame è un Maestro immenso, un pilastro dell'arte che meriterebbe dalla sua città e dall'intera nazione un riconoscimento ben più profondo di un pur nobile premio alla carriera.
Beltrame ha consacrato l'intera esistenza all'arte, dando vita a migliaia di opere, una più straordinaria dell'altra. Spesso si dice che la patria non sappia riconoscere i propri figli migliori, ma viene da chiedersi: perché allora si finisce per celebrare chi, di merito, ne ha ben poco? È un paradosso che lascia l'amaro in bocca a chiunque ami la bellezza autentica. E’  tempo che le istituzioni, dalla sua città fino ai vertici della Nazione, riconoscano che il vero patrimonio dell'Italia non risiede nei titoli altisonanti, ma nelle mani e nel cuore di chi, come il Maestro Beltrame, ha saputo trasformare l’esistenza in un’eterna e sublime opera d’arte.

January 30, 2026
 
Con Fabrizio Di Rienzo, Marina Vitolo, Titti Cerrone, Massimo Valentini, Federico Nelli
Dopo un periodo di letargo, ecco riapparire sulla scena Fabrizio Di Renzo con questa nuova, divertentissima e anche riflessiva commedia sulla nostra Sanità.
Un prodotto maturato dopo una sua esperienza di ospedalizzazione. Guardandosi in giro insieme ai suoi colleghi sceneggiatori, Fabrizio riesce a trovare nella vita di tutti i giorni spunti per intrattenerci e divertirci, aggiungendovi una punta di pungente critica.
L’attore si circonda di un cast valido e navigato e qualche volto nuovo, con cui riesce sempre a soddisfare le aspettative del numeroso pubblico che accorre alle sue proposte. Il teatro è pieno e le tante richieste per assistere allo spettacolo lo costringono ad aggiungere nuove repliche. Non male se si considera che l'evento non è stato pubblicizzato se non attraverso un tam tam tra amici, conoscenti e fan della vecchia guardia.
 
La locandina è allettante e ben confezionata, vi si riconoscono nitidamente, seppur attraverso un tocco fumettistico, gli attori partecipanti a questa nuova impresa.
Ecco, allora, che il Teatro Portaportese si trasforma nella giusta location per questa storia. La scenografia ripropone la corsia di un ospedale nei suoi dettagli con i letti, i separé, i comodini, gli strumenti per ogni esigenza dei pazienti e perfino la mappa della struttura con le vie di fuga in caso di evacuazione. E poi il quadretto con la Madonnina e il cartello che indica il wc…
La storia, camuffata da commedia, è a tratti irriverente. Tra le righe leggiamo un aspro ritratto della situazione sanitaria italiana, di chi vi opera e delle critiche condizioni in cui si trovano i pazienti. Sappiamo bene come facciano fatica a funzionare bene gli ospedali e i pronto soccorso, e come le attese per una visita siano bibliche. A meno che non si abbia qualche santo in paradiso, è difficile, per i malati, vedersi assicurati i propri diritti. Malati a volte costretti a rivolgersi alla sanità privata, se le loro tasche lo consentono…
All’apertura del sipario troviamo due degenti: uno giovanissimo e fortunato con il padre benestante e ammanicato, in grado di far curare il figlio in una struttura pubblica; l’altra una persona di mezza età, piuttosto intimorita di quello che può accadergli a seguito di un intervento appena subito.
 
Fanno da contorno una chirurga piuttosto opportunista, spocchiosa, ma capace di disponibilità e gentilezza con il degente giusto… Poi troviamo una singolarissima suora dal chiaro e spiccato accento partenope, le cui invocazioni a santi dai nomi improbabili che rimano con le sue perle di saggezza fanno ridere di cuore; e poi c’è un allegro e giovane portantino tik toker.
Intanto si palesa subito l’ inevitabile scontro generazionale tra i due pazienti a causa degli opposti punti di vista nei riguardi della vita, in cui si inserisce efficacemente l’imberbe portantino. Le loro discussioni coinvolgono con un effetto corale il pubblico più o meno giovane che, come sul palco, attraverso il linguaggio diverso si immedesima con l’una o l’altra parte. Il risultato è un mix irresistibile di battute riuscite e fulminanti che funzionano piuttosto bene.
C’è posto anche per una stoccatina critica sulla disparità nel mondo del lavoro e sulle difficoltà di inserimento della donna, ma si parla anche di raccomandazioni, clientelismo e soprattutto della discutibile gestione del sistema sanitario.
 
