
L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni. |
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Bernardetta Olla è una pittrice nata a Quartu Sant’ Elena, provincia di Cagliari.
È molto conosciuta in tutta l’isola: le mostre in cui ha esposto le sue opere, non si contano.
È stata premiata a New York. Ha esposto anche a Montmartre – Parigi, Italia Vogue, Spoleto Art Festival, Berlino, Dioscuri del Quirinale, al palazzo della Cancelleria Vaticana a Roma.
Sempre a Roma, ha partecipato ad una mostra interamente a lei dedicata; ha inoltre ricevuto una menzione speciale e vinto un concorso con premio nella galleria, Frammenti d’Arte.
Ha partecipato a prestigiosissime mostre a Bergamo e a Milano. Sofia Falzone, una delle amministratrici del Focus-Group-Art, la descrive così :
“L’adesione alla matrice figurativa,rivisitata con personale sensibilità, è un aspetto essenziale dell’operatività pittorica di Bernardetta Olla, un’artista che intende l’arte come espressione di forme e di concetti, da proporre alla fruizione degli osservatori senza astruse mediazioni deformanti.
Nelle sue opere si individua una tensione narrativa.
Bernardetta è anche ritrattista. In questo campo la sua maestria tecnica, sisposa ad un notevole ed approfondito studio psicologico, per decifrare l’animo dei soggetti oltre che le fattezze esteriori, per fare emergere con eleganza un fraseggio generato da tratti precisi”.
Il percorso di Bernardetta è sempre in salita. Di recente ha partecipato alla Biennale di Venezia, a Palazzo Zenobio.
Ha esposto a Roma, Via Margutta nella Galleria Arte Area Contesa.
A Cagliari ha partecipato alla 33esima edizione del Festival Sciampitta , che da sempre mette a confronto tradizioni e folklori di vari paesi.
Molto legata alle bellezze e tradizioni della sua terra, sta lavorando a un progetto che parla di fate e streghe, creature fantastiche della mitologia sarda: Janas e Cogas.
È bello ascoltare Bernardetta quando si racconta ma è altrettanto affascinante cogliere femminilità, forza e delicatezza dai suoi lavori.
Ho avuto il piacere di chiacchierare con lei e scoprire una tecnica particolare, usata per impreziosire le opere e renderle sempre più suggestive.
Quanti anni avevi quando hai scoperto la passione per la pittura?
Penso di essere nata con questa passione, dal momento che non ho ricordi nitidi che possano in qualche modo indicare il periodo preciso in cui ho cominciato a dedicarmi all’arte.
Quando e come nasce il tuo percorso artistico?
Inizia quando grazie ad un’amica d’infanzia riscopro la mia passione.
Ho detto “riscopro”, perché dopo essermi sposata, vari impegni familiari, mi hanno allontanata,pur avendo sempre vivo in me il pensiero.
Con lei ho iniziato un corso di pittura a olio, ritrovando così, l’emotività, l’incanto, il sogno e soprattutto riscoprendo un posto che mi piace definire magico dove potermi rifugiare e ritrovare quella parte di me stessa che avevo trascurato.
Ti va di parlarmi ,in modo più dettagliato, dei motivi per cui sei stata costretta ad interrompere il tuo percorso creativo e di come hai vissuto quel periodo?
Domanda dolente, cara Cristina. Posso dirti che forse dentro di me non ho mai smesso di creare, anche se la vita per molto tempo mi ha portata altrove.
Penso che sia difficile per una donna conciliare i ruoli di mamma e moglie con le passioni, soprattutto quando si hanno figli piccoli.
Mi sono sempre interessata di arte e ho notato con piacevole sorpresa che i tempi sono cambiati e a favore delle donne.
Anni fa, alle mostre erano rare le esposizioni di artiste femminili, mentre sempre più presenti quelle di artisti maschili.
Ora, direi che quasi si equivalgono.
Ciò dimostra che il tempo è stato utile per far sì che non fosse penalizzato il percorso artistico delle donne.
Ti sei ispirata ad un’artista in particolare?
Per la rappresentazione degli alberi, con la tecnica dell’acquarello, mi sono ispirata a Kersey , mentre per i fiori a Whittle.
Ho incontrato e lasciato per strada, tanti maestri.
Amo Caravaggio, per come riesce a far emergere la bellezza del buio. Adoro Van Gogh.
Hai partecipato a vari eventi dedicati a Frida Kahlo, ti va di parlarmi di questa esperienza?
A Bergamo, presso Sala Manzù, l’ambasciatore del Mexico, En Milan Hernan De J. Ruiz Bravo, si è complimentato con me ed ho provato un’emozione grandissima che custodisco nel cuore, come si fa con le medaglie.
Ha commentato la mia opera con queste parole, che non dimenticherò: “Quest’opera è bellissima, è un vero omaggio a Frida che amava gli animali e la natura”. Mi sono commossa.
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Jennifer Lopez - Versace |
Settembre 2019 a Milano:una Milano dai grandi nomi e le grandi Griffe, da Armani a Gucci,da Fendi a Bottega Veneta e poi Prada,Maxmara,Alberta Ferretti,Versace con la sua testimonial d'eccezione l'attrice
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Prada |
Jennifer Lopez ed ancora Marras, Scervino.Etro,Marni, Peter Pilotto, Tommy Hilfinger e tanti altri che si alternano su passerelle classiche o reinventate per stupire e fare tendenza, capitanate da supermodels quali Gigi e Bella Hadid,Cara Delevigne,sempre coloratissime e pronte per un estate a suono di ritmi Cafe del Mar e procrastinar...
Collezioni ben rifinite e totalmente ecosostenibili predominate da una rigida concettualita'' con spennellate che ricalcano sempre di piu' le immagini iconiche dei precursori del bello: obsolete tra il virtuale ed il reale, un azzardo che travolge asimmetrie e seduzione, un caldo di dolce quotinianita' per un intraprendente femminilita' innovativa e diversa che compiace le nostre esigenze.
I settings effervescenti e climatizzati, dalle piscine metropolitane al teatro La Scala, senza dimenticare gli
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Gucci |
street parties.
Il nome Moda che si ripropone come sempre per quanto definita e pronta da indossare come una seconda pelle e che indossiamo regolarmente con sicurezza, e' indispensabile,gioca e dirige le nostre azioni alternandosi su tutte le passerelle del mondo e nella sua raffinatezza e' un
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Julien Mac Donald |
demaquillant del make up della couture, come infatti si e' visto a Roma, al Prati Bus District,durante le sfilate di Luglio, dove Patrick Pham,ci ha proposto dei materiali intrecciati a mano dagli artigiani della citta' imperiale della Dinastia Nguyen del Vietnam,di alto pregio,mentre una Sabrina Persechino, con la sua maestria ci offre come tributo alla scuola Bauhaus,di Architettura,Arte e Deign,una collezione Be Sign antivirale, che esalta il funzionalismo del movimento moderno con un razionalismo tecnologico e che si contrappone al decoupage Milanese anch'esso incontaminato ma piu' organico e trascendente, come nelle collezioni ispirate ai figli dei fiori,Woodstock,movimenti pacifisti e liberta', che con naturalezza sfocia in produttivita',un pozzo senza fine dove sete,ricami, colori pastello sono gli integratori che lo nutrono. Per quest'estate 2020 tuffiamoci nel nuovo che e' ancora antico ma attuale, classico e sobrio in questa girandola di caroselli sparsi per tutta la citta' di Londra,cominciando da Burburry, con il suo tocco magico di eleganza e' Victoria Beckham con capi molto ricercati e pieni di stile.un effetto total space oddity si rivela nella collezione di Julien Mac Donald. Christopher Kane affronta marine oceaniche tra svolazzi di onde mentre Erdem ti catapulta in Messico e tra le pampas argentine.
L'effetto bonbon questa volta esordisce con i vestiti baloom di Richard Quinn e la powder box cipria di Molly Goddard cosi delicata ed effettivamente semplicemente bella tanto da arrivare anche a pensare se il potenziale sviluppo dell'industria della Moda nei prossimi anni potrebbe emarginare il perbenismo di quanto si e' visto fin'ora e diventare uniforme per una popolazione sempre piu' robotica e priva di personalita' o potrebbe deragliare su campi inaspettati a sorpresa ed entusiasmarci ancora di piu'.
Una Parigi sadomaso si estrinseca in un Randez Vous di fashion parties dove la domination e' un must, una Parigi dove
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Burburry |
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Richard Quin |
Chanel e Dior se ne contendono lo scettro.
I Gioielli.
Scultura di Marina Corazziari esclusivamente fatti a mano hanno anche quest'anno soverchiato e superato di gran lunga tutte le altre proposte gioiello che si sono alternate da una parte all'altra del globo durante le settimane della moda. Da Roma a New York e' stato un successo clamoroso...il pubblico internazionale ha ammirato l'originalità,la creatività,la perfezione e l'unicità di questi pezzi prestigiosi che ti vestono dalla testa ad i piedi,arricchendo sfolgoranti qualunque corpo possa permetterselo. Nella loro regalità esaltano l'esuberanza ed il portamento di qualsiasi donna facendoti sentire regina unica ed
incontrastata nel tuo microcosmo. Questi ornamenti aderiscono sul corpo coinvolgendosi con la personalità di chi li indossa,rafforzandola e dandole quel tocco magico e di mistero dovuto al loro splendore...Marina questa artista poliedrica ha saputo cogliere in pieno quello che e' il gusto ed il desiderio di tutte le donne.
