
| L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni. |
This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
Tra i miti della cucina emiliana, pochi luoghi raccontano con altrettanta forza il passaggio del tempo come la Trattoria Campanini di Madonna dei Prati, un piccolo angolo della Bassa Parmense dove storia e tradizione gastronomica si intrecciano in un racconto che sembra non conoscere fine. Qui, nel cuore della pianura che ha visto crescere il giovane Giuseppe Verdi e non lontano dai poderi che Giovannino Guareschi amava frequentare, la famiglia Campanini ha saputo trasformare una modesta locanda in un’autentica icona della tavola italiana, tramandando per generazioni piatti, storie e sapori di una civiltà contadina che, pur avendo resistito al passare del tempo, si rinnova continuamente.
Le origini di questa trattoria risalgono ai primi decenni del Novecento, quando fu fondata come una semplice sosta per i pellegrini diretti al santuario di Madonna dei Prati. Con il passare degli anni, però, il luogo si è trasformato in un punto di riferimento per tutti, dove contadini, artisti e personalità locali si ritrovavano a condividere non solo il cibo, ma anche momenti di vita e di memoria. Le pareti della trattoria, adornate da fotografie in bianco e nero, continuano a raccontare volti e storie di un’altra epoca, come se il tempo non fosse mai veramente passato, ma vivesse in ogni piatto, in ogni gesto e in ogni ricordo condiviso attorno a una tavola.
Fu proprio qui che la celebre torta fritta, un tempo riservata alle cucine domestiche della Bassa Parmense, cominciò a farsi strada sulle tavole più ampie, accompagnata dai salumi, in particolare dal Culatello di Zibello, il re dei salumi parmensi. Questo prodotto, tutelato dal Consorzio e stagionato con cura nelle cantine attigue alla trattoria, è un altro simbolo di una terra che, pur attraversando il tempo, non ha mai smesso di custodire i suoi sapori più autentici. Il Culatello diventa protagonista in un menu che non solo celebra la gastronomia locale, ma è anche un viaggio nel passato, che risuona di storie e tradizioni tramandate di generazione in generazione.
Il Culatello di Zibello è il più importante "marcatore di cultura" delle terre parmensi che costeggiano il Grande Fiume, terre caratterizzate da una storia alimentare plurimillenaria. Un intreccio di storie alimentari, gastronomiche ed artistiche si rifanno ai poli che si sono succeduti, amalgamandosi, nelle terre parmigiane che costeggiano il Po e che con le loro culture ne hanno plasmato e trasformato il territorio. Si va dagli ancora misteriosi popoli delle terramare che già cacciavano il maiale selvatico, ai Celti che svilupparono la cultura del maiale e la salagione delle sue carni; dagli Etruschi prima e dai Romani poi che si dedicarono alle tecnologie della maturazione delle carni suine salate, ai Longobardi che affinarono le tecniche di cottura delle carni suine fresche e salate, anche attraverso le cotture multiple.
(da Elogio del Culatello - Il salume dei Re - Tra storia letteratura e gastronomia)
La filosofia della cucina qui è semplice, sincera e profondamente radicata nella tradizione: ogni stagione porta con sé piatti che parlano di
stagionalità e autenticità, dalle paste ripiene parmigiane — caramelle di taleggio con culatello e toma, cappelletti di pasta verde con salsa alle noci, agnolotti di patate con funghi — ai secondi di carne e specialità locali come la mariola cotta con purè e mostarda, piatti difficili da trovare altrove ma custoditi con orgoglio dalla famiglia Campanini. Ogni piatto racconta la storia di una terra che si nutre di stagionalità e di autenticità, con specialità che sono ormai difficili da trovare altrove, ma che la famiglia Campanini custodisce con un orgoglio che si percepisce in ogni dettaglio, dal più piccolo ingrediente alla tecnica più raffinata.
Ad accompagnare questi piatti, la trattoria offre una carta dei vini che, pur essendo radicata nei grandi vitigni locali, sa anche abbracciare il panorama enologico internazionale. Vini come il Lambrusco, insieme a champagne e bollicine provenienti da piccoli produttori, esaltano ogni portata senza mai sovrastarla, aggiungendo quella nota di raffinatezza che non fa mai perdere di vista la tradizione. La varietà e la qualità della selezione vinicola rispecchiano la cura che la trattoria dedica a ogni aspetto del pasto, dal servizio all'atmosfera, fino alla scelta dei piatti e degli ingredienti. Il vitigno e vino però paradigmatico è certamente il Fortana: rosso mosso e di moderato, naturale, tenore alcolico.
Oggi, la Trattoria Campanini è molto più di un semplice ristorante. È un luogo di pellegrinaggio per chi cerca non solo un pasto, ma un’esperienza sensoriale e culturale, un’occasione per immergersi in una tradizione che non è fatta solo di cibi e ricette, ma di storie e di legami. Il servizio è sempre accogliente e sorridente, come quello di casa, mentre le pareti della sala, decorate con fotografie d’epoca e ritratti di personaggi legati alla storia locale, invitano ogni commensale a sentirsi parte di quella stessa storia. Ogni piatto è una narrazione, ogni sapore un ricordo di un tempo che non passa mai, ma che continua a vivere nelle persone che siedono attorno alla tavola. Non è un caso, infatti, che ogni lunedì e domenica la torta fritta diventi protagonista assoluta, attirando chi ama i sapori genuini della Bassa e la convivialità di una tavola che, da decenni, ha attraversato il tempo senza mai perdersi.
Sedersi a questa tavola significa fare un viaggio indietro nel passato, tra le memorie di Verdi e Guareschi, tra salumi dal carattere profondo e piatti che raccontano le generazioni che si sono susseguite. Qui, la vera tradizione non è un museo da ammirare, ma una casa da cui tornare sempre, un luogo che accoglie e fa sentire a casa chiunque vi entri, come se il tempo, in fondo, non fosse mai davvero passato.
Sulla via Nomentana sorge questa bella villa in cui abitarono prima i proprietari principi Torlonia, poi Mussolini e tra il 1944 e il 1947 gli Alleati, che qui insediarono il loro Comando.
gne di tufo, dipinto a tempera con l’intento di imitare delle rocce e dei tavolati di legno.
Solo dopo un lungo, paziente e meticoloso lavoro di restauro, eseguito tra il 1992 e il 1997, che sfruttò quanto conservato sulla base delle numerose fonti documentarie, si è potuto la restituire uno dei più singolari e interessanti manufatti dei primi anni del secolo scorso, qualcosa di unico che non ha eguali nel panorama nazionale.
Portare in scena temi di forte impegno sociale rischia spesso di far scivolare la narrazione nella retorica o in un’eccessiva enfasi interpretativa. Non è questo il caso di "Le salsicce erano pessime", la pièce di Michele Donadio con la regia di Iacopo Brogioni, andata in scena giovedì 5 febbraio 2026 al Teatro di Cestello per conto di Laboratorio Arca. Qui, ogni attore è riuscito a penetrare nelle pieghe del proprio personaggio con una naturalezza tale da mantenere il pubblico in uno stato di costante tensione emotiva, fino a un epilogo che si rivela come un quadro di nuda e dolorosa verità. Il testo si ancora profondamente al solco tracciato da Franco Basaglia, lo psichiatra veneziano che scardinò le porte dei manicomi italiani. La sua visione — "La libertà è terapeutica" — fa da sfondo ideale a una vicenda ambientata durante lo sgombero progressivo del Vincenzo Chiarugi, il manicomio di San Salvi, luogo simbolo della memoria fiorentina.