Gli attori
Fabrizio Di Renzo sembra non recitare tanto appare come fosse se stesso: naturale, schietto, sarcastico, pungente sempre pronto alla battuta verace.
Dopo un breve, timido inizio, gli tiene subito testa Federico Nelli, che finisce per contendersi con lui la scena come fa un ottimo antagonista che dialoga a colpi di battute sarcastiche e velenose strappate alla quotidianità.
Massimo Valentini è uno scoppiettante bambinone che preferirebbe fare più l’influencer che le medicazioni. Esuberante, un po’ immaturo e superficiale, risulta energico e assai divertente con le sue continue intromissioni.
Titti Cerrone dona al personaggio una simpatica antipatia. Determinata ed opportunista, nasconde un lato sensibile attraverso una recitazione che sa dosare questi due distinti aspetti. Non le manca una buona dose di comicità.
Marina è Vitolo semplicemente esplosiva, vivace ed estroversa; non disdegna momenti di esagerata severità attraverso comicissimi sproloqui ingarbugliati. Anche lei, dietro un’apparente intransigenza, cela un cuore tenero che scoprirete piacevolmente a teatro.
I due giovani attori Federico e Massimo si inseriscono con una spiccata personalità chiudendo il cerchio con Marina, Fabrizio e Titti, attori navigati ed esperti. Insieme creano una bella sinergia che riesce ad intrattenere e divertire i presenti.
Il punto di forza della commedia è far ridere facendo trasparire tematiche più serie grazie ad un testo fluido, scorrevole, veloce e diretto, farcito di sana comicità partorita dagli autori Di Palma, Stanzione e lo stesso Di Renzo.
Bella l’idea di dividere le scene con degli improvvisi bui che spiazzano lo spettatore e lo sorprendono piacevolmente con un effetto scenico ben sincronizzato dall’attento gioco di luci e con una colonna sonora che crea un’atmosfera scoppiettante.
Questa soluzione raggiungerà l'apoteosi nei saluti finali, quando sarà davvero difficile capire come e dove troveremo gli attori in scena che intanto raccolgono i loro meritati applausi.
 
 
Teatro Portaportese
“Mutuo soccorso”
Scritto da Stanzione, Di Palma e Di Renzo
Regia Bruno Stanzione
Con Fabrizio Di Rienzo, Marina Vitolo, Titti Cerrone, Massimo Valentini, Federico Nelli
 

 

Villa Calicantus è una piccola realtà vitivinicola a gestione familiare, Daniele e Chiara Delaini sono cuore, anima e mani dell'azienda situata nella frazione Calmasino di Bardolino in provincia di Verona, sulle dolci colline che dominano il paesaggio della sponda sud-orientale del Lago di Garda, nel cuore della denominazione del Bardolino Classico. 

 

Conosciamo questa cantina da diversi anni, da quando timidamente si affacciò con un solo vino, circa una quindicina di anni fa alle fiere dedicate al mondo del vini naturali, come ad esempio ViniVeri e VinNatur. Abbiamo quindi seguito in tutto questo lasso di tempo la sua evoluzione ed apprezzato sempre i suoi vini che si distinguono per carattere, profondità e soprattutto unicità.

 

All'inizio del 2026 siamo riusciti finalmente ad andare a visitare fisicamente la cantina e passare qualche ora insieme a Daniele, che ci ha fatto visitare la vigna storica di 40 anni situata nella collina alle spalle della proprietà, la cantina di produzione e affinamento, e successivamente abbiamo avuto la possibilità di assaggiare le annate in commercio di tutti e i sei vini prodotti.