Frammenti che orbitano qua e là, individuati, carpiti; li commento e condivido con voi.
La Riflessione!
Di nuovo Le Guide
Anche quest’anno è giunta l’ora della pubblicazione delle Guide. Quelle più note, famose e quelle che cercano faticosamente di emergere magari specializzandosi in specifici settori (vini biologici, biodinamici, naturali). Bollate di cattiva e pessima fama, famigerate da alcuni produttori e/o soloni del vino, osannate, acclamate, attese da altri per sapere se i propri vini sono new entry o celebrate conferme. Il grande circo del Vino si ritrova comunque coinvolto in manifestazioni, eventi aperti o limitati negli inviti o, come gentilezza vuole, a ringraziare questa o quella guida per il giudizio dato.
Mi sovvien un dialogo avuto con una azienda nel marzo scorso durante Terre di Toscana proprio sulla validità delle Guide. Peste e corna a non finire, “se paghi ti includono e il giudizio è correlato al quantitativo di denaro che tu versi” , “giornalisti prezzolati”, ecc… Di solito si dice “vox populi, vox dei”. Ma è anche vero che “il trasformismo è sempre in agguato” (senza fare alcun riferimento alla politica di oggi). Perché, proprio quel produttore ha pubblicato in questi giorni che il suo vino di punta è entrato nelle “grazie” di una Guida Importante. Ne ha fatto riferimento inneggiando, magnificando la Guida in questione. Sono sicuro che alla prima manifestazione dove sarà presente troverò sul tavolo d’assaggio la Guida aperta alla pagina dedicata.
Meditate gente, meditate. Mi sovvien Niccolò di Bernardo dei Machiavelli (anch’io riporto una citazione storica visto che va di moda): il popolo nel mondo non è se non vulgo.
A voi la mia riflessione. Viva le Guide.
Frammento n. 1
Vino naturale o Vignaiolo Naturale?
Nell’ambiente, sui social, nel mondo del vino italiano Alessandro Dettori, noto vignaiolo sardo, accreditato come produttore di “vini naturali”, ha voluto precisare il suo pensiero di vignaiolo naturale.
Per brevità riporto il suo pensiero che condivido.
“Per vignaiolo naturale intendo colui che in vigna lavora seguendo i principi, i processi e i metodi che la natura usa per se. Colui che vinifica solo le proprie uve che ha personalmente coltivato. Imbottiglia solo il proprio vino. Determina personalmente o in famiglia le scelte e le decisioni di ogni fase e processo della propria azienda agricola. Vive della sola professione di vignaiolo. Rispetta il lavoro agricolo riconoscendone il valore economico. Produce il proprio vino con i seguenti ingredienti/additivi/coadiuvanti: Uva e pochi solfiti, solo prima dell’imbottigliamento. Il vino deve essere un degno e vero rappresentante della cultura del luogo” Aggiungo: il vino è opera dell’Uomo.
Frammento n. 2
C’è Prosecco e Prosecco
Non possiamo abbandonare il Prosecco alla deriva degli Spritz
Nel mare sempre più agitato dei prosecchini è sempre più difficile trovare quello eccellente. E finché i numeri registreranno la crescita attuale c’è poco da stare allegri. Il cassetto impera, da Trieste a Rovigo, rotonde comprese, perfino in laguna, in barba al sito Unesco (una farsa).
Ma noi, fedeli estimatori dei vini buoni non ci perdiamo di coraggio.
Evitiamo gli aperitivi a base di prosecchino (quando ci va bene ci rifilano prodotti da € 2,50 la bottiglia o addirittura simil-prosecco), rinneghiamo gli Spritz e andiamo alla ricerca di qualcosa che rivaluti il vitigno di appartenenza: il (la) Glera.
Cominciare a capire che il vitigno di partenza può essere vinificato in maniera diversa (vini base) riducendo il tenore zuccherino ed uscire con 8/9 g/l (Brut) e 3 g/l (Extra-Brut).
Ed allora puoi ipotizzare di tentare di proporre Prosecco garantito Superiore Docg (Valdobbiadene e Asolo) a “tutto pasto” così come i Metodi Classici e gli Champagne.
Una novità, rivoluzione nel campo dei Prosecco che apre a questo “fenomeno”, un nuovo percorso di vita senza abbandonare il Metodo Charmat ancora unico sistema valido per spumantizzare il (la) Glera. Prosecco del tutto particolari tendenti ad emergere dalla “sbornia che ci affligge” con “prosecchini da due soldi”. Nuove esperienze per elevare il Prosecco al rango che merita.
Frammento n. 3
Dai dai l’aggiunta dello zucchero al Vino è arrivata.
Ce lo suggerisce l’Europa. Le Notizie che passano in sordina.
"Avanti miei prodi, mettiamo zucchero nel Chianti per aumentare i nostri profitti" Chapeau!!!
In barba ai terroir, al biologico, al biodinamico, al naturale (del resto lo zucchero è naturale).
Il Chianti cambia disciplinare. Non il Chianti Classico, quello del Gallo Nero, l’altro. Quello che estende il territorio da Pistoia ad Arezzo, dalla Rufina alle Colline Pisane.
L’annuncio del Consorzio Vino Chianti, il Chianti Docg (ma Docg non vuol dire Denominazione di Origine Controllata e Genuina?), cambia il disciplinare. La possibilità di adottare il nuovo limite zuccherino a partire dalla vendemmia 2019/2020. Il presidente Busi: “Finalmente ci adeguiamo alle normative europee. Prevediamo aumento delle vendite”
Firenze, 3 settembre 2019 - Un cambiamento importante, che permetterà alle aziende di adeguarsi alle normative europee e produrre vini di alta qualità e allo stesso tempo in grado di venire maggiormente incontro ai gusti dei mercati stranieri, soprattutto statunitensi, sudamericani e orientali. È l’obiettivo della modifica sulle caratteristiche al consumo del disciplinare del Vino Chianti Docg pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell'8 agosto 2019 e diventata quindi realtà in ambito nazionale. La modifica interessa il residuo zuccherino massimo e arriva dopo un lungo lavoro di istruttoria che ha visto in prima fila il Consorzio Vino Chianti come portavoce delle aziende toscane e della loro necessità di allinearsi alle normative europee (ma quando mai). Un processo di riqualificazione e riposizionamento sui mercati internazionali che segue la tendenza manifestata già da altre denominazioni in Europa (quelle tedesche).
“Dopo lungo lavoro che ci ha visti impegnati per tanto tempo, il Ministero ha approvato la richiesta di modifica del disciplinare - ha dichiarato il presidente del Consorzio Vino Chianti, Giovanni Busi - Un processo di adeguamento alle normative europee che garantisce maggiore competitività e una maggiore capacità del vino Chianti docg di allinearsi ai gusti dei consumatori che inevitabilmente si modificano nel tempo (prosecchini docet). Ciò permetterà alle aziende interessate di poter presentare dei vini secchi, sempre di altissima qualità ma più graditi al palato dai mercati prevalentemente orientali e americani (non proporre il nostro vino, la nostra eccellenza). Un passaggio atteso da tante aziende che, se vorranno, potranno adeguarsi a questi nuovi standards.
Ci aspettiamo dunque un aumento delle vendite su mercati esteri, che già presentano grandi potenzialità e su cui ci sono più ampi margini di sviluppo”.
FARE IL VINO COME RICHIESTO DAL MERCATO E NON COME TRADIZIONE.
Il Consorzio ha già inviato una circolare a tutte le aziende con i dettagli delle modifiche. ( Fonte: Consorzio Vino Chianti)
Lascio a voi ogni giudizio. (Cosa si fa per il cassetto)
Frammento n. 4
La segnalazione:
Il Mondo del Sake, straordinario, magico, fiabesco.
A Novembre arriva la prima edizione della Milano Sake Challenge.
L'evento Sake Challenge è un appuntamento annuale che si svolge dal 2012 a Londra e quest’anno, dopo l’enorme successo riscosso nella capitale inglese, per la prima volta arriva in Italia e lo fa grazie alla Sake Sommelier Association Italiana cavalcando l’onda del grande risultato raccolti nel nostro Paese che dall’Ottobre 2018 è diventato il primo paese importatore di sake in Europa. L'11 Novembre 2019, all’interno del concept store giapponese Tenoha (Via Vigevano 18 a Milano), si svolgerà la prima edizione della Milano Sake Challenge dove i produttori di sake giapponesi sono chiamati a partecipare con le loro etichette per eleggere i "Migliori Sake per l'Italia" secondo il palato italiano. Il focus infatti non sarà mirato al miglior sake in assoluto ma al prodotto più apprezzato dal gusto del paese organizzatore. Oltre 50 giudici tra sake sommelier professionisti e giornalisti di settore, prenderanno parte all'evento per valutare le centinaia di etichette che arriveranno direttamente dal Giappone, un’altra ventina circa invece valuterà l’aspetto estetico. In questa prima edizione infatti verranno assaggiate circa 3 00 etichette provenienti da quasi tutte le prefetture del paese; saranno suddivise in 6 tipologie, ognuna delle quali verrà valutata per il suo profilo gusto-olfattivo da una giuria di 8 persone composta da un giornalista ed alcuni sake sommelier, mentre un secondo gruppo capitanato da un esperto di design valuterà la parte visiva relativa all’etichetta.