Cinema e devianza giovanile: vent’anni di osservazioni sul confine tra città e società
Il 20 marzo alle 18:30 la Libreria Tomo di San Lorenzo ospita la presentazione della Trilogia della Devianza di Gianfranco Tomei, un progetto cinematografico che attraversa vent’anni di lavoro e mette a fuoco ciò che spesso evitiamo di vedere: le tensioni sotterranee, il disagio urbano, le regole non scritte della città.
Quella che emerge non è una Roma da cartolina, quanto piuttosto un organismo complesso attraversato da codici invisibili e codici che raramente trovano spazio nel racconto pubblico contemporaneo.
Lontano da facili conferme o rassicurazioni, l'esperienza proposta intende svelare una realtà che pulsa sotto la crosta della vita quotidiana, rivolgendosi a chi desidera confrontarsi direttamente con le zone d'ombra della dimensione metropolitana.
Questa esplorazione dei rapporti umani nasce dal lungo percorso di Gianfranco Tomei, docente di Psicologia presso l’Università “La Sapienza” di Roma, la cui competenza accademica sui comportamenti collettivi e sullo stress sociale diventa qui una chiave di lettura visiva.
Accanto al lavoro accademico, Tomei trasforma la ricerca in cinema, uno strumento di osservazione concreto, e nella scrittura trova un’altra forma di indagine. In questi mesi sta completando un volume sulla devianza, che intreccia riflessione, immagini e analisi urbana, restituendo un ritratto della città e delle nuove generazioni più diretto e complesso di quanto ci si aspetti.
La trilogia si apre con Notte in città (2000), che racconta una Roma notturna lontana da ogni cliché. Bande, appartenenze tribali, violenza come linguaggio condiviso e gruppo come prima forma di identità attraversano una città dove la notte diventa spazio di sopravvivenza e riconoscimento.
Questo percorso trova continuità in Sole Nero (2022), dove lo sguardo si restringe sui non luoghi della notte contemporanea, tra locali saturi di fumo, spazi chiusi e un disincanto diffuso. La generazione osservata appare sospesa, stretta tra vuoti educativi e assenze sociali, in un paesaggio urbano che parla più dei suoi silenzi che delle sue promesse.
Infine, l’anteprima assoluta di The Esoteric Crime (2026) porta lo sguardo ancora più in profondità, spostando la devianza dai margini verso contesti più rispettabili della città. Il crimine cambia forma, si fa rituale, assume un’estetica elegante e si mimetizza dietro le buone maniere. Così, ciò che sembrava prevedibile diventa inatteso, e l’illusione di un male sempre riconoscibile si sgretola davanti agli occhi dello spettatore.
Dopo aver attraversato le strade e i salotti di Roma, emerge con chiarezza che la città si comprende solo nei luoghi in cui la vita si mostra senza filtri. San Lorenzo non è una scelta casuale: quartiere di confine tra università e strade vive, diventa il contesto ideale per la presentazione della Trilogia della Devianza, un’occasione per immergersi in un cinema che rifiuta semplificazioni e mette a nudo ciò che spesso resta invisibile.
La serata del 20 marzo con la Trilogia della Devianza promette di trasformare la libreria in uno spazio dove la città respira tra le mura, il disagio urbano prende forma e le regole invisibili emergono in controluce.
Chi partecipa non si limita a osservare: viene immerso nel cuore del racconto, coinvolto nelle tensioni e nelle contraddizioni che attraversano la città.
Quando le luci si riaccendono, nulla resta come prima.
Solo il 20 marzo sarà possibile vivere questa esperienza intensa, diretta, senza filtri. La realtà, quando la osservi davvero, difficilmente resta neutra. E il cinema di Tomei lo sa.
Due giorni di Congresso Politico di DSP (DEMOCRAZIA SOVRANA E POPOLARE), il suo secondo congresso. Tanto diverso dal primo, più partecipato, più internazionale.
Eppure c'è chi entrando è stato fermato da gente vicino ai Servizi, da persone addentro al mondo della sicurezza che parla con cognizione di causa, affidabile nel parere, e a cui è stato detto: "... ma lo sai che chiunque è qui dentro viene schedato dal Mossad..?" Bel dubbio...in una Democrazia Parlamentare direi!
E veniamo alla cronaca del primo giorno, 31 gennaio 2026, all'Hotel Ergife di Roma, con la sala convegni principale piena.
Per prima ha parlato Patrizia Caproni dell'Ufficio Politico DSP, dicendo che: "... dopo due anni dal primo congresso, DSP ha creato una "frattura" nelle competizioni elettorali. Una frattura politica insieme ad un sistema di destra e sinistra che ha avuto un tracollo dell' elettorato del 60% circa! Ma il Popolo Sovrano dov'è? C'è sempre qualcuno che decide per lui e bisogna quindi restituire l'umanità, la sovranità, fare critica al mondo dell'attuale politica, avere un pensiero critico da ricatti e dalla ricerca di poltrone.. "
Poi ha parlato Francesca Antinozzi, sempre dell'Ufficio Politico DSP dicendo che: "... le alleanze storiche sono superate..." ed infatti è stato a lungo presente sul palco Bruno Scafini, uomo con grande esperienza di ambasciatore, che poi qui ha presentato i vari invitati e le delegazioni estere, provenienti da diversi paesi del BRICS, ai fini di creare un mondo multipolare con gli USA e con la futura Europa (quella attuale è già nel baratro). Ha citato le presenze dell'Algeria, Cuba, Cina, Libano, Palestina, Sudafrica, Venezuela ma soprattutto dall'Ambasciata Russa in Italia. E' seguito infatti un lungo intervento dell'Ambasciatore in Italia, ascoltabile per intero su Vision TV. Scafini ha anche citato personaggi presenti dagli Stati Uniti e da vari paesi arabi. Molto importante ed emblematica, quasi simbolica è stata la presenza on-line di Rosangela Mattei, nipote di Enrico Mattei, coordinatrice del "Museo Enrico Mattei", che ha portato saluti al Congresso DSP, ricordando un grande uomo politico industriale italiano che voleva la sovranità di questo Paese e per questo fu ucciso; la quale ha ricordato anche l'antico partenariato Italia-Russia,..." assolutamente da ripristinare in vita per il bene della Nazione e finanche dell'Europa intera...". Noi siamo entrambi in Eurasia.
