L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Kaleidoscope (1608)

Free Lance International Press

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Grande successo per “Armonie di Natale”
 
Sabato 10 gennaio, a Castrocielo, è calato il sipario su “Armonie di Natale”, la manifestazione promossa dalle associazioni “Ararart” di Castrocielo, “Le Tre Torri” di Roccasecca e “Assoflute” di Pontecorvo, che quest’anno ha visto la collaborazione dei comuni di Arpino, Pontecorvo, Roccasecca, Castelforte, San Vittore del Lazio, Rocca d'Arce, Colfelice, Pontecorvo, Castrocielo e dell’Associazione Plotino di Castelforte. Durante il periodo dele festività natalizie, sono stati ben dieci i concerti in programma che si sono realizzati tra il 6 dicembre e il 10 gennaio. In una gremita chiesa di S. Lucia, l’esecuzione del Requiem di Mozart dedicato a Maristella Mariani ha commosso tutti i presenti. In un’atmosfera surreale, tra sguardi con occhi lucidi, carezze e abbracci, l’orchestra e il coro “All opera company”, sotto la direzione del Maestro Mirco Roverelli, hanno dato vita a una magistrale esecuzione dell’opera di Mozart con le voci soliste di Katia Martina (soprano), Paola Cacciatori (mezzosoprano), Giorgio D’Andreis (tenore) e Ivan Caminiti (basso). Ad aprire la serata il saluto commosso del Direttore Artistico Fabio Angelo Colajanni e del Presidente della Pro loco di Castrocielo Giovanni Papale a cui hanno fatto seguito nel finale i saluti del sindaco Gianni Fantaccione, del parroco Don Natalino Manna e Don Alberto Mariani in rappresentanza della sua famiglia presente al concerto. Tra le autorità intervenute anche il sindaco della città di Cassino Enzo Salera e il sindaco di San Vittore del Lazio Nadia Bucci. Unanimi gli apprezzamenti per un evento che prima d’ora mai era stato realizzato nell’ambito di questa manifestazione tanto cara a Maristella Mariani che, insieme a Riccardo Riccardi e Fabio Angelo Colajanni, l’avevano ideata quattordici anni fa. Parole di ringraziamento sono giunte da più parti anche per gli oltre settanta artisti coinvolti che hanno preso parte all’evento con grande spirito solidale tra cui anche diversi docenti e studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore “Bragaglia” di Frosinone. Durante la serata infatti è stato comunicato che il contributo previsto sarà interamente destinato all’Associazione Ararart per portare avanti i progetti che Maristella aveva in mente di realizzare. La presentazione del concerto è stata affidata a Valeria Altobelli che ha voluto ricordare la giovane cantante lirica con una sua testimonianza. “Che la musica possa essere cura, conforto, sostegno, incoraggiamento…sempre!” sono queste le parole che la sua famiglia ha voluto condividere con tutti i presenti riportandole a margine del programma di sala a testimonianza di come Maristella avesse amato con tutta se stessa questa arte. L’organizzazione ringrazia tutti coloro che hanno contribuito a vario titolo alla riuscita di questo concerto e di tutta la manifestazione.
 
January 11, 2026

 

Per i fiorentini il nome è piuttosto comune, per i visitatori forestieri forse risulta un po' strano. Orsanmichele è la contrazione del nome “Orto di San Michele”. Qui era collocato il Mercato del grano, allestito all'interno della loggia e costruito tra il 1284 e 1290 su disegno di Arnolfo di Cambio. Quest'area era già nota nel IX secolo e dedicata al santo. L'oratorio era affiancato da un giardino o orto da cui prende il nome.

Ero stato in questa chiesa nove anni fa, una delle poche con accesso senza pagamento (per un romano abituato a centinaia di chiese capitoline con ingresso gratuito, Firenze risulta ostica alle proprie tasche. Nel capoluogo fiorentino quasi ogni chiesa prevede un ingresso a pagamento).

All'epoca trovai la chiesa molto affascinante anche se eccessivamente buia. Oggi è stata trasformata in un museo e soprattutto è stata degnamente illuminata, così da far risaltare tutti gli spettacolari affreschi del suo interno.

 Nel 1304 l'edificio fu danneggiato da un incendio, fu dunque ricostruito un nuovo palazzo fondato dal Comune il 29 luglio del 1337. Il Mercato era posto al piano terra, mentre nei piani superiori era sistemato Il Granaio. La loggia era aperta e divisa in due navate con tre volte a crociera, ciascuna con pilastri in blocchi di pietra squadrati, da attribuire probabilmente ad Andrea Pisano, Francesco Talenti, Neri di Fioravante e Benci di Cione.