L’evento si svolgerà in due momenti diversi: dalle 09:30 alle 17:00 ogni giudice assaggerà tutti i sake di una tipologia ed esprimerà il proprio giudizio condiviso con gli altri componenti della giuria, poi dalle 18:00 le porte apriranno al pubblico che avrà l’occasione di assaggiare gratuitamente tutte le 300 etichette di sake tramite la formula “Free sake tasting” (registrandosi sul sito) ed avrà a disposizione anche una card per 10 assaggi gratuiti di food delle aziende sponsor. Il weekend del 8-10 Novembre invece è in programma una piccola anticipazione della Sake Challenge, sempre all'interno di Tenoha. Degustazione guidate da un esperto sake sommelier con sfiziosi abbinamenti food durante l'aperitivo, dalle 18:30 alle 20:30.
Il motore di tutto, dalla Milano Sake Challenge alla Sake Sommelier Association Italiana, fino ai numerosi altri progetti realizzati che uniscono Italia e Giappone, è composto dalla coppia Lorenzo Ferraboschi e Maiko Takashima. Uniti nella vita e nel lavoro sono un punto di riferimento inequivocabile dell’autenticità nipponica in Italia: il ristorante Sakeya, Wagyu Company, Sake Company, solo per citare alcune delle realtà che da anni portano avanti con lavoro e passione e tra l’inverno e la Primavera altri progetti interessanti progetti del Sol Levante sono ai nastri di partenza.
Osservo, scruto, assaggio e…penso. (urano cupisti)
Centinaia di giovani cinesi, davanti al Consolato britannico a Hong Kong, cantano «Dio Salvi la Regina» e gridano «Gran Bretagna salva Hong Kong», appello raccolto a Londra da 130 parlamentari che chiedono di dare la cittadinanza britannica ai residenti dell’ex colonia.
La Gran Bretagna viene fatta apparire così all’opinione pubblica mondiale, specie ai giovani, quale garante di legalità e diritti umani. Per farlo si cancella la Storia.
E’ quindi necessaria, prima di altre considerazioni, la conoscenza delle vicende storiche che, nella prima metà dell’Ottocento, portano il territorio cinese di Hong Kong sotto dominio britannico.
Per penetrare in Cina, governata allora dalla dinastia Qing, la Gran Bretagna ricorre allo smercio di oppio, che trasporta via mare dall’India dove ne detiene il monopolio.
Il mercato della droga si diffonde rapidamente nel paese, provocando gravi danni economici, fisici, morali e sociali che suscitano la reazione delle autorità cinesi.
Ma quando esse confiscano a Canton l’oppio immagazzinato e lo bruciano, le truppe britanniche occupano con la prima Guerra dell’Oppio questa e altre città costiere, costringendo la Cina a firmare nel 1842 il Trattato di Nanchino.
All’Articolo 3 esso stabilisce: «Poiché è ovviamente necessario e desiderabile che sudditi britannici dispongano di porti per le loro navi e i loro magazzini, la Cina cede per sempre l’isola di Hong Kong a Sua Maestà la Regina di Gran Bretagna e ai suoi eredi».
All’Articolo 6 il Trattato stabilisce: «Poiché il Governo di Sua Maestà Britannica è stato costretto a inviare un corpo di spedizione per ottenere il risarcimento dei danni provocati dalla violenta e ingiusta procedura delle autorità cinesi, la Cina acconsente a pagare a Sua Maestà Britannica la somma di 12 milioni di dollari per le spese sostenute».
Il Trattato di Nanchino è il primo dei trattati ineguali attraverso cui le potenze europee (Gran Bretagna, Germania, Francia, Belgio, Austria e Italia), la Russia zarista, il Giappone e gli Stati Uniti si assicurano in Cina, con la forza delle armi, una serie di privilegi:
la cessione di Hong Kong alla Gran Bretagna nel 1843,
la forte riduzione dei dazi sulle merci straniere (proprio mentre i governi europei erigono barriere doganali a protezione delle proprie industrie),
l’apertura dei principali porti alle navi straniere,
il diritto di avere aree urbane sotto propria amministrazione (le «concessioni») sottratte all’autorità cinese.
Nel 1898 la Gran Bretagna annette a Hong Kong la penisola di Kowloon e i cosiddetti New Territories, concessi dalla Cina «in affitto» per 99 anni.
Il vasto malcontento per tali imposizioni fa esplodere verso la fine dell’Ottocento una rivolta popolare – quella dei Boxer – contro cui interviene un corpo di spedizione internazionale di 16 mila uomini sotto comando britannico, al quale partecipa anche l’Italia.
Sbarcato a Tianjin nell’agosto 1900, esso saccheggia Pechino e altre città, distruggendo numerosi villaggi e massacrandone la popolazione.
Successivamente, la Gran Bretagna assume nel 1903 il controllo del Tibet, mentre la Russia zarista e il Giappone si spartiscono la Manciuria nel 1907.
Nella Cina ridotta in condizione coloniale e semicoloniale, Hong Kong diviene la principale porta dei traffici basati sul saccheggio delle risorse e sullo sfruttamento schiavistico della popolazione.
Una massa enorme di cinesi è costretta ad emigrare soprattutto verso Stati Uniti, Australia e Sud-Est asiatico, dove è sottoposta a condizioni analoghe di sfruttamento e discriminazione. Sorge spontanea una domanda: su quali libri di storia studiano i giovani che chiedono alla Gran Bretagna di «salvare Hong Kong»?
(il manifesto, 17 settembre 2019)
Più gli anni passano, più mi trovo a prediligere i libri di non grandi dimensioni. Perché (pigrizia a parte) ho sempre più voglia di pensieri chiari, di parole che parlino senza infingimenti, di discorsi incisivi e contenutisticamente densi. Perché le cose vere, le cose importanti, per essere dette in modo che siano comprese, non sempre abbisognano di complesse argomentazioni e di articolate dimostrazioni, di parerga e paralipomeni, di scholia e corollari. Hanno bisogno, soprattutto, di grande sincerità, di essere vissute ed amate, di essere generate come proprie creature, di essere inviate nel mondo di fuori come colombe sospinte nel cielo.
Con un pizzico di azzardo, si potrebbe addirittura arrivare a sostenere (provocando magari qualche doloroso mal di pancia) che il Discorso della Montagna riesca a donarci il cuore dell’intera letteratura evangelica, la Bhagavad Gita dell’intero Mahabharata, il Dhammapada dell’intero Canone Buddhistico.
Insomma, piccoli libri possono dirci grandi cose e, soprattutto, far nascere pensieri e scelte di vita grandi.
E’ proprio questo il caso del Piccolo libro vegano di Serena Ferraiolo proposto dall’editore Iacobelli nell’ambito di una intera collana di Piccoli libri.
La Ferraiolo ha il pregio di parlarci della sua scelta vegana con gradevole quanto efficace pacatezza, rifuggendo da toni infuocati e da atteggiamenti fastidiosamente pontificanti e apologetici. Ci sa presentare la sua scelta con lineare semplicità, riuscendo, senza alcuna fatica, a farcene comprendere le reali motivazioni e la sensata fondatezza. Riuscendo perfettamente a farci capire che la scelta vegana, come quella vegetariana (meno radicale), non è, per chi l’abbraccia in modo sincero, dettata da irrazionale desiderio di anticonformismo, né da morbosità asceticheggianti, bensì da una consapevolezza ragionata e, soprattutto, sentita. Ovvero, dalla volontà di prendere posizione di fronte all’infinita crudeltà del mondo e di provare a combattere e a rifiutare lo stile di vita imperante fondato sulla cinica voracità e sull’antropocentrico sfruttamento del pianeta e delle sue creature.
Il Piccolo libro della Ferraiolo ha pertanto molti pregi: nasce, innanzitutto, da una contaminante esperienza di vita felice; è caratterizzato da una intonazione sobria ed essenziale; presenta suggerimenti e consigli rivolti a tutti coloro che guardano alla scelta vegana con interesse ma con perplessità, con tanti dubbi ma curiosità sincera; distingue con cura vegetarianesimo da veganismo, mettendo bene in luce punti di contatto e differenze e sottolineando come le due cose non debbano necessariamente essere viste come fasi in rigida successione, una propedeutica all’altra.
Ma, forse, il merito maggiore scaturisce dalla sua indubbia utilità pratica, rappresentata dalla grande quantità di ricette gustosissime e di facile preparazione che ci vengono presentate, in buona parte ricavate dalle migliori tradizioni popolari, mediterranee e non solo: dalla zuppa di cicerchia alla farinata di ceci, dalla ciambotta agli gnocchi di lenticchie, dalla ribollita al gazpacho. Cosa questa che potrà farlo apprezzare non soltanto a vegetariani e vegani (o aspiranti tali), ma anche a tutti coloro che volessero scoprire o riscoprire piatti salutari e nutrienti al fine di correggere, migliorare ed arricchire le proprie abitudini alimentari.
Serena Ferraiolo
Il piccolo libro vegano. Consigli utili in cucina e non
Iacobelli editore
Signorelli e Roma. Oblio e riscoperte inaugurata a metà luglio, oltre a diversi spunti di riflessione e suggestioni, se non una vera e propria risposta al perché di una mostra dedicatagli a Roma, offre anche la possibilità di un prolungamento di vacanza.
Infatti il pittore cortonese è presente nella Città Eterna, o meglio nella Città del Vaticano, con una sola opera certa, perché documentata, cioè il Testamento e morte di Mosè. Una delle scene delle mura laterali, realizzate in Sistina dalla scuola umbro toscana tra il 1481 e il 1483.