Poi ha parlato Marco Rizzo, Coordinatore Nazionale DSP, che ha ricordato che queste ambasciate o rappresentanze estere rappresentano ormai più di un terzo del mondo, ricordando che questo Congresso DSP è costato molto di meno rispetto a certi congressi politici "sponsorizzati", perché DSP va avanti con donazioni del Popolo Sovrano Italiano principalmente. Sul palco han fatto parlare soprattutto esperti di settore "non iscritti" sui temi più attuali, ricordati anche da Rizzo e Scafini, come il Mercosur, il problema delle ONG speculative sui migranti, il problema della Giustizia (DSP è a favore del SI al referendum di fatto), della Sanità a protezione dei pazienti con lunghe liste di attesa e dando voce ad un medico che ha denunciato la triste situazione dei medici italiani meno pagati d'Europa e costretti a costose assicurazioni per le continue denunce di cittadini non più fiduciosi nella Sanità italiana. Han parlato poi della Geopolitica mondiale in grande stravolgimento verso - finalmente - un mondo multipolare e della necessità di un ritorno alla spiritualità rispetto al transumanesimo. Rizzo ha fatto anche un accenno agli Stati Uniti di Trump in rapida de-dollarizzazione, dicendo che: ".. sul problema immigrazione certo prima di lui non era "rose e fiori.".. (si ricorda qui peraltro che l'ICE è stato istituito in USA ben prima di Trump e che gli immigrati espulsi erano molto consistenti ben prima di lui!). Ha inoltre ricordato la guerra persa con la Russia da parte della NATO su interposto territorio dell' Ucraina, del fallimento dell'economia Europea, del fallimento della demografia Europea, rimanendo ora essa solo il 7% della popolazione mondiale e dell'enorme problema dei costi del gas naturale a discapito delle piccole medie imprese (PMI), visto che le grandi industrie sono già scappate, rimanendo di fatto solo le PMI, qui rappresentate da un lungo discorso del Presidente di CONFIMINDUSTRIA. Essa è rappresentativa di molte PMI italiane, ovvero il 74% -dice- del PIL italiano, "strizzate" da questa politica energetica ed economica Europea devastante.
Successivamente Marco Rizzo ha ricordato l'enorme profitto delle banche rispetto a tutti gli altri comparti dell' economia italiana, e della classe lavoratrice, citando gli enormi profitti di Eni ed Enel rispetto all'aumento delle bollette per i cittadini con il Governo - non solo quello attuale - che non ha fatto nulla su questa problematica e l'opposizione ancora meno, rendendo le classi medie schiacciate.
Tutto questo sta accadendo con un mondo del lavoro privo ormai di coscienza politica, nonostante che di fatto il 95% del popolo italiano sia contro queste guerre inutili, che tolgono loro ricchezza e lavoro, mentre i mass media principali e la TV restano silenti, con poche eccezioni, su tutto questo, compreso sulla balla della "Green Economy".
Han ricordato che Marco Rubio Segretario di Stato USA ha detto che: "... la guerra in Ucraina è la guerra tra USA e Russia..." La NATO morente si intende.
Sulla Palestina non è mancata l'ironia di Rizzo sull'ipocrisia in Italia: "... dove hanno detto che noi di DSP eravamo antisemiti ...gli stessi che si facevano fotografie con la flottiglia PROPAL... sono gli stessi che votano al Parlamento Europeo a favore dei mega-finanziamenti a nazisti ucraini...".
È stato detto che di tutto questo ai ministeri non interessa niente: pagando a testa bassa l'energia così alta, ogni prodotto è cresciuto e quindi anche l'inflazione... solo le banche hanno fatto utili senza prestare alle Industrie. Non hanno valutato i progetti: usano un meccanismo di "spia rossa/spia verde" preferendo algoritmi IA del tutto insensati, al posto di "consulenti umani", dal punto di vista della proiezione economica a lungo termine. E così le startup non possono in questo modo nascere; la Comunità Europea serve solo per fare ingrassare le assicurazioni, ora anche quelle sulle catastrofi, invece di rimediare dal punto di vista idro-geo-ingegneristico.
Molti industriali purtroppo si iscrivono ancora alla "Confindustria" - secondo l'oratore industriale suddetto - mentre destra e sinistra non hanno più senso: "... serve piuttosto che pensiamo di più all'essere umano e meno al capitale, per fare politica con la P maiuscola.. ".
Poi ha parlato Giannandrea Gaiani con la sua grande esperienza dal 1991 al 2014 in Somalia, Irak, Sael, etc...e nella direzione della rivista "ANALISI DIFESA". Ha citato le tre "C": "C" come Crisi delle alleanze; "C" come Credibilità della politica e della stampa; "C" come Contraddizioni, ricordando tutte le destabilizzazioni delle aree energetiche che facevano comodo all'Italia, Libia in primis e ricordando che le armi, se proprio dobbiamo "crearle", dobbiamo farlo con l'acciaio e la chimica italiana e non importarle dagli Stati Uniti d'America, sempre comunque puntando ad una primaria alleanza strategica con la Russia energetica, peraltro dotata di immensi territori ricchi in materie prime e di una grande cultura e spiritualità.
Di cultura e spiritualità ha parlato Monsignor Antonio Suetta mentre di "libertà e diritto" ha parlato Michele Nardi, con esaurienti spiegazioni sulla attuale polemica sulla Giustizia.
Il secondo giorno è stato improntato sulla rappresentanza locale e regionale di ogni Regione Italiana, dove sul palco hanno potuto esprimersi i vari pareri territoriali e successivamente vari interlocutori di settore che stanno costruendo una visione di partito, lasciando la parola anche a Francesco Toscano, Presidente DSP, che ha ricordato la difficoltà di non essere né di destra né di sinistra, ma semplicemente "sovranisti e democratici". Tutto questo è stato detto peraltro creando le premesse politiche nazionali per convincere "politicamente" e senza essere necessariamente schedati nei conti bancari perfino: i) coloro i quali vogliono sopprimere sui media "main stream" il parere DSP, ovvero in televisione o sui giornali SENZA DIBATTITO E CONTRADDITTORIO PUBBLICO e ii) quella parte della "Sicurezza" che dovrebbe fare gli interessi dell'Italia, ovvero che in realtà dovrebbe allearsi con uno dei pochi partiti sovranisti che vuole realmente il BENE dell'Italia, per cui LORO hanno giurato di prestare Servizio.
Sono seguite poi le votazioni per la conferma dell'Ufficio Politico DSP, del Senato DSP e dei rappresentanti regionali stessi, con grande apertura verso i giovani che hanno una propria organizzazione in via di costruzione.
Infine si è citata l'importanza di iniziare seriamente con una "scuola politica" di esperti di settore per coprire le varie discipline e possibilmente - ma questo è un parere assolutamente personale che consiglierei a ciascun giovane partito da osservare - creare un "Governo Ombra" parallelo che faccia dei Comunicati Stampa tramite un Ufficio Stampa serio e rigoroso, che ad ogni atto governativo faccia corrispondere un atto "sovranista e democratico" parallelo a disposizione del Popolo Sovrano Italiano...il 60% ormai non votante per indignazione profonda da anni.
E quindi .... fieri di essere schedati dal Mossad ? Esso prima o poi - già diviso al suo interno magari - diventerà anch'esso SOVRANISTA, DEMOCRATICO E POPOLARE, magari come ai tempi dei primi kibbutz.