Nel 1339 il Comune concesse alle Arti fiorentine il privilegio di decorare l'esterno con le immagini dei propri santi patroni. Nel 1347 una raffigurazione deteriorata di Santa Maria, venne sostituita con la Madonna delle Grazie di Bernardo Daddi,  quella che oggi si trova all'interno del tabernacolo marmoreo dell' Orcagna. Particolarmente venerata dai fedeli, è sempre stata illuminata con lumi ad olio e candele.

Il Mercato del grano venne infine spostato in un'altra sede, fu così che nel 1360, Simone di Francesco Talenti realizzò delle eleganti trifore in stile tardo gotico e la tamponatura delle dieci arcate sul perimetro che trasformano la Loggia in Oratorio.

Il tabernacolo marmoreo di Andrea di Cione detto l’ Orcagna, conserva al suo interno la Madonna col Bambino ed otto angeli dipinti da Bernardo Daddi, allievo di Giotto nel 1347.

La Madonna è seduta sul trono vestita con un mantello di color blu lapislazzulo, il Bambino in braccio le carezza il volto stringendo in mano un cardellino.

Secondo un'usanza orientale, il dipinto veniva coperto da un velo e mostrato ai fedeli solo il sabato, la domenica e in occasione del canto dei laudi, componimenti religiosi musicali e poetici di epoca medievale cantati in lingua volgare.

Il tabernacolo fu commissionato nel 1352. Ha pianta quadrangolare e arcate a tutto sesto con una cupola a padiglioni ottagonale intarsiata con pietre dure e tessere di mosaico in pasta vitrea. I colori che la compongono sono: rosso, verde, blu cobalto e giallo, mentre le sottostanti foglie sono invece di colore oro e argento.

Le immagini che si trovano nella chiesa ripercorrono la storia di Maria, tra cui la vita della Vergine rappresentata all'interno di riquadri ottagonali posti alla base e nel grande alto rilievo scolpito sul retro dove compare la scena della Dormitio Virginis e dell'Assunzione.

Oltre alla tavola dipinta, il tabernacolo conserva anche i beni preziosi offerti alla Confraternita. Così l’artista per proteggerli, si ingegnò creando una serie di sali scendi metallici. Sul retro dell’opera c’è una piccola porta per poter accedere allo spazio interno. Da qui si può salire tramite una ripida scala molto piccola al ballatoio posto proprio sotto la cupola. Qui con delle carrucole e delle funi venivano movimentate tre cancellate metalliche poste sotto al basamento che potevano chiudere completamente le tre arcate.

Nella navata posta sul lato sud vi è un ciclo di affreschi che decorano le volte delle due navate realizzate dal 1389 fino al 1410 ad opera di Mariotto di Nardo, Spinello Aretino e Nicolò di Pietro Gerini. Le immagini raffigurate erano state ideate da Franco Sacchetti, il novelliere poeta fiorentino d’adozione. Le dodici figure femminili del lato nord impersonano le tre epoche più importanti della storia biblica.

La prima campata rappresenta l'epoca della Prima Legge, con Adamo, Giacobbe, Abramo, Isacco e Noè; segue l'epoca della Legge di David, Giosuè, Mosè e Giuda maccabeo e poi l'Epoca delle Grazie. Sopra il tabernacolo della Vergine vengono rappresentate le figure di San Giovanni Evangelista, San Giovanni Battista e il Cristo benedicente con San Gioacchino.

Le vetrate che raffigurano le storie e i miracoli della Vergine, sono del 1386/1432, realizzare da Nicolò di Pietro Gerini, Lorenzo Monaco e Lorenzo Ghiberti.

La navata nord con volte quadripartite, ospita invece dodici figure femminili disposte in contrapposizione a quelle maschili della già  citata navata sud. Nella prima campata troviamo Eva vestita di pelli, Rebecca moglie di Isacco, Sara moglie di Abramo e Rachele, sposa di Giacobbe. Nella seconda campata Giuditta, Ruth, Miriam ed Ester, mentre nell'ultima Sant'Anna con ai lati Santa Maria Maddalena, Santa Caterina d'Alessandria e la Vergine. Dietro all’altare in onore degli Ordini Mendicanti, sono raffigurati San Domenico sulla sinistra con un ramoscello di gigli, il bastone e il libro della Regola; mentre a destra c’è San Francesco e un francescano orante.

La chiesa ancora oggi conserva elementi architettonici che ricordano la sua funzione di Loggia del grano oltre che luogo di devozione. Se si guarda con attenzione le volte affrescate, si vedono anche numerosi anelli di ferro battuto che pendono da ogni vela; questi servivano come supporto per l'illuminazione.