Quindi a Roma Signorelli c’è e non c’è. Eppure la sua arte è stata fortemente influenzata da quello che a Roma ha visto, le opere antiche in particolare.
A sua volta ha influenzato i due grandi protagonisti della Roma del Rinascimento, Raffaello e Michelangelo. Anche se è soprattutto al suo capolavoro, cioè la Cappella di San Brizio a Orvieto, che hanno guardato.
Perché una mostra ai Musei Capitolini? Perché se è Sisto IV della Rovere che costruisce la Sistina e poi la fa decorare dalla scuola umbro toscana, è lo stesso papa, che nel 1471, “restituisce” al popolo romano alcune sculture romane di bronzo, allo stesso tempo, eredità e identità culturale dei cittadini. Così facendo fonda il nucleo primitivo di quello che, probabilmente, è stato il primo museo pubblico al mondo.
Oggi i visitatori dei Musei Capitolini, hanno modo di vedere quegli stessi capolavori, lo Spinario, il Camillo, il Bruto Capitolino, solo per citarne alcuni.
L’esposizione si articola in sette sezioni, dedicate alle tematiche salienti che ruotano intorno alla figura di Luca Signorelli. In apertura la ricerca del vero ritratto, dopo il grande successo, addirittura ci si dimentica delle sue fattezze. Quindi il ritratto di Roma attraverso le piante e le vedute.
La figura e l’opera del papa francescano, Sisto IV, occupa molto spazio, con le molteplici attività come teologo, come restaurator urbis, come ospite caritatevole dei pellegrini con la riedificazione dell’Ospedale di Santo Spirito, come benefattore del popolo romano con la donazione delle sculture antiche, come mecenate delle arti.
Poi l’attenzione torna sul Signorelli, con il suo operato in Sistina, con il capolavoro, la Cappella di San Brizio a Orvieto, con il suo rapporto con l’architetto Bramante, con Michelangelo, infine la riscoperta dopo l’oblio nell’Ottocento e nel Novecento.
L’opera copertina della mostra è la tavola, fresca di restauro, con il Martirio di San Sebastiano, risalente al 1498 circa e conservata presso la Pinacoteca Comunale di Città di Castello in Umbria.
Dalla Alte Pinakothek di Monaco proviene invece la Madonna col Bambino e nudo maschile, realizzata tra il 1494 e il 1496. Allo stesso lasso di tempo viene fatto risalire il Cristo in croce con Maria Maddalena degli Uffizi. La Collegiata di San Medardo ad Arcevia, in provincia di Ancona, conserva il Battesimo di Cristo del 1508.
Signorelli e Roma. Oblio e riscoperte
Roma, Musei Capitolini
19 luglio – 3 novembre 2019
Orario: tutti i giorni 9.30-19.30
Ingresso integrato intero 16,00€; ridotto 14,00€
Catalogo De Luca Editori d’Arte
Info: tel. 060608
www.museicapitolini.org; www.museiincomune.it
Se la disgregazione delle classi lavoratrici ha praticamente estromesso dallo scenario politico le forze che ne rappresentavano le istanze all'interno del sistema democratico, i modelli relazionali che si manifestano attraverso la Rete e le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione hanno accelerato il dissesto di un tessuto sociale già schiacciato dagli ingranaggi del capitalismo globalizzato
Molte delle crisi politiche e delle rivoluzioni che si sono verificate nel corso della storia affondano le loro radici in un processo di trasformazione radicale delle società interessate. Un esempio fra tutti, la Rivoluzione francese sopraggiunse quando la borghesia, forte del suo peso economico, non poteva più tollerare la supremazia politica della nobiltà e del clero, cardine dell'Ancien Régime. Fenomeni di questo tipo riguardano non solo le società moderne, ma anche, con le dovute differenze storiche, le società antiche, come, ad esempio, quella ateniese del V secolo a.C.: la costruzione di una flotta da guerra su proposta di Temistocle da un lato gettò le basi per un mutamento sensibile degli equilibri politici interni (verso l'instaurazione della «democrazia ateniese», considerata dagli aristocratici una dittatura della maggioranza), dall'altro permise ad Atene di controllare le rotte commerciali marittime e di imporre per qualche decennio la sua talassocrazia nell'Egeo. Nel caso della Rivoluzione francese, la partecipazione delle masse popolari urbane e rurali fu strumentalizzata dalla borghesia che, portando avanti l'istanza di libertà ponendo l'accento sulla sua accezione mercantilistica, neutralizzò progressivamente le rivendicazioni di uguaglianza, imponendosi come classe dominante al posto di nobiltà e clero. Il mutamento degli equilibri tra le forze produttive innescò dunque una rivoluzione politica, che tuttavia non scardinò i rapporti di classe. Di conseguenza, le classi operaie e contadine rimasero in una condizione subalterna, escluse di fatto dal contratto sociale, quindi anche dalla rappresentanza politica. Fu solo nel corso del XIX secolo, dopo la prima rivoluzione industriale e in misura maggiore dopo la seconda, che in Europa occidentale (in particolare in Inghilterra, in Francia e nell'area tedesca) i socialisti portarono al centro del dibattito filosofico-politico i meccanismi di alienazione e oppressione intrinseci al sistema economico capitalista, basato sullo sfruttamento, da parte dei proprietari dei mezzi di produzione, del lavoro delle masse operaie proletarie nelle fabbriche, primo gradino essenziale del ciclo di produzione-consumo delle merci. Per questo, già agli inizi del XIX secolo, in Inghilterra, primo paese industrializzato, furono varate leggi per regolare i rapporti tra proprietari delle fabbriche e operai, con particolare attenzione alla questione del lavoro minorile. Misure insufficienti, tuttavia, a tutelare i lavoratori e, ancor più, a ridurre le diseguaglianze sociali.
Tra la fine del XIX e l'inizio del XX, con l'avvento della società industriale di massa, si iniziò a pensare di sfruttare il lavoratore non solo come forza lavoro, ma anche in quanto consumatore, ponendolo quindi ai due estremi della filiera produzione-consumo. Si resero pertanto necessarie misure che migliorassero le sue condizioni di vita, almeno quel tanto da renderlo un potenziale consumatore, per dare slancio alla crescita e all'espansione economiche. A patto, tuttavia, che fosse possibile orientare i comportamenti, influenzando i gusti al fine di orientare i consumi. Ciò significa che da un lato nacque e si diffuse gradualmente un codice di comunicazione pubblicitaria, dall'altro fu escogitato un sistema di bisogni indotti, che faceva apparire i prodotti da smaltire sul mercato come qualcosa di desiderabile, persino necessario. Una misura che consentì al capitalismo di sopravvivere e di espandersi malgrado la linea protezionista adottata dalle grandi potenze del tempo. Contestualmente, le metropoli industrializzate, caratterizzate da ritmi di vita frenetici e da modalità relazionali funzionali all'economia di mercato ma disfunzionali allo sviluppo della personalità individuale, imposero un rigido sistema di ruoli sociali, che tendeva a strutturare l'esistenza umana in base alle esigenze del capitale. Pena, l'emarginazione dalla società, che per molti artisti e intellettuali rappresentava invece una scelta esistenziale. In altri termini, come l'industrializzazione era andata di pari passo con la devastazione miope degli ecosistemi naturali, così la capacità di gestire, attraverso modelli comportamentali, le naturali vite degli individui mirava a indurre questi ultimi a lasciarsi integrare docilmente dagli ingranaggi del capitalismo, che così avrebbe potuto superare le sue cicliche crisi di crescita. Contro un tale stato di cose, i movimenti di massa di contestazione culturale, politica ed economica degli anni '60 e '70 del XX secolo misero in discussione il principio cardine del capitalismo, quello del profitto, lanciando al contempo la riflessione sull'impatto ambientale delle attività umane (ecologia politica). Le dinamiche interne alla società di massa avevano dunque gettato le basi per la nascita di spinte contrarie, altrettanto di massa.
Ciononostante, malgrado i progressi ottenuti in termini di diritti civili e di tutela del lavoro salariato, le forze politiche che portarono avanti tali spinte, in quanto organizzazioni di massa, non riuscirono a prosciugare la linfa vitale del capitalismo. Ad esempio, nei regimi sorti dalle rivoluzioni comuniste, in primis quello sovietico, si finì per sostituire al dominio della borghesia quello della burocrazia, senza scardinare la struttura portante della società classista. In secondo luogo, nel decennio che precedette il crollo dell'Unione sovietica, dagli Stati Uniti giunse un nuovo modello, successivamente imposto su scala mondiale dalla globalizzazione. Si trattava di un modello al contempo economico (neoliberista) e socio-culturale (il cosiddetto edonismo reaganiano), che unito a una serie di operazioni stay behind disgregò dall'interno e dal basso le forze politiche che avevano portato avanti fino ad allora le istanze delle classi lavoratrici, già vittime della strategia della tensione. Nel corso degli anni '90, questa proiezione del soft power dell'unica potenza mondiale rimasta, si insinuò anche nei paesi che erano appartenuti alla sfera di influenza sovietica, dove si affiancò all'insorgere o al risorgere di nazionalismi e particolarismi etnici e confessionali. Ciò che oggi viene chiamato populismo o sovranismo non è altro, in realtà, che il riflesso di quei deliri collettivi eterodiretti (i cui riflessi catastrofici sono ormai evidenti, dai Balcani al Medio Oriente) sui suoi stessi mandanti. Il principio secondo il quale l'alleato di oggi è quello contro cui ci si scaglia domani fu applicato, d'altronde, anche all'ascesa del nazifascismo nell'Europa degli anni '20-30 del secolo scorso. In terzo luogo, a partire dagli anni '60 del secolo scorso (in Italia dagli anni '70; https://www.youtube.com/watch?v=kywmDZVjTnw), la diffusione progressiva di eroina tra i giovani delle società occidentali, molti dei quali prendevano parte o erano vicini agli ambienti della contestazione di sinistra, da un lato fiaccò lo spirito critico e le espressioni di dissenso, dall'altro, soprattutto con il diffondersi della tossicodipendenza e della fobia dell'AIDS, istigò diffidenza reciproca disintegrando il sistema di relazioni sociali proposto dai movimenti di protesta. A ciò si aggiunse, in particolare a partire dagli anni '80, la stigmatizzazione del tossicodipendente, che, ben lungi dall'attenuare il fenomeno, è stato uno dei motivi della sua diffusione tra i giovani che intendono dare di sé un'immagine di ribelli. Alle varie forme di rivolta, animate da progetti sociali, culturali e politici, subentra quindi una tendenza a esprimere il proprio disagio attraverso gesti e comportamenti auto-distruttivi.