Esistono artisti che non si limitano a dipingere il mondo, ma lo costruiscono, lo insegnano e lo preservano. Giampaolo Beltrame, nato a Firenze nel 1943 e residente da decenni a Casellina-Scandicci, appartiene a questa rara stirpe di maestri poliedrici. La sua carriera è un viaggio attraverso le discipline visive, segnato da una coerenza stilistica e una maestria tecnica che gli hanno valso, di recente, il prestigioso Premio alla Carriera nell'ambito del Premio Artistico Letterario Ponte Vecchio, ideato da Marzia Carocci. Il percorso di Beltrame affonda le radici nelle istituzioni più prestigiose della sua città. Dopo il diploma di Maestro d’Arte nel 1963, si specializza in Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Questa disciplina ha influenzato profondamente la sua visione spaziale, portandolo a collaborare con il Teatro Comunale di Firenze e con la Compagnia "Città di Firenze". L'esperienza nel teatro, dove la luce e la prospettiva creano mondi effimeri, ha regalato alla sua pittura una profondità scenica unica. Oltre all'attività creativa, Beltrame ha dedicato gran parte della sua vita alla trasmissione del sapere. Dagli anni '70 ha insegnato Disegno e Storia dell'Arte, diventando una figura centrale all'Istituto "L. Tornabuoni" per la formazione di stiliste e figuriniste. Il suo contributo didattico è rimasto impresso anche sulla carta attraverso testi fondamentali come: Il Disegno del Figurino di Moda, la Decorazione su Stoffa.
La sua competenza tecnica lo ha portato persino nel mondo della comunicazione visiva degli albori, ricoprendo il ruolo di Art-Director per Teleliberafirenze tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80. Sebbene abbia iniziato a maneggiare i colori ad olio nel 1955, è dal 1968 che la sua attività artistica ufficiale decolla, costellata di premi e riconoscimenti. La sua produzione è vasta e tocca diverse corde: Le Riproduzioni d'Autore: Dal 1993 si dedica con successo alla riproduzione di opere antiche e moderne, un esercizio di umiltà e tecnica che pochi sanno padroneggiare con tale precisione. L'Arte Pubblica e Sacra: Le sue opere sono custodite in luoghi di grande prestigio, dalla Chiesa di Gesù Buon Pastore a Casellina alla Curia Arcivescovile di Firenze, fino alla Sala Consiliare del Comune di Signa. Il Legame con il Territorio: Beltrame è un interprete delle tradizioni toscane. Ha realizzato il logo per la "Guarda Firenze" nel 2016 e l'ambito Drappellone del Palio di Signa 2017.
Il Premio alla Carriera conferitogli al Premio Ponte Vecchio è il coronamento di una vita spesa al servizio del "bello". Come membro attivo di storiche realtà come il Gruppo Donatello, Gadarte e l'associazione Art-Art di Impruneta, Beltrame continua a essere un pilastro della comunità artistica fiorentina, unendo la precisione del tecnico alla sensibilità del poeta del colore.
C'è una nota dolente che, da freelance, sento il bisogno di condividere: Giampaolo Beltrame è un Maestro immenso, un pilastro dell'arte che meriterebbe dalla sua città e dall'intera nazione un riconoscimento ben più profondo di un pur nobile premio alla carriera.
Beltrame ha consacrato l'intera esistenza all'arte, dando vita a migliaia di opere, una più straordinaria dell'altra. Spesso si dice che la patria non sappia riconoscere i propri figli migliori, ma viene da chiedersi: perché allora si finisce per celebrare chi, di merito, ne ha ben poco? È un paradosso che lascia l'amaro in bocca a chiunque ami la bellezza autentica. E’ tempo che le istituzioni, dalla sua città fino ai vertici della Nazione, riconoscano che il vero patrimonio dell'Italia non risiede nei titoli altisonanti, ma nelle mani e nel cuore di chi, come il Maestro Beltrame, ha saputo trasformare l’esistenza in un’eterna e sublime opera d’arte.
Con Fabrizio Di Rienzo, Marina Vitolo, Titti Cerrone, Massimo Valentini, Federico Nelli
impresa.
cuore tenero che scoprirete piacevolmente a teatro.
Villa Calicantus è una piccola realtà vitivinicola a gestione familiare, Daniele e Chiara Delaini sono cuore, anima e mani dell'azienda situata nella frazione Calmasino di Bardolino in provincia di Verona, sulle dolci colline che dominano il paesaggio della sponda sud-orientale del Lago di Garda, nel cuore della denominazione del Bardolino Classico. 
Conosciamo questa cantina da diversi anni, da quando timidamente si affacciò con un solo vino, circa una quindicina di anni fa alle fiere dedicate al mondo del vini naturali, come ad esempio ViniVeri e VinNatur. Abbiamo quindi seguito in tutto questo lasso di tempo la sua evoluzione ed apprezzato sempre i suoi vini che si distinguono per carattere, profondità e soprattutto unicità.
All'inizio del 2026 siamo riusciti finalmente ad andare a visitare fisicamente la cantina e passare qualche ora insieme a Daniele, che ci ha fatto visitare la vigna storica di 40 anni situata nella collina alle spalle della proprietà, la cantina di produzione e affinamento, e successivamente abbiamo avuto la possibilità di assaggiare le annate in commercio di tutti e i sei vini prodotti.
La proprietà occupa una fetta importante della frazione di Calmasino, vari corpi costituiscono la parte edificata, con una sezione più antica in mattoni rossi con un bel porticato e la villa su due piani che domina il cortile in ghiaia. L'anfiteatro collinare che circonda la proprietà è piantumato con olivi dai quali si produce un olio prevalentemente per uso familiare mentre nella parte pianeggiate trovano dimora alcuni animali.
Villa Calicantus nasce del 2011, Daniele eredità la tenuta dalla zia, il nome è un omaggio proprio a lei, che amava i fiori profumati del Calicanto che sbocciano in pieno inverno e sono simbolo di forza, speranza e tenacia. La sua storia incarna in pieno il percorso del ritorno alle origini, una laurea in Scienze Politiche a Padova con indirizzo economico, un lavoro sicuro in banca a Parigi, ma il richiamo della terra prende il sopravvento e la vita cambia radicalmente dalla
scintillante capitale francese alla tranquilla Calmasino per far ripartire la produzione di vini del nonno ferma da ormai oltre 20 anni.
Circa 8 ettari di vitigni in 3 corpi separati, a conduzione biologica fin dall'inizio e poi successivamente anche biodinamici con certificazione Bioagricert e Demeter. Le tipologie coltivate sono esclusivamente quelle rosse tipiche del territorio del Bardolino: Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara dalle quali si ottengono circa 40.000 bottiglie annue. Quattro gli operai fissi ad affiancare Daniele e Chiara in azienda.
Il terroir è principalmente morenico caratteristico del Bardolino, dal quale notoriamente non si riescono a produrre vini di grande struttura, grado alcolico e longevità. Ma il paradigma di Villa Calicantus sta proprio qui, nel voler uscire dagli schemi consolidati e produrre vini unici che sappiano trovare un perfetto equilibrio tra eleganza, finezza, complessità e che possano avere un evoluzione interessante con il passare degli anni.