Nella volta in prossimità dell'ingresso vi è una botola, qui venivano fatti passare i sacchi di grano da immagazzinare nei piani alti. La scala ricavata entro lo spazio del pilastro nord-ovest, ha una raffigurazione sull'architrave dello staio, il contenitore usato come unità di misura per la distribuzione del grano. Questo era l'unico collegamento con i piani superiori che permetteva la discesa e la salita delle persone. Lo scarico del grano avveniva a getto, attraverso delle bocche di apertura da due canali ricavati entro i pilastri centrali nella parete nord e ancora visibili.

Gli affreschi sui pilastri raffigurano i santi patroni delle Arti fiorentine, eseguiti nel tardo Trecento da Ambrogio di Valdese, Smeraldo di Giovanni e Niccolò Di Pietro Gerini. Vennero in seguito realizzati su commissioni delle Arti fiorentine, quattro tavole dipinte ad olio che riproducono le immagini di San Martino. Un'opera eseguita nel 1515 di Antonio Sogliani per l'Arte dei vinattieri. Santo Stefano è del 1570 eseguito da Francesco Morandini detto il Poppi per l'Arte della lana.

San Bartolomeo del 1485 è ad opera di Lorenzo di Crediti commissionato per l'Arte degli oliandoli e pizzicagnoli; San Giuliano di fine XV secolo rappresentante dell'Arte degli albergatori è invece attribuito a Jacopo del Sellaio o a Franco Botticini.

Al primo piano è stato allestito un ambiente monumentale coperto da volte a crociera in laterizio su pilastri di pietra, forte e chiara connotazione Trecentesca. Era la sede del Granaio Comunale, qui nel 1569 i Medici vi trasferirono l’Archivio notarile cittadino. Per agevolare l'ingresso, Cosimo I incaricò Bernardo Buontalenti di realizzare un cavalcavia di collegamento raggiungibile tramite una scala, che oggi è però scomparso. Questo era addossato al fianco meridionale del Palazzo dell'Arte della lana in via Calimala. L'archivio fu attivo fino al 1880, poi nel 1889 venne utilizzato per la pubblica declamazione delle opere di Dante Alighieri, la “Lectura Dantis”, a cura della Società Dantesca italiana, che oggi ha qui la sua sede. Vennero allora condotti importanti interventi conservativi e di consolidamento, a seguito di questi l'interno ospitò importanti mostre.

Al secondo piano anche questo usato prima come granaio, poi archivio, nel 1960 vennero attuati altri restauri che asportarono la controsoffittatura Ottocentesca e restituirono l’originale solaio in legno mantenendo le due travi portanti lunghe ben 21 metri. Con le restanti travi, quelle rimosse, vennero ricavate dodici panche disposte oggi nella grande sala.

Sempre al secondo piano è esposto l'affresco che raffigura Il Martirio di San Bartolomeo 1350-1355 che proviene dalla Cappella Covoni della Badia Fiorentina, opera di Nardo di Cione, artista fiorentino seguace di Giotto e fratello dell' Orcagna. Sempre nel salone vi sono quaranta statue di profeti e santi in pietra arenaria che decoravano la sommità delle colonne di sostegno delle trifole esterne. Le sculture vennero rimosse perché particolarmente rovinate dal tempo e gli agenti atmosferici. Dopo essere rimaste per lungo tempo presso l' Opificio delle pietre dure, vennero restaurate e ricollocate su queste mensole. A queste si aggiungono altre cinque statue che in antichità ornavano i tabernacoli dell'Arte dei medici degli speziali e del cambio.

Dalle finestre si gode un ampio panorama della città e delle tabelle riportano le sagome e le indicazioni dei palazzi, delle chiese e dei monumenti che è possibile vedere.

 

 

Nel 1444, Cosimo di Giovanni, decise di lasciare il palazzo che i Medici avevano fino ad allora abitato per trasferirsi in via Larga, non lontano dal Duomo e dal Battistero. Commissionò perciò la progettazione di un nuovo palazzo al Brunelleschi. L’architetto entusiasta, si mise subito all’opera per accontentare il grande e ricco mercante qual’ era Cosimo, che gli avrebbe permesso grazie alle sue infinite risorse economiche di esprimere senza freni tutte le sue doti di architetto.

Ma il progetto del Brunelleschi era esagerato, sia per dimensioni, che per bellezza. Cosimo, che conosceva i fiorentini, si rendeva conto che c’era un limite a quanto i suoi concittadini potessero accettare e per non fomentare la loro invidia ritenne saggio rinunciarvi.

Incaricò allora Michelozzo (1396-1472), che già aveva lavorato per lui e gli chiese di costruire un palazzo adeguato alla sua famiglia, ma sobrio e poco appariscente. Michelozzo lo accontentò, impiegando ben quindici anni per completarlo.