La rivoluzione digitale che ha accompagnato la globalizzazione nell'ultimo decennio del XX secolo e nei primi decenni del XXI, ha prodotto una nuova società di massa nella quale gli individui, isolati dal tessuto sociale polverizzato dall'egoismo dilagante e schiacciato tra gli ingranaggi del mercato, si illudono di ricostruire una comunità virtuale ideale, fatta di amici (magari followers) e nemici, accrescendo in realtà il proprio isolamento e, con esso, la propria vulnerabilità. Uno spazio in cui ciascuno può riprodurre il proprio modello di società e, prima ancora, i propri modelli di sé e degli altri. Il prezzo di tale illusione è una condizione quasi permanente di alienazione iperconnessa in cui l'individuo, anziché rivendicare i propri diritti all'interno della società materiale, ripiega nell'elaborazione di una realtà virtuale, in cui proietta e realizza le aspirazioni che rinuncia a perseguire concretamente. In tal senso, lo schermo diviene al contempo lo specchio delle pulsioni profonde e il nuovo palcoscenico delle loro manifestazioni in una dimensione che si pone al di fuori dei limiti naturali della condizione umana. In altri termini, se l'esistenza concreta restringe in una certa misura il campo dell'agire, le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione offrono una via di fuga verso un mondo illusorio, costruito a immagine e somiglianza di ciò che, istante per istante, vorremmo essere. A differenza di quanto avveniva nella società di massa della fine del XIX secolo e degli inizi del XX, nella società di massa digitale, l'individuo sperimenta simultaneamente due tipi di percezione di sé, l'alienazione sul piano dell'esistenza concreta e l'onnipotenza data dalla Rete, con una tendenza prevalente a preferire le sensazioni e le emozioni suscitate dalla seconda, il che spiegherebbe almeno in parte la diffusione di fenomeni di dipendenza dalla Rete. L'opposizione originaria tra reale e virtuale tende pertanto a lasciare il posto alla sovrapposizione di due realtà parallele separate e al contempo messe in contatto dallo schermo, che consente all'individuo di mascherare a se stesso la propria angoscia esistenziale rifugiandosi nel digitale. Quest'ultimo costituisce infatti una dimensione in cui l'uomo può specchiarsi per vedere non il sé autentico, bensì una sua immagine ritoccata secondo le proprie inclinazioni e pulsioni passeggere. Inoltre, le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione sono un veicolo di idee, gusti e mode ben più potente di quanto non lo fossero la radio e la televisione, proprio in virtù di questa illusione di rispecchiamento, che induce l'individuo a percepire la Rete come un campo di azione assolutamente libero.
Il 5 settembre scorso Roma ha ospitato l'ottava conferenza internazionale "Russia ed Europa: temi di attualità del giornalismo internazionale contemporaneo". La conferenza è stata organizzata dalla rivista “Affari internazionali” con il sostegno del Ministero degli affari esteri e dell'Agenzia federale per la stampa e i mass media della Federazione russa.
Si è discusso principalmente della Russia all'interno del complesso paradigma del discorso politico europeo, dell'impatto dei media moderni sulla trasformazione delle élite politiche nell'Europa orientale, centrale e occidentale e la trasformazione sistematica e funzionale delle notizie dei media in Russia ed Europa. Obiettivo: quello di coprire le questioni di interazione tra media russi ed europei.
Il ben venuto è stato è stato dato dalla nuova responsabile del centro della cultura e scienza russa di Roma che ha ospitato la manifestazione, la giornalista Dariya Pushkova. Nutrito il numero degli interventi. Significativi quelli dell’ ambasciatore russo in Italia e San Marino, Sergey Razov; di Tatiana Naumova, vicedirettore dell'Agenzia federale per la stampa e le comunicazioni di massa della Federazione russa; di Armen Oganesyan, caporedattore della rivista "International Affairs" e di Alexandr Bikantov, capo del centro stampa e vicedirettore del dipartimento Informazione e stampa del ministero degli Affari esteri. Per l’Italia gli apporti di Virgilio Violo Virgilio Violo, presidente della Free Lance International Press, di Tiberio Graziani, Presidente di Vision & Global Trends, Istituto internazionale di analisi globali, del Dr. Djawed Sangdel, professore di Leadership e imprenditoria, Università svizzera UMEF, di Giorgio Bianchi, premiato fotoreporter, fotografo documentarista e regista, di Giulietto Chiesa, uno dei i più noti giornalisti italiani, di Srdja Trifkovic, giornalista, autrice, editrice per la rivista Chronicles.
Il dialogo tra i popoli è l’elemento più importante per eliminare le tensioni e preservare la pace e chi , se non i media, possono dare un contributo decisivo perché ciò avvenga? Per renderlo possibile l’informazione deve essere imparziale e non di parte. Questo il messaggio di tutti i relatori. L’evento, che si ripete ogni anno, è stato sottolineato, vuole essere un’apertura di dialogo per una maggiore comprensione e servizio sull’affibilità delle fonti informative, vedi “fak news” che imperversano soprattutto su Internet. La comunità europea dei media con questo tipo di approccio ha la possibilità di onorare il compito che la società civile ha assegnato loro, quello di onorare la verità nell’informazione: "I m
ass media sono oramai diventati un riflesso di quelle crescenti tensioni politiche tra i diversi paesi che si possono vedere oggi in Europa. L'obiettivo della nostra conferenza è di trovare un modo pacifico di comunicare e discutere le questioni più importanti - e quindi difficili - delle relazioni internazionali. Riteniamo che la valutazione di tutti i movimenti politici in Russia e nei paesi europei debba essere obiettiva, equilibrata e imparziale ” ha sottolineato Armen Oganesyan.
La conferenza si tiene ogni anno in diversi paesi. L'elenco dei partecipanti include tradizionalmente direttori di media europei, politici, diplomatici, scienziati, politici e gestori di società di media internazionali.
La prima si svolse nel novembre 2011 a Parigi e dimostrò l'importanza della collaborazione tra media russi ed europei per i giornalisti e il loro pubblico. Ebbe una risonanza significativa nei mass media sia russi che europei e fu definita "l'evento più importante nello spazio mediatico internazionale". Le sessioni principali furono: interessi nazionali e giornalismo internazionale, problemi di accesso alle informazioni per i media in Russia e in Europa, il ruolo dei media nelle relazioni tra due paesi e il loro impatto sul clima internazionale e il giornalismo internazionale: standard etici e comuni regole etiche internazionali.
La seconda conferenza si tenne nell’ ottobre 2012 a Berlino e fu dedicata alle questioni della rappresentanza degli interessi nazionali nel giornalismo internazionale, allo sviluppo di un clima internazionale attraverso i media, alle nuove opportunità tecnologiche per i media internazionali, alle condizioni di lavoro in Europa per i media di lingua russa.
Il partenopeo Ferdinando Maddaloni, con il suo “Vedi Napoli e poi (non) muori”, dopo Montreal e Porto, si è aggiudicato il premio come miglior cortometraggio internazionale anche al Brazil International Film Festival.
La cerimonia di premiazione si è svolta nell’ Espaço Cultural Higino a Teresopolis/Rio de Janeiro il 24 agosto 2019
“L’impresa più ardua” afferma Maddaloni “è stata cimentarsi con la lingua brasiliana. In caso di premiazione, avevo preparato un discorso di ringraziamento in lingua portoghese. Quando ho sentito il mitico: “the winner is …Ferdinando Maddaloni” ho chiesto alla mia compagna, Yesim Kaya, di salire sul palco con me. Ho pensato che, con lei al mio fianco, sarebbero stati più clementi per la mia pronuncia”
“I festival indipendenti come il Brazil International Film Festival” continua Maddaloni “sono molto importanti per tutti coloro che difficilmente trovano una distribuzione nei circuiti ufficiali. Personalmente, oltre alla speranza di vincere un premio, quello che ricerco in un festival sono molteplici proiezioni pubbliche e tanta pubblicità (con interviste tv, radio e giornali).
In tutto questo l’organizzazione della Filmfestivalsgroup di Josè Claudio Silva è stata impeccabile”.