La proprietà occupa una fetta importante della frazione di Calmasino, vari corpi costituiscono la parte edificata, con una sezione più antica in mattoni rossi con un bel porticato e la villa su due piani che domina il cortile in ghiaia. L'anfiteatro collinare che circonda la proprietà è piantumato con olivi dai quali si produce un olio prevalentemente per uso familiare mentre nella parte pianeggiate trovano dimora alcuni animali. 

 

Villa Calicantus nasce del 2011, Daniele eredità la tenuta dalla zia, il nome è un omaggio proprio a lei, che amava i fiori profumati del Calicanto che sbocciano in pieno inverno e sono simbolo di forza, speranza e tenacia. La sua storia incarna in pieno il percorso del ritorno alle origini, una laurea in Scienze Politiche a Padova con indirizzo economico, un lavoro sicuro in banca a Parigi, ma il richiamo della terra prende il sopravvento e la vita cambia radicalmente dalla scintillante capitale francese alla tranquilla Calmasino per far ripartire la produzione di vini del nonno ferma da ormai oltre 20 anni.

Circa 8 ettari di vitigni in 3 corpi separati, a conduzione biologica fin dall'inizio e poi successivamente anche biodinamici con certificazione Bioagricert e Demeter. Le tipologie coltivate sono esclusivamente quelle rosse tipiche del territorio del Bardolino: Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara dalle quali si ottengono circa 40.000 bottiglie annue. Quattro gli operai fissi ad affiancare Daniele e Chiara in azienda.

Il terroir è principalmente morenico caratteristico del Bardolino, dal quale notoriamente non si riescono a produrre vini di grande struttura, grado alcolico e longevità. Ma il paradigma di Villa Calicantus sta proprio qui, nel voler uscire dagli schemi consolidati e produrre vini unici che sappiano trovare un perfetto equilibrio tra eleganza, finezza, complessità e che possano avere un evoluzione interessante con il passare degli anni.

Per raggiungere questo obbiettivo, in vigna si lavora con un controllo certosino di ogni pianta, tra i filari si lascia crescere l'erba fino a fioritura, e diradamenti mirati che dipendono dall'età della vigna e dal tipo di vino che si vorrà produrre. Nessuno utilizzo di prodotti chimici, solo zolfo e rame in piccole dosi e come detto trattamenti biodinamici per dare vigore alle vigne. In cantina lieviti autoctoni con l'utilizzo del piede di fermentazione. Per gli affinamenti acciaio, vasche in cemento e legni di varie misure e tipologie e soprattutto pulizia e ordine, in modo da non compromettere l'eccellente materia prima che arriva dalle vigne.

A chiudere il cerchio oltre alla produzione dei vini, è presente un agriturismo dove si possono assaggiare prodotti tipici del territorio e naturalmente degustare i vini prodotti.  

Di seguito i vini degustati durante la visita, che sono tutti ottenuti da un blend in diverse percentuali dei vitigni coltivati: Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara. 

  • LASSUPERIORA in Bianco 2024
  • SOLLAZZO 2023
  • CHIAR'OTTO 2024
  • SORACUNA 2023
  • LASSUPERIORA 2021 e 2019
  • AVRESIR* 2021 

Tutti i vini assaggiati hanno un fil rouge nelle caratteristiche gusto olfattive.  È poi in divenire il Metodo Classico in affinamento sui lieviti in cantina che non siamo riusciti ad assaggiare.  

Villa Calicantus rappresenta un modello interessante di come una piccola realtà vitivinicola può unire tradizione e innovazione biodinamica, proponendo vini legati al proprio territorio ma con una nota del tutto originale che li contraddistingue per concentrazione olfattiva, eleganza e profondità in bocca, e anche longevità; caratteristica del tutto inesistente per i vini di questo territorio. A nostro avviso dei vini davvero interessanti e unici.

Infine, il progetto familiare di Chiara e Daniele e dei loro due bambini non è solo produttivo, ma anche culturale: attraverso degustazioni, visite e relazioni personali con gli ospiti, la cantina diffonde la bellezza dei vini del Bardolino in modo autentico, entusiasmante e coinvolgente regalando emozioni a chi visita la cantina e degusta i loro vini.

 

  

 

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