Cosimo, con la sua famiglia e la moglie, la contessina Bardi, il figlio Piero con la moglie Lucrezia Tornabuoni e i loro cinque figli, Lorenzo, Giuliano, Bianca, Maria e Nannina, e quattro schiavi, vi si trasferì quando l’ultimo piano doveva essere ancora completato.

Sempre su incarico di Cosimo, Michelozzo aveva realizzato al primo piano una cappella con un altare sul quale era stata collocata una tavola dipinta da Filippo Lippi (1406-1469) con l’Adorazione del bambino Gesù. Nel 1459, Cosimo, Piero e sua moglie Lucrezia, vollero che la cappella fosse affrescata con immagini che avessero per tema i Re Magi. L’opera fu commissionata a Benozzo Gozzoli (1420-1497), pittore fiorentino che si era formato con Beato Angelico (Giovanni da Fiesole).

Salendo le scale e arrivando al piano nobile del palazzo, un visitatore entra quasi con difficoltà in questa piccola cappella, rimanendo folgorato dai colori, dalla vivacità e dal realismo dei personaggi dipinti da Benozzo Gozzoli (come chiama Benozzo di Lese di Sandro il Vasari nella sua opera “Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti”).

Questa è una delle prime decorazioni eseguite dopo il completamento dell'edificio. Un vero capolavoro del pittore fiorentino.

La cappella privata dei Medici, aveva un accesso privato per la famiglia e uno pubblico, che permetteva di accogliere ospiti illustri in un ambiente generalmente privato.

Non era solo un luogo di preghiera, ma anche di fastosi ricevimenti atti a celebrare l’importanza politica dei Medici. Il tema dei Magi era caro alla famiglia perché legato al culto della regalità e alle celebrazioni dell’Epifania, che ben si prestavano per mostrare la loro grandezza.

La cappella fu realizzata nel 1459, aveva una forma quadrangolare persa nel Seicento per via di alcuni lavori eseguiti sullo scalone che ne asportarono un angolo.

Nelle tre pareti viene raffigurata la Cavalcata dei Magi, anche se i tre volti dei saggi sono in realtà ritratti dei potenti del tempo.

Attraverso il tema religioso, si voleva rappresentare il potere politico in cui i Medici si muovevano affermandone il loro potere insieme alle alleanze. Quello che si cela neanche  troppo velatamente dietro la cavalcata, è infatti il corteo di papa Pio II Piccolomini arrivato a Firenze nell'aprile del 1458. Il papa faceva una tappa nel capoluogo toscano per poi recarsi a Mantova.

Il pontefice voleva radunare principi, nobili e autorità ecclesiastiche, per indire una crociata in difesa della cristianità contrastando l'avanzata turca in Europa. Per accogliere e onorare gli ospiti diretti a Mantova, furono organizzati diversi eventi: una giostra in piazza Santa Croce, un ballo, una caccia con animali feroci nella piazza del Mercato Nuovo, un banchetto nel palazzo dei Medici, un’armeggeria notturna in via Larga sotto il palazzo a cui partecipò in veste di signore e protagonista quel Lorenzo, che qualche mese prima aveva recitato il ruolo di giovane Magio nel corteo dell’Epifania.

Diverse personalità italiane precedettero l’arrivo del papa a Firenze per poi unirsi al suo seguito. Tra i tanti spiccava Galeazzo Maria Sforza, il figlio quindicenne di Francesco duca di Milano, e Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, alleati dei Medici e ritratti nell’affresco.

La tripartizione dei Magi simboleggia allegoricamente le tre età dell'uomo: giovinezza, maturità, vecchiaia; ma anche le stagioni. Gaspare posto ad est è vestito di bianco perché rappresenta la Fede, Baldassarre a sud di verde, colore della Speranza e Melchiorre ad ovest veste di rosso, evocando la Carità.

A Firenze il culto dei Magi aveva avuto sempre molto successo, fin dalla fine del 1300. In occasione dell’Epifania veniva organizzato un grande corteo, con numerosi cavalli e personaggi vestiti con fogge orientali con cui si voleva ricordare la cavalcata dei Magi, dalla Persia a Betlemme alla ricerca del Redentore.

Nel primo decennio del Quattrocento venne fondata una “Compagnia dei Magi”, che ogni tre anni organizzava feste e cortei.

Al rientro dall’esilio nel 1434, Cosimo cercò di riconquistare e mantenere il potere a Firenze. Una parte importante era sicuramente il controllo delle manifestazioni pubbliche, nelle quali la presenza e l’immagine della sua famiglia avesse e mantenesse una forte visibilità. Il corteo dell’Epifania rappresentava proprio una di queste importanti manifestazioni. Nel 1447, la Signoria stabilì che la festa dei Magi fosse celebrata sontuosamente, senza badare a spese, per recuperare le quali vennero anche decisi nuovi tributi.