Il cortometraggio è stato premiato per il messaggio racchiuso all’interno della relazione che si crea nel capoluogo campano tra due pericolosi terroristi giunti con l’obiettivo di un attentato e due napoletani comuni; paure e pregiudizi lasciano il posto all’amore per l’altro, per il cibo e per la terra, rovesciando il famoso detto “Vedi Napoli e poi muori”.
“Prossimamente sarò ospite di un festival internazionale di gastronomia a Gaziantep in Turchia” conclude Maddaloni “poi di nuovo sul palco il 13 ottobre al Premio Italia Diritti Umani 2019, organizzato dalla Flip, con un estratto da Canto notturno di un astronauta errante sulla terra, un inedito dedicato al 50 anniversario dell’allunaggio”.
Frammenti che orbitano qua e là, individuati, carpiti; li commento e condivido con voi.
La Riflessione!
La polemica di fine estate.
È senza alcun dubbio “Terregiunte”, vino da due vini. Costasera Masi (Amarone) e Raccontami primitivo di Bruno Vespa (proprio lui, l’arcinoto presentatore). Prendete uve Corvina, Rondinella, Molinara (le uve dell’Amarone) e unitele con Primitivo di Manduria, quelle di Bruno Vespa, affidatele ad un enologo di alto livello quale Riccardo Cotarella ed ecco nascere Terregiunte Masi-Vespa alla faccia di Doc, Docg, terroir, microclima, storia, tradizione, al grido di Italiani unitevi. Nord e Sud insieme. Tanto di conferenza-stampa, tutti uniti giurando amore eterno. E poi il doveroso, puntuale e veloce Comunicato-Stampa contro il “vino che affossa il Terroir” da parte del Consorzio tutela vini della Valpolicella. Cotarella prende subito le distanze perché ha capito che l’operazione è una grande e colossale Caxxata rischiando di far la fine del noto Chef che sponsorizzò le patatine fritte, insomma andar contro quelle che sono le sue convinzioni in termini di vino. Gli organi della Puglia al momento tacciono. Vespa, da buon “democristiano”, docet.
Frammento n. 1
Se questa è comunicazione
Da sempre
sono convinto che i produttori italiani di spumanti siano sulla buona strada, in particolare “i trentini”. Certa stampa “nostrana” continua a metterla sul derby di tipo “calcistico” in particolare con lo champagne francese. Ecco parte del “notizione” apparso recentemente: Italia batte Francia nelle “bollicine”. E giù statistiche trionfalistiche per poi dover ammettere, nascosto tra le righe, che la Champagne è la regione vinicola mondiale più premiata. Come la mettiamo?
Frammento n. 2
Cantine Aperte in Vendemmia
Ecco una buona notizia, l’Uva chiama a raccolta. Il Movimento Turismo del Vino ricorda che si possono visitare le cantine durante il periodo vendemmiale. È il momento in cui le aziende si animano e invitano gli appassionati e non solo a visitare sia i vigneti durante la raccolta che le cantine nelle prime fasi di lavorazione. Se decidete di andare verificate le aperture.
Frammento n. 3
Il sogno di degustare super etichette al calice.
Vino al calice; quanti errori nei locali. Entri in un locale, dai uno sguardo alla Carta Vini e ti ricordi di essere da solo. Opti per il vino al calice. La scelta si restringe al “vino della casa” e pochi altri. Nel maggiore dei casi arriva sul tavolo il calice senza la bottiglia scelta. Non la faccio lunga. Ordinate una bottiglia e chiedete di portarla via. Molti ristoranti offrono il bag.
Frammento n. 4
Merano Wine Festival 2019
Dal 1° luglio è iniziata la vendita dei biglietti online per l’edizione numero 28 di scena a Merano dal 8 al 12 novembre. Apertura come sempre con Naturae et Purae, a seguire la tre giorni vero cuore dell’evento, la Gourmet-Arena, The Circle, il Fuorisalone per concludere con il martedì dedicato a Catwalk Champagne. Un consiglio a chi fosse intenzionato a partecipare: cogliere al volo le offerte sulle combinazioni ticket. Si esauriscono in breve tempo.
Frammento n. 5
Il vino che parla
Arriva dalla Puglia l’etichetta intelligente. La Cantina Colli della Murgia di Gravina lancia la prima bottiglia che parla. Si tratta di un piccolo software (Chatbot) progettato per simulare una conversazione in modo naturale. Insomma è sufficiente fotografare con uno smartphone il QR code dell’etichetta ed ecco tutte le informazioni su azienda e vino che state acquistando. Questa volta non scritto ma viva voce. L’intelligenza artificiale ad uso e consumo anche del vino.
Osservo, scruto, assaggio e…penso.
Nel dibattito politico italiano, le forze politiche di destra vengono spesso accusate di vincere cavalcando la paura dilagante, etichettata come “paura del diverso” o “xenofobia”; una trappola linguistica, in cui i partiti che si definiscono o sono identificati come “di sinistra” cadono da decenni
Dopo il crollo dell'Unione sovietica una delle principali preoccupazioni della sinistra italiana era dimostrare di non aver nulla a che fare con il “vecchio regime” e di essere pienamente in grado di “gestire la transizione”, ossia la globalizzazione e l'imposizione del neoliberismo in un ordine mondiale guidato dalla superpotenza statunitense.
Un atteggiamento inutilmente remissivo e suicida, che ha consentito lo sgretolamento progressivo delle conquiste sociali dei decenni precedenti rinunciando a portare avanti in modo serio la questione dell'equità e della giustizia sociale, e ha spianato la strada all'ascesa di Silvio Berlusconi. In altri termini, respingendo in blocco l'eredità comunista, ha anzitutto offerto il fianco alla propaganda dei partiti liberisti consentendo a questi di imporre all'immaginario collettivo, attraverso i mezzi di comunicazione di massa, l'infondata identificazione concettuale tra uguaglianza (quindi anche equità e giustizia sociale) e Stato autoritario; di conseguenza, la sinistra ha perso il suo potere rappresentativo in una società in rapida evoluzione, in cui il “mercato del lavoro” disintegrava progressivamente la solidarietà di classe in una miriade di istanze corporative di matrice individualista.
Inoltre, poiché era tale potere concreto a fondare l'efficacia comunicativa dei suoi discorsi, la sinistra ha perso la capacità di attrarre chi dissentiva o era relegato ai margini del sistema di produzione capitalista, mentre la progressiva diffusione delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione gettava le basi di una nuova società di massa, iperconnessa e fluida, nella quale l'imposizione di un pensiero unico passa per il controllo della “rete” e per l'abilità nell'orientarla. Ciò avviene peraltro secondo un meccanismo simile alla tendenza delle grandi imprese multinazionali e degli organismi finanziari più potenti a imporre la propria egemonia sulle piccole realtà economiche e sui piccoli sistemi produttivi, magari di sussistenza. D'altronde, la nuova concezione imposta dalla retorica dominante della “democrazia” come culla del libero mercato ha favorito l'affermazione di un nuovo tipo di figura politica, strettamente legata al mondo dell'economia, adatta a guidare lo “stato-impresa”. Come sosteneva Pier Musso sul mensile francese Le Monde diplomatique, si tratta di un modello inaugurato da Berlusconi e portato avanti oggi da presidenti come quello statunitense Donald Trump o quello francese Emmanuel Macron.
Secondo una tendenza analoga a quella della sinistra italiana degli anni '90 e 2000, da qualche anno si assiste a un'insistenza, da parte di quanto resta delle forze politiche che si riconoscono o vengono classificate come di sinistra, su due temi: il timore per l'ascesa di forze politiche reazionarie e la necessità di opporsi a queste ultime superando i pregiudizi e la “paura del diverso”. Due argomenti, peraltro, non di per sé fuori luogo, ma il cui insistente sbandieramento su tutti i mezzi di comunicazione di massa, dalla tradizionale TV alle reti sociali, induce a fraintendere la radice del deterioramento del tessuto sociale nelle società europee attuali, in particolare in quelle dei paesi con economie più fragili, Italia e Grecia in primis.
In virtù di un tale meccanismo, si afferma paradossalmente la tesi degli avversari politici, quei “reazionari” ai quali si dice di opporsi: la vera paura che induce gli elettori a votare “a destra” (oppure a non votare) è la paura dell'altro e la conseguente chiusura nella paranoia securitaria. Così, se la rinuncia all'utopia dell'uguaglianza e della solidarietà per conquistare l'”elettorato moderato” tra gli anni '90 e gli anni 2000 portò la sinistra ai margini della scena politica italiana, ora la rinuncia a un sano materialismo dialettico che punti il dito sulla vera causa della “paura” rischia di farne sparire i pallidi epigoni. Si tratta di una strategia che con quella adottata negli anni '90 ha in comune, oltre alla vocazione suicida, la perdita di quel senso di responsabilità collettiva che caratterizzava i discorsi degli esponenti del fu Partito comunista italiano (PC). In altri termini, l'unico modo che quanto rimane della sinistra ha di sopravvivere è affermare con convinzione e precisione argomentativa che la cosiddetta “paura dei migranti” di cui si parla tanto sui media e sulle reti sociali, quella strumentalizzata e cavalcata in senso xenofobo dalle destre, non è in realtà che una manifestazione dell'incertezza e delle profonde disfunzioni che caratterizzano le società europee in questa fase storica, prime tra tutte il precariato, lo sfruttamento brutale del lavoro e l'impoverimento.
In particolare, per quel che concerne l'Italia, dove, secondo un'indagine Istat del 2017, oltre cinque milioni di persone vivono in povertà assoluta, ciò che davvero preoccupa non è l'arrivo di rifugiati e migranti economici, ma l'assenza di giustizia sociale.