Per raggiungere questo obbiettivo, in vigna si lavora con un controllo certosino di ogni pianta, tra i filari si lascia crescere l'erba fino a fioritura, e diradamenti mirati che dipendono dall'età della vigna e dal tipo di vino che si vorrà produrre. Nessuno utilizzo di prodotti chimici, solo zolfo e rame in piccole dosi e come detto trattamenti biodinamici per dare vigore alle vigne. In cantina lieviti autoctoni con l'utilizzo del piede di fermentazione. Per gli affinamenti acciaio, vasche in cemento e legni di varie misure e tipologie e soprattutto pulizia e ordine, in modo da non compromettere l'eccellente materia prima che arriva dalle vigne.
A chiudere il cerchio oltre alla produzione dei vini, è presente un agriturismo dove si possono assaggiare prodotti tipici del territorio e naturalmente degustare i vini prodotti.
Di seguito i vini degustati durante la visita, che sono tutti ottenuti da un blend in diverse percentuali dei vitigni coltivati: Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara. 
Tutti i vini assaggiati hanno un fil rouge nelle caratteristiche gusto olfattive. È poi in divenire il Metodo Classico in affinamento sui lieviti in cantina che non siamo riusciti ad assaggiare.
Villa Calicantus rappresenta un modello interessante di come una piccola realtà vitivinicola può unire tradizione e innovazione biodinamica, proponendo vini legati al proprio territorio ma con una nota del tutto originale che li contraddistingue per concentrazione olfattiva, eleganza e profondità in bocca, e anche longevità; caratteristica del tutto inesistente per i vini di questo territorio. A nostro avviso dei vini davvero interessanti e unici.
Infine, il progetto familiare di Chiara e Daniele e dei loro due bambini non è solo produttivo, ma anche culturale: attraverso degustazioni, visite e relazioni personali con gli ospiti, la cantina diffonde la bellezza dei vini del Bardolino in modo autentico, entusiasmante e coinvolgente regalando emozioni a chi visita la cantina e degusta i loro vini.
Nel 1939 veniva scoperta sul Monte Circeo, promontorio situato sulla costa tirrenica a circa 100 km da Roma, un importante testimonianza legata alla presenza dell'uomo di Neanderthal del tardo pleistocene
risalente tra i 100.000 e i 65.000 anni fa.
La grotta restituisce una ventina di fossili umani studiati dalla paleantropologia attraverso metodi scientifici e analisi moderne piuttosto sofisticate. Grazie a questi nuovi studi, oggi si è in grado di ricostruire gli eventi preistorici in maniera piuttosto dettagliata, tanto da poter raccontarne la storia. Qualcosa di inimmaginabile fino a pochi anni fa.
A dispetto della storia classica che si rifà a documenti scritti e orali, questa si basa esclusivamente sullo studio scientifico dei reperti, anche questi veri e propri documenti che finiscono per restituirci grazie a nuove tecniche di analisi, una realtà quotidiana molto lontana da noi.
A seguito della divergenza evolutiva con gli antenati delle attuali scimmie antropomorfe africane, la rivoluzione umana ha visto avvicendarsi almeno venti specie diverse sviluppatesi in Africa Orientale e in Africa del Sud risalente a circa due milioni di anni fa. Alcune di queste si diffusero in Eurasia e ciascuna si evolse in modo diverso, adattandosi e sviluppando caratteristiche fisiche e comportamenti propri molto specifici. Gli ultimi rami di questa evoluzione sono rappresentati dall’uomo di Neanderthal, derivato probabilmente da quello di Heidelbergensis, antenato comune ai Denisova e dall’uomo Sapiens.
L'uomo neanderthaliano si distingue per la volta cranica bassa e allungata, con la parte posteriore occipitale molto sporgente. La fronte mostra arcate sopraccigliari particolarmente pronunciate e le orbite oculari ampie; la regione nasale risulta proiettata in avanti.
Fisicamente basso e robusto, aveva una corporatura possente, spalle larghe, torace ampio dalla forma a botte allargata leggermente verso il basso, gli arti inferiori risultavano relativamente corti. Questa conformazione serviva ad evitare la dispersione del calore, adatta dunque ad ambienti freddi. Le ossa erano particolarmente spesse, si osservano su quelle lunghe delle estremità rigonfie, dove si inserivano possenti fasce muscolari.
I Neanderthal vissero nel tardo pleistocene, fra i 300.000 e i 40.000 anni fa, periodo in cui si estinsero. Si erano diffusi anche in Europa e in Oriente, tra il Mediterraneo e le steppe della Mongolia. Pur essendo molto simili a noi, erano anche molto diversi. Seguirono infatti strade evolutive diverse dall'uomo più moderni. Intorno a 500.000 anni fa, i discendenti di quell'antenato cominciarono a separarsi e l'evoluzione del Neanderthal continuò in Europa. Intanto in Africa 250.000 anni fa, compariva la specie umana moderna.
Dopo centinaia di millenni, i due ceppi si incontrarono di nuovo, prima in Oriente, poi in Europa. L’uomo Sapiens si era espanso, dall'Africa aveva iniziato ad occupare i territori già abitati dal Neanderthal. Così per un lungo periodo le due specie coabitarono, entrando però in competizione sul piano ecologico. L'uomo Sapiens cresceva di numero, mentre quello di Neanderthal si riduceva drasticamente fino ad estinguersi.
Vi furono però delle ibridazioni tra le due popolazioni, probabilmente eventi rari, ma possibili, con discendenti non sempre fertili. Queste creature ibride hanno lasciato le loro tracce genetiche ancora oggi presenti nel DNA della nostra specie.
L'uomo di Neanderthal venne scoperto in Germania nell’omonima valle nel 1856. Nel 1908 venne rinvenuto un altro esemplare a La Chapelle aux Saint in Francia. Nel 1929 venne scoperto a Roma, in via Sacco Pastore, il cranio di un neanderthaliano italiano, pochi anni dopo sempre qui nel 1935 ancora un altro.
Finalmente nel 1939 venne scoperta la Grotta Guattari con all’interno importanti resti di questa specie, poi nello stesso luogo del 1950, ancora altri resti.
Nel 1993 fu la volta della grotta di Lamalunga ad Altamura in Puglia, dove venne rinvenuto finalmente uno scheletro completo di un Neanderthal. Nel 1994 a Ceprano nel Lazio spuntò fuori un altro cranio, poi riferito all'uomo di Heidelbergensis. Nel 2010 in Siberia nella grotta di Denisova venne trovato un osso di un gruppo umano coevo, ma diverso dal neanderthaliano e dal sapiens che prenderà nome dal luogo del rinvenimento. Nel 2019 riprendono gli scavi nella grotta Guattari che portano alla scoperta di nuovi importanti campioni.
Nel Museo delle Civiltà Pigorini, dal 18 dicembre del 2025 si può visitare un allestimento con reperti archeologici, tra cui i resti di animali e di uomini provenienti dalla grotta Guattari a cui si aggiunge un impianto multimediale ed interattivo che rende la visita più fruibile e comprensibile, oltre che suggestiva.
Si può poi assistere alla visita virtuale della grotta mediante un piano di sequenza continuo, che accompagna il visitatore dall'esterno e per tutto l'interno della grotta, che per 50 millenni è rimasta ostruita da una frana. Si arriva alle sale più interne e si attraversano otto punti di interesse archeologico indicati perché qui sono state effettuate le scoperte più significative con i resti umani ed animali, portati all’interno dalle iene (antro dell’uomo e antro del lago).