I responsabili della Compagnia dei Magi sarebbero stati sempre esponenti della famiglia Medici o persone di loro fiducia: prima Cosimo, poi suo figlio Piero, infine il nipote Lorenzo il Magnifico, tutti con la carica di presidenti.

I Magi per i Medici, avevano assunto valenze simboliche rilevanti: erano diventati patroni dei re e dei cavalieri, dei sapienti e dei mercanti, dei viaggiatori e dei pellegrini. Uno dei Magi, Gaspare, a Betlemme aveva portato in dono la mirra, un farmaco, ed era così divenuto protettore dei medici e degli speziali. Cosimo ne fece il patrono della propria famiglia.

La sua professione di banchiere internazionale lo aveva messo in contatto con le corti di Borgogna, Francia ed Inghilterra, così anche lui ambiva ad assumere quegli stessi atteggiamenti regali, signorili e cavallereschi visti in quei luoghi. I cortei dell’Epifania, come pure le giostre, i tornei, le armeggerie, le solenni cerimonie, si prestavano bene a questa sua ambizione.

I Magi divenivano così potenti figure protettrici dei nobili. Cosimo seppe sfruttarne le figure  per accrescerne l’immagine familiare e personale arrivando ad identificarsi in essi.

Il dipinto del Benozzo lascia estasiati. I personaggi si susseguono impegnati a partecipare al corteo, appaiono con vesti sgargianti e coloratissime, accompagnati da servitori e valletti. Tutti sembrano circondare l’osservatore, che rimane interdetto davanti a questa meravigliosa scena, schiacciato dall’opulenza e la grandiosità di questi personaggi. Ognuno ha una propria viva espressività, con la quale sembra voler trasmettere il proprio pensiero all’osservatore. Tutto intorno è molto realistico, vero, vivo.

I dignitari bizantini che parteciparono al corteo, con il loro sfarzo, la ricchezza e la dignità, colpirono il popolo fiorentino, così come gli artisti che rimasti affascinati vollero raffigurarli.

Niente nell’opera è lasciato in secondo piano, la cura per i dettagli è certosina. Armi, vesti, animali, piante, servi come grandi signori, niente sfigura, tutto è elegante e opulento. Nel paesaggio dove si svolge la cavalcata seppure idealizzato, si riconosce lo stile toscano tardo gotico rinascimentale.

Campi chiusi o aperti, coltivati e a pascolo delimitati da filari di alberi o siepi, sono attraversati da strade sterrate, da fiumi e ruscelli sormontati da ponti curvilinei.  La vegetazione è piuttosto ricca: alberi, prati, macchie, cespugli con varie gradazioni di verde e inserti d’oro e d’ocra.

Si riconoscono cipressi, palme, aranci, pini, abeti, melograni, agrifoglio e rosacee. Il cielo è celeste, turchino o striato di bianco.

Tra gli animali ci sono uccelli come pavoni, anatre, fagiani, cardellini, falchi, colombe e cinciallegre. Poi cani, caprioli, ghepardi, cervi, lepri, linci, mentre delle greggi sostano tranquille sorvegliate da pastori.

Disseminati tra rocce e colline appaiono paesaggi urbani come città, borghi, castelli fortificati, ville, torri e casali rurali. 

I ritratti della famiglia Medici sono in primo piano sulla parete a destra dell'altare. Un giovane a cavallo è identificabile come Lorenzo il Magnifico che precede il corteo su un cavallo bianco seguito dal padre, Piero il Gottoso ed il nonno, Cosimo de' Medici, entrambi a cavallo di una mula.

Seguono Sigismondo Malatesta e Galeazzo Maria Sforza, signori rispettivamente di Rimini e di Milano ospiti dei Medici, qui rappresentati per celebrare i successi politici della casata. Le casate dei Malatesta e degli Sforza si erano poi imparentate con i Paleologi, l’ultima dinastia governante di Bisanzio, alleati anche dei Medici.

Dietro di loro, un corteo di filosofi platonici italiani e bizantini, tra i quali si riconoscono gli umanisti Marsilio Ficino e i fratelli Pulci. Vicino ad essi si autoritrae Benozzo mentre guarda lo spettatore indossando un cappello rosso con una scritta: Opus Benotii (Opera di Benozzo). Quello girato di tre quarti è Lorenzo de' Medici adolescente.

In terza fila si scorgono dei dignitari bizantini con una lunga barba, forse Giorgio Gemisto PletoneGiovanni ArgiropuloIsidoro di KievTeodoro Gaza e Niccolò Perotti.