Infatti, la forma di discriminazione che è alla base di tutte le altre è economica e da questa dipendono le altre forme, da quella di genere a quella etnica, da quella culturale a quella religiosa: parole come straniero o extra-comunitario hanno connotazioni diverse a seconda che riguardino un ambasciatore, un turista o un povero alla disperata ricerca di un “porto sicuro” o di un lavoro, magari di un “posto sicuro”. Basti citare un esempio recente: a nessuno è venuto in mente di classificare i due turisti statunitensi accusati dell'omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega come extra-comunitari, né qualcuno ha invocato decreti sicurezza o espulsioni. Più in generale, un ambasciatore o un ricco uomo d'affari, in qualunque paese del mondo, saranno difficilmente oggetto di discriminazioni, insulti o aggressioni motivate da odio razziale. Si verifica quindi un fenomeno analogo a quello osservato in occasione dei dibattiti sull'imposizione di obblighi religiosi (ad esempio nei paesi islamici), che riguardano per lo più le classi dominati mentre nelle classi dominanti si riduce spesso a finzione propagandistica finalizzata alla conquista e al mantenimento del potere. Persino le discriminazioni di genere sono condizionate in varia misura, a seconda dei contesti, dall'appartenenza o meno alle classi dominanti. Conseguentemente, il fatto che il lavoro sia sempre più raramente fonte di dignità, di autonomia e di indipendenza oltre che di sostentamento materiale (eppure, non era forse questa una delle basi per l'affermazione della borghesia come classe dominante?) ha accentuato il feticismo delle merci di cui scriveva Karl Marx. In altri termini, la borghesia, una volta affermatasi come classe dominante, ha fatto proprio il sistema dei privilegi che fondava l'Ancien Régime, mutando il criterio della discriminazione: dalla nobiltà di sangue alla proprietà dei mezzi di produzione. Oggi, al feticismo delle merci si aggiunge quello della rete, dell'apparire, dell'attrarre seguaci (“followers”) e del potere di influenzare opinioni e tendenze: nell'attuale società di massa iperconnessa, l'uomo produce non solo (forse quasi non più) merci, ma soprattutto dati. Un prodotto che si vende e si acquista, quindi ha un suo specifico valore di scambio, che cresce in misura direttamente proporzionale alla sua pertinenza nel controllo delle collettività e degli individui e all'importanza che tale controllo ha nelle singole società. È il capitalismo della sorveglianza, messo in moto dal profitto generato dall'estrazione di dati che riguardano la quotidianità e spesso l'intimità dei singoli.
In un contesto simile, parole come trasparenza, legalità, sicurezza e integrazione hanno subito una risemantizzazione significativa del pensiero unico che si tende ad affermare in questa fase di transizione. Così la trasparenza, con il pretesto del diritto di informarsi su quanto incide sulle condizioni della collettività, diventa l'etichetta che nasconde lo strumento autoritario del controllo della vita privata degli individui sotto il paravento della garanzia di correttezza. Analogamente legalità viene spesso impiegato come carico di impliciti repressivi, come se il rispetto della legge fosse prerogativa di società guidate da poteri forti. Occorre ricordare, a tal proposito, che la mafia, intesa come criminalità organizzata non è solo un fatto culturale, ma è anche essenzialmente un ingranaggio economico funzionale a un sistema produttivo fondato sul profitto e sulla concentrazione progressiva delle ricchezze nelle mani di un'oligarchia finanziaria. Lo stesso si dica della sicurezza, che, malgrado il suo abuso nella retorica dilagante, è anzitutto sicurezza dei mezzi di sussistenza, sicurezza alimentare. Una sorte analoga è toccata alla parola integrazione, che non significa solo inclusione meccanica all'interno di un corpo sociale, ma è capacità di progredire facendo sentire tutte le componenti della società come autrici e partecipi di tale progresso, in misura equa. La giustizia sociale, pertanto, è l'unico strumento in grado di produrre integrazione, sicurezza, legalità e trasparenza, quest'ultima nel senso del diritto fondamentale di accedere al sapere e all'informazione, ma anche di sviluppare un pensiero critico indipendente. Basi essenziali per la costruzione di una responsabilità collettiva, fondata su un nuovo patto sociale.
Ministero della Sanità, Camera e Senato (Interrogazioni parlamentari), Antitrust, Ordine dei Giornalisti, Ordine Nazionale dei Biologi ed altri, contestano il giornalista ancora insediato presso le varie reti televisive a spiegare con dovizia di particolari ciò che i suoi accusatori non riescono a demolire
Come un carosello
In ordine cronologico la lunga sequenza degli avvertimenti, delle promesse e degli impegni di por termine drasticamente alle trasmissioni mediatiche di cui lo stesso Panzironi da anni ormai, si è reso protagonista, sembra ora essere ritornata all’ origine.
Infatti il Dott. Magi, Presidente dell’ Ordine Nazionale dei Medici che lo scorso anno denunciò Panzironi per abuso della professione medica, secondo quanto riportato dalla stampa, si è lamentato di non essere stato invitato tempestivamente alla rappresentazione Live 120 al Palazzetto dello Sport di Roma il 30 giugno scorso, quantunque là menzionato. Panzironi invece fa a lui presente di averlo invitato con congruo anticipo, ma che comunque siano andate le cose, egli stesso sarebbe anche disponibile ovunque ad un confronto sulla materia trattata. D’ altra parte, aggiungiamo noi, la trattazione dei meccanismi biologici e delle ragioni per le quali hanno origine le patologie che lo stesso Panzironi ha appreso soprattutto dalla letteratura medica internazionale, non costituisce affatto abuso della professione medica.
Le malattie iatrogene
Secondo l’ Ordine dei Medici, troppe sono state le affermazioni per le quali Panzironi avrebbe utilizzato concetti di medicina la cui trattazione spetta soltanto alla classe medica e non ad un profano come un giornalista che neppure è laureato. Come se la laurea impedisse ai medici di essere gli autori delle cosiddette malattie iatrogene, ossia di quelle malattie causate da farmaci o da errori medici, che ogni anno sono responsabili di circa il 10% di tutte le morti che avvengono in Italia. Quindi, tenuto conto che i decessi nel nostro Paese si attestano mediamente intorno 600.000 ogni anno, questo significa che circa 60.000 persone muoiono a causa di queste malattie.
Non è pertanto di immediata comprensione l’accanimento dell’Ordine dei Medici nei confronti di Panzironi. Questi infatti, beneficia di un numero significativo di testimonianze di persone uscite dal grave stato di malattie croniche in cui si trovavano e che ora si fanno in quattro per ringraziare pubblicamente il giornalista di avere loro indicato una dieta con cui sono risalite verso il loro stato di salute. Non è qui il caso di discutere quali sono le malattie in quanto chi ha seguito il caso Panzironi attraverso la televisione, ha ben chiara l’idea che egli si riferisce ad una vasta gamma di patologie.
Fuoco incrociato
In effetti il giornalista sotto il fuoco incrociato delle istituzioni più importanti in Italia, tratta con dovizia di particolari scientifici attraverso i media, soprattutto in TV, il meccanismo biologico vitale di cui finora neppure l’istruzione universitaria in Italia sviluppa sufficientemente. Panzironi, individua soprattutto nella “dieta mediterranea”, tanto per dare un nome di sintesi al tipo di alimentazione, la causa del maggior numero delle patologie in atto.
Egli sostiene in primo luogo di sostituirla, spiegandone le ragioni. E’ quindi abbastanza consequenziale per non lasciare in sospeso la questione, il suggerimento del giornalista di quale dieta preferire; dieta che egli stesso indica come la migliore dal punto di vista nutrizionale che può essere composta con ingredienti a piacere e come ciascuno più preferisce. Si tratta come noto, di una dieta ricca soprattutto di proteine ma anche di grassi oltre naturalmente di verdure, con forte limitazione di zucchero che è sempre praticamente presente anche se in modo ridotto, in pressoché tutti gli alimenti. Tutto qui.
Qual è dunque il crimine medico di cui Panzironi si è reso responsabile? Se per la maggior parte delle persone questo crimine non esiste, la stessa cosa non si può dire per il Presidente dell’_Ordine dei Medici che ha invece denunciato il giornalista alla Procura della Repubblica.
L’auspicato confronto
Per quanto riguarda il confronto, questo probabilmente non si farà; ma caso mai avesse luogo, è prevedibile che non sarà lo stesso Presidente a presentarsi sotto la luce della ribalta per esporre le proprie teorie al livello scientifico con il quale il giornalista si esprime.
Vi sono soprattutto due ragioni per le quali questo confronto non è condiviso tra le due parti. La prima è di carattere formale, per la quale la classe medica si sottrae dal confrontarsi con un comune “mortale”, così come nel passato facevano i nobili cavalieri, sottraendosi dal competere con i figli della gleba; l’ altra è che Panzironi sembra avere una preparazione scientifica della biologia e dei meccanismi con i quali avvengono gli scambi chimici all’ interno dell’ organismo che almeno fino adesso, non si immaginano interlocutori validamente capaci di dimostrare il contrario.
Il bene supremo
Teniamo comunque conto che allo stato delle cose l’ opinione pubblica non è attratta dalla demonizzazione di nessuno, ma è alla ricerca della verità, nell’ interesse generale della salute di noi tutti.