La visita comincia dall'esterno, dove si possono osservare il focolare dei Neanderthal e la spiaggia fossile con le conchiglie che risalgono a 125.000 anni fa.
Poi si entra nella grotta dove si trova una foto che risale al 1939 con i tre studiosi che guidano le ricerche: Carlo Blanc, Luigi Gardini e Alessandro Guattari.
La grotta si trova a circa 100 metri dalla costa e a 9 metri sul livello del mare, ma in passato il passaggio era sicuramente differente. Durante i periodi più caldi come quello attuale, il mare si alzava, come dimostra la presenza di conchiglie che si trovano al di sopra dell'attuale livello del mare, mentre nei periodi glaciali, il mare si ritirava anche per molti chilometri. In questi periodi le aree costiere rappresentavano luoghi di caccia e di acquisizione delle materie prime per i loro abitanti.
Seguirono nella zona dopo la scoperta di questa grotta altre ricerche che portarono alla scoperta di altre trentuno grotte, utilizzate sia dai Neanderthal che dai Sapiens.
I Neanderthal erano altamente socializzati, si adattarono all'ambiente in cui vissero sviluppando abilità fisiche e culturali. È possibile che seppellissero il corpo dei loro defunti, ma in mancanza di corredi funebri questa tesi non può trovare conferma. È molto probabile che avessero qualche forma di linguaggio, usavano ornamenti, indice di pensiero simbolico. Altri materiali rinvenuti fanno capire la varietà della loro dieta e l’uso del fuoco, sia per cucinare gli alimenti, che per produrre pece di betulla usata come mastice. Spicca una variegata produzione di oggetti anche complessi e non solo funzionali alla sopravvivenza. Non erano dunque forme umane regredite o gretti uomini scimmia.
La grotta venne frequentata tra i 60.000 e 65.000 anni fa dall'uomo di Neanderthal, in seguito abbandonata venne utilizzata come tana delle iene finché una frana la chiuse. La zona era frequentata da stambecchi, cavalli e bovini selvatici, elefanti e cinghiali, che testimoniano un ambiente più freddo rispetto a quello di 60.000 anni prima. Vi erano pendii scoscesi e ampi boschi intervallati da radure e aree paludose. Successivamente il clima si fece ancora più rigido e arido. Nel Pleistocene è accertato che vi furono diverse glaciazioni seguite da periodi interglaciali.
La mostra permette di avvicinarsi a queste interessanti tematiche ben approfondite grazie ad un linguaggio semplice ed alla portata di tutti.
È la sala più grande, più imponente e decorata del Palazzo, anche se il resto della struttura ospita molte stanze affrescate di indubbio valore, in questa si rimane letteralmente schiacciati dalla bellezza artistica di quest’opera rinascimentale.
La sala copre un’area importante, è lunga 54 metri, larga 23 e alta 18 metri; la più grande sala in Italia mai realizzata, in cui in passato veniva gestito il potere civile. Nel 1494 viene qui istituito il Consiglio Maggiore, composto da tremilaseicento membri. Si riunivano milleduecento alla volta e quindi era chiamato il Consiglio Terzato. Il Consiglio dei Cinquecento non è mai esistito durante l'epoca repubblicana e granducale.
La sala si trova al primo piano del Palazzo, aggiunta successivamente alla parte originaria risalente all'epoca di Arnolfo di Cambio (1245-1302).
Ci vollero sette mesi per realizzarla. Cominciata nel luglio del 1945 venne completata nel febbraio 1496 da Simone del Pollaiolo detto il Cronaca e da Francesco di Domenico. Commissionata dal frate ferrarese Girolamo Savonarola che nel frattempo, dopo la cacciata di Piero il Fatuo nel 1494, era diventato di fatto il signore di Firenze. Il chierico divenne promotore di una riforma che avrebbe impedito di accentrare il potere della Repubblica fiorentina in un’unica figura di potere o di qualcuna di fiducia come avevano fatto Cosimo il Vecchio e Lorenzo il Magnifico.
Dopo l’ennesimo tentativo fallito da parte di Piero de’ Medici, Savonarola dispose la creazione del Maggior Consiglio. Questo era formato da più di millecinquecento cittadini che si riunivano però in sessioni successive, così da evitare il controllo del potere decisionale sulla popolazione da parte di un singolo uomo di potere, proprio sul modello del Consiglio Maggiore di Venezia.
Ecco spiegata la creazione del Salone dei Cinquecento nel Palazzo Governativo. La sala all’epoca era molto più bassa di quella attuale, arrivava al livello delle grandi cornici in pietra ancora oggi visibili. La forma strombata delle pareti poste verso nord e verso sud era dovuta alla forma degli edifici più antichi delle quali vennero sfruttate le mura preesistenti, che a loro volta si ergevano sui resti di un antico teatro romano. Anche artisticamente la sala era più povera ed essenziale, quasi priva di decorazioni e austera come la mentalità del savonarola imponeva.
L'istituzione del Consiglio dei Cinquecento complicò inevitabilmente la governabilità della Repubblica, ma nonostante tutto rimase attiva anche dopo il Savonarola, scomunicato prima e giustiziato dopo come eretico nel 1498 da papa Alessandro VI Borgia, perché contro il volere di questo papa, predicava contro la corruzione della chiesa (e la vita scandalosa del Borgia). Inoltre le sue idee radicali e la politica che svolgeva, erano scomode sia per le autorità ecclesiastiche che per i poteri locali.
Il gonfaloniere Pier Soderini fu il primo a decorare la sala, ad aiutarlo, due dei più grandi artisti fiorentini dell'epoca, Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti.
Questi realizzarono due grandi affreschi per decorare le pareti della sala, con scene di battaglia che dovevano celebrare le vittorie della Repubblica fiorentina (1503).
Leonardo si dedicò alla Battaglia di Anghiari, mentre Michelangelo alla Battaglia di Cascina. I due affreschi che misuravano dai 5 ai 7 metri di altezza e almeno 18 di larghezza, erano posizionati ai lati del seggio del gonfaloniere, Michelangelo a sinistra e Leonardo a destra. Questo perché sul lato opposto della sala doveva trovarsi un altare, dunque il luogo era inadatto alla presenza di una rappresentazione profana.
Ma i due maestri non completarono la loro opera, Leonardo sperimentò la tecnica dell' encausto, un'antica tecnica pittorica che utilizzava colori mescolati a cera fusa e fissati su un supporto tramite il calore. Scelta che si rivelò disastrosa, perché rovinò irrimediabilmente l'opera.
Michelangelo invece si fermò al solo progetto su carta, perché fu chiamato a Roma da Papa Giulio II. Per lui realizzò la Cappella Sistina in Vaticano e la sua tomba in San Pietro in Vincoli.
Anche se entrambe le opere originali sono andate perdute, ci sono comunque pervenute delle copie dei disegni preparatori.