Nella fila successiva il personaggio con il berretto rosso e il fregio dorato è Enea Silvio Piccolomini, conosciuto come papa Pio II.

Nella parete a fianco c’è un personaggio barbuto su un cavallo bianco; questi è l'imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo accompagnato da tre ragazze a cavallo; sono le tre figlie di Piero il Gottoso e sorelle di Lorenzo e Giuliano, da sinistra: NanninaBianca e Maria.

Nella parete di sinistra l’anziano sulla mula è Giuseppe, il patriarca di Costantinopoli, davanti a lui Giuliano de' Medici il fratello minore di Lorenzo con un leopardo maculato sul cavallo. Troviamo poi Sigismondo Pandolfo MalatestaGaleazzo Maria SforzaCiriaco d'Ancona con altri dignitari bizantini.

Più avanti, a fianco dell’altare, sulle pareti laterali, sono raffigurati due cori di angeli con lo stesso stile di Beato Angelico.

La pala d'altare, è una copia della fine del Quattrocento dell' Adorazione del Bambino di Filippo Lippi, oggi conservata a Berlino

Ai vivi colori del dipinto si accostano i marmi colorati del pavimento e del soffitto dorato in legno accuratamente intagliato ed intarsiato su disegno di Giuliano da Sangallo.

Semplicemente stupend

January 07, 2026



D_Maestro Branchetti, il 18 gennaio debutterà al Teatro Fulvio a Guglionesi in provincia di Campobasso con 'Made in Italy', il nuovo testo di David Norisco che vede protagonista Barbara De Rossi. Ci può raccontare di cosa si tratta e quale visione dell'Italia vuole trasmettere al pubblico attraverso questa regia?

R-In realtà si tratta di un viaggio nel tempo e nello spazio… un viaggio poetico profondo, un viaggio nelle emozioni e anche nelle nostre radici, un viaggio profondo nell' "italianità” alla ricerca della nostra unicità come italiani. Barbara sarà una originalissima e fascinosa viaggiatrice che ci accompagnerà in un tour pieno di sorprese ed emozioni che affonda le radici più profonde nel nostro essere italiani e nella nostra cultura più profonda.
D- Made in Italy' si propone come un volo radente sulle nostre radici: in che modo ha integrato gli elementi della tradizione popolare — intesa come patrimonio di musiche, dialetti e costumi — per restituire al pubblico un'immagine autentica e non stereotipata dell’Italia?


R- Beh devo dire che la cultura e le tradizioni popolari e le nostre radici più profonde sono e  costituiscono l'ossatura del "viaggio" che Barbara fa in questo spettacolo, un viaggio alla ricerca di un'identità che forse abbiamo perduto attraverso una globalizzazione forsennata e forse abbiamo perduto anche il senso e la bellezza dello stesso "essere italiani" nella nostra antropologica e meravigliosa unicità.

D-In un momento storico così frammentato, 'Made in Italy' sembra voler ricomporre un mosaico d’identità. Se  ci dovesse essere un messaggio nello spettacolo quale sarebbe?

Stefano BRaghetti




R- Il messaggio di questo spettacolo è senz'altro un inno alla diversità… un incoraggiamento profondo a guardare all'Italia fino nella provincia più profonda con grande orgoglio e non a cercare sempre altrove ciò che l'Italia è ed ha avuto negli anni ai più alti livelli, parlo di cultura, letteratura, di  poesia, musica e molto altro.




D-Che tipo di centralità occupa la presenza scenica di Barbara De Rossi nell'equilibrio complessivo dello spettacolo?

R-Barbara in questo spettacolo ha il ruolo di una "viaggiatrice" molto speciale, coraggiosa e fascinosa, in una sorta di volo nel tempo e nello spazio che ci  riconduce alla nostra essenza, al nostro "io" più profondo, attraverso un'analisi psicologica straordinaria di quello che significa essere italiani  attraverso la nostra poesia facendo conoscere le nostre tradizioni e accompagnati dalla  nostra musica. È davvero una grande prova di attrice questa di Barbara De Rossi.




D- Quale tipo di esperienza immersiva ha voluto costruire per lo spettatore in questo spettacolo?