Qualcuno dovrebbe però spiegarci in modo ufficiale, perché questa disputa sul più alto valore esistenziale e cioè, sulla salute collettiva di quasi 60 milioni di persone, si protrae da anni, rendendo sempre meno credibili gli Enti a cui compete la tutela della salute.
È vero che: “mai dire mai” , ma è più facile veder volare nel cielo qualche animale esotico che il Presidente dell’ Ordine di Medici si presenti in prima persona ad un confronto di contenuto che a fronte della sua stessa denuncia, non sembra abbia l’ intenzione di fare.
Ma non sarà certamente la denuncia presentata contro il giornalista, né tutte le altre, passate e future, a stabilire la verità scientifica sulla quale si basa la salute degli italiani.
Di fronte alla politica della massima pressione attuata da Washington nei confronti di Tehran, l'Unione europea non si sbilancia, restando ancorata a un approccio di tamponamento piuttosto che di contestazione in nome della giustizia internazionale; vale tuttavia su scala globale una tendenza simile a quella interna ai singoli paesi: le istituzioni tengono finché sono rappresentative di un determinato stato di cose
Il paradosso creato dalla condotta adottata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump nei confronti dell'Iran e in particolare dalla sua decisione, a maggio 2018, di uscire dal cosiddetto “accordo sul nucleare iraniano” (il Piano d'azione congiunto globale – JCPOA), rappresenta la sintesi di un percorso che i paesi del vecchio continente hanno scelto di imboccare a seguito del crollo dell'Unione sovietica. Il paradosso di un agglomerato di stati concepito in piena guerra fredda, con l'obiettivo (uno dei principali) di bloccare un'eventuale espansione a Ovest della sfera di influenza di Mosca. Una Comunità di difesa, poi Comunità economica, poi Unione, che né durante né alla fine della contrapposizione tra Mosca e Washington ha saputo produrre molto altro se non una gabbia economico-finanziaria, incapace peraltro di proteggere gli stati membri dalla crisi del 2008, e ha imposto ai paesi dalle economie più fragili misure che hanno aggravato le diseguaglianze e inasprito l'ingiustizia sociale senza promuovere la crescita. Ma soprattutto, un'Unione che finora non è stata in grado di elaborare una strategia geopolitica autonoma, né un approccio alle relazioni internazionali alternativo all'intraprendenza aggressiva degli USA. Dai Balcani all'Afghanistan, dall'Asia centrale alle attuali tensioni tra India e Pakistan, dalla Libia al Vicino e Medio Oriente, le disastrose conseguenze degli interventi umanitari e delle guerre preventive lascerebbero presupporre che, nell'attuale fase di transizione negli equilibri mondiali di potenza, più voci promuovono il dialogo e la cooperazione, più è possibile allontanare il rischio di conflitti armati e altre dinamiche destabilizzanti. Per recuperare il dialogo tra Tehran e la comunità internazionale, Bruxelles potrebbe fare molto, ma opta per un profilo basso. Anziché intensificare i tentativi di riportare Washington sulla via della distensione e del dialogo con l'Iran, l'Unione europea, attraverso la sua Alta rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini, manifesta a settembre 2018 l'intenzione di mettere in piedi un meccanismo per preservare le sue relazioni commerciali con Tehran, aggirando le sanzioni statunitensi. Lo scorso gennaio, arriva quindi INSTEX, società per azioni semplificata fondata da Francia, Germania e Regno Unito.
A questo fondo comune di credito si è successivamente ispirato il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che, durante un colloquio con il suo omologo iraniano Hassan Rouhani a febbraio 2019 a Sochi (Russia), ha dichiarato di voler creare un sistema simile, una società di progetto. Nelle intenzioni velleitariamente ottomanizzanti di Erdoğan, si tratterebbe di un meccanismo bilaterale di cooperazione commerciale, concepito come parte di un più ampio progetto di espansione economica e culturale (attraverso l'influenza sulle varie comunità islamiche) in Medio Oriente e in Asia Centrale. In realtà Ankara, che con Tehran e Mosca porta avanti il processo di pace in Siria, ha cambiato politica nei confronti della Repubblica islamica dal 2002, anno dell'ascesa al potere del partito Giustizia e sviluppo, cui appartiene Erdoğan. In un editoriale apparso di recente sul quotidiano turco filogovernativo Daily Sabah, si legge che già nell'agosto 2017 il capo di Stato maggiore iraniano, il generale maggiore Mohammed Bagheri, si è recato in visita ufficiale ad Ankara (la prima di un funzionario del suo rango in Turchia dal 1979) per discutere di una linea comune sulle aspirazioni autonomiste delle minoranze curde della regione, a partire dal rifiuto di riconoscere il risultato del referendum per l'indipendenza del Kurdistan iracheno. Inoltre, sia la Turchia, sia l'Iran sono in contrasto con i vicini paesi arabi, Arabia Saudita in testa, e temono una riconfigurazione sfavorevole degli equilibri regionali a seguito delle cosiddette primavere arabe. Le forme di islam politico sostenute da Ankara e Tehran (nel primo caso l'islam politico sunnita dei Fratelli musulmani, nel secondo l'islam politico sciita elaborato dall'ayatollah Ruhollah Khomeini) sono fortemente osteggiate da quello che talvolta è stato definito l'asse saudita-egiziano-emiratino, che gode del sostegno di Israele e Stati Uniti: uno schieramento, che a partire dall'ascesa di Trump alla Casa bianca ha adottato una linea sempre più apertamente anti-iraniana, suscitando al contempo la diffidenza della Turchia, storico membro dell'Alleanza atlantica. Il presidente USA, infatti, è giunto a inserire i Pasdaran (organizzazione militare comandata direttamente dalla Guida della rivoluzione, che in Iran è anche capo di Stato) nella lista delle formazioni terroristiche. Dal sostegno alla causa palestinese, ai sospetti che l'Arabia Saudita e i suoi alleati stiano tentando di imporre la propria egemonia sulla regione, Ankara e Tehran si sono dunque spesso trovate ad avere punti in comune, anche se più di natura tattica che strategica.
Contestualmente, il cosiddetto asse saudita-egiziano-emiratino mostra qualche incrinatura. Anzitutto, da Riyadh giungono voci critiche riguardo la linea intransigente del principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS), al quale Ahmed bin Abdelaziz, fratello del re, ha apertamente dichiarato di opporsi nel caso in cui dovesse unirsi a un'alleanza militare con Gran Bretagna e Stati Uniti in funzione anti-iraniana. In secondo luogo, gli Emirati Arabi Uniti, guidati dal principe ereditario e ministro della Difesa Mohammed bin Zayed (MBZ), hanno dato di recente segnali di parziale allontanamento dall'alleanza d'acciaio con MBS. D'altronde, essendo il principale partner commerciale della Repubblica islamica nella regione, temono le ripercussioni economiche delle tensioni nell'area dello stretto di Hormuz. Eppure erano stati tra i principali fautori della decisione di Trump di uscire dal JCPOA, nonché il più stretto alleato di MBS nella strategia di contrasto a presunte mire espansionistiche di Tehran nella regione. Dopo aver preso parte alla coalizione militare a guida saudita che in Yemen combatte una guerra contro i ribelli sciiti Houthi, gli Emirati hanno annunciato lo scorso maggio di voler ritirare parte delle loro truppe da un conflitto che per MBZ è anche una sorta di “vetrina” per mostrare alla comunità internazionale un ciclopico arsenale militare. Una misura che ha seguito di poco le dichiarazioni del ministro degli Esteri emiratino Abdallah bin Zayed al-Nahyan a commento delle accuse di Trump all'Iran di essere responsabile degli attacchi alle petroliere nei pressi dello stretto di Hormuz. Al-Nahyan aveva infatti espresso cautela nel condividere tali accuse, sottolineando la necessità di prove “chiare, precise e scientifiche” in grado di convincere la comunità internazionale. Inoltre, aveva aggiunto che nessuno ha interesse a provocare un nuovo conflitto, poiché ciò di cui c'è bisogno nella regione è avere più stabilità e sviluppo.
A parte simili dissidi “interni” all'alleanza che fa riferimento all'amministrazione Trump, Washington si trova attualmente in una posizione diversa dallo status di superpotenza del tempo delle guerre umanitarie degli anni '90. Attualmente, infatti, sullo scacchiere mondiale, paesi come Russia e Cina insidiano il primato statunitense in diversi settori, dall'industria aerospaziale alle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Ad esempio, Mosca, che ultimamente ha intensificato le sue relazioni economico-militari con la Turchia, ha invitato Washington e Tehran a evitare strategie pericolose per la stabilità della regione e a dirimere i loro conflitti attraverso “un dialogo civile”, come ha detto il ministro degli esteri russo Serghej Lavrov durante un incontro, a Mosca, con il suo omologo emiratino al-Nahyan (la stessa occasione in cui quest'ultimo ha manifestato diffidenza nei confronti delle accuse rivolte da Washington a Tehran), esortando a respingere politiche fatte di ultimatum, sanzioni e intimidazioni. Dal canto suo, la Cina, che ha espresso a più riprese il suo sostegno al JCPOA, starebbe mettendo in atto sistemi per aggirare le sanzioni USA contro l'Iran, continuando a importare petrolio iraniano. Intanto, l'Unione Europea ha perso un'importante occasione per promuovere una seria mediazione, un ruolo che ora sta tentando di assumere il Giappone del primo ministro Shinzo Abe.
Apr 08, 2022 Rate: 5.00