Quando Cosimo I de' Medici fu nominato Duca e poi Granduca su concessione papale, Palazzo Vecchio che all'epoca era conosciuto come Palazzo di Piazza, divenne la residenza della sua corte. Fu allora che l’edificio subì una radicale trasformazione grazie in buona parte all’opera di Giorgio Vasari.
Il Salone dei Cinquecento, si trasformò da luogo di celebrazione della potenza della Repubblica a quello di rappresentanza del duca. Qui infatti riceveva gli ambasciatori e dava udienza al popolo.
Questo impose un radicale cambio delle raffigurazioni preesistenti o progettate, perché quelle nuove dovevano esaltare e glorificare Cosimo e i Medici. Vasari lavorò a questa impresa dal 1555 al 1572. Dapprima alzò il soffitto di 7 metri seguendo il consiglio di Michelangelo Buonarroti, coprendolo con una struttura a cassettoni decorati. Le capriate furono costruite ingegnosamente con una doppia serie posta a livelli diversi. Il risultato era quello di alternare il lavoro delle suddette suddividendone i compiti, ovvero quello di sorreggere il peso del tetto e quello di trattenere i cassettoni sottostanti. Un opera colossale, che costrinse il Vasari ad utilizzare numerosi collaboratori.
Rimane il dubbio se Vasari cancellò oppure semplicemente coprì per rispetto, il lavoro eseguito da Leonardo, essendo lui un grande estimatore del maestro. Recenti studi hanno appurato l’esistenza di due muri, uno appoggiato sull'altro, ma non si è riusciti a stabilire se nell’intercapedine vi sia nascosta l’opera di Leonardo.
Il soffitto a cassettoni ospita ed incornicia in intagli dorati una serie di pitture che esaltano la figura di Cosimo I, delle sue opere e della sua casata. Queste risalgono ad un periodo che va dal 1563 al 1565.
Si tratta di quarantadue riquadri eseguiti da una squadra di pittori coordinati dal Vasari. I soggetti da rappresentare invece furono scelti da Vincenzo Borghini.
I bozzetti originali prevedevano che al centro del soffitto vi fosse un'allegoria di Firenze, ma Cosimo volle che ad essere rappresentato fosse lui stesso. Cosimo sembra una divinità greca se non lo stesso Redentore… I pittori che lavorarono a questa mastodontica opera oltre al Vasari furono: Giovanni Stradano, Jacopo Zucchi, Giovanni Battista Naldini, Stefano Veltroni, Tommaso di Battista del Verrocchio, Prospero Fontana, Marco Marchetti da Faenza, Orazio Porta, Santi di Tito e Ridolfo del Ghirlandaio.
Attorno al pannello con Cosimo I raffigurato in apoteosi, si riconoscono delle allegorie dei quartieri di Firenze, i domini del Ducato che si sottomettono al Duca ed episodi della guerra di Pisa (1496-1509) e della Guerra di Siena (1552-1559). Si aggiungono poi i ritratti di alcuni collaboratori del Vasari.
In fondo alla sala, verso nord, su un’area rialzata da alcuni gradini, c’è la Tribuna dell'Udienza. Questa accoglieva il trono del duca. Si tratta della prima area ad essere stata modificata da Cosimo, su progetto di Giuliano di Baccio d'Agnolo e Baccio Bandinelli tra il 1542 e il 1543. L'architettura si ispira a quella romana, similmente infatti è posizionato un arco di trionfo, realizzato per esaltare il potere di Cosimo. L’area ospita poi una serie di nicchie contenenti statue di esponenti della famiglia Medici.
Sono inoltre presenti due archi più grandi insieme alle statue di due papi della famiglia medicea; al centro è sistemato Papa Leone X realizzato da Baccio Bandinelli e da Vincenzo de' Rossi; a destra Clemente VII che incorona Carlo V. Di questa opera Baccio Bandinelli scolpisce il papa, mentre Giovanni Battista Caccini l'imperatore.
Le altre quattro nicchie contengono altri personaggi medicei che sono sormontati da un riquadro che contiene una delle diverse imprese medicee.
L’opera del Bandinelli che raffigura Cosimo I è quella dell'impresa della tartaruga con la vela. Il motto che si legge "Affrettati lentamente", è tratto da una frase ricorrente dell’imperatore Ottaviano Augusto. Rispecchia la capacità di agire con prudenza, saggezza e velocità.
Giovanni dalle Bande Nere sempre del Bandinelli, è invece rappresentato con l'impresa della saetta. Era celebre infatti per le sue azioni di guerriglia fulminea, che combinava cavalleria leggera e dunque veloce con l’archibugieria. Il suo motto “Folgore di guerra” riflette la sua feroce velocità di azione.
Alessandro de' Medici del Bandinelli è accostato ad un rinoceronte, che si può leggere come simbolo di forza e il motto “Non torno senza aver vinto”. L’uomo in seguito venne assassinato dal cugino Lorenzino de’ Medici.
Francesco I di Giovanni Battista Caccini viene rappresentato con una donnola con un ramoscello di ruta in bocca, che per istinto aggredisce il rospo ( o anche un serpente o un basilisco). La donnola pare che ami particolarmente questa pianta curativa. Da qui il motto: “la vittoria ama la cura”.
La parte della sala posta al sud della sala fu l'ultima ad essere completata. In realtà Bartolomeo Ammannati aveva già realizzato un progetto, ma che non fu mai completato (tra il 1555 e il1563). Aveva scolpito alcune statue che oggi sono poste nel cortile del Bargello. Si trattava di una fontana con Giunone circondata dalle rappresentazioni dell'Arno e dell'Arbia e sormontata da una divinità femminile, probabilmente la Terra.
Le statue furono terminate nel 1561, ma furono poste sotto la Loggia della Signoria invece di essere collocate a palazzo come era stato programmato per festeggiare le nozze di Francesco I. Poi vennero nuovamente trasferite nella Villa di Pratolino.
Nel 1589 Ferdinando I, in occasione delle sue nozze con Cristina di Lorena, fece di nuovo trasferire la fontana a Palazzo Pitti, ponendola sulla terrazza del cortile dove oggi si trova la Fontana del Carciofo nel Giardino di Boboli. Di nuovo smontate nel 1635 vennero collocate nel giardino del Casino di San Marco, per poi tornare, smembrate e sistemate in varie parti, nel Giardino di Boboli nel 1739 per i festeggiamenti di Francesco di Lorena che arrivava a Firenze. Trovarono poi una sistemazione definitiva nel Bargello.
Accedendo alle altre meravigliose sale del palazzo, certamente più piccole, ma che ospitano comunque dipinti stupendi, si arriva ad una terrazza che si affaccia su questa grande sala. Da qui si possono ammirare i magnifici cassettoni del soffitto da più vicino, i dipinti laterali meno godibili dalla sala e tutta la maestosità del salone con tutte le sue decorazioni.
Sui lati della sala ci sono anche una serie di statue poste su alti piedistalli. Tra queste si trova il Genio della Vittoria di Michelangelo Buonarroti (1533-1534), scolpito per la tomba di Giulio II e donato a Cosimo I dal nipote dell'artista Leonardo Buonarroti, visto che ormai la tomba romana era stata completata senza la presenza di questa statua. Venne così posta nella sala nel 1565. La scultura è famosa per il senso del movimento che manifesta e la vigorosa torsione che raffigura, che ha influenzato profondamente il Manierismo, una corrente artistica del XVII e dei primi anni del secolo successivo, che si ispirava profondamente all’arte di Michelangelo e di Raffaello, ma che tendeva anche a sperimentare nuove ed originali soluzioni artistiche.