R-Beh mai come in questo spettacolo ho voluto coniugare   la recitazione con la musica con le luci con le atmosfere che nascevano spontanee in questa ricerca in questo viaggio misterioso e pieno di fascino alla ricerca delle nostre radici; è lo spettacolo di un "viaggio" è lo spettacolo di una "ricerca" è lo spettacolo di un cercare se stessi attraverso la nostra storia le nostre tradizioni; uno spettacolo credo molto originale, pieno di sentimento e di tantissimi spunti di riflessione per il pubblico.
L’apparato sonoro e l’estetica scenica si fondono in una dimensione di 'sogno poetico', attingendo direttamente al fascino del nostro inconscio collettivo. Lo spettacolo invita lo spettatore a un viaggio introspettivo tra passato e presente, riconnettendolo con quegli aspetti della vita che la modernità tende a oscurare. È un richiamo a distogliere lo sguardo dalle distanze siderali del quotidiano per tornare a guardare vicino a sé e, soprattutto, dentro di sé.

D- Questo debutto rappresenta l'inizio di un percorso più ampio? Farete una tournée ?

R- Sì saremo in tournée in tutta Italia e mi auguro che anche l'anno prossimo venga ripreso; tengo molto a questo spettacolo che mi ha permesso di tornare alla cultura italiana più alta, più profonda, sia che si parli di musica che di poesia o addirittura di tradizioni popolari di cui sono appassionato cultore . 

 

Made in Italy” Viaggio nell'Italianità: Quando il teatro esplora le nostre radici
 regia di Francesco Branchetti
Protagonista: Barbara De Rossi

 

January 06, 2026

January 04, 2026

Esiste una dittatura silenziosa, ai giorni nostri, che ci impone di essere sempre vincenti, performanti e impeccabili.
È per questo che entrare a teatro per assistere a "All’alba perderò" di Andrea Muzzi non è solo un atto culturale, ma una vera e propria boccata d'ossigeno.
Lo spettacolo, scritto a quattro mani con Marco Vicari, è un viaggio controriformista che ribalta il podio della vita e celebra chi, quel podio, non lo ha mai nemmeno sfiorato.
C’è qualcosa di poetico nel fallimento, e Andrea Muzzi sembra averlo capito meglio di chiunque altro.
Con il suo spettacolo All’alba perderò, l’attore toscano esplora quel sottile confine che separa l'eroe dal perdente, ribaltando completamente la prospettiva.
Attraverso una carrellata di aneddoti incredibili (ma veri), Muzzi tiene il palco con una naturalezza disarmante.
La scrittura è serrata, le battute arrivano puntuali, ma è nel sottotesto che si trova il vero valore: l'accettazione dei propri limiti. Non è solo uno show per ridere, ma una riflessione necessaria sulla nostra società ossessionata dal primo posto.
Muzzi ci insegna che, a volte, perdere è l'unico modo per restare liberi.
Lo spettacolo è stato un susseguirsi incalzante di battute e ironia, un vortice di risate che non ha mai perso, però, quel filo invisibile di poesia che legava ogni parola.
È in questa trama che la nostalgia si è fatta spazio con delicatezza, svelando un Andrea Muzzi capace di inserire anche se stesso, la propria storia e la propria vulnerabilità, fra gli aneddoti da lui espressi
Un lungo e caloroso applauso  ha congedato l’attore durato diversi minuti, non è stato però, solo per  un tributo alla sua performance tecnica, ma un ringraziamento collettivo.
Muzzi con Marzia Carocci

In una fredda sera d’inverno, il suo monologo ha saputo scaldare la platea alternando momenti di pura allegria e spasso travolgente a squarci di riflessione profonda. Andrea Muzzi ci ha regalato una verità preziosa e nuda: la riscoperta di quella dimensione umana che ci permette di guardarci allo specchio con indulgenza. Se ne va, l'attore, le luci si abbassano, ma resta in sala la sensazione di aver compreso qualcosa di più su noi stessi, uscendo dal teatro ci sentiamo un po' più consapevoli e, finalmente, inconsciamente, più liberi di sbagliare.


C’è una melodia che attraversa cinquant’anni di musica italiana, ed è scandita dal tempo e dalla voce di un artista che non ha mai smesso di innovare. Tony Cicco non è solo il leggendario fondatore e batterista-cantante della Formula 3; è l’uomo che ha dato forma sonora ai capolavori di Lucio Battisti, l’unico compagno di viaggio scelto per calcare i palchi in quel tour storico che è rimasto impresso nella memoria collettiva.

Questo spazio é dedicato a Tony Cicco per raccontare l'uomo e l'artista, tra la memoria di una carriera straordinaria e la visione dei suoi futuri impegni live.

D-"Come è nata la collaborazione con Lucio Battisti e cosa hai provato la prima volta che hai suonato 'Questo folle sentimento'?"