Al lato opposto troviamo Firenze che trionfa su Pisa, modello in gesso, copia del 1589 della statua marmorea di Giambologna e Pietro Francavilla oggi al Bargello, che anticamente si trovava qui dal 1565.
Le sei statue lungo le pareti rappresentano le “Fatiche di Ercole”, ad opera di Vincenzo de' Rossi e dei suoi collaboratori, eseguite tra il 1562 e il 1572 e collocate nel salone nel 1592 in occasione del battesimo di Cosimo, il figlio primogenito di Ferdinando I de' Medici. Una settima statua, “l'Ercole che sostiene il globo di Atlante”, venne trasportata dopo il 1620 all'ingresso della villa di Poggio Imperiale dove si trova tutt'oggi.
Alle pareti Giorgio Vasari dipinse insieme ai suoi collaboratori sei scene di battaglia, sono i successi militari di Cosimo I su Pisa e Siena: la Presa di Siena, la conquista di Porto Ercole e la Vittoria a Marciano in
Val di Chiana.
Sull’altra parete: Pisa sconfitta a Tor San Vincenzo, Massimiliano d’Austria che tenta la conquista di Livorno e Pisa che attacca le truppe fiorentine.
Completano la decorazione della sala quattro grandi dipinti su ardesia (grigio turchino) poste agli angoli della sala in posizione rialzata sotto il soffitto e realizzate su pannelli rettangolari di pietra, che se si fa attenzione si possono notare i contorni.
Vicino all'Udienza si trovano le due opere di Jacopo Ligozzi (1590-1592): la scena di Papa Bonifacio VIII che riceve degli ambasciatori. Accortosi che erano tutti fiorentini, pronunciò la storica frase di cui i cittadini vanno ancora fieri: "Voi fiorentini siete la quintessenza".
Le pitture sul lato opposto sono ad opera del Passignano (1597-1599).
A queste decorazioni si aggiungono una serie di arazzi Cinquecenteschi, appesi però solo in occasioni speciali, tra questi le "Storie della vita di Giovanni Battista".
Una bella visita da non perdere, insieme alle collezioni che il museo offre, tra cui statue, quadri, affreschi, stanze decorate, mobilia, icone e molto altro.
Dalla fine dell’ultima guerra l’Italia non è più un Paese sovrano. E’ diventato un corpo acefalo, governato e condizionato da forze al medesimo estranee. E’ il prezzo che il Paese paga a causa della sua sconfitta.
Ne consegue che i rappresentanti delle istituzioni sono condizionati dalle potenze vincitrici dell’ultimo conflitto. Considerati gregge siamo guidati da pifferai che considerano il bel Paese ricca terra di conquista. Informazione, politica, giustizia, economia… tutto è sapientemente coordinato alla loro azione predatoria.
Mentre la nostra Costituzione dichiara che il popolo è sovrano, nello stesso tempo dichiara che i trattati internazionali vengono decisi dai parlamentari, e qui casca l’asino! Il popolo non può decidere nulla, tutto è demandato ai rappresentanti delle istituzioni che hanno mani e piedi legati dai vincoli imposti sia nel trattato di pace che l’Italia firmò a Parigi nel ’47 che dagli altri trattati che la legarono all’Europa, figlia di quei banchieri che da secoli applicano l’arte dello strozzinaggio. Quindi è inutile farsi illusioni, il popolo è guidato da squallidi personaggi che per avere successo sono scesi a compromesso con il potere vero. Quel potere che per secoli ha depredato il mondo. Guerre, pandemie, rivoluzioni, tutto è lecito purché si riesca a trarne profitto. Inutile dilungarsi in questa analisi che oramai i più hanno compreso abbastanza bene nonostante le menzogne imposte dalla narrazione ufficiale.
Per il futuro bisogna fare attenzione perché tutto quello che sembra cambiare non rimanga come prima: cambiano le generazioni, è subentrata la nuova, ma la mafia al potere è sempre quella. L’ultima nuova generazione, che si esprime soprattutto nell’industria dell’hi tech, è stata posta al centro della politica americana dall’attuale presidente Trump, che nello scorso cinque settembre ha invitato a pranzo alla casa Bianca i maggiori rappresenti del settore perché possano coordinarsi con la sua politica. Di questo bisogna che il nostro Paese ne tenga conto.
Quindi come riappropriarci del nostro destino e prepararci alle nuove sfide? Il tempo e l’esperienza ci hanno insegnato che è inutile partecipare a manifestazioni di piazza, potrebbero esserci infiltrazioni allo scopo di sovvertire l’intento di chi protesta in buona fede. Inutile seguire il main stream, generato e finanziato da pifferai. Unica possibilità, almeno fino a quando non ci inseriranno un microchip nel cervello, è quella di osservare e prendere consapevolezza di essere guidati da “zombi” privi di spessore, servi sciocchi o interessati dei loro padroni, e cosi ritrovare la nostra centralità, unica arma che abbiamo. Lo possiamo fare proteggendo quel barlume di libertà di pensiero che è rimasta non a molti. Le future lotte per la sopravvivenza verteranno sulla tecnologia, sulle riserve di acqua dolce che serviranno per l’intelligenza artificiale (si noti bene che la Groenlandia reclamata da Trump, oltre ad avere terre rare, petrolio etc. è un immenso serbatoio di acqua dolce), sul controllo dell’informazione che mediante l’hi tech controllerà sempre più il nostro vivere quotidiano, cosa che del resto già avviene.
E se è vero quindi che la sovranità appartiene al popolo, come è scritto nella Costituzione, ne discende che anche e soprattutto l’informazione deve avere a riferimento i bisogni dei cittadini e non altri interessi. Questa la priorità in uno stato che voglia tutelare sostanzialmente il suo popolo, non ci possono essere trattati internazionali che tengano, e se questi verranno proposti dovrà essere il popolo a decidere, non quattro politici corrotti. Anticamente l’informazione era delegata solitamente a gran sacerdoti o ad alti dignitari che affiancavano chi aveva il comando effettivo sul popolo; aveva una funzione importantissima, quella dell’educare ai valori, alla saggezza, al bene comune, alla bellezza. Pare che i nostri media e soprattutto le nostre scuole e università abbiano smarrito quest’alto valore aggiunto. Ci sono poi tante altre attribuzioni da recuperare alla sovranità del popolo; delle tante imprescindibile è il recupero della moneta sovrana perché si riacquisti la dignità perduta.
Il tempo e l’esperienza ci hanno anche insegnato che corruzione e malaffare hanno sempre albergato nella storia dell’umanità e i politici non ne sono immuni, quindi è bene che vengano messi sotto sorveglianza da movimenti o associazioni che ne controllino l’operato e, soprattutto, abbiano strumenti idonei per far rispettare la volontà popolare e rimandarli a casa.
Ne va della nostra sopravvivenza: bisogna ricostruire gli uomini, impresa non facile…