R-“La collaborazione con Lucio Battisti nacque al 'Paip’s' di Milano, dove ci esibivamo ogni sera verso la fine del 1969. Lucio aveva appena fondato, insieme a Mogol, l’etichetta discografica Numero Uno e, colpito dal nostro sound, ci scritturò come suoi primi artisti. Scrisse per noi il nostro primo grande successo, 'Questo folle sentimento', che in poche settimane conquistò le vette della Hit Parade di Lelio Luttazzi. Fu un’emozione immensa sentire per la prima volta il suono della mia batteria e della mia voce risuonare in radio e in televisione.

"D-"La Formula 3 aveva un suono molto particolare, tra rock progressivo e melodia italiana. Come riuscivate a fondere queste due anime?"

R _Il suono particolare della formula 3, scaturiva da tre musicisti con personalità diverse e proprio per la formazione trio rock senza basso, si suonava in modo diverso spaziando dal genere classico,
blues e pop sinfonico

D-"Siete stati l'unico gruppo ad accompagnare Battisti in tour. Che atmosfera si respirava sul palco durante quelle 20 date leggendarie?


R-“La nostra collaborazione con Battisti era totale: interpretavamo le sue canzoni in studio, suonavamo nei suoi dischi e fummo gli unici ad accompagnarlo dal vivo in quelle venti leggendarie date del tour.

D-"Dopo lo scioglimento della band, hai intrapreso la carriera da solista. Com'è stato passare dal ruolo di batterista a quello di voce leader e protagonista assoluto delle classifiche?


R-Con coraggio e tenacia ho intrapreso la carriera da solista, distinguendomi come batterista, cantante e compositore. Grazie alla collaborazione con un team di prestigiosi musicisti e con il produttore Gianni Boncompagni, ho realizzato il mio primo album 'Cico Notte'. Il disco, impreziosito dai testi di Carla Vistarini, ha riscosso un immediato successo con il singolo 'Se mi vuoi'. Parallelamente, ho consolidato la mia attività di autore per grandi interpreti quali Caselli, Carrà, Bertè, Mannoia e Di Capri."
D-"Oltre alla musica, sappiamo che hai una passione per la pittura. In che modo l'arte figurativa influenza il tuo modo di scrivere canzoni?

R- In realtà, provavo per hobby con qualche mio personale dipinto, ma la Musica era ed è la mia
     Assoluta priorità di vita.


D- "Tony, la tua energia sul palco sembra non esaurirsi mai. So che hai in programma una data importante all'EcoTeatro di Milano il 24 gennaio 2026 con lo spettacolo 'Siamo tutti figli di Battisti'. Cosa deve aspettarsi il pubblico da questo tour e quali sono le altre tappe dove i fan potranno venirti a trovare prossimamente?

  Tony Cicco




“R-La mia energia si scatena da sempre sul palco: è quello il momento in cui amo di più condividerla con il pubblico. Il 24 gennaio 2026 tornerò dal vivo insieme ai miei compagni della Formula 3, Ciro Di Bitonto alle tastiere e Angelo Anastasio alle chitarre, con lo spettacolo: “Siamo tutti figli di Battisti!”

D-"Per chi volesse seguirti dal vivo oggi, dove ti porterà il tour nei prossimi mesi? Ci sono piazze o teatri a cui sei particolarmente legato dove farai tappa a breve?"

R- Le date del Tour saranno aggiornate di volta in volta sulle mie pagine social. Il 20 Gennaio 2026
     saremo al “Teatro Verdi” di Brindisi

D-Oltre alle date italiane, c'è la possibilità di vederti anche all'estero, visto il successo che la vostra musica ha sempre avuto in paesi come il Brasile o il Giappone?


R-Ancora oggi, la mia energia si sprigiona sul palco. Dopo il recente successo del 13 dicembre 2025 al Teatro Auditorium di Portorose (Slovenia), mi auguro che il tour possa toccare nuove mete internazionali. Nel frattempo, vi aspetto il 24 gennaio 2026 insieme ai miei compagni della Formula 3, Ciro Di Bitonto e Angelo Anastasio, con lo spettacolo: 'Siamo tutti figli di Battisti!’.

D-A te adesso Tony, lascio uno spazio “bianco” dove non c’è una domanda ma un motivo e una possibilità per dire al tuo pubblico tutto ciò che desideri.

R- Mi auguro di poter continuare con l’energia di sempre questo meraviglioso mestiere della Musica e di condividerlo su un palco con un pubblico sempre più vasto.


È stato un vero piacere, Tony. Ci hai ricordato che la grande musica non ha data di scadenza e che c'è sempre un nuovo palco da conquistare. Invitiamo tutti a seguirti dal vivo — a partire dall'appuntamento all'EcoTeatro di Milano — per vivere quell'emozione che solo tu sai trasmettere. Grazie per essere stato con noi e in bocca al lupo per tutto quello che verrà!

December 28, 2025

December 21, 2025

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